Papa Benedetto, i "sensi", l’"anima"

RITAGLI     La "bellezza" di Dio e i suoi "segni"     DOCUMENTI
ci conservano il mondo

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 19/11/’09)

Ormai, anche le "pietre" ci supplicano. Nella "vecchia" Europa, di "alto" non vola quasi più niente, neanche gli "stracci". Siamo peccatori, noi umani comuni, è vero. Eppure, siamo gente capace di sopportare molto, per qualche segno bello dello "spirito", che ci rimescola dentro, e ci fa venir voglia di spiegare ai nostri figli che cosa significa davvero: «Non di solo "pane" vive l’uomo». Il pane è necessario, e guadagnarselo è un sacrosanto dovere. Col pane campiamo. Ma è di ben altro che viviamo.
Non è una faccenda per "chierici" e intellettuali (non ci sottovalutate, "grilli parlanti" della scena "mediatica"), si tratta della nostra vita migliore. Parliamo del tasso di insopportabilità della grande "apostasia" dell’anima, nella quale ci volete civilizzare a tutti i costi: al quale fa seguito – ne avvertiamo i sintomi, nelle generazioni in arrivo – la grande "anestesia" degli umani "sensi". Dei sensi, sì, perché abbiamo gli occhi pieni di immagini e diventiamo sempre più "miopi", siamo completamente avvolti di suoni e non sentiamo più niente. Il profumo delle cose è un vago ricordo: assumiamo "sostanze" che rendono l’olfatto inservibile. "Toccacciamo" tutto, e non riusciamo più ad essere "toccati" da niente: l’intimità della gioia, l’intimità del dolore, nostro e altrui, li conosciamo soltanto come "eccipiente" dello "spot" che ci deve vendere qualcosa. Non ne conosciamo più i segreti, i tempi, le emozioni, gli slanci di verità che ci colpiscono al cuore, e gli archi di lunga durata che ci affezionano per sempre. Si oscurano i sensi, e perdiamo l’anima.
La ragione è semplice. I nostri sensi sono fatti per le qualità dello "spirito": svuotali metodicamente di questa vitalità, e te li troverai "smorti" da far pena. Figurati lo "spirito". È quella che chiamiamo, semplicemente, "sensibilità" delle persone umane: intendendo la qualità più alta e preziosa dell’essere umani. L’eccitazione "sensoriale", l’esasperazione "pulsionale", sono tutt’altra faccenda.
L’umana sensibilità è sotto tiro. Stanata e "sbeffeggiata", e appena possibile, chirurgicamente asportata. I suoi "segni" sono nel mirino: i segni dei tempi, ormai, si leggono al "meteo", i segni della vita al "microscopio", e quelli della storia in "Borsa". Molti di questi segni – i più forti e belli – sono intrecciati con la "religione". Non è affatto strano: è in quel grembo che sta la più antica sapienza dei segni dell’anima, dei suoi enigmi più profondi, delle sue "contraddizioni" più dolorose, delle sue visioni più "alte". Non è strano neppure il fatto che la "sapienza spirituale" dei sensi, ossia dell’umana sensibilità, abbia scritto il suo più singolare esperimento, nella storia a noi conosciuta, proprio qui. Dove l’"arte" ha intinto per secoli il pennello e il "calamo" «in quell’alfabeto colorato che era la "Bibbia"» (
Marc Chagall). L’ultima "Catechesi" di Benedetto XVI sul «tempo delle "Cattedrali"», chiusa con questa "citazione", si è aperta con la menzione del celebre "cronista" dell’"Anno Mille", Rodolfo il Glabro, che racconta dello strano fervore con cui, in tempi particolarmente avviliti e difficili, i "popoli" d’Europa hanno fatto a gara nell’investire la loro sensibilità più fine, e la loro "arte" migliore, nello «scuotersi di dosso i vecchi "cenci"», investendo le passioni della loro anima a creare i segni più belli proprio nei luoghi del "sacro". Come «una veste bianca» di "bucato", per loro stessi: da guardare, toccare, odorare, per sentirsi vivi e ricompensati di speranza. Sacrosanta e meritata, in mezzo a mille fatiche per salvare la vita e l’anima: che non importavano niente ai "poteri forti" di un’epoca – per definizione – "medievale". Investimento fantastico, che ha impedito la "fine del mondo". E ci ha lasciato qualcosa che vola ancora "alto", anche per noi. Il "cronista" del "terzo millennio" sia altrettanto "spregiudicato", nel raccontare delle passioni per la "bellezza" di Dio. Non ci "salvano" solo l’anima, ci "conservano" il mondo.