VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN COLOMBIA

Dal 6 all'11 Settembre 2017: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Colombia...

(6-11 SETTEMBRE 2017)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Galleria Fotografica ("Avvenire")

Mercoledì 6 Settembre         Giovedì 7 Settembre         Venerdì 8 Settembre         Sabato 9 Settembre         Domenica 10 Settembre

RITAGLI   Sabato, 9 Settembre 2017   DOCUMENTI

27-31 Luglio 2016: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Colombia...
           
Santa Messa Visita alla Casa-Famiglia "San José"
Incontro con Sacerdoti, Religiosi, Consacrati, Seminaristi Alla Nunziatura Apostolica di Bogotá

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TOP   SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Aeroporto Enrique Olaya Herrera di Medellín
Sabato, 9 settembre 2017

"La Vita Cristiana come discepolato"

Cari Fratelli e Sorelle!

Nella Messa di Giovedì a Bogotá abbiamo ascoltato la chiamata di Gesù ai suoi primi discepoli; questa parte del "Vangelo di Luca" che comincia con quel racconto, culmina nella chiamata dei Dodici. Che cosa ricordano gli Evangelisti tra i due avvenimenti? Che questo cammino di sequela ha richiesto nei primi seguaci di Gesù molto sforzo di purificazione. Alcuni precetti, divieti e comandi li facevano sentire sicuri; compiere determinati riti e pratiche li dispensava da una inquietudine, l’inquietudine di chiedersi: Che cosa piace al nostro Dio? Gesù, il Signore, indica loro che obbedire è camminare dietro a Lui, e che quel camminare li poneva davanti a lebbrosi, paralitici, peccatori. Questa realtà domandava molto più che una ricetta, o una norma stabilita. Impararono che andare dietro a Gesù comporta altre priorità, altre considerazioni per servire Dio. Per il Signore, anche per la prima comunità, è di somma importanza che quanti ci diciamo discepoli non ci attacchiamo a un certo stile, a certe pratiche che ci avvicinano più al modo di essere di alcuni farisei di allora che a quello di Gesù. La libertà di Gesù si contrappone alla mancanza di libertà dei dottori della legge di quell’epoca, che erano paralizzati da un’interpretazione e da una pratica rigoristica della legge. Gesù non si ferma ad un’attuazione apparentemente "corretta"; Egli porta la legge alla sua pienezza e perciò vuole porci in quella direzione, in quello stile di sequela che suppone "andare all’essenziale", "rinnovarsi" e "coinvolgersi". Sono tre atteggiamenti che dobbiamo plasmare nella nostra vita di discepoli.

Il primo, "andare all’essenziale". Non vuol dire "rompere con tutto", rompere con ciò che non si adatta a noi, perché nemmeno Gesù è venuto "ad abolire la Legge, ma a portarla al suo compimento" (cfr. Mt 5,17). Andare all’essenziale è piuttosto andare in profondità, a ciò che conta e ha valore per la vita. Gesù insegna che la relazione con Dio non può essere un freddo attaccamento a norme e leggi, né tantomeno un compiere certi atti esteriori che non portano a un cambiamento reale di vita. Nemmeno il nostro discepolato può essere motivato semplicemente da una consuetudine, perché abbiamo un certificato di battesimo, ma deve partire da un’esperienza viva di Dio e del suo amore. Il discepolato non è qualcosa di statico, ma un continuo cammino verso Cristo; non è semplicemente attaccarsi alla spiegazione di una dottrina, ma l’esperienza della presenza amichevole, viva e operante del Signore, un apprendistato permanente per mezzo dell’ascolto della sua Parola. E tale Parola, lo abbiamo ascoltato, ci si impone nei bisogni concreti dei nostri fratelli: sarà la fame dei più vicini nel testo oggi proclamato (cfr. Lc 6,1-5), o la malattia in ciò che narra Luca in seguito.

La seconda parola, "rinnovarsi". Come Gesù "scuoteva" i dottori della legge perché uscissero dalla loro rigidità, ora anche la Chiesa è "scossa" dallo Spirito perché lasci le sue comodità e i suoi attaccamenti. Il rinnovamento non deve farci paura. La Chiesa è sempre in rinnovamento – "Ecclesia semper renovanda" – . Non si rinnova a suo capriccio, ma lo fa fondata e ferma nella fede, irremovibile nella speranza del Vangelo che ha ascoltato (cfr. Col 1,23). Il rinnovamento richiede sacrificio e coraggio, non per sentirsi migliori o impeccabili, ma per rispondere meglio alla chiamata del Signore. Il Signore del sabato, la ragion d’essere di tutti i nostri comandamenti e precetti, ci invita a ponderare le norme quando è in gioco il seguire Lui; quando le sue piaghe aperte, il suo grido di fame e sete di giustizia ci interpellano e ci impongono risposte nuove. E in Colombia ci sono tante situazioni che chiedono ai discepoli lo stile di vita di Gesù, particolarmente l’amore tradotto in atti di nonviolenza, di riconciliazione e di pace.

