VIAGGIO APOSTOLICO
 
SUA SANTITÀ FRANCESCO
NELLA REPUBBLICA ARABA D'EGITTO

28-29 Aprile 2017: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Egitto...

(28-29 APRILE 2017)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Galleria Fotografica ("Avvenire")

RITAGLI   Venerdì, 28 Aprile 2017   DOCUMENTI

Sabato, 29 Aprile 2017

28-29 Aprile 2017: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Egitto...
Alla Conferenza Internazionale per la Pace Incontro con le Autorità
Visita di cortesia a SS. Papa Tawadros II Saluto ai giovani Egiziani

.

TOP    DISCORSO DEL SANTO PADRE
AI PARTECIPANTI ALLA
"CONFERENZA INTERNAZIONALE PER LA PACE"

Al-Azhar Conference Centre, Il Cairo
Venerdì, 28 aprile 2017

"Al Salamò Alaikum!".

È un grande dono essere qui e iniziare in questo luogo la mia visita in Egitto, rivolgendomi a voi nell’ambito di questa "Conferenza Internazionale per la Pace". Ringrazio il mio fratello, il Grande Imam per averla ideata e organizzata e per avermi cortesemente invitato. Vorrei offrirvi alcuni pensieri, traendoli dalla gloriosa storia di questa terra, che nei secoli è apparsa al mondo come "terra di civiltà e terra di alleanze".

"Terra di civiltà". Fin dall’antichità, la civiltà sorta sulle rive del Nilo è stata sinonimo di civilizzazione: in Egitto si è levata alta la luce della conoscenza, facendo germogliare un patrimonio culturale inestimabile, fatto di saggezza e ingegno, di acquisizioni matematiche e astronomiche, di forme mirabili di architettura e di arte figurativa. La ricerca del sapere e il valore dell’istruzione sono state scelte feconde di sviluppo intraprese dagli antichi abitanti di questa terra. Sono anche scelte necessarie per l’avvenire, scelte di pace e per la pace, perché non vi sarà pace senza un’educazione adeguata delle giovani generazioni. E non vi sarà un’educazione adeguata per i giovani di oggi se la formazione loro offerta non sarà ben rispondente alla natura dell’uomo, essere aperto e relazionale.

L’educazione diventa infatti sapienza di vita quando è capace di estrarre dall’uomo, in contatto con Colui che lo trascende e con quanto lo circonda, il meglio di sé, formando identità non ripiegate su sé stesse. La sapienza ricerca l’altro, superando la tentazione di irrigidirsi e di chiudersi; aperta e in movimento, umile e indagatrice al tempo stesso, essa sa valorizzare il passato e metterlo in dialogo con il presente, senza rinunciare a un’adeguata ermeneutica. Questa sapienza prepara un futuro in cui non si mira al prevalere della propria parte, ma all’altro come parte integrante di sé; essa non si stanca, nel presente, di individuare occasioni di incontro e di condivisione; dal passato impara che dal male scaturisce solo male e dalla violenza solo violenza, in una spirale che finisce per imprigionare. Questa sapienza, rifiutando la brama di prevaricazione, pone al centro la dignità dell’uomo, prezioso agli occhi di Dio, e un’etica che dell’uomo sia degna, rifiutando la paura dell’altro e il timore di conoscere mediante quei mezzi di cui il Creatore l’ha dotato [1].

Proprio nel campo del dialogo, specialmente interreligioso, siamo sempre chiamati a camminare insieme, nella convinzione che l’avvenire di tutti dipende anche dall’incontro tra le religioni e le culture. In questo senso il lavoro del "Comitato misto per il Dialogo tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Comitato di Al-Azhar per il Dialogo" ci offre un esempio concreto e incoraggiante. Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: "il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità", perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; "il coraggio dell’alterità", perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; "la sincerità delle intenzioni", perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione.

Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare "insieme" il futuro, per essere "costruttori di civiltà". Perché l’unica alternativa alla "civiltà dell’incontro è la inciviltà dello scontro", non ce n’è un’altra. E per contrastare veramente la barbarie di chi soffia sull’odio e incita alla violenza, occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente crescita del bene: giovani che, come alberi ben piantati, siano radicati nel terreno della storia e, crescendo verso l’Alto e accanto agli altri, trasformino ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità.

In questa sfida di civiltà tanto urgente e appassionante siamo chiamati, cristiani e musulmani, e tutti i credenti, a dare il nostro contributo: «viviamo sotto il sole di un unico Dio misericordioso. [...] In questo senso possiamo dunque ‎chiamarci gli uni gli ‎altri fratelli e sorelle [...], perché senza Dio la vita dell’uomo ‎sarebbe come il cielo senza il sole» [2]. Si levi il sole di una rinnovata fraternità in nome di Dio e sorga da questa terra, baciata dal sole, l’alba di una "civiltà della pace e dell’incontro". Interceda per questo San Francesco di Assisi, che otto secoli fa venne in Egitto e incontrò il Sultano Malik al Kamil.

"Terra di alleanze". In Egitto non è sorto solo il sole della sapienza; anche la luce policromatica delle religioni ha illuminato questa terra: qui, lungo i secoli, «le differenze di religione hanno costituito «una forma di arricchimento reciproco al servizio dell’unica comunità nazionale» [3]. Fedi diverse si sono incontrate e varie culture si sono mescolate, senza confondersi ma riconoscendo l’importanza di "allearsi per il bene comune". Alleanze di questo tipo sono quanto mai urgenti oggi. Nel parlarne, vorrei utilizzare come simbolo il "Monte dell’Alleanza" che si innalza in questa terra. Il Sinai ci ricorda anzitutto che un’autentica alleanza sulla terra non può prescindere dal Cielo, che l’umanità non può proporsi di incontrarsi in pace escludendo Dio dall’orizzonte, e nemmeno può salire sul monte per impadronirsi di Dio (cfr. Es 19,12).

Si tratta di un messaggio attuale, di fronte all’odierno perdurare di un pericoloso paradosso, per cui da una parte si tende a relegare la religione nella sfera privata, senza riconoscerla come dimensione costitutiva dell’essere umano e della società; dall’altra si confonde, senza opportunamente distinguere, la sfera religiosa e quella politica. Esiste il rischio che la religione venga assorbita dalla gestione di affari temporali e tentata dalle lusinghe di poteri mondani che in realtà la strumentalizzano. In un mondo che ha globalizzato molti strumenti tecnici utili, ma al contempo tanta indifferenza e negligenze, e che corre a una velocità frenetica, difficilmente sostenibile, si avverte la nostalgia delle grandi domande di senso, che le religioni fanno affiorare e che suscitano la memoria delle proprie origini: la vocazione dell’uomo, non fatto per esaurirsi nella precarietà degli affari terreni, ma per incamminarsi verso l’Assoluto a cui tende. Per queste ragioni, oggi specialmente, la religione non è un problema ma è parte della soluzione: contro la tentazione di adagiarci in una vita piatta, dove tutto nasce e finisce quaggiù, essa ci ricorda che è necessario elevare l’animo verso l’Alto per imparare a costruire la città degli uomini.

In questo senso, volgendo ancora idealmente lo sguardo al Monte Sinai, vorrei riferirmi a quei comandamenti, là promulgati, prima di essere scritti sulla pietra [4]. Al centro delle "dieci parole" risuona, rivolto agli uomini e ai popoli di ogni tempo, il comando «non uccidere» (Es 20,13). Dio, amante della vita, non cessa di amare l’uomo e per questo lo esorta a contrastare la via della violenza, quale presupposto fondamentale di ogni alleanza sulla terra. Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità.

In quanto responsabili religiosi, siamo dunque chiamati a smascherare la violenza che si traveste di presunta sacralità, facendo leva sull’assolutizzazione degli egoismi anziché sull’autentica apertura all’Assoluto. Siamo tenuti a denunciare le violazioni contro la dignità umana e contro i diritti umani, a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio "salam" [5]. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio, perché profanerebbe il suo Nome.

Insieme, da questa terra d’incontro tra Cielo e terra, di alleanze tra le genti e tra i credenti, ripetiamo un "no" forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. La fede che non nasce da un cuore sincero e da un amore autentico verso Dio Misericordioso è una forma di adesione convenzionale o sociale che non libera l’uomo ma lo schiaccia. Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo.

Ma la religione non è certo solo chiamata a smascherare il male; ha in sé la vocazione a promuovere la pace, oggi come probabilmente mai prima [6]. Senza cedere a sincretismi concilianti [7], il nostro compito è quello di pregare gli uni per gli altri domandando a Dio il dono della pace, incontrarci, dialogare e promuovere la concordia in spirito di collaborazione e amicizia. Noi, come cristiani – e io sono cristiano – «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio» [8]. Fratelli di tutti. Di più, riconosciamo che, immersi in una costante lotta contro il male che minaccia il mondo perché non sia più «il campo di una genuina fraternità», quanti «credono alla carità divina, sono da Lui [Dio] resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani» [9]. Anzi, sono essenziali: a poco o nulla serve infatti alzare la voce e correre a riarmarsi per proteggersi: oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di armi; oggi c'è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione.

Si assiste con sconcerto al fatto che, mentre da una parte ci si allontana dalla realtà dei popoli, in nome di obiettivi che non guardano in faccia a nessuno, dall’altra, per reazione, insorgono populismi demagogici, che certo non aiutano a consolidare la pace e la stabilità: nessun incitamento violento garantirà la pace, ed ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza.

Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali. A questo impegno urgente e gravoso sono tenuti i responsabili delle nazioni, delle istituzioni e dell’informazione, come noi responsabili di civiltà, convocati da Dio, dalla storia e dall’avvenire ad avviare, ciascuno nel proprio campo, processi di pace, non sottraendosi dal gettare solide basi di alleanza tra i popoli e gli Stati. Auspico che questa nobile e cara terra d’Egitto, con l’aiuto di Dio, possa rispondere ancora alla sua vocazione di civiltà e di alleanza, contribuendo a sviluppare processi di pace per questo amato popolo e per l’intera regione mediorientale.

"Al Salamò Alaikum!".

[1] ‎«D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i ‎popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della ‎chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero»‎: "La non-violenza: stile di una politica per la pace", "Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017, 5".

[2] Giovanni Paolo II, "Discorso alle Autorità Musulmane", Kaduna (Nigeria), 14 Febbraio 1982.

[3] ‎ Id., "Discorso nella Cerimonia di Arrivo", Il Cairo, 24 Febbraio 2000.

[4] «Furono inscritti nel cuore dell’uomo come Legge morale universale, valida in ogni tempo e in ogni luogo». Essi offrono la «base autentica per la vita degli individui, delle società e delle nazioni; [...] sono l’unico futuro della famiglia umana. Salvano l’uomo dalla forza distruttiva dell’egoismo, dell’odio e della menzogna. Evidenziano tutte le false divinità che lo riducono in schiavitù: l’amore di sé fino all’esclusione di Dio, l’avidità di potere e di piacere che sovverte l’ordine della giustizia e degrada la nostra dignità umana e quella del nostro prossimo»: Id., "Omelia nella Celebrazione della Parola al Monte Sinai", Monastero di Santa Caterina, 26 Febbraio 2000.

