«Caritas in veritate», un anno dopo

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ricominciamo il "futuro"

Papa Benedetto XVI: amore e lavoro, nell'Enciclica "Caritas in veritate"...

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 7/7/’10)

Un primo effetto – quasi non ci speravamo – è andato immediatamente all’attivo, con l’"Enciclica" "Caritas in veritate" di Benedetto XVI. Parlare dell’"amore" esclusivamente come di un "sentimento", senza immaginarlo insieme come un "pensiero" e come un "lavoro", dopo questa "Enciclica" è diventato oggettivamente difficile. Gli sviluppi verranno (è un "lavoro" che "economia" e "teologia" non fanno da troppo tempo). Intanto però, a distanza di un solo anno, l’imbarazzo lo sento: "dentro" e "fuori". Ed è molto confortevole.
Il legame di "agape" con l’"eros" aveva avuto la sua audace istruzione nella prima "Enciclica" (
"Deus caritas est"). In termini di linguaggio "cristiano", e di linguaggio in generale, un gesto di portata storica. In ogni caso, il successivo passaggio, dedicato appunto al profondo legame dell’"affezione" con il "pensiero" e il "lavoro", non può essere equivocato con l’intenzione di rimuovere il "pathos" dell’"affezione", in tutte le sue forme.
Ma, appunto, è il legame con il "pensiero" e il "lavoro" quello che da tempo ci manca. È la retorica di un eterno "io-tu", senza idee e senza mondo, che ci sta sfiancando. È la giuliva frequentazione di un "amore" pieno di tutte le "passioni" possibili, eccetto quella per la "verità" – alla quale crediamo e speriamo di essere destinati – che ci riduce allo stato "gassoso". È la "globalizzazione" dell’utile delle "opere" senza "affetti", e senza riguardi per la "giustizia" e per il "bene comune", che ha fermato la "storia". Libertà di "mercanteggiare" ogni cosa, che fa il paio con la "commercializzazione" del piacere senza "generazione" e senza "comunità", senza "operosità" partecipata, né "sacrificio" condiviso. Terreno di coltura per l’ossessione "sperimentale" dell’"amore di sé", via all’efferatezza del "godimento" per futili motivi. "Amore" senza idee, senza "invenzione", senza entusiasmo per obiettivi "umani" di alto profilo, senza rigore dell’"auto-disciplina", senza felicità della "donazione". "Amore di sé", senza "verità" condivisa. Nel "mito", Narciso affoga nella sua "immagine" (già, "l’immagine"!). Nella realtà, fa affogare noi e i figli che mettiamo al mondo.
Non sentivamo da tempo una "parola" così netta nel riportare la "logica dell’amore" sul suo asse, indicando alla "Chiesa" – e a tutti, nel momento presente: siamo al debito di "ossigeno", non facciamo i difficili – la "cosa necessaria".
L’"Enciclica" non si tira indietro dall’impegno di articolare concretamente l’urgenza di questo mutamento, che chiede un "colpo d’ala" in rotta di "collisione" con l’erotica e la mistica "neo-romantica" dell’amore ("sacro" o "profano" che sia). Il "luogo" del suo esercizio è la "Società Occidentale" odierna: e precisamente, il "patto culturale" fra "economia" del "godimento" e "dissipazione" dell’"amore" che, dalle nostre "contrade", fa il giro del mondo. Le crepe del "capitalismo finanziario", le faglie di "corruzione" della "politica", il "disorientamento" delle "giovani generazioni", l’inaridimento dei tratti essenziali della "convivenza", l’esaltazione del "gene egoista", che indicherebbe l’ideale, e l’irrisione della "civile compassione" che indebolirebbe la specie, sono i sintomi di una "intossicazione" che va affrontata seriamente. L’"amore" senza "pensiero" e senza "lavoro" non è un rimedio: è la "malattia". Ma trarne pretesto per chiudere con le profonde "verità" dell’"amore", che il "Vangelo" iscrive nell’intimità dell’essenza "divina" e del suo gesto "creatore", è "cinismo" contro l’umanità: che non va più tollerato. Chi ha orecchi per intendere, ascolti la "parola" che ci ha ammonito. Il "futuro" ricomincia da qui. E deve ricominciare adesso.