DALLA CAMBOGIA

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ho ritrovato il "Vangelo"»

Il racconto di un Missionario francese,
cambiato dall’incontro con la spiritualità "Vipassana".

P. GÈRALD VOGIN
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2009)

Come accostarsi da cristiani alla tradizione "buddhista", senza per questo rinnegarne il valore? È il tema di questa riflessione di Padre Gérald Vogin, Missionario della Congregazione francese dei "Mep", in Cambogia dal 1992. L’articolo è apparso sul numero di "Dicembre 2008" della rivista "Missions Etrangères de Paris".

Vorrei condividere con voi un'esperienza d'incontro tra la Parola di Dio e un'altra esperienza, in apparenza lontana: quella di "Vipassana". Ho veramente provato sulla mia pelle che il confronto con il "Buddhismo" è una vera sfida. Scrivendo questo articolo, penso a Claire Ly, che attraverso le prove che hanno segnato la sua vita è stata portata ad incontrare Gesù Cristo. È "khmér" ed era "buddhista". Anzi, lei direbbe che lo è rimasta e questo si declina oggi attraverso un dialogo interiore tra le due tradizioni.  Non solo un dialogo "interreligioso", ma quasi "intra-religioso"; quest'ultimo è il segno che il dialogo "interreligioso" si compie pienamente.
Il mio cammino, si potrebbe dire, è l'opposto di quello di
Claire Ly. Sono un cattolico e il mio amore per il Cristo fa parte integrante della mia interiorità. Tuttavia sono stato toccato dalla potenza della Parola del "Misericordioso", del "Buddha". C'è dunque in me un dialogo interiore tra queste due parole: quella di Gesù di Nazareth e quella del "Gautama Siddharta". Dal 1997 e fino al 2002, ho avuto l'occasione di partecipare ad alcuni ritiri Vipassana: quattro volte in Cambogia in lingua cambogiana e l'ultima volta, nel Dicembre del 2002, in India in inglese.
Questi ritiri di Vipassana mi hanno profondamente colpito. Prima di vivere questa esperienza avevo conosciuto il Buddhismo attraverso i libri; ora, invece, è diventata un'esperienza vissuta. Per dodici giorni siamo rimasti seduti, concentrandoci per ore su parti del nostro corpo per cercare di rendere la nostra "psiche" più incisiva e penetrante. I primi tre giorni "Anappana" sono il periodo in cui si cerca di focalizzare la nostra attenzione sul respiro e sulle narici: dodici ore al giorno, cioè trentasei ore, passate sulla punta del naso! Inutile dire che, dopo dieci minuti di un simile esercizio, mi chiedevo se non fossi diventato pazzo e sarei stato veramente felice se mi avessero dato l'occasione per andarmene. Poi comincia il "Vipassana" propriamente detto, cioè «la visione chiara» vera, penetrante della realtà che ci circonda. A questa tappa, ci si concentra sulle diverse parti del corpo, seguendo un senso ben stabilito: dai piedi verso la testa, poi dalla testa ai piedi. Lentamente. È un po' meno noioso! Ma si tratta di tener duro ancora sette giorni... Vipassana e l'omelia della sera prima del tramonto sono l'essenza del Buddhismo. Possiamo veramente scoprirvi quest'arte di vivere e la sua dottrina.
Quando si inizia un ritiro Vipassana, bisogna cessare la pratica della propria religione, per non interferire con gli esercizi. Avevo chiesto il parere del mio Vescovo, che mi ha appoggiato. La mia motivazione profonda non era vivere un'esperienza inedita, ma comprendere il Buddhismo: volevo conoscere la fede di milioni di persone attorno a me. Ho quindi smesso per dodici giorni ogni pratica cristiana, eccetto uno spazio per la preghiera al mattino e un'altra alla sera per offrire la mia giornata e chiedere allo Spirito di guidarmi.
Buddha voleva portare la felicità a tutti, in particolare indicando la via che potesse salvare l'umanità da sofferenze inutili. Il giorno della sua «illuminazione» ha compreso che non siamo estranei alla nostra sofferenza: è il proprio "io" a esserne la fonte. È il profondo del nostro cuore a dover essere convertito e guarito. Infatti, da un punto di vista psicologico, direi che questo ritiro è una terapia "cognitiva" – e questo può anche essere il modo in cui la fede funziona – che per modificare il comportamento inizia cambiando lo spirito. Se capiamo la nostra vera natura e la vera natura del mondo, non saremo preda facile di false speranze e non saremo turbati dagli avvenimenti della vita.
La cosa che più mi ha sorpreso è il fatto che «funziona» anche per me che sono un cristiano. Mi ricorderò per tutta la vita di quel Dicembre del 2000. Molti aspetti che non avevo mai analizzato, o che non volevo veramente cambiare nella mia vita, mi sono apparsi molto chiari in quel silenzio forzato. Erano più forti di tutti i "meccanismi di difesa" che avevo potuto elaborare. Il secondo motivo di stupore – non minore – fu lo scoprire che la parola del Buddha era piena anche di autorità; e mi colpiva ritrovarmi a pensare che, in quel momento, mi appariva persino più forte di quella di Gesù. Per anni avevo lottato per rafforzarmi con l'aiuto della mia fede, ma molti problemi resistevano; ed ecco che tutta questa "impalcatura" veniva abbattuta con grande facilità.

