VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
ECUADOR, BOLIVIA E PARAGUAY

(5-13 LUGLIO 2015)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Dal 5 all'8 Luglio 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Ecuador...

Dall'8 al 10 Luglio 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Bolivia... Dal 10 al 13 Luglio 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Paraguay...

Domenica 5 Luglio         Lunedì 6 Luglio         Martedì 7 Luglio         Mercoledì 8 Luglio
Giovedì 9 Luglio         Venerdì 10 Luglio         Sabato 11 Luglio        
Domenica 12 Luglio

RITAGLI   Mercoledì, 8 Luglio 2015   DOCUMENTI

5-13 Luglio 2015: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Ecuador, Bolivia e Paraguay...
Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose e i Seminaristi
Cerimonia di Benvenuto Incontro con le Autorità Civili
Sosta nel luogo dell'assassinio di P. Luis Espinal

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I
RELIGIOSI, LE RELIGIOSE E I SEMINARISTI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario Nazionale Mariano "El Quinche", Ecuador
Mercoledì, 8 luglio 2015

DISCORSO PREPARATO DAL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

porto ai piedi di Nostra Signora del Quinche quanto vissuto in questi giorni della mia visita; desidero affidare al suo cuore gli anziani e gli infermi, con i quali ho condiviso un momento presso la casa delle Sorelle della Carità, e anche tutti gli altri incontri che ho avuto in precedenza. Li lascio nel cuore di Maria, ma li deposito anche nei cuori di voi sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi, affinché, chiamati a lavorare nella vigna del Signore, siate custodi di tutto quanto questo popolo dell’Ecuador vive, soffre e gioisce.

Ringrazio Mons. Lazzari, il Padre Mina e la sorella Sandoval per le loro parole, che mi danno lo sunto per condividere con tutti voi alcune cose nella comune sollecitudine per il Popolo di Dio.

Nel Vangelo, il Signore ci invita ad accogliere la missione senza porre condizioni. È un messaggio importante che non è bene dimenticare e che, in questo Santuario dedicato alla Vergine della Presentazione, risuona con un accento particolare. Maria è un esempio di discepola per noi che, come lei, abbiamo ricevuto una vocazione. La sua risposata fiduciosa: «Avvenga per me secondo la tua Parola» (Lc 1,38), ci ricorda le sue parole alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica fatela» (Gv 2,5). Il suo esempio è un invito a servire come lei.

Nella Presentazione della Vergine possiamo trovare alcuni suggerimenti per la chiamata di ognuno di noi. "La Vergine Bambina è stata un dono di Dio per i suoi genitori e per tutto il popolo che aspettava la liberazione". È un fatto che si ripete frequentemente nella Scrittura: Dio risponde al grido del suo popolo, inviando un bambino, debole, destinato a portare la salvezza e che, allo stesso tempo, rinnova la speranza dei genitori anziani. La parola di Dio ci dice che nella storia di Israele i giudici, i profeti, i re sono un dono del Signore per far giungere la sua tenerezza e la sua misericordia al suo popolo. Sono segno della gratuità di Dio: è Lui che li ha eletti, scelti e inviati. Questo ci libera dall’autoreferenzialità, ci fa comprendere che non ci apparteniamo più, che la nostra vocazione ci chiede di rinunciare ad ogni egoismo, ad ogni ricerca di guadagno materiale o di compensazione affettiva, come ci ha detto il Vangelo. Non siamo mercenari, ma servitori; non siamo venuti per essere serviti, ma per servire e lo facciamo con pieno distacco, senza bastone e senza bisaccia.

