VERSO LE CIME…

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maggiore "responsabilità"

La salita al Rifugio Re Alberto, nella Gola del Re Laurino (Gruppo del Catinaccio, Trentino).

Francesco Tomatis
("Avvenire", 28/8/’09)

È più rischioso viaggiare in auto per raggiungere le "Alpi", o camminare su sentieri e vie che ne lambiscono pendii e pareti, mettendo in lenta comunicazione versanti e vallate, diverse "comunità linguistiche", tradizioni, nazioni? Dall’allarme sulle decine di morti in montagna, di contro al basso continuo e sordo delle migliaia di vittime d’incidenti stradali, una lezione si può trarre.
La civiltà "tecnologica" cittadina ancora molto deve imparare dalla montagna, dal rispetto che esige ma anche da quanto sia istruttiva nel permettere di avvicinare il "pericolo" sì, tuttavia senza far morire. La montagna è certamente "severa", non ammette inganni, non permette scorciatoie, non è affrontabile per interposta persona o con "apparati" sostitutivi. Le difficoltà di vivere e camminare in montagna, sia per il montanaro sia per l’alpinista, date da suolo inclinato, altitudine, esposizione a variazioni meteorologiche e imprevisti d’ogni tipo, dalla sua natura selvaggia, quasi elementare, sono affrontabili solo personalmente, o da "comunità" e "comitive" in cui ogni singolo sia consapevole di quanto faccia e pensi, con le proprie gambe e la sua testa. Ciò implica una responsabilità personale, costantemente esercitata, nell’acuire ogni capacità d’ascolto, con sensi e intuito, attenti a una realtà immane, che sempre ci può stupire con accadimenti imprevedibili. Ma comporta quindi anche la possibilità d’avvicinare l’imprevedibile, "orrido" o "meraviglioso" che sia, con gradualità, passo a passo, mano a mano, tanto che il costante pericolo presente nella dimensione montana possa essere avvicinato, compreso, "esperito", senza esserne soggiogati, senza morire. Poiché la montagna esige d’esser avvicinata di persona, ciò non potrà avvenire che gradualmente, così da far davvero esperienza d’essa assieme all’apprezzamento dei nostri "limiti" personali: di resistenza alla fatica, condivisione delle pene, capacità d’ascolto del variare di suolo e clima, del vivere e sopravvivere. Quanto più avvicinati passo a passo i propri limiti, tanto più saranno compresi e valorizzati, così da affrontare in essi costantemente il pericolo, tuttavia senza esserne soggiogati rischiando di perire. Se invece si volesse "edulcorare" e assicurare il "rischio", allontanandolo da una continua percezione personale, come avviene nelle civiltà "tecnocratiche", esso potrebbe improvvisamente sopraggiungere, come un’auto a folle velocità che ci piombi addosso, senza poterlo controllare evitandone l’esito letale. Il vero rischio in montagna è di pretendere d’affrontarla con i mezzi tecnici e mentali delle civiltà di pianura, presuntuosamente volti alla conquista incessante, allo sfruttamento intensivo, ignari dell’intrecciarsi di vita e morte, della "rigenerabilità" discreta propria ai cicli naturali. Solo di persona l’uomo può comprendere i limiti e quindi il valore della vita, proprio quando si esponga discretamente, con passi umani e pensieri umili, al pericolo. Lì è comprensibile quanto solo ciò che ci trascende delinei i confini "orizzontanti" della nostra esistenza. In tale esperienza montana si "esperisce" come la "trascendenza" ci costituisca nei nostri stessi limiti, piccoli o grandi, mobili ma insostituibili. Il pericolo costante "esperibile" in montagna, a differenza del rischio mortale e improvviso più diffuso in pianura, educa dunque all’autentica salvezza della persona umana. Come intuì abissalmente
Hölderlin, poeta delle "Alpi" al centro vivificatore dell’anima europea, erede della "grecità" e del "cristianesimo" assieme: «È vicino / e difficile a cogliere il Dio. / Ma dov’è pericolo, cresce / anche ciò che salva».