VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
MESSICO
,
CON SOSTA A LA HABANA,
PER L’INCONTRO CON S. S. KIRILL,
PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTA LA RUSSIA

Dal 12 al 18 Febbraio 2016: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Messico...

(12-18 FEBBRAIO 2016)

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

Venerdì 12 Febbraio         Sabato 13 Febbraio         Domenica 14 Febbraio
Lunedì 15 Febbraio         Martedì 16 Febbraio

RITAGLI   Mercoledì, 17 Febbraio 2016   DOCUMENTI

12-18 Febbraio 2016:
Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Messico...
Visita al Penitenziario Incontro con il mondo del Lavoro
Santa Messa a Ciudad Juárez Saluto finale del Santo Padre

.

TOP   VISITA AL PENITENZIARIO ("CERESO N. 3") DI CIUDAD JUÁREZ

Mercoledì, 17 febbraio 2016

Parole (a braccio) al Personale e ai Sacerdoti della Pastorale Carceraria:

Buongiorno!

Vi ringrazio per la vostra presenza qui, e vi ringrazio per tutto il bene che fate qui. Ed è un bene che non si vede.

Voi vi incontrate con molte fragilità. Per questo ho voluto portare questa immagine [Crocifisso] fatta del materiale più fragile: il cristallo è fragile, si rompe subito. Il Cristo sulla Croce è la più grande fragilità dell’umanità. Tuttavia, con questa fragilità, Lui ci salva, Lui ci aiuta, ci fa andare avanti, ci apre le porte della speranza.

Desidero che ognuno di voi, con la benedizione della Vergine e contemplando la fragilità di Cristo, che si è fatto peccato, si è fatto morte per salvarci, possa seminare semi di speranza e di risurrezione.

"Ave Maria...".

"Benedizione...".

E non dimenticate di pregare per me!

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari Fratelli e Sorelle,

sto concludendo la mia visita in Messico e non potevo partire senza venire a salutarvi, senza celebrare il Giubileo della Misericordia con voi.

Ringrazio di cuore per le parole di saluto che mi avete rivolto, in cui si manifestano tanta speranza e tante aspirazioni, come anche tanti dolori, timori e interrogativi.

Nel mio viaggio in Africa, nella città di Bangui ho potuto aprire la prima "Porta della Misericordia" per il mondo intero – di "questo" "Giubileo", perché la prima porta della misericordia l’ha aperta Dio nostro Padre con il suo Figlio Gesù. Oggi, insieme a voi e con voi, desidero riaffermare ancora una volta la fiducia alla quale Gesù ci incoraggia: la misericordia che abbraccia tutti e in tutti gli angoli della terra. Non c’è luogo dove la sua misericordia non possa giungere, non c’è spazio né persona che non essa non possa toccare.

Celebrare il "Giubileo della Misericordia" con voi è ricordare il cammino urgente che dobbiamo intraprendere per rompere i giri viziosi della violenza e della delinquenza. Già abbiamo perso diversi decenni pensando e credendo che tutto si risolve isolando, separando, incarcerando, togliendosi i problemi di torno, credendo che questi mezzi risolvano veramente i problemi. Ci siamo dimenticati di concentrarci su quella che realmente dev’essere la nostra vera preoccupazione: la vita delle persone; la loro vita, quella delle loro famiglie, quella di coloro che pure hanno sofferto a causa di questo giro vizioso della violenza.

La misericordia divina ci ricorda che le carceri sono un sintomo di come stiamo nella società, in molti casi sono un sintomo di silenzi, di omissioni provocate dalla cultura dello scarto. Sono un sintomo di una cultura che ha smesso di scommettere sulla vita; di una società che, poco a poco, è andata abbandonando i suoi figli.

La misericordia ci ricorda che il reinserimento non comincia qui, tra queste pareti, ma che comincia prima, "fuori", nelle vie della città. Il reinserimento o la riabilitazione comincia creando un sistema che potremmo chiamare di salute sociale, vale a dire, una società che cerchi di non ammalarsi inquinando le relazioni nel quartiere, nelle scuole, nelle piazze, nelle vie, nelle abitazioni, in tutto lo spettro sociale. Un sistema di salute sociale che faccia in modo di generare una cultura che sia efficace e che cerchi di prevenire quelle situazioni, quelle vie che finiscono per ferire e deteriorare il tessuto sociale.

