VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
CILE E IN PERÙ

(15-22 GENNAIO 2018)

Dal 15 al 18 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile...

Dal 18 al 22 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù...

Lunedì 15 Gennaio         Martedì 16 Gennaio         Giovedì 18 Gennaio
Venerdì 19 Gennaio         Sabato 20 Gennaio         Domenica 21 Gennaio

RITAGLI   Mercoledì, 17 Gennaio 2018   DOCUMENTI

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

15-21 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile e Perù...
Santa Messa Pranzo con alcuni abitanti dell'Araucanía
Incontro con i Giovani Visita alla "Pontificia Università Cattolica" del Cile

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TOP   SANTA MESSA PER IL PROGRESSO DEI POPOLI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Aeroporto di Maquehue (Temuco)
Mercoledì, 17 gennaio 2018

«Mari, Mari!» ("Buongiorno!").

«Küme tünngün ta niemün!» «La pace sia con voi!» (Lc 24,36).

Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare questa bella parte del nostro continente, l’Araucanía: terra benedetta dal Creatore con la fertilità dei immensi campi verdi, foreste colme di imponenti araucarie – il quinto elogio fatto da Gabriela Mistral a questa terra cilena – [1], i suoi maestosi vulcani innevati, i suoi laghi e fiumi pieni di vita. Questo paesaggio ci eleva a Dio ed è facile vedere la sua mano in ogni creatura. Molte generazioni di uomini e donne hanno amato e amano questo suolo con gelosa gratitudine. E voglio soffermarmi e salutare in modo speciale i membri del popolo Mapuche, così come gli altri popoli indigeni che vivono in queste terre australi: Rapanui (Isola di Pasqua), Aymara, Quechua e Atacama, e molti altri.

Questa terra, se la guardiamo con gli occhi dei turisti, ci lascerà estasiati, però dopo continueremo la nostra strada come prima, ricordandoci dei bei paesaggi che abbiamo visto; se invece ci avviciniamo al suolo lo sentiremo cantare: «Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere!» [2].

In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’Eucaristia. E lo facciamo in questo aerodromo di Maqueue, nel quale si sono verificate gravi violazioni di diritti umani. Offriamo questa celebrazione per tutti coloro che hanno sofferto e sono morti e per quelli che, ogni giorno, portano sulle spalle il peso di tante ingiustizie. E ricordando queste cose, rimaniamo un istante in silenzio, pensando a tanto dolore e a tanta ingiustizia. Il sacrificio di Gesù sulla croce è carico di tutto il peccato e il dolore dei nostri popoli, un dolore da riscattare.

Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù prega il Padre che «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). In un’ora cruciale della sua vita si ferma a chiedere l’unità. Il suo cuore sa che una delle peggiori minacce che colpisce e colpirà il suo popolo e tutta l’umanità sarà la divisione e lo scontro, la sopraffazione degli uni sugli altri. Quante lacrime versate! Oggi vogliamo fare nostra questa preghiera di Gesù, vogliamo entrare con Lui in questo orto di dolore, anche con i nostri dolori, per chiedere al Padre con Gesù: che anche noi siamo una cosa sola. Non permettere che ci vinca lo scontro o la divisione.

Questa unità, implorata da Gesù, è un dono che va chiesto con insistenza per il bene della nostra terra e dei suoi figli. Ed bisogna stare attenti a possibili tentazioni che possono apparire e "inquinare dalla radice" questo dono che Dio ci vuole fare e con cui ci invita ad essere autentici protagonisti della storia. Quali sono queste tentazioni? Una è quella dei falsi sinonimi.

1. "I falsi sinonimi".

Una delle principali tentazioni da affrontare è quella di confondere unità con uniformità. Gesù non chiede a suo Padre che tutti siano uguali, identici; perché l’unità non nasce né nascerà dal neutralizzare o mettere a tacere le differenze. L’unità non è un simulacro né di integrazione forzata né di emarginazione armonizzatrice. La ricchezza di una terra nasce proprio dal fatto che ogni componente sappia condividere la propria sapienza con le altre. Non è e non sarà un’uniformità asfissiante che nasce normalmente dal predominio e dalla forza del più forte, e nemmeno una separazione che non riconosca la bontà degli altri. L’unità domandata e offerta da Gesù riconosce ciò che ogni popolo, ogni cultura è invitata ad apportare a questa terra benedetta. L’unità è una diversità riconciliata perché non tollera che in suo nome si legittimino le ingiustizie personali o comunitarie. Abbiamo bisogno della ricchezza che ogni popolo può offrire, e dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori e culture inferiori. Un bel "chamal" (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo ad ogni cosa e ad ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente. L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei "laboratori" dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei vari paesaggi. Non è un’arte da scrivania l'unità, né fatta solo di documenti, è un’arte dell’ascolto e del riconoscimento. In questo è radicata la sua bellezza e anche la sua resistenza al passare del tempo e delle intemperie che dovrà affrontare.