La terza parola, "coinvolgersi". Anche se per qualcuno questo può sembrare sporcarsi o macchiarsi. Come Davide e i suoi che entrarono nel tempio perché avevano fame e i discepoli di Gesù entrarono nel campo di grano e mangiarono le spighe, così oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio – quanta gente ha fame di Dio! – , fame di dignità, perché sono stati spogliati. E mi chiedo se la fame di Dio in tanta gente forse non venga perché con i nostri atteggiamenti noi li abbiamo spogliati. E, come cristiani, aiutarli a saziarsi di Dio; non ostacolare o proibire loro l’incontro. Fratelli, la Chiesa non è una dogana; richiede porte aperte, perché il cuore del suo Dio è non solo aperto, ma trafitto dall’amore che si è fatto dolore. Non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello "proibito il passaggio", né considerare che questo spazio è mia proprietà, impossessandomi di qualcosa che non è assolutamente mio. La Chiesa non è nostra, fratelli, è di Dio; Lui è il padrone del tempio e della messe; per tutti c’è posto, tutti sono invitati a trovare qui e tra noi il loro nutrimento. Tutti. E Lui, che ha preparato le nozze per il suo Figlio, comanda di chiamare tutti: sani e malati, buoni e cattivi, tutti. Noi siamo semplici "servitori" (cfr. Col 1,23) e non possiamo essere quelli che ostacolano tale incontro. Al contrario, Gesù ci chiede, come fece coi suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16); questo è il nostro servizio. Mangiare il pane di Dio, mangiare l’amore di Dio, mangiare il pane che ci aiuta a sopravvivere. Lo ha capito bene Pietro Claver, che oggi celebriamo nella liturgia e che domani venererò a Cartagena. «Schiavo dei neri per sempre» fu il motto della sua vita, perché comprese, come discepolo di Gesù, che non poteva rimanere indifferente davanti alla sofferenza dei più abbandonati e oltraggiati del suo tempo e che doveva fare qualcosa per alleviarla.

Fratelli e Sorelle, la Chiesa in Colombia è chiamata a impegnarsi con maggiore audacia nella formazione di discepoli missionari, come abbiamo indicato noi Vescovi riuniti ad Aparecida. Discepoli che sappiano vedere, giudicare e agire, come proponeva il documento latinoamericano nato proprio qui, in queste terre (cfr. "Medellín", 1968). Discepoli missionari che sanno vedere, senza miopie ereditarie; che esaminano la realtà secondo gli occhi e il cuore di Gesù, e da lì giudicano. E che rischiano, che agiscono, che si impegnano.

Sono venuto fin qui proprio per confermarvi nella fede e nella speranza del Vangelo: rimanete saldi e liberi in Cristo, saldi e liberi in Cristo, perché ogni fermezza in Cristo ci dà libertà, così da rifletterlo in tutto quello che fate. Abbracciate con tutte le vostre forze la sequela di Gesù, conoscetelo, lasciatevi chiamare e istruire da Lui, cercatelo nella preghiera e lasciatevi cercare da Lui nella preghiera, annunciatelo con la più grande gioia possibile.

Chiediamo, per intercessione della nostra Madre, la Madonna "de la Candelaria", che ci accompagni nel nostro cammino di discepoli, affinché ponendo la nostra vita in Cristo, siamo sempre missionari che portiamo la luce e la gioia del Vangelo a tutte le genti!

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TOP   VISITA ALLA CASA-FAMIGLIA "SAN JOSÉ"

SALUTO DEL SANTO PADRE

Hogar de San José, Medellín
Sabato, 9 settembre 2017

Cari Fratelli e Sorelle,
Cari Bambini e Bambine!

Sono contento di trovarmi con voi in questo "Hogar de San José". Grazie per l’accoglienza che mi avete preparato. Ringrazio per le parole del Direttore, Monsignor Armando Santamaria!

Dico grazie a te, Claudia Yesenia, per la tua coraggiosa testimonianza, davvero coraggiosa. Ascoltando tutte le difficoltà che hai passato, mi veniva alla memoria del cuore la sofferenza ingiusta di tanti bambini e bambine in tutto il mondo, che sono stati e sono ancora vittime innocenti della cattiveria di alcuni.

Anche Gesù Bambino è stato vittima dell’odio e della persecuzione; anche Lui ha dovuto scappare con la sua famiglia, lasciare la sua terra e la sua casa, per sfuggire alla morte. Veder soffrire i bambini fa male all’anima perché i bambini sono i prediletti di Gesù. Non possiamo accettare che siano maltrattati, che siano privati del diritto di vivere la loro infanzia con serenità e gioia, che si neghi loro un futuro di speranza.