A volte potrebbe sembrare che le carceri si propongano di mettere le persone in condizione di continuare a commettere delitti, più che a promuovere processi di reinserimento che permettano di far fronte ai problemi sociali, psicologici e famigliari che hanno portato una persona ad un determinato atteggiamento. Il problema della sicurezza non si risolve solamente incarcerando, ma è un appello a intervenire per affrontare le cause strutturali e culturali dell’insicurezza che colpiscono l’intero tessuto sociale.

La preoccupazione di Gesù per gli affamati, gli assetati, i senza tetto o i detenuti (Mt 25,34-40) intendeva esprimere le viscere di misericordia del Padre, ed essa diventa un imperativo morale per tutta la società che desidera disporre delle condizioni necessarie per una migliore convivenza. Nella capacità di una società di includere i suoi poveri, i suoi malati o i suoi detenuti risiede la possibilità per essi di poter sanare le loro ferite ed essere costruttori di una buona convivenza. Il reinserimento sociale inizia con la frequenza alla scuola di tutti i nostri figli e con un lavoro degno per le loro famiglie, creando spazi pubblici per il tempo libero e la ricreazione, abilitando le istanze di partecipazione civica, i servizi sanitari, l’accesso ai servizi basici, per nominare solamente alcune misure. Qui cominciano tutti i processi di reinserimento.

Celebrare il "Giubileo della Misericordia" con voi significa imparare a non rimanere prigionieri del passato, di ieri. È imparare ad aprire la porta al futuro, al domani: è credere che le cose possano essere differenti. Celebrare il "Giubileo della Misericordia" con voi è invitarvi ad alzare la testa e a lavorare per ottenere tale desiderato spazio di libertà. Celebrare il "Giubileo della Misericordia" con voi è ripetere quella frase che abbiamo ascoltato poco fa, e che è stata detta con tanta forza: "Quando hanno dato la mia sentenza, qualcuno mi sono detto: Non ti domandare "per che motivo" sei qui, ma "per quale scopo". E questo "per quale scopo" ci porti avanti; e questo "per quale scopo" ci faccia superare gli inganni sociali che credono che la sicurezza e l’ordine si raggiungono solamente incarcerando.

Sappiamo che non si può tornare indietro, sappiamo che quel che è fatto è fatto; perciò ho voluto celebrare con voi il "Giubileo della Misericordia", perché sia chiaro che questo non significa che non ci sia una possibilità di scrivere una nuova storia, una nuova storia d’ora in avanti – "per quale scopo" – . Voi soffrite il dolore della caduta – magari tutti noi soffrissimo del dolore della cadute nascoste e occulte! – ; sentite il pentimento per i vostri atti e so che in tanti casi, in mezzo a grandi limitazioni, cercate di ricostruire questa vita a partire dalla solitudine. Avete conosciuto la forza del dolore e del peccato; non dimenticatevi che avete a disposizione anche la forza della risurrezione, la forza della misericordia divina che fa nuove tutte le cose. Ora vi può toccare la parte più dura, più difficile, però, perché possa essere quella che generi un più grande frutto, impegnatevi fin da qui dentro a capovolgere le situazioni che generano ulteriore esclusione. Parlate con i vostri cari, raccontate loro la vostra esperienza, aiutate a frenare il giro vizioso della violenza e dell’esclusione. Chi ha sofferto profondamente il dolore e, potremmo dire, "ha sperimentato l’inferno" può diventare un profeta nella società. Lavorate perché questa società che usa e getta la gente non continui a mietere vittime.

