VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN COLOMBIA

Dal 6 all'11 Settembre 2017: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Colombia...

(6-11 SETTEMBRE 2017)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Galleria Fotografica ("Avvenire")

Mercoledì 6 Settembre         Venerdì 8 Settembre         Sabato 9 Settembre         Domenica 10 Settembre

RITAGLI   Giovedì, 7 Settembre 2017   DOCUMENTI

6-10 Settembre 2017: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Colombia...
Incontro con le Autorità Saluto al Popolo Colombiano
Incontro con i Vescovi Incontro con il Comitato Direttivo del "Celam"
Santa Messa Alla Nunziatura Apostolica di Bogotá

.

TOP   INCONTRO CON LE AUTORITÀ, IL CORPO DIPLOMATICO
E
RAPPRESENTANTI DELLA SOCIETÀ CIVILE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Plaza de Armas della Casa de Nariño (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017

Signor Presidente,
Membri del Governo della Repubblica e del Corpo Diplomatico,
Distinte Autorità,
Rappresentanti della Società Civile,
Signore e Signori!

Saluto cordialmente il Signor Presidente della Colombia, Dottor Juan Manuel Santos, e lo ringrazio per il suo gentile invito a visitare questa Nazione in un momento particolarmente importante della sua storia; saluto i membri del Governo della Repubblica e del Corpo Diplomatico. E, in voi, Rappresentanti della società civile, desidero salutare affettuosamente tutto il popolo colombiano, in questi primi momenti del mio Viaggio Apostolico.

Vengo in Colombia sulle orme dei miei Predecessori, il Beato Paolo VI e San Giovanni Paolo II, e come loro mi muove il desiderio di condividere con i miei fratelli colombiani il dono della fede, che tanto fortemente si è radicato in queste terre, e la speranza che palpita nel cuore di tutti. Solo così, con fede e speranza, si possono superare le numerose difficoltà del cammino e costruire un Paese che sia Patria e casa per tutti i colombiani.

La Colombia è una Nazione benedetta in moltissimi modi; la natura prodiga non solo lascia ammirati per la sua bellezza, ma invita anche ad aver cura con rispetto della sua biodiversità. La Colombia è il secondo Paese del mondo per biodiversità e, percorrendolo, si può gustare e vedere com’è stato buono il Signore (cfr. Sal 33,9) a regalarvi una così immensa varietà di flora e fauna nelle sue selve piovose, nelle sue lande, nel Chocó, nei faraglioni di Cali e nelle montagne come quelle della Macarena e in tanti altri luoghi. Ugualmente esuberante è la sua cultura; e, ciò che è più importante, la Colombia è ricca per la qualità umana della sua gente, uomini e donne di spirito accogliente e buono; persone tenaci e coraggiose per superare gli ostacoli.

Questo incontro mi offre l’opportunità di esprimere l’apprezzamento per gli sforzi compiuti, negli ultimi decenni, per porre fine alla violenza armata e trovare vie di riconciliazione. Nell’ultimo anno certamente si è progredito in modo particolare; i passi avanti fanno crescere la speranza, nella convinzione che la ricerca della pace è un lavoro sempre aperto, un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti. Lavoro che ci chiede di non venir meno nello sforzo di costruire l’unità della nazione e, malgrado gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica, persistere nella lotta per favorire la cultura dell’incontro, che esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e il rispetto del bene comune. Che questo sforzo ci faccia rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine. Poco fa abbiamo udito cantare: "... Percorrere il cammino ha bisogno del suo tempo"... Un lungo termine. Quanto più difficile è il cammino che conduce alla pace e all’intesa, tanto più impegno dobbiamo mettere nel riconoscere l’altro, sanare le ferite e costruire ponti, nello stringere legami e aiutarci a vicenda (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 67).

Il motto di questo Paese recita: «Libertà e Ordine». In queste due parole è racchiuso tutto un insegnamento. I cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica. Occorrono leggi giuste che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa Nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza. Solo così si guarisce da una malattia che rende fragile e indegna la società e la lascia sempre sulla soglia di nuove crisi. Non dimentichiamo che l’ingiustizia è la radice dei mali sociali (cfr. "Ibid.", 202).

In questa prospettiva, vi incoraggio a rivolgere lo sguardo a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società. Questa non si fa solo con alcuni di "sangue puro", ma con tutti. E qui sta la grandezza e la bellezza di un Paese: nel fatto che tutti sono accolti e tutti sono importanti; come questi bambini, che con la loro spontaneità hanno voluto rendere questo protocollo molto più umano. Quindi, tutti siamo importanti. Nella diversità sta la ricchezza. Penso a quel primo viaggio di San Pietro Claver da Cartagena fino a Bogotá solcando il [fiume] Magdalena: la sua meraviglia è la nostra. Ieri e oggi, fissiamo lo sguardo sulle diverse etnie e gli abitanti delle zone più remote, sui contadini. La fissiamo sui più deboli, su quanti sono sfruttati e maltrattati, su quelli che non hanno voce perché ne sono stati privati, o non l’hanno avuta, o non è loro riconosciuta. Fissiamo lo sguardo anche sulla donna, sul suo apporto, il suo talento, il suo essere "madre" nei suoi diversi compiti. La Colombia ha bisogno di tutti per aprirsi al futuro con speranza.

La Chiesa, fedele alla sua missione, è impegnata per la pace, la giustizia e il bene comune. È consapevole che i principi evangelici costituiscono una dimensione significativa del tessuto sociale colombiano e per questo possono contribuire molto alla crescita del Paese; in modo speciale il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa, è una pietra angolare nella costruzione di una società libera dalla violenza. Inoltre, non possiamo non mettere in risalto l’importanza sociale della famiglia, sognata da Dio come il frutto dell’amore degli sposi, «luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri» ("Ibid.", 66). E, per favore, vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti. Da loro si imparano autentiche lezioni di vita, di umanità, di dignità. Perché loro, che gemono in catene, comprendono le parole di colui che morì sulla croce – come recita il vostro inno nazionale.

Signore e Signori, avete dinanzi a voi una bella e nobile missione, che è al tempo stesso un difficile compito. Risuona nel cuore di ogni colombiano lo spirito del gran compatriota Gabriel García Marquez: «Tuttavia, davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera». È dunque possibile – continua lo scrittore – «una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri persino il modo di morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra» ("Discorso in occasione del Premio Nobel", 1982).

Molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta... La solitudine di stare sempre gli uni contro gli altri si conta ormai a decenni e sa di cent’anni; non vogliamo che qualsiasi tipo di violenza restringa o annulli ancora una sola vita. E ho voluto venire fino a qui per dirvi che non siete soli, che siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo; questo viaggio vuole essere un incitamento per voi, un contributo che spiani un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace.

Siete presenti nelle mie preghiere. Prego per voi, per il presente e per il futuro della Colombia. Grazie!

.

TOP   SALUTO DEL SANTO PADRE AL POPOLO COLOMBIANO

Balcone del Palazzo Cardinalizio (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017

Cari Fratelli e Sorelle,
Buongiorno!

Vi saluto con grande gioia e vi ringrazio per il caloroso benvenuto. «In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi!» (Lc 10,5-6).

Oggi entro in questa casa che è la Colombia dicendovi: "La pace sia con voi!". [Rispondono: "E con il tuo spirito!"]. Questa era l’espressione di saluto di ogni ebreo e anche di Gesù. Ho desiderato venire fin qui come pellegrino di pace e di speranza, e desidero vivere questi momenti di incontro con gioia, ringraziando Dio per tutto il bene che ha compiuto in questa Nazione, nella vita di ogni persona.

Vengo anche per imparare; sì, imparare da voi, dalla vostra fede, dalla vostra fortezza di fronte alle avversità. Voi sapete che il vescovo, il sacerdote devono imparare dal loro popolo: per questo io vengo a imparare, a imparare da voi. Sono vescovo, ma vengo a imparare. Avete vissuto momenti difficili e bui, però il Signore è vicino a voi, nel cuore di ogni figlio e figlia di questo Paese. Lui non è selettivo, non esclude nessuno, il Signore abbraccia tutti; e tutti – ascoltate! – tutti siamo importanti e necessari per Lui. Durante questi giorni vorrei condividere con voi la verità più importante: che Dio ci ama con amore di Padre e vi incoraggia a continuare a cercare e a desiderare la pace, quella pace che è autentica e duratura. Dio ci ama con amore di Padre. Ripetiamo insieme: "Dio ci ama con amore di Padre". Grazie!

