Dopo il cambio di "Governo",
possibile un maggior impegno "internazionale"

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Se però gli Stati Uniti lo permetteranno

Riccardo Redaelli
("Avvenire", 6/9/’09)

È stato definito un "terremoto politico". Ma è un’affermazione che rischia di non rendere con esattezza i mutamenti causati dalle ultime elezioni politiche in Giappone, le quali hanno sanzionato la fine di un dominio lungo più di cinquant’anni da parte del "Partito Liberal-Democratico", con la nettissima affermazione dei democratici. Un ribaltamento speculare dei rapporti politici fra le due principali formazioni.
Eppure, queste elezioni significano qualcosa di più della sconfitta del "leader" impopolare di un partito indebolito da scandali, in una fase di "crisi economica"; come è stato colto da diversi analisti, si tratta della volontà di modificare profondamente il modello di potere interno nato dopo la disfatta del 1945 e, soprattutto, di rivedere l’asimmetria delle relazioni con Washington e di ripensare il ruolo del Giappone nello scenario regionale "asiatico-orientale".
L’agenda politica con cui il "Partito Democratico" si è presentato alle elezioni è infatti estremamente ambiziosa, promettendo di attaccare alcuni dei cardini del sistema di potere nazionale.
In particolare, si vuole indebolire il cosiddetto "triangolo di ferro", ossia i legami fra alti burocrati, industriali, banchieri e i politici; una ragnatela da sempre ai vertici delle grandi "corporation" e del settore pubblico. Che si riesca poi davvero a realizzare tali propositi, molti ne dubitano. Ma a suscitare ancor più aspettative è l’intenzione del futuro "premier" Hatoyama di rinegoziare i rapporti con Washington. Non viene messa in dubbio l’alleanza, ma si pensa di riconsiderare la presenza di decine di migliaia di soldati americani nel Paese, riducendo anche il numero delle "basi". A preoccupare gli
Stati Uniti, la volontà di porre in discussione l’"extraterritorialità" dei soldati, che non possono essere giudicati dai tribunali giapponesi per gli eventuali crimini compiuti (una norma detestata dall’opinione pubblica), come pure la determinazione a diminuire le spese coperte da Tokyo per questa presenza, oggi pari a circa cinque miliardi di euro l’anno. In un’ottica di lungo periodo, queste sono tuttavia questioni contingenti e "minori", per quanto complesse e spinose. Quanto dovrebbero cogliere sia l’"Amministrazione Obama" sia la nuova dirigenza giapponese è che il mutamento politico nel Paese può favorire l’inizio di una revisione del ruolo del Giappone nella regione. Le difficoltà economiche e militari degli Stati Uniti in questi ultimi anni, associate alla crescita di peso di altre nazioni nello "scacchiere" (Cina prima di tutto), dovrebbero consigliare a Washington una nuova politica, che riduca la propria esposizione e la propria centralità nei sistemi di alleanze. Una scelta realista che, se concordata e graduale, rafforzerebbe la stabilità di tale "scacchiere", favorendo la crescita di organizzazioni regionali amiche degli Stati Uniti, pur non più dipendenti.
Certo, un’autonomia più ampia a livello di politica estera e di sicurezza imporrebbero a Tokyo un impegno internazionale maggiore dell’attuale e di più alto profilo. Ciò significa partecipare in modo più assertivo e propositivo alle "missioni internazionali" invece che disimpegnarsi come ha promesso il "Partito Democratico"; affrontare il "tabù" del riarmo militare – già portato avanti dai "Governi" precedenti, ma senza mai un franco dibattito pubblico – e cominciare un nuovo percorso di costruzione di sistemi economici e di sicurezza regionali, uscendo dalle logiche della "guerra fredda" e dalle reciproche diffidenze. Un compito oggettivamente non facile per un movimento politico digiuno di esperienza governativa, ma che la trasformazione del mondo in senso "multi-polare" renderà probabilmente ineluttabile.