Alcune tradizioni concernenti il titolo di Nostra Signora del Quinche ci dicono che Diego de Robles realizzò l’immagine su incarico degli indigeni Lumbicí. Diego non lo faceva per devozione, lo faceva per un beneficio economico. Dato che non poterono pagarlo, la portò a Oyacachi e la barattò per delle tavole di cedro. Diego inoltre non accolse la richiesta di quella gente di fare anche un altare all’immagine, finché, cadendo da cavallo, si trovò in pericolo e sentì la protezione della Vergine. Ritornò al villaggio e fece il piedistallo dell’immagine. Anche ciascuno di noi ha fatto l’esperienza di un Dio che ci viene incontro all’incrocio, che nella nostra condizione di persone cadute, abbattute, ci chiama. Che la vanagloria e la mondanità non ci facciano dimenticare da dove Dio ci ha riscattati! Che Maria del Quinche ci faccia scendere dalle nostre ambizioni, dai nostri interessi egoistici, dalle eccessive attenzioni verso noi stessi!

L’«autorità» che gli apostoli ricevono da Gesù non è per il loro vantaggio: i nostri doni sono destinati a rinnovare e edificare la Chiesa. Non rifiutate di condividere, non fate resistenza a dare, non rinchiudetevi nella comodità, siate sorgenti che tracimano e rinfrescano, specialmente gli oppressi dal peccato, dalla delusione, dal rancore (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 272).

Il secondo punto che mi richiama la Presentazione della Vergine è la perseveranza. Nella suggestiva iconografia mariana di questa festa, la Vergine Bambina si allontana dai suoi genitori salendo la scalinata del tempio. Maria non guarda indietro e, con chiaro riferimento al monito evangelico, cammina decisa in avanti. Anche noi, come i discepoli nel Vangelo, ci mettiamo in cammino per portare ad ogni popolo e luogo la Buona Notizia di Gesù. Perseveranza nella missione significa non andare girando di casa in casa, cercando dove ci trattino meglio, dove ci siano più mezzi e comodità. Richiede di unire la nostra sorte a quella di Gesù sino alla fine. Alcune relazioni delle apparizioni della Vergine del Quinche ci dicono che una "signora con un bambino in braccio" visitò per alcuni pomeriggi di seguito gli indigeni di Oyacachi quando questi cercavano rifugio dagli assalti degli orsi. Varie volte Maria andò incontro ai suoi figli; loro non le credevano, dubitavano di questa signora, però restarono ammirati dalla sua perseveranza nel ritornare ogni pomeriggio al calar del sole. Perseverare, anche se ci respingono, anche se viene la notte e crescono lo smarrimento e i pericoli. Perseverare in questo sforzo, sapendo che non siamo soli, che è il Popolo Santo di Dio che cammina.

In qualche modo, nell’immagine della Vergine Bambina che sale al Tempio, possiamo vedere la Chiesa che accompagna il discepolo missionario. Insieme a lei ci sono i suoi genitori, che le hanno trasmesso la memoria della fede e ora generosamente la offrono al Signore perché possa continuare la sua strada; c’è la sua comunità rappresentata nel "seguito delle vergini", nelle "sue compagne", con le lampade accese (cfr. Sal 44,15) e nelle quali i Padri della Chiesa vedono una profezia di tutti quelli che, imitando Maria, cercano con sincerità di essere amici di Dio, e ci sono i sacerdoti che la aspettano per riceverla e che ci ricordano che nella Chiesa i pastori hanno la responsabilità di accogliere con tenerezza e di aiutare a discernere ogni spirito e ogni chiamata.

Camminiamo uniti, sostenendoci gli uni gli altri, e chiediamo con umiltà il dono della perseveranza nel suo servizio.

Nostra Signora del Quinche è stata occasione di incontro, di comunione, per questo luogo che dai tempi dell’Impero Inca si era costituito come un insediamento multietnico. Com’è bello quando la Chiesa persevera nel suo sforzo per essere casa e scuola di comunione, quando generiamo quello che mi piace definire la cultura dell’incontro!

L’immagine della Presentazione ci dice che, una volta benedetta dai sacerdoti, la Vergine Bambina si sedette sui gradini dell’altare e poi, alzatasi in piedi, danzò. Penso alla gioia che si esprime nelle immagini del banchetto di nozze, degli amici dello sposo, della sposa adornata con i suoi gioielli. È la gioia di chi ha scoperto un tesoro e ha lasciato tutto per averlo. Incontrare il Signore, vivere nella sua casa, partecipare alla sua intimità, impegna all’annuncio del Regno e a portare la salvezza a tutti. Attraversare le soglie del Tempio esige di trasformarci come Maria in templi del Signore e metterci in cammino per portarlo ai fratelli. La Vergine, come prima discepola missionaria, dopo l’annuncio dell’Angelo, partì senza indugio verso un villaggio della Giudea, per condividere questa immensa esultanza, la stessa che fece sussultare San Giovanni Battista nel grembo di sua madre. Chi ascolta la sua voce "sussulta di gioia" e diventa a sua volta predicatore della sua gioia. La gioia di evangelizzare muove la Chiesa, la fa uscire, come Maria.

Anche se sono molte le ragioni che si considerano per il trasferimento del Santuario da Oyacachi a questo luogo, mi fermo su una in particolare: "Qui è ed è stato più accessibile, è più comodo e vicino a tutti". Così ha inteso l’Arcivescovo di Quito, Fra Luis López de Solís, quando ordinò di edificare un Santuario capace di convocare e accogliere tutti. Una Chiesa in uscita è una Chiesa che si avvicina, che si adatta per non essere distante, che esce dalla sua comodità e ha il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo (Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 20).

Ritorneremo ora alle nostre responsabilità, interpellati dal santo Popolo che ci è stato affidato. Tra queste, non dimentichiamo di aver cura, di animare e di educare la devozione popolare che si tocca con mano in questo Santuario ed è tanto diffusa in molti Paesi "Latino-Americani". Il popolo fedele ha saputo esprimere la fede col proprio linguaggio, manifestare i suoi più profondi sentimenti di dolore, dubbio, gioia, fallimento, gratitudine con diverse forme di pietà: processioni, veglie, fiori, canti che si trasformano in una magnifica espressione di fiducia nel Signore e di amore a sua Madre, che è anche la nostra.

A Quinche, la storia degli uomini e la storia di Dio confluiscono nella storia di una donna, Maria. E in una casa, la nostra casa, la sorella madre terra. Le tradizioni di questo titolo evocano i cedri, gli orsi, la fenditura nella roccia che qui è stata la prima casa della Madre di Dio. Ci parlano del passato di uccelli che avevano attorniato il luogo, e dell’oggi dei fiori che adornano i dintorni. Le origini di questa devozione ci portano in tempi quando era più semplice «la serena armonia con il creato [...] per contemplare il Creatore, che vive tra di noi e in ciò ci circonda, e la cui presenza non deve essere costruita» (Enciclica "Laudato si’", 225), ma che ci si rivela nel mondo creato, nel suo Figlio amato, nell’Eucaristia che permette ai cristiani di sentirsi membra vive della Chiesa e di partecipare attivamente alla sua missione (cfr. "Documento di Aparecida", 264), in Nostra Signora del Quinche, che accompagnò da qui gli albori del primo annuncio della fede ai popoli indigeni. A lei affidiamo la nostra vocazione; che renda ciascuno di noi dono per il nostro popolo, che ci dia la perseveranza nell’impegno e nell’entusiasmo di uscire a portare il Vangelo di suo figlio Gesù – uniti ai nostri pastori – fino ai confini, fino alle periferie del nostro caro Ecuador.

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TOP   CERIMONIA DI BENVENUTO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Aeroporto Internazionale di El Alto a La Paz, Bolivia
Mercoledì, 8 luglio 2015

Signor Presidente,
Distinte Autorità,
Fratelli dell’Episcopato,
Cari fratelli e sorelle,

Buonasera!

All’inizio di questa visita pastorale, voglio rivolgere il mio saluto a tutti gli uomini e le donne della Bolivia, con i migliori auguri di pace e prosperità. Ringrazio il Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia per la calorosa e fraterna accoglienza che mi ha riservato e le sue cortesi parole di benvenuto. Ringrazio anche i Signori Ministri e Autorità dello Stato, delle Forze Armate e della Polizia Nazionale, che hanno avuto la bontà di venire a ricevermi. Ai miei fratelli nell’Episcopato, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli cristiani, a tutta la Chiesa pellegrina in Bolivia, voglio esprimere i miei sentimenti di fraterna comunione nel Signore. Porto nel cuore specialmente i figli di questa terra che per molteplici motivi non sono qui e hanno dovuto cercare un’"altra terra" che li accogliesse, un altro luogo dove la nostra madre li rendesse fecondi e desse loro possibilità di vita.

Sono lieto di trovarmi in questo Paese di singolare bellezza, benedetto da Dio nelle sue diverse zone: l’altopiano, le valli, le terre amazzoniche, i deserti, gli incomparabili laghi; il preambolo della sua Costituzione lo ha sigillato in modo poetico: «In tempi immemorabili si eressero montagne, si dispiegarono fiumi, si formarono laghi. La nostra Amazzonia, il nostro "Chaco", il nostro altipiano, le nostre pianure e le valli si coprirono di piante e di fiori», e questo mi ricorda che «il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (Enciclica "Laudato si’", 12). Ma soprattutto è una terra benedetta nelle sue genti, con la sua variegata realtà culturale ed etnica, che costituisce una grande ricchezza e un appello permanente al mutuo rispetto e al dialogo: popoli originari millenari e popoli originari contemporanei; quanta gioia ci dà sapere che il "castellano" portato in queste terre oggi convive con trentasei idiomi originari, amalgamandosi – come fanno nei fiori nazionali di "kantuta" e "patujú" il rosso e il giallo – per dare bellezza e unità nella differenza. In questa terra e in questo popolo si è radicato con forza l’annuncio del Vangelo, che lungo gli anni è andato illuminando la convivenza, contribuendo allo sviluppo del popolo e promuovendo la cultura.

Come ospite e pellegrino, vengo per confermare la fede dei credenti in Gesù Cristo risorto, perché quanti crediamo in Lui, mentre siamo pellegrini in questa vita, siamo testimoni del suo amore, fermento di un mondo migliore, e collaboriamo alla costruzione di una società più giusta e solidale.

La Bolivia sta facendo passi importanti per includere ampi settori nella vita economica, sociale e politica del Paese; può contare su una Costituzione che riconosce i diritti degli individui, delle minoranze, dell’ambiente, e su istituzioni sensibili a queste realtà. Tutto ciò richiede uno spirito di collaborazione civile, di dialogo e di partecipazione negli individui e negli attori sociali sulle questioni che interessano tutti. Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo materiale, si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che l’abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la coesione sociale richiede uno sforzo nell’educazione dei cittadini.

In questi giorni mi piacerebbe incoraggiare la vocazione dei discepoli di Cristo a comunicare la gioia del Vangelo, ad essere sale della terra e luce del mondo. La voce dei Pastori, che dev’essere profetica, parla alla società in nome della madre Chiesa – perché la Chiesa è madre – e parla a partire dalla sua opzione preferenziale ed evangelica per gli ultimi, per gli scartati, per gli esclusi: questa è l’opzione preferenziale della Chiesa.  La carità fraterna, espressione viva del comandamento nuovo di Gesù, si esprime in programmi, opere e istituzioni che cercano la promozione integrale della persona, così come la cura e la protezione dei più vulnerabili. Non si può credere in Dio Padre senza vedere un fratello in ogni persona, e non si può seguire Gesù senza dare la vita per quelli per i quali Egli è morto sulla croce.

In un’epoca in cui tante volte si tende a dimenticare o confondere i valori fondamentali, la famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento e il futuro della società.

La Chiesa sente anche una preoccupazione particolare per i giovani che, impegnati nella fede e in grandi ideali, sono promessa di futuro, «sentinelle che annunciano la luce dell’alba e la nuova primavera del Vangelo», diceva San Giovanni Paolo II ("Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale della Gioventù", 6). Avere cura dei bambini, far sì che la gioventù si impegni su nobili ideali, è garanzia di futuro per una società; e la Chiesa vuole una società che trova la propria riassicurazione quando valorizza e stima anche i suoi anziani, che sono quelli che ci portano la sapienza dei popoli; custodire quelli che oggi sono scartati per tanti interessi che mettono al centro della vita economica il dio denaro; sono scartati i bambini e i giovani che sono il futuro di un paese, e gli anziani che sono la memoria del popolo; perciò bisogna prendersene cura, bisogna proteggerli, sono il nostro futuro. La Chiesa fa la scelta di dar vita ad una "cultura ricca di memoria" che garantisca agli anziani non solo la qualità della vita nei loro ultimi anni bensì il calore, come esprime bene la vostra Costituzione.

Signor Presidente, cari fratelli, grazie per essere qui.  Questi giorni ci permetteranno di avere veri momenti di incontro, dialogo e celebrazione della fede. Lo faccio lieto e contento di trovarmi in questa patria che si definisce pacifista, patria di pace, che "promuove la cultura della pace e il diritto alla pace".

Pongo questa visita sotto la protezione della Santissima Vergine di Copacabana, Regina della Bolivia, e a Lei chiedo che protegga tutti i suoi figli. Molte grazie e che il Signore vi benedica. "Jallalla" Bolivia!

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TOP   PAROLE DEL SANTO PADRE
DURANTE LA SOSTA NEL LUOGO DELL’ASSASSINIO
DI
P. LUIS ESPINAL

Mercoledì, 8 luglio 2015

Buonasera,
Care sorelle e cari fratelli,

mi sono fermato qui per salutarvi e soprattutto per ricordare. Ricordare un fratello, un nostro fratello, vittima di interessi che non volevano che si lottasse per la libertà della Bolivia. Padre Espinal ha predicato il Vangelo e quel Vangelo dava fastidio, e perciò lo hanno eliminato. Facciamo un minuto di silenzio in preghiera e poi preghiamo tutti insieme.

[Silenzio...].

Che il Signore abbia in gloria Padre Luis Espinal che ha predicato il Vangelo, quel Vangelo che ci porta la libertà, che ci rende liberi, come tutti i figli di Dio. Gesù ci ha portato questa libertà, ha predicato questo Vangelo. Che Gesù lo tenga accanto a sé. Concedigli Signore l’eterno riposo e risplenda per lui la luce che non ha fine. Riposi in pace.

Che Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo benedica tutti voi, cari fratelli. E per favore, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

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TOP   INCONTRO CON LE AUTORITÀ CIVILI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di La Paz, Bolivia
Mercoledì, 8 luglio 2015

Fratello Presidente,
Fratelli e sorelle!

Sono lieto di questo incontro con voi, autorità politiche e civili della Bolivia, membri del Corpo diplomatico e personalità del mondo della cultura e del volontariato. Ringrazio il mio fratello Edmundo Abastoflor, Arcivescovo di questa Chiesa di La Paz, per il suo cordiale benvenuto. Vi chiedo di permettermi di corrispondere incoraggiando con qualche parola il compito di ciascuno di voi, che già state realizzando.

Ognuno di noi qui presenti, a modo proprio, condivide la vocazione a lavorare per il bene comune. Cinquant’anni or sono il Concilio Vaticano II ha definito il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente» (Costituzione Pastorale "Gaudium et spes", 26); grazie a voi per il vostro aspirare – secondo il ruolo e la missione di ciascuno – a che le persone e la società si sviluppino, raggiungano la perfezione. Sono sicuro della vostra ricerca del bello, del vero, del bene in questo impegno per il bene comune. Che tale sforzo aiuti sempre a crescere in un maggiore rispetto per la persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale, alla pace sociale, vale a dire, alla stabilità e alla sicurezza di un determinato certo, che non si attua senza una particolare attenzione alla giustizia distributiva (cfr. Enciclica "Laudato si’", 157). Che la ricchezza sia distribuita, detto semplicemente.

Sulla strada verso la cattedrale, dall’aeroporto, ho potuto ammirare le vette del Hayna Potosí e dell’Illimani, di quella "giovane montagna" e di quella che indica "il luogo da dove sorge il sole". Ho anche visto come in maniera semplice molte case e quartieri si confondevano con i pendii e ho ammirato alcune opere di architettura. L'ambiente naturale e l'ambiente sociale, politico ed economico sono strettamente correlati. Questo ci spinge a porre le basi di una ecologia integrale – è un problema di salute – un’ecologia integrale che chiaramente comprenda tutte le dimensioni umane per risolvere gravi problemi socio-ambientali dei nostri giorni – altrimenti i ghiacciai continueranno a ritirarsi da queste stesse montagne – e la logica della ricezione, la coscienza del mondo che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, il suo orientamento generale, il suo significato, e i suoi valori anch’essi si ritireranno come questi ghiacci (cfr. "Ibid.", 159-160). E di questo bisogna prendere coscienza. Ecologia integrale. E, direi di più, richiede un’ecologia della madre terra, aver cura della madre terra; ecologia umana, aver cura gli uni degli altri; e ecologia sociale – forzando il termine.

Poiché tutto è collegato, abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Se la politica è dominata dalla speculazione finanziaria o l’economia si regge solo sul paradigma tecnocratico e utilitaristico della massima produzione, non si potranno neppure comprendere, né tantomeno risolvere i grandi problemi che affliggono l’umanità. È necessaria anche la cultura, di cui fa parte non solo lo sviluppo della capacità intellettuale dell'uomo nelle scienze e la capacità di generare bellezza nelle arti, ma anche le tradizioni popolari locali – anche questo è cultura – con la propria particolare sensibilità all’ambiente da cui sono sorte e da cui sono uscite, all’ambiente che dà loro senso. Allo stesso modo si richiede un’educazione etica e morale che coltivi atteggiamenti di solidarietà e di responsabilità tra le persone. Dobbiamo riconoscere il ruolo specifico delle religioni nello sviluppo della cultura e i benefici che esse possono apportare alla società. I cristiani, in particolare, come discepoli della Buona Notizia, siamo portatori di un messaggio di salvezza che ha in sé stesso la capacità di nobilitare le persone, di ispirare alti ideali capaci di dare impulso a linee di azione che vadano oltre l’interesse individuale, consentendo la capacità di rinuncia a favore degli altre, la sobrietà e le altre virtù che ci sostengono e ci uniscono. Quelle virtù che nella vostra cultura si esprimono tanto semplicemente nei tre comandamenti: non mentire, non rubare, non essere pigro.

Ma dobbiamo stare in guardia, perché molto facilmente ci abituiamo all’ambiente di "inequità" che ci circonda, che siamo diventati insensibili alle sue manifestazioni. E così confondiamo, senza accorgercene, il "bene comune" con il "benessere", e lì si scivola, a poco a poco, e l’ideale del bene comune, poiché si va perdendo, finisce nel benessere, specialmente quando siamo noi quelli che ne godiamo, e non gli altri. Il benessere che fa riferimento solamente all’abbondanza materiale tende ad essere egoista, tende a difendere gli interessi di parte, a non pensare agli altri, e a cedere al richiamo del consumismo. Così inteso, il benessere, invece di aiutare, è portatore di possibili conflitti e di disgregazione sociale; affermatosi come prospettiva dominante, genera il male della corruzione, che scoraggia e fa tanto danno. Il bene comune, invece, è superiore alla somma dei singoli interessi; è un passaggio da ciò che "è meglio per me" a ciò che "è meglio per tutti", e comprende tutto ciò che dà coesione a un popolo: obiettivi comuni, valori condivisi, ideali che aiutano ad alzare lo sguardo al di là di orizzonti individuali.

I diversi attori sociali hanno la responsabilità di contribuire alla costruzione dell’unità e dello sviluppo della società. La libertà è sempre il contesto migliore perché i pensatori, le associazioni civili, i mezzi di comunicazione svolgano la loro funzione, con passione e creatività, al servizio del bene comune. Anche i cristiani, chiamati ad essere lievito in mezzo al popolo, apportano il proprio messaggio alla società. La luce del Vangelo di Cristo non è proprietà della Chiesa; essa piuttosto lo serve: la Chiesa deve servire il Vangelo di Cristo affinché giunga sino ai confini del mondo. La fede è una luce che non abbaglia; le ideologie abbagliano, la fede non abbaglia, la fede è una luce che non offusca, ma rischiara e orienta con rispetto la coscienza e la storia di ogni persona e di ogni società umana. Rispetto. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante nel formare l’identità del popolo boliviano. La libertà religiosa – così come solitamente questa espressione viene intesa in ambito civile – ci ricorda anche che la fede non può essere ridotta alla sfera puramente soggettiva. Non è una subcultura. Sarà per noi una sfida incoraggiare e promuovere che germoglino la spiritualità e l’impegno della fede, l’impegno cristiano in opere sociali, nell’estendere il bene comune attraverso le opere sociali.

Tra i diversi attori sociali, vorrei porre in risalto la famiglia, minacciata da ogni parte, da tanti fattori: da violenza domestica, alcolismo, maschilismo, droga, mancanza di lavoro, insicurezza civile, abbandono degli anziani, bambini di strada, e da "pseudo-soluzioni" provenienti da prospettive che non giovano alla famiglia ma che provengono chiaramente da colonizzazioni ideologiche. Sono tanti i problemi sociali che la famiglia risolve, e li risolve in silenzio, sono tanti, così che non promuovere la famiglia significa lasciare i più vulnerabili senza protezione.

Una nazione che cerca il bene comune non può chiudersi in sé stessa; le reti di relazione consolidano le società. Il problema dell’immigrazione nei nostri giorni ce lo dimostra. Lo sviluppo della diplomazia con i Paesi vicini, al fine di evitare conflitti tra popoli fratelli e contribuire al dialogo franco e aperto sui problemi, è oggi indispensabile. E sto pensando qui, sul mare: dialogo, è indispensabile. Costruire ponti invece di alzare muri. Costruire ponti invece che alzare muri. Tutti i temi, per quanto spinosi siano, hanno soluzioni condivise, hanno soluzioni ragionevoli, eque e durature. E, in ogni caso, non devono mai essere motivo di aggressività, di rancore o inimicizia che aggravano ancor più la situazione e ne rendono più difficile la risoluzione.

La Bolivia sta attraversando un momento storico: la politica, il mondo della cultura, le religioni sono parte di questa bella sfida dell’unità. In questa terra dove lo sfruttamento, l’avidità, i molteplici egoismi e le prospettive settarie hanno oscurato la sua storia, oggi può essere il tempo dell’integrazione. E bisogna camminare su questa strada. Oggi la Bolivia può creare, è capace con la sua ricchezza di creare nuove sintesi culturali. Come sono belli i Paesi che superano la diffidenza malsana e integrano i diversi, e che fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Che bello quando sono pieni di spazi che collegano, interagiscono, favoriscono il riconoscimento dell’altro (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 210)! La Bolivia, nell’integrazione e nella sua ricerca di unità, è chiamata ad essere «questa multiforme armonia che attrae» ("Ibid.", 117), e che attrae sulla strada verso il consolidamento della patria grande.

Tante grazie per la vostra attenzione. Chiedo al Signore che la Bolivia, "questa terra innocente e bella", continui a progredire sempre più per essere la "patria felice dove l’umanità vive il bene della felicità e della pace". Che la Vergine santa vi protegga e che il Signore vi benedica in abbondanza. E per favore, per favore vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

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