Il "Messaggio" del Papa

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e la "grazia" della "giustizia"

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 5/2/’10)

Ormai ci siamo ingoiati anche l’"amo" e il "filo", e ancora tiriamo. È l’illusione dell’"auto-sufficienza", "patetico" sogno della notte più stupida della "mezza età": quando sei ancora fissato sul mito di un’"adolescenza" interminabile, e non ti accorgi che è già il momento di cambiare le prime "protesi". Questo incantamento sulla realizzazione dell’"io" – vero e proprio "monoteismo" perverso del "Sé" – è il tema tragico della nostra condizione "epocale", se vogliamo dirla tutta e senza troppi giri di parole. La logica del "sospetto" e della "competizione", dell’afferrare e del fare da sé, non si limita a ferire la "compassione" (ed è già terribile). Uccidono la circolazione "sociale" della "giustizia", ed erodono progressivamente anche il valore del suo esercizio "legale". Senza circolazione della "virtù" della "giustizia", che è disposizione a metterci "del mio" per il bene di tutti, c’è poco da fare, si corrompe anche la sua amministrazione "pubblica" a vantaggio di ciascuno.
L’interpretazione puramente "burocratica" e "formale" del principio che rende a ciascuno "il suo" lascia scoperto troppo, o copre troppo poco, di ciò che noi stessi – noi "umani" – percepiamo come realmente e profondamente giusto. Giusto per la vita e per le sue relazioni, per le "creature" e per l’abitare, per la dignità del "riconoscimento" e la felicità della "cooperazione", per ciò che è degno di essere osato e cercato, creduto e sperato, amato e anche sofferto. L’"ossessione" e la "voracità" "del mio" si allargano: e finiscono per selezionare – quasi non ce ne accorgiamo più – l’unica interpretazione accettabile del "diritto". Un batter di ciglia, ed eccoci simili all’orda "primitiva", in giacca e cravatta (o anche "casual griffato", bando ai "formalismi"). L’abbiamo "sbeffeggiata" un po’, negli anni "ruggenti", la circolazione della "virtù" della "giustizia", dico, a vantaggio delle nostre capacità di gestire tecnicamente la sua distribuzione "democratica". C’è poco da ridere, adesso, vero? Infatti. È l’"auto-realizzazione", bellezza. In verità, i «germi di una misteriosa "connivenza" con il male», ovvero i "parassiti" più indistruttibili del "pianeta-uomo", ci vanno a nozze con il principio dell’"auto-realizzazione", quando esso si assegna come obiettivo supremo la realizzazione del "Sé". È storia dell’"egoismo" di sempre, certo, finché ci sarà storia. La novità, però, è questa. L’interpretazione "autarchica", "egoistica", chiusa e "auto-sufficiente" del concetto – in sé affatto degno – dell’"auto-realizzazione" ha guadagnato diritto di cittadinanza: e va incrementando, come dire, il suo corso "legale". L’esca del "godimento" individuale e irresponsabile che ci realizza ("enjoy"!) non è più obiettivo supremo, riservato ai pochi che hanno potenza e prepotenza adatte allo scopo. È offerta di massa: "comandamento" supremo e passaggio di "iniziazione" per "cuccioli secolarizzati". Guai a ribellarsi, vieni subito "nominato". La destrezza della sua "assimilazione" è guardata con indulgenza da molti padri e madri, che sono diventati "smaliziati" uomini e donne di mondo, come si dice. Patetici "sognatori" di "mezza età", certo. Che accendono però "intermittenze" deliranti sempre più frequenti nelle "giovani generazioni".
Benedetto XVI ha inviato ieri un "Messaggio" per la "Quaresima" molto profondo e incoraggiante, ma anche "affilato" e splendente come un diamante, su tutto questo. Leggetevelo parola per parola, anche se non andate in "Chiesa": non è una "predica". Non fa questione di occasionali "mortificazioni" e di estemporanei gesti di "compassione". La circolazione "sociale" del proprio, e la reciprocità della sua "condivisione", è il nome dimenticato della "giustizia". La sua radice profonda, la sua evidenza più convincente, la sua "grazia" migliore. Interrogare Dio su questo ci apre una "rivelazione" precisa al millimetro sull’odierna condizione "occidentale". Esercitarci coraggiosamente, sul punto, ci evita la fine del "pesce".