[5] Cfr. "Discorso nella Moschea Centrale di Koudoukou", Bangui (Repubblica Centrafricana), 30 Novembre 2015.

[6] «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace» (Giovanni Paolo II, "Discorso ai Rappresentanti delle Chiese Cristiane e Comunità Ecclesiali e delle Religioni Mondiali", Assisi, 27 Ottobre 1986: "Insegnamenti IX, 2 (1986), 1268".

[7] Cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium, 251".

[8] "Concilio Ecumenico Vaticano II", Dichiarazione "Nostra aetate, 5".

[9] Id., Costituzione Pastorale "Gaudium et spes, 37-38".

.

TOP    INCONTRO CON LE AUTORITÀ

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Hotel Al Masah, Il Cairo
Venerdì, 28 aprile 2017

Signor Presidente,
Signor Grande Imam di Al-Azhar,
Onorevoli Membri del Governo e del Parlamento,
Illustri Ambasciatori e membri del Corpo Diplomatico,
Cari Signori e Signore,

"Al Salamò Alaikum!".

La ringrazio, Signor Presidente, per le Sue cordiali parole di benvenuto e per l’invito che mi ha gentilmente rivolto a visitare il vostro caro Paese. Conservo viva la memoria della Sua visita a Roma, nel Novembre 2014, come pure del fraterno incontro con Sua Santità Papa Tawadros II, nel 2013, e con il Grande Imam dell’Università dell’Al-Azhar, Dott. Ahmad Al-Tayyib, lo scorso anno.

Sono lieto di trovarmi in Egitto, terra di antichissima e nobile civiltà, le cui vestigia possiamo ammirare ancora oggi e che, nella loro maestosità, sembrano voler sfidare i secoli. Questa terra rappresenta molto per la storia dell’umanità e per la Tradizione della Chiesa, non solo per il suo prestigioso passato storico – dei faraoni, copto e musulmano –, ma anche perché tanti Patriarchi vissero in Egitto o lo attraversarono. Infatti, esso è menzionato un gran numero di volte nelle Sacre Scritture. In questa terra Dio si è fatto sentire, «ha rivelato il suo nome a Mosè» [1] e sul monte Sinai ha affidato al suo popolo e all’umanità i Comandamenti divini. Sul suolo egiziano trovò rifugio e ospitalità la "Santa Famiglia": Gesù, Maria e Giuseppe.

L’ospitalità data con generosità più di duemila anni fa, rimane nella memoria collettiva dell’umanità ed è fonte di abbondanti benedizioni che ancora si estendono. L’Egitto, quindi, è una terra che, in un certo senso, sentiamo tutti come nostra! E come dite voi: "Misr um al dugna" / "L’Egitto è la madre dell’universo". Anche oggi vi trovano accoglienza milioni di rifugiati provenienti da diversi Paesi, tra cui Sudan, Eritrea, Siria e Iraq, rifugiati che con lodevole impegno si cerca di integrare nella società egiziana.

L’Egitto, a motivo della sua storia e della sua particolare posizione geografica, occupa un ruolo insostituibile nel Medio Oriente e nel contesto dei Paesi che cercano soluzioni a problemi acuti e complessi i quali necessitano di essere affrontati ora, per evitare una deriva di violenza ancora più grave. Mi riferisco a quella violenza cieca e disumana causata da diversi fattori: dal desiderio ottuso di potere, dal commercio di armi, dai gravi problemi sociali e dall’estremismo religioso che utilizza il Santo Nome di Dio per compiere inauditi massacri e ingiustizie.

Questo destino e questo compito dell’Egitto costituiscono anche il motivo che ha portato il popolo a sollecitare un Egitto dove non manchino a nessuno "il pane, la libertà e la giustizia sociale". Certamente questo obiettivo diventerà una realtà se tutti insieme avranno la volontà di trasformare le parole in azioni, le valide aspirazioni in impegno, le leggi scritte in leggi applicate, valorizzando la genialità innata di questo popolo.

L’Egitto, quindi, ha un compito singolare: rafforzare e consolidare anche la pace regionale, pur essendo, sul proprio suolo, ferito da violenze cieche. Tali violenze fanno soffrire ingiustamente tante famiglie – alcune delle quali sono qui presenti – che piangono i loro figli e figlie.

Il mio pensiero va in particolare a tutte le persone che, negli ultimi anni, hanno dato la vita per salvaguardare la loro Patria: i giovani, i membri delle forze armate e della polizia, i cittadini copti e tutti gli ignoti caduti a causa di diverse azioni terroristiche. Penso anche alle uccisioni e alle minacce che hanno determinato un esodo di cristiani dal Sinai settentrionale. Esprimo riconoscenza alle Autorità civili e religiose e a quanti hanno dato accoglienza e assistenza a queste persone tanto provate. Penso altresì a coloro che sono stati colpiti negli attentati alle chiese Copte, sia nel dicembre scorso sia più recentemente a Tanta e ad Alessandria. Ai loro familiari e a tutto l’Egitto vanno il mio più sentito cordoglio e la mia preghiera al Signore affinché dia pronta guarigione ai feriti.

Signor Presidente, illustri Signori e Signore,

non posso non incoraggiare l’audacia degli sforzi per la realizzazione di numerosi progetti nazionali, come anche le tante iniziative che sono state prese in favore della pace nel Paese e al di fuori di esso, in ordine all’auspicato sviluppo, nella prosperità e nella pace, che il popolo desidera e merita.

Lo sviluppo, la prosperità e la pace sono beni irrinunciabili che meritano ogni sacrificio. Sono anche obiettivi che richiedono lavoro serio, impegno convinto, metodologia adeguata e, soprattutto, rispetto incondizionato dei diritti inalienabili dell’uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà religiosa e di espressione, senza distinzione alcuna [2]. Obiettivi che esigono una speciale attenzione al ruolo della donna, dei giovani, dei più poveri e dei malati. In realtà, lo sviluppo vero si misura dalla sollecitudine che si dedica all’uomo – cuore di ogni sviluppo –, alla sua educazione, alla sua salute e alla sua dignità; infatti la grandezza di qualsiasi nazione si rivela nella cura che essa dedica realmente ai più deboli della società: le donne, i bambini, gli anziani, i malati, i disabili, le minoranze, affinché nessuna persona e nessun gruppo sociale rimangano esclusi o lasciati ai margini.

Di fronte a uno scenario mondiale delicato e complesso, che fa pensare a quella che ho chiamato una "guerra mondiale a pezzi", occorre affermare che non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio. Lei, Signor Presidente, ne ha parlato più volte e in varie circostanze con chiarezza, che merita ascolto e apprezzamento.

Abbiamo tutti il dovere di insegnare alle nuove generazioni che Dio, il Creatore del cielo e della terra, non ha bisogno di essere protetto dagli uomini, anzi è Lui che protegge gli uomini; Egli non vuole mai la morte dei suoi figli ma la loro vita e la loro felicità; Egli non può né chiedere né giustificare la violenza, anzi la detesta e la rigetta [3]. Il vero Dio chiama all’amore incondizionato, al perdono gratuito, alla misericordia, al rispetto assoluto di ogni vita, alla fraternità tra i suoi figli, credenti e non credenti.

Abbiamo il dovere di affermare insieme che la storia non perdona quanti proclamano la giustizia e praticano l’ingiustizia; non perdona quanti parlano dell’eguaglianza e scartano i diversi. Abbiamo il dovere di smascherare i venditori di illusioni circa l’aldilà, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli in legna da ardere e privandoli della capacità di scegliere con libertà e di credere con responsabilità. Signor Presidente, Lei, alcuni minuti fa, mi ha detto che Dio è il Dio della libertà, e questo è vero. Abbiamo il dovere di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte.

La storia invece onora i costruttori di pace, che, con coraggio e senza violenza, lottano per un mondo migliore: "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio!" (Mt 5,9).

L’Egitto, che al tempo di Giuseppe salvò gli altri popoli dalla carestia (cfr. Gen 41,57), è quindi chiamato anche oggi a salvare questa cara regione dalla carestia dell’amore e della fraternità; è chiamato a condannare e a sconfiggere ogni violenza e ogni terrorismo; è chiamato a donare il grano della pace a tutti i cuori affamati di convivenza pacifica, di lavoro dignitoso, di educazione umana. L’Egitto, che nello stesso tempo costruisce la pace e combatte il terrorismo, è chiamato a dare prova che "AL DIN LILLAH WA AL WATÀN LILGIAMIA’" / "La fede è per Dio, la Patria è per tutti", come recita il motto della Rivoluzione del 23 Luglio 1952, dimostrando che si può credere e vivere in armonia con gli altri, condividendo con loro i valori umani fondamentali e rispettando la libertà e la fede di tutti [4]. Il peculiare ruolo dell’Egitto è necessario per poter affermare che questa regione, culla delle tre grandi religioni, può, anzi deve risvegliarsi dalla lunga notte di tribolazione per tornare a irradiare i supremi valori della giustizia e della fraternità, che sono il fondamento solido e la via obbligatoria per la pace [5]. Dalle nazioni grandi non si può attendere poco!

Quest’anno si celebrerà il 70° Anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica Araba dell’Egitto, uno dei primi Paesi Arabi a stabilire tali rapporti diplomatici. Essi sono sempre stati caratterizzati dall’amicizia, dalla stima e dalla collaborazione reciproca. Auspico che questa mia visita possa consolidarli e rafforzarli.

La pace è dono di Dio ma è anche lavoro dell’uomo. È un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma "la forza della legge e non la legge della forza" [6]. Pace per questo amato Paese! Pace per tutta questa regione, in particolare per Palestina e Israele, per la Siria, per la Libia, per lo Yemen, per l’Iraq, per il Sud Sudan; pace a tutti gli uomini di buona volontà!

Signor Presidente, Signore e Signori,

desidero rivolgere un affettuoso saluto e un paterno abbraccio a tutti i cittadini egiziani, che sono simbolicamente presenti qui, in questa aula. Saluto altresì i figli e i fratelli cristiani che vivono in questo Paese: i copti ortodossi, i "greco-bizantini", gli "armeno-ortodossi", i protestanti e i cattolici. San Marco, l’evangelizzatore di questa terra, vi protegga e ci aiuti a costruire e a raggiungere l’unità, tanto desiderata dal Nostro Signore (cfr. Gv 17,20-23). La vostra presenza in questa Patria non è né nuova né casuale, ma storica e inseparabile dalla storia dell’Egitto. Siete parte integrante di questo Paese e avete sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto unico, una particolare simbiosi, che può essere presa come esempio da altre Nazioni. Voi avete dimostrato e dimostrate che si può vivere insieme, nel rispetto reciproco e nel confronto leale, trovando nella differenza una fonte di ricchezza e mai un motivo di scontro [7].

Grazie per la calorosa accoglienza. Chiedo a Dio Onnipotente e Unico di colmare tutti i cittadini egiziani con le Sue Benedizioni divine. Egli conceda all’Egitto pace e prosperità, progresso e giustizia e benedica tutti i suoi figli!

"Benedetto sia l’Egitto mio popolo", dice il Signore nel Libro di Isaia (Is 19,25).

"Shukran wa tahìah misr!".

[1] Giovanni Paolo II, "Discorso nella Cerimonia di Benvenuto", 24 Febbraio 2000: "Insegnamenti XXIII, 1 [2000], 248".

[2] Cfr. "Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo"; "Costituzione Egiziana del 2014", "Capitolo III".

[3] «Dio [...] odia chiunque ama la violenza» (Sal 11,5).

[4] Cfr. "Costituzione Egiziana del 2014", "Articolo 5".

[5] Cfr. "Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2014‎, 4".

[6] Cfr. "Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017, 1".

[7] Cfr. Benedetto XVI, Esortazione Apostolica Post-Sinodale "Ecclesia in ‎Medio Oriente, 24 e 25"‎.

.

TOP    VISITA DI CORTESIA A S. S. PAPA TAWADROS II

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Patriarcato Copto-Ortodosso, Il Cairo
Venerdì, 28 aprile 2017

DISCORSO DEL SANTO PADRE

"Il Signore è risorto, è veramente risorto!" ["Al Massih kam, bilhakika kam!"].

Santità,
Carissimo Fratello,

è da poco trascorsa la grande Solennità di Pasqua, centro della vita cristiana, che quest’anno abbiamo avuto la grazia di celebrare nello stesso giorno. Abbiamo così proclamato all’unisono l’annuncio della Risurrezione, rivivendo, in un certo senso, l’esperienza dei primi discepoli, che in quel giorno insieme «gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,20). Questa gioia pasquale è oggi impreziosita dal dono di adorare insieme il Risorto nella preghiera e di scambiarci nuovamente, nel suo nome, il bacio santo e l’abbraccio di pace. Sono tanto grato di questo: giungendo qui come pellegrino, ero certo di ricevere la benedizione di un Fratello che mi aspettava. Grande era l’attesa di ritrovarci: mantengo infatti ben vivo il ricordo della visita di Vostra Santità a Roma, poco dopo la mia elezione, il 10 Maggio 2013, una data che è felicemente diventata l’occasione per celebrare ogni anno la "Giornata di Amicizia Copto-Cattolica".

Nella gioia di proseguire fraternamente il nostro cammino ecumenico, desidero ricordare anzitutto quella pietra miliare nelle relazioni tra la sede di Pietro e quella di Marco che è la "Dichiarazione Comune" firmata dai nostri Predecessori più di quarant’anni prima, il 10 Maggio 1973. In quel giorno, dopo «secoli di storia difficili», nei quali «si sono manifestate differenze teologiche, alimentate e accentuate da fattori di carattere non teologico» e da una sempre più generalizzata sfiducia nei rapporti, con l’aiuto di Dio si è arrivati a riconoscere insieme che Cristo è «Dio perfetto riguardo alla Sua Divinità e perfetto uomo riguardo alla Sua umanità» ("Dichiarazione Comune firmata dal Santo Padre Paolo VI e da Sua Santità Amba Shenouda III", 10 Maggio 1973). Ma non meno importanti e attuali sono le parole immediatamente precedenti, con le quali abbiamo riconosciuto «il nostro Signore e Dio e Salvatore e Re di tutti noi, Gesù Cristo». Con queste espressioni la sede di Marco e quella di Pietro hanno proclamato la signoria di Gesù: insieme abbiamo confessato che a Gesù apparteniamo e che Egli è "il nostro tutto".

Di più, abbiamo compreso che, essendo suoi, non possiamo più pensare di andare avanti ciascuno per la sua strada, perché tradiremmo la sua volontà: che i suoi siano «tutti [...] una sola cosa [...] perché il mondo creda» (Gv 17,21). Al cospetto del Signore, che ci desidera «perfetti nell’unità» (v. 23) non ci è più possibile nasconderci dietro i pretesti di divergenze interpretative e nemmeno dietro secoli di storia e di tradizioni che ci hanno reso estranei. Come qui disse Sua Santità Giovanni Paolo II: «Non c’è tempo da perdere al riguardo! La nostra comunione nell’unico Signore Gesù Cristo, nell’unico Spirito Santo e nell’unico Battesimo rappresenta già una realtà profonda e fondamentale» ("Discorso durante l’Incontro Ecumenico", 25 Febbraio 2000). Vi è, in questo senso, non solo un ecumenismo fatto di gesti, parole e impegno, ma "una comunione già effettiva", che cresce ogni giorno nel rapporto vivo con il Signore Gesù, si radica nella fede professata e si fonda realmente sul nostro Battesimo, sull’essere "nuove creature" (cfr. 2 Cor 5,17) in Lui: insomma, «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5). Da qui ripartiamo sempre, per affrettare il giorno tanto desiderato in cui saremo in piena e visibile comunione all’altare del Signore.