Ma Gesù non abbandona nessuno che soffre, tanto meno voi, bambini e bambine, che siete i suoi preferiti. Claudia Yesenia, accanto a tanti orrori accaduti, Dio ti ha donato una zia che si è presa cura di te, un ospedale che ti ha assistito e infine una comunità che ti ha accolto. Questa casa è una prova dell’amore che Gesù ha per voi e del suo desiderio di starvi molto vicino. Lo fa attraverso la cura amorevole di tutte le persone buone che vi accompagnano, che vi vogliono bene e vi educano. Penso ai responsabili di questa casa, alle suore, al personale e a tante altre persone che ormai fanno parte della vostra famiglia perché siete integrati con loro, vi conoscono. Perché è questo che fa sì che questo luogo sia una casa: il calore di una famiglia dove ci sentiamo amati, protetti, accettati, curati e accompagnati.

E mi piace molto che questa casa porti il nome di San Giuseppe, e gli altri [le altre] "Gesù lavoratore" e "Betlemme". Direi che siete in buone mani! Ricordate quello che scrive San Matteo nel suo Vangelo, quando racconta che Erode, nella sua follia, aveva deciso di uccidere Gesù appena nato? Come Dio parlò in sogno a San Giuseppe, per mezzo di un angelo, e affidò alla sua custodia e protezione i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria? San Matteo ci dice che, appena l’angelo gli parlò, Giuseppe obbedì immediatamente e fece quanto Dio gli aveva ordinato: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto!» (Mt 2,14). Sono sicuro che come san Giuseppe ha protetto e difeso dai pericoli la Santa Famiglia, così pure difende voi, vi custodisce e vi accompagna. E con lui anche Gesù e Maria, perché San Giuseppe non può stare senza Gesù e Maria.

A voi Fratelli e Sorelle, religiosi, religiose e laici che, in questa e nelle altre case, accogliete e curate con amore questi bambini che fin da piccoli hanno sperimentato la sofferenza e il dolore, vorrei ricordare due realtà che non devono mancare perché fanno parte dell’identità cristiana: l’amore che sa vedere Gesù presente nei più piccoli e nei più deboli, e il sacro dovere di portare i bambini a Gesù. In questo compito, con le sue gioie e le sue pene, affido anche voi alla protezione di San Giuseppe. Imparate da lui: il suo esempio vi ispiri e vi aiuti nella cura amorevole di questi piccoli, che sono il futuro della società colombiana, del mondo e della Chiesa, affinché, come Gesù stesso, possano crescere e rafforzarsi in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini (cfr. Lc 2,52). Gesù e Maria, insieme a San Giuseppe, vi accompagnino e vi proteggano, vi colmino di tenerezza, di gioia e di fortezza.

Mi impegno a pregare per voi, perché in questo ambiente di amore famigliare cresciate in amore, pace e felicità, e così possiate guarire le ferite del corpo e del cuore. Dio non vi abbandona, vi protegge e vi assiste. E il Papa vi porta nel suo cuore. E non dimenticatevi di pregare per me. Con questo vi ringrazio!

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TOP   INCONTRO CON SACERDOTI, CONSACRATI E CONSACRATE,
SEMINARISTI E LORO FAMIGLIARI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio Coperto La Macarena (Medellín)
Sabato, 9 settembre 2017

Cari Fratelli Vescovi,
Cari Sacerdoti, Consacrati, Consacrate, Seminaristi,
Care Famiglie, Cari Amici Colombiani!

L’allegoria della vera vite, che abbiamo appena ascoltato dal "Vangelo di Giovanni", si colloca nel contesto dell’Ultima Cena di Gesù. In quel clima di intimità, di una certa tensione ma carica di amore, il Signore lavò i piedi dei suoi, volle perpetuare la sua memoria nel pane e nel vino, e inoltre parlò dal profondo del suo cuore a quelli che più amava!

In quella prima sera "eucaristica", in quel primo tramonto del sole dopo il gesto di servizio, Gesù apre il suo cuore; consegna loro il suo testamento. E come in quel cenacolo continuarono poi a riunirsi gli Apostoli, con alcune donne e Maria, la Madre di Gesù (cfr. At 1,13-14), così oggi qui in questo luogo ci siamo riuniti per ascoltarlo, e per ascoltarci. Suor Leidy di San Giuseppe, María Isabel e Padre Juan Felipe ci hanno dato la loro testimonianza; anche ognuno di noi che siamo qui potrebbe raccontare la propria storia vocazionale. E tutti avremmo in comune l’esperienza di Gesù che ci viene incontro, ci precede e in questo modo ci ha "catturato" il cuore. Come dice il "Documento di Aparecida": «Conoscere Gesù è il più bel regalo che qualunque persona può ricevere; averlo incontrato è per noi la cosa migliore che ci è capitata nella vita, e farlo conoscere con le nostre parole e opere è per noi una gioia», la gioia di evangelizzare (n. 29).

Molti di voi, giovani, avete scoperto questo Gesù vivo nelle vostre comunità; comunità con un fervore apostolico contagioso, che entusiasmano e suscitano attrazione. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, nascono vocazioni genuine; la vita fraterna e fervente della comunità è quella che suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, 107). I giovani sono per natura inquieti, in ricerca – o mi sbaglio? – . E qui voglio fermarmi un momento e fare una memoria dolorosa. È una parentesi, questa. I giovani sono naturalmente inquieti, inquietudine tante volte ingannata, distrutta dai sicari della droga. Medellín mi porta questo ricordo, mi evoca tante vite giovani stroncate, scartate, distrutte. Vi invito a ricordare, ad accompagnare questo luttuoso corteo, a chiedere perdono per chi ha distrutto le aspirazioni di tanti giovani, chiedere al Signore che converta i loro cuori, che abbia fine questa sconfitta dell’umanità giovane. I giovani sono per natura inquieti, in ricerca, e, benché assistiamo a una crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che si mobilitano insieme di fronte ai mali del mondo e si dedicano a diverse forme di militanza e di volontariato. Sono molti. E alcuni, sì, sono cattolici praticanti, molti sono cattolici "all’acqua di rose", come diceva mia nonna; altri non sanno se credono o non credono... Ma questa inquietudine li porta a fare qualcosa per gli altri, questa inquietudine riempie il volontariato di tutto il mondo di volti giovani! Bisogna incanalare l’inquietudine! Quando lo fanno per amore di Gesù, sentendosi parte della comunità, diventano "viandanti della fede", felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra (cfr. "Ibid.", 107). E quanti, senza sapere che lo stanno portando, lo portano! È questa ricchezza di andare per le strade servendo, di essere viandanti di una fede che forse loro stessi non capiscono del tutto; è testimonianza, testimonianza che ci apre all’azione dello Spirito Santo che entra e lavorerà nei nostri cuori.

In uno dei viaggi della "Giornata della Gioventù" in Polonia [Cracovia 2016], in un pranzo che ho fatto con i giovani – con quindici giovani e l’Arcivescovo – uno mi ha chiesto: "Cosa posso dire a un mio compagno, giovane, che è ateo, che non crede? Che argomenti posso portargli?". E mi è venuto spontaneo rispondergli: "Guarda, l’ultima cosa che devi fare è dirgli qualcosa!". È rimasto sorpreso. Comincia a fare, comincia a comportarti in maniera tale che l’inquietudine che lui ha dentro di sé lo renda curioso e ti domandi; e quando ti chiede la tua testimonianza, lì puoi incominciare a dire qualcosa. È tanto importante questo essere viandanti, viandanti della fede, viandanti della vita.

La vite a cui si riferisce Gesù, nel testo che è stato proclamato, è la vite che è tutto il "popolo dell’alleanza". Profeti come Geremia, Isaia ed Ezechiele si riferiscono ad esso paragonandolo a una vite; e anche un "Salmo", l’"80", canta dicendo: «Hai sradicato una vite dall’Egitto [...]. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra» (vv. 9-10). A volte esprimono la gioia di Dio per la sua vite, altre volte la sua collera, la delusione o il dispetto [...]; mai, mai Dio si disinteressa della sua vite, mai smette di soffrire per i suoi allontanamenti – se io mi allontano Lui soffre nel suo cuore – mai smette di andare incontro a questo popolo che, quando si separa da Lui si secca, brucia e si distrugge.

