VIAGGIO APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ
FRANCESCO
IN POLONIA,
IN OCCASIONE DELLA
"XXXI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ"

Dal 27 al 31 Luglio 2016: XXXI Giornata Mondiale della Gioventù, a Cracovia, in Polonia...

(27-31 LUGLIO 2016)

Giovedì 28 Luglio         Venerdì 29 Luglio         Sabato 30 Luglio         Domenica 31 Luglio

RITAGLI   Mercoledì, 27 Luglio 2016   DOCUMENTI

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

27-31 Luglio 2016: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Polonia...
Incontro con il Corpo Diplomatico Incontro con i Vescovi Polacchi
Dialogo con i Giovani Italiani Dalla finestra dell'Arcivescovado di Cracovia

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TOP   INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE
E CON IL
CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cracovia, Cortile d'Onore del Wawel
Mercoledì, 27 luglio 2016

Signor Presidente,
Distinte Autorità,
Distinti Membri del Corpo Diplomatico,
Magnifici Rettori,
Signore e Signori!

Saluto con deferenza il Signor Presidente e lo ringrazio per la generosa accoglienza e per le cortesi parole. Sono lieto di salutare i distinti membri del Governo e del Parlamento, i Rettori universitari, le Autorità regionali e cittadine, come pure i membri del Corpo Diplomatico e le altre Autorità presenti. È la prima volta che visito l’Europa "Centro-Orientale" e sono lieto di iniziare dalla Polonia, che ha avuto fra i suoi figli l’indimenticabile San Giovanni Paolo II, ideatore e promotore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Egli amava parlare dell’Europa che respira con i suoi due polmoni: il sogno di un nuovo umanesimo europeo è animato dal respiro creativo e armonico di questi due polmoni e dalla comune civiltà che trova nel cristianesimo le sue radici più solide.

La memoria contraddistingue il popolo polacco. Mi ha sempre impressionato il vivo senso della storia di Papa Giovanni Paolo II. Quando parlava dei popoli, egli partiva dalla loro storia per farne risaltare i tesori di umanità e spiritualità. La coscienza dell’identità, libera da complessi di superiorità, è indispensabile per organizzare una comunità nazionale sulla base del suo patrimonio umano, sociale, politico, economico e religioso, per ispirare la società e la cultura, mantenendole fedeli alla tradizione e al tempo stesso aperte al rinnovamento e al futuro. In questa prospettiva avete da poco celebrato il 1050° Anniversario del Battesimo della Polonia. È stato certamente un forte momento di unità nazionale, che ha confermato come la concordia, pur nella diversità delle opinioni, sia la strada sicura per raggiungere il bene comune dell’intero popolo polacco.

Anche la proficua cooperazione nell’ambito internazionale e la reciproca considerazione maturano mediante la coscienza e il rispetto dell’identità propria e altrui. Non può esistere dialogo se ciascuno non parte dalla propria identità. Nella vita quotidiana di ogni individuo, come di ogni società, vi sono però due tipi di memoria: buona e cattiva, positiva e negativa. La memoria buona è quella che la Bibbia ci mostra nel "Magnificat", il cantico di Maria, che loda il Signore e la sua opera di salvezza. La memoria negativa è invece quella che tiene lo sguardo della mente e del cuore ossessivamente fissato sul male, anzitutto su quello commesso dagli altri. Guardando alla vostra storia recente, ringrazio Dio perché avete saputo far prevalere la memoria buona: ad esempio, celebrando i cinquant’anni del perdono reciprocamente offerto e ricevuto tra gli episcopati polacco e tedesco, dopo la seconda guerra mondiale. L’iniziativa, che ha coinvolto inizialmente le comunità ecclesiali, ha innescato anche un processo sociale, politico, culturale e religioso irreversibile, cambiando la storia dei rapporti tra i due popoli. A questo proposito, ricordiamo anche la Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica di Polonia e quella ortodossa di Mosca: un atto che ha avviato un processo di avvicinamento e fraternità non solo tra le due Chiese, ma anche tra i due popoli.

Così la nobile nazione polacca mostra come si può far crescere la memoria buona e lasciar cadere quella cattiva. Per questo si richiede una salda speranza e fiducia in Colui che guida i destini dei popoli, apre porte chiuse, trasforma le difficoltà in opportunità e crea nuovi scenari laddove sembrava impossibile. Lo testimonia proprio la vicenda storica della Polonia: dopo le tempeste e le oscurità, il vostro popolo, ristabilito nella sua dignità, ha potuto cantare, come gli ebrei al ritorno da Babilonia: «Ci sembrava di sognare. [...] La nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia» (Sal 126,1-2). La consapevolezza del cammino compiuto e la gioia per i traguardi raggiunti danno forza e serenità per affrontare le sfide del momento, che richiedono il coraggio della verità e un costante impegno etico, affinché i processi decisionali e operativi come pure le relazioni umane siano sempre rispettosi della dignità della persona. Ogni attività ne è coinvolta: anche l’economia, il rapporto con l’ambiente e il modo stesso di gestire il complesso fenomeno migratorio.

Quest’ultimo richiede un supplemento di saggezza e di misericordia, per superare le paure e realizzare il maggior bene. Occorre individuare le cause dell’emigrazione dalla Polonia, facilitando quanti vogliono ritornare. Al tempo stesso, occorre la disponibilità ad accogliere quanti fuggono dalle guerre e dalla fame; la solidarietà verso coloro che sono privati dei loro fondamentali diritti, tra i quali quello di professare in libertà e sicurezza la propria fede. Nello stesso tempo vanno sollecitate collaborazioni e sinergie a livello internazionale al fine di trovare soluzioni ai conflitti e alle guerre, che costringono tante persone a lasciare le loro case e la loro patria. Si tratta così di fare il possibile per alleviare le loro sofferenze, senza stancarsi di operare con intelligenza e continuità per la giustizia e la pace, testimoniando nei fatti i valori umani e cristiani.

Alla luce della sua millenaria storia, invito la Nazione polacca a guardare con speranza al futuro e alle questioni che deve affrontare. Tale atteggiamento favorisce un clima di rispetto tra tutte le componenti della società e un confronto costruttivo tra le diverse posizioni; inoltre, crea le condizioni migliori per una crescita civile, economica e persino demografica, alimentando la fiducia di offrire una vita buona ai propri figli. Essi infatti non dovranno soltanto affrontare problemi, ma godranno le bellezze del creato, il bene che sapremo compiere e diffondere, la speranza che sapremo donare loro. Le stesse politiche sociali a favore della famiglia, primo e fondamentale nucleo della società, per sovvenire quelle più deboli e povere e sostenerle nell’accoglienza responsabile della vita, saranno in questo modo ancora più efficaci. La vita va sempre accolta e tutelata – entrambe le cose insieme: accolta e tutelata – dal concepimento alla morte naturale, e tutti siamo chiamati a rispettarla e ad averne cura. D’altra parte, allo Stato, alla Chiesa e alla società compete di accompagnare e aiutare concretamente chiunque si trovi in situazioni di grave difficoltà, affinché un figlio non venga mai sentito come un peso ma come un dono, e le persone più fragili e povere non siano abbandonate.

