I "credenti" e la legittima nostalgia
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per l’"incanto
musicale" perduto
Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 27/9/’09)
Le riflessioni di Anselm Grün
– di cui viene pubblicato un ampio "testo" su queste pagine – sono
pillole di "saggezza pastorale", scritte con linguaggio molto schietto
e al tempo stesso piacevolmente garbato (non è poco, di questi tempi e su
questa materia). L’intonazione è giustamente "spirituale" e
pratica, ma questo non deve trarre in inganno. La duplice tesi che sta sullo
sfondo è teologicamente densa e culturalmente forte.
In primo luogo, la celebrazione dell’"Eucaristia" è il pilastro
della comunità: chiede ogni cura e l’investimento delle passioni migliori.
Liete possibilmente, non tristi. Non deve diventare una "bandiera"
della propria militanza "politico-ecclesiastica". Né deve essere
farcita di espedienti eccitanti, che mirano ad attrarre clientela a tutti i
costi. È l’atto più sacro del "cristianesimo": di fronte al quale
stare, ogni volta, con timore e tremore. Il "memoriale eucaristico"
del Signore, che raduna i suoi e si dona per i molti, rende partecipi in modo
semplicemente reale, della sua comunione e del suo sacrificio. Ogni gesto, ogni
parola, ogni sguardo è prezioso: il punto di attrazione è il "Corpo del
Signore", che ci guarda, ci parla, ci nutre. Nella madre di tutte le
"celebrazioni cristiane", ogni cosa si tiene. Guai a chi prevarica su
di essa, adattandola alla rappresentazione delle sue fissazioni polemiche,
"apologetiche", estetiche. Ci deve pur essere una strada, fra l’eccitazione
festaiola e la posizione depressiva: almeno a "Messa".
In secondo luogo, la qualità "musicale"
della celebrazione è una componente essenziale del modo di agire del
"Sacramento". Punto. Tale qualità "musicale" non riguarda soltanto i
"pezzi" di musica dai quali è spesso semplicemente
"farcita" (oggi, poi, con desolante e colpevole "routine",
che fa regredire il "repertorio" verso le soluzioni della pigrizia e
della "disaffezione"). La "musicalità" necessaria alla
celebrazione è fatta anche dei gesti, delle parole, degli sguardi, delle
posture. E poi, certo, dalla qualità degli interventi
"vocali/musicali": che va minuziosamente pensata e disposta, con
scrupolo di attenzione all’impianto tematico e alla sequenza di eventi della
"liturgia". Il "memoriale" del Signore deve risultarne
proprio così, anche nella "regìa" più semplice, indimenticabile per
l’anima. Fa bene Grün
ad usare un linguaggio destinato ad incoraggiare i "ministri" e i
membri della comunità verso una nuova e più profonda "affezione". Dall’autonoma
iniziativa degli "esperti", sino ad ora, non abbiamo ricavato
granché. Squilli di tromba a sinistra, risposte di trombone a destra. E un paio
di generazioni di giovani, ferrati e appassionati, scoraggiate dalle opposte
grida (oltretutto musicalmente "tronfie" e modeste, al tempo stesso).
Il nostro problema non è allargare l’"audience" teatrale delle
"star" del podio, per i loro "ripescaggi" musicologici. Né,
tanto meno, consentire diritto di espressione all’estero senza arte né parte,
per chiunque ne senta la voglia.
La musica per la "liturgia" è una responsabilità grave: di scienza e
di coscienza. Giusto, dunque, indirizzare l’appello ai "credenti" che hanno
conservato nostalgia per l’incanto che si deve generare intorno alla
celebrazione del "Corpo del Signore".
Loro, devono farsi avanti. E contagiare, con lo stile della fede, l’estetica
"musicale" migliore. I "carismi" autentici, dice Paolo,
hanno già in sé "affezione" e cura per la comunità, non per sé stessi. I
migliori, per il servizio "musicale" della Chiesa, si trovano fra
quelli che lavorano bene per la comunità, invece di strillare rivendicazioni e
"anatemi". E in Chiesa, ci vanno davvero. Non solo per accendere
"candeline".