Com’è la terra, il nutrimento, il sostegno dove cresce questa vite in Colombia? In quali contesti si generano i frutti delle vocazioni di speciale consacrazione? Sicuramente in ambienti pieni di contraddizioni, di chiaroscuri, di situazioni relazionali complesse. Ci piacerebbe avere a che fare con un mondo, con famiglie e legami più sereni, ma siamo dentro questo cambiamento epocale, questa crisi culturale, e in mezzo ad essa, tenendo conto di essa, Dio continua a chiamare. E non venite qui a raccontarmi: "No, certo, non ci sono tante vocazioni di speciale consacrazione, perché, è chiaro, con questa crisi che stiamo vivendo...". Sapete cos’è questa? È una "favoletta"! Chiaro? Anche in mezzo a questa crisi, Dio continua a chiamare. Sarebbe quasi illusorio pensare che tutti voi avete ascoltato la chiamata del Signore all’interno di famiglie sostenute da un amore forte e pieno di valori come la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza (cfr. Esortazione Apostolica Amoris laetitia, 5). Alcuni sì, ma non tutti. Alcune famiglie, Dio voglia molte, sono così. Ma tenere i piedi per terra vuol dire riconoscere che i nostri percorsi vocazionali, il sorgere della chiamata di Dio, ci trova più vicino a ciò che riporta la Parola di Dio e che ben conosce la Colombia: «un sentiero di sofferenza e di sangue [...] la violenza fratricida di Caino su Abele e i vari litigi tra i figli e tra le spose dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, per giungere poi alle tragedie che riempiono di sangue la famiglia di Davide, fino alle molteplici difficoltà famigliari che solcano il racconto di Tobia o l’amara confessione di Giobbe abbandonato» ("Ibid.", 20). E fin dall’inizio è stato così: non pensate alla situazione ideale, questa è la situazione reale. Dio manifesta la sua vicinanza e la sua elezione dove vuole, nella terra che vuole, così com’è in quel momento, con le contraddizioni concrete, come Lui vuole. Egli cambia il corso degli avvenimenti chiamando uomini e donne nella fragilità della storia personale e comunitaria di ciascuno. Non abbiamo paura in di questa terra complessa. Ieri sera, una ragazza con capacità speciali, nel gruppo che mi ha dato il benvenuto, che mi ha accolto alla Nunziatura, ha detto che nel nucleo dell’umano c’è la vulnerabilità, e spiegava perché. E mi è venuto in mente di chiederle: "Siamo tutti vulnerabili? – "Sì, tutti!" – "Ma c’è qualcuno che non è vulnerabile?". E lei ha risposto: "Dio!". Ma Dio ha voluto farsi vulnerabile, ha voluto uscire a camminare con noi per la strada, vivere la nostra storia così com’era; ha voluto farsi uomo in mezzo a una contraddizione, in mezzo a qualcosa di incomprensibile, con il consenso di una ragazza che non comprendeva ma obbedisce e di un uomo giusto che ha seguito quello che gli era stato comandato; ma tutto questo in mezzo a tante contraddizioni. Non abbiamo paura in questa terra complessa! Dio ha sempre fatto il miracolo di generare buoni grappoli, come le buone focacce a colazione. Che non manchino vocazioni in nessuna comunità, in nessuna famiglia di Medellín! E quando a colazione trovate una di queste belle sorprese, dite: "Ah, che bello! E Dio è capace di fare qualcosa con me?". Chiedetevelo, prima di mangiarla! Chiedetevelo!

E questa vite – che è quella di Gesù – ha la caratteristica di essere quella "vera". Egli ha già utilizzato questo aggettivo in altre occasioni nel "Vangelo di Giovanni": la luce vera, il vero pane del cielo, la vera testimonianza. Ora, la verità non è qualcosa che riceviamo – come il pane o la luce – ma qualcosa che scaturisce dall’interno. Siamo popolo eletto per la verità, e la nostra chiamata dev’essere nella verità. Se siamo tralci di questa vite, se la nostra vocazione è innestata in Gesù, non c’è posto per l’inganno, la doppiezza, le scelte meschine. Tutti dobbiamo essere attenti affinché ogni tralcio serva a ciò per cui è stato pensato: per portare frutto. Io, sono pronto a portare frutto? Fin dall’inizio, coloro a cui spetta il compito di accompagnare i percorsi vocazionali, dovranno motivare la retta intenzione, cioè il desiderio autentico di configurarsi a Gesù, il pastore, l’amico, lo sposo. Quando i percorsi non sono alimentati da questa vera linfa che è lo Spirito di Gesù, allora facciamo esperienza dell’aridità e Dio scopre con tristezza quei polloni già morti. Le vocazioni di speciale consacrazione muoiono quando vogliono nutrirsi di onori, quando sono spinte dalla ricerca di una tranquillità personale e di promozione sociale, quando la motivazione è "salire di categoria", attaccarsi a interessi materiali, che arrivano anche all’errore della brama di guadagno. L’ho già detto in altre occasioni, e voglio ripeterlo come qualcosa che è vero e sicuro, non dimenticatelo: il diavolo entra dal portafoglio. Sempre. Questo non riguarda solo gli inizi, tutti dobbiamo stare attenti, perché la corruzione negli uomini e nelle donne che sono nella Chiesa comincia così, poco a poco, e poi – lo dice Gesù stesso – mette radici nel cuore e finisce per allontanare Dio dalla propria vita. «Non potete servire Dio e la ricchezza!» (Mt 6,24). Gesù dice: "Non si può servire due signori!". Due signori: è come se ci fossero due signori nel mondo. Non si può servire Dio e il denaro. Gesù dà il titolo di "signore" al denaro. Che cosa vuol dire? Che se ti prende non ti lascia andare: sarà il tuo signore partendo dal tuo cuore. Attenzione! Non possiamo approfittare della nostra condizione religiosa e della bontà della nostra gente per essere serviti e ottenere benefici materiali.