Signor Presidente,

la Nazione polacca può contare, come è stato in tutto il suo lungo percorso storico, sulla collaborazione della Chiesa cattolica, perché, alla luce dei principi cristiani che la ispirano e che hanno forgiato la storia e l’identità della Polonia, sappia, nelle mutate condizioni storiche, progredire nel suo cammino, fedele alle sue migliori tradizioni e ricolma di fiducia e di speranza, anche nei momenti difficili.

Nel rinnovare l’espressione della mia gratitudine, auguro a Lei e a ciascuno dei presenti un sereno e proficuo servizio al bene comune.

La Madonna di Częstochowa benedica e protegga la Polonia!

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TOP   INCONTRO CON I VESCOVI POLACCHI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di Cracovia
Mercoledì, 27 luglio 2016

Papa Francesco:

Prima di incominciare il dialogo, con le domande che voi avete preparato, vorrei compiere un’opera di misericordia con tutti voi e suggerirne un’altra. So che in questi giorni, con la Giornata della gioventù, tanti di voi sono stati indaffarati e non hanno potuto andare alle esequie del caro Mons. Zimowski. È un’opera di carità seppellire i morti, e vorrei che tutti insieme, adesso, facessimo una preghiera per Mons. Zygmund Zimowski e che questa sia una vera manifestazione di carità fraterna, seppellire un fratello che è morto. "Pater noster…". "Ave, Maria…". "Gloria Patri…". "Requiem aeternam…".

E poi, l’altra opera di misericordia che vorrei suggerire. Io so che voi siete preoccupati per questo: il nostro caro Cardinale Macharski che è tanto malato... Almeno avvicinarsi, perché credo che non si potrà entrare dove lui si trova, privo di conoscenza, ma almeno avvicinarsi alla clinica, all’ospedale, e toccare il muro come dicendo: "Fratello, ti sono vicino". Visitare gli ammalati è un’altra opera di misericordia. Anch’io ci andrò. Grazie!

E adesso, qualcuno di voi ha preparato le domande, almeno le hanno fatte arrivare. Sono a disposizione.

S. E. Mons. Marek Jędraszewski (Arcivescovo di Łodź):

Santo Padre, sembra che i fedeli della Chiesa cattolica e in genere tutti i cristiani nell’Europa Occidentale vengano a trovarsi sempre più in minoranza nell’ambito di una cultura contemporanea "ateo-liberale". In Polonia assistiamo a un confronto profondo, a una lotta enorme tra fede in Dio da una parte, e dall’altra un pensiero e degli stili di vita come se Dio non esistesse. Secondo Lei, Santo Padre, che tipo di azioni pastorali dovrebbe intraprendere la Chiesa cattolica nel nostro Paese, affinché il popolo polacco resti fedele alla sua ormai più che millenaria tradizione cristiana? Grazie!

Papa Francesco:

Eccellenza, Lei è vescovo di…?

S. E. Mons. Marek Jędraszewski:

Di Łodź, dove è incominciato il cammino di Santa Faustina; perché proprio lì ha sentito la voce di Cristo per andare a Varsavia e farsi monaca, proprio a Łodź. La storia della sua vita è cominciata nella mia città.

Papa Francesco:

Lei è un privilegiato!

È vero, la scristianizzazione, la secolarizzazione del mondo moderno è forte. È molto forte. Ma qualcuno dice: Sì, è forte ma si vedono fenomeni di religiosità, come se il senso religioso si svegliasse. E questo può essere anche un pericolo. Credo che noi, in questo mondo così secolarizzato, abbiamo anche l’altro pericolo, della spiritualizzazione gnostica: questa secolarizzazione ci dà la possibilità di far crescere una vita spirituale un po’ gnostica. Ricordiamo che è stata la prima eresia della Chiesa: l’Apostolo Giovanni bastona gli gnostici – e come, con che forza! – , dove c’è una spiritualità soggettiva, senza Cristo. Il problema più grave, per me, di questa secolarizzazione è la scristianizzazione: togliere Cristo, togliere il Figlio. Io prego, sento... E niente più! Questo è gnosticismo. C’è un’altra eresia che è pure di moda, in questo momento, ma la lascio da parte perché la sua domanda, Eccellenza, va in questa direzione. C’è anche un "pelagianesimo", ma questa lasciamola da parte, per parlarne in un altro momento. Trovare Dio senza Cristo: un Dio senza Cristo, un popolo senza Chiesa. Perché? Perché la Chiesa è la Madre, quella che ti dà la vita, e Cristo è il Fratello maggiore, il Figlio del Padre, che fa riferimento al Padre, che è quello che ti rivela il nome del Padre. Una Chiesa orfana: lo gnosticismo di oggi, poiché è proprio una scristianizzazione, senza Cristo, ci porta a una Chiesa, diciamo meglio, a dei cristiani, a un popolo orfano. E noi dobbiamo far sentire questo al nostro popolo.

