L’anno della "crisi" e della «Caritas in Veritate»

RITAGLI    Lo "sviluppo" sia la strada che fa fiorire l’umano    DOCUMENTI

Simona Beretta
("Avvenire", 17/9/’09)

A un anno dalla "crisi", è utile rivisitare quello che essa ha consegnato alla consapevolezza degli "economisti" e dei politici, degli imprenditori e dei banchieri, delle famiglie e dei lavoratori. Ma forse è più urgente guardare avanti, anche a partire da tale consapevolezza. Cosa significa uscire dalla "crisi"? Significa puntare a raggiungere al più presto un roseo futuro privo di problemi, all’insegna del "business as usual" (l’andamento "consueto" degli affari)?
No, questo sarebbe un obiettivo "fuorviante", un sogno che non potrebbe non deludere.
Uscire dalla "crisi" significa mettersi a camminare spediti sulla strada dello "sviluppo". Lo sviluppo è una strada; coincide proprio con la strada, non si identifica con la destinazione finale.
Importa certamente dove si arriverà, ma importa molto di più quello che accade ad ogni singolo passo. Lo sviluppo è «fare, conoscere e avere di più, per essere di più», come si esprimeva la
"Populorum progressio" e come ci ricorda la "Caritas in veritate" al "n.18". Ma qual è la strada?
L’aspetto forse più realistico e meno scontato della "strada allo sviluppo" tracciata nella "Caritas in veritate" è dato dalla sfida alla mentalità comune secondo cui il «fare» dell’uomo rappresenta l’ultima parola sulle cose. Al punto sorgivo dello sviluppo, infatti, c’è qualcosa (letteralmente) dell’altro mondo: la "gratuità", «senza della quale il mercato non esplica la sua funzione» ("n. 35") e «senza della quale non si realizza nemmeno la giustizia» ("n. 38"). La "gratuità" si colloca all’inizio di tutto: siamo generati alla vita, non ce la diamo da soli. Questo è vero dal primo istante e continua ad essere vero quando siamo aperti al nostro sviluppo, cioè ad aderire a quanto ci educa a tirar fuori tutte le potenzialità del nostro essere.
L’"economia" non fa eccezione a questo dinamismo normale dell’umano, nel quale il ricevere "gratuitamente" precede qualunque «fare, conoscere e avere». La parola "vocazione", riferita allo sviluppo, torna ripetutamente nell’"Enciclica": una "chiamata" alla quale si risponde col proprio "lavoro", il quale «è fare un uomo al tempo stesso di una cosa» (come diceva Emmanuel Mounier). Una "chiamata" che, misteriosamente, risponde alla nostra profonda attesa di «essere» pienamente.
Il lavoro genera sviluppo, e questo lavoro consiste nel mettersi in moto, ultimamente "gratuito", della libertà umana. Molti riconoscono che il lavoro è un dovere, una fatica da compiere perché ha un valore "sociale" (riconosciuto persino nella "Costituzione"). Ma l’appello ai valori "astratti" non genera nulla, non ha la forza di mettere in moto intelligenza e amore ("n. 30"); solo l’esperienza bellissima dell’"eccedenza" è generativa.
Si crea "ricchezza", si diventa generativi quando si risponde alla realtà del nostro bisogno, quando si mettono in gioco la fantasia e l’energia interiore, quando la distinzione fra lavoro "formale" o "informale" e lavoro "gratuito" passa in secondo piano, davanti alla sorprendente realtà di un’opera che prende forma. Nel lavoro, nello "sviluppo generativo" c’è un punto di "gratuità", che non si può predisporre per "legge" ("n. 39") o per via "tecnocratica" ("Sesto Capitolo" dell’"Enciclica"). Questo modo di lavorare, spalancato ai rapporti con le cose, con gli altri e con il "Mistero" ultimo, fa fiorire l’umano fino alle sue conseguenze "operative": fare, conoscere, avere. C’è invece un modo di lavorare che «accartoccia» l’umano, che fa ripiegare sempre più la persona su se stessa e, alla fine, la rende "schiava" delle cose, "schiava" di una logica che percepisce come opprimente. Non importa quanto ricchi si sia inizialmente: questo modo di lavorare porta al declino dell’umano e, inevitabilmente, al "declino economico".