Ci sono situazioni, atteggiamenti e scelte che mostrano i segni dell’aridità e della morte - quando avviene questo? -: non possono continuare a rallentare il flusso della linfa che nutre e dà vita! Il veleno della menzogna, delle cose nascoste, della manipolazione e dell’abuso del popolo di Dio, dei più fragili e specialmente degli anziani e dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità. Quando un consacrato o una consacrata o una comunità, un’istituzione – che sia la parrocchia o qualsiasi – sceglie di seguire questo stile, è un ramo secco; bisogna solo sedersi e aspettare che Dio venga a tagliarlo.

Ma Dio non solo taglia; l’allegoria continua dicendo che Dio pota la vite dalle imperfezioni. È così bella la potatura! Fa male però è bella. La promessa è che daremo frutto, e in abbondanza, come il chicco di grano, se siamo capaci di donarci, di dare liberamente la vita. In Colombia abbiamo esempi del fatto che questo è possibile. Pensiamo a santa Laura Montoya, una religiosa mirabile le cui reliquie sono qui. Lei da questa città si è prodigata in una grande opera missionaria in favore degli indigeni di tutto il Paese. Quanto ci insegna questa donna consacrata nella dedizione silenziosa, vissuta con abnegazione, senza altro interesse che manifestare il volto materno di Dio! E così possiamo ricordare il Beato Mariano di Gesù Euse Hoyos, uno dei primi alunni del Seminario di Medellín, e altri sacerdoti e religiose colombiani, i cui processi di canonizzazioni sono stati introdotti; come pure tanti altri, migliaia di colombiani anonimi che nella semplicità della loro vita quotidiana hanno saputo donarsi per il Vangelo e di cui voi sicuramente conserverete la memoria e vi saranno stimolo di dedizione. Tutti ci mostrano che è possibile seguire fedelmente la chiamata del Signore, che è possibile portare molto frutto, anche adesso, in questo tempo e in questo luogo.

La buona notizia è che Lui è disposto a purificarci; la buona notizia è che non siamo ancora "finiti", siamo ancora nel "processo di fabbricazione" e come buoni discepoli siamo in cammino. E in che modo Gesù taglia i fattori di morte che attecchiscono nella nostra vita e distorcono la chiamata? Invitandoci a "rimanere in Lui"; rimanere non significa solamente "stare", bensì indica "mantenere una relazione vitale", esistenziale, assolutamente necessaria; è vivere e crescere in unione feconda con Gesù, fonte di vita eterna. Rimanere in Gesù non può essere un atteggiamento meramente passivo o un semplice abbandono senza conseguenze nella vita quotidiana. C’è sempre una conseguenza, sempre. E permettetemi di proporvi – perché sta diventando un po’ lungo... [Gridano: "No!"]. Naturalmente non direte "Sì", e allora non vi credo! – permettetemi di proporvi tre modi di rendere effettivo questo "rimanere", che vi possono aiutare a rimanere in Gesù!

"1. Rimaniamo in Gesù toccando l’umanità di Gesù"

Con "lo sguardo e i sentimenti di Gesù", che contempla la realtà non come giudice, ma come buon samaritano; che riconosce i valori del popolo con cui cammina, come pure le sue ferite e i suoi peccati; che scopre la sofferenza silenziosa e si commuove davanti alle necessità delle persone, soprattutto quando queste si trovano succubi dell’ingiustizia, della povertà disumana, dell’indifferenza, o dell’azione perversa della corruzione e della violenza.

Con "i gesti e le parole di Gesù", che esprimono amore ai vicini e ricerca dei lontani; tenerezza e fermezza nella denuncia del peccato e nell’annuncio del Vangelo; gioia e generosità nella dedizione e nel servizio, soprattutto ai più piccoli, respingendo con forza la tentazione di dare tutto per perduto, di accomodarci o di diventare solo amministratori di sventure. Quante volte ascoltiamo uomini e donne consacrati, che sembra che invece di amministrare gioia, crescita, vita, amministrano disgrazie, e passano il tempo a lamentarsi delle disgrazie di questo mondo. È la sterilità, la sterilità di chi è incapace di toccare la carne sofferente di Gesù.

"2. Rimaniamo contemplando la sua divinità"

Suscitando e sostenendo "la stima per lo studio" che accresce la conoscenza di Cristo, perché, come ricorda Sant’Agostino, non si può amare chi non si conosce (cfr. "La Trinità", "Libro X", "Cap. I, 3").