Che cosa consiglierei io? Mi viene in mente – ma credo che sia la pratica del Vangelo, dove c’è proprio l’insegnamento del Signore – "la vicinanza". Oggi noi, servitori del Signore – vescovi, sacerdoti, consacrati, laici convinti – , dobbiamo essere vicini al popolo di Dio. Senza vicinanza c’è soltanto parola senza carne. Pensiamo – a me piace pensare questo – ai due pilastri del Vangelo. Quali sono i due pilastri del Vangelo? Le Beatitudini, e poi "Matteo 25", il "protocollo" con il quale tutti noi saremo giudicati. Concretezza. Vicinanza. Toccare. Le opere di misericordia, sia corporali, sia spirituali. "Ma Lei dice queste cose perché è di moda parlare della misericordia quest’anno...". No, è il Vangelo! Il Vangelo, opere di misericordia. C’è quell’eretico o miscredente samaritano che si commuove e fa quello che deve fare, e rischia anche i soldi! Toccare. C’è Gesù che era sempre fra la gente o con il Padre. O in preghiera, da solo con il Padre, o fra la gente, lì, con i discepoli. Vicinanza. Toccare. È la vita di Gesù... Quando Lui si è commosso, alle porte dalla città di Nain (cfr. Lc 7,11-17), si è commosso, è andato e ha toccato la bara dicendo: "Non piangere...". Vicinanza. E la vicinanza è toccare la carne sofferente di Cristo. E la Chiesa, la gloria della Chiesa, sono i martiri, certamente, ma sono anche tanti uomini e donne che hanno lasciato tutto e hanno passato la loro vita negli ospedali, nelle scuole, con i bambini, con i malati... Ricordo, in Centrafrica, una "Suorina", aveva ottantatre/ottantaquattro anni, magra, brava, con una bambina... È venuta a salutarmi: "Io non sono di qua, sono dell’altra parte del fiume, del Congo, ma ogni volta, una volta alla settimana, vengo qui a fare le spese perché sono più convenienti". Mi ha detto l’età: "ottantatre/ottantaquattro anni". "Da ventitre anni sono qui: sono infermiera ostetrica, ho fatto nascere due/tre mila bambini..." – "Ah... E viene qui da sola?" – "Sì, sì, prendiamo la canoa...". A ottantatre anni! Con la canoa faceva un’oretta e arrivava. Questa donna – e tante come lei – hanno lasciato il loro Paese – è italiana, bresciana – hanno lasciato il loro Paese per toccare la carne di Cristo. Se noi andiamo in questi Paesi di missione, nell’Amazzonia, in America Latina, nei cimiteri troviamo le tombe dei tanti uomini e donne religiosi morti giovani, perché per le malattie di quella terra loro non avevano gli anticorpi, e morivano giovani. Le opere di misericordia: toccare, insegnare, consolare, "perdere il tempo". Perdere il tempo. Mi è piaciuto tanto, una volta, un signore che è andato a confessarsi ed era in una situazione tale che non poteva ricevere l’assoluzione. È andato con un po’ di paura, perché era stato mandato via alcune volte: "No, no... Vattene via!". Il prete lo ha ascoltato, gli ha spiegato la situazione, gli ha detto: "Ma tu, tu prega. Dio ti ama. Io ti darò la benedizione, ma tu ritorna, me lo prometti?". E questo prete "perdeva tempo" per attirare quest’uomo ai sacramenti. Questo si chiama vicinanza. E parlando ai Vescovi di vicinanza, io credo che devo parlare della vicinanza più importante: quella con i sacerdoti. Il vescovo deve essere disponibile per i suoi sacerdoti. Quando ero in Argentina ho sentito di sacerdoti... – tante, tante volte, quando andavo a dare gli Esercizi, a me piaceva dare gli Esercizi – ; dicevo: "Parla con il vescovo su questo...". – "Ma no, io l’ho chiamato, la segretaria mi dice: No, è molto, molto impegnato, ma ti riceverà entro tre mesi". Ma questo sacerdote si sente orfano, senza padre, senza la vicinanza, e incomincia ad andare giù. Un vescovo che vede nel foglio delle chiamate, alla sera, quando torna, la chiamata di un sacerdote, o quella stessa sera o il giorno dopo deve chiamarlo subito. "Sì, sono impegnato, ma è urgente?" – "No, no, ma mettiamoci d’accordo...". Che il sacerdote senta che ha un padre. Se noi togliamo ai sacerdoti la paternità, non possiamo chiedere a loro che siano padri. E così il senso della paternità di Dio si allontana. L’opera del Figlio è toccare le miserie umane: spirituali e corporali. La vicinanza. L’opera del Padre: essere padre, "vescovo-padre".

Poi, i giovani – perché si deve parlare di giovani in questi giorni. I giovani sono "noiosi"! Perché vengono sempre a dire le stesse cose, oppure "io la penso così...", oppure "la Chiesa dovrebbe...", e ci vuole pazienza con i giovani. Io ho conosciuto, da ragazzo, alcuni preti: era un tempo in cui il confessionale era più frequentato di adesso, passavano ore ascoltando, o li ricevevano nell’ufficio parrocchiale, ad ascoltare le stesse cose... Ma con pazienza! E poi, portare i giovani in campagna, in montagna... Ma pensate a san Giovanni Paolo II, cosa faceva con gli universitari? Sì, faceva scuola, ma poi andava con loro in montagna! Vicinanza. Li ascoltava. Stava con i giovani...

E un’ultima cosa vorrei sottolineare, perché credo che il Signore me lo chieda: i nonni. Voi, che avete sofferto il comunismo, l’ateismo, lo sapete: sono stati i nonni, sono state le nonne a salvare e a trasmettere la fede. I nonni hanno la memoria di un popolo, hanno la memoria della fede, la memoria della Chiesa. Non scartare i nonni! In questa cultura dello scarto, che è appunto scristianizzata, si scarta quello che non serve, che non va. No! I nonni sono la memoria del popolo, sono la memoria della fede. E collegare i giovani con i nonni: anche questo è vicinanza. Essere vicini e creare vicinanza. Risponderei così a questa domanda. Non ci sono ricette, ma dobbiamo scendere in campo. Se aspettiamo che suoni la chiamata o che bussino alla porta... No! Dobbiamo "uscire a cercare", come il pastore, che va a cercare gli smarriti. Non so, mi viene questo. Semplicemente.

Mons. Sławoj Leszek Głódź (Arcivescovo di Danzica):

Caro Papa Francesco, soprattutto siamo tanto grati che Papa Francesco ha approfondito l’insegnamento sulla misericordia che aveva iniziato San Giovanni Paolo II proprio qui a Cracovia. Tutti sappiamo che viviamo in un mondo dominato dall’ingiustizia: i più ricchi diventano ancora più ricchi, i poveri diventano miseri, c’è il terrorismo, ci sono etica e moralità liberale, senza Dio... E la mia domanda è la seguente: come applicare l’insegnamento della misericordia, e a chi, soprattutto? Il Santo Padre ha promosso una medicina che si chiama "Misericordina", che ho preso con me: grazie per la promozione...

Papa Francesco:

... Ma adesso viene la "Misericordina Plus": è più forte!

S. E. Mons. Sławoj Leszek Głódź:

... Sì, e grazie per questo "plus". Noi abbiamo anche il programma "plus" promosso anche dal governo per le famiglie numerose. Questo "plus" è di moda. A chi e come, soprattutto? In primo luogo, chi dovrebbe essere oggetto del nostro insegnamento della misericordia? Grazie!

