VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
MESSICO
,
CON SOSTA A LA HABANA,
PER L’INCONTRO CON S. S. KIRILL,
PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTA LA RUSSIA

Dal 12 al 18 Febbraio 2016: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Messico...

(12-18 FEBBRAIO 2016)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Venerdì 12 Febbraio         Sabato 13 Febbraio         Domenica 14 Febbraio
Lunedì 15 Febbraio         Mercoledì 17 Febbraio

RITAGLI   Martedì, 16 Febbraio 2016   DOCUMENTI

12-18 Febbraio 2016:
Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Messico...
Santa Messa con i Sacerdoti e i Religiosi Parole del Papa ai Ragazzi del Catechismo
Incontro con i Giovani

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TOP   SANTA MESSA CON SACERDOTI, RELIGIOSE, RELIGIOSI,
CONSACRATI E
SEMINARISTI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Stadio "Venustiano Carranza", Morelia
Martedì, 16 febbraio 2016

C’è un detto tra di noi che dice così: "Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi"; perché, mostrandomi come preghi, imparerò a scoprire il Dio vivente, e mostrandomi come vivi, imparerò a credere nel Dio che preghi, perché la nostra vita parla della preghiera e la preghiera parla della nostra vita. A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare. La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera.

San Paolo, al suo discepolo prediletto Timoteo, quando gli insegnava o lo esortava a vivere la fede, diceva: "Ricordati di tua madre e di tua nonna". E i seminaristi, quando entravano nel Seminario, molte volte mi chiedevano: "Padre, io però vorrei fare una preghiera più profonda, più mentale...". "Guarda – rispondevo – continua a pregare come ti hanno insegnato a casa tua. E poi, a poco a poco, la tua preghiera crescerà, così come la tua vita è cresciuta". A pregare si impara, come nella vita.

Gesù ha voluto introdurre i suoi nel mistero della Vita, nel mistero della Sua vita. Mostrò loro mangiando, dormendo, sanando, predicando, pregando che cosa significa essere Figlio di Dio. Li invitò a condividere la sua vita, la sua intimità e, mentre stavano con Lui, fece loro toccare nella sua carne la vita del Padre. Fa loro sperimentare nel suo sguardo, nel suo camminare, la forza, la novità di dire: "Padre Nostro". In Gesù questa espressione – "Padre Nostro" – non ha il "retrogusto" della routine o della ripetizione. Al contrario ha il sapore della vita, dell’esperienza dell’autenticità. Egli ha saputo vivere pregando e pregare vivendo, dicendo: "Padre Nostro".

E ci ha invitato a fare lo stesso. La nostra prima chiamata è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia. La sua prima chiamata è introdurci in questa nuova dinamica dell’amore, della filiazione. La nostra prima chiamata è quella ad imparare a dire "Padre Nostro", come Paolo insiste: "Abbà".

"Guai a me se non evangelizzassi!", dice Paolo, guai a me! Perché evangelizzare – prosegue – non è una gloria ma una necessità (1 Cor 9,16).

Ci ha invitato a partecipare alla Sua vita, alla vita divina: guai a noi, consacrati, consacrate, sacerdoti, seminaristi, vescovi, guai a noi se non la condividiamo, guai a noi se non siamo testimoni di quello che abbiamo visto e udito, guai a noi. Non siamo né vogliamo essere dei funzionari del divino, non siamo né desideriamo mai essere impiegati dell’impresa di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore, un cuore che prega e vive dicendo: "Padre Nostro". E cos’è la missione se non dire con la nostra vita – dal principio alla fine, come il nostro fratello Vescovo che è morto questa notte – cos’è la missione se non dire con la nostra vita: "Padre Nostro"?

A questo "Padre Nostro" noi ci rivolgiamo pregando con insistenza tutti i giorni. E che cosa gli diciamo in una delle invocazioni? Non lasciarci cadere in tentazione. Gesù stesso lo fece. Egli pregò perché noi suoi discepoli – di ieri e di oggi – non cadessimo in tentazione. Quale può essere una delle tentazioni che ci possono assalire? Quale può essere una delle tentazioni che sorge non solo dal contemplare la realtà ma nel viverla? Che tentazione ci può venire da ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona, dall’indifferenza davanti alla sofferenza e alla precarietà? Che tentazione potremmo avere noi sempre nuovamente, noi chiamati alla vita consacrata, al presbiterato, all’episcopato, che tentazione potremmo avere di fronte a tutto questo, di fronte a questa realtà che sembra essere diventata un sistema inamovibile?