Bene. Io avevo scritto qui: "Vedo qui molti giovani". Ma anche se avessi gli occhi bendati so che questa bella confusione la possono fare solo i giovani! Bene... Voi giovani – adesso mi rivolgo a voi – siete venuti da ogni parte del Paese: "cachacos" (originari di Bogotá), "costeños" (abitanti della costa), "paisas" (della regione di Antioquia, Caldas, Risaralda e Quindío), "vallunos" (dalla Valle del Cauca) e "llaneros" (dalle pianure). Per me è sempre motivo di gioia incontrarmi con i giovani. In questo giorno vi dico: per favore, tenete viva la gioia, perché è segno del cuore giovane, del cuore che ha incontrato il Signore. E se voi mantenete viva questa gioia con Gesù, nessuno ve la può togliere, nessuno (cfr. Gv 16,22)! Ma, nel dubbio, vi consiglio: non lasciatevela rubare, abbiate cura di tale gioia che tutto unifica nel sapersi amati dal Signore. Perché, come abbiamo detto all’inizio, Dio ci ama... Com’era? [Rispondono: "Dio ci ama con cuore di Padre!"]. Di nuovo! [Rispondono: "Dio ci ama con cuore di Padre!"]. E questo è il principio della gioia. Il fuoco dell’amore di Cristo rende traboccante questa gioia ed è sufficiente per incendiare il mondo intero. Che cosa dunque potrebbe impedirvi di cambiare questa società, come volete fare? Non temete il futuro! Osate sognare grandi cose! A questo grande sogno, oggi vi voglio invitare. Per favore, non fate cose "terra terra", no: volate in alto e sognate grandi cose!

Voi giovani avete una speciale sensibilità per "riconoscere" la sofferenza degli altri; è interessante: voi vi rendete conto subito. Il volontariato del mondo intero si nutre di migliaia di voi che siete capaci di mettere a disposizione il vostro tempo, di rinunciare alle vostre comodità, a progetti centrati su voi stessi, per lasciarvi commuovere dalle necessità dei più fragili e dedicarvi a loro. Ma può anche succedere che siete nati in ambienti dove la morte, il dolore, la divisione sono penetrate tanto a fondo da lasciarvi quasi nauseati e come anestetizzati dal dolore: per questo vi voglio dire: lasciate che le sofferenze dei vostri fratelli colombiani vi facciano muovere! E aiutate noi anziani a non abituarci al dolore e all’abbandono. Abbiamo bisogno di voi, aiutateci a non abituarci al dolore e all’abbandono.

Anche voi, ragazzi e ragazze, che vivete in ambienti complessi, con realtà diverse e situazioni familiari le più varie, vi siete abituati a vedere che nel mondo non tutto è bianco o nero; che la vita quotidiana si risolve in un’ampia gamma di differenti tonalità di grigio, è vero. Però questo vi può esporre al rischio: al rischio di cadere in un’atmosfera di relativismo, mettendo in disparte quella potenzialità che hanno i giovani di "comprendere" il dolore di coloro che hanno sofferto. Voi avete la capacità non solo di giudicare, di segnalare errori, perché ve ne rendete conto subito, ma anche quell’altra capacità bella e costruttiva: "quella di comprendere". Comprendere che anche dietro un errore – poiché dobbiamo parlarci chiaro: l’errore è errore e non bisogna mascherarlo –, voi siete capaci di comprendere che anche dietro un errore c’è un’infinità di ragioni, di attenuanti. Quanto ha bisogno di voi la Colombia per mettersi nei panni di quelli che molte generazioni fa non hanno potuto o saputo farlo, o non azzeccarono il modo giusto per riuscire a comprendere!

A voi, giovani, risulta molto facile "incontrarsi". Vi è facile incontrarvi. E qui ho una domanda: qui vi siete incontrati tutti, da che ora siete qui?... [Rispondono...]. Vedete, che siete coraggiosi? Per voi è molto facile incontrarvi: vi basta, per incontrarvi, un avvenimento come questo, un buon caffè, una bibita o qualunque cosa come pretesto per far nascere l’incontro. Perché qualunque cosa è un pretesto per un incontro. I giovani si ritrovano nella musica, nell’arte... Persino una finale, una partita tra l’Atlético Nacional e l’América di Cali diventa occasione per stare insieme! Voi, avete questa facilità di incontrarvi, e per questo potete insegnarci, a noi grandi, che la cultura dell’incontro non significa pensare, vivere o reagire tutti nello stesso modo, no, non è questo. La cultura dell’incontro significa sapere che al di là delle nostre differenze siamo tutti parte di qualcosa di grande che ci unisce e ci trascende, siamo parte di questo meraviglioso Paese. Aiutateci a entrare in pieno, noi grandi, in questa cultura dell’incontro che voi praticate così bene!

Inoltre, la vostra giovinezza vi rende anche capaci di qualcosa di molto difficile nella vita: "perdonare". Perdonare coloro che ci hanno ferito; è notevole vedere come voi non vi lasciate invischiare da vecchie storie, come guardate in modo strano quando noi adulti ripetiamo fatti di divisione semplicemente perché siamo attaccati a dei rancori. Voi ci aiutate in questo intento di lasciarci alle spalle quello che ci ha offeso, nel guardare avanti senza l’ostacolo dell’odio, perché voi ci fate vedere tutta la realtà che abbiamo davanti, tutta la Colombia che desidera crescere e continuare a svilupparsi; quella Colombia che ha bisogno di tutti e che noi anziani dobbiamo consegnare a voi.

E precisamente per questa capacità di perdonare [voi giovani] affrontate l’enorme sfida di aiutarci a "risanare" il nostro cuore. Ascoltate quello che vi chiedo: aiutarci a guarire il nostro cuore. Lo diciamo tutti insieme? [lo ripetono...]. È un aiuto che vi chiedo: di contagiarci con la giovanile speranza, la speranza che è sempre disposta a concedere agli altri una seconda opportunità. Gli ambienti di disperazione e incredulità fanno ammalare l’anima, ambienti in cui non si trovano vie d’uscita ai problemi, anzi, dove si boicottano quelli che cercano di trovarle, e danneggiano la speranza di cui ogni comunità ha bisogno per andare avanti. Che le vostre aspirazioni e progetti diano ossigeno alla Colombia e la riempiano di salutari utopie. Giovani, sognate, muovetevi, sappiate rischiare, guardate la vita con un sorriso nuovo, andate avanti! Non abbiate paura!

Solo così troverete il coraggio di "scoprire" il Paese che si nasconde dietro le montagne: quello che va oltre i titoli dei giornali e non rientra nelle preoccupazioni quotidiane perché è tanto lontano. Quel Paese che non si vede e che fa parte di questo corpo sociale che ha bisogno di noi: voi giovani siete capaci di scoprire la Colombia profonda. I cuori dei giovani sono stimolati davanti alle grandi sfide. Quanta bellezza naturale da contemplare senza necessità di sfruttarla! Quanti giovani come voi hanno bisogno della vostra mano tesa, della vostra spalla per intravedere un futuro migliore!

Oggi ho voluto vivere questo momento con voi; sono sicuro che in voi c’è il potenziale necessario per costruire – costruire! – la nazione che abbiamo sempre sognato. I giovani sono la speranza della Colombia e della Chiesa; nel loro camminare e nei loro passi scorgiamo quelli di Gesù, Messaggero della Pace, di Colui che sempre ci porta buone notizie.

Mi rivolgo ora a tutti voi, cari fratelli e sorelle di questo amato Paese: bambini, giovani, adulti e anziani, voi che desiderate essere portatori di speranza; che le difficoltà non vi opprimano, che la violenza non vi abbatta, che il male non vi vinca. Crediamo che Gesù, con il suo amore e la sua misericordia che rimangono per sempre, ha vinto il male, ha vinto il peccato e la morte. Lo ripetiamo? [Ripetono...]. Basta solo andargli incontro. Andate incontro a Gesù! Vi invito all’impegno – non al risultato compiuto – all’impegno. A cosa vi invito? [Rispondono: "All’impegno!"]. E cos’è che non dovete aspettarvi? [rispondono: "il risultato compiuto"] Bene, congratulazioni! Allora, prendetevi questo impegno per il rinnovamento della società, perché sia giusta, stabile, feconda. Da questo luogo, vi incoraggio a confidare nel Signore, che è l’unico che ci sostiene, l’unico che ci incoraggia per poter contribuire alla riconciliazione e alla pace.

