VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
CILE E IN PERÙ

(15-22 GENNAIO 2018)

Dal 15 al 18 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile...

Dal 18 al 22 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Perù...

Lunedì 15 Gennaio         Martedì 16 Gennaio         Mercoledì 17 Gennaio
Giovedì 18 Gennaio         Venerdì 19 Gennaio         Domenica 21 Gennaio

RITAGLI   Sabato, 20 Gennaio 2018   DOCUMENTI

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

15-21 Gennaio 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Cile e Perù...
Santa Messa Giro in "Papa-mobile" nel quartiere "Buenos Aires"
Incontro con i Sacerdoti, Religiosi, Seminaristi delle Circoscrizioni Ecclesiastiche del Nord del Perù
Breve Visita alla Cattedrale Celebrazione Mariana - "Virgen de la Puerta"

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TOP   SANTA MESSA
IN ONORE DI
"SANTA MARIA, PORTA DEL CIELO"

OMELIA DEL SANTO PADRE

Spianata costiera di Huanchaco (Trujillo)
Sabato, 20 gennaio 2018

Queste terre hanno sapore di Vangelo! Tutto l’ambiente che ci circonda e questo immenso mare sullo sfondo ci aiutano a comprendere meglio l’esperienza che gli apostoli hanno vissuto con Gesù e che oggi anche noi siamo chiamati a vivere. Mi fa piacere sapere che siete arrivati da diversi luoghi del Nord peruviano per celebrare questa gioia del Vangelo!

I discepoli di ieri, come tanti di voi oggi, si guadagnavano da vivere con la pesca. Uscivano sulle barche come alcuni di voi continuano a fare sui "cavallini di totora" [piccole imbarcazioni monoposto costruite con la pianta chiamata "totora"] e tanto loro quanto voi con lo stesso fine: guadagnarsi il pane quotidiano. In questo si giocano molte delle nostre fatiche di ogni giorno: poter portare avanti le nostre famiglie e procurare ad esse quanto le aiuterà a costruire un futuro migliore.

Questa «laguna con pesci dorati», come hanno voluto chiamarla, è stata fonte di vita e benedizione per molte generazioni. Nel corso del tempo ha saputo nutrire sogni e speranze.

Voi, come gli apostoli, conoscete la forza della natura e avete sperimentato i suoi colpi. Come essi affrontarono la tempesta sul lago, a voi è toccato affrontare il duro colpo del "Niño costiero", le cui conseguenze dolorose sono tuttora presenti in tante famiglie, specialmente quelle che non hanno ancora potuto ricostruire le loro case. Anche per questo ho voluto venire e pregare qui con voi.

Portiamo a questa Eucaristia anche quel momento tanto difficile che interpella e pone molte volte in dubbio la nostra fede. Vogliamo unirci a Gesù. Lui conosce il dolore e le prove; Lui ha attraversato tutti i dolori per poterci accompagnare nei nostri. Gesù sulla croce vuole essere vicino ad ogni situazione dolorosa per darci la mano e aiutarci ad alzarci. Perché Egli è entrato nella nostra storia, ha voluto condividere il nostro cammino e toccare le nostre ferite. Non abbiamo un Dio estraneo a quello che sentiamo e soffriamo, al contrario, in mezzo al dolore ci offre la sua mano.

Questi scossoni mettono in discussione e in gioco il valore del nostro spirito e dei nostri atteggiamenti più elementari. Allora ci rendiamo conto di quanto sia importante non essere soli ma uniti, pieni di quella unità che è frutto dello Spirito Santo.

Che cosa è successo alle fanciulle del Vangelo che abbiamo ascoltato [cfr. Mt 25,1-13]? Improvvisamente sentono un grido che le sveglia e le mette in movimento. Alcune si resero conto di non avere l’olio necessario per illuminare la strada nell’oscurità, altre invece riempirono le loro lampade e poterono trovare e illuminare la strada che le portava allo sposo. Nel momento indicato ognuna mostrò di che cosa aveva riempito la sua vita. "No tenemos un Dios ajeno a lo que sentimos y sufrimos, al contrario, en medio del dolor nos entrega su mano!".

Lo stesso succede a noi. In determinate circostanze comprendiamo con che cosa abbiamo riempito la nostra vita. Com’è importante riempire la nostra vita con "quell’olio" che permette di accendere le nostre lampade nelle molteplici situazioni di oscurità e trovare le strade per andare avanti!

So che, nel momento di oscurità, quando avete sentito il colpo del "Niño", queste terre hanno saputo mettersi in movimento e queste terre avevano l’"olio" per correre e aiutarsi come veri fratelli. C’era l’olio della solidarietà, della generosità che vi ha messi in movimento e siete andati incontro al Signore con innumerevoli gesti concreti di aiuto. In mezzo all’oscurità, insieme a tanti altri, siete stati torce vive e avete illuminato la strada con mani aperte e disponibili per alleviare il dolore e condividere quello che avevate nella vostra povertà.