Credo che potremmo riassumerla con una sola parola: rassegnazione. E di fronte a questa realtà ci può vincere una delle armi preferite del demonio: la rassegnazione. "E che ci possiamo fare? La vita è così!". Una rassegnazione che ci paralizza, una rassegnazione che ci impedisce non solo di camminare, ma anche di tracciare una via; una rassegnazione che non soltanto ci spaventa, ma che ci trincera nelle nostre "sacrestie" e apparenti sicurezze; una rassegnazione che non soltanto ci impedisce di annunciare, ma che ci impedisce di lodare: ci toglie l’allegria, la gioia della lode. Una rassegnazione che non solo ci impedisce di progettare, ma che ci frena nel rischiare e trasformare le cose.

Per questo: "Padre Nostro, non lasciarci cadere nella tentazione".

Che bene ci fa fare appello alla nostra memoria nei momenti della tentazione! Quanto ci aiuta osservare il "legno" con cui siamo stati fatti. Non tutto ha avuto inizio con noi, non tutto terminerà con noi; per questo, quanto bene ci fa recuperare la storia che ci ha portato fin qui.

E in questo fare memoria non possiamo tralasciare qualcuno che amò tanto questo luogo da farsi figlio di questa terra. Qualcuno che seppe dire di sé stesso: "Mi strapparono dalla magistratura e mi posero alla pienezza del sacerdozio per merito dei miei peccati. Me, inutile e interamente inabile per l’esecuzione di una tanto grande impresa; me, che non sapevo remare, elessero primo Vescovo di Michoacán" (Vasco Vásquez de Quiroga, "Carta pastoral", 1554). Ringrazio il Signor Cardinale Arcivescovo, perché ha voluto che si celebrasse questa Eucaristia con il pastorale e il calice di quest’uomo.

Con voi desidero fare memoria di questo evangelizzatore, conosciuto anche come "Tata Vasco", come "lo spagnolo che si fece indio". La realtà vissuta dagli "Indios Purhépechas" descritta da lui come "venduti, vessati e vagabondi per i mercati a raccogliere i rifiuti gettati a terra", lungi dal condurlo alla tentazione dell’accidia e della rassegnazione, mosse la sua fede, mosse la sua vita, mosse la sua compassione e lo stimolò a realizzare diverse iniziative che fossero di "respiro" di fronte a tale realtà tanto paralizzante e ingiusta. Il dolore della sofferenza dei suoi fratelli divenne preghiera e la preghiera si fece risposta concreta. E questo gli guadagnò tra gli Indios il nome di Tata Vasco", che in lingua "Purépechas" significa: Papà.

"Padre, Papà, Tata, Abbà...".

Questa è la preghiera, questa l’espressione alla quale Gesù ci ha invitati. Padre, Papà, "Abbà", non lasciarci cadere nella tentazione della rassegnazione, non lasciarci cadere nella tentazione dell’accidia, non lasciarci cadere nella tentazione della perdita della memoria, non lasciarci cadere nella tentazione di dimenticarci dei nostri predecessori che ci hanno insegnato con la loro vita a dire: "Padre Nostro"!

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TOP   VISITA ALLA CATTEDRALE DI MORELIA

PAROLE DEL SANTO PADRE AI RAGAZZI DEL CATECHISMO

Martedì, 16 febbraio 2016

Sedetevi! Buonasera!

So che venite da tutte le parrocchie della città e delle diocesi suffraganee e da alcune scuole. Tante grazie per la visita!

Chiederò a Gesù che vi faccia crescere con tanto amore, con tanto amore, come Lui lo aveva. Con tanto amore per essere cristiani sul serio, per attuare il comandamento di Gesù ci ha dato: Amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come Gesù l’ha amato, come noi stessi o di più, come Lui ci ha amato.

E chiediamo anche alla Vergine che ci protegga, che ci benedica. Soprattutto, ognuno di voi, adesso, pensi nel suo cuore alla sua famiglia e ai suoi amici, e si avete litigato con qualcuno, pensate anche a lui, e domandiamo alla Vergine che protegga anche lui: è una modo di comportarsi facendosi degli amici, e non tanti nemici, perché la vita non è bella con i nemici, e Colui che fa i veri amici è Dio, nel nostro cuore.

Allora, in silenzio, pensiamo alla famiglia, ai nostri amici, a quelli con cui abbiamo litigato, perché Dio li benedica, e per tutte le persone che ci aiutano – le suore, i sacerdoti, i professori, i maestri nella scuola – tutti quelli che ci stanno aiutando a crescere. E una benedizione speciale anche per papà, mamma e i nonni. In silenzio, chiudiamo gli occhi e chiediamo tutto questo.

("Ave, Maria…").

E vi chiedo per favore di pregare per me. Lo farete? ["Sì!"]. Così mi piace!

Saluto al Coro, che gli ha dedicato un Canto:

Complimenti! Complimenti davvero! L’arte, lo sport allargano l’anima e la fanno crescere bene, con aria fresca, e non soffocano la vita. Siate sempre creativi, continuate così, cercando la bellezza, le cose belle, le cose che durano per sempre, e non lasciatevi mai calpestare da nessuno. È chiaro?

Vi do la benedizione? ["Sì!"].

("Benedizione...").

E, per favore, vi chiedo di pregare per me. E ogni tanto di cantarmi una canzone, anche se sono lontano. Ciao! Arrivederci! Dio vi benedica!

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TOP   INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio "José María Morelos y Pavón", Morelia
Martedì, 16 febbraio 2016

Buonasera! A voi, giovani del Messico che siete qui, che state guardando per televisione, che state ascoltando... E voglio mandare un saluto e una benedizione alle migliaia di giovani della diocesi di Guadalajara che sono riuniti nella Piazza San Giovanni Paolo II per seguire quello che sta succedendo qui; e come loro tanti altri, ma mi hanno informato che là erano migliaia e migliaia riuniti in ascolto. E così siamo due "stadi": la Giovanni Paolo di Guadalajara e noi qui, e poi tanti altri da tutte le parti.

Già conoscevo le vostre attese, perché mi avevano fatto arrivare la bozza di quello che più o meno avreste detto... – è vero! Perché dovrei dirvi una bugia? – Però mentre parlavate prendevo nota di alcune cose che mi sembravano importanti per non lasciarle in sospeso...

Vi dico che, quando sono arrivato in questa terra, sono stato accolto con un caloroso benvenuto, e ho potuto constatare immediatamente una cosa che sapevo da tempo: la vitalità, l’allegria, lo spirito festoso del Popolo messicano. Adesso, dopo avervi ascoltato, ma specialmente dopo avervi visto, constato nuovamente un’altra certezza, una cosa che ho detto al Presidente della Nazione nel mio primo saluto. Uno dei tesori più grandi di questa terra messicana ha il volto giovane, sono i suoi giovani. Sì, siete voi la ricchezza di questa terra. Attenzione: non ho detto la speranza di questa terra, ho detto: la ricchezza.

La montagna può contenere minerali preziosi che possono servire per il progresso dell’umanità: è la sua ricchezza, però quella ricchezza bisogna trasformarla in speranza con il lavoro, come fanno i minatori quando estraggono quei minerali. Voi siete la ricchezza, bisogna trasformarla in speranza. E Daniela alla fine ha posto una sfida, e ci ha dato anche la traccia, sulla speranza, ma tutti quelli che hanno parlato, quando sottolineavano le difficoltà, le situazioni, affermavano una verità molto grande, cioè che tutti possiamo vivere ma non possiamo vivere senza speranza. Sentire il domani. Non si può sentire il domani se prima uno non riesce ad avere stima di sé, se non riesce a sentire che la sua vita, le sue mani, la sua storia hanno un valore. Sentire quello che Alberto diceva: "Con le mie mani, con il mio cuore e con la mia mente posso costruire speranza; se io non sento questo, la speranza non potrà entrare nel mio cuore".