L’unità di cui i nostri popoli hanno bisogno richiede che ci ascoltiamo, ma soprattutto che ci riconosciamo, il che non significa solo «ricevere informazioni sugli altri [...] ma raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» [3]. Questo ci introduce sulla via della solidarietà come modo di tessere l’unità, come modo di costruire la storia; quella solidarietà che ci porta a dire: abbiamo bisogno gli uni degli altri nelle nostre differenze affinché questa terra continui a essere bella. È l’unica arma che abbiamo contro la "deforestazione" della speranza. Ecco perché chiediamo: Signore, rendici artigiani di unità.

Un’altra tentazione può venire dalla considerazione di quali sono le armi dell’unità.

2. "Le armi dell’unità".

L’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo. Ci sono due forme di violenza che più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli. In primo luogo, dobbiamo essere attenti all’elaborazione di accordi "belli" che non giungono mai a concretizzarsi. Belle parole, progetti conclusi sì – e necessari – ma che non diventando concreti finiscono per "cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano". Anche questa è violenza. Perché? Perché frustra la speranza.

In secondo luogo, è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane. Non si può chiedere il riconoscimento annientando l’altro, perché questo produce come unico risultato maggiore violenza e divisione. La violenza chiama violenza, la distruzione aumenta la frattura e la separazione. La violenza finisce per rendere falsa la causa più giusta. Per questo diciamo "no alla violenza che distrugge", in nessuna delle sue due forme.

Questi atteggiamenti sono come lava di vulcano che tutto distrugge, tutto brucia, lasciando dietro di sé solo sterilità e desolazione. Cerchiamo, invece, e non stanchiamoci di cercare il dialogo per l’unità. Per questo diciamo con forza: Signore, rendici artigiani della tua unità.

Tutti noi che, in una certa misura, siamo gente tratta dalla terra (Gen 2,7), siamo chiamati al buon vivere ("Küme Mongen"), come ci ricorda la saggezza ancestrale del popolo Mapuche. Quanta strada da percorrere, quanta strada per imparare! "Küme Monge", un anelito profondo che scaturisce non solo dai nostri cuori, ma risuona come un grido, come un canto in tutto il creato. Perciò, fratelli, per i figli di questa terra, per i figli dei loro figli, diciamo con Gesù al Padre: che anche noi siamo una cosa sola: "Signore, rendici artigiani di unità!".

[1] Cfr. "Elogios de la tierra de Chile".

[2] Violeta Parra, "Arauco tiene una pena".

[3] Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 246.

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TOP   INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario Nazionale di Maipú
Mercoledì, 17 gennaio 2018

Anch’io, Ariel, sono felice di essere con voi! Grazie per le tue parole di benvenuto a nome di tutti i presenti. Sono davvero grato di poter condividere questo momento con voi che, come ho letto lì [su uno striscione...], "siete scesi dal divano e vi siete messi le scarpe". Grazie! Considero per me molto importante incontrarci, camminare un po’ insieme, che ci aiutiamo a guardare in avanti! E penso che anche per voi è importante. Grazie!

E sono felice che questo incontro si svolga qui a Maipú. In questa terra dove, con un abbraccio di fraternità, è stata fondata la storia del Cile; in questo Santuario che sorge all’incrocio delle strade tra il Nord e il Sud, che unisce la neve e l’oceano, e fa che il cielo e la terra abbiano una casa. Una casa per il Cile, una casa per voi, cari giovani, dove la Vergine del Carmelo vi aspetta e vi accoglie con il cuore aperto. E come accompagnò la nascita di questa nazione e accompagnò tanti cileni nel corso di questi duecento anni, così vuole continuare ad accompagnare quei sogni che Dio pone nel vostro cuore: sogni di libertà, sogni di gioia, sogni di un futuro migliore. Questi desideri, come dicevi tu Ariel, di «essere i protagonisti del cambiamento». Essere protagonisti.

La Vergine del Carmelo vi accompagna perché siate i protagonisti del Cile che i vostri cuori sognano. E io so che il cuore dei giovani cileni sogna, e sogna in grande, non solo quando siete un po’ brilli, no, sempre sognate in grande, perché da queste terre sono nate esperienze che si sono allargate e moltiplicate attraverso diversi Paesi del nostro continente. E chi le ha promosse? Giovani come voi che hanno saputo vivere l’avventura della fede. Perché la fede provoca nei giovani sentimenti di avventura, che invita a viaggiare attraverso paesaggi incredibili, per niente facili, per niente tranquilli..., ma a voi piacciono le avventure e le sfide..., tranne a quelli che non sono ancora scesi dal divano: scendete alla svelta!, così possiamo continuare... Voi che siete specialisti, mettetegli le scarpe... Anzi, vi annoiate quando non avete delle sfide che vi stimolano. Questo si vede ad esempio, ogni volta che succede una catastrofe naturale: avete una enorme capacità di mobilitarvi che parla della generosità dei vostri cuori. Grazie!