Nella Lettura evangelica, possiamo notare come le fanciulle che non avevano l’olio andarono al villaggio a comprarlo. Nel momento cruciale della loro vita, si accorsero che le loro lampade erano vuote, che mancava loro l’essenziale per trovare la strada della gioia autentica. Erano sole e così restarono, sole, fuori dalla festa. Ci sono cose, come ben sapete, che non si improvvisano e tanto meno si comprano. L’anima di una comunità si misura da come riesce ad unirsi per affrontare i momenti difficili, di avversità, per mantenere viva la speranza. Con questo atteggiamento date la più grande testimonianza evangelica. Il Signore ci dice: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri!» (Gv 13,35). Perché la fede ci apre ad avere un amore concreto, non di idee, concreto, fatto di opere, di mani tese, di compassione; che sa costruire e ricostruire la speranza quando tutto sembra perduto. Così diventiamo partecipi dell’azione divina, quella che ci descrive l’apostolo Giovanni quando ci mostra Dio che asciuga le lacrime dei suoi figli. E quest’opera divina Dio lo compie con la stessa tenerezza di una madre che cerca di asciugare le lacrime dei suoi figli. Com’è bella la domanda che può fare a ognuno di noi il Signore alla fie della giornata: quante lacrime hai asciugato oggi?

Altre tempeste possono sferzare queste coste e, nella vita dei figli di queste terre, hanno effetti devastanti. Tempeste che ci interpellano anche come comunità e mettono in gioco il valore del nostro spirito. Si chiamano violenza organizzata, come il "sicariato" e l’insicurezza che esso crea; si chiamano mancanza di opportunità educative e di lavoro, specialmente tra i più giovani, che impedisce loro di costruire un futuro con dignità; la mancanza di un alloggio sicuro per tante famiglie costrette a vivere in zone ad alta instabilità e senza accessi sicuri; come pure tante altre situazioni che voi conoscete e soffrite, che come le peggiori inondazioni abbattono la mutua fiducia, tanto necessaria per costruire una rete di sostegno e di speranza. Inondazioni che investono l’anima e reclamano da noi l’olio che abbiamo per farvi fronte. Quanto olio hai?

Molte volte ci interroghiamo su come affrontare queste tempeste, o su come aiutare i nostri figli e superare queste situazioni. Voglio dirvi: non c’è altra via d’uscita migliore di quella del Vangelo, e si chiama Gesù Cristo. Riempite sempre la vostra vita di Vangelo. Voglio esortarvi ad essere comunità che si lasci ungere dal suo Signore con l’olio dello Spirito. Lui trasforma tutto, rinnova tutto, consola tutto. In Gesù abbiamo la forza dello Spirito per non accettare come normale ciò che ci fa male, non renderlo una cosa naturale, non "naturalizzare", ciò che ci inaridisce lo spirito e, quel che è peggio, ci ruba la speranza. I peruviani, in questo momento della loro storia, non hanno diritto a lasciarsi rubare la speranza! In Gesù abbiamo lo Spirito che ci mantiene uniti per sostenerci a vicenda e far fronte a ciò che vuole prendersi il meglio delle nostre famiglie. In Gesù Dio ci rende comunità credente capace di sostenersi; comunità che spera e perciò lotta per respingere e trasformare le molteplici avversità; comunità che ama perché non permette che stiamo con la mani in mano. Con Gesù l’anima di questo popolo di Trujillo potrà continuare a chiamarsi "la città dell’eterna primavera", perché con Lui tutto diventa occasione di speranza.

Conosco l’amore che questa terra prova verso la Madonna, e so quanto la devozione a Maria vi sostiene portandovi sempre a Gesù. E dandoci l’unico consiglio che sempre ripete: "Fate quello che Lui vi dirà!" (cfr. Gv 2,5). Chiediamo a lei che ci ponga sotto il suo manto e che ci porti sempre a suo Figlio; ma diciamolo cantando con questa bella canzone marinara: «Madonnina della porta, dammi la tua benedizione. Madonnina della porta, dacci pace e tanto amore!». Siete capaci di cantarla? La cantiamo insieme? Chi comincia a cantare? «Madonnina della porta...». Nessuno canta? Il coro nemmeno? Allora recitiamola, se non la cantiamo. Insieme: «Madonnina della porta, dammi la tua benedizione! Madonnina della porta, dacci pace e tanto amore!». Un’altra volta! «Madonnina della porta, dammi la tua benedizione! Madonnina della porta, dacci pace e tanto amore!».

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TOP   INCONTRO CON I SACERDOTI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE
E I
SEMINARISTI
DELLE
CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE DEL "NORD" DEL PERÙ

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Collegio Seminario San Carlos y San Marcelo (Trujillo)
Sabato, 20 gennaio 2018

Cari Fratelli e Sorelle,
Buonasera!

