"REPORTAGE"

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Nove mesi dopo l’operazione «Piombo Fuso»,
il popolo "palestinese" nella "Striscia" resta prigioniero
in un territorio "devastato",
sotto la stretta di "Hamas" all’interno e di Israele all’esterno,
spaventato da un presente "minaccioso".
In cui vivere è prima di tutto "resistere".

Lavoratori palestinesi nei campi, accompagnati dai volontari dell’"International Solidarity Movement"! Sorriso di speranza, in un campo di sfollati dalla città di Gaza... Un ragazzo venditore di tortore, tra paura e voglia di ricominciare! Studenti alla facoltà delle Belle Arti dell’Università Islamica... Tra le strade di Gaza, l'ingresso della Facoltà Universitaria!

Da Gaza, Fabio Proverbio
("Avvenire", 30/9/’09)

Entrare nella "Striscia di Gaza" è missione difficile. Le porte d’accesso sono Rafah, in Egitto, e Erez, in Israele. La prima è un «cancello» nel deserto, distante 20 chilometri circa dal primo centro abitato egiziano. Già dai primi contatti con i militari alla frontiera capisco che questo "cancello" non si aprirà mai per farmi entrare. Subisco la stessa sorte degli oltre 150.000 "container" di aiuti umanitari bloccati a questa frontiera da un incomprensibile "embargo". Ritorno al Cairo e da qui parto per Israele, per tentare di entrare da Erez. Prima di lasciare Rafah incontro Stefano, un "volontario" italiano che da oltre quattro settimane sta cercando di portare nella "Striscia di Gaza" viveri e medicinali. Frustrato dalla lunga attesa, mi spiega come intorno a quella moltitudine di aiuti umanitari sia sorta un’economia fiorente. I saccheggi notturni stanno alimentando i mercati locali; i servizi di trasporto, carico, scarico, "sdoganamento" – quasi sempre inutili – assicurano impiego di manodopera e opportunità di ingenti profitti. Arrivato a Gerusalemme perdo altri tre giorni per ottenere i permessi necessari a superare i controlli dell’esercito israeliano alla frontiera di Erez.
Finalmente a Gaza, il mio primo incontro è con
Don Manuel Musallam, Parroco della piccola comunità locale di "cristiani cattolici". D’origine palestinese, Don Musallam tiene subito a sottolineare come i cristiani di Gaza siano integrati nella società palestinese. Chiarisce in modo perentorio che non intende discutere di "comunità cristiane" e "comunità musulmane" come fossero due realtà distinte e contrapposte. Intende invece parlare di un unico "popolo palestinese", impegnato a superare le grandi difficoltà conseguenti al recente conflitto, al successivo "embargo" dei principali mezzi di sussistenza e di ricostruzione, nonché allo stato di reclusione che impedisce da decenni al popolo della "Striscia" di varcarne i confini.
Musallam è divenuto nel tempo una voce importante per la difesa dei diritti dei palestinesi di Gaza. Rispettato dalla gente e dai capi politici della "Striscia", ha sempre saputo proteggere la propria comunità dal pericolo di attacchi di "estremisti religiosi".
La "comunità cristiana" di Gaza si compone di circa 3000 fedeli, prevalentemente di credo "ortodosso". Le famiglie cristiane sono generalmente miste; nate dall’unione di cattolici ed ortodossi, partecipano attivamente alla vita di entrambe le comunità.
Percorrendo il territorio della "Striscia" si è letteralmente «aggrediti» dalle immagini di distruzione lasciate dall’operazione
«Piombo Fuso» dello scorso Dicembre; la risposta militare di Israele alle continue provocazioni del "Movimento di Resistenza Islamico" "Hamas" che, dalle elezioni amministrative del 2006, ha assunto il controllo della "Striscia di Gaza". Ancora oggi molti dei feriti nel conflitto rischiano la morte per carenze di farmaci e di cure appropriate. Nella "periferia" di Gaza incontro una famiglia riparata all’interno di una tenda che sostituisce la casa distrutta dai bombardamenti. Sdraiato a terra un uomo malato che attende inutilmente un aiuto per recarsi ad un centro di "trasfusione". La moglie rassegnata piange con un bambino al seno.
Sono proprio questi bambini le vittime più indifese di una guerra che ha tenuto un popolo sotto la continua minaccia delle bombe per intere settimane. Nelle "tendopoli" costruite nei "sobborghi" della capitale per gli "sfollati" dei quartieri distrutti, gruppi di bambini cercano la serenità nel gioco; pochi la trovano; i più rimangono perdutamente tristi. Le campagne esterne ai centri abitati conservano, come ferite che tardano a rimarginarsi, le profonde tracce dei "cingolati" israeliani. Gli agricoltori sono già impegnati nelle attività di "ripiantumazione" degli ulivi distrutti. Sono i primi segni della voglia degli abitanti della "Striscia" di guardare al futuro; la risposta spontanea di una "comunità contadina", tradizionalmente preparata a fronteggiare e superare avversità di altra natura.