E ho voluto iniziare da questo riferimento alla patria, perché il cammino in avanti, i sogni che devono essere realizzati, il guardare sempre all’orizzonte si devono fare con i piedi per terra, e si inizia con i piedi sulla terra della patria. E se voi non amate la vostra patria, io non credo che possiate amare Gesù e che possiate amare Dio. L’amore per la patria è un amore per la madre: la chiamiamo "madre patria" perché qui siamo nati; ma essa stessa, come ogni madre, ci insegna a camminare e si dona a noi perché la facciamo vivere in altre generazioni. Per questo ho voluto iniziare con questo riferimento alla madre, alla madre patria. Se non siete patrioti – non nazionalisti, patrioti – non farete nulla nella vita. Amate la vostra terra, ragazzi e ragazze, amate il vostro Cile! Date il meglio di voi per il vostro Cile.

Nel mio lavoro come vescovo, ho potuto scoprire che ci sono molte, ma veramente molte buone idee nei cuori e nelle menti dei giovani. È vero, voi siete inquieti, cercatori, idealisti. Sapete chi ha problemi? Il problema l’abbiamo noi adulti, quando ascoltiamo questi ideali, queste inquietudini dei giovani, e con la faccia da sapientoni diciamo: "Pensa così perché è giovane; presto maturerà", o peggio: "si corromperà". Ed è così, dietro il "presto maturerà", contro queste illusioni e sogni, si nasconde il tacito "presto si corromperà". Attenti a questo! Maturare vuol dire crescere e far crescere i sogni e far crescere le aspirazioni, non abbassare la guardia e lasciarsi comprare per due soldi, questo non è maturare. Quindi, quando noi adulti pensiamo questo, non ascoltateci. Sembra che in questo "presto maturerà" detto da noi grandi, sembra che vi buttiamo addosso una coperta bagnata per farvi tacere, sembra nascondersi il fatto che maturare voglia dire accettare le ingiustizie, credere che non possiamo fare nulla, che tutto è sempre stato così: "Perché dobbiamo cambiare, se è sempre stato così, se si è sempre fatto così?" Questo è corruzione. Maturare, la vera maturità significa portare avanti i sogni, le vostre aspirazioni, insieme, confrontandosi reciprocamente, discutendo tra di voi, ma sempre guardando avanti, non abbassando la guardia, non vendendo queste aspirazioni. È chiaro? [Gridano: "Sì!"].

Tenendo conto di tutta questa realtà dei giovani, ecco perché si sta realizzando... [Si interrompe perché una ragazza si sente male]... Aspettiamo un minutino che prendano questa nostra sorella che si è sentita male e la accompagniamo con una piccola preghiera perché si rimetta subito... Per questa realtà di voi giovani, vorrei annunciarvi che ho convocato il Sinodo sulla fede e il discernimento in voi giovani, e inoltre l’Incontro dei giovani. Perché il Sinodo lo facciamo noi vescovi, riflettendo sui giovani, ma, sapete, io ho paura dei filtri, perché a volte le opinioni dei giovani per arrivare a Roma devono passare attraverso varie connessioni e queste proposte possono arrivare molto filtrate, non dalle compagnie aeree, ma da quelli che le trascrivono. Per questo voglio ascoltare i giovani, e per questo si fa questo Incontro dei giovani, incontro in cui voi sarete protagonisti: giovani di tutto il mondo, giovani cattolici e giovani non cattolici; giovani cristiani e di altre religioni; e giovani che non sanno se credono o non credono: tutti. Per ascoltarli, per ascoltarci, direttamente, perché è importante che voi parliate, che non vi lasciate mettere a tacere. A noi spetta aiutarvi perché siate coerenti con quello che dite, questo è il lavoro con cui vi possiamo aiutare; ma se voi non parlate, come potremo aiutarvi? E parlate con coraggio, e dite quello che pensate. Questo dunque lo potrete fare nella settimana di incontro prima della "Domenica delle Palme", in cui verranno [a Roma...] delegazioni di giovani da tutto il mondo, per aiutarci a far sì che la Chiesa abbia un volto giovane.

