LA "CONFERENZA" DI COPENAGHEN

RITAGLI     «Occorre unire "tradizione"     DOCUMENTI
e nuove "tecniche"»

Rajendra Shende, "Dirigente" di "Unep":
«La "chiave" per salvare l’"ambiente" sarà l’appetibilità "economica"
di ogni "tecnologia". Però mancano ancora i "fondi"».

Daniele Zappalà
("Avvenire", 16/12/’09)

«Sono ottimista sull’esito complessivo del "processo" di Copenaghen, poiché molti "Paesi" soprattutto "in via di sviluppo" percepiscono oggi chiaramente una situazione di "crisi". E nelle fasi di "crisi", si finisce per ragionare collettivamente». L’"ingegnere" indiano Rajendra Shende guida la "divisione" di "Unep" ("Programma dell’Onu per l’Ambiente") concentrata sul "trasferimento tecnologico" ai "Paesi in via di sviluppo" ed è stato un artefice sul campo del successo del "Protocollo di Montreal" contro il "buco nell’ozono": proprio il "patto ambientale" che molti indicano oggi come un modello da seguire nei "negoziati" al "summit" di "Copenaghen".

Il "trasferimento tecnologico" sarà davvero centrale nel "processo" delle "trattative" di Copenaghen?

Certamente. Innanzitutto, perché occorrono "tecnologie alternative" adattate a ogni contesto per ridurre le "emissioni", dall’uso di "fonti energetiche" meno inquinanti alla questione dell’"efficienza energetica". Su quest’ultimo fronte, ad esempio, basterebbe promuovere in Cina e India l’utilizzo di "lampadine" di nuova generazione per ottenere risultati storici. In Brasile, invece, servono pratiche migliori di gestione delle foreste. Ma in molti "Paesi" occorrono già anche "tecnologie" per l’adattamento a condizioni climatiche più difficili. Si pensi solo al cambiamento delle "tecniche agricole" o a quelle per l’utilizzo ottimale dell’acqua.

Quale logica di fondo accompagna l’assistenza dei "Paesi poveri" in questa sfida?

Vi sono ragioni "storiche" e circostanze contingenti odierne. Le prime riguardano l’imperativo "etico" di sostenere dei "Paesi" che subiscono talora già le conseguenze del "cambiamento climatico" senza aver giocato un ruolo significativo nelle "emissioni". A livello "negoziale", ciò può tradursi nel principio per il quale paga chi ha inquinato, applicato già nel "Protocollo di Montreal". Inoltre, soprattutto in Africa, le priorità stringenti restano l’"alimentazione", la "sanità" e gli altri servizi di base. Mancano fondi significativi da destinare alla lotta al "cambiamento climatico", nonostante i suoi effetti visibili. Dato il livello dei bisogni e delle "devastazioni" previste, non è esagerato confrontare la situazione attuale in certi "Paesi" con quella dell’Europa dopo la "Seconda Guerra Mondiale". Proprio per questo, occorre oggi una sorta di "Piano Marshall" per il "cambiamento climatico".

Fino a che punto i "Governi" dei "Paesi in via di sviluppo" sono coinvolti nel "processo"?

Fino al 1992 c’era scarsa attenzione, ma negli ultimi anni vi è stata un’eccezionale presa di coscienza. Gli esempi della Cina e dell’India sono lampanti. Entrambi hanno lanciato un "piano d’azione" nazionale contro il "cambiamento climatico", allorquando non è il caso in molti "Paesi" più "industrializzati". Si è compreso che si tratta di un problema che tocca il cittadino qualunque, dato che riguarda l’agricoltura, la disponibilità d’acqua "potabile", la "salute". Si pensi anche alle azioni "simboliche" organizzate nelle Maldive, con un "Consiglio dei Ministri" "subacqueo", o nel Nepal, in alta quota, dove è visibile lo scioglimento dei ghiacciai.

Le "tecniche tradizionali" potranno allearsi con le "nuove tecnologie"?

È un punto cruciale. Dagli "Anni Ottanta", con la "rivoluzione tecnologica" in molti "Paesi in via di sviluppo", molti "saperi tradizionali" sono stati accantonati. Eppure, essi offrono infiniti esempi eccezionali di "adattamento" delle popolazioni ai contesti locali e "climatici". Penso, ad esempio, alle tecniche di costruzione "tradizionali" sviluppate in Egitto nelle aree "desertiche". Esse richiedono un apporto minimo di "energia". È proprio da un’alleanza fra questi "saperi" e le moderne "tecnologie" che potrà nascere in molti "Paesi" lo stile di vita dei prossimi decenni. Ma la chiave, a mio avviso, sarà l’appetibilità "economica" che dovrà essere creata attorno ad ogni "tecnica".

Al contempo, le prospettive di trasferimento "finanziario" e "tecnologico" paiono minacciate dalla "recessione"…

La "recessione" è talora invocata come scusa per non agire, certo. Ma i "leader" di molti "Paesi" hanno già compreso che la "recessione" è pure un’opportunità. Perché è esattamente la fase migliore per cambiare i modelli nazionali di "sviluppo" e in proposito abbiamo già segnali incoraggianti. Nel 2008, ad esempio, il settore delle "energie rinnovabili" si è sviluppato su scala mondiale considerevolmente e non sembra conoscere la "crisi".