La speranza nasce quando si può sperimentare che non tutto è perduto. E per questo è necessario l’esercizio di incominciare "da casa", da sé stessi. Non tutto è perduto. Io non sono perduto. Io valgo, io valgo molto. Vi chiedo silenzio adesso; ciascuno risponda nel suo cuore: È vero che non tutto è perduto? Io sono perduto, sono perduta? Io valgo? Valgo poco? Valgo molto? La principale minaccia alla speranza sono i discorsi che ti svalutano, come se ti succhiassero il valore, e finisci come a terra – non è vero? – come avvizzito, con il cuore triste... Discorsi che ti fanno sentire di seconda classe, se non di quarta. La principale minaccia alla speranza è quando senti che a nessuno importa di te o che sei lasciato in disparte. Questa è la grande difficoltà per la speranza: quando in una famiglia o in una società o in una scuola o in un gruppo di amici ti fanno sentire che gli importa di te. E questo è duro, è doloroso, però succede – o non succede?  Sì o no? ["Si!"]. Succede! Questo uccide, questo ci annienta, e questo apre la porta a tanto dolore. Ma c’è anche un’altra importante minaccia alla speranza – alla speranza che quella ricchezza, che siete voi, cresca e dia il suo frutto – ed è farti credere che cominci a valere quando ti mascheri di vestiti, marche, dell’ultimo grido della moda, o quando diventi prestigioso, importante perché hai denaro, ma in fondo il tuo cuore non crede che tu sia degno di affetto, degno di amore, e questo il cuore lo intuisce. La speranza è imbavagliata da quello che ti fanno credere, non te la lasciano emergere. La principale minaccia è quando uno sente che i soldi gli servono per comprare tutto, compreso l’affetto degli altri. La principale minaccia è credere che perché hai una bella macchina sei felice. Ma è vero che se hai una bella macchina sei felice?

Voi siete la ricchezza del Messico, voi siete la ricchezza della Chiesa. Permettetemi di dirvi un’espressione della mia terra: "No les estoy sobando el lomo" – "Non vi sto lisciando il pelo", non vi sto adulando! E capisco che molte volte diventa difficile sentirsi la ricchezza quando ci troviamo continuamente esposti alla perdita di amici e di famigliari nelle mani del narcotraffico, delle droghe, di organizzazioni criminali che seminano il terrore. È difficile sentirsi la ricchezza di una nazione quando non si hanno opportunità di lavoro dignitoso – Alberto, lo hai detto chiaramente – , possibilità di studio e di preparazione, quando non si vedono riconosciuti i diritti e questo poi finisce per spingere a situazioni limite. È difficile sentirsi la ricchezza di un luogo quando, per il fatto che sono giovani, li si usa per scopi meschini seducendoli con promesse che alla fine nono sono reali, sono bolle di sapone. Ed è difficile sentirsi ricchi così. La ricchezza ce l’avete dentro, la speranza ce l’avete dentro, però non è facile, per tutto questo che vi sto dicendo, e che voi stessi avete detto: mancano opportunità di lavoro e di studio – l’hanno detto Roberto e Alberto. Eppure, malgrado tutto questo, non mi stanco di ripeterlo: voi siete la ricchezza del Messico.

Roberto, tu hai detto una frase che voglio conservare. Hai detto che hai perso qualcosa. E non hai detto: Ho perso il cellulare, ho perso il portafogli con i soldi, ho perso il treno perché sono arrivato tardi... Hai detto: Abbiamo perso il fascino di godere dell’incontro". Abbiamo perso il fascino di camminare insieme; abbiamo perso il fascino di sognare insieme. E perché questa ricchezza, mossa dalla speranza, vada avanti, bisogna camminare insieme, bisogna incontrarsi, bisogna sognare! Non perdete il fascino di sognare! Osate sognare! Sognare, che non è lo stesso di essere dormiglioni, questo no!

E non pensate che vi dica questo – che voi siete la ricchezza del Messico, e che questa ricchezza con la speranza va avanti – perché sono buono, o perché sono un esperto, no, cari amici, non è così. Vi dico questo, e ne sono convinto, sapete perché? Perché come voi credo in Gesù Cristo. E penso che Daniela è stata molto forte quando ci ha parlato di questo. Io credo in Gesù Cristo, e perciò vi dico questo. È Lui che rinnova continuamente in me la speranza, è Lui che rinnova continuamente il mio sguardo. È Lui che risveglia in me, in ognuno di noi il fascino di godere, il fascino di sognare, il fascino di lavorare insieme. È Lui che continuamente mi invita a convertire il cuore. Sì, amici miei, vi dico questo perché in Gesù io ho incontrato Colui che è capace di accendere il meglio di me stesso. Ed è grazie a Lui che possiamo fare strada, è grazie a Lui che ogni volta possiamo ricominciare da capo, è grazie a Lui che possiamo dire: non è vero che l’unico modo di vivere, di essere giovani è lasciare la vita nelle mani del narcotraffico o di tutti quelli che la sola cosa che stanno facendo è seminare distruzione e morte. Questo non è vero e lo diciamo grazie a Gesù. Ed è anche grazie a Gesù, a Gesù Cristo il Signore che possiamo dire che non è vero che l’unico modo di vivere per i giovani qui è la povertà e l’emarginazione; emarginazione dalle opportunità, emarginazione dagli spazi, emarginazione da formazione ed educazione, emarginazione dalla speranza. È Gesù Cristo Colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui. Sono le ambizioni altrui che vi emarginano, per usarvi in tutte quelle cose che ho detto, che sapete, e che finiscono nella distruzione. E l’unico che mi può tenere ben forte per la mano è Gesù Cristo. Egli fa sì che questa ricchezza si trasformi in speranza.

Mi avete chiesto una parola di speranza: quella che ho da dirvi, quella che è alla base di tutto, si chiama Gesù Cristo. Quando tutto sembra pesante, quando sembra che ci caschi il mondo addosso, abbracciate la sua croce, abbracciate Lui e, per favore, non staccatevi mai dalla sua mano, anche se vi sta portando avanti trascinandovi; e se una volta cadete, lasciatevi rialzare da Lui. Gli alpini hanno una canzone molto bella, che a me piace ripetere ai giovani, una canzone che cantano mentre salgono: "Nell’arte di ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto". Questa è l’arte. E chi è l’unico che ti può afferrare per la mano perché tu non rimanga caduto? Gesù Cristo, solo Lui. Gesù Cristo che, a volte, ti manda un fratello perché ti parli e ti aiuti. Non nascondere la tua mano quando sei caduto. Non dirgli: Non guardarmi che sto infangato o infangata. Non guardarmi, che ormai non c’è più rimedio. Solamente lasciati afferrare la mano, e afferra quella mano, e la ricchezza che hai dentro, sporca, infangata, data per perduta, comincerà, attraverso la speranza, a dare il suo frutto. Ma sempre con la mano stretta a quella di Gesù Cristo. Questa è la strada. Non dimenticate: "Nell’arte di ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto". Non permettetevi di rimanere caduti! Mai! D’accordo? E se vedete un amico o un’amica che ha fatto uno scivolone nella vita ed è caduto, vai e offri la tua mano; ma offrila con dignità: mettiti accanto a lui, accanto a lei, ascolta... Non dire: ti do la ricetta! Non, da amico, con calma, dagli forza con le tue parole, con il tuo ascolto: quella medicina che si sta dimenticando: l’"ascolto-terapia". Lascialo parlare, lascia che ti racconti, e allora, a poco a poco, ti allungherà la mano, e tu lo aiuterai nel nome di Gesù Cristo. Ma se vai di colpo, e cominci a fargli la predica, e dai e dai, alla fine, poveretto, lo lasci peggio di come stava... È chiaro? Non staccatevi mai dalla mano di Gesù Cristo, non allontanatevi mai da Lui. E se vi allontanate, rialzatevi e andate avanti: Lui capisce cosa sono queste cose. Perché insieme a Gesù Cristo è possibile vivere pienamente, insieme a Lui è possibile credere che vale la pena vivere; che vale la pena dare il meglio di sé, essere fermento, sale e luce tra gli amici, nel quartiere, nella comunità, nella famiglia – dopo, Rosario, parlerò un po’ di quello che tu hai detto sulla famiglia.