Una volta, recentemente, una persona mi ha detto: "Io non so se parlare della «Santa Madre Chiesa» – parlava di un luogo specifico – o della «Santa Nonna Chiesa»!". No, no, la Chiesa deve avere un volto giovane, e in questo voi ci dovete aiutare. Però, naturalmente, un volto giovane reale, pieno di vita, non giovane perché truccato con creme che ringiovaniscono, no, questo non serve, ma giovane perché dal profondo del cuore si lascia interpellare. Ed è questo di cui noi, la «Santa Madre Chiesa», oggi ha bisogno da parte vostra: che ci interpelliate. E poi, preparatevi per la risposta; ma noi abbiamo bisogno che ci interpelliate, la Chiesa ha bisogno che voi diventiate maggiorenni, spiritualmente maggiorenni, e abbiate il coraggio di dirci: "Questo mi piace; questa strada mi sembra sia quella da fare; questo non va bene, questo non è un ponte ma è un muro", e così via. Diteci quello che sentite, quello che pensate, e questo elaboratelo tra di voi nei gruppi di questo incontro, e poi questo andrà al Sinodo, dove certamente ci sarà una vostra rappresentanza, ma il Sinodo lo faranno i vescovi con la vostra rappresentanza, che raccoglierà tutti. E quindi preparatevi a questo incontro, e a quelli che andranno a questo incontro date le vostre idee, le vostre aspettative, quello che sentite nel cuore. Quanto ha bisogno di voi la Chiesa, e la Chiesa cilena, per "scuoterci" e aiutarci ad essere più vicini a Gesù! Questo è ciò che vi chiediamo: di scuoterci se siamo statici, di aiutarci a essere più vicini a Gesù. Le vostre domande, il vostro voler sapere, voler essere generosi esigono da noi che siamo più vicini a Gesù. Tutti siamo chiamati, sempre di nuovo, ad essere vicini a Gesù. Se un’attività, un piano pastorale, se questo incontro non ci aiuta a essere più vicini a Gesù, abbiamo perso tempo, abbiamo perso un pomeriggio, ore di preparazione. Aiutateci a essere più vicini a Gesù. E questo lo chiediamo a chi ci può condurre per mano. Guardiamo alla Madre [rivolto alla statua della Vergine...]: ognuno nel proprio cuore le dica con le sue parole, a lei che è la prima discepola, che ci aiuti a essere più vicini a Gesù. Dal cuore, ognuno personalmente.

E permettetemi di raccontarvi un aneddoto. Parlando un giorno con un giovane gli ho chiesto che cosa potesse metterlo di cattivo umore: "Che cosa ti mette di cattivo umore?" - perché il contesto era tale per poter fare questa domanda. E lui mi ha detto: "Quando al cellulare si scarica la batteria o quando perdo il segnale internet". Gli ho chiesto: "Perché?". Mi ha risposto: "Padre, è semplice, mi perdo tutto quello che succede, resto fuori dal mondo, come appeso. In quei momenti, vado di corsa a cercare un caricabatterie o una rete "wi-fi" e la "password" per riconnettermi". Quella risposta mi ha insegnato, mi ha fatto pensare che con la fede può succederci la stessa cosa. Siamo tutti entusiasti, la fede si rinnova – un ritiro, una predica, un incontro, la visita del Papa – la fede cresce, ma dopo un primo tempo di cammino e di slancio iniziale, ci sono momenti in cui, senza accorgerci, comincia a calare la nostra "larghezza di banda", a poco a poco, e quell’entusiasmo, quel voler rimanere connessi con Gesù si incomincia a perdere, e iniziamo a restare senza connessione, senza batteria, e allora ci prende il cattivo umore, diventiamo sfiduciati, tristi, senza forza, e incominciamo a vedere tutto negativo. Quando rimaniamo senza questa "connessione" che è quella che dà vita ai nostri sogni, il cuore inizia a perdere forza, a restare anch’esso senza carica e, come dice quella canzone, «il rumore intorno e la solitudine della città ci isolano da tutto. Il mondo che si capovolge cerca di immergermi in esso annegando le mie idee» [1]. Vi è successo qualche volta? Ognuno risponda dentro di sé..., non voglio far vergognare quelli a cui non è successo... A me è successo!

