TESTIMONE CAMBOGIANA

Parla Claire Ly, "Buddhista", convertita al "Cristianesimo",
sfuggita ai "campi" di Pol Pot, ed "esule" in Francia.
«Uniamo "Oriente", ed "Occidente"!».

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La prossima settimana, sarà in Italia, per presentare un "Libro" sull’"integrazione":
«Ma preferisco la parola "adozione",
che permette a ciascuno di conservare la propria "storia"!».

CLAIRE LY, sopravvissuta alla tragedia Cambogiana dei Khmer Rossi...

Anna Pozzi
("Avvenire", 13/10/’12)

«Ora Ravi sorride, nel vedere sino a che punto la Cultura Occidentale è parte di lei! È diventata come l’"ecosistema" della "mangrovia", in cui l’acqua salata si mescola con l’acqua dolce. Oriente ed Occidente, sono le sue due fonti! Ravi è nata in Oriente, il Continente del "Sol Levante". A sessant’anni passati, la vita è delicatamente colorata dai raggi del sole al tramonto. La "mangrovia", e le sue due acque... Che magnifica immagine della sua vita!». "La Mangrovia. Una donna, due anime", è il Titolo dell’ultimo Libro di Claire Ly, uscito in questi giorni per i "Tipi" di "Pimedit" (verrà presentato dall’Autrice, Mercoledì prossimo, alle 21, al "Pime" di Milano; www.missionline.org).
Cambogiana, sopravvissuta al Regime di Pol Pot e ai campi di rieducazione, Claire ha perso marito e padre, entrambi fucilati! Da quest’inferno, ne è uscita miracolosamente viva. E, in quest’inferno, sono maturati i germi di una Conversione dal Buddhismo al Cristianesimo, non fatta di rotture o contrapposizioni: ma in un percorso armonico, che l’ha portata a riconoscersi come persona completamente rinnovata nell’incontro con Cristo, senza aver cancellato o rinnegato nulla della sua Cultura e della sua Tradizione Religiosa. Orientale trapiantata in Occidente, Buddhista convertita al Cristianesimo, sfollata nel suo stesso Paese, e poi esule in Francia...

Nel suo "Libro", ma, prima ancora, in lei stessa, ci sono molte "anime"...

«I personaggi del Libro, che è costruito come una sorta di "romanzo-verità", sono in fondo diversi aspetti della mia personalità! Per me è stato un modo di prendere le distanze dagli avvenimenti vissuti in Cambogia, durante la Dittatura dei "Khmer Rossi", ma anche per rielaborare la memoria, e guardare in fondo a me stessa. Io, come molti altri migranti, porto dentro di me più Culture e Tradizioni. Ma anche il dialogo interiore non è sempre facile! Ci sono cose che la Cambogiana non può comprendere in quanto Asiatica, e che la Francese non può comprendere in quanto "Occidentalizzata". Il problema di fondo è quello dell’armonia! Come trovarla? Bisogna arrivare a mettere le parole giuste, su quella che è la nostra frattura interiore!».

Da qui, può partire anche un "dialogo" fra le "Religioni"?

«È la mia esperienza, e la mia speranza! Ma questo dialogo può avvenire, solo se ciascuno accetta di guardare le sue fratture e le sue lacerazioni. Spesso non vogliamo vedere gli ostacoli, o gli aspetti negativi, dentro e fuori di noi. Anche tra le Religioni, sovente non si va a fondo, o si dicono solo cose di convenienza. Noi immigrati viviamo alla frontiera tra due Culture e, talvolta, tra due Fedi... Possiamo essere molto d’aiuto, in questo dialogo!».

È quello che cercano di fare Ravi e Soraya, le due "protagoniste" del suo ultimo "Libro"... "Amiche" sin dall’"infanzia", hanno scelto, dopo aver vissuto la "drammatica" esperienza del "Regime" di Pol Pot, due "Cammini Spirituali" diversi, che, tuttavia, non impediscono loro un "confronto", sereno e costruttivo! A prima vista, parrebbe una situazione più "ideale", che "reale"...

«Forse, ma è quello che io stessa sperimento! Ravi e Soraya vivono da molti anni in Francia e, di tanto in tanto, tornano insieme nel Paese d’origine, in cerca di una riconciliazione possibile con la loro storia personale e con quella del loro Paese. Ravi è rimasta fedele al suo "Credo" Buddhista, Soraya si è convertita al Cattolicesimo. Il viaggio diventa così occasione di dialogo, scambio ed arricchimento reciproco. Una prospettiva che ciascuno, sia a livello individuale sia a livello collettivo, dovrebbe maggiormente sviluppare. Anche perché, in un mondo "globalizzato", in cui le persone si muovono e si mischiano, l’incontro e il confronto diventano un’esigenza, e una sfida, che non possiamo più eludere!».

Non ritiene che, questa possibilità di "dialogo", sia spesso "ostacolata" da "pregiudizi", e da reciproche "chiusure"?

«Certo, il pregiudizio esiste, ed è spesso molto forte da entrambe le parti! Chi arriva in un Paese straniero, non ha necessariamente i codici per leggere la Cultura del contesto in cui si inserisce. E chi accoglie, spesso vorrebbe completamente "assimilarci"... Ci vuole tempo! Noi migranti siamo, in qualche modo, costretti a cambiare pelle, a diventare altro, senza per questo rinnegare o rinunciare alla nostra Cultura d’origine. L’importante è riuscire a creare un dialogo, in cui ciascuno ha qualcosa da ricevere e qualcosa da dare. Ma, per fare questo, bisogna incontrarsi nella verità, non in superficie!».

Nel "Libro", emerge, con evidenza, che lei non ama la "parola", e il "concetto", di "integrazione"... Perché?

«Integrare significa rendere l’altro esattamente come noi! Significa "disintegrare" qualcosa dell’altro... Preferisco la parola "adozione"! Permette a ciascuno di conservare la propria Cultura, la propria storia. Nell’"adozione", c’è uno spazio in cui si osa riconoscersi come diversi. Significa "addomesticarsi" reciprocamente, e progressivamente, ovvero rendersi famigliari l’uno all’altro. Invece, spesso si cerca di imporre agli altri quello che pensiamo che sia buono per noi. In questo modo, però, è difficile imparare a vivere insieme. Non è sufficiente la buona volontà, per incontrare l’altro. Lo spazio dell’incontro non è lo stesso in tutte le Culture... Ci vuole anche umiltà! E ci vuole tempo!».