In questo appassionante cammino che – come la vita – non è sempre facile e lineare, ma nel quale il Signore ci esorta ad andare avanti, non siamo soli. Ci accompagna un’enorme schiera di Santi e di Martiri che, già pienamente uniti, ci spinge a essere quaggiù un’immagine vivente della «Gerusalemme di lassù» (Gal 4,26). Tra costoro, certamente oggi si rallegrano in modo particolare del nostro incontro i Santi Pietro e Marco. È grande il legame che li unisce. Basti pensare al fatto che san Marco collocò al cuore del suo Vangelo la professione di fede di Pietro: «Tu sei il Cristo». Fu la risposta alla domanda, sempre attuale, di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Anche oggi tanta gente non sa dare risposta a questo interrogativo; manca persino chi lo susciti e soprattutto chi offra in risposta la gioia di conoscere Gesù, quella stessa gioia con cui abbiamo la grazia di confessarlo insieme.

Insieme siamo dunque chiamati a testimoniarlo, a portare al mondo la nostra fede, prima di tutto nel modo che alla fede è proprio: vivendola, perché la presenza di Gesù si trasmette con la vita e parla il linguaggio dell’amore gratuito e concreto. Copti ortodossi e Cattolici, possiamo sempre più parlare insieme questa lingua comune della carità: prima di intraprendere una iniziativa di bene, sarebbe bello chiederci se possiamo farla con i nostri fratelli e sorelle che condividono la fede in Gesù. Così, edificando la comunione nella concretezza quotidiana della testimonianza vissuta, lo Spirito non mancherà di aprire vie provvidenziali e impensate di unità.

È con questo costruttivo spirito apostolico che Vostra Santità continua a riservare un’attenzione genuina e fraterna nei confronti della Chiesa copta cattolica: una vicinanza di cui sono tanto grato e che ha trovato lodevole espressione nel "Consiglio Nazionale delle Chiese Cristiane", al quale ha dato vita perché i credenti in Gesù possano operare sempre più insieme, a beneficio dell’intera società egiziana. Ho tanto apprezzato anche la generosa ospitalità offerta al 13° incontro della "Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse Orientali", che qui ha avuto luogo lo scorso anno su vostro invito. È un bel segno che l’incontro seguente si sia svolto quest’anno a Roma, quasi a dire una particolare continuità tra le sedi di Marco e di Pietro. Nelle Sacre Scritture, Pietro sembra in qualche modo ricambiare l’affetto di Marco chiamandolo «figlio mio» (1 Pt 5,13). Ma i legami fraterni dell’Evangelista e la sua attività apostolica riguardano anche san Paolo che, prima di morire martire a Roma, parla della provvida utilità di Marco nel ministero (cfr. 2 Tm 4,11) e lo cita più volte (cfr. Fm 24; Col 4,10). "Carità fraterna e comunione di missione": questi i messaggi che la Parola divina e le nostre origini ci consegnano. Sono i semi evangelici che abbiamo la gioia di continuare a irrigare e, con l’aiuto di Dio, far crescere insieme (cfr. 1 Cor 3,6-7).

La maturazione del nostro cammino ecumenico è sostenuta, in modo misterioso e quanto mai attuale, anche da un vero e proprio "ecumenismo del sangue". San Giovanni scrive che Gesù è venuto «con acqua e sangue» (1 Gv 5,6); chi crede in Lui, così «vince il mondo» (1 Gv 5,5). Con acqua e sangue: vivendo una vita nuova nel nostro comune Battesimo, una vita di amore sempre e per tutti, anche a costo del sacrificio del sangue. Quanti martiri in questa terra, fin dai primi secoli del Cristianesimo, hanno vissuto la fede eroicamente e fino in fondo, versando il sangue piuttosto che rinnegare il Signore e cedere alle lusinghe del male o anche solo alla tentazione di rispondere con il male al male. Ben lo testimonia il venerabile "Martirologio della Chiesa Copta". Ancora recentemente, purtroppo, il sangue innocente di fedeli inermi è stato crudelmente versato. Carissimo Fratello, come unica è la Gerusalemme celeste, unico è il nostro martirologio, e le vostre sofferenze sono anche le nostre sofferenze, il loro sangue innocente ci unisce. Rinforzati dalla vostra testimonianza, adoperiamoci per opporci alla violenza predicando e seminando il bene, facendo crescere la concordia e mantenendo l’unità, pregando perché tanti sacrifici aprano la via a un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti.

La meravigliosa storia di santità di questa terra non è particolare solo per il sacrificio dei martiri. Appena terminate le antiche persecuzioni, sorse una forma nuova di vita che, donata al Signore, nulla tratteneva per sé: nel deserto iniziò il monachesimo. Così, ai grandi segni che in passato Dio aveva operato in Egitto e nel Mar Rosso (cfr. Sal 106,21-22), seguì il prodigio di una vita nuova, che fece fiorire di santità il deserto. Con venerazione per questo patrimonio comune sono venuto pellegrino in questa terra, dove il Signore stesso ama recarsi: qui, glorioso scese sul monte Sinai (cfr. Es 24,16); qui, umile trovò rifugio da bambino (cfr. Mt 2,14).

Santità, carissimo Fratello, lo stesso Signore ci conceda di ripartire oggi, insieme, pellegrini di comunione e annunciatori di pace. In questo cammino ci prenda per mano Colei che qui ha accompagnato Gesù e che la grande tradizione teologica egiziana ha acclamato fin dall’antichità "Theotokos", Genitrice di Dio. In questo titolo si uniscono mirabilmente l’umanità e la divinità, perché nella Madre Dio si è fatto per sempre uomo. La Vergine Santa, che sempre ci conduce a Gesù, sinfonia perfetta del divino con l’umano, porti ancora un po’ di Cielo sulla nostra terra!

DICHIARAZIONE COMUNE

DICHIARAZIONE COMUNE DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
E DI SUA SANTITÀ TAWADROS II

1. Noi, Francesco, Vescovo di Roma e Papa della Chiesa Cattolica, e Tawadros II, Papa di Alessandria e Patriarca della Sede di San Marco, rendiamo grazie nello Spirito Santo a Dio per averci concesso la felice opportunità di incontrarci ancora, di scambiare l’abbraccio fraterno e di unirci nuovamente in comune preghiera. Diamo gloria all’Onnipotente per i vincoli di fraternità e di amicizia che sussistono tra la Sede di San Pietro e la Sede di San Marco. Il privilegio di trovarci insieme qui in Egitto è un segno che la solidità della nostra relazione sta aumentando di anno in anno e che stiamo crescendo nella vicinanza, nella fede e nell’amore di Cristo nostro Signore. Rendiamo grazie a Dio per l’amato Egitto, "terra natale che vive in noi", come Sua Santità Papa Shenouda III era solito dire, "popolo benedetto dal Signore" (cfr. Is 19,25), con la sua antica civiltà dei Faraoni, l’eredità greca e romana, la tradizione copta e la presenza islamica. L’Egitto è il luogo dove trovò rifugio la Sacra Famiglia, è terra di martiri e di santi.

2. Il nostro profondo legame di amicizia e di fraternità rinviene le proprie origini nella piena comunione che esisteva tra le nostre Chiese nei primi secoli ed è stato espresso in vari modi nei primi Concili Ecumenici, a partire da quello di Nicea del 325 e dal contributo del coraggioso Padre della Chiesa Sant’Atanasio, che meritò il titolo di "Protettore della Fede". La nostra comunione si è manifestata mediante la preghiera e pratiche liturgiche simili, attraverso la venerazione dei medesimi martiri e santi, nello sviluppo e nella diffusione del monachesimo a seguito dell’esempio di Sant’Antonio il Grande, conosciuto come il padre di tutti i monaci.

Questa comune esperienza di comunione precedente al tempo della separazione assume un significato particolare nella nostra ricerca del ristabilimento della piena comunione oggi. La maggior parte delle relazioni che esistevano nei primi secoli sono continuate, nonostante le divisioni, tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa Coptafino al presente e recentemente si sono anche rivitalizzate. Esse ci stimolano a intensificare i nostri sforzi comuni, perseverando nella ricerca di un’unità visibile nella diversità, sotto la guida dello Spirito Santo.

3. Ricordiamo con gratitudine lo storico incontro di quarantaquattro anni fa tra i nostri predecessori Papa Paolo VI e Papa Shenouda III, quell’abbraccio di pace e di fraternità dopo molti secoli in cui i nostri reciproci legami di affetto non avevano avuto la possibilità di esprimersi a motivo della distanza che era sorta tra noi. La Dichiarazione Comune che essi firmarono il 10 Maggio 1973 rappresenta una pietra miliare nel cammino ecumenico ed è servita come punto di partenza per l’istituzione della Commissione per il dialogo teologico tra le nostre due Chiese, che ha dato molto frutto e ha aperto la via a un più ampio dialogo tra la Chiesa Cattolica e l’intera famiglia delle Chiese Ortodosse Orientali. In quella Dichiarazione le nostre Chiese hanno riconosciuto che, in linea con la tradizione apostolica, professano "un’unica fede in un solo Dio Uno e Trino" e la "divinità dell’Unico Figlio Incarnato di Dio, [...] Dio perfetto riguardo alla Sua Divinità, e perfetto uomo riguardo alla Sua umanità". È stato altresì riconosciuto che "la vita divina ci viene data e alimentata attraverso i sette sacramenti" e che "noi veneriamo la Vergine Maria, Madre della Vera Luce", la "Theotokos".

4. Con estrema gratitudine ricordiamo il nostro fraterno incontro a Roma il 10 Maggio 2013 e l’istituzione del 10 Maggio come giorno in cui ogni anno  approfondiamo l’amicizia e la fraternità tra le nostre Chiese. Questo rinnovato spirito di vicinanza ci ha permesso di discernere meglio ancora come il vincolo che ci unisce è stato ricevuto dal nostro unico Signore nel giorno del Battesimo. Infatti, è attraverso il Battesimo che diventiamo membra dell’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa (cfr 1 Cor 12,13). Questa comune eredità è la base del pellegrinaggio che insieme compiamo verso la piena comunione, crescendo nell’amore e nella riconciliazione.

5. Consapevoli che in tale pellegrinaggio ci rimane ancora molto cammino da fare, richiamiamo alla memoria quanto è già stato compiuto. In particolare, ricordiamo l’incontro tra Papa Shenouda III e San Giovanni Paolo II, che venne pellegrino in Egitto durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000. Siamo determinati nel seguire i loro passi, mossi dall’amore di Cristo Buon Pastore, nella profonda convinzione che camminando insieme cresciamo nell’unità. Perciò attingiamo la forza da Dio, fonte perfetta di comunione e di amore.

6. Questo amore trova la sua più alta espressione nella preghiera comune. Quando i Cristiani pregano insieme, giungono a comprendere che ciò che li unisce è molto più grande di ciò che li divide. Il nostro desiderio ardente di unità trova ispirazione dalla preghiera di Cristo "perché tutti siano una sola cosa" (Gv 17,21). Perciò approfondiamo le nostre radici nell’unica fede apostolica pregando insieme, cercando traduzioni comuni della preghiera del Signore e una data comune per la celebrazione della Pasqua.