[Grande applauso...]. Siccome è consuetudine che l’applauso sia alla fine, vuol dire che già è finito, allora me ne vado... [Gridano: "No!"]. Ringrazio per le parole che Mons. José Antonio Eguren Anselmi, Arcivescovo di Piura, mi ha rivolto a nome di tutti i presenti!

Incontrarmi con voi, conoscervi, ascoltarvi e manifestare l’amore per il Signore e per la missione che ci ha donato è importante. So che avete fatto un grande sforzo per essere qui, grazie!

Ci accoglie questo Collegio Seminario, uno dei primi ad essere fondati in America Latina per la formazione di tante generazioni di evangelizzatori. Essere qui e insieme a voi fa percepire che ci troviamo in una di quelle "culle" che hanno dato alla luce tanti missionari. E non dimentico che questa terra ha visto morire, mentre era in missione – non seduto dietro a una scrivania – , San Toribio de Mogrovejo, patrono dell’"Episcopato Latino-Americano". E tutto ciò ci porta a guardare alle nostre radici, a quello che ci sostiene nel corso del tempo, ci sostiene nel corso della storia per crescere verso l’alto e portare frutto. Le radici. Senza radici non ci sono fiori, non ci sono frutti. Diceva un poeta che tutto quello che l’albero ha di fiorito gli viene da quello che ha sottoterra, le radici. Le nostre vocazioni avranno sempre quella duplice dimensione: radici nella terra e cuore nel cielo. Non dimenticate questo. Quando manca una di queste due, qualcosa comincia ad andare male e la nostra vita a poco a poco marcisce (cfr. Lc 13,6-9), come un albero che non ha radici, marcisce. E vi dico che fa molto male vedere un vescovo, un sacerdote, una suora, "marciti". E ancora più pena mi dà quando vedo seminaristi "marciti". Questa è una cosa molto seria. La Chiesa è buona, la Chiesa è madre, e se voi vedete che non ce la fate, per favore, parlate finché siete in tempo, prima che sia tardi, prima di rendervi conto di non avere più radici e che state marcendo; così c’è ancora tempo per salvare, perché Gesù è venuto per questo, per salvare, e se ci ha chiamato è per salvare.

Mi piace sottolineare che la nostra fede, la nostra vocazione è ricca di memoria, quella dimensione deuteronomica della vita. Ricca di memoria perché sa riconoscere che né la vita, né la fede, né la Chiesa sono iniziate con la nascita di qualcuno di noi: la memoria si rivolge al passato per trovare la linfa che ha irrigato nei secoli il cuore dei discepoli, e in tal modo riconosce il passaggio di Dio nella vita del suo popolo. Memoria della promessa che Egli ha fatto ai nostri padri e che, quando rimane viva in mezzo a noi, è causa della nostra gioia e ci fa cantare: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia!» (Sal 125,3).

Mi piacerebbe condividere con voi alcune virtù, o alcune dimensioni, se preferite, di questo "essere ricchi di memoria". Quando io dico che amo che un vescovo, un sacerdote, un seminarista sia ricco di memoria, cosa voglio dire? È questo che adesso vorrei condividere!

1. Una dimensione è la "gioiosa coscienza di sé". Non bisogna essere incoscienti di sé stessi, no; sapere cosa sta succedendo, ma una gioiosa coscienza di sé.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr. Gv 1,35-42) lo leggiamo abitualmente in chiave vocazionale e così ci soffermiamo sull’incontro dei discepoli con Gesù. Mi piacerebbe, però, prima, guardare a Giovanni Battista. Egli stava con due dei suoi discepoli e vedendo passare Gesù dice loro: «Ecco l’Agnello di Dio!» (Gv 1,36). Sentendo questo, che cosa è successo? Hanno lasciato Giovanni e sono andati con l’altro (cfr. v. 37). È qualcosa di sorprendente: erano stati con Giovanni, sapevano che era un uomo buono, anzi, il più grande tra i nati di donna, come Gesù lo definisce (cfr. Mt 11,11), però non era colui che doveva venire. Anche Giovanni aspettava un altro più grande di lui. Giovanni aveva ben chiaro di non essere il Messia ma semplicemente colui che lo annunciava. Giovanni era l’uomo ricco della memoria della promessa e della propria storia. Era famoso, aveva una grande fama, tutti venivano a farsi battezzare da lui, lo ascoltavano con rispetto. La gente credeva che lui fosse il Messia, ma lui era ricco di memoria della propria storia e non si è lasciato ingannare dall’incenso della vanità.