Privilegiando per questa conoscenza "l’incontro con la Sacra Scrittura",  specialmente con il Vangelo, dove Cristo ci parla, ci rivela il suo amore incondizionato al Padre, ci contagia la gioia che sgorga dall’obbedienza alla sua volontà e dal servizio ai fratelli. Voglio farvi una domanda, ma non rispondete, ognuno risponde per conto suo. Quanti minuti o quante ore io leggo il Vangelo o la Scrittura ogni giorno? Datevi la risposta. Chi non conosce le Scritture, non conosce Gesù. Chi non ama le Scritture, non ama Gesù (cfr. Girolamo, Prologo al commento sul profeta Isaia: PL 24, 17). Diamo tempo a una lettura orante della Parola, ad ascoltare in essa che cosa Dio vuole per noi e per il nostro popolo!

Che tutto il nostro studio ci aiuti ad essere capaci di interpretare la realtà con gli occhi di Dio; che non sia uno studio evasivo rispetto a ciò che vive la nostra gente e neppure segua le onde delle mode e delle ideologie. Che non viva di nostalgie e non voglia ingabbiare il mistero; non cerchi di rispondere a domande che nessuno si pone più per lasciare nel vuoto esistenziale quelli che ci interpellano dalle coordinate dei loro mondi e delle loro culture.

Rimanere e contemplare la sua divinità facendo della "preghiera" la parte fondamentale della nostra vita e del nostro servizio apostolico. La preghiera ci libera dalla zavorra della mondanità, ci insegna a vivere in modo gioioso, a scegliere tenendoci lontani dalla superficialità, in un esercizio di autentica libertà. Nella preghiera cresciamo in libertà, nella preghiera impariamo a essere liberi. La preghiera ci toglie dalla tendenza a centrarci su noi stessi, nascosti in un’esperienza religiosa vuota, e ci conduce a porci con docilità nelle mani di Dio per compiere la sua volontà e corrispondere al suo progetto di salvezza. E nella preghiera, voglio anche consigliarvi una cosa: chiedete, contemplate, ringraziate, intercedete, ma abituatevi anche ad "adorare". Non è molto di moda, adorare. Abituatevi ad adorare. Imparare ad adorare in silenzio. Imparate a pregare così.

Siamo "uomini e donne riconciliati per riconciliare". Essere stati chiamati non ci dà un certificato di buona condotta e impeccabilità; non siamo rivestiti di un’aura di santità. Guai al religioso, al consacrato, al prete, alla suora che vive con una faccia da santino, guai! Tutti siamo peccatori, tutti. E abbiamo bisogno del perdono e della misericordia di Dio per rialzarci ogni giorno; Egli strappa ciò che non va bene e abbiamo fatto male, lo getta fuori dalla vigna e lo brucia. Ci purifica perché possiamo portare frutto. Così è la fedeltà misericordiosa di Dio con il suo popolo, di cui siamo parte. Lui non ci abbandonerà mai sul bordo della strada, mai. Dio fa di tutto per evitare che il peccato ci vinca e chiuda le porte della nostra vita a un futuro di speranza e di gioia. Lui fa di tutto per evitare questo. E se non ci riesce, rimane lì accanto, finché mi viene in mente di guardare in alto, perché mi rendo conto che sono caduto. Lui è così!

"3. Infine, occorre rimanere in Cristo per vivere nella gioia"

Terzo: rimanere per vivere nella gioia. Se rimaniamo in Lui, la sua gioia sarà in noi. Non saremo discepoli tristi e apostoli avviliti. Leggete la fine della "Evangelii nuntiandi" [Esortazione Apostolica di Paolo VI]: ve lo consiglio. Al contrario, rifletteremo e porteremo la gioia vera, quella gioia piena che nessuno potrà toglierci, diffonderemo la speranza di vita nuova che Cristo ci ha donato. La chiamata di Dio non è un carico pesante che ci toglie la gioia. È pesante? A volte sì, però non ci toglie la gioia! Anche attraverso questo peso ci dà la gioia! Dio non ci vuole sommersi nella tristezza – uno dei cattivi spiriti che si impadroniscono dell’anima, come già denunciavano i monaci del deserto – ; Dio non ci vuole sommersi nella stanchezza, tristezza e stanchezza che provengono dalle attività vissute male, senza una spiritualità che renda felice la nostra vita e persino le nostre fatiche. La nostra gioia contagiosa dev’essere la prima testimonianza della vicinanza e dell’amore di Dio. Siamo veri dispensatori della grazia di Dio quando lasciamo trasparire la gioia dell’incontro con Lui.