Nel dirvi queste cose, mi sono ricordato di quando Gesù ha detto: "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra" (cfr. Gv 8,7). E io me ne dovrei andare... Nel dirvi queste cose, non lo faccio come chi lo fa dalla cattedra, con il dito alzato, lo faccio sulla base dell’esperienza delle mie stesse ferite, degli errori, dei peccati, che il Signore ha voluto perdonare e rieducare. Lo faccio sulla base della coscienza che senza la sua grazia e la mia vigilanza potrei tornare a ripeterli. Fratelli, mi chiedo sempre, entrando in un carcere: "Perché loro e non io?". E questo è un mistero della misericordia divina. Ma questa misericordia divina oggi la stiamo celebrando tutti quanti, guardando avanti nella speranza.

Vorrei anche incoraggiare il personale che lavora in questo Centro o in altri simili: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutti quelli che prestano qualche tipo di assistenza in questo Centro. E ringrazio per lo sforzo dei Cappellani, delle persone consacrate, dei laici che si dedicano a mantenere viva la speranza del Vangelo della Misericordia nella prigione, i pastori, tutti coloro che si avvicinano per darvi la Parola di Dio. Tutti voi non dimenticatelo, potete essere segni delle viscere del Padre. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ci diceva la nostra sorella, ricordando la "Lettera agli Ebrei": "Sentitevi incarcerati con loro".

Prima di darvi la benedizione mi piacerebbe che pregassimo un momento in silenzio, tutti insieme. Ciascuno di voi sa quello che dirà al Signore, ciascuno sa di che cosa chiedere perdono. Ma vi chiedo anche che in questa preghiera in silenzio, possiamo allargare il cuore per poter perdonare la società che non ha saputo aiutarci e che tante volte ci ha spinto a commettere errori. Che ciascuno chieda a Dio, dall’intimità del cuore, che ci aiuti a credere nella Sua misericordia. Preghiamo in silenzio.

E apriamo il nostro cuore per ricevere la benedizione del Signore.

Il Signore vi benedica e vi protegga. Vi faccia vedere il suo volto e vi mostri la sua grazia. Scopra il suo volto e vi conceda la pace. Amen!

E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

.

TOP   INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Colegio de Bachilleres dello Stato di Chihuahua, Ciudad Juárez
Mercoledì, 17 febbraio 2016

Cari Fratelli e Sorelle,

ho voluto incontrarvi qui in questa terra di Juárez, per il rapporto speciale che questa città ha con il mondo del lavoro. Vi ringrazio non solo per il saluto di benvenuto e per le vostre testimonianze, che hanno rivelato le ansie, le gioie e le speranze che sperimentate nella vostra vita, ma vorrei anche ringraziarvi per questa opportunità di confronto e di riflessione. Tutto quello che possiamo fare per dialogare, per incontrarci, per trovare migliori alternative e opportunità è già una conquista che merita stima e risalto. Ci sono due parole che voglio sottolineare: "dialogo" e "incontro". Non stancarsi di dialogare. Le guerre si generano, poco a poco, per il mutismo e per la mancanza di incontro. Ovviamente non è sufficiente dialogare e incontrarsi, ma oggi non possiamo permetterci il lusso di tagliare qualsiasi possibilità di incontro, qualsiasi possibilità di discussione, di confronto, di ricerca. È l’unico modo che abbiamo per poter costruire il domani, per tessere relazioni durature in grado di generare quell’assetto necessario che, poco a poco, ricostruirà i legami sociali logorati dalla mancanza di comunicazione, logorati dalla mancanza di rispetto minimo richiesto da una sana convivenza. Grazie, e che questa istanza serva per costruire futuro, sia una buona opportunità per dare forma al Messico che il suo popolo e i suoi figli meritano.

Vorrei soffermarmi su quest’ultimo aspetto. Oggi qui ci sono diverse organizzazioni di lavoratori e rappresentanti di camere e associazioni imprenditoriali. A prima vista potrebbero essere considerati come antagonisti, ma condividono la stessa responsabilità: cercare di creare opportunità di lavoro dignitoso e veramente utile alla società e soprattutto ai giovani di questa terra. Uno dei più grandi flagelli a cui sono esposti i giovani è la mancanza di opportunità di istruzione e lavoro sostenibile e redditizio che permetta loro di fare progetti; e questo genera in molti casi – tanti casi – situazioni di povertà, di emarginazione. E questa povertà e questa emarginazione sono il terreno più favorevole per cadere nella spirale del narcotraffico e della violenza. È un lusso che oggi non ci possiamo permettere; non può essere lasciato solo e abbandonato il presente e il futuro del Messico. E per questo: dialogo, confronto, fonti di lavoro che creino questo cammino costruttivo.

