Impariamo a "vederli" e a "sostenerli"

RITAGLI   C’è un mondo di "giovani" che non fa "notizia"   DOCUMENTI

Giuseppe Savagnone
("Avvenire", 6/11/’09)

La scarna notizia di "cronaca" non è considerata di quelle che appassionano l’"opinione pubblica": il "Presidente" Napolitano, contestualmente alla consegna dell’"onorificenza" di "Cavaliere del Lavoro" a 25 esponenti della "società civile", ha insignito altrettanti "giovani", tra quelli diplomati nelle "scuole superiori", del titolo di "Alfiere del Lavoro". Il riconoscimento viene conferito ogni anno agli studenti che hanno conseguito migliori risultati sia nel corso della loro "carriera scolastica" che all’"Esame di Stato". Dicevamo che l’evento non è destinato a suscitare la curiosità "morbosa" che si scatena in occasione dei tristi episodi di "bullismo" e di gratuita "violenza" di cui sono periodicamente protagonisti i nostri giovani. Eppure non può sfuggire, all’osservatore avvertito, che è proprio in questi aspetti positivi dell’"universo giovanile", senza dubbio meno "appariscenti" ma niente affatto "banali", che risiede il futuro della nostra società. Sì, ci sono ragazzi e ragazze – anzi più ragazze che ragazzi, stando alle "statistiche" – che si impegnano nello studio, con costanza e con ottimi risultati. E non sono solo quelli premiati dal "Presidente della Repubblica". Essi sono la punta di un "iceberg" ben più consistente, se è vero che ad essere in possesso dei requisiti minimi richiesti – la "media" di "8/10" in ciascuno dei cinque anni degli "studi superiori" e "100/100" all’"esame finale" – erano in 1.376 (898 ragazze e 478 ragazzi). Sono "dati" che dovrebbero far riflettere chi è abituato a parlare dei giovani in termini solo "problematici" e a sottolineare, con costernazione, la diversità (sempre in "negativo") che li separa dai loro coetanei di cinquant’anni fa. Certo, che quelli di oggi siano molto differenti dai ragazzi e dalle ragazze di ieri è indubbio. Ma è veramente sicuro che non abbiano "valori", come oggi spesso si dice? Che i loro atteggiamenti, a volte "provocatori" e certamente di "rottura" rispetto a stili consolidati del passato, non nascondano un modo diverso di voler prendere sul serio la vita e di cercarne il "significato"? O non siamo forse noi adulti che dovremmo dedicare un po’ più di tempo e di attenzione ad ascoltarli – cosa che ci risulta sempre più difficile, travolti come siamo da "frenetici" ritmi di vita – , per cercare di capirli?
Queste domande acquistano uno specifico rilievo se ci riferiamo all’"esperienza scolastica". I ragazzi premiati – e i tanti altri che avrebbero potuto esserlo – sono studenti che sfatano il "luogo comune" dell’alunno "disimpegnato" e "ignorante". Non sono stati "indegni" della scuola. Se mai, c’è da chiedersi se la scuola sia stata "degna" di loro. Troppe volte ancora, nel nostro "sistema d’istruzione", le "eccellenze" vengono mortificate e appiattite in nome di una malintesa "uguaglianza", di cui il "6 politico" del "Sessantotto" è stato il triste trionfo e che ancora oggi ispira certi "stili educativi". È giusto, naturalmente, che la scuola si prenda cura di chi è in difficoltà, motivandolo e sostenendolo nel "recupero". Ma c’è anche da valorizzare chi le motivazioni le ha e mostra di volerle tradurre in un "impegno" corrispondente.
Su questa strada, per fortuna, si stanno già facendo dei passi significativi. Nelle scuole si vanno diffondendo dei "corsi di eccellenza" che hanno questo obiettivo. Dobbiamo sperare che diventino sempre più numerosi. E, soprattutto, che nelle ore "curricolari" si faccia in classe un lavoro atto a suscitare sempre più negli alunni l’interesse a frequentarle. È stato notato che quando entrano nel "mondo scolastico" i bambini sono pieni di "domande", di stupore, di curiosità e che quando ne escono, invece, appaiono talvolta stanchi e "spenti". Forse siamo noi "educatori", non i ragazzi, il vero "nodo" dell’
«emergenza educativa» di cui giustamente si comincia a parlare. I giovanissimi "Alfieri del Lavoro" premiati dal "Capo dello Stato" sono lì, col loro esempio di "serietà", a ricordarci che i ragazzi di oggi non sono da "recuperare", ma probabilmente nella stragrande maggioranza sono da "aiutare" a crescere bene.