La prima conseguenza di tutto questo fu che mi assalì un dubbio profondo. Il viso del Buddha appariva così forte, così chiaro. Ero molto ansioso. Da un lato, ero guarito da tutto ciò che mi aveva turbato per anni. Dall'altro, ero molto spaventato nel vedere vacillare la mia fede, cioè la "roccia" sulla quale avevo costruito la mia vita. Capii che la fede era stata un "meccanismo di difesa" di cui avevo bisogno per vivere e per nascondere la realtà. La fede era un bisogno della "psiche", una necessità, non un cammino di libertà. La fede era diventata un "oppio".
Posso riassumere così: «Due figure... ma sono opposte? Due parole... ma sono opposte? Due esperienze... ma sono opposte?». Nel tentativo di risolvere questo "conflitto interiore", ciò che mi ha guidato è stata dapprima la considerazione che non c'era "opposizione": era una questione di parole e di intelligenza profonda. Avevo ricominciato a sperare. Ad ogni modo, la parola del Buddha mi aveva rivelato che avevo costruito la mia vita non intorno alla Parola di Gesù, ma intorno alle mie idee.

Una delle mie prime decisioni fu di ricevere il Sacramento della Confessione. Volevo anche trascorrere un mese in un'Abbazia: non l'avevo mai fatto. Ho scelto di andare a La-Pierre-Qui-Vire: questa Comunità aveva fondato il Monastero di Kep in Cambogia negli "Anni Cinquanta". I Monaci di questa Abbazia sono abituati al dialogo "interreligioso". Questo mese è stato uno dei più toccanti: mi ha aiutato a discernere la mia posizione e le differenze tra queste due esperienze. La Parola di Cristo è orientata dall'esperienza personale che egli ha con il Padre, ed è quindi una chiamata ad entrare in questa esperienza personale ed unica. La parola di Buddha è orientata da un'esperienza interiore della "vanità" del mondo e della sua sofferenza: è un'esperienza più "fisica", e non c'è "dio" per aiutarci. Buddha si appoggia su se stesso per trovare una via d'uscita alla sofferenza. Il Cristo mette ogni cosa nella sua relazione d'amore con il Padre, relazione in cui la sofferenza e la morte non hanno l'ultima parola.
Mi piace molto l'ultimo libro di
Papa Benedetto XVI, "Gesù di Nazareth". Quando parla delle "Beatitudini", scrive che sono un ritratto di Gesù stesso. Ci rivelano il mistero di Gesù e ci invitano a entrare e a vivere questo mistero. Il discepolo è intimamente legato a questo mistero. Le "Beatitudini" sono una trasposizione della Croce del Cristo e della sua Risurrezione nella vita dei discepoli.
Lo sforzo più grande per me è stato abbandonarmi alla fede e non cercare prove. Leggevo gli episodi del "cieco nato", dell'apparizione del Risorto ai discepoli e delle controversie con i farisei, chiedendo prove e questo non mi è mai stato concesso. Anche quando la parola del Buddha mi ha portato la pace, questo mi ha messo in crisi, perché mi pareva che la potenza del Buddha fosse superiore alla potenza del Cristo. Un buddhista deve verificare tutto, anche l'esperienza del Buddha non deve essere accolta con la fede dell'uomo comune. È stato detto che un buddhista deve «uccidere» il Buddha per non dipendere da nessuno. Ma questa era per me una grande prova, perché mi sembrava che la fede così diventasse un semplice condizionamento. Un vecchio Monaco di La-Pierre-Qui-Vire non mi ha contraddetto: «Certo che è un condizionamento – mi ha spiegato – , ma ciò che è più importante è che tu l'abbia scelto». La parola «scelta» ha prodotto in me uno scatto. La fede è una "scelta". Ho riletto nuovamente il libro di
Santa Teresa del Bambin Gesù. La fede è un dono di Dio, ma occorre anche una "scelta" personale.

Amo "Buddha". Credo anche che Gesù ci parli e si riveli all'umanità in diversi modi. Credo veramente che essere Dio sia comunicare con gli uomini e le donne di ogni luogo e di ogni epoca. Le figure "religiose" sono altrettanti riferimenti per conoscere le strade di Dio. Sono tutti presenti nell'"Unico" in un modo misterioso. Credo che tutte le religioni entrino nel mistero della redenzione in Gesù Cristo. Come? Non lo so. Ci sono misteri che bisogna rispettare. Quando vogliamo aprirli – «decifrarli» – non facciamo che complicare le cose. Per esempio, quando cerchiamo di misurare la vicinanza delle religioni rispetto alla fede della Chiesa – e quando diciamo «abbiamo tutta la verità», mentre loro hanno «una verità parziale» – penso che sia meglio conservare intatto il mistero per il giorno in cui incontreremo il Padre nostro. La rivelazione di Dio in Cristo è il "paradigma" di tutte le rivelazioni: Dio è rivelazione. Dio parla attraverso le religioni perché ha parlato attraverso il Cristo. Alla fine non oso aggiungere altro. Non posso cogliere la volontà di Dio.
In questo dialogo "intra-religioso", imparo ad essere in comunione con Dio, a rispettare il profondo mistero del divino e dell'umano. Leggo la Parola di Dio non come una risposta ai miei bisogni, ma l'accolgo come una via di liberazione in cui faccio esperienza di un Dio che mi sorprende...

( Traduzione a cura di Mariella Marciante )