Senza connessione, senza la connessione con Gesù, senza questa connessione finiamo per annegare le nostre idee, annegare i nostri sogni, annegare la nostra fede e dunque ci riempiamo di malumore. Da protagonisti – quali siamo e vogliamo essere – possiamo arrivare a pensare che è lo stesso fare qualcosa o non farlo. "Ma perché perdi tempo? – dice il giovane pessimista – divertiti, lascia perdere, tutte queste cose sappiamo come vanno a finire, il mondo non cambia, prendilo come viene a vai avanti...". E rimaniamo disconnessi da ciò che sta accadendo nel "mondo". E restiamo, sentiamo che restiamo "fuori dal mondo", nel mio piccolo mondo dove sto tranquillo, lì, sul mio divano… Mi preoccupa quando, perdendo il "segnale", molti pensano di non avere niente da dare e rimangono come persi. "Su, tu hai qualcosa da dare!" – "No, no, questo è un disastro... Io cerco di studiare, prendere un diploma, sposarmi, e poi basta, non voglio problemi, tanto tutto finisce male...". Questo è quando si perde la connessione. Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi lo pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me. Quel pensiero, come amava dire Hurtado, «è il consiglio del diavolo» – "nessuno ha bisogno di me" – , che vuole farti credere che non vali nulla... ma per lasciare le cose come stanno. Per questo ti fa credere che non vali niente: perché nulla cambi. Perché l’unico che può fare un cambiamento nella società è il giovane, uno di voi. Noi, siamo già "dall’altra parte"... [Un altro giovane sviene...]. Grazie, tra parentesi, perché questi svenimenti sono segno di quello che provano molti di voi... Da quanto tempo siete qui? Me lo dite? [Alcuni rispondono...]. Grazie! Tutti, dicevo, siamo importanti e tutti abbiamo qualcosa da dare... con un momentino di silenzio ognuno di voi si può chiedere, seriamente, nel proprio cuore: "Che cosa ho io da dare nella vita?". E quanti di voi hanno voglia di dire: "Non lo so". Non sai che cosa hai da dare? Lo hai dentro e non lo conosci. Cerca di trovarlo in fretta per darlo. Il mondo ha bisogno di te, la patria ha bisogno di te, la società ha bisogno di te. Tu hai qualcosa da dare. Non perdere la connessione.

I giovani del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi volevano quel "segnale, cercavano quel segnale che li aiutasse a mantenere vivo il fuoco nei loro cuori. Quei giovani, che stavano con Giovanni il Battista, volevano sapere come caricare la batteria del cuore. Andrea e l’altro discepolo – che non dice il nome, e possiamo pensare che quell’altro discepolo può essere ognuno di noi – cercavano la "password" per connettersi con Colui che è «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6). Erano guidati da Giovanni il Battista. E penso che voi abbiate un grande santo che può guidarvi, un santo che cantava con la sua vita: «Contento, Signore, contento!». Hurtado aveva una regola d’oro, una regola per accendere il suo cuore con quel fuoco capace di mantenere viva la gioia. Perché Gesù è quel fuoco che infiamma chi gli si avvicina.

E la "password" di Hurtado per riconnettersi, per mantenere il segnale era molto semplice... Di sicuro nessuno di voi ha portato il telefono... Vediamo... Mi piacerebbe che la appuntaste sui vostri cellulari. Se volete, io ve la detto. Hurtado si domanda – e questa è la "password" – : "Cosa farebbe Cristo al mio posto?". Chi può se la segni. "Cosa farebbe Cristo al mio posto?". Cosa farebbe Cristo al mio posto a scuola, all’università, per strada, a casa, cogli amici, al lavoro; davanti a quelli che fanno i bulli: "Cosa farebbe Cristo al mio posto?". Quando andate a ballare, quando fate sport o andate allo stadio: "Cosa farebbe Cristo al mio posto?". Questa è la "password". Questa è la carica per accendere il nostro cuore, accendere la fede e la scintilla nei nostri occhi. Che non vada via. Questo è essere protagonisti della storia. Occhi scintillanti perché abbiamo scoperto che Gesù è fonte di vita e di gioia. Protagonisti della storia, perché vogliamo contagiare quella scintilla in tanti cuori spenti, opachi, che hanno dimenticato cosa significa sperare; in tanti che sono apatici e aspettano che qualcuno li inviti e li provochi con qualcosa che valga la pena. Essere protagonisti è fare ciò che ha fatto Gesù. Lì dove sei, con chiunque ti trovi e a qualsiasi ora: "Cosa farebbe Gesù al mio posto?". Avete memorizzato la "password"? [Rispondono: "Sì!"]. E l’unico modo per non dimenticare la password è usarla, altrimenti ci succede – chiaramente è più per quelli della mia età, non della vostra, però così lo sapete – quello capitò a quei tre pazzi di quel "film" che fanno un colpo, una rapina a una cassaforte, tutto studiato, e quando arrivano... si sono dimenticati la combinazione, si sono dimenticati la chiave. Se non usate la "password" la dimenticherete. Memorizzatela nel cuore! Com’era la password? [Rispondono: "Cosa farebbe Cristo al mio posto?"]... Non si sente bene in spagnolo... Com’era? [La ripetono...]. Questa è la "password". Ripetetela, ma usatela, usatela! Cosa farebbe Cristo al mio posto? E bisogna usarla tutti i giorni. Verrà il momento in cui la saprete a memoria; e verrà il giorno in cui, senza che ve ne rendiate conto, arriverà il giorno in cui, senza rendervene conto, il cuore di ognuno di voi batterà come il cuore di Gesù.

Non basta ascoltare un insegnamento religioso o imparare una dottrina; quello che vogliamo è vivere come Gesù ha vissuto. Cosa farebbe Cristo al mio posto? Tradurre Gesù nella mia vita. Per questo i giovani del Vangelo gli chiedono: «Signore, dove abiti?» [2] – lo abbiamo ascoltato poco fa – , come vivi? Io lo chiedo a Gesù? Vogliamo vivere come Gesù, questo sì che fa vibrare il cuore.

Fa vibrare il cuore e ti mette sulla strada del rischio. Correre il rischio, rischiare. Cari amici, siate coraggiosi, andate spediti incontro ai vostri amici, a quelli che non conoscete o che si trovano in un momento difficile.

E andate con l’unica promessa che abbiamo: in mezzo al deserto, alla strada, all’avventura, ci sarà sempre la "connessione", esisterà un "caricabatterie". Non saremo soli. Sempre godremo della compagnia di Gesù e di sua Madre e di una comunità. Certamente una comunità che non è perfetta, ma ciò non significa che non abbia molto da amare e da offrire agli altri. Com’era la "password"? [Rispondono: "Cosa farebbe Cristo al mio posto?"]. Bene, la ricordate ancora.

Cari amici, cari giovani, «siate voi – ve lo chiedo per favore – siate voi i giovani samaritani che non lasciano mai nessuno a terra lungo la strada. Nel cuore, un’altra domanda: qualche volta ho lasciato qualcuno a terra per la strada? Un parente, un amico, un’amica...? Siate samaritani, non abbandonate mai l’uomo a terra lungo la strada. Siate i giovani cirenei che aiutano Cristo a portare la sua croce e condividono la sofferenza dei fratelli. Siate come Zaccheo che trasformò il suo nanismo spirituale in grandezza e lasciò che Gesù trasformasse il suo cuore materialista in un cuore solidale. Siate come la giovane Maddalena, appassionata cercatrice dell’amore, che solo in Gesù trova le risposte di cui ha bisogno. Abbiate il cuore di Pietro, per lasciare le reti in riva al lago. Abbiate l’affetto di Giovanni, per riporre in Gesù tutti i vostri affetti. Abbiate la disponibilità di nostra Madre, la prima discepola, per cantare con gioia e fare la sua volontà!» [3].

Cari amici, mi piacerebbe rimanere più a lungo. Quelli che hanno il telefono, lo prendano in mano: è un segno, per non dimenticarsi della password. Qual era la "password"? [Rispondono: "Cosa farebbe Cristo al mio posto?"]. E così vi riconnettete e non rimanete senza campo. Mi piacerebbe rimanere di più. Grazie per questo incontro e per la vostra gioia. Grazie! E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me!

[1] La Ley, "Aquí".

[2] "Gv 1,38".

[3] Card. Raúl Silva Henríquez, "Mensaje a los jóvenes" (7 Ottobre 1979).

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TOP   VISITA ALLA "PONTIFICIA UNIVERSITÀ CATTOLICA" DEL CILE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santiago
Mercoledì, 17 gennaio 2018

Signor Gran Cancelliere, Cardinale Ricardo Ezzati,
Fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore, Dott. Ignacio Sánchez,
Distinte Autorità Universitarie,
Cari Professori, Funzionari, Personale dell’Università,
Cari Studenti!

Sono contento di trovarmi con voi in questa Casa di Studio che, nei suoi quasi centotrenta anni di vita, ha offerto un servizio inestimabile al Paese. Ringrazio il Signor Rettore per le sue parole di benvenuto a nome di tutti. E inoltre ringrazio Lei, Signor Rettore, per il bene che fa con il Suo stile "sapienziale" nel governo dell’Università e nel difendere con coraggio l’identità dell’università cattolica. Grazie!

La storia di questa Università si intreccia, in un certo modo, con la storia del Cile. Sono migliaia gli uomini e le donne che, formatisi qui, hanno svolto compiti importanti per lo sviluppo della patria. Vorrei ricordare in particolare la figura di San Alberto Hurtado, in quest’anno centenario da quando egli cominciò i suoi studi qui. La sua vita diventa una chiara testimonianza di come l’intelligenza, l’eccellenza accademica e la professionalità nell’operare, armonizzate con la fede, la giustizia e la carità, lungi dall’essere sminuite, acquistano una forza che è profezia, capace di aprire orizzonti e illuminare il cammino, soprattutto per gli scartati dalla società, soprattutto oggi, quando è in voga questa cultura dello scarto.

A questo proposito, vorrei riprendere le Sue parole, Signor Rettore, quando ha detto: «Abbiamo importanti sfide per la nostra patria, che sono legate alla "convivenza nazionale" e alla capacità di "progredire in comunità"!».

1. "Convivenza nazionale".

Parlare di sfide è ammettere che ci sono situazioni che hanno raggiunto un punto che richiede un ripensamento. Ciò che fino a ieri poteva essere un fattore di unità e coesione, oggi esige nuove risposte. Il ritmo accelerato e l’avvio quasi vertiginoso di alcuni processi e cambiamenti che si impongono nelle nostre società ci invitano in modo sereno, ma senza indugio, a una riflessione che non sia ingenua, utopistica e ancor meno volontaristica. Il che non significa frenare lo sviluppo della conoscenza, ma fare dell’università uno spazio privilegiato «per praticare la grammatica del dialogo che forma all’incontro» [1]. Poiché «la vera sapienza [è] frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone» [2].

La convivenza nazionale è possibile – tra le altre cose – nella misura in cui diamo vita a processi educativi che sono anche trasformatori, inclusivi e di convivenza. Educare alla convivenza non significa solo aggiungere valori al lavoro educativo, ma generare una dinamica di convivenza all’interno del sistema educativo stesso. Non è tanto una questione di contenuti, ma di insegnare a pensare e ragionare in modo integrante. Quello che i classici chiamavano "forma mentis".

E per raggiungere ciò è necessario sviluppare una alfabetizzazione integrale, che sappia adattare i processi di trasformazione che avvengono all’interno delle nostre società.

Un tale processo di alfabetizzazione richiede di lavorare contemporaneamente all’integrazione delle diverse lingue che ci costituiscono come persone, ossia un’educazione (alfabetizzazione) che integri e armonizzi l’intelletto, gli affetti e l’azione, ovvero la testa, il cuore e le mani. Ciò offrirà e consentirà agli studenti a crescere in maniera armonica non solo a livello personale ma, contemporaneamente, a livello sociale. È urgente creare spazi in cui la frammentazione non sia lo schema dominante, nemmeno del pensiero; per questo è necessario insegnare a pensare ciò che si sente e si fa; a sentire ciò che si pensa e si fa; a fare ciò che si pensa e si sente. Un dinamismo di capacità al servizio della persona e della società.

L’alfabetizzazione, basata sull’integrazione dei diversi linguaggi che ci costituiscono, coinvolgerà gli studenti nel loro processo educativo, processo di fronte alle sfide che il prossimo futuro presenterà loro. Il "divorzio" dei saperi e dei linguaggi, l’analfabetismo su come integrare le diverse dimensioni della vita, non produce altro che frammentazione e rottura sociale.

In questa società liquida [3] o leggera [4], come alcuni pensatori l’hanno definita, vanno scomparendo i punti di riferimento a partire dai quali le persone possono costruirsi individualmente e socialmente. Sembra che oggi la "nuvola" sia il nuovo punto di incontro, caratterizzato dalla mancanza di stabilità poiché tutto si volatilizza e quindi perde consistenza.

E tale mancanza di consistenza potrebbe essere una delle ragioni della perdita di consapevolezza dello spazio pubblico. Uno spazio che richiede un minimo di trascendenza sugli interessi privati ​​(vivere di più e meglio), per costruire su basi che rivelino quella dimensione importante della nostra vita che è il "noi". Senza quella consapevolezza, ma soprattutto senza quel sentimento e quindi senza quella esperienza è e sarà molto difficile costruire la nazione, e dunque sembrerebbe che sia importante e valido solo ciò che riguarda l’individuo, mentre tutto ciò che rimane al di fuori di questa giurisdizione diventa obsoleto. Una cultura di questo tipo ha perso la memoria, ha perso i legami che sostengono e rendono possibile la vita. Senza il "noi" di un popolo, di una famiglia, di una nazione e, nello stesso tempo, senza il "noi" del futuro, dei bambini e di domani; senza il "noi" di una città che "mi" trascenda e sia più ricca degli interessi individuali, la vita sarà non solo sempre più frammentata ma anche più conflittuale e violenta.

L’Università, in questo senso, vive la sfida di generare, all’interno del proprio stesso ambito, le nuove dinamiche che superino ogni frammentazione del sapere e stimolino una vera "universitas".

2. "Progredire in comunità".

Da qui, il secondo elemento molto importante per questa casa di studio: la capacità di progredire in comunità.

Mi ha rallegrato sapere dello sforzo evangelizzatore e della gioiosa vitalità della vostra pastorale universitaria, segno di una Chiesa giovane, viva e "in uscita". Le missioni che realizzate tutti gli anni in diverse parti del Paese sono un punto forte e molto arricchente. In queste occasioni, voi riuscite ad allargare l’orizzonte del vostro sguardo e ad entrare in contatto con varie situazioni che, aldilà dell’evento specifico, vi lasciano mobilitati. Il "missionario" – nel senso etimologico della parola – infatti non ritorna mai dalla missione uguale a prima; sperimenta il passaggio di Dio nell’incontro con tanti volti, che non conosceva, che non gli erano familiari oppure che gli erano lontani.

Queste esperienze non possono rimanere isolate dal percorso universitario. I metodi classici di ricerca sperimentano certi limiti, tanto più quando si tratta di una cultura come la nostra che stimola la partecipazione diretta e istantanea dei soggetti. La cultura attuale richiede nuove forme capaci di includere tutti gli attori che danno vita alla realtà sociale e quindi educativa. Da qui l’importanza di ampliare il concetto di comunità educativa.

La comunità deve affrontare la sfida di non rimanere isolata da [nuove] forme di conoscenza; come pure di non costruire conoscenza al margine dei destinatari della stessa. È necessario che l’acquisizione della conoscenza sia in grado di generare un’interazione tra l’aula e la sapienza dei popoli che costituiscono questa terra benedetta. Una sapienza carica di intuizioni, di "odori", che non si possono ignorare quando si pensa al Cile. Così si produrrà quella sinergia così arricchente tra rigore scientifico e intuizione popolare. La stretta interazione reciproca impedisce il divorzio tra la ragione e l’azione, tra il pensare e il sentire, tra il conoscere e il vivere, tra la professione e il servizio. La conoscenza deve sempre sentirsi al servizio della vita e confrontarsi con essa per poter continuare a progredire. Di conseguenza, la comunità educativa non si può limitare ad aule e biblioteche, ma deve tendere continuamente alla partecipazione. Un tale dialogo può essere condotto solo da un "episteme" capace di assumere una logica plurale, quella cioè che fa propria l’interdisciplinarità e l’interdipendenza del sapere. «In questo senso, è indispensabile prestare speciale attenzione alle "comunità aborigene" con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i loro spazi» [5].

La comunità educativa porta in sé un numero infinito di possibilità e potenzialità quando si lascia arricchire e interpellare da tutti gli attori che compongono la realtà educativa. Ciò richiede uno sforzo maggiore in termini di qualità e di integrazione. Infatti, il servizio universitario deve sempre puntare ad essere di qualità e di eccellenza poste al servizio della convivenza nazionale. Potremmo dire che l’università diventa un laboratorio per il futuro del Paese, perché sa incorporare in sé la vita e il cammino del popolo superando ogni logica antagonistica ed elitaria del sapere.

Un’antica tradizione cabalistica racconta che l’origine del male si trova nella scissione prodotta dall’essere umano quando mangiò dell’albero della scienza del bene e del male. In questo modo, la conoscenza acquistò un primato sulla Creazione, sottoponendola ai propri schemi e desideri [6]. Sarà la tentazione latente in ogni ambito accademico, quella di ridurre la Creazione ad alcuni schemi interpretativi, privandola del Mistero che le è proprio e che ha spinto generazioni intere a cercare ciò che è giusto, buono, bello e vero. E quando il professore, per la sua sapienza, diventa "maestro" allora è in grado di risvegliare la capacità di stupore nei nostri studenti. Stupore davanti a un mondo e un universo da scoprire!

Oggi la missione che vi è affidata risulta profetica. Siete chiamati a generare processi che illuminino la cultura attuale proponendo un umanesimo rinnovato che eviti di cadere in ogni tipo di riduzionismi di qualunque tipo. E questa profezia che ci viene chiesta ci spinge a cercare spazi sempre nuovi di dialogo più che di scontro; spazi di incontro più che di divisione; strade di amichevole discrepanza, perché ci si differenzia con rispetto tra persone che camminano cercando lealmente di progredire in comunità verso una rinnovata convivenza nazionale.

E, se lo chiederete, non dubito che lo Spirito Santo guiderà i vostri passi affinché questa Casa continui a dare frutti per il bene del Popolo del Cile e per la Gloria di Dio!

Vi ringrazio ancora per questo incontro, e vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me!

[1] "Discorso alla Plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica".

[2] Lettera Enciclica "Laudato si’", 47.

[3] Cfr. Zygmunt Bauman, "Modernidad líquida", 1999.

[4] Cfr. Gilles Lipovetsky, "De la ligereza", 2016.

[5] Lettera Enciclica "Laudato si’", 146.

[6] Cfr. Gershom Scholem, "La mystique juive", Paris 1985, 86.

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