Papa Francesco:

Grazie. Questa della misericordia non è una cosa che è venuta in mente a me. Questo "è un processo. Se noi vediamo già il Beato Paolo VI, aveva qualche accenno  sulla misericordia. Poi, San Giovanni Paolo II è stato il gigante della misericordia, con l’Enciclica "Dives in misericordia", la canonizzazione di Santa Faustina, e poi l’Ottava di Pasqua: è morto alla vigilia di quel giorno. È un processo, da anni, nella Chiesa. Si vede che il Signore chiedeva di risvegliare nella Chiesa questo atteggiamento di misericordia tra i fedeli. Lui è il Misericordioso che perdona tutto. A me colpisce tanto un capitello medievale che si trova nella Basilica di Santa Maria Maddalena a Vézelay, in Francia, dove incomincia il Cammino di Santiago. In quel capitello, da una parte c’è Giuda impiccato, con gli occhi aperti, la lingua fuori, e dall’altra parte c’è il Buon Pastore che lo porta con sé. E se guardiamo bene, con attenzione, la faccia del Buon Pastore, le labbra da una parte sono tristi, ma dall’altra parte fanno un sorriso. La misericordia è un mistero, è un mistero. È il mistero di Dio. Mi hanno fatto un’intervista, da cui poi è stato tratto un libro intitolato "Il nome di Dio è misericordia", ma è una espressione giornalistica, credo che si possa dire che Dio è il Padre misericordioso. Almeno, Gesù nel Vangelo lo fa vedere così. Punisce per convertire. E poi le parabole della misericordia, e il modo come Lui ha voluto salvarci... Quando venne la pienezza dei tempi, fece nascere il Figlio da una donna: con la carne, ci salva con la carne; non a partire dalla paura, ma dalla carne. In questo processo della Chiesa noi riceviamo tante grazie.

E Lei vede questo mondo malato di ingiustizia, di mancanza di amore, di corruzione. Ma questo è vero, questo è vero. Oggi, sull’aereo, parlando di questo sacerdote ultraottantenne che è stato ucciso in Francia: è da tempo che io dico che il mondo è in guerra, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi. Pensiamo alla Nigeria... Ideologie, sì, ma qual è l’ideologia di oggi, che è proprio al centro e che è la madre delle corruzioni, delle guerre? L’idolatria del denaro. L’uomo e la donna non sono più al culmine della creazione, lì è posto l’idolo denaro, e tutto si compra e si vende per denaro. Al centro il denaro. Si sfrutta la gente. E la tratta delle persone oggi? Sempre è stato così: la crudeltà! Ho parlato di questo sentimento ad un Capo di governo e lei mi ha detto: "C’è sempre stata la crudeltà. Il problema è che noi adesso la guardiamo dalla televisione, si è avvicinata alla nostra vita". Ma sempre quella crudeltà. Uccidere, per soldi. Sfruttare la gente, sfruttare il creato. Un Capo di governo africano, recentemente eletto, quando è venuto in udienza mi ha detto: "Il primo atto di governo che ho fatto è stato "riforestare" il Paese, che era stato deforestato e annientato". Non abbiamo cura del creato! E questo significa più poveri, più corruzione. Ma cosa pensiamo noi quando l’ottanta per cento  – più o meno, cercate bene le statistiche e se non è ottanta è ottantadue o settantotto – delle ricchezze sono nelle mani di meno del venti per cento della gente. "Padre non parli così, che Lei è comunista!". No, no, sono statistiche! E chi paga questo? Paga la gente, il popolo di Dio: le ragazze sfruttate, i giovani senza lavoro. In Italia, dai venticinque anni in giù il quaranta per cento è senza lavoro; in Spagna, il cinquanta per cento; in Croazia, il quarantasette per cento. Perché? Perché c’è un’economia liquida, che favorisce la corruzione. Mi raccontava scandalizzato un grande cattolico, che è andato da un amico imprenditore: "Io ti farò vedere come guadagno ventimila dollari senza muovermi da casa".  E con il computer, dalla California, ha fatto un acquisto di non so cosa e lo ha venduto alla Cina: in venti minuti, in meno di venti minuti, aveva guadagnato questi ventimila dollari. È liquido tutto! E i giovani non hanno la cultura del lavoro, perché non hanno lavoro! La terra è morta, perché è stata sfruttata senza saggezza. E così andiamo avanti. Il mondo si riscalda, perché? Perché dobbiamo guadagnare. Il guadagno. "Noi siamo caduti nell’idolatria del denaro": questo me lo ha detto un Ambasciatore quando è venuto per le Credenziali. È una idolatria.

La Divina Misericordia è la testimonianza, la testimonianza di tanta gente, di tanti uomini e donne, laici, giovani  che fanno opere: in Italia, per esempio, il cooperativismo. Sì, ci sono alcuni che sono troppo furbi, ma sempre si fa del bene, si fanno cose buone. E poi le istituzioni per curare gli ammalati: organizzazioni forti. Andare per quella strada, fare cose perché la dignità umana cresca. Ma è vero quello che Lei dice. Viviamo un analfabetismo religioso, al punto che in alcuni santuari del mondo le cose si confondono: si va a pregare, ci sono negozi in cui si comprano gli oggetti di pietà, le corone... Ma ce ne sono alcuni che vendono cose di superstizione, perché si cerca la salvezza nella superstizione, nell’analfabetismo religioso, quel relativismo che confonde una cosa con l’altra! E lì ci vuole la catechesi, la catechesi di vita. La catechesi che non è soltanto dare le nozioni, ma accompagnare il cammino. Accompagnare è uno degli atteggiamenti più importanti! Accompagnare la crescita della fede. È un lavoro grande e i giovani aspettano questo! I giovani aspettano... "Ma se io comincio a parlare, si annoiano!". Ma da’ loro un lavoro da fare. Di’ loro che vadano durante le vacanze, quindici giorni, ad aiutare a costruire abitazioni modeste per i poveri, o a fare qualche altra cosa. Che incomincino a sentire che sono utili. E lì lascia cadere il seme di Dio. Lentamente. Ma solo con le parole la cosa non va!. L’analfabetismo religioso di oggi dobbiamo affrontarlo con i tre linguaggi, con le tre lingue: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Tutte e tre armonicamente.

Non so... Sto parlando troppo! Sono idee che io vi dico. Voi, con la vostra prudenza, saprete cosa fare. Ma sempre la Chiesa in uscita. Una volta ho osato dire: c’è quel versetto dell’"Apocalisse", "Io sto alla porta e busso" (Ap 3,20); Lui bussa alla porta, ma mi domando quante volte il Signore bussa alla porta da dentro, perché noi gli apriamo e Lui possa uscire con noi a portare il Vangelo fuori. Non chiusi, fuori! Uscire, uscire! Grazie!

S. E. Mons.Leszek Leszkiewicz (Vescovo Ausiliare di Tarnów):

Santo Padre, il nostro impegno pastorale si basa per lo più sul modello tradizionale della comunità parrocchiale, impostata sulla vita sacramentale. Un modello che qui continua a portare frutti. Tuttavia ci rendiamo conto che, anche da noi, le condizioni e le circostanze della vita quotidiana cambiano rapidamente e sollecitano alla Chiesa nuove modalità pastorali. Pastori e fedeli assomigliamo un po’ a quei discepoli che ascoltano, si danno da fare molto, ma non sempre sanno mettere a frutto il dinamismo missionario interiore ed esteriore delle comunità ecclesiali. Santo Padre, Lei, nella "Evangelii gaudium", parla dei discepoli missionari che portano con entusiasmo la Buona Novella al mondo di oggi. Cosa suggerisce a noi? In cosa ci incoraggia, perché possiamo edificare nel nostro mondo la comunità della Chiesa in modo fruttuoso, fecondo, con gioia, con dinamismo missionario?

Papa Francesco:

Grazie! Io vorrei sottolineare una cosa: la parrocchia è sempre valida! La parrocchia deve rimanere: è una struttura che non dobbiamo buttare dalla finestra. La parrocchia è proprio la casa del Popolo di Dio, quella in cui vive. Il problema è come imposto la parrocchia! Ci sono parrocchie con segretarie parrocchiali che sembrano "discepole di satana", che spaventano la gente! Parrocchie con le porte chiuse. Ma ci sono anche parrocchie con le porte aperte, parrocchie dove, quando viene qualcuno a domandare, si dice: "Sì, sì... Si accomodi. Qual è il problema?...". E si ascolta con pazienza... Perché prendersi cura del Popolo di Dio è faticoso, è faticoso! Un bravo professore universitario, un gesuita, che ho conosciuto a Buenos Aires, quando è andato in pensione ha chiesto al Provinciale di andare come parroco in un quartiere per fare questa altra esperienza. Una volta alla settimana veniva alla Facoltà – lui dipendeva da quella comunità – e un giorno mi dice: "Di’ al tuo professore di ecclesiologia che nel suo trattato mancano due tesi" – "Quali?" – "Prima: il Popolo Santo di Dio è essenzialmente stancante. E la seconda: il Popolo Santo di Dio ontologicamente fa quello che gli sembra meglio. E questo stanca!". Oggi essere parroco è faticoso: portare avanti una parrocchia è faticoso, in questo mondo di oggi con tanti problemi. E il Signore ha chiamato noi perché ci stanchiamo un pochino, per lavorare e non per riposare. La parrocchia è stancante quando è ben impostata. Il rinnovamento della parrocchia è una delle cose che i vescovi devono avere sempre sotto gli occhi: come va questa parrocchia? Cosa fai? Come va la catechesi? Come la insegni? È aperta? Tante cose... Penso ad una parrocchia a Buenos Aires; quando i fidanzati arrivavano: "Noi vorremmo sposarci qui..." – "Sì, diceva la segretaria, questi sono i prezzi". Questo non va, una parrocchia così non va. Come si accolgono le persone? Come si ascoltano? C’è sempre qualcuno al confessionale? Nelle parrocchie – non quelle che sono nei quartieri piccoli, ma nelle parrocchie che sono in centro, nelle grandi vie – se c’è un confessionale con la luce accesa, sempre la gente va. Sempre! Una parrocchia accogliente. Noi vescovi dobbiamo domandare questo ai preti: "Come va la tua parrocchia? E tu esci? Visiti i carcerati, gli ammalati, le vecchiette? E con i bambini cosa fai? Come li fai giocare e come porti avanti l’oratorio? È una delle grandi istituzioni parrocchiali, almeno in Italia. L’oratorio: lì i ragazzi giocano e si dà loro una parola, un po’ di catechesi. Tornano a casa stanchi, contenti e con un seme buono. La parrocchia è importante! Qualcuno dice che la parrocchia non va più, perché adesso è l’ora dei movimenti. Questo non è vero! I movimenti aiutano, ma i movimenti non devono essere una alternativa alla parrocchia: devono aiutare nella parrocchia, portare avanti la parrocchia, come c’è la Congregazione Mariana, come c’è l’Azione Cattolica e tante realtà. Cercare la novità e cambiare la struttura parrocchiale? Quello che vi dico potrà sembrare forse un’eresia, ma è come la vivo io: credo che sia una cosa analoga alla struttura episcopale, è differente, ma analoga. La parrocchia non si tocca: deve rimanere come un posto di creatività, di riferimento, di maternità e tutte queste cose. E lì attuare quella capacità inventiva; e quando una parrocchia va avanti così si realizza quello che – a proposito dei discepoli missionari – io chiamo "parrocchia in uscita". Per esempio, penso ad una parrocchia – un esempio bello che poi è stato imitato da tante – in un paese in cui non era abituale che si battezzassero i bambini, perché non c’erano soldi; ma per la festa patronale si prepara la festa tre-quattro mesi prima, con la visita alle case e lì si vede quanti bambini non sono battezzati. Si preparano le famiglie e uno degli atti della festa patronale è il Battesimo di trenta-quaranta bambini che, al contrario, sarebbero rimasti senza Battesimo. Inventare cose del genere. La gente non si sposa in chiesa. Sto pensando ad una riunione di sacerdoti; uno si è alzato e ha detto: "Tu hai pensato perché?". E ha dato tante ragioni che noi condividiamo: la cultura attuale, e così via. Ma c’è un bel gruppo di gente che non si sposa perché oggi sposarsi costa! Costa per tutto, la festa... È un fatto sociale. E questo parroco, che aveva una grande inventiva, ha detto: "Chi vuole sposarsi, io lo aspetto". Perché in Argentina ci sono due matrimoni: si deve andare sempre al civile e lì si fa il matrimonio civile, e poi se vuoi vai nel tempio della tua religione a sposarti. Qualcuno – tanti! – non vengono a sposarsi perché non hanno soldi per fare una festa grande… Ma i preti che hanno un po’ di ingegno dicono: "No, no! Io ti aspetto!". In quel giorno, al civile si sposa alle 11.00-12.00-13.00-14.00: quel giorno io non faccio la siesta! Dopo il matrimonio civile vengono in chiesa, si sposano e vanno in pace. Inventare, cercare, uscire, cercare la gente, mettersi nelle difficoltà della gente. Ma una "parrocchia-ufficio" oggi non va! Perché la gente non è disciplinata. Voi avete un popolo disciplinato, e questa è una grazia di Dio! Ma in genere non è disciplinata. Io penso alla mia terra: la gente, se tu non vai a cercarla, se tu non fai un avvicinamento, non viene. E questo è il discepolo missionario, la parrocchia in uscita. Uscire a cercare, come ha fatto Dio che ha inviato suo Figlio a cercarci.

Non so se sia una risposta semplicistica, ma io non ne ho un’altra. Non sono un "pastoralista" illuminato, dico quello che mi viene.

S. E. Mons. Krzysztof Zadarko (Vescovo Ausiliare di Koszalin-Kołobrzeg):

Padre Santo, uno dei problemi più angustianti con cui si confronta l’Europa di oggi è la questione dei rifugiati. Come possiamo aiutarli, giacché essi sono così numerosi? E cosa possiamo fare per superare la paura di una loro invasione o aggressione, che paralizza l’intera società?

Papa Francesco:

Grazie! Il problema dei rifugiati... Non in tutti i tempi i rifugiati erano come adesso. Diciamo migranti e rifugiati, li consideriamo insieme. Il mio papà è un migrante. E io raccontavo al Presidente [della Polonia] che nella fabbrica dove lui lavorava c’erano tanti migranti polacchi, nel dopoguerra; io ero bambino e ne ho conosciuti tanti. La mia terra è una terra di immigranti, tutti... E lì non c’erano problemi; erano altri tempi, davvero. Oggi, perché c’è tanta migrazione? Non parlo dell’emigrazione dalla propria patria verso l’estero: questa è per mancanza di lavoro. È chiaro che vanno a cercare lavoro fuori. Questo è un problema di casa, che anche voi avete un po’... Parlo di quelli che vengono da noi: fuggono dalle guerre, dalla fame. Il problema è là. E perché il problema è là? Perché in quella terra c’è uno sfruttamento della gente, c’è uno sfruttamento della terra, c’è uno sfruttamento per guadagnare più soldi. Parlando con economisti mondiali, che vedono questo problema, dicono: noi dobbiamo fare investimenti in quei Paesi; facendo investimenti avranno lavoro e non avranno bisogno di migrare. Ma c’è la guerra! C’è la guerra delle tribù, alcune guerre ideologiche o alcune guerre artificiali, preparate dai trafficanti di armi che vivono di questo: danno le armi a te che sei contro quelli, e a quelli che sono contro di te. E così vivono loro! Davvero la corruzione è all’origine della migrazione. Come fare? Io credo che ogni Paese debba vedere come e quando: non tutti i Paesi sono uguali; non tutti i Paesi hanno le stesse possibilità. Sì, però hanno la possibilità di essere generosi! Generosi come cristiani. Non possiamo investire là, ma per quelli che vengono... Quanti e come? Non si può dare una risposta universale, perché l’accoglienza dipende dalla situazione di ogni Paese e anche dalla cultura.  Ma certo si possono fare tante cose. Per esempio la preghiera: una volta alla settimana l’orazione al Santissimo Sacramento con preghiera per coloro che bussano alla porta dell’Europa e non riescono ad entrare. Alcuni riescono, ma altri no... Poi entra uno e prende una strada che genera paura. Abbiamo Paesi che hanno saputo integrare bene i migranti, da anni! Hanno saputo integrarli bene. In altri, purtroppo, si sono formati come dei ghetti. C’è tutta una riforma che si deve fare, a livello mondiale, su questo impegno, sull’accoglienza. Ma è comunque un aspetto relativo: assoluto è il cuore aperto ad accogliere. Questo è l’assoluto! Con la preghiera, l’intercessione, fare quello che io posso. Relativo è il modo in cui posso farlo: non tutti possono farlo nella stessa maniera. Ma il problema è mondiale! Lo sfruttamento del creato, e lo sfruttamento delle persone. Noi stiamo vivendo un momento di annientamento dell’uomo come immagine di Dio.

E qui vorrei concludere con questo aspetto, perché dietro a questo ci sono le ideologie. In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste – lo dico chiaramente con "nome e cognome" – è il "gender"! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. Parlando con Papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: "Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!". È intelligente! Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così..., e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato "incolto", perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato "incolto"!  Quello che ha detto Papa Benedetto dobbiamo pensarlo: "È l’epoca del peccato contro Dio Creatore!". E questo ci aiuterà.

Ma tu, Cristoforo, mi dirai: "Cosa c’entra questo con i migranti?". È un po’ il contesto, sai? Riguardo ai migranti dirò: il problema è là, nella loro terra. Ma come li accogliamo? Ognuno deve vedere come. Ma tutti possiamo avere il cuore aperto e pensare di fare un’ora nelle parrocchie, un’ora a settimana, di adorazione e di preghiera per i migranti. La preghiera muove le montagne!

Queste erano le quattro domande. Non so... Scusatemi se ho parlato troppo, ma il sangue italiano mi tradisce...

Grazie tante dell’accoglienza e speriamo che questi giorni ci riempiano di gioia: di gioia, di grande gioia. E preghiamo la Madonna, che è Madre e che ci tiene sempre per mano.

"Salve, Regina…".

E non dimenticare i nonni, che sono la memoria di un popolo.

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TOP   DIALOGO DEL SANTO PADRE CON I GIOVANI ITALIANI

Mercoledì, 27 luglio 2016

D.Buonasera, Santità! Innanzitutto grazie, perché ha trovato il tempo – pur essendo appena arrivato a Cracovia – per collegarsi con noi. Non ha voluto rinunciare a essere qui con noi, questa sera. Grazie, Santo Padre. Ci sono dei ragazzi qui che, a nome dei novantamila italiani presenti a Cracovia, vorrebbero rivolgerLe alcune domande, e sono qua, i giovani. Prego!

Ragazza:

Dopo l’incidente ferroviario del 12 Luglio noi abbiamo paura a prendere il treno. Io, ogni giorno, prendo il treno per andare all’università, e quel giorno non ero sul treno per un puro caso. Ogni giorno mi siedo nelle prime carrozze, e lì incontravo e salutavo Luciano, uno dei macchinisti che purtroppo ha perso la vita nell’incidente. Noi, in quei treni, ci sentiamo a casa, ma adesso abbiamo paura. Voglio chiedere... Come possiamo tornare alla normalità? Come possiamo abbattere questa paura e continuare, riprendere a essere felici anche su quei treni che sono i nostri treni, la nostra seconda casa?

