VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
A
CUBA, NEGLI STATI UNITI DAMERICA
E VISITA ALLA SEDE
DELL’"ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE",
IN OCCASIONE DELLA PARTECIPAZIONE
ALL’"VIII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE"
IN
PHILADELPHIA

Dal 19 al 28 Settembre 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco a Cuba, e negli Stati Uniti d'America, per l'VIII Incontro Mondiale delle Famiglie in Philadelphia...

(19-28 SETTEMBRE 2015)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")
Cuba, Washington, D.C., New York, Philadelphia

Sabato 19 Settembre         Domenica 20 Settembre         Lunedì 21 Settembre         Martedì 22 Settembre
Mercoledì 23 Settembre         Giovedì 24 Settembre         Venerdì 25 Settembre         Sabato 26 Settembre         Domenica 27 Settembre

RITAGLI   Domenica, 27 Settembre 2015   DOCUMENTI

19-28 Settembre 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti d'America...
Incontro con i Vescovi ospiti dell'Incontro Mondiale delle Famiglie
Incontro con Vittime di Abusi Sessuali Visita ai Detenuti
Santa Messa Conclusiva dell'Incontro Mondiale delle Famiglie
Saluto al Comitato Organizzatore

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TOP   INCONTRO CON VITTIME DI ABUSI SESSUALI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Seminario San Carlo Borromeo, Philadelphia
Domenica, 27 settembre 2015

Miei cari fratelli e sorelle in Cristo,

sono grato per questa occasione di incontrarvi: la vostra presenza è una benedizione, per me. Grazie per essere venuti qui, oggi.

Le parole non riescono a esprimere appieno il mio dolore per l’abuso che avete sofferto. Siete figli preziosi di Dio e dovreste aspettarvi sempre la nostra protezione, la nostra cura e il nostro amore. Sono profondamente dispiaciuto per il fatto che la vostra innocenza sia stata violata da coloro di cui vi fidavate. In alcuni casi, la fiducia è stata tradita da membri della vostra stessa famiglia, in altri casi da sacerdoti che hanno la sacra responsabilità della cura delle anime. In ogni caso, il tradimento è stato una terribile violazione della dignità umana.

Per coloro che hanno subito l’abuso da parte di un membro del clero, sono profondamente dispiaciuto per tutte le volte che voi o le vostre famiglie hanno denunciato gli abusi e non siete stati ascoltati o creduti. Vi prego di credere che il Santo Padre vi ascolta e vi crede. Mi dispiace profondamente che alcuni vescovi abbiano mancato nella loro responsabilità di proteggere i bambini. E’ molto preoccupante sapere che in alcuni casi siano stati i vescovi stessi a commettere gli abusi. Vi prometto che seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci. Clero e vescovi saranno chiamati a rendere conto se hanno abusato di bambini o non sono stati capaci di proteggerli.

Siamo riuniti qui a Philadelphia per celebrare il dono di Dio che è la vita famigliare. All’interno della nostra famiglia di fede e nelle nostre famiglie umane, il peccato e il crimine dell’abuso sessuale sui bambini non devono più essere un segreto e una vergogna. Mentre aspettiamo l’Anno giubilare della Misericordia, la vostra presenza – generosa, nonostante la rabbia e la sofferenza che avete sperimentato – ci rivela il cuore misericordioso di Cristo. Le vostre storie di vittime, ciascuna unica e coinvolgente, sono un segno potente della speranza che viene dalla promessa del Signore che sarà con noi, sempre.

Mi fa piacere sapere che avete portato membri della famiglia e amici a questo incontro, oggi. Sono loro riconoscente per il loro affettuoso sostegno e prego che molte persone nella Chiesa sappiano rispondere alla necessità di accompagnare coloro che hanno subito abusi. Che la porta della misericordia sia tutta aperta nelle nostre diocesi, nelle nostre parrocchie, nelle nostre case e nei nostri cuori per ricevere coloro che hanno subito abusi e per cercare la via del perdono nella fiducia nel Signore. Noi promettiamo di sostenere la vostra guarigione e di essere sempre vigili per proteggere i bambini di oggi e di domani.

Quando i discepoli che camminavano accanto a Gesù, diretti a Emmaus, riconobbero che Lui era il Signore risorto, Gli chiesero di rimanere con loro. Come quei discepoli, io prego umilmente voi e tutte le vittime di abusi di rimanere con noi, di rimanere con la Chiesa affinché insieme, come pellegrini nel viaggio della fede, possiamo trovare la strada per giungere al Padre.