Giovanni manifesta la coscienza del discepolo che sa che non è e non sarà mai il Messia, ma solo uno chiamato a indicare il passaggio del Signore nella vita della sua gente. Mi impressiona come Dio permetta che questo arrivi fino alle estreme conseguenze: muore decapitato in una cella, così semplicemente. Noi consacrati non siamo chiamati a soppiantare il Signore, né con le nostre opere, né con le nostre missioni, né con le innumerevoli attività che abbiamo da fare. Io quando dico "consacrati" comprendo tutti: vescovi, sacerdoti, uomini e donne consacrati e consacrate, religiosi e religiose, e seminaristi. Semplicemente ci viene chiesto di lavorare con il Signore, fianco a fianco, ma senza mai dimenticare che non occupiamo il suo posto. E questo non ci fa "afflosciare" nell’impegno di evangelizzare, ma al contrario, ci spinge, ci chiede di lavorare ricordando che siamo discepoli dell’unico Maestro. Il discepolo sa che asseconda e sempre asseconderà il Maestro. E questa è la fonte della nostra gioia, la gioiosa coscienza di sé.

Ci fa bene sapere che non siamo il Messia! Ci libera dal crederci troppo importanti, troppo occupati (è tipico di alcune zone sentire: "No, non andare in quella parrocchia perché il sacerdote è sempre molto occupato!"). Giovanni Battista sapeva che la sua missione era indicare la strada, iniziare processi, aprire spazi, annunciare che un Altro era colui che portava lo Spirito di Dio. Essere ricchi di memoria ci libera dalla tentazione dei messianismi, che io mi creda il Messia.

Questa tentazione si combatte in molti modi, ma anche col saper ridere. Di un religioso a cui volevo molto bene – un gesuita, un gesuita olandese che è morto l’anno scorso – si diceva che avesse un tale senso dell’umorismo che era capace di ridere di tutto quello che succedeva, di sé stesso e anche della propria ombra. Coscienza gioiosa. Imparare a ridere di sé stessi ci dà la capacità spirituale di stare davanti al Signore coi propri limiti, errori e peccati, ma anche coi propri successi, e con la gioia di sapere che Egli è al nostro fianco. Un bel test spirituale è quello di interrogarci sulla capacità che abbiamo di ridere di noi stessi. Degli altri è facile ridere – vero? –, "spellarli vivi", ma ridere di noi stessi non è facile. Ridere ci salva dal "neopelagianesimo" «"autoreferenziale" e "prometeico" di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri» [1]. Ridi. Ridete in comunità, e non "della" comunità o "degli" altri! Guardiamoci da quelle persone così importanti che nella vita hanno dimenticato come si fa a sorridere. "Sì, Padre, però lei non ha un rimedio, qualcosa per...?". Guarda, ho due "pastiglie" che aiutano moltissimo: una, parla con Gesù, con la Madonna nella preghiera e chiedi la grazia della gioia, della gioia nella situazione reale; la seconda pastiglia la puoi prendere varie volte al giorno se ne hai bisogno, o anche una volta basta: guardati allo specchio..., guardati allo specchio: "E quello sono io? Quella sono io? [fa una risata]". E questo ti fa ridere. Questo non è narcisismo, anzi, è il contrario: lo specchio, in questo caso, serve come una cura.

Dunque, la prima cosa era la gioiosa coscienza di sé stessi.

2. La seconda è "l’ora della chiamata", farci carico dell’ora della chiamata.

Giovanni l’Evangelista riporta nel suo Vangelo persino l’ora di quel momento che cambiò la sua vita. Sì, quando il Signore fa crescere in una persona la coscienza di essere chiamata..., si ricorda quando è incominciato tutto: «Erano circa le quattro del pomeriggio!» (Gv 1,39). L’incontro con Gesù cambia la vita, stabilisce un prima e un poi. Fa bene ricordare sempre quell’ora, quel "giorno-chiave" per ciascuno di noi, nel quale ci siamo accorti, seriamente, che quello che sentivo non era una voglia o un’attrazione ma che il Signore si aspettava qualcosa di più. E allora ci si può ricordare: "quel" giorno mi sono reso conto. La memoria di quell’ora in cui siamo stati toccati dal suo sguardo.

