È il momento di "puntare lo
sguardo" ![]()
e "aprire il cuore"
Davide
Rondoni
("Avvenire",
24/1/’10)
Haiti vivrà. Può sembrare
quasi assurdo dirlo ora, mentre immagini di ogni tipo di "scempio"
continuano ad arrivarci dalla isola "tormentata". Ma Haiti
vivrà, e la "catastrofe" non avrà l’ultima parola.
Ora sembra che la "rovina" e che la "disperazione" coprano
tutto l’arco del "visibile". Sì, ci riempiono gli occhi, ci tolgono
il respiro e le parole dalla bocca. Ma sempre, sempre, anche quando l’"inferno"
sembra dominare in terra, tra morte degli "innocenti" e scene di ogni
indecente "ferocia", occorre guardare bene. E decidere su che cosa
tenere puntato lo sguardo. Perché c’è il "novantanove per cento"
di morte e "distruzione", ma non il "cento per cento". C’è
quasi tutto in "malora". Ma non tutto. Ad esempio, ben più di cento
hanno resistito per giorni sotto le "macerie": le hanno sconfitte, e
sono vivi. Decine e decine di migliaia sono morti, e il dolore per tutto questo,
lo sgomento e la pena sono una "montagna" sul petto. Ma c’è chi ce
l’ha fatta. E poi ci sono gli occhi dei bimbi: hanno commosso il mondo, che
subito si è agitato per dare loro una casa in qualche modo. Quegli occhi sono
pieni di "disperazione", ma sono bambini. Sono cioè "luce"
del futuro.
Haiti vivrà, perché in lei qualcosa ancora vive. Non solo possiamo vedere la
grande per quanto confusa "macchina" – o, meglio, chiamiamolo
"polmone" o "anima" – degli "aiuti" che si è
mobilitata. Non solo per questa poderosa gara di bene e di
"solidarietà" possiamo dire Haiti vivrà, ma lo possiamo, lo dobbiamo
dire per la "luce" di dignità che vediamo nei
"sopravvissuti", e in quei bimbi che saranno i giovani
"haitiani" di domani. Quando ci sono "catastrofi" così
immense, ci si riempiono gli occhi di immagini di morte, e possono sorgere due
"atteggiamenti" prevalenti. Uno è quello di chi si abbandona allo
"sconforto" e tira via gli occhi, decide di non guardare. Sa che
esiste l’"orrore" ma cerca riparo in altre "visioni". Sa
che l’"orrore" è grande, e maledettamente vicino in questo mondo
che ci ha reso tutti "co-inquilini" anche se non tutti
"fratelli". E però appunto decide di girare lo sguardo, di
"rifugiarlo" in qualche cosa di "carino", di consolante, di
tranquillo. E poi ci può essere l’atteggiamento di chi, preso dallo
"sconforto" e pur sinceramente commosso da quanto accaduto, si
"pasce" per così dire di tutto questo "dolore".
C’è nell’uomo, lo sappiamo, un sinistro piacere del "dolore", una
possibile tendenza a fare "pasto" di ciò che fa pena. Come se a furia
di "ingurgitarne" a grandi dosi se ne diminuisse il sapore
"amaro", e si potesse sopportare, "anestetizzare" un po’.
Ci sono questi due "atteggiamenti", in maggioranza. Li vediamo intorno
a noi, li sentiamo nei "commentatori tv", li sorprendiamo in noi
stessi a volte.
Ma c’è anche un’altra possibilità: puntare lo sguardo a ciò che non è
stato vinto dall’"orrore", a ciò che non è distruzione ed è
scampato alla "furia" della "strage", o è stato più forte
di lei. Anche nell’"inferno" di Haiti (ma no, non chiamiamolo più
così, si abbia almeno questo rispetto delle parole), anche nella
"distruzione" di Haiti, c’è qualcosa che non è sottomesso alla
parola "fine". Gli "scampati", i ragazzini che hanno futuro.
Haiti vivrà. Dipende dagli "haitiani" come vivrà. E dipende anche da
noi. Chi guarda la "distruzione" ma non solo la
"distruzione" sente una doppia "responsabilità". Stare
vicino ad Haiti ora, perché lotti con la "prova" immensa a cui è
sottoposta. E stare con Haiti già puntando sul suo futuro, perché la morte ha
colpito duro, ha colpito forte, ma non ha preso possesso di tutto. Ci sono quei
"sopravvissuti", e quei bambini…