Purtroppo, il tempo in cui viviamo ha imposto il paradigma dell’utilità economica come principio delle relazioni personali. La mentalità dominante – dappertutto – propugna la maggior quantità possibile di profitti, a qualunque costo e in modo  immediato. Non solo provoca la perdita della dimensione etica delle imprese, ma dimentica che il miglior investimento che si può fare è quello di investire sulla gente, sulle persone, sulle famiglie. Il miglior investimento è quello di creare opportunità. La mentalità dominante pone il flusso di persone al servizio dei flussi di capitale provocando in molti casi lo sfruttamento dei dipendenti come oggetti da usare e gettare e scartare (cfr. Enciclica "Laudato si’", 123). Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni, e noi dobbiamo fare tutto il possibile perché queste situazioni non si verifichino più. Il flusso di capitale non può determinare il flusso e la vita delle persone. Per questo mi è piaciuto questo desiderio che è stato espresso di dialogo e di confronto.

Non sono pochi i casi in cui, di fronte alle proposte della Dottrina Sociale della Chiesa, la si mette in discussione dicendo: "Questi pretendono che siamo organizzazioni di beneficenza o che trasformiamo le nostre aziende in istituzioni filantropiche". L’abbiamo sentita questa critica.  L’unica pretesa che ha la Dottrina Sociale della Chiesa è quella di porre attenzione all’integrità delle persone e delle strutture sociali. Ogni volta che, per vari motivi, questa è minacciata, o ridotta a un bene di consumo, la Dottrina Sociale della Chiesa sarà una voce profetica che aiuterà tutti a non perdersi nel mare seducente dell’ambizione. Ogniqualvolta l’integrità di una persona viene violata, l’intera società in qualche modo, comincia a deteriorarsi. E questo che dice la Dottrina Sociale della Chiesa non è contro nessuno, ma a vantaggio di tutti. Ogni settore ha l’obbligo di preoccuparsi del bene di tutti; siamo tutti sulla stessa barca. Tutti noi dobbiamo lottare per far sì che il lavoro sia un’istanza di umanizzazione e di futuro; sia uno spazio per costruire società e cittadinanza. Questo atteggiamento non solo crea un immediato miglioramento, ma alla fine si trasforma in una cultura in grado di promuovere spazi degni per tutti. Questa cultura, nata spesso da tensioni, sta generando un nuovo stile di relazioni, un nuovo stile di Nazione.

Che mondo vogliamo lasciare ai nostri figli? Credo che su questo la grande maggioranza possiamo concordare. È proprio questo il nostro orizzonte, questo è il nostro obiettivo, e per questo oggi dobbiamo unirci e lavorare. È sempre bene pensare che cosa mi piacerebbe lasciare ai miei figli; ed è anche un buon modo per pensare ai figli degli altri. Che cosa vuole lasciare il Messico ai suoi figli? Vuole lasciare un ricordo di sfruttamento, di salari inadeguati, di molestie sul lavoro, o di traffico di lavoro schiavo? O vuole lasciare la cultura della memoria del lavoro dignitoso, di un tetto decoroso e della terra per lavorare? Le tre "t": lavoro, tetto e terra. In che cultura vogliamo vedere la nascita di quelli che ci seguiranno? Che atmosfera respireranno? Un’aria viziata dalla corruzione, dalla violenza, dall’insicurezza e dalla sfiducia o, al contrario, un’aria in grado di generare – è la "parole-chiave" – alternative, generare  rinnovamento e cambiamento? Generare è essere "co-creatori" con Dio. Chiaramente, questo costa, costa.