Vi abbraccio tutti e ciascuno, tutti quelli che siete qui, i malati, i più poveri, gli emarginati, i bisognosi, gli anziani, quelli che sono a casa... tutti; tutti siete nel mio cuore. E prego Dio che vi benedica. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie mille!

Prima di andarmene, se voi volete, vi do la benedizione. Preghiamo tutti insieme la Vergine: "Ave, Maria...".

["Benedizione"...].

Arrivederci!

.

TOP   INCONTRO CON I VESCOVI DELLA COLOMBIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Salone del Palazzo Cardinalizio (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017

La pace sia con voi

Così il Risorto salutò il suo piccolo gregge dopo aver vinto la morte; e così consentitemi di salutarvi in questo modo all’inizio del mio viaggio.

Vi ringrazio per le parole di benvenuto. Sono contento perché i primi passi che compio in questo Paese mi portano a incontrare voi, Vescovi della Colombia, per abbracciare in voi tutta la Chiesa colombiana e per stringere la vostra gente al mio cuore di Successore di Pietro. Vi ringrazio moltissimo per il vostro ministero episcopale, che vi prego di continuare ad esercitare con rinnovata generosità. Rivolgo un particolare saluto ai Vescovi emeriti, incoraggiandoli a continuare a sostenere, con la preghiera e con la presenza discreta, la Sposa di Cristo alla quale si sono generosamente donati.

Vengo per annunciare Cristo e per compiere nel suo nome un cammino di pace e di riconciliazione. Cristo è la nostra pace! Egli ci ha riconciliati con Dio e tra di noi!

Sono convinto che la Colombia abbia qualcosa di originale, qualcosa di molto originale che richiama fortemente l’attenzione: non è mai stata una meta completamente realizzata, né una destinazione totalmente raggiunta, né un tesoro totalmente posseduto. La sua ricchezza umana, le sue abbondanti risorse naturali, la sua cultura, la sua luminosa sintesi cristiana, il patrimonio della sua fede e la memoria dei suoi evangelizzatori, la gioia spontanea e senza riserve della sua gente, l’impagabile sorriso della sua gioventù, la sua originale fedeltà al Vangelo di Cristo e alla sua Chiesa e, soprattutto, il suo indomabile coraggio di resistere alla morte, non solo annunciata, ma molte volte seminata: tutto questo viene sottratto – come fa il fiore della mimosa nel giardino, che ha come un pudore – diciamo che si nasconde, a quelli che si presentano come stranieri bramosi di soggiogarla, di dominarla, mentre, all’opposto, si offre generosamente a chi tocca il suo cuore con la mansuetudine del pellegrino. La Colombia è così.

Per questo, come pellegrino, mi rivolgo alla vostra Chiesa. Sono vostro fratello, desideroso di condividere Cristo Risorto, per il quale nessun muro è eterno, nessuna paura è indistruttibile, nessuna piaga è incurabile.

Non sono il primo Papa che vi parla nella vostra casa. Due dei miei più grandi predecessori sono stati ospiti qui: il Beato Paolo VI, che venne poco dopo la conclusione del "Concilio Vaticano II" per incoraggiare l’attuazione collegiale del mistero della Chiesa in America Latina; e San Giovanni Paolo II nella sua memorabile Visita Apostolica del 1986. Le parole di ambedue sono una risorsa permanente, le indicazioni che delinearono e la stupenda sintesi che offrirono sul nostro ministero episcopale costituiscono un patrimonio da custodire. Non sono "invecchiati". Vorrei che quanto vi dico venga recepito in continuità con quello che essi hanno insegnato.

Custodi e sacramento del primo passo

«Fare il primo passo» è il motto della mia visita e anche per voi questo è il mio primo messaggio. Sapete bene che Dio è il Signore del primo passo. Egli ci anticipa sempre. Tutta la Sacra Scrittura parla di Dio come esiliato da Sé stesso per amore. È stato così quando vi erano solo tenebre, caos e, uscendo da Sé, Egli fece in modo che tutto venisse ad essere (cfr. Gen 1,1 – 2,4); è stato così quando Egli passeggiava nel giardino delle origini, e si accorse della nudità della sua creatura (cfr. Gen 3,8-9); è stato così quando, pellegrino, Egli sostò nella tenda di Abramo, lasciandogli la promessa di una insperata fecondità (cfr. Gen 18,1-10); è stato così quando si presentò a Mosè affascinandolo, quando non aveva più altro orizzonte che quello di pascolare le pecore di suo suocero (cfr. Es 3,1-2); è stato così quando non tolse lo sguardo dalla sua amata Gerusalemme, neppure quando si prostituiva sul marciapiede dell’infedeltà (cfr. Ez 16,15); è stato così quando emigrò con la sua gloria verso il suo popolo esiliato nella schiavitù (cfr. Es 10,18-19).

E, nella pienezza del tempo, Egli volle rivelare il vero nome del primo passo, del suo primo passo. Si chiama Gesù ed è un passo irreversibile. Proviene dalla libertà di un amore che tutto precede. Perché il Figlio, Egli stesso, è la vivente espressione di tale amore. Coloro che lo riconoscono e lo accolgono ricevono in eredità il dono di essere introdotti nella libertà di poter compiere sempre in Lui questo primo passo, non hanno paura di perdersi se escono da sé stessi, perché possiedono la garanzia dell’amore che promana dal primo passo di Dio, una bussola che impedisce loro di perdersi.

Custodite dunque, con santo timore e con commozione, quel primo passo di Dio verso di voi e, per mezzo del vostro ministero, verso la gente che vi è stata affidata, nella consapevolezza di essere voi stessi sacramento vivente di quella libertà divina che non ha paura di uscire da sé stessa per amore, che non teme di impoverirsi mentre si dona, che non ha necessità di altra forza che l’amore.

Dio ci precede, siamo tralci e non siamo la vite. Pertanto, non fate tacere la voce di Colui che ci ha chiamati, e non pensate che siano la somma delle vostre povere virtù o le lusinghe dei potenti di turno ad assicurare il risultato della missione che Dio vi ha affidato. Al contrario, mendicate, mendicate nella preghiera quando non potete né dare, né darvi, perché abbiate qualcosa da offrire a quelli che si accostano costantemente al vostro cuore di Pastori. La preghiera nella vita del Vescovo è la linfa vitale che passa attraverso la vite, senza la quale il tralcio marcisce diventando infecondo. Pertanto, lottate con Dio, e più ancora nella notte della sua assenza, finché Egli non vi benedica (cfr. Gen 32,25-27). Le ferite di questa quotidiana e prioritaria battaglia nella preghiera saranno fonte di risanamento per voi; sarete feriti da Dio per diventare capaci di curare.

Rendere visibile la vostra identità di sacramento del primo passo di Dio

Di fatto, rendere tangibile l’identità di sacramento del primo passo di Dio, esigerà un continuo esodo interiore. «Non vi è infatti invito più efficace ad amare che essere primi nell’amare!» (Agostino, "De cat. rud.", I, 4.7, 26: PL 40), e, pertanto, nessun ambito della missione episcopale può prescindere da questa libertà di compiere il primo passo. La condizione di possibilità per l’esercizio del ministero apostolico è la disposizione ad avvicinarsi a Gesù lasciando alle spalle «ciò che siamo stati, perché possiamo essere ciò che non eravamo» (Id., En. in ps., 121,12: PL 36).

Vi raccomando di vigilare non solo individualmente ma anche collegialmente, docili allo Spirito Santo, su questo permanente punto di partenza. Senza questo nucleo i lineamenti del Maestro illanguidiscono sul volto dei discepoli, la missione si blocca e diminuisce la conversione pastorale, che non è altro che dare risposta all’urgenza dell’annuncio del Vangelo della gioia "oggi, domani e il giorno seguente" (cfr. Lc 13,33), zelo che consumò il Cuore di Gesù lasciandolo "senza nido né riparo", dedito unicamente al compimento "fino alla fine" della volontà del Padre (cfr. Lc 9,58.62). Quale altro futuro possiamo perseguire? A quale altra dignità possiamo aspirare?