Quando ci dimentichiamo di questa ora, ci dimentichiamo delle nostre origini, delle nostre radici; e perdendo queste coordinate fondamentali mettiamo da parte la cosa più preziosa che una persona consacrata può avere: lo sguardo del Signore. "No, Padre, io guardo il Signore nel Tabernacolo!". Va bene, questo va bene. Ma siediti un momento, e lasciati guardare, e ricorda le volte in cui Lui ti ha guardato e ti sta guardando. Lasciati guardare da Lui!". È la cosa più preziosa che ha un consacrato: lo sguardo del Signore. Forse non sei contento del luogo dove ti ha incontrato il Signore, forse non si adegua a una situazione ideale o che ti "sarebbe piaciuta di più". Eppure è stato lì che ti ha incontrato e ha curato le tue ferite, lì. Ciascuno di noi conosce il dove e il quando: forse in un momento di situazioni complicate, di situazioni dolorose, sì; ma lì ti ha incontrato il Dio della Vita per renderti testimone della sua Vita, per renderti parte della sua missione e farti essere, con Lui, carezza di Dio per molti. Ci fa bene ricordare che le nostre vocazioni sono una chiamata di amore per amare, per servire. Non per prendere una "fetta" per noi stessi. Se il Signore si è innamorato di voi e vi ha scelti, non è stato perché eravate più numerosi degli altri, anzi siete il popolo più piccolo, ma per amore (cfr. Dt 7,7-8)! Così dice il "Deuteronomio" al popolo di Israele. "Non darti tante arie: non sei il popolo più importante, no, sei un po’ scadente, ma Lui si è innamorato di questo, e allora, che volete?", il Signore non ha buon gusto, si è innamorato di questo... Amore viscerale, amore di misericordia che commuove le nostre viscere per andare a servire gli altri alla maniera di Gesù Cristo. Non alla maniera dei farisei, dei sadducei, dei dottori della legge, degli zeloti, no, no, quelli cercavano la loro gloria.

Vorrei soffermarmi su un aspetto che considero importante. Molti, nel momento di entrare in Seminario o nella casa di formazione o al noviziato, eravamo formati con la fede delle nostre famiglie e delle persone vicine. Lì abbiamo imparato a pregare, dalla mamma, dalla nonna, dalla zia, e poi è stata la catechista che ci ha preparato... E così abbiamo fatto i nostri primi passi, appoggiati non di rado alle manifestazioni di pietà e spiritualità popolare che in Perù hanno trovato le forme più stupende e il radicamento nel popolo fedele e semplice. Il vostro popolo ha dimostrato un enorme affetto per Gesù, la Madonna, per i Santi e i Beati, con tante devozioni che non oso nominare per timore di tralasciarne qualcuna. In quei santuari, «molti pellegrini prendono decisioni che segnano la loro vita. Quelle pareti racchiudono molte storie di conversione, di perdono e di doni ricevuti, che milioni di persone potrebbero raccontare!» [2]. Anche molte delle vostre vocazioni possono essere impresse tra quelle pareti. Vi esorto, per favore, a non dimenticare, e tanto meno a disprezzare, la fede semplice e fedele del vostro popolo. Sappiate accogliere, accompagnare e stimolare l’incontro con il Signore. Non trasformatevi in professionisti del sacro che si dimenticano del loro popolo, da dove vi ha tratto il Signore: "da dietro il gregge", come dice il Signore al suo eletto [Davide] nella Bibbia. Non perdete la memoria e il rispetto per coloro che vi hanno insegnato a pregare.

Mi è successo che, in riunioni con maestri e maestre di novizi, o rettori di seminari, padri spirituali di seminario, è uscita la domanda: "Come insegniamo a pregare a quelli che entrano?". Allora, danno dei manuali per imparare a meditare – a me lo hanno dato quando sono entrato. "Per questo fai così!", "quello no", "prima devi fare questo", "poi quest’altro passo"... E in generale, gli uomini e le donne più saggi, che hanno questo incarico di maestri di novizi, di padri spirituali, di direttori spirituali dei seminari, scelgono: "Continua a pregare come ti hanno insegnato a casa!". E poi, a poco a poco, li fanno avanzare in un altro tipo di preghiera. Ma prima: "continua a pregare come ti ha insegnato tua madre, come ti ha insegnato tua nonna"; che del resto è il consiglio che San Paolo dà a Timoteo: "La fede di tua madre e di tua nonna: è questa che devi seguire!". Non disprezzate la preghiera di casa, perché è la più forte.

Ricordare l’ora della chiamata, fare memoria gioiosa del passaggio di Gesù nella nostra vita, ci aiuterà a dire quella bella preghiera di San Francisco Solano, grande predicatore e amico dei poveri: «Mio buon Gesù, mio Redentore e amico. Che cosa possiedo che Tu non mi abbia dato? Che cosa so che Tu non mi abbia insegnato?».

In questo modo, il religioso, il sacerdote, la consacrata, il consacrato, il seminarista è una persona ricca di memoria, gioiosa e riconoscente: trinomio da fissare e da tenere come "arma" di fronte ad ogni "mascheramento" vocazionale. La coscienza grata allarga il cuore e ci stimola al servizio. Senza gratitudine possiamo essere buoni esecutori del sacro, ma ci mancherà l’unzione dello Spirito per diventare servitori dei nostri fratelli, specialmente dei più poveri. Il Popolo fedele di Dio possiede l’olfatto e sa distinguere tra il funzionario del sacro e il servitore grato. Sa distinguere chi è ricco di memoria e chi è smemorato. Il Popolo di Dio sa sopportare, ma riconosce chi lo serve e lo cura con l’olio della gioia e della gratitudine. In questo lasciatevi consigliare dal popolo di Dio. Qualche volta, nelle parrocchie, succede che quando il sacerdote si perde un po’ e si dimentica della sua gente – sto parlando di storie reali, non è vero? – quante volte la signora anziana della sacrestia – come la chiamano: "la vecchia della sagrestia" – gli dice: "Caro Padre, quanto tempo è che non va a trovare sua mamma? Vada, vada a trovare sua mamma, che noi per una settimana ci arrangiamo col Rosario!".