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TOP   INCONTRO CON I VESCOVI,
OSPITI DELL’
"INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE"

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Seminario San Carlo Borromeo, Philadelphia
Domenica, 27 settembre 2015

Fratelli Vescovi,
Buongiorno!

Porto impressi nel mio cuore le storie, la sofferenza e il dolore dei minori che sono stati abusati sessualmente da sacerdoti. Continua a opprimermi la vergogna per il fatto che persone che erano incaricate della tenera cura di questi piccoli li hanno violati e hanno causato loro gravi danni. Lo deploro profondamente. Dio piange. I crimini e i peccati di abuso sessuale di minori non possono essere tenuti ulteriormente nascosti. Mi impegno all’attenta vigilanza della Chiesa per proteggere i minori e prometto che tutti i responsabili renderanno conto. Le vittime di abuso sono diventate autentici araldi di speranza e ministri di misericordia; umilmente dobbiamo a ciascuno di loro e alle loro famiglie la nostra gratitudine per il loro immenso valore nel far brillare la luce di Cristo sopra il male dell’abuso sessuale dei minori. E questo lo dico perché ho appena incontrato un gruppo di persone abusate quando erano bambini, che sono aiutate e accompagnate con particolare affetto qui a Filadelfia dall’Arcivescovo, Mons. Chaput, e ci è sembrato che fosse bene comunicarvi questo.

Sono contento di avere l’opportunità di condividere questi momenti di riflessione pastorale con voi, nella gioiosa circostanza dell’Incontro Mondiale delle Famiglie.

La famiglia, infatti, per la Chiesa, non è prima di tutto un motivo di preoccupazione, ma la felice conferma della benedizione di Dio al capolavoro della creazione. Ogni giorno, in tutti gli angoli del pianeta, la Chiesa ha motivo di rallegrarsi con il Signore per il dono di quel popolo numeroso di famiglie che, anche nelle prove più dure, onorano le promesse e custodiscono la fede!

Ecco, direi che il primo slancio pastorale che questo impegnativo passaggio d’epoca ci chiede è proprio un passo deciso nella linea di questo riconoscimento. La stima e la gratitudine devono prevalere sul lamento, nonostante tutti gli ostacoli che abbiamo di fronte. La famiglia è il luogo fondamentale dell’alleanza della Chiesa con la creazione, con questa creazione di Dio, che Dio ha benedetto l’ultimo giorno con una famiglia. Senza la famiglia, anche la Chiesa non esisterebbe: non potrebbe essere quello che deve essere, ossia segno e strumento dell’unità del genere umano (cfr. "Lumen gentium", 1).

Naturalmente, la nostra comprensione, plasmata sull’integrazione della forma ecclesiale della fede e dell’esperienza coniugale della grazia, benedetta dal sacramento, non deve farci dimenticare la profonda trasformazione del quadro epocale, che incide sulla cultura sociale – e ormai purtroppo anche giuridica – dei legami familiari e che ci coinvolge tutti, credenti e non credenti. Il cristiano non è "immune" dai cambiamenti del suo tempo, e questo mondo concreto, con le sue molteplici problematiche e possibilità, è il luogo in cui dobbiamo vivere, credere e annunciare.

Tempo fa, vivevamo in un contesto sociale in cui le affinità dell’istituzione civile e del sacramento cristiano erano corpose e condivise: erano tra loro connesse e si sostenevano a vicenda. Ora non è più così. Per descrivere la situazione attuale sceglierei due immagini tipiche delle nostre società: da una parte, le note botteghe, piccoli negozi dei nostri quartieri, e dall’altra i grandi supermercati o centri commerciali.

Qualche tempo fa si poteva trovare in un medesimo negozio tutte le cose necessarie per la vita personale e familiare – certo esposte poveramente, con pochi prodotti e quindi con poca possibilità di scelta. Ma c’era un legame personale tra il negoziante e i clienti del vicinato. Si vendeva a credito, cioè c’era fiducia, c’era conoscenza, c’era vicinanza. Uno si fidava dell’altro. Trovava il coraggio di fidarsi. In molti luoghi lo si conosce come "la bottega del quartiere".