Non misuratevi con il metro di quelli che vorrebbero che foste solo una casta di funzionari piegati alla dittatura del presente. Abbiate invece sempre fisso lo sguardo nell’eternità di Colui che vi ha scelti, pronti ad accogliere il decisivo giudizio delle sue labbra.

Nella complessità del volto di questa Chiesa colombiana, è molto importante preservare la singolarità delle sue differenti e legittime forze, le sensibilità pastorali, le peculiarità regionali, le memorie storiche, le ricchezze delle peculiari esperienze ecclesiali. La Pentecoste permette che tutti ascoltino nella propria lingua. Per tale ragione, cercate con perseveranza la comunione tra voi. Non stancatevi di costruirla attraverso il dialogo franco e fraterno, condannando come la peste i progetti nascosti. Siate solleciti nel compiere il primo passo l’uno verso l’altro. Anticipatevi nella disponibilità a comprendere le ragioni dell’altro. Lasciatevi arricchire da quello che l’altro può offrirvi e costruite una Chiesa che offra a questo Paese una testimonianza eloquente di quanto si può progredire quando si è disposti a non rimanere nelle mani di pochi. Il ruolo delle Provincie Ecclesiastiche in rapporto allo stesso messaggio di evangelizzazione è fondamentale, perché sono diverse e armonizzate le voci che lo proclamano. Per questo, non accontentatevi di un mediocre impegno minimo, che lasci i rassegnati nella tranquilla quiete della loro impotenza, mentre al tempo stesso placa quelle speranze che avrebbero bisogno del coraggio di essere riposte più sulla forza di Dio che sulla propria debolezza.

Riservate una particolare sensibilità per le radici "Afro-Colombiane" della vostra gente, che tanto generosamente hanno contribuito a disegnare il volto di questa terra.

Toccare la carne del corpo di Cristo

Vi invito a non avere paura di toccare la carne ferita della vostra storia e della storia della vostra gente. Fatelo con umiltà, senza la vana pretesa di protagonismo e con il cuore indiviso, libero da compromessi o servilismi. Solo Dio è il Signore e la nostra anima di Pastori non si deve sottomettere a nessun’altra causa.

La Colombia ha bisogno del vostro sguardo, lo sguardo proprio, tipico di Vescovi, per sostenerla nel coraggio del primo passo verso la pace definitiva, la riconciliazione, verso il ripudio della violenza come metodo, il superamento delle disuguaglianze che sono la radice di tante sofferenze, la rinuncia alla strada facile ma senza uscita della corruzione, il paziente e perseverante consolidamento della "res publica", che richiede il superamento della miseria e della disuguaglianza.

Si tratta ovviamente di un compito arduo ma irrinunciabile: la strada è ripida e le soluzioni non sono ovvie. Dall’altezza di Dio, che è la croce del suo Figlio, otterrete la forza; con l’umile lucina degli occhi del Risorto percorrerete la via; ascoltando la voce dello Sposo che sussurra al cuore, riceverete i criteri per discernere di nuovo, in ogni incertezza, la giusta direzione.

Uno dei vostri illustri letterati scrisse parlando di uno dei suoi mitici personaggi: «Non immaginavo che fosse più facile iniziare una guerra che concluderla» (Gabriel García Márquez, "Cent’anni di solitudine", Cap. 9). Tutti sappiamo che la pace esige dagli uomini un coraggio morale diverso. La guerra deriva da quanto di più basso c’è nel nostro cuore, la pace invece ci spinge ad essere più grandi di noi stessi. Poi, lo scrittore aggiungeva: «Non pensavo che ci sarebbero volute tante parole per spiegare quello che si provava nella guerra, in realtà ne bastava una sola: paura» ("Ibid.", Cap. 10). Non è necessario che vi parli di tale paura, di questa radice avvelenata, frutto amaro e nefasta eredità di ogni conflitto. Desidero incoraggiarvi a continuare a credere che si può agire diversamente, ricordando che non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura; lo stesso Spirito testimonia che siete figli destinati alla libertà della gloria ad essi riservata (cfr. Rm 8,15-16).

Voi vedete con i vostri occhi e conoscete come pochi la deformazione del volto di questo Paese, siete custodi degli elementi fondamentali che lo rendono uno, nonostante le sue lacerazioni. Proprio per questo, la Colombia ha bisogno di voi per riconoscersi nel suo vero volto carico di speranza malgrado le sue imperfezioni, per perdonarsi reciprocamente nonostante le ferite non del tutto cicatrizzate, per credere che si può percorrere un’altra strada anche quando l’inerzia spinge a ripetere gli stessi errori, per avere il coraggio di superare quanto può renderla miserabile nonostante i suoi tesori.

Vi incoraggio – questo lo sento come un dovere, mi viene dall’anima, sento di dirlo –, abbiate il coraggio – voglio proprio trasmettervi questo coraggio – , vi incoraggio a non stancarvi di fare di ciascuna delle vostre Chiese un grembo di luce, capace di generare le nuove creature di cui questa terra ha bisogno. Rifugiatevi nell’umiltà della vostra gente per rendervi conto delle loro segrete risorse umane e di fede, ascoltate quanto la loro spogliata umanità brama grazie alla dignità che soltanto il Risorto può conferire. Non abbiate paura di migrare dalle vostre apparenti certezze alla ricerca della vera gloria di Dio, che è l’uomo vivente. Coraggio! Vi incoraggio in questo cammino.

La parola della riconciliazione

Molti possono contribuire alla sfida di questa Nazione, ma la vostra missione è peculiare. Voi non siete tecnici né politici, siete Pastori. Cristo è la parola di riconciliazione scritta nei vostri cuori e avete la forza di poterla pronunciare non solo sui pulpiti, nei documenti ecclesiali o negli articoli dei periodici, ma più ancora nel cuore delle persone, nel segreto santuario delle loro coscienze, nell’ardente speranza che li attira all’ascolto della voce del cielo che proclama: «Pace agli uomini, che Dio ama!» (Lc 2,14). Voi dovete pronunciarla con la fragile, umile, ma invincibile risorsa della misericordia di Dio, l’unica capace di abbattere, di sconfiggere la cinica superbia dei cuori autoreferenziali.

Alla Chiesa non interessa altro che la libertà di pronunciare questa Parola, essere libera di pronunciare questa Parola. Non servono alleanze con una parte o con l’altra, bensì la libertà di parlare ai cuori di tutti. Proprio lì avete l’autonomia e il potere di inquietare, lì avete la possibilità di sostenere una inversione di rotta.

Il cuore umano, molte volte ingannato, concepisce l’insensato progetto di fare della vita un continuo aumento di spazi per depositare ciò che accumula. Ma è un inganno. Proprio qui è necessario che risuoni la domanda: A che serve guadagnare il mondo intero se rimane il vuoto nell’anima (cfr. Mt 16,26)?

Dalle vostre labbra di legittimi Pastori di Cristo, quali siete, la Colombia ha il diritto di essere interpellata dalla verità di Dio, che ripete continuamente: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). È un interrogativo che non può essere taciuto, nemmeno quando chi lo ascolta non può far altro che abbassare lo sguardo, confuso, e balbettare la propria vergogna per averlo venduto, magari al prezzo di qualche dose di stupefacente o un errato concetto di ragion di Stato, oppure per la falsa coscienza che il fine giustifica i mezzi.

Vi prego di tenere sempre lo sguardo fisso all’uomo concreto. Non servite un concetto di uomo, ma la persona umana amata da Dio, fatta di carne e ossa, storia, fede, speranza, sentimenti, delusioni, frustrazioni, dolori, ferite, e vedrete che questa concretezza dell’uomo smaschera le fredde statistiche, i calcoli manipolati, le strategie cieche, le informazioni distorte, ricordandovi che «in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» ("Gaudium et spes", 22).

Una Chiesa in missione

Tenendo conto del generoso lavoro pastorale che già svolgete, permettetemi di presentarvi ora alcune ansie che porto nel mio cuore di Pastore, desideroso di esortarvi a essere sempre di più una Chiesa in missione. I miei Predecessori hanno già insistito su alcune di queste sfide: la famiglia, la vita, i giovani, i sacerdoti, le vocazioni, i laici, la formazione. Nei decenni scorsi, nonostante il grande lavoro, forse sono diventate ancora più faticose le risposte per rendere efficace la maternità della Chiesa nel generare, nutrire e accompagnare i suoi figli.