Ma i problemi degli agricoltori di Gaza non si sono conclusi con la fine dei bombardamenti. Al fine di contrastare il lancio dei missili "Kassam" su Israele, l’esercito israeliano non consente nessuna attività né presenza umana per un chilometro di distanza dalla linea di confine. Considerando che la "Striscia di Gaza" è larga da 4 a 6 chilometri, questa misura di sicurezza causa una perdita consistente di terreni coltivabili. Per ragioni di sopravvivenza i contadini palestinesi continuano a lavorare nelle zone proibite, esponendosi al fuoco dei "cecchini" israeliani. Talvolta gli agricoltori sono accompagnati da "volontari" della "Ong" "International Solidarity Movement" che, interponendosi tra le parti come «scudi umani», tentano di scoraggiare la reazione armata dei militari. Purtroppo non sempre ci riescono, e di "volontari" feriti se ne registrano numerosi tutti gli anni.
Anche per i pescatori di Gaza le condizioni di lavoro sono molto pesanti. Per scongiurare un eventuale "traffico d’armi", i pescatori sono costretti a navigare entro le tre "miglia marine", nelle acque inquinate e povere del litorale. L’alto costo del carburante, la mancanza di pezzi di ricambio per le imbarcazioni e la povertà "ittica" delle acque costiere rende oggi questa attività non più remunerativa. Chi si ostina ad uscire in mare lo fa soltanto per mantenere la dignità di un lavoro.
Raccolgo queste informazioni da Khader, un pescatore che in mare ha perso un braccio, tranciato da una raffica esplosa da una "motovedetta" israeliana.
Percorrendo le strade di Gaza, giungo casualmente in prossimità dello "stadio". Un "campionato di calcio" sarebbe un soggetto interessante per rappresentare la voglia di normalità di una società in ripresa.
Purtroppo mi informano che il "campionato" è ancora sospeso e che gli unici ad allenarsi sono i membri della squadra "paralimpica" d’atletica. Incontro così Omer, un ragazzo "non vedente" di 22 anni che sogna di poter partecipare ai giochi "paralimpici" nella specialità del "salto in lungo". È l’unico sopravvissuto di un gruppo di 6 ragazzi che, un pomeriggio di cinque anni fa, mentre giocava a carte all’ombra di un ulivo, è stato intercettato e colpito da un "caccia" israeliano. Per Omer e gli altri atleti, partecipare a competizioni internazionali significa anche poter varcare i confini di Gaza, il sogno condiviso da tutti i ragazzi della "Striscia".
La popolazione di Gaza è tra le più giovani del mondo. La moltitudine di studenti che s’incontrano per le strade della capitale conferma un tasso di "alfabetizzazione" molto alto, comparabile a quello dei Paesi più industrializzati. Il numero degli "universitari" è altrettanto elevato, nonostante sia poi difficile per i laureati spendere le proprie competenze professionali in un sistema economico basato essenzialmente sul "sussidio" e l’"aiuto umanitario" e caratterizzato da livelli altissimi di "disoccupazione". Questi studenti, come la maggior parte degli abitanti di Gaza, sostengono apparentemente "Hamas" perché rappresenta la «resistenza» palestinese alla «forza occupante». Ma quando si affrontano temi più specifici e ci si addentra in valutazioni più personali, sono in molti a prendere le distanze da questa "organizzazione" i cui principi e metodi non trovano più il generale consenso.
L’impressione è che oggi il popolo palestinese sia pronto al "dialogo" con Israele e disposto anche ad accettare difficili compromessi pur di guadagnare condizioni di vita dignitose.
All’Università delle "Belle Arti" alcuni studenti m’invitano a visitare un’"istallazione" prodotta da tre giovani artisti in un palazzo bombardato, adiacente ad uno dei principali ospedali della capitale. Mi illudo di trovare espressioni artistiche che vadano oltre la tematica del "conflitto", rivolte alla rinascita. Ma il «lutto» non è stato ancora completamente elaborato e le attuali produzioni non possono prendere le distanze da una guerra le cui conseguenze sono ancora troppo evidenti. Rientrando una sera per le strade buie della "periferia" di Gaza, incontro un ragazzo che vende "tortorelle". Il suo sguardo smarrito, la gabbia tenuta stretta al petto, gli uccelli impazziti contro le maglie arrugginite, sono per me l’immagine emblema del "popolo palestinese", prigioniero in un territorio "devastato", spaventato da un presente minaccioso, rassegnato ad un futuro incerto.