Papa Francesco:

Quello che è successo a te è una ferita; alcuni, nell’incidente, sono stati feriti nel corpo, e tu sei stata ferita nel tuo animo, nel tuo cuore, e la ferita si chiama paura. E quando tu senti questo, senti la ferita di uno "shock". Tu hai subito uno "shock", uno "shock" che non ti fa stare bene, ti fa male. Ma questo "shock" ti dà anche l’opportunità di superare te stessa, di andare oltre. E come sempre nella vita succede, quando noi siamo stati feriti, rimangono i lividi o le cicatrici. La vita è piena di cicatrici, la vita è piena di cicatrici, piena. E con questo, sempre verrà il ricordo di Luciano, di quell’altro, di quell’altro... Che adesso non c’è più perché è mancato nell’incidente. E tu dovrai, ogni giorno che prendi il treno, sentire la traccia – diciamo così – di quella ferita, di quella cicatrice, di quello che ti fa soffrire. E tu sei giovane, ma la vita è piena di questo... E la saggezza, imparare a essere un uomo saggio, una donna saggia, è proprio questo: portare avanti le cose belle e le cose brutte della vita. Ci sono delle cose che non possono andare avanti, e ci sono cose che sono bellissime. Ma anche succede il contrario: quanti giovani come voi non sono capaci di portare avanti la propria vita con la gioia delle cose belle, e preferiscono lasciarsi andare, cadere sotto il dominio della droga, o lasciarsi vincere dalla vita? Alla fine, la partita è così: o tu vinci o ti vince, la vita! Vinci tu la vita, è meglio! E questo, fallo con coraggio, anche con dolore. E quando c’è la gioia, fallo con gioia, perché la gioia ti porta avanti e ti salva da una malattia brutta: dal diventare nevrotica. Per favore no, questo no!

Ragazza:

Caro Papa Francesco, mi chiamo Andrea, ho quindici anni e vengo da Bergamo! Sono arrivata in Italia quando avevo nove anni, quindi circa sei anni fa. Hanno incominciato, i ragazzini della mia classe, a prendermi in giro, dato che ero appena arrivata, con parole abbastanza offensive. All’inizio, non comprendendo bene l’italiano, non capivo le parole, quindi lasciavo anche stare. Poi, una volta che ho iniziato a comprenderle, ci rimasi davvero male, però non risposi: non volevo abbassarmi ai loro livelli. Così ho passato tanti anni, fino alla fine della terza media, quando hanno superato il limite con tutti i messaggi offensivi sui social, per cui praticamente mi sentivo inutile e avevo deciso di farla finita, perché secondo me in quel momento non contavo più niente e io mi sentivo emarginata da tutti, dal mio paesino... E quindi avevo deciso di farla finita, ho provato a suicidarmi. Non ci riuscii, così andai in ospedale. E lì avevo capito che non ero io, quella malata, che non ero io quella che aveva bisogno di cure, che non meritavo io di stare lì in ospedale, chiusa. Erano loro che avevano sbagliato, loro che avevano bisogno di essere curati, non io. Così io mi tirai su e decisi di non farla finita perché non ne valeva la pena, perché io potevo essere forte. E infatti ora sto bene e sono forte davvero. E posso, da una parte, anche ringraziarmi di avere trattato così male me stessa, perché comunque ora io sono forte, un po’ anche grazie a loro, perché mi hanno messa in quella situazione. Io sono diventata forte perché ho creduto in me stessa, nei miei genitori, e comunque ho creduto di potercela fare, e infatti ce l’ho fatta. E sono qua, e sono fiera di essere qua.

Io volevo chiederLe: dato che comunque un po’ io li ho perdonati, perché non voglio odiare nessuno, un po’ li ho perdonati, però comunque un po’ ci sto ancora male... Volevo chiederLe... Come faccio io a perdonare queste persone? Come faccio a perdonarle per tutto quello che loro mi hanno fatto?

Papa Francesco:

Grazie della tua testimonianza! Tu parli di un problema molto comune tra i bambini e anche tra le persone che non sono bambini: la crudeltà. Ma guarda che anche i bambini sono crudeli, alle volte, e hanno quella capacità di ferirti dove più ti faranno male: di ferirti il cuore, di ferirti la dignità, di ferirti anche la nazionalità, come è il tuo caso, no? Non capivi bene l’italiano e ti prendevano in giro con la lingua, con le parole... La crudeltà è un atteggiamento umano che è proprio alla base di tutte le guerre, di tutte. La crudeltà che non lascia crescere l’altro, la crudeltà che uccide l’altro, la crudeltà che uccide anche il buon nome di un’altra persona. Quando una persona chiacchiera contro un’altra, questo è crudele: è crudele perché distrugge la fama della persona. Ma, tu sai, a me piace dire un’espressione quando parlo di questa crudeltà della lingua: le chiacchiere sono un terrorismo; è il terrorismo delle chiacchiere. La crudeltà della lingua, o quella che tu hai sentito, è come buttare una bomba che distrugge te o distrugge chiunque, e quello che la butta non si distrugge. Questo è un terrorismo, è una cosa che noi dobbiamo vincere. Come si vince questo? Tu hai scelto la strada giusta: il silenzio, la pazienza e hai finito con quella parola tanto bella: il perdono. Ma perdonare non è facile, perché uno può dire: "Sì, io perdono ma non mi dimentico". E tu sempre porterai con te questa crudeltà, questo terrorismo delle parole brutte, delle parole che feriscono e che cercano di buttarti fuori dalla comunità. C’è una parola in italiano che io non conoscevo. Quando sono venuto le prime volte, qui in Italia, l’ho imparato: "extra-comunitari", che si dice delle persone di altri Paesi che vengono a vivere da noi. Ma proprio questa crudeltà è quello che fa sì che tu, che sei di un altro Paese, diventi un "extra-comunitario": ti portano via dalla comunità, non ti accolgono. Che è una cosa contro la quale dobbiamo lottare tanto. Tu sei stata coraggiosa! Sei stata molto coraggiosa in questo. Ma bisogna lottare contro questo terrorismo della lingua, contro questo terrorismo delle chiacchiere, degli insulti, del cacciare via la gente, sì, con insulti o dicendo loro cose che fanno loro male al cuore. Si può perdonare totalmente? È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore. Noi, da noi stessi, noi non possiamo: facciamo lo sforzo, tu lo hai fatto; ma è una grazia che ti dà il Signore, il perdono, di perdonare il nemico, perdonare quello che ti ha ferito, quello che ti ha fatto del male. Quando Gesù nel Vangelo ci dice: "Chi ti dà uno schiaffo su una guancia, dagli l’altra", significa questo: lasciare nelle mani del Signore questa saggezza del perdono, che è una grazia. Ma a noi spetta fare tutta la nostra parte per perdonare. Ti ringrazio della tua testimonianza. E c’è anche un altro atteggiamento che va proprio contro questo terrorismo della lingua, siano le chiacchiere, gli insulti e tutto questo: è l’atteggiamento della mitezza. Stare zitto, trattare bene gli altri, non rispondere con un’altra cosa brutta. Come Gesù: Gesù era mite di cuore. La mitezza. E noi viviamo in un mondo dove a un insulto tu rispondi con un altro, è abituale questo. Ci insultiamo l’uno con l’altro, e ci manca la mitezza. Chiedere la grazia della mitezza, la mitezza di cuore. E lì è anche una grazia che apre la strada al perdono. Ti ringrazio della tua testimonianza.