Penso alle famiglie colombiane, alla difesa della vita dal seno materno fino alla sua fine naturale, alla piaga della violenza e dell’alcolismo, non di rado diffusa nelle famiglie, alla fragilità del vincolo matrimoniale e l’assenza dei padri di famiglia con le sue tragiche conseguenze di insicurezza e "orfanezza". Penso a tanti giovani minacciati dal vuoto dell’anima e presi dalla droga come via di uscita, o dallo stile di vita facile o dalla tentazione sovversiva. Penso ai numerosi e generosi sacerdoti e alla sfida di sostenerli nella fedele e quotidiana scelta per Cristo e per la Chiesa, mentre alcuni altri continuano a portare avanti la comoda neutralità di quelli che non scelgono nulla per rimanere soli con sé stessi. Penso ai fedeli laici sparsi in tutte le Chiese particolari, che resistono faticosamente nel lasciarsi radunare da Dio che è comunione, anche quando non pochi proclamano il nuovo dogma dell’egoismo e della morte di ogni solidarietà, parola che vogliono togliere dal dizionario. Penso all’immenso sforzo di tutti per approfondire la fede e renderla luce viva per i cuori e lampada per fare il primo passo.

Non vi porto ricette né veglio lasciarvi una lista di compiti. In fondo vorrei pregarvi che, realizzando in comunione la vostra gravosa missione di Pastori in Colombia, conserviate la serenità. Non so se dirvelo ora, però, se esagero, perdonatemi, ma mi viene in mente che questa è una virtù di cui c’è più bisogno: conservate la serenità. Non perché voi non l’abbiate, ma è che c’è bisogno di averne di più. Sapete bene che di notte il maligno continua a seminare zizzania, ma abbiate la pazienza del Padrone del campo, confidando nella buona qualità dei vostri semi. Imparate dalla sua longanimità e magnanimità. I suoi tempi sono lunghi perché è smisurato il suo sguardo d’amore. Quando l’amore è scarso, il cuore diventa impaziente, turbato dall’ansia di fare cose, divorato dalla paura di aver fallito. Credete soprattutto nell’umiltà del seme di Dio. Fidatevi della potenza nascosta del suo lievito. Orientate il cuore al fascino stupendo che attrae e fa vendere tutto pur di possedere quel tesoro divino.

In effetti, che cosa di più forte potete offrire alla famiglia colombiana della forza umile del Vangelo dell’amore generoso che unisce l’uomo e la donna, rendendoli immagine dell’unione di Cristo con la Chiesa, messaggeri e custodi della vita? Le famiglie hanno bisogno di sapere che in Cristo possono diventare alberi frondosi capaci di offrire ombra, di dare frutto in ogni stagione dell’anno, di ospitare la vita tra i loro rami. Sono molti oggi quelli che rendono omaggio ad alberi senza ombra, infecondi, a rami privi di nidi. Per voi, il punto di partenza sia la testimonianza gioiosa che la felicità sta altrove.

Che cosa potete offrire ai vostri giovani? Loro vogliono sentirsi amati, diffidano di quelli che li sottovalutano, chiedono coerenza limpida e aspettano di essere coinvolti. Accoglieteli, pertanto, con il cuore di Cristo e aprite loro spazi nella vita delle vostre Chiese. Non partecipate ad alcun negoziato che svenda le loro speranze. Non abbiate paura di alzare serenamente la voce per ricordare a tutti che una società che si lascia sedurre dal miraggio del narcotraffico trascina sé stessa in quella metastasi morale che mercanteggia l’inferno e semina dovunque la corruzione, e nello stesso tempo ingrassa i paradisi fiscali.

Che cosa potete dare ai vostri sacerdoti? Il primo dono è quello della vostra paternità, che assicuri che la mano che li ha generati e unti non sia ritirata dalla loro vita. Viviamo nell’era dell’informatica e non ci è difficile raggiungere i nostri sacerdoti in tempo reale con qualche programma di messaggi. Ma il cuore di un padre, di un Vescovo, non può limitarsi a comunicare col suo presbiterio in maniera precaria, impersonale ed esteriore. Non può lasciare il cuore del Vescovo la preoccupazione, la sana inquietudine su dove vivono i suoi sacerdoti. Vivono veramente secondo Gesù? O si sono improvvisati altre sicurezze come la stabilità economica, l’ambiguità morale, la doppia vita o l’aspirazione miope alla carriera? I sacerdoti hanno necessità, urgente e vitale, della vicinanza fisica e affettiva del loro Vescovo. Hanno bisogno di sentire che hanno un padre.

Sulle spalle dei sacerdoti pesa spesso la fatica del lavoro quotidiano della Chiesa. Essi sono in prima linea, continuamente circondati dalla gente che, abbattuta, cerca in loro il volto del Pastore. La gente si avvicina e bussa alla porta del loro cuore. Essi devono dare da mangiare alle folle e il cibo di Dio non è mai una proprietà di cui si può disporre senz’altro. Al contrario, proviene solamente dall’indigenza messa a contatto con la bontà divina. Congedare la folla e cibarsi del poco che si può indebitamente fare proprio è una tentazione permanente (cfr. Lc 9,13).

Vigilate pertanto sulle radici spirituali dei vostri sacerdoti. Conduceteli continuamente a quella "Cesarea di Filippo" dove, dalle origini del "Giordano" di ciascuno, possano sentire nuovamente la domanda di Gesù: "Chi sono io per te?". La ragione del graduale deteriorarsi che molte volte porta alla morte del discepolo è sempre in un cuore che non può più rispondere: "Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!" (cfr. Mt 16,13-16). Da qui viene meno il coraggio della irreversibilità del dono di sé, e deriva anche il disorientamento interiore, la stanchezza di un cuore che non sa più accompagnare il Signore nel suo cammino verso Gerusalemme.

Curate specialmente, per favore, l’itinerario formativo dei sacerdoti, a partire dalla nascita della chiamata di Dio nei loro cuori. La nuova "Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis", recentemente pubblicata, è una valida risorsa, ancora da applicare, affinché la Chiesa in Colombia sia all’altezza del dono di Dio che mai ha smesso di chiamare al sacerdozio tanti suoi figli.

Non trascurate, per favore, la vita dei consacrati e delle consacrate. Essi costituiscono lo schiaffo cherigmatico ad ogni mondanità e sono chiamati a bruciare qualsiasi riflusso di valori mondani nel fuoco delle beatitudini vissute "sine glossa" e nel totale abbassamento di sé stessi nel servizio. Per favore, non considerateli come "risorse utili" per le opere apostoliche; piuttosto, sappiate riconoscere in essi il grido dell’amore consacrato della Sposa: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

Riservate la stessa preoccupazione formativa ai laici, dai quali dipende non solo la solidità delle comunità di fede, ma gran parte della presenza della Chiesa negli ambiti della cultura, della politica, dell’economia. Formare nella Chiesa significa porsi in contatto con la fede vivente della Comunità viva, introdursi in un patrimonio di esperienze e di risposte suscitati dallo Spirito Santo, perché è Lui che insegna tutte le cose (cfr. Gv 14,26).

E prima di concludere – è già un po’ lungo – un pensiero vorrei rivolgere alle sfide della Chiesa in Amazzonia, regione della quale siete giustamente orgogliosi, perché è parte essenziale della meravigliosa biodiversità di questo Paese. L’Amazzonia è per tutti noi una prova decisiva per verificare se la nostra società, quasi sempre ridotta al materialismo e al pragmatismo, è in grado di custodire ciò che ha ricevuto gratuitamente, non per saccheggiarlo, ma per renderlo fecondo. Penso soprattutto all’arcana sapienza dei popoli indigeni dell’Amazzonia e mi domando se siamo ancora capaci di imparare da essi la sacralità della vita, il rispetto per la natura, la consapevolezza che la ragione strumentale non è sufficiente per colmare la vita dell’uomo e rispondere alla ricerca profonda che lo interpella.

Per questo vi invito a non abbandonare a sé stessa la Chiesa in Amazzonia. Il rafforzamento, il consolidamento di un volto amazzonico per la Chiesa che qui è pellegrina è una sfida di tutti voi, che dipende dal crescente e consapevole appoggio missionario di tutte le diocesi colombiane e di tutto il suo clero. Ho ascoltato che in alcune lingue native amazzoniche per riferirsi alla parole "amico" si usa l’espressione "l’altro mio braccio". Siate pertanto l’altro braccio dell’Amazzonia. La Colombia non la può amputare senza essere mutilata nel suo volto e nella sua anima.

Cari Fratelli,

vi invito a rivolgerci spiritualmente a "Nostra Signora del Rosario" di Chiquinquirá, la cui immagine avete avuto la delicatezza di portare dal suo Santuario alla magnifica Cattedrale di questa città perché anch’io la potessi contemplare!

Come ben sapete, la Colombia non può dare a sé stessa il "Rinnovamento" a cui aspira, senza che esso venga concesso dall’alto. Imploriamolo dunque dal Signore, per mezzo della Vergine.

Come a Chiquinquirá Dio ha rinnovato lo splendore del volto di sua Madre, Egli continui a illuminare con la sua luce celeste il volto di questo intero Paese e benedica la Chiesa in Colombia accompagnandola con la sua bontà, e benedica voi. Vi ringrazio per tutto quello che fate!

.

TOP   INCONTRO CON IL "COMITATO DIRETTIVO" DEL "CELAM"

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Nunziatura Apostolica (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017

Cari Fratelli,

grazie per questo incontro e per le calorose parole di benvenuto del Presidente della "Conferenza dell’Episcopato Latino-Americano". Avrei voluto incontrarvi nella sede del "CELAM", ma non ho potuto per le esigenze del programma, molto fitto. Vi ringrazio per la cortesia di essere qui in questo momento.

Ringrazio per lo sforzo che fate per trasformare questa Conferenza Episcopale continentale in una casa di servizio della comunione e della missione della Chiesa in America Latina; in un centro propulsore della coscienza di discepoli e missionari; in un punto di riferimento vitale per la comprensione e l’approfondimento della "cattolicità latinoamericana", delineata gradualmente da questo organismo di comunione durante decenni di servizio. E l’occasione mi è propizia per incoraggiare i recenti sforzi per poter esprimere tale sollecitudine collegiale mediante il "Fondo di Solidarietà della Chiesa Latino-Americana".

Quattro anni fa, a Rio de Janeiro, ho avuto l’opportunità di parlarvi dell’eredità pastorale di Aparecida, ultimo evento sinodale della Chiesa Latino-Americana e dei Caraibi. In quella circostanza sottolineavo la permanente necessità di imparare dal suo metodo, basato essenzialmente sulla partecipazione delle Chiese locali e in sintonia con i pellegrini che camminano in cerca del volto umile di Dio che volle manifestarsi nella "Vergine pescata nelle acque", e che si prolunga nella "missione continentale", la quale vuol essere non la somma di iniziative programmatiche che riempiono le agende e disperdono anche energie preziose, bensì lo sforzo per porre la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei suoi ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno.

Mi soffermai allora sulle tentazioni, ancora presenti, della ideologizzazione del messaggio evangelico, del funzionalismo ecclesiale e del clericalismo, perché c’è sempre in gioco la salvezza che Cristo ci porta. Questa deve arrivare al cuore dell’uomo con la forza di interpellare la sua libertà, invitandolo a un esodo permanente dalla propria autoreferenzialità verso la comunione con Dio e con i fratelli.

Dio, quando parla all’uomo in Gesù, non lo fa con un generico richiamo come a un estraneo, né con una convocazione impersonale alla maniera di un notaio, neanche con una dichiarazione di precetti da eseguire come fa qualsiasi funzionario del sacro. Dio parla con la voce inconfondibile del Padre che si rivolge al figlio, e rispetta il suo mistero perché lo ha formato con le sue stesse mani e lo ha destinato alla pienezza. La nostra più grande sfida come Chiesa è parlare all’uomo come portavoce di questa intimità di Dio, che lo considera un figlio, anche quando rinnega tale paternità, perché per Lui siamo sempre figli ritrovati.

Non si può, pertanto, ridurre il Vangelo a un programma al servizio di uno gnosticismo di moda, a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale.

La Chiesa è la comunità dei discepoli di Gesù; la Chiesa è Mistero e Popolo ("Lumen gentium", 5; 9), o meglio ancora: in essa si realizza il Mistero attraverso il Popolo di Dio.

Perciò ho insistito sul discepolato missionario come una chiamata divina per questo oggi complesso e carico di tensioni, un "permanente uscire" con Gesù per conoscere come e dove vive il Maestro. E mentre usciamo in sua compagnia conosciamo la volontà del Padre, che sempre ci attende. Solo una Chiesa Sposa, Madre, Serva, che ha rinunciato alla pretesa di controllare quello che non è opera sua ma di Dio, può rimanere con Gesù anche quando il suo nido e il suo rifugio è la croce.

Vicinanza e incontro sono gli strumenti di Dio che, in Cristo, si è avvicinato e ci ha incontrato sempre. Il mistero della Chiesa è realizzarsi come sacramento di questa divina vicinanza e luogo permanente di questo incontro. Da qui la necessità della vicinanza del Vescovo a Dio, perché in Lui si trova la fonte della libertà e della forza del cuore del Pastore, così come della vicinanza al Popolo Santo che gli è stato affidato. In questa vicinanza l’anima dell’apostolo impara a rendere tangibile la passione di Dio per i suoi figli.

"Aparecida" è un tesoro la cui scoperta è ancora incompleta. Sono sicuro che ognuno di voi scopre quanto si è radicata la sua ricchezza nelle Chiese che portate nel cuore. Come i primi discepoli mandati da Gesù nel suo progetto missionario, anche noi possiamo raccontare con entusiasmo "tutto quanto abbiamo fatto" (cfr. Mc 6,30).

Tuttavia, è necessario stare attenti. Le realtà indispensabili della vita umana e della Chiesa non sono mai un monumento ma un patrimonio vivo. Risulta molto più comodo trasformarle in ricordi di cui si celebrano gli anniversari – cinquant’anni di Medellín!, venti di Ecclesia in America!, dieci di Aparecida! Invece è un’altra cosa: custodire e fare scorrere la ricchezza di tale "patrimonio" ("pater-munus") costituiscono il "munus" della nostra paternità episcopale verso la Chiesa del nostro Continente.

Sapete bene che la rinnovata consapevolezza che all’inizio di tutto c’è sempre l’incontro con Cristo vivo richiede che i discepoli coltivino la familiarità con Lui; diversamente il volto del Signore si offusca, la missione perde forza, la conversione pastorale retrocede. Pregare e coltivare il rapporto con Lui è, pertanto, l’attività più improrogabile della nostra missione pastorale.

Ai suoi discepoli entusiasti della missione compiuta, Gesù disse: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto!» (Mc 6,31). Noi abbiamo ancora più bisogno di questo "stare soli con il Signore" per ritrovare il cuore della missione della Chiesa in America Latina nelle attuali circostanze. C’è tanta dispersione interiore e anche esteriore! I numerosi eventi, la frammentazione della realtà, l’istantaneità e la velocità del presente, potrebbero farci cadere nella dispersione e nel vuoto. Ritrovare l’unità è un imperativo.

Dove si trova l’unità? Sempre in Gesù. Ciò che rende permanente la missione non è l’entusiasmo che infiamma il cuore generoso del missionario, benché sempre necessario; piuttosto è la compagnia di Gesù mediante il suo Spirito. Se non partiamo con Lui in missione, ben presto perderemo la strada, rischiando di confondere le nostre vane necessità con la sua causa. Se la ragione del nostro andare non è Lui, sarà facile scoraggiarsi in mezzo alla fatica del cammino, o di fronte alla resistenza dei destinatari della missione, o davanti ai mutevoli scenari delle circostanze che segnano la storia, o per la stanchezza dei piedi dovuta all’insidioso logorio provocato dal "nemico".

Non fa parte della missione cedere allo scoraggiamento, quando forse, passato l’entusiasmo degli inizi, arriva il momento in cui toccare la carne di Cristo diventa molto duro. In una situazione come questa, Gesù non fomenta le nostre paure. E poiché sappiamo bene che da nessun altro possiamo andare perché solo Lui ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68), è necessario di conseguenza approfondire la nostra chiamata.

Che cosa significa concretamente andare con Gesù in missione oggi in America Latina? L’avverbio "concretamente" non è un dettaglio stilistico, ma appartiene al nucleo della domanda. Il Vangelo è sempre concreto, mai un esercizio di sterili speculazioni. Conosciamo bene la ricorrente tentazione di perdersi nel bizantinismo dei "dottori della legge", di domandarsi fino a che punto si può arrivare senza perdere il controllo del proprio territorio delimitato o del presunto potere che i limiti garantiscono.