In questi ultimi decenni si sono sviluppati e ampliati negozi di altro tipo: i centri commerciali. Il mondo pare che sia diventato un grande supermercato, dove la cultura ha acquisito una dinamica concorrenziale. Non si vende più a credito, non ci si può fidare degli altri. Non c’è legame personale, relazione di vicinanza. La cultura attuale sembra stimolare le persone a entrare nella dinamica di non legarsi a niente e a nessuno. A non dare fiducia e non fidarsi. Perché la cosa più importante oggi sembrerebbe essere andare dietro all’ultima tendenza all’ultima attività. E questo anche a livello religioso. Ciò che è importante oggi sembra determinarlo il consumo. Consumare relazioni, consumare amicizie, consumare religioni, consumare, consumare... Non importa il costo né le conseguenze. Un consumo che non genera legami, un consumo che va al di là delle relazioni umane. I legami sono un mero "tramite" nella soddisfazione delle "mie necessità". Il prossimo con il suo volto, con la sua storia, con i suoi affetti cessa di essere importante.

E questo comportamento genera una cultura che scarta tutto ciò che "non serve" più o "non soddisfa" i gusti del consumatore. Abbiamo fatto della nostra società una vetrina multiculturale amplissima legata solamente ai gusti di alcuni "consumatori", e, d’altro canto, sono tanti, tantissimi gli altri, quelli che «mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,27).

Questo produce una grande ferita, una ferita culturale molto grande. Oserei dire che una delle principali povertà o radici di tante situazioni contemporanee consiste nella solitudine radicale a cui si trovano costrette tante persone. Inseguendo un "mi piace", inseguendo l’aumento del numero dei "followers" in una qualsiasi rete sociale, così le persone seguono – così seguiamo – la proposta offerta da questa società contemporanea. Una solitudine timorosa dell’impegno in una ricerca sfrenata di sentirsi riconosciuti.

Dobbiamo condannare i nostri giovani per essere cresciuti in questa società? Dobbiamo scomunicarli perché vivono in questo mondo? Essi devono sentirsi dire dai loro pastori frasi come: "una volta era meglio"; "il mondo è un disastro e, se continua così, non sappiamo dove andremo a finire"? Questo mi suona come un tango argentino! No, non credo, non credo che sia questa la strada. Noi pastori, sulle orme del Pastore, siamo invitati a cercare, accompagnare, sollevare, curare le ferite del nostro tempo. Guardare la realtà con gli occhi di chi sa di essere chiamato al movimento, alla conversione pastorale. Il mondo oggi ci chiede con insistenza questa conversione pastorale. «È vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugi,, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» ("Evangelii gaudium", 23). Il Vangelo non è un prodotto da consumare, non rientra in questa cultura del consumismo.

Sbaglieremmo se interpretassimo che questa "cultura" del mondo attuale è solo disaffezione per il matrimonio e la famiglia in termini di puro e semplice egoismo. I giovani di questo tempo sono forse diventati irrimediabilmente tutti pavidi, deboli, inconsistenti? Non cadiamo nella trappola. Molti giovani, nel quadro di questa cultura dissuasiva, hanno interiorizzato una specie di inconscia soggezione, hanno paura, una paura inconsapevole, e non seguono gli slanci più belli e più alti, e anche più necessari. Ci sono tanti che rimandano il matrimonio in attesa delle condizioni di benessere ideali. Intanto la vita si consuma, senza sapore. Perché la sapienza dei veri sapori della vita matura con il tempo, come frutto del generoso investimento della passione, dell’intelligenza, dell’entusiasmo.

Nel Congresso, alcuni giorni fa, dicevo che stiamo vivendo una cultura che spinge e convince i giovani a non formare una famiglia, alcuni per la mancanza di mezzi materiali per farlo, e altri perché hanno tanti mezzi che stanno molto comodi così, però questa è la tentazione, non formare una famiglia.

Come pastori, noi vescovi siamo chiamati a raccogliere le forze e a rilanciare l’entusiasmo per la nascita di famiglie più pienamente rispondenti alla benedizione di Dio, secondo la loro vocazione! Dobbiamo investire le nostre energie non tanto nello spiegare e rispiegare i difetti dell’attuale condizione odierna e i pregi del cristianesimo, quanto piuttosto nell’invitare con franchezza i giovani ad essere audaci nella scelta del matrimonio e della famiglia. A Buenos Aires, quante donne si lamentavano: "Ho mio figlio che ha trenta, trentadue, trentaquattro anni e non si sposa, non so che fare". "Signora, non gli stiri più le camice!". Bisogna entusiasmare i giovani perché corrano questo rischio, ma è un rischio di fecondità e di vita. Anche qui ci vuole una santa "parresia" dei vescovi. "Perché non ti sposi?" – "Sì, ho la fidanzata, però non sappiamo... Sì, no... Mettiamo insieme i soldi per la festa, per questo...". La santa "parresia" di accompagnarli e farli maturare fino all’impegno del matrimonio.

