"Monito" non solo alla Cina sui "valori democratici"
L’incontro con il Dalai Lama
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un "freno"
agli "istinti" peggiori
Fulvio Scaglione
("Avvenire", 20/2/’10)
Come tutti i grandi appuntamenti "internazionali", soprattutto
quelli a forte impatto "mediatico", anche l’incontro alla "Casa
Bianca" tra Barack
Obama e il Dalai Lama
si presta ad almeno due livelli d’interpretazione. Per usare una
"metafora architettonica": c’è un "piano nobile" e un
"ammezzato". Nel primo risiedono in bella vista e con decoro gli
"ideali" e le migliori intenzioni. Il "leader politico"
della "super-potenza americana" accoglie la "guida
spirituale" del
Tibet,
costretta all’"esilio" dall’"occupazione cinese". È il
rifugio di un giorno se badiamo alle persone, è una fondamentale
"promessa" che si rinnova se solo ricordiamo che il Dalai Lama fu già
ricevuto da George W. Bush "senior" nel 1991, da Clinton nel 2000 e da
George W. Bush nel 2000. L’America
ribadisce il proprio attaccamento alla "libertà" dei
"popoli", a qualunque "latitudine" si trovino. Il Tibet vede
confermata l’idea che la sua "causa" trova a Washington
una sponda stabile e sicura. Fatto ancor più importante in anni in cui l’influenza
"economica" e "politica" della Cina
si sta facendo enorme. Non occorre troppa malizia, però, per notare, più in
basso, un certo "brusìo". È l’"ammezzato" della
"politica", ineludibile e decisivo. A questo "piano", la prospettiva
quasi si rovescia. Il "debole" Dalai Lama fa un grande favore al
"potente" Obama: gli "presta" la sua "causa" e gli
consente di tenere un "riflettore" puntato sulla Cina che accelera in
"economia" e rallenta nei "diritti umani",
"civili" e "politici", che aumenta le proprie pretese d’influenza
(le mani allungate sull’Africa,
la "sovranità" sempre rivendicata su Taiwan)
senza però farsi carico degli inevitabili costi (ed ecco lo "yuan"
tenuto artificialmente basso per agevolare le "esportazioni").
Che vuole insidiare la "leadership" globale degli "Usa"
senza però partecipare alla preoccupazioni collettive ma, anzi, sfruttandole
per cavarne qualche ulteriore vantaggio, come avviene con l’"atomica"
della "Corea del Nord"
e con i "maneggi nucleari" dell’Iran.
Il Tibet è una piccola cosa, se la misuriamo sugli interessi di questi
"giganti", ma manda molta luce. La Cina è infastidita e lo dimostra l’attenzione
"spasmodica" con cui i suoi "diplomatici" hanno analizzato
ogni attimo della "visita" del Dalai Lama: da dov’è entrato, da dov’è
uscito, quanto è durato il "colloquio", hanno fatto le
"foto" oppure no. O il computo "maniacale" dei
"leader" disposti a riceverlo: Sarkozy no, la Merkel sì, e così via.
Tutto questo per dire che non farsi illusioni è il modo migliore per apprezzare
i risultati concreti. "Usa" e Cina discutono e pure litigano, essendo
però legate a filo doppio. Le "banche cinesi" hanno fatto man bassa
di "buoni" del "Tesoro" americani: controllano il
"debito" degli "Usa" ma proprio per questo devono sperare
che gli "Usa" non crollino e, anzi, si rafforzino. Gli "Usa"
lavorano per la ripresa sapendo che questa porterà "quattrini" anche
a coloro cui hanno chiesto fiducia e "prestiti", cioè appunto alla
Cina. Difficile quindi attendersi mosse clamorose da parte della "Casa
Bianca" sul Tibet, o svolte radicali nella drammatica situazione dei "tibetani".
L’appoggio di Obama e dei suoi "predecessori" al Dalai Lama è
comunque un "freno" agli "istinti" peggiori. Della Cina, in
questo caso. Ma grazie alla potenza dei "simboli" e dei
"media", anche di tutti coloro che sperano di sedersi al tavolo delle
"democrazie" senza pagare "dazio", senza adeguarsi, senza condividere
almeno quel patrimonio minimo eppure "costoso" di "valori"
che fa marciare il mondo. È comprensibile che la "dirigenza" cinese,
con 1 miliardo e 300 milioni di persone da "sfamare", cerchi di
rinviare il più possibile i necessari "sacrifici". Il Tibet aiuta
Obama e tutti noi a ricordarle che prima o poi dovrà comunque farli.