Molto si è detto circa "la Chiesa in stato permanente di missione". Uscire, partire con Gesù è la condizione di questa realtà. Uscire, sì, ma con Gesù. Il Vangelo parla di Gesù che, essendo uscito dal Padre, percorre con i suoi i campi e i villaggi di Galilea. Non si tratta di un percorso inutile del Signore. Mentre cammina, incontra; quando incontra, si avvicina; quando si avvicina, parla; quando parla, tocca col suo potere; quando tocca, cura e salva. Condurre al Padre coloro che incontra è la meta del suo "permanente uscire", sul quale dobbiamo riflettere continuamente e fare un esame di coscienza. La Chiesa deve riappropriarsi dei verbi che il Verbo di Dio coniuga nella sua missione divina. Uscire per incontrare, senza passare oltre; chinarsi senza noncuranza; toccare senza paura. Si tratta di mettersi giorno per giorno nel lavoro "sul campo", lì dove vive il Popolo di Dio che vi è stato affidato. Non ci è lecito lasciarci paralizzare dall’aria condizionata degli uffici, dalle statistiche e dalle strategie astratte. Bisogna rivolgersi alla persona nella sua situazione concreta; da essa non possiamo distogliere lo sguardo. La missione si realizza sempre in un "corpo a corpo".

Una Chiesa capace di essere sacramento di unità

Si vede tanta dispersione intorno a noi! E non mi riferisco solamente a quella della ricca diversità che ha sempre caratterizzato il continente, ma alle dinamiche di disgregazione. Bisogna stare attenti a non farsi prendere da queste trappole. La Chiesa non sta in America Latina come se avesse le valige in mano, pronta a partire dopo averla saccheggiata, come hanno fatto tanti nel corso del tempo. Quanti operano così guardano con senso di superiorità e disprezzo il suo volto meticcio; pretendono di colonizzare la sua anima con le stesse formule, fallite e riciclate, sulla visione dell’uomo e della vita; ripetono uguali ricette uccidendo il paziente mentre arricchiscono i "medici" che li mandano; ignorano le ragioni profonde che abitano nel cuore del popolo e che lo rendono forte proprio nei suoi sogni, nei suoi miti, malgrado i numerosi disincanti e fallimenti; manipolano politicamente e tradiscono le loro speranze, lasciando dietro di sé terra bruciata e il terreno pronto per l’eterno ritorno dello stesso, anche quando si ripresenti con un vestito nuovo. Uomini e utopie forti hanno promesso soluzioni magiche, risposte istantanee, effetti immediati. La Chiesa, senza pretese umane, rispettosa del multiforme volto del continente, che considera non uno svantaggio ma una perenne ricchezza, deve continuare a prestare l’umile servizio al vero bene dell’uomo Latino-Americano. Deve lavorare senza stancarsi per costruire ponti, abbattere muri, integrare la diversità, promuovere la cultura dell’incontro e del dialogo, educare al perdono e alla riconciliazione, al senso di giustizia, al ripudio della violenza e al coraggio della pace. Nessuna costruzione duratura in America Latina può prescindere da questo fondamento invisibile ma essenziale.

La Chiesa conosce come pochi quell’unità sapienziale che precede qualunque realtà in America Latina. Convive quotidianamente con quel patrimonio morale su cui poggia l’edificio esistenziale del continente. Sono sicuro che, mentre sto parlando di questo voi, potreste dare un nome a questa realtà. Con essa dobbiamo continuamente dialogare. Non possiamo perdere il contatto con questo substrato morale, con questo "humus" vitale che abita nel cuore della nostra gente e in cui si percepisce la mescolanza quasi indistinta, ma al tempo stesso eloquente, del suo volto meticcio: non unicamente indigeno, né ispanico, né lusitano, né "Afro-Americano", ma "meticcio", "Latino-Americano"!

Guadalupe e Aparecida sono manifestazioni programmatiche di questa creatività divina. Sappiamo bene che ciò fa parte del fondamento su cui poggia la religiosità popolare del nostro popolo; fa parte della sua singolarità antropologica; è un dono con cui Dio ha voluto farsi conoscere alla nostra gente. Le pagine più luminose della storia della nostra Chiesa sono state scritte proprio quando abbiamo saputo nutrirci di questa ricchezza, parlare a questo cuore nascosto che palpita custodendo, come un piccolo fuocherello acceso sotto apparenti ceneri, il senso di Dio e della sua trascendenza, la sacralità della vita, il rispetto per il creato, i legami di solidarietà, la gioia di vivere, la capacità di essere felici senza condizioni.

Per parlare a questa anima che è profonda, per parlare all’America Latina profonda, alla Chiesa non resta altra strada che imparare continuamente da Gesù. Dice il Vangelo che Egli parlava solo in parabole (cfr. Mc 4,34). Immagini che coinvolgono e rendono partecipi, che trasformano quanti ascoltano la sua Parola in personaggi dei suoi racconti divini. Il santo Popolo fedele di Dio in America Latina non comprende altro linguaggio su di Lui. Siamo invitati ad andare in missione non con freddi concetti che si accontentano del possibile, ma con immagini che continuamente moltiplicano e dispiegano le loro forze nel cuore dell’uomo, trasformandolo in grano seminato nella terra buona, in lievito che aumenta la sua capacità di trarre il pane dalla massa, in seme che nasconde la potenzialità della pianta feconda.

Una Chiesa capace di essere sacramento di speranza

Molti si lamentano di un certo "deficit" di speranza nell’America Latina di oggi. A noi non è permessa la "ombrosità lamentosa", perché la speranza che abbiamo viene dall’alto. Inoltre, sappiamo bene che il cuore latinoamericano è stato addestrato alla speranza. Come diceva un cantautore brasiliano: «La speranza è equilibrista; danza sull’instabile corda con il suo ombrello!» (João Bosco, "L’ubriaco e la equilibrista"). Quando si pensa che sia esaurita, eccola qui nuovamente dove meno ce l’aspettavamo. Il nostro popolo ha imparato che nessuna delusione è in grado di piegarlo. Segue Cristo flagellato e mite, sa aspettare che il cielo si rischiari e sta saldo nella speranza della sua vittoria, perché – in fondo – è consapevole di non appartenere totalmente a questo mondo.

È fuor di dubbio che la Chiesa in queste terre sia in modo particolare un sacramento di speranza, ma è necessario vigilare sulla concretizzazione di questa speranza. Tanto più trascendente quanto più deve trasformare il volto immanente di quelli che la possiedono. Vi prego di vigilare sulla concretizzazione della speranza, e permettetemi di ricordarvi alcuni dei suoi volti già visibili in questa Chiesa Latino-Americana.

La speranza in America Latina ha un volto giovane

Si parla spesso dei giovani – si declamano statistiche sul continente del futuro – ; alcuni riportano notizie sulla loro presunta decadenza e su quanto siano assopiti, altri approfittano del loro potenziale come consumatori, non pochi propongono loro il ruolo di manovalanza dello spaccio della droga e della violenza. Non lasciatevi catturare da simili caricature sui giovani. Guardateli negli occhi e cercate in loro il coraggio della speranza. Non è vero che sono pronti a ripetere il passato. Aprite loro spazi concreti nelle Chiese particolari a voi affidate, investite tempo e risorse nella loro formazione. Proponete programmi educativi incisivi e obiettivi da realizzare, chiedendo loro, come i genitori chiedono ai figli, di mettere in atto le loro potenzialità ed educando il loro cuore alla gioia della profondità, non della superficialità. Non accontentatevi della retorica o di scelte scritte nei piani pastorali e mai messe in pratica.

Ho pensato a Panamá, l’istmo di questo continente, per la "Giornata Mondiale della Gioventù" del 2019, che sarà celebrata seguendo l’esempio della Vergine che proclama: «Ecco la serva» e «avvenga per me» (Lc 1,38). Sono sicuro che in ogni giovane si nasconde un "istmo", nel cuore di tutti i nostri ragazzi c’è un pezzo di terreno stretto e allungato che si può percorrere per condurli verso un futuro che solo Dio conosce e a Lui appartiene. Tocca a noi presentare loro grandi proposte per suscitare in essi il coraggio di rischiare insieme a Dio e di rendersi, come la Vergine, disponibili.