Un cristianesimo che "si fa" poco nella realtà e "si spiega" infinitamente nella formazione, sta in una sproporzione pericolosa. Direi in un vero e proprio circolo vizioso. Il pastore deve mostrare che il Vangelo della famiglia è davvero "buona notizia" in un mondo dove l’attenzione verso sé stessi sembra regnare sovrana! Non si tratta di fantasia romantica: la tenacia nel formare una famiglia e nel portarla avanti trasforma il mondo e la storia. Sono le famiglie che trasformano il mondo e la storia.

Il pastore annuncia serenamente e appassionatamente la Parola di Dio, incoraggia i credenti a puntare in alto. Egli renderà capaci i suoi fratelli e le sue sorelle dell’ascolto e della pratica della promessa di Dio, che allarga anche l’esperienza della maternità e della paternità nell’orizzonte di una nuova "familiarità" con Dio (cfr. Mc 3,31-35). Il pastore vigila sul sogno, sulla vita, sulla crescita delle sue pecore. Questo "vigila" non nasce dal fare discorsi, ma dalla cura pastorale. È capace di vigilare solo chi sa stare "in mezzo", chi non ha paura delle domande, chi non ha paura del contatto, dell’accompagnamento. Il pastore vigila prima di tutto con la preghiera, sostenendo la fede del suo popolo, trasmettendo fiducia nel Signore, nella sua presenza. Il pastore rimane sempre vigilante aiutando ad alzare lo sguardo quando compaiono lo scoraggiamento, la frustrazione o le cadute. Sarebbe bene chiederci se nel nostro ministero pastorale sappiamo "perdere" tempo con le famiglie. Sappiamo stare con loro, condividere le loro difficoltà e le loro gioie?

Naturalmente il tratto fondamentale dello stile di vita del Vescovo è in primo luogo vivere lo spirito di questa gioiosa familiarità con Dio, e in secondo luogo diffonderne l’emozionante fecondità evangelica, è in primo luogo: pregare e annunciare il Vangelo (cfr. At 6,4). E sempre mi ha attirato l’attenzione e mi ha colpito quando all’inizio, ai primi tempi della Chiesa, gli ellenisti si lamentarono perché le loro vedove e i loro orfani non erano ben assistiti. Chiaro, gli apostoli non ce la facevano, e quindi li trascuravano; si riunirono e si "inventarono" i diaconi, cioè lo Spirito Santo li ispirò di costituire i diaconi; e quando Pietro annuncia la decisione spiega: sceglieremo sette uomini così e così perché si occupino di questa esigenza. E a noi spettano due cose: la preghiera e la predicazione. Qual è il primo lavoro del vescovo? Pregare. Il secondo lavoro che va insieme a quello: predicare. Ci aiuta questa definizione dogmatica. Se mi sbaglio, il Cardinal Müller ci aiuta perché definisce qual è il ruolo del vescovo. Il vescovo è costituito per pascere, è pastore, ma pascere anzitutto con la preghiera e con l’annuncio, poi viene tutto il resto. Se rimane tempo.

Noi stessi, dunque, accettando umilmente l’apprendistato cristiano delle virtù familiari del popolo di Dio, assomiglieremo sempre di più a padri e madri (come Paolo, cfr. 1 Ts 2,7.11), evitando di trasformarci in persone che hanno semplicemente imparato a vivere senza famiglia. Allontanarci dalla famiglia ci sta portando ad essere persone che impariamo a vivere senza famiglia: brutto, molto brutto. Il nostro ideale, in effetti, non è quello di essere senza affetti. Il buon Pastore rinuncia ad affetti familiari propri per destinare tutte le sue forze, e la grazia della sua speciale chiamata, alla benedizione evangelica degli affetti dell’uomo e della donna che danno vita al disegno della creazione di Dio, incominciando da quelli perduti, abbandonati, feriti, devastati, avviliti e privati delle loro dignità. Questa consegna totale all’agape di Dio non è certo una vocazione estranea alla tenerezza e al voler bene! Ci basterà guardare a Gesù, per capire questo (cfr. Mt 19,12). La missione del buon Pastore nello stile di Dio – solo Dio può autorizzarlo, non la propria presunzione – imita in tutto e per tutto lo stile affettivo del Figlio nei confronti del Padre, che si riflette nella tenerezza della sua consegna: in favore, e per amore, degli uomini e delle donne della famiglia umana.

Nell’ottica della fede, questo è un argomento prezioso. Il nostro ministero ha bisogno di sviluppare l’alleanza della Chiesa e della famiglia. Lo sottolineo: sviluppare l’alleanza della Chiesa e della famiglia. Altrimenti marcisce, e la famiglia umana si farà irrimediabilmente distante, per nostra colpa, dalla Lieta Notizia donata da Dio, e andrà al supermercato di moda a comprare il prodotto che in quel momento le piace di più.

