Nell’Arcipelago
"cattolico", l’Isola "meridionale" ha una forte presenza
"musulmana",
con frange "aggressive", responsabili di "attentati" alle
"Chiese" e di "soprusi".
"Natale" si celebra in un clima di "paura", aggravato dalla
"povertà" della regione.
A Zamboanga e
Cotabato, nel "Sud" delle Filippine,
difficile convivenza tra "islamici" e "cristiani", spesso
"attaccati".
Da
Zamboanga, Stefano Vecchia
("Avvenire",
24/12/’09)
Molti i giovani, intere famiglie
e non mancano i bambini. Non una sedia lasciata libera nel grande spazio della
"Chiesa" dedicata alla "Trasfigurazione" affacciata sul mare
di Zamboanga.
Sono le 4.30 del mattino, e la tradizionale "Misa de Gallo" sottolinea
ogni giorno, in un clima festoso, la "Novena di Natale". Certo, ci
vuole ben altro anche solo per immaginare una soluzione alle difficoltà della
tormentata "Isola" di Mindanao,
estesa un terzo dell’Italia e abitata da 22 milioni di individui, un
concentrato dei problemi e delle aspettative sempre deluse dell’"Arcipelago"
filippino, sullo
sfondo dell’"Islam"
e del "tribalismo", che qui hanno le loro "roccheforti".
«Si vive in clima di "guerra", con le case piene di armi –
testimonia Padre
Nevio Viganò,
"Missionario" originario di Lissone, "Parroco" della
"Trasfigurazione" – . La situazione è sempre al limite, pronta a
esplodere». «Certamente da parte dei "cristiani", qui a Zamboanga, c’è
paura, tanta incertezza. Le tensioni riaccendono gli "stereotipi", ma
pochi – dice Padre
Sebastiano D’Ambra,
"Missionario" siciliano, da molti anni impegnato nel "dialogo
inter-religioso" a Mindanao – si pongono realmente in "dialogo"
per comprendere le radici dei problemi e affrontarli nell’ottica della
giustizia, del benessere e della "democrazia"... Noi
"Pastori" e "Missionari" non possiamo fermare questi
pensieri, possiamo però agire per tentare di cambiare le cose». Comunque sia,
in attesa di una soluzione – per tanti non certo inerte e sovente mettendo in
gioco la propria vita – , nell’estremo "meridione" filippino
nemmeno la violenza più cieca ferma la vitalità prorompente della popolazione;
niente – e certo ancor meno nel periodo "natalizio" infarcito di
tensione e paura di questo "Anno del Signore 2009" – riesce a
piegare la "fede", insieme necessaria e spontanea dei
"cattolici".
Lontana dalla solare e "cosmopolita" Zamboanga, la più centrale Cotabato
rappresenta il cuore "antico" di Mindanao, quello "tribale"
e "islamico" aperto alla "cristianità" solo nel "XIX
Secolo", sommerso dall’ondata "migratoria" sponsorizzata dal
"Governo" centrale nell’ultimo cinquantennio. Qui, tra acqua dal
cielo che cade su "acquitrini" e fiumi in vista del mare, montagne
ricoperte da foreste custodi dei miti "tribali", cicatrici della
"deforestazione" e dell’attività "mineraria", Mindanao
rivela il suo volto "ancestrale". Cotabato e le province limitrofe,
che anche il mondo ha imparato a conoscere attraverso il "massacro"
operato lo scorso 23 Novembre dal "clan" Ampatuan sui
"rivali" Magundadatu, sono allagate e piove sul duro lavoro, sulla
"povertà" diffusa, sulle tensioni come sulle speranze.
La piccola "Chiesa" della "quasi-Parrocchia" di "San
Vincenzo Ferrer" emerge dal fango, in una stagione che dovrebbe essere
asciutta, ma in realtà prolunga l’odissea di molte migliaia di
"sfollati" iniziata nel 2008, dopo che il "Rio Grande" ha
deviato il suo corso. Povere luci nella "Misa de Gallo" e qualche
banco di cibo "natalizio": soprattutto, ancora una volta, lo
spettacolo di una "fede" che rompe anch’essa gli argini, si riversa
all’esterno e dilaga nell’oscurità. Mentre cittadini di
"religione" diversa vivono abitualmente da "buoni vicini", l’intera
"municipalità" di quasi 300mila abitanti, in maggioranza
"musulmana", è "off-limits" per gli "stranieri",
consentita con qualche precauzione al "clero locale". Solo la
protezione di vetri "oscurati" e spostamenti rapidi, ma tanta disponibilità a
parlare, a raccontare, consentono di gettare uno sguardo sulla sua realtà. La
città e le "province" limitrofe di Maguindanao, Sultan Kudarat e
North Cotabato sono terra dei "clan", "musulmani" per
incidente della storia ma ancora oggi dominatori indiscussi sulle
"risorse" e sulla popolazione. Manila
è troppo lontana, 700 chilometri più a "Nord", troppo debole e anche
troppo opportunamente distratta per smantellarne un sistema di
"potere" che alla fine torna comodo in ogni "elezione".
Garantire ai "clan" il predominio significa assicurasi la vittoria in
"Parlamento" o alla "Presidenza".
«Non a caso quasi tutti i tentativi di "accordo" sono falliti, o
quelli in corso restano senza "finanziamenti" e
"interlocutori", alla fine svuotati di senso», dice Monsignor
Orlando Quevedo,
"Arcivescovo" di questa "Diocesi" di 100mila
"cristiani" colpita al cuore, lo scorso Luglio, da un "attentato
dinamitardo" che ha fatto 5 morti e decine di feriti di fronte alla
"Cattedrale". «Comunque sia – conferma l’"Arcivescovo"
– il nostro proposito come "Diocesi" è di ricominciare dalla venuta
di "Nostro Signore". Un’occasione mai come quest’anno attesa da
tutti – "cristiani" e "musulmani" – non solo come gioia
o "rinnovamento", ma anzitutto come "pausa" salutare dal
dolore e dalla tensione». Per il futuro, occorre credere nell’"augurio"
espresso dai "Vescovi" di Mindanao di un «"Natale" che illumini i cuori».
Lo "scetticismo" necessario davanti al "caos" di Mindanao,
tristezza e "sconcerto", lasciano ancora una volta spazio alla
speranza quando, al "posto di blocco" vicino all’"aeroporto",
la faccia dura di un "graduato" che imbraccia un "M16" si
apre in un sorriso: «Merry Christmas, sir», "Buon Natale"…