La speranza in America Latina ha un volto femminile

Non è necessario che mi dilunghi per parlare del ruolo della donna nel nostro continente e nella nostra Chiesa. Dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o "morenas", penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete "artigiane" del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. È un serio dovere comprendere, rispettare, valorizzare, promuovere la forza ecclesiale e sociale di quanto le donne realizzano. Hanno accompagnato Gesù missionario; non si sono allontanate dai piedi della croce; in solitudine hanno aspettato che la notte della morte restituisse il Signore della vita; hanno inondato il mondo con l’annuncio della sua presenza risuscitata. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne. Per favore, non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana: nel loro uscire con Gesù; nel loro perseverare, anche nelle sofferenze del suo Popolo; nel loro aggrapparsi alla speranza che vince la morte; nel loro gioioso modo di annunciare al mondo che Cristo è vivo, ed è risorto.

La speranza in America Latina passa attraverso il cuore,
la mente e le braccia dei laici

Vorrei ribadire quanto recentemente ho detto alla "Pontificia Commissione per l’America Latina". È indispensabile superare il clericalismo che rende infantili i "Christifideles laici" e impoverisce l’identità dei ministri ordinati.

Anche se si è compiuto un notevole sforzo e alcuni passi sono stati fatti, le grandi sfide del continente rimangono sul tavolo e continuano ad attendere l’attuazione serena, responsabile, competente, lungimirante, articolata, consapevole, di un laicato cristiano che, in quanto credente, sia disposto a contribuire: nei processi di un autentico sviluppo umano, nel consolidamento della democrazia politica e sociale, nel superamento strutturale della povertà endemica, nella costruzione di una prosperità inclusiva fondata su riforme durature e capaci di tutelare il bene sociale, nel superare le disuguaglianze e salvaguardare la stabilità, nel delineare modelli di sviluppo economico sostenibili che rispettino la natura e il vero futuro dell’uomo – che non si esaurisce nel consumismo illimitato – , come pure nel rifiuto della violenza e nella difesa della pace.

Di più: in questo senso la speranza deve sempre vedere il mondo con gli occhi dei poveri e a partire dalla situazione dei poveri. Essa è povera come il chicco di grano che muore (cfr. Gv 12,24), ma che ha la forza di spargere i piani di Dio.

La ricchezza autosufficiente spesso priva la mente umana della capacità di vedere, sia la realtà del deserto sia le oasi che vi sono nascoste. Propone risposte da manuale e ripete certezze da "talkshow"; balbetta la proiezione di sé stessa, vuota, senza avvicinarsi minimamente alla realtà. Sono sicuro che in questo difficile e confuso, ma provvisorio momento che viviamo, le soluzioni dei problemi complessi che ci sfidano nascono dalla semplicità cristiana che si nasconde ai potenti e si mostra agli umili: la purezza della fede nel Risorto, il calore della comunione con Lui, la fraternità, la generosità e la solidarietà concreta che pure sgorgano dall’amicizia con Lui.

Tutto questo lo vorrei riassumere in una espressione che vi lascio come sintesi, sintesi e ricordo di questo incontro. "Se vogliamo servire", come "CELAM", la nostra America Latina, "dobbiamo farlo con passione". Oggi c’è bisogno di passione. Mettere il cuore in tutto quello che facciamo. Passione del giovane innamorato e dell’anziano saggio, passione che trasforma le idee in utopie praticabili, passione nel lavoro delle nostre mani, passione che ci trasforma in incessanti pellegrini nelle nostre Chiese come – permettetemi di ricordarlo – San Toribio di Mogrovejo, che non si installò nella sua sede: di ventiquattro anni di episcopato, diciotto li passò nei paesini della sua diocesi. Fratelli, per favore, vi chiedo passione, passione evangelizzatrice.

Affido voi, Fratelli Vescovi del "CELAM", le Chiese locali che rappresentate e l’intero popolo dell’America Latina e dei Caraibi, vi affido alla protezione della Vergine, invocata con i nomi di Guadalupe e Aparecida, con la serena certezza che Dio, che ha parlato a questo continente con il volto "meticcio" e "moreno" di sua Madre, non mancherà di far risplendere la sua luce benigna nella vita di tutti! Grazie!

.

TOP   SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Parco Simón Bolívar (Bogotá)
Giovedì, 7 settembre 2017

"Costruttori della pace, promotori della vita"

L’Evangelista ricorda che la chiamata dei primi discepoli avvenne sulle rive del "Lago di Genesaret", lì dove la gente si affollava per ascoltare una voce capace di orientarla e illuminarla; è anche il luogo dove i pescatori terminano le loro faticose giornate, in cui cercano il sostentamento per condurre una vita senza penuria, una vita dignitosa e felice. È l’unica volta in tutto il "Vangelo di Luca" in cui Gesù predica presso il cosiddetto "Mare di Galilea". Nel mare aperto si confondono l’agognata fecondità del lavoro e la frustrazione per l’inutilità degli sforzi vani. E secondo un’antica interpretazione cristiana, il mare rappresenta anche l’immensità dove convivono tutti i popoli. Infine, a causa della sua agitazione e oscurità, esso evoca tutto quello che minaccia l’esistenza umana e che ha il potere di distruggerla.

Noi usiamo espressioni analoghe per definire le moltitudini: una marea umana, un mare di gente. Quel giorno, Gesù si trova ad avere alle spalle il mare e di fronte una moltitudine che lo ha seguito perché sa della sua commozione davanti al dolore umano e delle sue parole giuste, profonde, sicure. Tutti vengono ad ascoltarlo; la Parola di Gesù ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; la sua Parola ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una Parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare.

Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana. Queste moltitudini di uomini e donne, bambini e anziani abitano una terra di inimmaginabile fecondità, che potrebbe dare frutti per tutti. Ma anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’"inequità" sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime. Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: «Prendi il largo!» (Lc 5,4).

Noi possiamo invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; ma come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato. Anche questa Nazione conosce questa realtà, quando per un periodo di sei anni, al suo inizio, ebbe sedici presidenti e pagò caro le sue divisioni (la "patria boba" [lett. "patria tonta"]); anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi..., però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui Parola suscita fecondità persino là dove l’inospitalità delle tenebre umane rende infruttuosi tanti sforzi e fatiche. Pietro è l’uomo che accoglie con risolutezza l’invito di Gesù, che lascia tutto e lo segue, per trasformarsi in un nuovo pescatore, la cui missione consiste nel condurre i suoi fratelli al Regno di Dio, dove la vita diventa piena e felice.

Ma il comando di gettare le reti non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio. In queste moltitudini evangelizzate sorgeranno molti uomini e donne divenuti discepoli che, con cuore veramente libero, possano seguire Gesù; uomini e donne capaci di amare la vita in tutte le sue fasi, di rispettarla, di promuoverla.

E come gli apostoli, occorre chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria. Bogotá e la Colombia sono, nel medesimo tempo, riva, lago, mare aperto, città attraverso la quale Gesù è passato e passa, per offrire la sua presenza e la sua parola feconda, per farci uscire dalle tenebre e portarci alla luce e alla vita. Chiamare gli altri, tutti, perché nessuno rimanga in balìa delle tempeste; far entrare nella barca tutte le famiglie: esse sono santuari della vita; fare spazio al bene comune al di sopra degli interessi meschini o particolari, farsi carico dei più fragili promuovendo i loro diritti.

Pietro sperimenta la sua piccolezza, sperimenta la grandezza della Parola e dell’azione di Gesù; Pietro conosce le proprie fragilità, il suo buttarsi in avanti e tirarsi indietro, come pure lo conosciamo noi, come lo conosce la storia di violenza e di divisione del vostro popolo che non sempre ci ha trovati disponibili a condividere la barca, le tempeste, le disavventure. Ma, come fece con Simone, Gesù ci invita a prendere il largo, ci spinge a condividere il rischio – non temete di rischiare insieme – ci invita a lasciare i nostri egoismi e a seguirlo; ad abbandonare paure che non vengono da Dio, i timori che ci paralizzano e ritardano l’urgenza di "essere costruttori della pace, promotori della vita".

«Prendi il largo!», disse Gesù. E i discepoli si fecero segno per riunirsi tutti nella barca! Che sia così per questo popolo!

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana