Il "Sacerdote" nelle "parole" del Papa

RITAGLI    Fino alla "trasparenza" per lasciar vedere Cristo    DOCUMENTI

La "rappresentanza" del Signore non è "delega",
ma indicarlo e ricondurre a lui l’"interlocutore".

Cerimonia di Ordinazione Sacerdotale, celebrata da Papa Benedetto XVI...

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 15/4/’10)

Non c’è posto per "sostituti presuntuosi", né per "asettici porta-voce". Non siamo "successori" di Gesù Cristo, come se fossimo al posto di uno che non c’è più. Non c’è un "vuoto" di presenza che dobbiamo riempire: al contrario, c’è una "pienezza" di azione del Signore che dobbiamo scrupolosamente servire. Vale per il Papa come per i semplici "Sacerdoti", che consegnano lealmente e lietamente la propria "vita", perché Egli se ne serva.
È con questo che dobbiamo immedesimarci, ed è in nome di questo che abbiamo un sacrosanto titolo di "rappresentanza" del Signore. Non è un progetto di "auto-realizzazione", che si accredita mediante la "religione". È un lavoro di "molatura", che scava nell’"anima" e nella "carne", fino a farci diventare "trasparenti". Niente più di questo, niente meno di questo.
"Verità" elementare del
"Sacerdozio", che non è tuttavia inopportuno rimettere sul proprio asse.
Benedetto XVI l’ha enunciata ieri nella sua "nettezza", spiegandone il senso in modo molto diretto. La "formula solenne" della "dogmatica cristiana" e "cattolica", secondo la quale il "Sacerdote" agisce "in persona Christi Capitis", gli assegna la funzione di "rappresentare" il Signore, che insegna, santifica e governa la "comunità" dei "credenti".
Nell’uso più comune, esplicita il Papa, «rappresentare» indica il fatto di «ricevere una "delega" da una persona per essere presente al suo posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che è "rappresentato" è assente dall’azione concreta». E prosegue: «Il "Sacerdote" "rappresenta" il Signore allo stesso modo? La risposta è no, perché nella "Chiesa" Cristo non è mai assente, la "Chiesa" è il suo "Corpo" vivo e il "Capo" della "Chiesa" è lui, presente e operante in essa». I "Vangeli" – non un "trattato filosofico" – ci istruiscono sul modo in cui Gesù lo fa, per filo e per segno. La "rappresentanza" di "Uno" "che c’è" significa mostrarlo e indicarlo. Il
"Ministero Ecclesiale" può e deve dunque restituire ognuno dei suoi "interlocutori" alla "Parola" e all’"azione" del Signore medesimo. Lo puoi fare solo se sei tu stesso un "ascoltatore" scrupoloso e profondo, se sei un "servitore" affidabile e appassionato. Il Papa cita Agostino: «Quanto distribuiamo a voi non è cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua "dispensa". E anche noi viviamo di essa, perché siamo "servi" come voi».
Il "Sacerdote" «non parla da sé» e «non parla per sé».
Parla per conto della "Chiesa". E quando parla per conto della "Chiesa", lo si capisce dal fatto che ci restituisce alla "Parola" e all’"azione" del Signore.
Dobbiamo sottolineare l’urgenza cruciale di questa "trasparenza" – e del suo coraggioso "azzardo"?
Sì. L’evidenza elementare di questo rigore della "rappresentanza" svuota il "fraintendimento" del "Ministero" della "Chiesa". Riporta in primo piano la sola cosa realmente necessaria: il servizio alla "Verità" di una promessa che è destinata per ogni "creatura". «Viviamo in una grande "confusione" circa le "scelte" fondamentali della nostra "vita" e gli "interrogativi" su che cosa sia il mondo», dice il Papa. Una sfida forte, non una questione di "aggiustamenti". Il "Sacerdote" deve esporsi con "fermezza" e per primo, a favore dei "terzi" – di quelli che gli sono affidati e di tutti quelli che cercano "affidamento" – al crogiuolo di questo effetto di "smarrimento", "riconvertendosi" fermamente, lui stesso, alla giustizia dell’"essenziale". Per il presente di questo mondo "Occidentale", e per il futuro del "cristianesimo" che l’ha nutrito, la "fermezza" e la "trasparenza" del "Ministero Ecclesiale" sono una "discriminante" decisiva. In un mondo che "affoga" nel "narcisismo", solo in virtù di uomini che non cercano la propria "vita", molti potranno di nuovo sperare di ritrovarla.