So che il progetto non è facile, ma so che è peggio lasciare il futuro nelle mani della corruzione, della brutalità, della mancanza di equità. So che tante volte non è facile portare tutte le parti ad una trattativa, ma so che è peggio e si finisce per fare più danni con la mancanza di trattative e la mancanza di valutazione. Mi diceva un anziano dirigente operaio, onestissimo, che è morto con quello che guadagnava, mai si è approfittato: "Ogni volta che dovevamo sederci a un tavolo di negoziati, io sapevo che dovevo perdere qualcosa, affinché tutti vincessimo". Bella la filosofia di questo uomo di lavoro! Quando si negozia, sempre si perde qualcosa: ma vincono tutti! So che non è facile  poter andar d’accordo in un mondo sempre più competitivo, ma è peggio lasciare che il mondo competitivo determini il destino dei popoli. Schiavi. Il guadagno e il capitale non sono beni al di sopra dell’uomo, ma sono al servizio del bene comune. E quando il bene comune è piegato al servizio del profitto e il capitale è l’unico guadagno possibile, questo ha un nome: si chiama esclusione.  E così si va consolidando la cultura dello scarto: "Scartato!", "Escluso!".

Ho iniziato ringraziandovi per l’opportunità di stare insieme.  Ieri un giovane nello stadio di Morelia, che ha dato la sua testimonianza, ha detto: "Questo mondo ci fa perdere la capacità di sognare". Ed è vero! A volte ci fa perdere la capacità di sognare, la capacità della gratuità... Quando un bambino o una bambina vede il papà e/o la mamma solamente nel fine settimana, perché vanno a lavorare prima che si svegli e tornano che già sta dormendo, questa è cultura dello scarto. Voglio invitarvi a sognare, a sognare un Messico in cui un papà abbia il tempo per giocare con i propri figli, in cui la mamma abbia il tempo per giocare con i propri figli. E questo lo si può conquistare dialogando, confrontandosi, negoziando, perdendo affinché guadagnino tutti! Vi invito a sognare il Messico che i vostri figli meritano; un Messico dove non ci siano persone di prima, seconda o quarta categoria, ma un Messico che sappia riconoscere nell’altro la dignità di figlio di Dio. E che la "Guadalupana", che si è manifestata a Juan Diego, e ha rivelato che quelli apparentemente messi da parte erano i suoi testimoni privilegiati, vi aiuti  tutti – qualunque professione abbiate, qualunque lavoro abbiate, tutti! – in questo compito di dialogo, confronto e incontro. Grazie!

.

TOP   SANTA MESSA A CIUDAD JUÁREZ

OMELIA DEL SANTO PADRE

Area Fieristica di Ciudad Juárez
Mercoledì, 17 febbraio 2016

La gloria di Dio è la vita dell’uomo: così diceva Sant’Ireneo nel II secolo, espressione che continua a risuonare nel cuore della Chiesa. La gloria del Padre è la vita dei suoi figli. Non c’è gloria più grande per un padre che vedere la realizzazione dei suoi; non c’è soddisfazione maggiore che vederli andare avanti, vederli crescere e svilupparsi. Lo attesta la prima Lettura che abbiamo ascoltato. Ninive: una grande città che si stava autodistruggendo, frutto dell’oppressione e della degradazione, della violenza e dell’ingiustizia. La grande capitale aveva i giorni contati, poiché non era sostenibile la violenza generata in sé stessa. E lì entra in scena il Signore muovendo il cuore di Giona, entra in scena il Padre invitando e inviando il suo messaggero. Giona viene chiamato per ricevere una missione. Va’, gli dice, perché «ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,4). Va’, aiutali a comprendere che con questo modo di comportarsi, di regolarsi, di organizzarsi stanno generando solo morte e distruzione, sofferenza e oppressione. Fa’ vedere loro che non c’è vita per nessuno, né per il re né per il suddito, né per i campi né per il bestiame. Va’ e annuncia che si sono talmente abituati al degrado che hanno perso la sensibilità di fronte al dolore. Va’ e di’ loro che l’ingiustizia ha preso possesso del loro sguardo. Per questo Giona parte! Dio lo invia a mettere in luce ciò che stava succedendo, lo invia a risvegliare un popolo ubriaco di sé stesso.