Se saremo capaci di questo rigore degli affetti di Dio, usando infinita pazienza, e senza risentimento, verso i solchi storti in cui dobbiamo seminarli – perché davvero dobbiamo tante volte seminare in solchi storti – anche una donna samaritana con cinque "non-mariti" si scoprirà capace di testimonianza. E per un giovane ricco che sente tristemente di doversi pensare ancora con calma, ci sarà un maturo pubblicano che si precipiterà giù dall’albero e si farà in quattro per i poveri ai quali – fino a quel momento – non aveva mai pensato.

Fratelli, Dio ci conceda il dono di questa nuova prossimità tra la famiglia e la Chiesa. Ne ha bisogno la famiglia, ne ha bisogno la Chiesa, ne abbiamo bisogno noi pastori. La famiglia è il nostro alleato, la nostra finestra sul mondo; la famiglia è l’evidenza di una benedizione irrevocabile di Dio destinata a tutti i figli di questa storia difficile e bellissima della creazione che Dio ci ha chiesto di servire! Tante grazie!

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NELL’
"ISTITUTO DI CORREZIONE CURRAN-FROMHOLD"

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Philadelphia
Domenica, 27 settembre 2015

Cari fratelli e sorelle,
Buongiorno!

Parlerò in spagnolo perché non so parlare inglese, ma lui [indica l’interprete...] parla molto bene l’inglese e mi tradurrà.

Grazie per l’accoglienza e per la possibilità di stare qui con voi a condividere questo momento. Un momento difficile, carico di tensioni. Un momento che so che è doloroso non solo per voi, ma per le vostre famiglie e per tutta la società. Perché una società, una famiglia che non sa soffrire i dolori dei suoi figli, che non li prende sul serio, che li tratta come cose "naturali" e li considera normali e prevedibili, è una società "condannata" a rimanere prigioniera di sé stessa, prigioniera di tutto ciò che la fa soffrire.

Sono venuto qui come pastore, ma soprattutto come fratello, a condividere la vostra situazione e a farla anche mia; sono venuto perché possiamo pregare insieme e presentare al nostro Dio quello che ci fa male e anche quello che ci incoraggia, e ricevere da Lui la forza della Risurrezione.

Ricordo il Vangelo in cui Gesù lava i piedi ai suoi discepoli nell’Ultima Cena. Un atteggiamento che i discepoli fecero fatica a capire, compreso san Pietro, che reagisce e gli dice: «Tu non mi laverai mai i piedi!» (Gv 13,8).

In quel tempo era abitudine quando uno arrivava in una casa lavargli i piedi. Ogni persona era sempre ricevuta così. Perché non c’erano strade asfaltate, erano strade polverose, con la ghiaia che si infilava nei sandali. Tutti percorrevano i sentieri che lasciavano impregnati di polvere, danneggiavano con qualche pietra o provocavano qualche ferita. Lì vediamo Gesù che lava i piedi, i nostri piedi, quelli dei suoi discepoli di ieri e di oggi.

Tutti sappiamo che vivere è camminare, vivere è andare per diverse strade, diversi sentieri che lasciano il loro segno nella nostra vita.

E per la fede sappiamo che Gesù ci cerca, vuole guarire le nostre ferite, curare i nostri piedi dalle piaghe di un cammino carico di solitudine, pulirci dalla polvere che si è attaccata per le strade che ciascuno ha percorso. Gesù non ci chiede dove siamo andati, non ci interroga su che cosa stavamo facendo. Al contrario, ci dice: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). Se non ti lavo i piedi, non potrò darti la vita che il Padre ha sempre sognato, la vita per cui ti ha creato. Egli viene incontro a noi per calzarci di nuovo con la dignità dei figli di Dio. Vuole aiutarci a ricomporre il nostro andare, riprendere il nostro cammino, recuperare la nostra speranza, restituirci alla fede e alla fiducia. Vuole che torniamo alle strade, alla vita, sentendo che abbiamo una missione; che questo tempo di reclusione non è mai stato e mai sarà sinonimo di espulsione.

Vivere comporta "sporcarsi i piedi" per le strade polverose della vita e della storia. E tutti abbiamo bisogno di essere purificati, di essere lavati. Tutti, io per primo. Tutti siamo cercati da questo Maestro che ci vuole aiutare a riprendere il cammino. Il Signore ci cerca tutti per darci la sua mano. È penoso riscontrare a volte il generarsi di sistemi penitenziari che non cercano di curare le piaghe, guarire le ferite, generare nuove opportunità. È doloroso riscontrare come a volte si crede che solo alcuni hanno bisogno di essere lavati, purificati, non considerando che la loro stanchezza, il loro dolore, le loro ferite sono anche la stanchezza, il dolore e le ferite di tutta una società. Il Signore ce lo mostra chiaramente per mezzo di un gesto: lavare i piedi e andare a tavola. Una tavola alla quale Egli vuole che nessuno rimanga fuori. Una tavola che è stata apparecchiata per tutti e alla quale tutti siamo invitati.

Questo momento nella vostra vita può avere un unico scopo: tendere la mano per riprendere il cammino, tendere la mano perché aiuti al reinserimento sociale. Un reinserimento di cui tutti facciamo parte, che tutti siamo chiamati a stimolare, accompagnare e realizzare. Un reinserimento cercato e desiderato da tutti: reclusi, famiglie, funzionari, politiche sociali e educative. Un reinserimento che benefica ed eleva il livello morale di tutta la comunità e la società.

E desidero incoraggiarvi ad avere questo atteggiamento tra di voi, con tutte le persone che in qualche modo fanno parte di questo Istituto. Siate artefici di opportunità, siate artefici di cammino, siate artefici di nuove vie.

Tutti abbiamo qualcosa da cui essere puliti e purificati. Tutti. Che questa consapevolezza ci risvegli alla solidarietà tra tutti, a sostenerci e a cercare il meglio per gli altri.

Guardiamo a Gesù che ci lava i piedi: Egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) che viene a farci uscire dall’inganno di credere che nulla possa cambiare! Gesù che ci aiuta a camminare per sentieri di vita e di pienezza. Che la forza del suo amore e della sua Risurrezione sia sempre via di vita nuova.

E così come stiamo, ognuno al suo posto, seduti, in silenzio chiediamo al Signore che ci benedica. Il Signore vi benedica e vi protegga. Faccia brillare il suo volto su di voi e vi conceda la sua grazia. Vi mostri il suo volto e vi conceda la pace. Grazie!

Parole aggiunte, al termine dell’Incontro...

La cattedra che avete fatto è molto bella, molto bella. Tante grazie per il vostro lavoro!

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TOP   SANTA MESSA CONCLUSIVA
DELL’
"VIII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE"

OMELIA DEL SANTO PADRE

Benjamin Franklin Parkway, Philadelphia
Domenica, 27 settembre 2015

Oggi la Parola di Dio ci sorprende con un linguaggio allegorico forte, che ci fa pensare. immagini potenti, che interrogano le nostre riflessioni. Un linguaggio allegorico che ci interpella, ma che anima il nostro entusiasmo.

Nella Prima Lettura, Giosuè dice a Mosè che due membri del popolo stanno profetizzando, e annunciano la parola di Dio senza alcun mandato. Nel Vangelo, Giovanni dice a Gesù che i discepoli hanno impedito a uno di scacciare gli spiriti maligni nel nome di Gesù. E qui viene la sorpresa: Mosè e Gesù rimproverano questi collaboratori per essere così chiusi di mente. Fossero tutti profeti della parola di Dio! Fosse capace ciascuno di fare miracoli nel nome del Signore!

Gesù, invece, trova ostilità nella gente che non aveva accettato ciò che faceva e diceva. Per loro, l’apertura di Gesù alla fede onesta e sincera di molte persone che non facevano parte del popolo eletto da Dio sembrava intollerabile. I discepoli, da parte loro, agivano in buona fede; ma la tentazione di essere scandalizzati dalla libertà di Dio, il Quale fa piovere sui giusti come sugli ingiusti (cfr. Mt 5,45), oltrepassando la burocrazia, l’ufficialità e i circoli ristretti, minaccia l’autenticità della fede e, perciò, dev’essere respinta con forza.

Quando ci rendiamo conto di questo, possiamo capire perché le parole di Gesù sullo scandalo sono così dure. Per Gesù, lo scandalo intollerabile è tutto ciò che distrugge e corrompe la nostra fiducia nel modo di agire dello Spirito.

Dio nostro Padre non si lascia vincere in generosità e semina. Semina la sua presenza nel nostro mondo, poiché «in questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi» per primo (1 Gv 4,10). Amore che ci dà la certezza profonda: siamo cercati da Lui, siamo aspettati da Lui. È questa fiducia che porta il discepolo a stimolare, accompagnare e far crescere tutte le buone iniziative che esistono attorno a lui. Dio vuole che tutti i suoi figli prendano parte alla festa del Vangelo. Non ostacolate ciò che è buono – dice Gesù – , al contrario, aiutatelo a crescere. Mettere in dubbio l’opera dello Spirito, dare l’impressione che essa non ha nulla a che fare con quelli che non sono "del nostro gruppo", che non sono "come noi", è una tentazione pericolosa. Non solo blocca la conversione alla fede, ma costituisce una perversione della fede.

