Dopo la visita dei "leader religiosi" riuniti da "Sant’Egidio"

RITAGLI     "Campo di orrori", "terra di Santità".     DOCUMENTI
Questo è stato "Auschwitz"

Il cancello d'ingresso del campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia... SAN MASSIMILIANO KOLBE (1894-1941).

Angelo Scelzo
("Avvenire", 10/9/’09)

Bisogna essere stati almeno una volta nella vita ad "Auschwitz-Birkenau": per vedere, per capire, per sperare. Per coniugare tutti insieme, e all’estremo, i verbi forti di cui è impastata la vita. In questi "cantieri di morte" costruiti con le travi dell’odio e del disprezzo, l’uomo ha lasciato il segno e la misura della sua cattiveria e della sua follia. Ha mostrato quali abissi può raggiungere un sistema fondato sulla "sopraffazione" e sulla violenza. La furia "nazista", seminando distruzione e morte, ha devastato paesaggi e coscienze. Auschwitz è il luogo dove il male forse si è spinto sino ai confini che il male stesso aveva posto fino allora. Le tracce lasciate da quel lungo sonno della ragione sono disseminate a ogni sguardo. E il "museo" di Auschwitz, in particolare, è un triste e umiliante viaggio tra tutte le "aberrazioni" possibili. Ma in sostanza la traccia è una soltanto: il "campo" stesso che a Birkenau spazia fino a togliere la visione alla campagna intorno. Invece degli alberi, ecco i "pali", curvati come uncini, intorno ai quali continua ad attorcigliarsi il reticolo di "filo spinato": sono i materiali del tempo, come la "garitte" e il legno scuro delle "torri di guardia" che svettano intorno. Ed è per questo che sembrano ancora sporchi della "tragedia" di cui sono stati testimoni. È anche per questo che il contrasto con la gente che ora passa e osserva, in gruppi o anche singolarmente, è forte e segna la distanza tra la vita e la morte. Se a incamminarsi verso il "mausoleo della rimembranza" sono poi i rappresentanti delle "religioni" – com’è avvenuto l’altro giorno nell’incontro promosso dalla "Comunità di Sant’Egidio" a Cracovia – , si tratta di una visione di speranza che domina la scena. Bisogna essere stati almeno una volta ad Auschwitz per capire che il male, al suo estremo, non può che «consumare» anche se stesso per lasciare spazio al «paradosso» del bene. Il "campo di sterminio" è stata terra di almeno due "Santi": una "lapide" mostra il punto dove Padre Massimiliano Kolbe si offrì al sacrificio al posto di un "deportato"; ed è ben visibile il "forno crematorio" dove fu portata a morte Edith Stein. Due "Martiri" saliti agli altari. Vengono in mente le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate nel "Campo di Auschwitz" durante il suo primo viaggio in Polonia: «Quante altre vittorie simili a queste si sono avute in questi "campi"? Ed esse furono ottenute da uomini e donne di differenti religioni e "ideologie" o anche da "non credenti"».
Quanti eroi sconosciuti hanno riscattato, con le proprie sofferenze, le atrocità del "campo"? E come dimenticare le parole del "successore",
Benedetto XVI, "pellegrino" in questo luogo di dolore nel 2006, quando volle ricordare subito di essere stato ad Auschwitz «tante volte», sempre recandosi in raccoglimento nella "cella" in cui Massimiliano Kolbe trovò la morte, e pregando e camminando tra le rovine dei "forni" di Birkenau. «Il luogo dove siamo – affermò – è un luogo di "memoria", il luogo della "Shoah"». E aggiunse che il passato non può essere considerato solo un periodo muto e lontano, poiché ha sempre qualcosa da dirci e da insegnarci. E la prima cosa che può insegnare è la strada da prendere oggi; i passi da compiere e quelli da evitare. Auschwitz è il luogo del grande "bivio". Nessun simbolo è più eloquente nella lotta sempre aperta tra prepotenza e "sopraffazione" da una parte, e "dialogo" e comprensione dall’altra. Nessun luogo come questo pone in così radicale e irreparabile contrasto la follia della guerra e le ragioni della pace. "Campo di orrori", ma anche "terra di Santità". Bisogna essere stati almeno una volta nella vita ad "Auschwitz-Birkenau".