E in questo testo, ci troviamo di fronte al mistero della misericordia divina. La misericordia scaccia sempre la malvagità, prendendo molto sul serio l’essere umano. Fa sempre appello alla bontà di ogni persona, anche se è addormentata, anestetizzata. Lungi dall’annientare, come molte volte pretendiamo o vogliamo fare noi, la misericordia si avvicina ad ogni situazione per trasformarla dall’interno. Questo è propriamente il mistero della misericordia divina. Si avvicina e invita alla conversione, invita al pentimento; invita a vedere il danno che a tutti i livelli si sta causando. La misericordia entra sempre nel male per trasformarlo. Mistero di Dio nostro Padre: manda il suo Figlio, che entra nel male, si fa peccato per trasformare il male. Questa è la sua misericordia.

Il re ascoltò, gli abitanti della città reagirono e si decretò il pentimento. La misericordia di Dio entrò nel cuore rivelando e manifestando ciò che è la nostra certezza e la nostra speranza: c’è sempre la possibilità di cambiare, siamo in tempo per reagire e trasformare, modificare e cambiare, convertire quello che ci sta distruggendo come popolo, che ci sta degradando come umanità. La misericordia ci incoraggia a guardare il presente e avere fiducia in ciò che di sano e di buono è nascosto in ogni cuore. La misericordia di Dio è nostro scudo e nostra fortezza.

Giona aiutò a vedere, aiuta a prendere coscienza. Subito dopo, la sua chiamata trova uomini e donne capaci di pentirsi, capaci di piangere. Piangere per l’ingiustizia, piangere per il degrado, piangere per l’oppressione. Sono le lacrime che possono aprire la strada alla trasformazione; sono le lacrime che possono ammorbidire il cuore, sono le lacrime che possono purificare lo sguardo e aiutare a vedere la spirale di peccato in cui molte volte si sta immersi. Sono le lacrime che riescono a sensibilizzare lo sguardo e l’atteggiamento indurito e specialmente addormentato davanti alla sofferenza degli altri. Sono le lacrime che possono generare una rottura capace di aprirci alla conversione. Così accadde a Pietro dopo aver rinnegato Gesù: pianse, e le lacrime gli aprirono il cuore.

Questa parola risuoni con forza oggi in mezzo a noi; questa parola è la voce che grida nel deserto e ci invita alla conversione. In questo anno della misericordia, voglio con voi, in questo luogo implorare la misericordia divina, voglio chiedere con voi il dono delle lacrime, il dono della conversione.

Qui a Ciudad Juárez, come in altre zone di frontiera, si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale e di altri Paesi, senza dimenticare tanti messicani che pure cercano di passare "dall’altra parte". Un passaggio, un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti ad estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del traffico umano, della tratta di persone.

Non possiamo negare la crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, sia in treno, sia in autostrada, sia anche a piedi attraversando centinaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali. Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, al giorno d’oggi è un fenomeno globale. Questa crisi, che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato. A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà, ma devono anche patire tutte queste forme di violenza. Ingiustizia che si radicalizza nei giovani: loro, come carne da macello, sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe. E che dire di tante donne alle quali hanno strappato ingiustamente la vita?

Chiediamo al nostro Dio il dono della conversione, il dono delle lacrime; chiediamogli che possiamo avere il cuore aperto come i Niniviti al suo appello nel volto sofferente di tanti uomini e donne. Mai più morte e sfruttamento! C’è sempre tempo per cambiare, c’è sempre una via d’uscita e c’è sempre un’opportunità, c’è sempre tempo per implorare la misericordia del Padre.

Come accadde al tempo di Giona, anche oggi scommettiamo sulla conversione; ci sono segni che diventano luce nel cammino e annuncio di salvezza. So del lavoro di tante organizzazioni della società civile in favore dei diritti dei migranti. So anche del lavoro impegnato di tante sorelle religiose, di religiosi e sacerdoti, di laici che si spendono nell’accompagnamento e nella difesa della vita. Danno aiuto in prima linea rischiando molte volte la propria. Con la loro vita sono profeti di misericordia, sono il cuore comprensivo e i piedi accompagnatori della Chiesa che apre le sue braccia e sostiene.