La fede apre la "finestra" alla presenza operante dello Spirito e ci dimostra che, come la felicità, la santità è sempre legata ai piccoli gesti. «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome – dice Gesù, piccolo gesto – non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41). Sono gesti minimi, che uno impara a casa; gesti di famiglia che si perdono nell’anonimato della quotidianità, ma che rendono ogni giorno diverso dall’altro. Sono gesti di madre, di nonna, di padre, di nonno, di figlio, di fratello. Sono gesti di tenerezza, di affetto, di compassione. Gesti come il piatto caldo di chi aspetta a cenare, come la prima colazione presto di chi sa accompagnare nell’alzarsi all’alba. Sono gesti familiari. È la benedizione prima di dormire e l’abbraccio al ritorno da una lunga giornata di lavoro. L’amore si esprime in piccole cose, nell’attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia sempre sapore di casa. La fede cresce quando è vissuta e plasmata dall’amore. Perciò le nostre famiglie, le nostre case sono autentiche Chiese domestiche: sono il luogo adatto in cui la fede diventa vita e la vita cresce nella fede.

Gesù ci invita a non ostacolare questi piccoli gesti miracolosi, anzi, vuole che li provochiamo, che li facciamo crescere, che accompagniamo la vita così come ci si presenta, aiutando a suscitare tutti i piccoli gesti di amore, segni della sua presenza viva e operante nel nostro mondo.

Questo atteggiamento a cui siamo invitati ci porta a domandarci, oggi, qui, al termine di questa festa: come stiamo lavorando per vivere questa logica nelle nostre famiglie e nelle nostre società?, che tipo di mondo vogliamo lasciare ai nostri figli (cfr. "Laudato si’", 160)? Non possiamo rispondere noi da soli a queste domande. È lo Spirito che ci chiama e ci sfida a rispondere ad esse con la grande famiglia umana. La nostra casa comune non può più tollerare divisioni sterili. «La sfida urgente di proteggere la nostra casa [...] comprende lo sforzo di unire l’intera famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare» ("Ibid.", 13). Che i nostri figli trovino in noi dei punti di riferimento per la comunione, non per la divisione. Che i nostri figli trovino in noi persone capaci di associarsi ad altri per far fiorire tutto il bene che il Padre ha seminato.

In modo diretto, ma con affetto, Gesù ci dice: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Quanta saggezza c’è in queste parole! In effetti, quanto a bontà e purezza di cuore, noi esseri umani non abbiamo molto di cui vantarci! Ma Gesù sa che, per quanto riguarda i bambini, siamo capaci di una generosità senza limiti. Per questo ci incoraggia: se abbiamo fede, il Padre ci darà il suo Spirito.

Noi cristiani, discepoli del Signore, chiediamo alle famiglie del mondo che ci aiutino. Siamo tanti oggi a partecipare a questa celebrazione, e questo è già in sé stesso qualcosa di profetico, una specie di miracolo nel mondo di oggi, che è stanco di inventare nuove divisioni, nuove rotture, nuovi disastri. Magari fossimo tutti profeti! Magari ciascuno di noi si aprisse ai miracoli dell’amore per il bene della propria famiglia e di tutte le famiglie del mondo – e sto parlando di miracoli d’amore – , e per poter così superare lo scandalo di un amore meschino e sfiduciato, chiuso in sé stesso, senza pazienza con gli altri! Vi lascio come domanda, perché ciascuno risponda – perché ho detto la parola "impaziente": a casa mia, si grida o si parla con amore e tenerezza? È un buon modo di misurare il nostro amore.

Come sarebbe bello se dappertutto, anche al di là dei nostri confini, potessimo incoraggiare e apprezzare questa profezia e questo miracolo! Rinnoviamo la nostra fede nella parola del Signore che invita le nostre famiglie a questa apertura; che invita tutti a partecipare alla profezia dell’alleanza tra un uomo e una donna, che genera vita e rivela Dio. Che ci aiuti a partecipare alla profezia della pace, della tenerezza e dell’affetto familiare. Che ci aiuti a partecipare al gesto profetico di prenderci cura con tenerezza, con pazienza e con amore dei nostri bambini e dei nostri nonni.

