VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
CILE E IN PERÙ

(15-22 GENNAIO 2018)

Dal 15 al 18 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile...

Dal 18 al 22 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù...

Lunedì 15 Gennaio         Martedì 16 Gennaio         Mercoledì 17 Gennaio
Giovedì 18 Gennaio         Sabato 20 Gennaio         Domenica 21 Gennaio

RITAGLI   Venerdì, 19 Gennaio 2018   DOCUMENTI

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

15-21 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile e Perù...
Incontro con i Popoli dell'Amazzonia Incontro con la Popolazione
Visita all'"Hogar Principito" Pranzo con i Rappresentanti dei Popoli dell'Amazzonia
Visita alla Cappella della Base Aerea Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico
Visita di Cortesia al Presidente Incontro Privato con i membri della Compagnia di Gesù

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TOP   INCONTRO CON I POPOLI DELL’AMAZZONIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Coliseo Madre de Dios (Puerto Maldonado)
Venerdì, 19 gennaio 2018

Cari Fratelli e Sorelle!

Qui insieme a voi mi sgorga dal cuore il Canto di San Francesco: «Laudato si’, mi’ Signore!». Sì, lodato Tu sia per l’opportunità che ci doni con questo incontro. Grazie Mons. David Martínez de Aguirre Guinea, Signor Héctor, Signora Yésica e Signora María Luzmila per le vostre parole di benvenuto e le vostre testimonianze. In voi desidero ringraziare e salutare tutti gli abitanti dell’Amazzonia!

Vedo che siete venuti dai differenti popoli originari dell’Amazzonia: Harakbut, Esse-ejas, Matsiguenkas, Yines, Shipibos, Asháninkas, Yaneshas, Kakintes, Nahuas, Yaminahuas, Juni Kuin, Madijá, Manchineris, Kukamas, Kandozi, Quichuas, Huitotos, Shawis, Achuar, Boras, Awajún, Wampís, tra gli altri. Vedo anche che ci accompagnano popoli che vengono dalle Ande e son arrivati nella selva e si sono fatti amazzonici. Ho molto desiderato questo incontro. Ho voluto iniziare da qui la visita in Perù. Grazie per la vostra presenza e perché ci aiutate a vedere più da vicino, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale. Quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo!» (Es 3,5).

Permettetemi di ripetere ancora una volta: Che Tu sia lodato, Signore, per quest’opera meravigliosa dei popoli amazzonici e per tutta la biodiversità che queste terre racchiudono!

Questo canto di lode si spezza quando ascoltiamo e vediamo le profonde ferite che porta con sé l’Amazzonia e i suoi popoli. E ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture.

Probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: da una parte, il "neo-estrattivismo" e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il "gas", il legno, l’oro, le monocolture "agro-industriali"; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la "conservazione" della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate. Siamo a conoscenza di movimenti che, in nome della conservazione della foresta, si appropriano di grandi estensioni di boschi e negoziano su di esse generando situazioni di oppressione per i popoli originari per i quali, in questo modo, il territorio e le risorse naturali che vi si trovano diventano inaccessibili. Questa problematica soffoca i vostri popoli e causa migrazioni delle nuove generazioni di fronte alla mancanza di alternative locali. Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti.

Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri. Un dialogo interculturale in cui voi siate «i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i [vostri] spazi» [1]. Il riconoscimento e il dialogo saranno la via migliore per trasformare le antiche relazioni segnate dall’esclusione e dalla discriminazione.

D’altra parte, è giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità. Questo "buon agire" è in sintonia con le pratiche del "buon vivere" che scopriamo nella saggezza dei nostri popoli. E permettetemi di dirvi che se, da qualcuno, voi siete considerati un ostacolo o un "ingombro", in verità, voi con la vostra vita siete un grido rivolto alla coscienza di uno stile di vita che non è in grado di misurare i suoi costi. Voi siete memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della casa comune.

La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita. Conosciamo la sofferenza che alcuni di voi patiscono per le fuoriuscite di idrocarburi che minacciano seriamente la vita delle vostre famiglie e inquinano il vostro ambiente naturale.

Parallelamente, esiste un’altra devastazione della vita che viene provocata con questo inquinamento ambientale causato dall’estrazione illegale. Mi riferisco alla tratta di persone: la mano d’opera schiavizzata e l’abuso sessuale. La violenza contro gli adolescenti e contro le donne è un grido che sale al cielo: «Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: "Dov’è tuo fratello?" (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? [...] Non facciamo finta di niente e non guardiamo dall’altra parte... Ci sono molte complicità! La domanda è per tutti!» [2].

Come non ricordare San Toribio quando constatava con gran dolore nel "III Concilio di Lima" che «non solo nei tempi passati sono stati fatti a questi poveri tante offese e violenze con tanti eccessi, ma che anche oggi molti continuano a fare le stesse cose» ("Sess." III, c. 3). Sfortunatamente, dopo cinque secoli queste parole continuano ad essere attuali. Le parole profetiche di quegli uomini di fede – come ci hanno ricordato Héctor e Yésica – sono il grido di questa gente, che molte volte è costretta al silenzio o a cui hanno tolto la parola. Quella profezia deve rimanere presente nella nostra Chiesa, che non smetterà mai di alzare la voce per gli scartati e per quelli che soffrono.

Da questa preoccupazione deriva l’opzione primordiale per la vita dei più indifesi. Sto pensando ai popoli denominati "Popoli Indigeni in Isolamento Volontario" ("PIAV"). Sappiamo che sono i più vulnerabili tra i vulnerabili. Il retaggio di epoche passate li ha obbligati a isolarsi persino dalle loro stesse etnie, iniziando una storia di reclusione nei luoghi più inaccessibili della foresta per poter vivere in libertà. Continuate a difendere questi fratelli più vulnerabili. La loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità e del consumo. È necessario che esistano limiti che ci aiutino a difenderci da ogni tentativo di distruzione di massa dell’habitat che ci costituisce.

Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza, ma autentici interlocutori – come pure di tutti i popoli originari ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato. È urgente accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società, non fare delle loro culture una idealizzazione di uno stato naturale e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo. La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi. Sono preoccupanti le notizie che giungono sull’avanzare di alcune malattie. Fa paura il silenzio perché uccide. Con il silenzio non diamo vita ad azioni volte alla prevenzione, soprattutto per gli adolescenti e i giovani, né ci curiamo dei malati, condannandoli alla esclusione più crudele. Chiediamo agli Stati che si implementino politiche sanitarie interculturali che tengano conto della realtà e della visione del cosmo dei popoli, formando professionisti della loro stessa etnia che sappiano affrontare la malattia secondo la propria visione del cosmo. E come ho affermato nella "Laudato si’", una volta di più è necessario alzare la voce sulla pressione che alcuni organismi internazionali fanno su determinati Paesi perché promuovano politiche di sterilizzazione. Queste si accaniscono in modo più incisivo sulle popolazioni aborigene. Sappiamo che in esse si continua a promuovere la sterilizzazione delle donne, a volte senza che esse ne siano avvertite.

La cultura dei nostri popoli è un segno di vita. L’Amazzonia, oltre ad essere una riserva di "biodiversità", è anche una riserva culturale che deve essere preservata di fronte ai nuovi colonialismi. La famiglia è – come ha detto una di voi – ed è sempre stata l’istituzione sociale che più ha contribuito a mantenere vive le nostre culture. In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi, la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita. Ci è chiesta una speciale cura per non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico... e debole. Ascoltate gli anziani, per favore. Essi dispongono di una saggezza che li pone a contatto con il trascendente e fa loro scoprire l’essenziale della vita. Non dimentichiamoci che «la scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale» [3]. E l’unico modo per far sì che le culture non si perdano è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento. Com’è importante quello che ci dicevano Yésica e Héctor: «Vogliamo che i nostri figli studino, ma non vogliamo che la scuola cancelli le nostre tradizioni, le nostre lingue, non vogliamo dimenticarci della nostra saggezza ancestrale!».

L’educazione ci aiuta a gettare ponti e a generare una cultura dell’incontro. La scuola e l’educazione dei popoli originari dev’essere una priorità e un impegno dello Stato, impegno integrante e "inculturato" che assuma, rispetti e integri come un bene di tutta la nazione la loro sapienza ancestrale, come ci segnalava María Luzmila.

Chiedo ai miei fratelli Vescovi che, come si sta facendo anche nei luoghi più isolati della selva, continuino a promuovere spazi di educazione interculturale e bilingue nelle scuole e negli istituti pedagogici e universitari [4]. Mi congratulo per le iniziative che vengono prese dalla Chiesa Peruviana dell’Amazzonia per la promozione dei popoli originari: scuole, residenze per studenti, centri di ricerca e di promozione come il Centro Culturale "José Pío Aza", il "CAAAP" e il "CETA", nuovi e importanti spazi universitari interculturali come "NOPOKI", diretti espressamente alla formazione dei giovani delle differenti etnie della nostra Amazzonia.

Mi congratulo anche con tutti quei giovani dei popoli originari che si sforzano di elaborare, dal proprio punto di vista, una nuova antropologia e lavorano per rileggere la storia dei loro popoli dalla loro prospettiva. Inoltre mi congratulo con quelli che, per mezzo della pittura, della letteratura, dell’artigianato, della musica, mostrano al mondo la loro visione del cosmo e la loro ricchezza culturale. Molti hanno scritto e parlato su di voi. È bene che adesso siate voi stessi ad autodefinirvi e a mostrarci la vostra identità. Abbiamo bisogno di ascoltarvi.

Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo. Anche Cristo si è incarnato in una cultura, quella ebrea, e a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta "auto-affermato" in Lui. Non soccombete ai tentativi che ci sono di sradicare la fede cattolica dei vostri popoli [5]. Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi. Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche. E a tal proposito, mi ha dato tanta gioia ascoltare che uno dei brani della "Laudato si’" è stato letto da un diacono permanente della vostra cultura. Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un "Sinodo per l’Amazzonia" nell’anno 2019, la cui prima riunione, come Consiglio "pre-sinodale", si terrà qui, oggi pomeriggio.

Confido nella capacità di resilienza dei popoli e nella vostra capacità di reazione davanti ai difficili momenti che vi tocca vivere. Lo avete dimostrato nei diversi assalti della storia, con i vostri contributi, con la vostra visione differenziata delle relazioni umane, con l’ambiente e con l’esperienza della fede.

Prego per voi e per la vostra terra benedetta da Dio, e vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me!

Grazie!

"Tinkunakama" ("Quechua": al prossimo incontro)!

[1] Lettera Enciclica "Laudato si’", 146.

[2] Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 211.

[3] Lettera Enciclica "Laudato si’", 145.

[4] Cfr. "V Conferenza Generale del’Episcopato Latino-Americano e dei Caraibi", "Documento di Aparecida" (29 Giugno 2007), 530.

[5] Cfr. "Ibid.", 531.

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SALUTO DEL SANTO PADRE

Istituto Jorge Basadre (Puerto Maldonado)
Venerdì, 19 gennaio 2018

Cari Fratelli e Sorelle!

Vedo che siete venuti non solo dalle diverse zone di questa Amazzonia Peruviana, ma anche dalle Ande e da altri paesi vicini! Che bella immagine della Chiesa, che non conosce frontiere e nella quale tutti i popoli possono trovare il loro spazio! Quanto abbiamo bisogno di questi momenti dove possiamo incontrarci e, al di là delle nostre provenienze, incoraggiarci a dar vita a una cultura dell’incontro che ci rinnova nella speranza!

Grazie, Mons. David, per le Sue parole di benvenuto. Grazie, Arturo e Margarita, per aver condiviso con tutti noi le vostre esperienze. Loro ch hanno detto: "Ci viene a visitare in questa terra tanto dimenticata, ferita ed emarginata... però non siamo la terra di nessuno!". Grazie per averlo detto: non siamo terra di nessuno. Ed è una cosa che bisogna dire con forza: voi non siete terra di nessuno. Questa terra ha dei nomi, ha dei volti: ha voi.

Questa regione è chiamata con il bellissimo nome di "Madre de Dios". Non posso non fare menzione di Maria, giovane ragazza che viveva in un villaggio lontano, sperduto, anch’esso considerato da tanti come "terra di nessuno". Lì ricevette il saluto e la chiamata più grande che una persona possa sperimentare: essere la Madre di Dio; ci sono gioie che possono essere rivelate solo ai piccoli [1].

Voi avete in Maria non solo un testimone a cui guardare, "ma una Madre", e dove c’è una madre non c’è quel terribile male di sentire che non apparteniamo a nessuno, quel sentimento che nasce quando comincia a scomparire la certezza di appartenere a una famiglia, a un popolo, a una terra, al nostro Dio. Cari fratelli, la prima cosa che mi piacerebbe trasmettervi – e voglio farlo con forza – è che questa non è una terra orfana, è la terra della Madre! E se c’è una madre ci sono figli, c’è famiglia e c’è comunità. E dove c’è madre, famiglia e comunità, non potranno sparire i problemi, ma sicuramente si trova la forza per affrontarli in modo diverso.

È doloroso constatare che ci sono alcuni che vogliono spegnere questa certezza e fare di Madre de Dios una terra anonima, senza figli, una terra infeconda. Un luogo facile da commercializzare e da sfruttare. Per questo ci fa bene ripetere nelle nostre case, nelle comunità, nel profondo del cuore di ciascuno: Questa non è una terra orfana! Ha una Madre! Questa buona notizia si va trasmettendo di generazione in generazione, grazie allo sforzo di tanti che condividono questo dono di sapere che siamo figli di Dio, e ci aiuta a riconoscere l’altro come fratello.

In diverse occasioni mi sono riferito alla cultura dello scarto. Una cultura che non si accontenta solo di escludere – come eravamo abituati a vedere – , ma che è avanzata mettendo a tacere, ignorando e rigettando tutto ciò che non serve ai suoi interessi; sembrerebbe che il consumismo alienante di alcuni non riesca a percepire la dimensione della sofferenza soffocante di altri. È una cultura anonima, senza legami e senza volti, la cultura dello scarto. Una cultura senza madre, che non vuole altro che consumare. La terra viene trattata secondo questa logica. Le foreste, i fiumi e i torrenti vengono usati, utilizzati fino all’ultima risorsa e poi lasciati inutilizzati e inservibili. Anche le persone sono trattate con questa logica: usate fino allo sfinimento e poi abbandonate come "inservibili". Questa è la cultura dello scarto: si scartano i bambini, si scartano gli anziani. Lì, uscendo, quando ho fatto il percorso, c’era una nonna di novantasette anni: dobbiamo scartare quella nonna? No! Perché la nonna ha la sapienza di un popolo. Un applauso alla nonna di novantasette anni!

Pensando a queste cose permettetemi di soffermarmi su un tema doloroso. Ci siamo abituati a utilizzare il termine "tratta di persone". Arrivando a Puerto Maldonado, nell’aeroporto ho visto un cartello che ha richiamato la mia attenzione positivamente: "Fai attenzione alla tratta!". Si vede che stanno prendendo coscienza. Ma in realtà dovremmo parlare di schiavitù: schiavitù per il lavoro, schiavitù sessuale, schiavitù per il guadagno. Fa male constatare come in questa terra, che sta sotto la protezione della Madre di Dio, tante donne sono così svalutate, disprezzate ed esposte a violenze senza fine. Non possiamo "normalizzare" la violenza, prenderla come una cosa naturale. No, non si "normalizza" la violenza contro le donne, sostenendo una cultura maschilista che non accetta il ruolo di protagonista della donna nelle nostre comunità. Non ci è lecito guardare dall’altra parte, fratelli, e lasciare che tante donne, specialmente adolescenti, siano "calpestate" nella loro dignità.

Diverse persone sono emigrate verso l’Amazzonia cercando un tetto, una terra e un lavoro. Sono venute a cercare un futuro migliore per sé stesse e per le loro famiglie. Hanno abbandonato la loro vita umile, povera ma dignitosa. Molte di loro, per la promessa che certi lavori avrebbero messo fine a situazioni precarie, si sono basati sul luccichio promettente dell’estrazione dell’oro. Però non dimentichiamo che l’oro può diventare un falso dio che pretende sacrifici umani.

I falsi dei, gli idoli dell’avarizia, del denaro, del potere, corrompono tutto. Corrompono la persona e le istituzioni, e distruggono anche la foresta. Gesù diceva che ci sono demoni che, per essere scacciati, richiedono molta preghiera. Questo è uno di quelli. Vi incoraggio a continuare a organizzarvi in movimenti e comunità di ogni tipo per cercare di superare queste situazioni; e anche a far in modo, a partire dalla fede, di organizzarvi come comunità ecclesiali che vivono intorno alla persona di Gesù. Dalla preghiera sincera e dall’incontro pieno di speranza con Cristo potremo ottenere la conversione che ci faccia scoprire la vita vera. Gesù ci ha promesso vita vera, vita autentica, vita eterna. Non vita fittizia, come le false promesse che abbagliano e che, promettendo vita, finiscono per portarci alla morte.

Sorelle e Fratelli, la salvezza non è generica, non è astratta! Il nostro Padre guarda alle persone concrete, con volti e storie concreti, e tutte le comunità cristiane devono essere riflesso di questo sguardo di Dio, di questa presenza che crea legami, genera famiglia e comunità. È un modo di rendere visibile il Regno dei Cieli, comunità in cui ciascuno si senta partecipe, si senta chiamato per nome e spinto ad essere artefice di vita per gli altri.

Ho speranza in voi... E facendo il giro ho visto tanti bambini, e dove ci sono bambini c’è speranza! Grazie! Ho speranza in voi, nei cuori di tante persone che desiderano una vita benedetta. Siete venuti a cercarla qui, dove si trova una delle esplosioni di vita più esuberanti del pianeta. Amate questa terra, sentitela vostra. Odoratela, ascoltatela, meravigliatevi di essa. Innamoratevi di questa terra Madre de Dios, impegnatevi per essa e custoditela, difendetela. Non usatela come un mero oggetto che si può scartare, ma come un vero tesoro da godere, da far crescere e da trasmettere ai vostri figli.

Ci affidiamo a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, e ci poniamo sotto la sua protezione. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. E vi invito tutti a pregare la Madre di Dio!

"Ave, Maria...".

["Benedizione..."].

Arrivederci!

[1] «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli!» (Mt 11,25).

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SALUTO DEL SANTO PADRE

Puerto Maldonado
Venerdì, 19 gennaio 2018

Cari Fratelli e Sorelle,
Cari Bambini e Bambine,

grazie per questa bella accoglienza e per le parole di benvenuto! Vedervi cantare e ballare mi riempie di gioia.

Quando mi hanno raccontato dell’esistenza di questa Casa "Il Piccolo Principe" e della Fondazione "Apronia", ho pensato che non potevo andarmene da Puerto Maldonado senza salutarvi. Avete voluto riunirvi da diversi alloggi in questa bella Casa "Il Piccolo Principe". Grazie per gli sforzi che avete fatto per poter essere qui oggi!

Abbiamo appena celebrato il Natale. Ci ha intenerito il cuore l’immagine di Gesù Bambino. Lui è il nostro tesoro, e voi bambini siete il riflesso, e siete anche voi il nostro tesoro, il tesoro di tutti noi, il tesoro più prezioso di cui dobbiamo avere cura. Perdonate le volte in cui noi grandi non lo facciamo o non vi diamo l’importanza che voi meritate. Quando sarete grandi non dimenticatevi di questo. Il vostro sguardo, la vostra vita esigono sempre un maggiore impegno e lavoro per non diventare ciechi o indifferenti davanti a tanti altri bambini che soffrono e si trovano in necessità. Voi, senza alcun dubbio, siete il tesoro più prezioso di cui dobbiamo prenderci cura.

Cari bambini della Casa "Il Piccolo Principe" e giovani delle altre case di accoglienza. Alcuni di voi a volte sono tristi alla sera, avete nostalgia del papà o della mamma che non c’è, e so anche che ci sono ferite che fanno molto male. Dirsey, sei stato coraggioso e lo hai condiviso con noi. E mi dicevi «che il mio messaggio sia una luce di speranza». Ma lascia che ti dica una cosa: la tua vita, le tue parole e quelle di tutti voi sono luce di speranza. Voglio ringraziarvi per la vostra testimonianza. Grazie perché siete luce di speranza per tutti noi.

Mi da gioia di vedere che avete una casa dove siete accolti, dove con affetto e amicizia vi aiutano a scoprire che Dio vi tende la mano e vi mette dei sogni nel cuore. È bello questo!

Che bella testimonianza quella di voi giovani che siete passati per questa strada, che ieri vi siete riempiti di amore in questa casa e oggi avete potuto costruire il vostro futuro! Voi siete per tutti noi il segno delle immense potenzialità che ogni persona possiede. Per questi bambini e bambine voi siete il miglior esempio da seguire, la speranza che anche loro potranno farcela. Tutti abbiamo bisogno di modelli da seguire; i bambini hanno bisogno di guardare avanti e di trovare modelli positivi: "voglio essere come lui, voglio essere come lei", sentono e dicono. Tutto quello che voi giovani potete fare, come venire a stare con loro, a giocare, a passare il tempo, è importante. Siate per loro, come diceva il "Piccolo Principe", "le stelline che illuminano la notte" [1].

Alcuni di voi, giovani che ci accompagnate, provenite dalle comunità native. Con tristezza vedete la distruzione dei boschi. I vostri nonni vi hanno insegnato a scoprirli, in essi trovavano il loro cibo e la medicina che li guariva: lo avete rappresentato bene all'inizio qui. Oggi siete devastati dalla vertigine di un malinteso progresso. I fiumi che hanno visto i vostri giochi e vi hanno dato da mangiare oggi sono insudiciati, inquinati, morti. Giovani, non rassegnatevi a ciò che sta succedendo. Non rinunciate all’eredità dei vostri nonni, non rinunciate alla vostra vita e ai vostri sogni. Mi piacerebbe invogliarvi a studiare: preparatevi, approfittate dell’opportunità che avete per formarvi, questa opportunità che vi dà la Fondazione "Apronia". Il mondo ha bisogno di voi, giovani dei popoli originari, e ha bisogno di voi non mascherati, ma così come siete. Non mascherati da cittadini di un altro popolo, no, come siete voi, così abbiamo bisogno di voi. Non rassegnatevi ad essere il vagone di coda della società, agganciati e trascinati! No, non siate mai vagoni di coda, abbiamo bisogno di voi come motore che spinge. E vi raccomando una cosa: ascoltate i vostri nonni, apprezzate le vostre tradizioni, non frenate la vostra curiosità. Cercate le vostre radici e, nello stesso tempo, aprite gli occhi alla novità, sì... E fate la vostra sintesi! Restituite al mondo quello che imparate perché il mondo ha bisogno di voi originali, come realmente siete, non come imitazioni. Abbiamo bisogno di voi autentici, giovani fieri di appartenere ai popoli amazzonici e che offrono all’umanità un’alternativa di vita autentica. Amici, le nostre società molte volte hanno bisogno di correggere la rotta e voi, giovani dei popoli originari – ne sono sicuro – , potete aiutare moltissimo in questa sfida, soprattutto insegnandoci uno stile di vita che si basi sulla cura e non sulla distruzione di tutto quello che si oppone alla nostra avarizia.

E un’altra cosa importante, è che desidero ringraziare il Padre Xavier [Arbex de Morsier, Fondatore dell’Associazione "Apronia"]. Padre Xavier ha sofferto molto, e questo gli è costato. Semplicemente, grazie. Grazie per il suo esempio. Voglio ringraziare i religiosi e le religiose, le missionarie laiche che svolgono un lavoro favoloso e tutti i benefattori che formano questa famiglia; i volontari che regalano il proprio tempo con gratuità che è come balsamo rinfrescante sulle ferite. E inoltre ringraziare quanti rafforzano questi giovani nell’identità amazzonica e li aiutano a costruire un futuro migliore per le vostre comunità e per tutto il pianeta.

E adesso, così come stiamo, chiudiamo gli occhi e chiediamo a Dio di darci la benedizione.

"Che il Signore abbia pietà e vi benedica, faccia risplendere il suo volto su di voi, che il Signore abbia pietà e misericordia e vi colmi di ogni genere di favori, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo! Amen!" (cfr. Nm 6,24-26; Sal 66; "Benedizione del Tempo Ordinario").

E vi chiedo due cose: di pregare per me, e di non dimenticarvi che voi siete "le stelline che illuminano la notte"... Grazie!

[1] Cfr. Antoine de Saint-Exupéry, "Il piccolo principe", XXIV; XXVI.

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E CON IL
CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cortile d’Onore del Palazzo del Governo (Lima)
Venerdì, 19 gennaio 2018

Signor Presidente,
Membri del Governo e del Corpo Diplomatico,
Distinte Autorità,
Rappresentanti della Società Civile,
Signori e Signore tutti!

Giungendo in questa storica casa rendo grazie a Dio per l’opportunità che mi ha concesso di calcare, ancora una volta, il suolo Peruviano! Vorrei che le mie parole fossero di saluto e gratitudine per ciascuno dei figli e delle figlie di questo popolo che ha saputo conservare e arricchire nel corso del tempo la sua sapienza ancestrale che è, senza dubbio, uno dei suoi principali patrimoni!

Grazie, Signor Pedro Paolo Kuczynsky, Presidente della Nazione, per l’invito a visitare il Paese e per le parole di benvenuto che mi ha rivolto a nome di tutto il suo popolo.

Vengo in Perù con il motto: "Uniti per la speranza". Permettetemi di dirvi che guardare questa terra è di per sé un motivo di speranza.

Parte del vostro territorio è formato dall’Amazzonia, che ho visitato stamattina e che costituisce nel suo insieme la più grande foresta tropicale e il sistema fluviale più esteso del pianeta. Questo "polmone", come lo si è voluto chiamare, è una delle zone di grande biodiversità del mondo, dato che ospita le specie più diverse.

Voi possedete una ricchissima pluralità culturale, sempre più interattiva, che costituisce l’anima di questo popolo. Anima marcata da valori ancestrali come l’ospitalità, la stima dell’altro, il rispetto e la gratitudine verso la madre terra e la creatività per nuovi progetti, come pure la responsabilità comunitaria per lo sviluppo di tutti che si coniuga nella solidarietà, dimostrata tante volte di fronte alle diverse catastrofi vissute.

In questo contesto, vorrei segnalare i giovani, che sono il presente più vitale che questa società possiede. Col loro dinamismo e il loro entusiasmo promettono e invitano a sognare un futuro di speranza che nasce dall’incontro tra il culmine della sapienza ancestrale e gli occhi nuovi che offre la gioventù.

E mi rallegro anche di un fatto storico: sapere che la speranza in questa terra ha un volto di santità. Il Perù ha generato santi che hanno aperto strade di fede per tutto il continente americano; per nominarne solo uno, Martino De Porres, il quale, figlio di due culture, mostrò la forza e la ricchezza che nascono nelle persone quando mettono l’amore al centro della loro vita. E potrei continuare a lungo questa lista materiale e ideale di ragioni di speranza. Il Perù è terra di speranza che invita e sfida all’unità di tutto il suo popolo. Questo popolo ha la responsabilità di mantenersi unito precisamente, tra le altre cose, per difendere tutti questi motivi di speranza.

Su questa speranza si profila un’ombra, si erge una minaccia. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo!» – dicevo nella Lettera Enciclica "Laudato si’" [1]. Questo si manifesta con chiarezza nel modo in cui stiamo spogliando la terra delle risorse naturali, senza le quali non è possibile alcuna forma di vita. La perdita di foreste e boschi implica non solo la perdita di specie viventi, che potrebbero anche significare nel futuro risorse estremamente importanti, ma anche la perdita di relazioni vitali che finiscono per alterare tutto l’ecosistema [2].

In questo contesto, "uniti per difendere la speranza" significa promuovere e sviluppare un’ecologia integrale come alternativa a «un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale» [3]. E questo richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori. Essi mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, provocano molte iniziative, alterando tutta la trama vitale che costituisce la nazione. Il degrado dell’ambiente, purtroppo, è strettamente legato al degrado morale delle nostre comunità. Non possiamo pensarle come due questioni separate.

A titolo di esempio, le estrazioni minerarie irregolari sono diventate un pericolo che distrugge la vita delle persone; le foreste e i fiumi vengono devastati con tutta la loro ricchezza. Questo processo di degrado implica e alimenta organizzazioni al di fuori delle strutture legali che degradano tanti nostri fratelli sottomettendoli alla tratta – nuova forma di schiavitù – , al lavoro irregolare, alla delinquenza... E ad altri mali che colpiscono gravemente la loro dignità e, insieme, la dignità di questa nazione!

Lavorare uniti per difendere la speranza esige di essere molto attenti a un’altra forma – spesso sottile – di degrado ambientale che inquina progressivamente tutto il tessuto vitale: la corruzione. Quanto male procura ai nostri popoli latinoamericani e alle democrazie di questo benedetto continente tale "virus" sociale, un fenomeno che infetta tutto, e i poveri e la madre terra sono i più danneggiati. Quello che si può fare per lottare contro questo flagello sociale merita il massimo della considerazione e del sostegno; e questa lotta ci impegna tutti. "Uniti per difendere la speranza", implica maggior cultura della trasparenza tra enti pubblici, settore privato e società civile, e non escludo le organizzazioni ecclesiastiche. Nessuno può dirsi estraneo a questo processo; la corruzione è evitabile ed esige l’impegno di tutti.

Coloro che occupano incarichi di responsabilità, in qualunque settore, li incoraggio e li esorto a impegnarsi in tal senso per offrire, al vostro popolo e alla vostra terra, la sicurezza che nasce dalla convinzione che il Perù è uno spazio di speranza e di opportunità... Ma per tutti, non per pochi! Perché ogni peruviano, ogni peruviana possano sentire che questo Paese è suo, non di un altro, e che può stabilirvi relazioni di fraternità e di uguaglianza con il prossimo e aiutare l’altro quando ne ha bisogno; una terra in cui si possa realizzare il proprio futuro. E così costruire un Perù che abbia spazio per «tutte le stirpi» [4], in cui possa realizzarsi «la promessa della vita Peruviana» [5].

Desidero assicurare nuovamente a voi l’impegno della Chiesa Cattolica, che ha accompagnato la vita di questa Nazione, in questo sforzo che ci accomuna di portare avanti il lavoro perché il Perù continui ad essere una terra di speranza!

Santa Rosa da Lima interceda per ognuno di voi e per questa benedetta Nazione!

Nuovamente grazie!

[1] Lettera Enciclica "Laudato si’", 104.

[2] Cfr. "Ibid.", 32.

[3] "Messaggio Urbi et Orbi", 25 Dicembre 2017.

[4] José María Arguedas, "Todas las sangres", Buenos Aires, 1964: Trad. It. "Tutte le stirpi", Torino 1974.

[5] Jorge Basadre, "La promesa de la vida peruana", Lima, 19582.

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