3. Terzo, "la gioia contagiosa". La gioia è contagiosa quando è vera. Andrea era uno dei discepoli di Giovanni Battista che aveva seguito Gesù quel giorno. Dopo essere stato con Lui e aver visto dove viveva, tornò a casa di suo fratello Simon Pietro e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia!» (Gv 1,41). E lì fu contagiato. Questa è la notizia più grande che poteva dargli, e lo condusse a Gesù. La fede in Gesù è contagiosa. E se c’è un sacerdote, un vescovo, una suora, un seminarista, un consacrato che non contagia, è un asettico, è da laboratorio. Che esca e si sporchi un po’ le mani e poi incomincerà a contagiare l’amore di Gesù. La fede in Gesù è contagiosa, non può essere confinata né rinchiusa; e qui si vede la fecondità della testimonianza: i discepoli appena chiamati attraggono a loro volta altri mediante la loro testimonianza di fede, allo stesso modo in cui, nel brano evangelico, Gesù ci chiama per mezzo di altri. La missione scaturisce spontanea dall’incontro con Cristo. Andrea inizia il suo apostolato dai più vicini, da suo fratello Simone, quasi come qualcosa di naturale, irradiando gioia. Questo è il miglior segno del fatto che abbiamo "scoperto" il Messia. La gioia contagiosa è una costante nel cuore degli Apostoli, e la vediamo nella forza con cui Andrea confida a suo fratello: "Lo abbiamo incontrato!". Dunque «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia!» [3]. E questa è contagiosa.

Questa gioia ci apre agli altri, è una gioia non da tenere per sé, ma da trasmettere. Nel mondo frammentato in cui ci è dato di vivere, che ci spinge ad isolarci, la sfida per noi è essere artefici e profeti di comunità. Voi lo sapete, nessuno si salva da solo. E in questo vorrei essere chiaro. La frammentazione e l’isolamento non è qualcosa che si verifica "fuori", come se fosse solo un problema del "mondo" in cui ci tocca vivere. Fratelli, le divisioni, le guerre, gli isolamenti li viviamo anche dentro le nostre comunità, dentro i nostri presbitéri, dentro le nostre Conferenze episcopali, e quanto male ci fanno! Gesù ci invia ad essere portatori di comunione, di unità, ma tante volte sembra che lo facciamo disuniti e, quello che è peggio, facendoci spesso gli sgambetti a vicenda. O mi sbaglio? [Rispondono: "No!"]. Chiniamo la testa e ciascuno "metta nel proprio sacco" quello gli tocca. Ci è chiesto di essere artefici di comunione e di unità; che non equivale a pensare tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose. Significa apprezzare gli apporti, le differenze, il dono dei carismi all’interno della Chiesa sapendo che ciascuno, a partire dalla propria specificità, offre il proprio contributo, ma ha bisogno degli altri. Solo il Signore ha la pienezza dei doni, solo Lui è il Messia. E ha voluto distribuire i suoi doni in maniera tale che tutti possiamo offrire il nostro arricchendoci con quelli degli altri. Occorre guardarsi dalla tentazione del "figlio unico" che vuole tutto per sé, perché non ha con chi condividere. È viziato il ragazzo! A coloro che devono esercitare incarichi nel servizio dell’autorità chiedo, per favore, di non diventare autoreferenziali; cercate di prendervi cura dei vostri fratelli, fate in modo che stiano bene, perché il bene è contagioso. Non cadiamo nella trappola di un’autorità che si trasforma in autoritarismo dimenticando che, prima di tutto, è una missione di servizio. Quelli che hanno questa missione di essere autorità, riflettano bene: negli eserciti ci sono abbastanza sergenti, non c’è bisogno di metterli nella nostra comunità.