Ogni persona che desideri formare in questo mondo una famiglia che insegni ai figli a gioire per ogni azione che si proponga di vincere il male – una famiglia che mostri che lo Spirito è vivo e operante – , troverà la gratitudine e la stima, a qualunque popolo, religione o regione appartenga.

Dio conceda a tutti noi di essere profeti della gioia del Vangelo, del Vangelo della famiglia, dell’amore della famiglia, essere profeti come discepoli del Signore, e ci conceda la grazia di essere degni di questa purezza di cuore che non si scandalizza del Vangelo. Così sia!

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TOP   SALUTO AL COMITATO ORGANIZZATORE,
AI
VOLONTARI E AI BENEFATTORI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aeroporto Internazionale di Philadelphia
Domenica, 27 settembre 2015

Cari amici,

i miei giorni tra voi sono stati brevi. Ma sono stati giorni di grande grazia per me e – lo spero – anche per voi. Sappiate che, mentre mi preparo a partire, lo faccio con il cuore pieno di gratitudine e di speranza.

Sono grato a tutti voi e ai tanti altri che hanno lavorato così intensamente per rendere possibile la mia visita e per preparare l’Incontro Mondiale delle Famiglie. Ringrazio in modo particolare l’Arcidiocesi di Filadelfia, le Autorità Civili, gli organizzatori e tutti i numerosi volontari e benefattori che hanno contribuito secondo le loro possibilità.

Ringrazio inoltre le famiglie che hanno condiviso le loro testimonianze durante l’Incontro. Non è così facile parlare pubblicamente del proprio percorso di vita! Ma la loro sincerità e umiltà di fronte a Dio e a noi ha mostrato la bellezza della vita familiare in tutta la sua ricchezza e varietà. Prego che queste giornate di preghiera e riflessione sull’importanza della famiglia per una società sana incoraggeranno le famiglie a continuare ad impegnarsi per la santità e a vedere la Chiesa come una compagna fedele, qualsiasi prova dovranno affrontare.

Al termine della mia visita, vorrei ringraziare anche quanti si sono adoperati per la mia permanenza nelle Arcidiocesi di Washington e di New York. È stato particolarmente commovente per me canonizzare San Junipero Serra, il quale rammenta a tutti noi la chiamata ad essere discepoli missionari; come pure sostare personalmente, insieme a fratelli di altre religioni, a "Ground Zero", luogo che parla in modo così forte del mistero del male; ma noi sappiamo con certezza che il male non ha mai l’ultima parola e che, nel piano misericordioso di Dio, l’amore e la pace trionferanno su tutto.

Signor "Vice-Presidente", Le chiedo di rinnovare l’espressione della mia gratitudine al Presidente Obama e ai Membri del Congresso, insieme con l’assicurazione delle mie preghiere per il popolo americano. Questa terra è stata benedetta con enormi doni ed opportunità. Prego affinché siate buoni e generosi custodi delle risorse umane e materiali che vi sono state affidate.

Ringrazio il Signore di aver potuto constatare la fede del popolo di Dio in questo Paese, come si è manifestata nei momenti di preghiera insieme e si è mostrata in tante opere di carità. Gesù dice nelle Scritture: «In verità vi dico: tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Le vostre attenzioni nei miei confronti e la vostra accoglienza sono segno del vostro amore per Gesù e della vostra fedeltà a Lui. E altrettanto lo sono l’attenzione per i poveri, per i malati, i senzatetto e i migranti, la vostra difesa della vita in ogni sua fase, come pure la preoccupazione per la vita familiare. In tutto questo, riconoscete che Gesù è in mezzo a voi e che la vostra cura vicendevole è cura per Gesù stesso.

Nel congedarmi, chiedo a voi tutti, specialmente ai volontari e ai benefattori che si sono impegnati per l’Incontro Mondiale delle Famiglie: non si esaurisca il vostro entusiasmo per Gesù, per la sua Chiesa, per le nostre famiglie e la più grande famiglia della società. Possano i giorni trascorsi assieme portare frutto che rimanga, e la generosità e l’attenzione per gli altri possano continuare! Come abbiamo ricevuto tanto da Dio – doni dati a noi gratuitamente e non per le nostre forze – , così cerchiamo in cambio di donare gratuitamente agli altri.

Cari amici, vi abbraccio tutti nel Signore e vi affido alle materne cure di Maria Immacolata, Patrona degli Stati Uniti. Pregherò per voi e le vostre famiglie, e chiedo a voi, per favore, di pregare per me. Dio vi benedica tutti. Dio benedica l’America!

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