Nella "Genesi", dopo il diluvio, Noè pianta una vite come segno del nuovo inizio; e al termine dell’"Esodo", quelli che Mosè ha inviato a ispezionare la terra promessa ritornano con un grappolo d’uva di questa dimensione [indica l’altezza...], segno della terra dove scorrono latte e miele. Dio è stato attento a noi, alle nostre comunità e alle nostre famiglie: sono qui presenti, e mi sembra molto bello che ci siano i padri e le madri dei consacrati, dei sacerdoti e dei seminaristi. Dio ha rivolto il suo sguardo su di noi, sulle nostre comunità e famiglie. Il Signore ha rivolto il suo sguardo alla Colombia: voi siete segno di questo amore di predilezione. A noi spetta adesso offrire tutto il nostro amore e il nostro servizio uniti a Gesù Cristo, che è la nostra vite. Ed essere promessa di un nuovo inizio per la Colombia, che si lascia alle spalle un diluvio – come quello di Noè – , un diluvio di scontri e violenze, e che vuole portare molti frutti di giustizia e di pace, di incontro e di solidarietà. Che Dio vi benedica! che Dio benedica la vita consacrata in Colombia! E non dimenticatevi di pregare per me, perché benedica anche me. Grazie!

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ALLA NUNZIATURA APOSTOLICA

Nunziatura Apostolica (Bogotá)
Sabato, 9 settembre 2017

Ognuno di quelli che sono venuti ha sentito che Gesù gli diceva qualcosa, che Gesù diceva qual era il suo nome e che lo voleva in quella strada. E quando all’inizio i sacerdoti hanno cantato quello che Gesù disse a Pietro, mi sono detto: come sarà stato contento Pietro quando gli fu detto così; e io penso che tutti noi siamo contenti quando Gesù ci dice: ti voglio per il tal posto, per questo, per quello, per questa strada, che tu ti faccia monaca, che ti sposi e formi una famiglia, che ti prendi cura..., e così via!

Mi viene da pensare che quando Pietro sentì che Gesù gli disse: "Ecco, tu sei la pietra!", gli diede il nome, lui avrà pensato: "questo me l’ha detto quando mi ha conosciuto, mi ha detto che io ero Pietro", e avrà cominciato a rendersi conto che quello stesso nome aveva diverse melodie, diverse musiche. Come diverse musiche ha il canto che voi avete cantato. E così Pietro andò avanti, tutto contento e baldanzoso, ma quindici minuti dopo Gesù gli disse il contrario, gli disse: allontanati che sei un satana per me. [Pietro] Aveva sbagliato!

E poi penso alle volte in cui Pietro avrà ricordato quello che gli aveva detto Gesù quella notte del Giovedì [Santo], quando poi, così sicuro di sé, lui disse: "Quello non lo conosco!". Come avrà pensato a quello che gli aveva detto. E come avrà ricordato ciò che gli aveva detto Gesù, quando lo vide uscire dalla cella, lo guardò e si mise a piangere.

Vale a dire, ciò che Gesù ci dice, lo si vive nel corso della vita. La stessa parola, la stessa vocazione, in diverse maniere. La vita ci porta a viverla nella gioia, nel dolore, nel peccato, in una grazia maggiore... Cosa avrà fatto Pietro quella notte del giovedì piangendo, si sarà nascosto per la vergogna, sarà andato a trovare la madre di Gesù, a chiederle consiglio, non sappiamo!

E poi, stava lì chiuso e pauroso, e dopo Gesù gli domanda tre volte se lo ama, e si ricorda e dice: io non capisco niente, ed è un’altra melodia del suo stesso nome. Io vorrei che ciascuno di noi ricordasse la prima chiamata, quando Gesù ci diede un nome, la prima vocazione, il primo amore, e che lo coniugasse nelle differenti musiche della vita. In quella che ci porta la vita, momenti belli, momenti pieni, momenti di errore, momenti di peccato, momenti oscuri, momenti di voler rompere tutto e ricominciare un’altra cosa... Ma il nome non perderlo! Gesù ha dato un nome ad ognuno di noi e ci ha messo su una strada, una strada di consacrazione: nella vita della famiglia e nella famiglia consacrata. Una strada di donazione a Lui e ai fratelli in nome Suo. Dunque ogni volta bisogna coniugare di nuovo quel nome nelle diverse situazioni che ci è dato di vivere. Quando Gesù ci chiama e ci dà il nome, non ci dà l’assicurazione sulla vita, questa dobbiamo difenderla noi con l’umiltà, la preghiera e mendicarla dal Signore. Dacci forza, Signore, perché possiamo andare avanti ciascuno sulla strada in cui ci hai chiamato. Ma nessuno possiede la sicurezza della perseveranza in quel nome, bisogna chiederla. E Lui la dà, perché ci vuole molto bene, e vuole che rimaniamo, però bisogna mendicarla. Non dimenticatelo. Se volete trionfare nella vita come vuole Gesù, mendicate, perché il protagonista della storia è il mendicante, il protagonista della storia della salvezza è il mendicante, quello che ognuno di noi porta dentro di sé. Grazie per questo! E che questa testimonianza che date possiate portarla avanti e che porti molto frutto! Grazie!

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