Per questo, cari amici, da parte di Gesù vi chiedo di non lasciarvi escludere, non lasciarvi disprezzare, non lasciarvi trattare come merce. Gesù ci ha dato un consiglio per questo, per non lasciarci escludere, per non lasciarci disprezzare, per non lasciarci trattare come una merce: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). Le due virtù insieme. Ai giovani la vivacità non manca; a volte, manca loro la prudenza, per non essere ingenui. Entrambe le cose: prudenti ma semplici, buoni. Certo, per questa strada forse non avrete la macchina ultimo modello, non avrete il portafoglio pieno di soldi, ma avrete qualcosa che nessuno potrà togliervi, cioè l’esperienza di sentirsi amati, abbracciati e accompagnati. È il fascino di godere dell’incontro, il fascino di sognare nell’incontro con tutti. È l’esperienza di sentirsi famiglia, di sentirsi comunità. È l’esperienza di poter guardare il mondo in faccia, a testa alta! Senza la macchina, senza i soldi, ma a testa alta! La dignità!

Tre parole che adesso ripetiamo: ricchezza, perché ci è stata data; speranza, perché vogliamo aprirci alla speranza; dignità. Ripetiamo: ricchezza, speranza e dignità [ripetono]. La ricchezza che Dio ha dato a voi: voi siete la ricchezza del Messico; la speranza che vi dà Gesù Cristo; la dignità che vi dà il non lasciarvi "lisciare il pelo", ed essere merce per il borsellino di altri.

Oggi il Signore continua a chiamarvi, continua a convocarvi, come fece con l’Indio Juan Diego. Vi invita a costruire un santuario. Un santuario che non è un luogo fisico, bensì una comunità, un santuario chiamato parrocchia, un santuario chiamato Nazione. La comunità, la famiglia, il sentirci cittadini è uno dei principali antidoti contro tutto ciò che ci minaccia, perché ci fa sentire parte di questa grande famiglia di Dio. Non per rifugiarci, per chiuderci, per scappare dai pericoli della vita e dalle sfide; anzi, per uscire ad invitare altri, per uscire ad annunciare a tutti che essere giovani in Messico è la più grande ricchezza e pertanto non può essere sacrificata. E perché la ricchezza è capace di avere speranza e ci dà dignità. Un’altra volta le tre parole: ricchezza, speranza e dignità. Ma quella ricchezza che Dio ci ha dato e che dobbiamo far crescere.

Gesù, Colui che ci dà la speranza, mai ci inviterebbe ad essere sicari, ma ci chiama discepoli, ci chiama amici. Gesù mai ci manderebbe a morire, ma tutto in Lui è invito alla vita. Una vita in famiglia, una vita in comunità; una famiglia e una comunità a favore della società. E qui, Rosario, riprendo quello che tu hai detto, una cosa molto bella: "Nella famiglia si impara la vicinanza". Si impara la solidarietà, si impara a condividere, a discernere, a portare avanti i problemi gli uni degli altri, a litigare e a mettersi d’accordo, a discutere e ad abbracciarsi e a baciarsi. La famiglia è la prima scuola della nazione, e nella famiglia c’è quella ricchezza che voi avete. La famiglia è quella che custodisce questa ricchezza, nella famiglia potete trovare speranza, perché c’è Gesù, e nella famiglia potete avere dignità. Mai, mai mettete da parte la famiglia! La famiglia è la pietra angolare della costruzione di una grande nazione. Voi siete ricchezza, avete speranza e sognate... – anche Rosario ha parlato di sognare – : voi sognate di avere una famiglia? ["Sì"].

Cari Fratelli, voi siete la ricchezza di questo Paese, e quando dubitate di questo, guardate Gesù Cristo, che è la speranza, Colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui.

Vi ringrazio per questo incontro, e vi chiedo di pregare per me. Grazie!

Alla fine dell’Incontro:

Vi invito a pregare insieme nostra Madre di Guadalupe, e a chiederle che ci renda consapevoli della ricchezza che Dio ci ha dato; che faccia crescere in noi, nel nostro cuore, la speranza in Gesù Cristo; e che camminiamo nella vita con dignità di cristiani.

[Recita dell’"Ave Maria" e "Benedizione"...].

E per favore non dimenticatevi di pregare per me! Grazie!

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