Ragazzo:

Caro Papa Francesco, noi siamo tre ragazzi e un sacerdote dei trecentocinquanta veronesi che sono partiti per venire qua alla "GMG" ma hanno dovuto interrompere il loro viaggio a Monaco, venerdì scorso, dopo l’attentato che abbiamo vissuto tutti in prima persona, in quanto ci trovavamo lì proprio in quelle ore! Ci è stato detto di tornare a casa, siamo stati obbligati a tornare a casa, perché noi volevamo continuare il nostro viaggio ma non ci è stato permesso. Fortunatamente, una volta tornati, ci è stata data questa possibilità di tornare qua e noi l’abbiamo presa con molta gioia, con molta speranza. Dopo tutto quello che ci è successo, dopo la paura, ci siamo chiesti – e vogliamo chiederLe... Come facciamo noi giovani a vivere e a diffondere la pace in questo mondo che è così pieno di odio?

Papa Francesco:

Tu hai detto due parole che sono chiave per capire tutto: pace e odio. La pace costruisce ponti, l’odio è il costruttore dei muri. Tu devi scegliere, nella vita: o faccio ponti, o faccio muri. I muri dividono e l’odio cresce: quando c’è divisione, cresce l’odio. I ponti uniscono, e quando c’è il ponte l’odio può andarsene via, perché io posso sentire l’altro, parlare con l’altro. A me piace pensare e dire che noi abbiamo, nelle nostre possibilità di tutti i giorni, la capacità di fare un ponte umano. Quando tu stringi la mano a un amico, a una persona, tu fai un ponte umano. Tu fai un ponte. Invece, quando tu colpisci un altro, insulti un altro, tu costruisci un muro. L’odio cresce sempre con i muri. Alle volte, succede che tu voglia fare il ponte e ti lasciano con la mano tesa e dall’altra parte non te la prendono: sono le umiliazioni che nella vita noi dobbiamo subire per fare qualcosa di buono. Ma sempre fare i ponti. E tu sei venuto qui: sei stato fermato e rimandato a casa; poi hai fatto una scommessa per il ponte e per tornare un’altra volta: questo è l’atteggiamento, sempre. C’è una difficoltà che mi impedisce qualcosa? Torno indietro e vado avanti, torno e vado avanti. Questo è quello che noi dobbiamo fare: fare dei ponti. Non lasciarsi cadere a terra, non andare così: "Mah, non posso...", no, sempre cercare il modo di fare ponti. Voi siete lì: con le mani, fate ponti, voi tutti! Prendete le mani... Ecco! Voglio vedere tanti ponti umani... Ecco, così: alzate bene le mani! È così. Questo è il programma di vita: fare ponti, ponti umani. Grazie!

D.Santo Padre, grazie, perché Lei questa sera ci ha fatto un regalo straordinario! Grazie, Santo Padre... Grazie veramente!

Papa Francesco:

Grazie a voi e che il Signore vi benedica... Pregate per me!

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TOP   SALUTO DEL SANTO PADRE,
DALLA FINESTRA DELL’
ARCIVESCOVADO DI CRACOVIA

Arcivescovado di Kraków
Mercoledì, 27 luglio 2016

Vi saluto, vi saluto cordialmente!

Vi vedo con tanto entusiasmo e tanta gioia. Ma adesso dovrei dire una cosa che ci rattristerà il cuore. Facciamo silenzio. È una cosa che riguarda uno di voi. Maciej [...] aveva poco più di ventidue anni. Aveva studiato disegno grafico e aveva lasciato il suo lavoro per essere volontario della "GMG". Infatti, sono suoi tutti i disegni delle bandiere, le immagini dei Santi Patroni, del "kit del pellegrino", e così via, che adornano la città. Proprio in questo lavoro ha ritrovato la sua fede.

A novembre gli fu diagnosticato un cancro. I medici non hanno potuto fare niente, neppure con l’amputazione della gamba. Lui voleva arrivare vivo alla visita del Papa! Aveva un posto prenotato nel tram in cui viaggerà il Papa. Ma è morto il 2 Luglio. La gente è molto toccata: ha fatto un grande bene a tutti, lui.

Adesso, tutti in silenzio, pensiamo a questo compagno di strada, che ha lavorato tanto per questa Giornata; e tutti noi, in silenzio, dal cuore preghiamo. Ognuno preghi dal proprio cuore. Lui è presente tra noi.

["Preghiera silenziosa..."].

Qualcuno di voi può pensare: "Questo Papa ci rovina la serata!". Ma è la verità, e noi dobbiamo abituarci alle cose buone e alle cose brutte. La vita è così, cari giovani. Ma c’è una cosa della quale noi non possiamo dubitare: la fede di questo ragazzo, di questo nostro amico, che ha lavorato tanto per questa "GMG", l’ha portato in Cielo, e lui è con Gesù in questo momento, che guarda tutti noi! E questa è una grazia. Un applauso al nostro compagno!

Anche noi lo troveremo un giorno: "Ah, eri tu! Piacere di conoscerti!". È così. Perché la vita è così: oggi stiamo qui, domani saremo là. Il problema è scegliere la giusta strada, come lui l’ha scelta.

Ringraziamo il Signore perché ci dà questi esempi di coraggio, di giovani coraggiosi che ci aiutano ad andare avanti nella vita! E non abbiate paura, non abbiate paura! Dio è grande, Dio è buono e tutti noi abbiamo qualcosa di buono dentro.

Adesso mi congedo. Domani ci vedremo, ci rivedremo. Voi fate il vostro dovere, che è fare chiasso tutta la notte... E far vedere la vostra gioia cristiana, la gioia che il Signore vi dà di essere una comunità che segue Gesù.

E adesso vi do la benedizione. E come da bambini abbiamo imparato prima di andarcene, salutiamo la mamma. Tutti preghiamo la Madonna, ognuno nella propria lingua. "Ave, o Maria...".

["Benedizione..."].

Buona notte! Buona notte! E pregate per me!

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