Vorrei dire, prima di concludere: essere ricchi di memoria e avere radici. Ritengo importante che nelle nostre comunità, nei nostri presbitéri si mantenga viva la memoria e ci sia il dialogo tra i più giovani e i più anziani. I più anziani sono ricchi di memoria e ci danno la memoria. Dobbiamo andare a riceverla, non lasciamoli soli. Loro [gli anziani], a volte, non vogliono parlare, qualcuno si sente un po’ abbandonato... Facciamolo parlare, soprattutto voi giovani. Quelli chi hanno l’incarico della formazione dei giovani, dicano loro di parlare coi sacerdoti anziani, con le suore anziane, con i vescovi anziani... – Dicono che le suore non invecchiano perché sono eterne! – dite loro di parlare. Gli anziani hanno bisogno che facciate loro brillare gli occhi e che vedano che nella Chiesa, nel presbiterio, nella Conferenza episcopale, nel convento ci sono giovani che portano avanti il corpo della Chiesa. Che li sentano parlare, che i giovani facciano domande a loro, e così a loro incominceranno a brillare gli occhi, e incominceranno a sognare. Fate sognare gli anziani. È la profezia di "Gioele 3,1". Fate sognare gli anziani. E se i giovani fanno sognare gli anziani, vi assicuro che gli anziani faranno profetizzare i giovani.

Andare alle radici. Per questo volevo – sto già terminando – citare un Santo Padre, ma non me ne viene in mente nessuno. Ma citerò un Nunzio apostolico. Lui mi diceva, parlando di questo, un antico proverbio africano che ha imparato quando era lì – perché i Nunzi apostolici prima passano per l’Africa e lì imparano molte cose – e il proverbio era: "I giovani camminano velocemente – e lo devono fare – , ma sono i vecchi che conoscono la strada!". Va bene?

Cari Fratelli, nuovamente grazie; e che questa memoria deuteronomica ci renda più gioiosi e grati per essere servitori di unità in mezzo al nostro popolo! Lasciatevi guardare dal Signore; andate a cercare il Signore, lì, nella memoria. Guardatevi allo specchio, ogni tanto. E che il Signore vi benedica, la Vergine Santa vi protegga, e qualche volta, come dicono in campagna, "fatemi" una preghiera! Grazie!

[1] Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 94.

[2] Cfr. "V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-Americano e dei Caraibi", "Documento di Aparecida" (29 Giugno 2007), 260.

[3] Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 1.

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TOP   CELEBRAZIONE MARIANA – "VIRGEN DE LA PUERTA"

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Plaza de Armas (Trujillo)
Sabato, 20 gennaio 2018

Cari Fratelli e Sorelle!

Ringrazio Mons. Héctor Miguel per le sue parole di benvenuto a nome di tutto il popolo di Dio pellegrino in queste terre!

In questa bella e storica piazza di Trujillo che ha saputo suscitare sogni di libertà in tutti i

Peruviani ci raduniamo oggi per incontrarci con la "Mamita de Otuzco". So che molti di voi hanno dovuto fare molti chilometri per essere qui, riuniti sotto lo sguardo della Madre. Questa piazza si trasforma così in un santuario a cielo aperto in cui tutti vogliamo lasciarci guardare dalla Madre, dal suo materno e tenero sguardo. Madre che conosce il cuore dei peruviani del nord e di tante altre parti; ha visto le loro lacrime, le loro risa, le loro aspirazioni. In questa piazza si vuole custodire la memoria di un popolo che sa che Maria è Madre e non abbandona i suoi figli.

La casa si veste a festa in maniera speciale. Ci accompagnano le immagini venute da diversi angoli di questa regione. Insieme con l’amata Immacolata Vergine della Porta di Otuzco, saluto e do il benvenuto alla Santissima Croce di Chalpón de Chiclayo, al Signore Prigioniero de Ayabaca, alla Vergine delle Grazie de Paita, al Divino Bambino del Miracolo de Eten, alla Vergine Addolorata di Cajamarca, alla Vergine dell’Assunzione di Cutervo, alla Immacolata Concezione di Chota, a Nostra Signora di Alta Grazia di Huamachuco, a Santo Toribio di Mongrovejo di Tayabamba (Huamachuco), alla Vergine Assunta di Chachapoyas, alla Vergine dell’Assunzione di Usquil, alla Vergine del Soccorso di Huanchoco, e alle Reliquie dei Martiri Conventuali de Chimbote.

Ogni comunità, ogni angolino di questa terra viene accompagnato dal volto di un santo, dall’amore per Gesù Cristo e per sua Madre. E contemplare che dove c’è una comunità, dove ci sono vita e cuori palpitanti e ansiosi di trovare motivi di speranza, motivi per il canto, per la danza, per una vita degna… lì c’è il Signore, lì troviamo sua Madre e anche l’esempio di tanti santi che ci aiutano a rimanere lieti nella speranza.

Con voi rendo grazie per la delicatezza del nostro Dio. Egli cerca di avvicinarsi ad ognuno nella modalità in cui può accoglierlo, e così nascono i più diversi titoli. Esprimono il desiderio del nostro Dio di essere vicino ad ogni cuore, perché la lingua dell’amore di Dio si pronuncia sempre "in dialetto", non conosce altro modo per farlo, e inoltre risulta motivo di speranza vedere come la Madre assume i tratti dei figli, i vestiti, il dialetto dei suoi per renderli partecipi della sua benedizione. Maria sarà sempre una Madre meticcia, perché nel suo cuore trovano posto tutte le razze, perché l’amore cerca tutti i mezzi per amare ed essere amato. Tutte queste immagini ci ricordano la tenerezza con cui Dio vuole essere vicino ad ogni villaggio, ad ogni famiglia, a te, a te, a me, a tutti.

Conosco l’amore che avete per l’Immacolata "Vergine della Porta" di Otuzco che oggi, insieme a voi, desidero proclamare Vergine della Porta, "Madre della Misericordia e della Speranza".

Vergine cara che, nei secoli passati, dimostrò il suo amore per i figli di questa terra quando, collocata sopra una porta, li difese e li protesse dalle minacce che li affliggevano, suscitando l’amore di tutti i peruviani fino ai nostri giorni.

Ella continua a difenderci e a indicarci la Porta che ci apre la via verso la vita autentica, la Vita che non marcisce. Ella è colei che sa accompagnare ad uno ad uno i suoi figli perché tornino a casa. Ci accompagna e ci conduce fino alla Porta che dà Vita perché Gesù vuole che nessuno rimanga fuori, alle intemperie. Così accompagna «la nostalgia di tanti di ritornare alla casa del Padre, che attende la loro venuta» [1] e tante volte non sanno come tornare. Diceva San Bernardo: «Tu che ti senti lontano dalla terra ferma, sbattuto dalle onde di questo mondo, in mezzo a burrasche e tempeste: guarda la stella e invoca Maria!» [2]. Ella ci indica la via di casa, Ella ci conduce a Gesù che è la Porta della Misericordia, e ci lascia con Lui, non chiede niente per sé, ci porta a Gesù.

Nel 2015 abbiamo avuto la gioia di celebrare il "Giubileo della Misericordia". Un anno in cui ho invitato tutti i fedeli a passare per la Porta della Misericordia, attraverso la quale – scrivevo – «chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza» [3]. E voglio ripetere insieme con voi lo stesso desiderio che avevo allora: «Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio!» [4]. Come desidero che questa terra che ospita la Madre della Misericordia e della Speranza possa moltiplicare e trasmettere dappertutto la bontà e la tenerezza di Dio. Perché, cari fratelli, non c’è medicina migliore per curare tante ferite che un cuore capace di misericordia, un cuore capace avere compassione davanti al dolore e alla disgrazia, davanti all’errore e alla voglia di rialzarsi di tanti che non sanno come poterlo fare.

La compassione è attiva perché «abbiamo imparato che Dio si china su di noi (cfr. Os 11,4) perché anche noi possiamo imitarlo nel chinarci sui fratelli» [5]. Chinandoci specialmente davanti a quelli che più soffrono. Come Maria, essere attenti a quelli che non hanno il vino della gioia, come accadde alle nozze di Cana.

Guardando a Maria, non vorrei concludere senza invitarvi a pensare a tutte le madri e le nonne di questa Nazione; sono vera forza motrice della vita e delle famiglie del Perù. Che cosa sarebbe il Perù senza le madri e le nonne? Che cosa sarebbe la nostra vita senza di loro? L’amore per Maria ci deve aiutare a generare atteggiamenti di riconoscenza e gratitudine nei riguardi della donna, nei riguardi delle nostre madri e nonne che sono un baluardo nella vita delle nostre città. Quasi sempre silenziose portano avanti la vita. È il silenzio e la forza della speranza. Grazie per la vostra testimonianza!

Riconoscere e ringraziare; ma guardando alle madri e alle nonne voglio invitarvi a lottare contro una piaga che colpisce il nostro continente americano: i numerosi casi di "femminicidio". E sono molte le situazioni di violenza che sono tenute sotto silenzio al di là di tante pareti. Vi invito a lottare contro questa fonte di sofferenza chiedendo che si promuova una legislazione e una cultura di ripudio di ogni forma di violenza.

Fratelli, la "Vergine della Porta", Madre della Misericordia e della Speranza, ci mostra la via e ci indica la migliore difesa contro il male dell’indifferenza e dell’insensibilità! Ella ci conduce a suo Figlio e così ci invita a promuovere e irradiare «una "cultura della misericordia", basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli» [6]. Che la Vergine vi conceda questa grazia!

["Preghiera..."].

["Affidamento alla Vergine della Porta..."].

[1] Lettera Apostolica "Misericordia et misera", alla conclusione del "Giubileo Straordinario della Misericordia" (20 Novembre 2016), 16.

[2] "Hom. II super «Missus est»", 17: PL 183, 70.

[3] Bolla "Misericordiae vultus" (11 Aprile 2015), 3.

[4] "Ibid. ", 5.

[5] Lettera Apostolica "Misericordia et misera", a conclusione del "Giubileo Straordinario della Misericordia" (20 Novembre 2016), 16.

[6] "Ibid.", 20.

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