"Proliferazione atomica"

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e la selva dei nuovi "sospetti"

Barack Obama, al Summit di Washington sulla sicurezza nucleare...

Riccardo Redaelli
("Avvenire", 14/4/’10)

Sarebbe errato giudicare il "Summit" sulla "sicurezza nucleare" fortemente voluto da Barack Obama solo sul metro dei "risultati" tangibili immediati. Il valore di questo incontro fra più di quaranta "Capi di Stato" e "Governo" sta nel segnale che la "Presidenza Statunitense" ha voluto dare e nell’ambizioso obiettivo di "medio-lungo" termine circa il futuro della "non proliferazione".
Non vi è infatti dubbio che i "mutamenti politici" seguiti alla fine della "Guerra Fredda" e la crescita "tecnologica" di tanti "Paesi" stiano mutando gli ambiti e i confini della tradizionale azione di "prevenzione" per le "armi di distruzione di massa". L’"architrave" di questo sforzo è, dal 1968, il
"Trattato di Non Proliferazione Nucleare" ("Tnp"); un "accordo" che fissava "regole" e "limiti" precisi all’uso della "tecnologia nucleare" da parte degli "Stati", in modo da evitare che le "tecnologie" per l’"energia nucleare" a scopi "civili" venissero usate anche a scopi "militari" (le cosiddette "tecnologie duali"). Il "Tnp", in fondo, è stato un buon "trattato" che – come dicono gli "esperti" – ha fatto il suo dovere: chi l’aveva firmato non ha "proliferato", mentre i nuovi "Paesi" che si sono dotati di un’"arma atomica" (Israele, India, Pakistan, Corea del Nord) erano tutti "Paesi" non facenti parte del "trattato".
Oggi tuttavia lo scenario è mutato; da più parti si sente l’esigenza di "regole" più stringenti e, soprattutto, di "verifiche" molto più accurate da parte degli "ispettori" dell’"Agenzia Internazionale" per l’"Energia Atomica". Proprio la fine della divisione in due "blocchi" rende i "conflitti regionali" e la competizione "geo-politica" locale più aggressiva e meno prevedibile. Per di più ha fatto sorgere in molti "Stati" ambizioni crescenti per arrivare a possedere la "tecnologia" necessaria per un "ordigno atomico", come ad esempio l’
Iran del "Presidente" "ultra-radicale" Ahmadinejad. Non si tratta più solo di possedere o meno una "bomba nucleare"; oggi il confine della "proliferazione" si sposta sul terreno della "conoscenza tecnologica" e nel detenere quella che in gergo si dice "bomba virtuale" o "latente": ossia tutti gli elementi per realizzare un "ordigno", anche senza "assemblarlo" fisicamente. Un confine molto più sfuggente e fragile rispetto ai "conteggi" che si facevano durante la "Guerra Fredda" su quante "bombe" erano a disposizione di "russi" o "americani".
Inoltre, vi è il rischio che attori "non-statuali" – ossia "gruppi terroristici", "movimenti radicali" e "pazzi" vari – mettano le mani su "armi di distruzioni di massa", o anche solo su riserve di "materiale radioattivo", per ricattare "Governi" o per compiere "attentati" spettacolari nei grandi "centri urbani". È il rischio paventato da infiniti "studi", "simulazioni" e banali "film d’azione"; anche se – va detto – proprio i lavori del "Summit" hanno sottolineato quanto è stato fatto in materia di rafforzamento della "sicurezza" e della "prevenzione".
Il rischio maggiore è quello che – rinviando continuamente la "riforma" del "Tnp" per via dei "veti incrociati" – i "Governi" si sentano sempre meno tutelati dalle "politiche internazionali" o guardino al possesso della "tecnologia nucleare" come a una soluzione per tutelarsi nell’avvenire. Una tendenza che farebbe collassare ogni "politica" di "non proliferazione". Un rischio che non riguarda solo "Paesi" come l’Iran o la Corea del Nord. È noto che la corsa verso la "tecnologia nucleare" di
Teheran inquieta i "Paesi Arabi" e li spinge sulla stesse strada. E discorsi simili si fanno in Europa e in Corea del Sud. Perfino in Giappone, "Paese" simbolo dell’"orrore atomico", in ristretti "circoli" si ragiona sul potenziale "tecnologico" nazionale, e su cosa fare se vi fosse una "proliferazione" nel "Pacifico". Visto da questa prospettiva, il "Summit" voluto da Obama sembra allora sia stato assolutamente opportuno e, anzi, necessario.