È tempo di conversione, è tempo di salvezza, è tempo di misericordia. Perciò diciamo, insieme con la sofferenza di tanti volti: "per la tua immensa compassione e misericordia, Signore, abbi pietà di noi... Purificaci dai nostri peccati e crea in noi un cuore puro, uno spirito nuovo" (cfr. Sal 50/51,3.4.12).

E in questo momento desidero anche salutare da qui i nostri cari fratelli e sorelle che ci accompagnano simultaneamente dall’altra parte della frontiera. Specialmente quelli che si sono radunati nello Stadio dell’Università di "El Paso", conosciuto come il "Sun Bowl", sotto la guida del loro Vescovo, Mons. Mark Seitz. Grazie all’aiuto della tecnologia, possiamo pregare, cantare e celebrare insieme l’amore misericordioso che il Signore ci dà, e che nessuna frontiera potrà impedirci di condividere. Grazie, Fratelli e Sorelle di "El Paso", perché ci fate sentire una sola famiglia e una stessa comunità cristiana!

.

TOP   SALUTO DI PAPA FRANCESCO
AL TERMINE DELLA SANTA MESSA A CIUDAD JUÁREZ

Area Fieristica di Ciudad Juárez
Mercoledì, 17 febbraio 2016

Caro Fratello Vescovo di Ciudad Juárez,
José Guadalupe Torres Campos,
Cari Fratelli nell’Episcopato,
Autorità,
Signore e Signori,
Cari Amici!

Tante grazie, Eccellenza, per le sue sentite parole. È il momento di ringraziare Nostro Signore per avermi permesso questa visita in Messico, visita che sempre sorprende, il Messico è una sorpresa!

Non vorrei partire senza ringraziare per lo sforzo di quanti hanno reso possibile questo pellegrinaggio. Ringrazio tutte le Autorità federali e locali, l’interessamento e il sollecito aiuto con cui hanno contribuito al buon svolgimento di questo evento. Al tempo stesso vorrei ringraziare di cuore coloro che hanno collaborato in diversi modi a questa visita pastorale. A tanti servitori anonimi che nel silenzio hanno dato il meglio di sé perché questi giorni fossero una festa di famiglia: grazie! Mi sono sentito accolto, ricevuto dall’affetto, la festa, la speranza di questa grande famiglia messicana: grazie di avermi aperto le porte della vostra vita, della vostra Nazione.

Lo scrittore messicano Octavio Paz dice nella sua poesia "Fraternità"...

«Sono uomo: duro poco ed enorme è la notte.
Ma guardo in alto: le stelle scrivono.
Senza capire comprendo: anch’io sono scrittura
e in questo stesso istante qualcuno mi sta decifrando»
("Un sol más vivo. Antología poética", México 2014, pag. 268).

Usando queste belle parole, oso suggerire che quello che ci decifra e ci traccia la via è la presenza misteriosa ma reale di Dio nella carne concreta di tutte le persone, specialmente delle più povere e bisognose del Messico. La notte ci può sembrare enorme e molto oscura, ma in questi giorni ho potuto constatare che in questo popolo esistono tante luci che annunciano speranza; ho potuto vedere in molte delle vostre testimonianze, nei vostri volti, la presenza di Dio che continua a camminare in questa terra guidandovi e sostenendo la speranza; molti uomini e donne, con il loro sforzo di ogni giorno, rendono possibile che questa società messicana non rimanga al buio. Molti uomini e donne lungo le strade, mentre passavo, alzavano i loro figli, me li mostravano: sono il futuro del Messico, abbiamone cura, amiamoli! Quei bambini sono profeti del domani, sono segno di un’alba nuova. E vi assicuro che là, in qualche momento, mi veniva quasi da piangere al vedere tanta speranza in un popolo tanto sofferente.

Che Maria, la Madre di Guadalupe, continui a visitarvi, continui a camminare per queste terre – il Messico non si capisce senza di Lei – , continui ad aiutarvi ad essere missionari e testimoni di misericordia e di riconciliazione.

Di nuovo, tante grazie per questa così calda ospitalità messicana!

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana