Le "ambiguità" di un "Paese amico"

RITAGLI  Basta "condanne rituali", l’Europa alzi la voce  SEGUENTE

Monaco della Chiesa Copta, in Egitto...

Riccardo Redaelli
("Avvenire", 8/1/’10)

Un "attacco" particolarmente odioso, che ha colpito la "comunità" dei "cristiani copti" proprio nel giorno in cui stavano celebrando la "nascita di Cristo". E, purtroppo, tragicamente sanguinoso. È l’ennesimo atto di violenza e di "intimidazione" contro una delle più importanti "comunità cristiane" dell’"Oriente", parte integrante dell’identità egiziana, ormai da anni oggetto di "attacchi" crescenti. In Egitto, come in molti altri "Paesi" d’Africa e d’Asia, a maggioranza "islamica" o meno (basti pensare alle violenze "anti-cristiane" che hanno insanguinato l’India). Da troppi anni, la deriva "fondamentalista" si accanisce contro la presenza minoritaria di altri "culti". Come se la "pluralità religiosa", e ancor più, la "libertà di fede" apparisse un qualcosa di intollerabile e non un "diritto" fondamentale di ogni persona.
In
"Medio Oriente", i "cristiani" sono le prime vittime di questa violenza. L’obiettivo, in Egitto come in Iraq o in Pakistan – per fare altri esempi – è quello di ridurne la presenza e la visibilità, di recidere il legame che essi hanno con i loro territori d’origine, spingendoli all’"emigrazione" o alla "ghettizzazione" in "enclave" separate. Un legame "popolo-terra" che dura da duemila anni, e quindi è ben più antico di quello dello stesso "Islam". Non certo "ospiti" transitori, come alcuni vorrebbero far credere.
Finora le reazioni non sembrano essere state efficaci. Certo, vi sono molte "dichiarazioni formali" di condanna, in "Occidente" come nei "Paesi" in cui queste violenze avvengono. Ma vi è bisogno di qualcosa di più, e talora di parole meno "ipocrite". I "Governi Mediorientali" reagiscono sempre aumentando temporaneamente le misure di sicurezza verso i principali luoghi di "culto" dei "cristiani" o riaffermando il loro impegno a proteggerli. Ma è evidente come si cerchi di "derubricare" il problema a "rancori" locali, a vendette personali (che ovviamente possono essere a volte le cause scatenanti), cercando di sminuirne la portata "sistemica".
Mentre è evidente che i milioni di "copti egiziani" e tutte le "Chiese Cristiane" affrontano problemi di ogni tipo: dalle minacce dirette alle difficoltà di professare il "culto"; dalle accuse di fare "proselitismo" – attività che alcuni "Stati musulmani" puniscono con grande severità – alla scarsa rappresentanza a livello "politico" e "amministrativo". Fino agli ostacoli per ottenere "giustizia" e vedere riconosciute le proprie ragioni.
Sono le conseguenze della "politica" adottata dalla "leadership" del
Cairo, che ha rapporti conflittuali con i "movimenti fondamentalisti" e cerca di non acuirli apparendo troppo attenta ai "copti". Ma l’Egitto è anche un "Paese" che da decenni gode di enormi "aiuti economici" da parte dell’"Occidente", e dell’"Unione Europea" in particolare. Un "Paese amico", difeso sempre, talora con perfino troppa indulgenza.
L’"Unione Europea" ha individuato nella difesa delle "minoranze" ("etniche", "religiose", "culturali") uno dei pilastri della propria azione. E il problema di come tradurre questo concetto nella pratica "politica" e nel vissuto quotidiano deve entrare nelle "agende" dei vari "consessi" promossi, e finanziati, da Bruxelles. Ad esempio, ponendo il problema della "libertà di religione" fra i "temi" principali di dibattito dell’"Unione per il Mediterraneo", il programma che ha sostituito il deludente "Partnenariato Euro-Mediterraneo" del 1995. E quindi sollevare le questioni del diritto a cambiare "credo" – argomento quasi "tabù" nella sponda "Sud" del
"Mediterraneo", dato che la "sharia" punisce con la morte tanto l’"apostata" quanto chi lo induce alla "conversione" – della tutela dei figli di coppie "miste" per "fede", del modo in cui portare nelle scuole i concetti di "tolleranza" e "rispetto" quali "valori" e non mere "concessioni"...
Insomma, ben più di qualche "poliziotto" in più nei giorni successivi alla "strage". È tempo che alle parole di "condanna" facciano seguito "programmi" concreti di lungo periodo.