7. Mentre camminiamo verso il giorno benedetto nel quale finalmente ci riuniremo insieme alla stessa Mensa eucaristica, possiamo collaborare in molti ambiti e rendere tangibile la grande ricchezza che già abbiamo in comune. Possiamo dare insieme testimonianza a valori fondamentali quali la santità e la dignità della vita umana, la sacralità del matrimonio e della famiglia e il rispetto dell’intera creazione che Dio ci ha affidato. Nonostante molteplici sfide contemporanee, come la secolarizzazione e la globalizzazione dell’indifferenza, siamo chiamati a offrire una risposta condivisa, basata sui valori del Vangelo e sui tesori delle nostre rispettive tradizioni. A tale riguardo, siamo incoraggiati a intraprendere uno studio maggiormente approfondito dei Padri Orientali e Latini e a promuovere scambi proficui nella vita pastorale, specialmente nella catechesi e in un vicendevole arricchimento spirituale tra comunità monastiche e religiose.

8. La nostra condivisa testimonianza cristiana è un provvidenziale segno di riconciliazione e di speranza per la società egiziana e per le sue istituzioni, un seme piantato per portare frutti di giustizia e di pace. Dal momento che crediamo che tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio, ci sforziamo di promuovere la serenità e la concordia attraverso una coesistenza pacifica tra Cristiani e Musulmani, testimoniando in questo modo che Dio desidera l’unità e l’armonia dell’intera famiglia umana e la pari dignità di ogni essere umano. Abbiamo a cuore la prosperità e il futuro dell’Egitto. Tutti i membri della società hanno il diritto e il dovere di partecipare pienamente alla vita del Paese, godendo di piena e pari cittadinanza e collaborando a edificare la loro nazione. La libertà religiosa, che comprende la libertà di coscienza ed è radicata nella dignità della persona, è il fondamento di tutte le altre libertà. È un diritto sacro e inalienabile.

9. Intensifichiamo la nostra incessante preghiera per tutti i Cristiani in Egitto e nel mondo, specialmente per quelli nel Medio Oriente. Alcuni tragici avvenimenti e il sangue versato dai nostri fedeli, perseguitati e uccisi per il solo motivo di essere cristiani, ci ricordano più che mai che l’ecumenismo dei martiri ci unisce e ci incoraggia a proseguire sulla strada della pace e della riconciliazione. Perché, come scrive San Paolo, "se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme" (1 Cor 12,26).

10. Il mistero di Gesù, morto e risorto per amore, sta al cuore del nostro cammino verso la piena unità. Ancora una volta i martiri sono le nostre guide. Nella Chiesa primitiva il sangue dei martiri fu seme di nuovi Cristiani. Così pure, ai nostri giorni, il sangue di tanti martiri possa essere seme di unità tra tutti i discepoli di Cristo, segno e strumento di comunione e di pace per il mondo.

11. Obbedienti all’azione dello Spirito Santo, che santifica la Chiesa, lungo i secoli la sorregge e conduce a quella piena unità per la quale Cristo ha pregato, oggi noi, Papa Francesco e Papa Tawadros II, al fine di allietare il cuore del Signore Gesù, nonché i cuori dei nostri figli e figlie nella fede, dichiariamo reciprocamente che con un’anima sola e un cuore solo cercheremo, in tutta sincerità, di non ripetere il Battesimo amministrato in una delle nostre Chiese ad alcuno che desideri ascriversi all’altra. Tanto attestiamo in obbedienza alle Sacre Scritture e alla fede espressa nei tre Concili Ecumenici celebrati a Nicea, a Costantinopoli e a Efeso.

Chiediamo a Dio nostro Padre di guidarci, nei tempi e nei modi che lo Spirito Santo disporrà, alla piena unità nel Corpo mistico di Cristo.

12. Pertanto, lasciamoci condurre dagli insegnamenti e dall’esempio dell’Apostolo Paolo, il quale scrive: "[comportatevi] avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti!" (Ef 4,3-6).

PREGHIERA ECUMENICA SPONTANEA

Signore Gesù, ti chiedo di benedirci. Benedici il mio fratello, Papa Tawadros II, e benedici tutti i fratelli Vescovi che sono qui. Benedici tutti i fratelli cristiani. Guidaci sulla via della carità, del lavorare insieme, alla mensa comune dell’Eucaristia. Amen!

.

TOP    SALUTO DEL SANTO PADRE AI GIOVANI EGIZIANI

Nunziatura, Il Cairo
Venerdì, 28 aprile 2017

Buona sera a tutti voi! Sono contento di trovarvi! So che siete venuti in pellegrinaggio: è vero? Se è vero, è perché voi siete coraggiosi!

Domani avremo la Messa nello stadio, tutti insieme, e pregheremo insieme e canteremo insieme e faremo festa insieme!

Prima di ritirarmi, vorrei pregare con voi. Preghiamo insieme il "Padre Nostro"...

[Recita del "Padre Nostro" in Arabo...].

E adesso vorrei darvi la benedizione, ma prima ognuno di voi pensi alle persone che ama di più; pensi anche alle persone a cui non vuole bene e in silenzio ognuno di voi preghi per queste persone: per quelle a cui vuole bene e per quelle a cui non vuole bene. E vi do la benedizione, a voi e a queste persone!

["Benedizione..."].

Viva l’Egitto!

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana