GIUSEPPE ANGELINI
LA TESTIMONIANZA
PRIMA DEL "DIALOGO" E OLTRE
CENTRO AMBROSIANO
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1. Il ritorno della testimonianza Testimoni dell'invisibile? Testimoni dello spirito |
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Introduzione
La testimonianza è categoria
della quale viene fatto uso crescente nel lessico cattolico recente. La
riflessione che qui proponiamo intende denunciare un rischio consistente, quello
che tale uso acceda di fatto allo svuotamento del senso vero e impegnativo di
tale categoria. Ci sono buoni motivi obiettivi per pensare che sullo sfondo del
successo della categoria di testimonianza stia la preoccupazione di fondo di
"aggiornare" le forme del ministero pastorale rispetto alla
sensibilità diffusa della società laica, pluralista e tollerante. Cercheremo
di chiarire tali motivi. Nella lingua del Nuovo Testamento la categoria dà
invece espressione al profilo critico, e addirittura polemico, del rapporto del
cristianesimo con il mondo intorno. Se di tale categoria è fatto uso oggi
invece per raccomandare un profilo irenico e amichevole di quel rapporto, è
legittimo il sospetto che nella scelta si nasconda qualche equivoco.
Attraverso l'uso indebolito della categoria di testimonianza prende corpo una
minaccia di carattere più generale, che incombe sulla predicazione cristiana e
rispettivamente sulle forme della coscienza credente. Per accondiscendere alla
pressione della cultura diffusa, minaccia d'essere rimosso un profilo
assolutamente irrinunciabile del vangelo di Gesù: esso comporta un imperativo,
e in tal modo esso dispone le condizioni per apparire come un giudizio. Il
vangelo non ha la forma di messaggio sempre e solo e subito consolante; comporta
invece un giudizio sulla menzogna che caratterizza la vita comune dei figli di
Adamo; in tal senso comporta anche un appello a tutti rivolto perché si
convertano.
La cultura laica contemporanea si vanta d'essere liberale e tollerante; essa
tollera anche la religione ovviamente, e ogni religione. Accorda tuttavia ad
essa soltanto uno spazio ben definito, quello interiore della coscienza
individuale, che riconosce in generale come riservato soltanto alla sua
competenza esclusiva. Per ciò che si riferisce alle cose dell'anima, ciascuno
si regoli come vuole, o come può; se trova nella religione conforto, tanto
meglio per lui. Nessuno però deve elevare la pretesa di imporre le sue proprie
convinzioni personali ad altri. La religione è intesa in tal senso quasi fosse
una sorta di espressione della coscienza soggettiva; così concepita, essa deve
essere rispettata. La figura del rispetto ha i tratti della distanza, e quindi
anche dell' estraneità. Anche nel caso della coscienza assume i tratti propri
del rispetto delle aiuole; rispettarle vuol dire astenersi dal calpestarle, non
metterci sopra i piedi; starne fuori. Appunto così è oggi concepito il
rispetto delle coscienze.
Nel caso della coscienza il rispetto non può assumere una figura tanto dimessa,
come dovrebbe apparire subito chiaro a tutti. La coscienza di ciascuno, per
potersi "realizzare", per uscire dunque da quella consistenza solo
immaginaria che la minaccia, attende il riconoscimento di altri; e quel
riconoscimento non è possibile se non a
condizione di riconoscere una prossimità, e quindi anche il riconoscimento
delle leggi sacre, che da sempre presiedono alla prossimità. Una reale
prossimità è possibile infatti unicamente a questa condizione, che si
riconosca come ci leghi gli uni agli altri una promessa, che si riconoscano
quindi anche le leggi che sole rendono possibile la promessa, e si rispettino
gli impegni conseguenti. La religione dev'essere intesa, in primissima
battuta e in maniera certo ancora solo molto formale, appunto come il
riconoscimento dell'istanza sacra che presiede alla prossimità
reciproca; intesa in tal modo, essa è ingrediente essenziale del rispetto. Nel
caso del cristianesimo poi, la fede in Dio addirittura coincide con l'amore del
prossimo; ma tale amore non è certo inteso come condiscendenza remissiva alla
volontà altrui: assume invece la figura di attesa assai determinata nei
confronti dell'altro, impegnativa anche per lui. La forma originaria
dell'imperativo dell'amore, la forma per sempre indimenticabile, è quella della
Legge. Non dovrebbe stupire il fatto che l'amore impegni ad un rapporto di
reciprocità responsabile. Non è un caso che i litigi più facili e dolorosi
insorgano esattamente tra coloro più che si amano; essi hanno sempre la figura
di conflitti religiosi; sempre riguardano - intendo dire - la rispettiva
comprensione della legge sacra, che sta alla base dell'alleanza reciproca.
La cultura della tolleranza confina invece la religione entro lo spazio della
coscienza soggettiva e sola, insindacabile e incomunicabile; in tal modo essa
configura una sorta di rimozione, non solo della religione, ma della stessa
coscienza; religione e coscienza non debbono interferire con le forme dei
rapporti pratici quotidiani. Questi assumono, di conseguenza, la forma di
rapporti "sociali", tra soci cioè e non tra prossimi; assumono dunque
la forma di rapporti solo convenzionali, basati sul contratto, che molto
assomigliano ai rapporti mercantili. Contro questo modo di pensare e di vivere i
rapporti umani la coscienza cristiana non può che elevare una denuncia. E la
forma tipica della denuncia è appunto la testimonianza.
L'annuncio della verità del vangelo non può evitare di valere come richiamo
all'altro, agli altri tutti, perché tornino a un'alleanza dimenticata. La
qualità dell'alleanza originaria, da sempre rimossa nella vita comune dei figli
di Adamo, trova la rivelazione suprema attraverso la testimonianza (appunto) di
Gesù. Egli fu ucciso non certo a motivo delle molte opere buone compiute, ma a
motivo della sua incredibile e insopportabile pretesa di chiamare tutti a una
conversione. Quale pegno della verità di questa sua pretesa egli offrì, alla
fine, la sua stessa vita; soltanto sulla croce il suo appello assunse la forma
compiuta e perfetta. Con grande forza iconica, il vangelo di Giovanni (19,37)
suggerisce questa interpretazione sintetica della croce di Gesù: Volgeranno
lo sguardo a colui che hanno trafitto; le parole sono del profeta Zaccaria e
interpretano il colpo di lancia con il quale uno dei soldati aprì il fianco del
Crocifisso; attraverso il fianco trafitto uscì sangue ed acqua, uscirono i
sacramenti, uscì addirittura la Chiesa quale sposa del nuovo Adamo dormiente.
Tale lettura della croce fissa con precisione il destino testimoniale della
Chiesa: essa dovrà essere nella storia universale il segno permanente
dell'attesa elevata da Cristo nei confronti di tutti gli uomini.
Subito si capisce quanto poco condiscendente possa essere la predicazione della
Chiesa nei confronti dei luoghi comuni della pretesa sapienza umana. La Chiesa
è destinata ad essere il segno vivente dell' amore di Dio, e quell'amore è
apparso fin dall'inizio come amore misconosciuto, rifiutato addirittura come
fastidioso. La testimonianza non è soltanto uno tra i molti compiti della
Chiesa; neppure è sufficiente dire che è il più importante. Essa definisce in
radice l'identità della Chiesa: essa è testimonianza in favore del Verbo di
Dio fatto carne a fronte di un mondo che sempre da capo lo respinge. Fin
dall'inizio, egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure
il mondo non lo riconobbe (Gv 1,10).
Nel lessico del cattolicesimo postconciliare la parola testimonianza ha
assunto di fatto un grande rilievo, un rilievo addirittura strategico. A quella
categoria è affidato con frequenza crescente il compito di suggerire la figura
sintetica che deve realizzare la presenza del credente in mezzo ai suoi
fratelli, rispettivamente il ministero della Chiesa tutta nella società
secolare e dimentica di Dio. La categoria era di scarso impiego in stagioni
precedenti del cristianesimo; il fatto che oggi essa sia privilegiata
corrisponde - così interpretiamo a un'intuizione di fondo: è necessaria una
riforma dello stile ecclesiastico rispetto alla tradizione recente. Più
precisamente, appare urgente abbandonare quello stile "apologetico",
che ha caratterizzato il ministero della Chiesa cattolica nella lunga stagione
della sua polemica contro la nuova cultura laica e liberale. La categoria di
testimonianza si candida appunto a valere come formula sintetica per significare
uno stile non polemico, ma amichevole e irenico, della proposta religiosa.
Testimone è chi non presume di insegnare, non si affida alle parole, ma
soltanto opera; attraverso le forme pratiche della propria vita offre un segno
della verità del vangelo; in particolare, attraverso le forme della
solidarietà con chi è nel bisogno. Carattere pratico della testimonianza e
privilegio accordato all' attenzione al povero, al marginale, in genere a chi
soffre, costituiscono i due tratti più qualificanti assegnati oggi alla
testimonianza cristiana.
Corrisponde questo identikit della testimonianza alla figura proposta
dalla predicazione di Gesù e rispettivamente dagli scritti del Nuovo
Testamento? Se ne deve dubitare. I due tratti indicati sono certo pertinenti, e
tuttavia non rendono ragione dell'aspetto, essenziale, per il quale la
testimonianza comporta l'appello dell'altro alla conversione, e dunque a una
verità dell' alleanza umana che le forme correnti della vita comune negano.
Limitarsi a quei due tratti vuol dire rimuovere la considerazione dell' aspetto
per il quale la fede cristiana porta alla luce un conflitto. Gesù un giorno ha
proposto ai suoi discepoli questa provocazione: Non crediate che io sia
venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (Mt
10,34). La formula iperbolica e provocatoria documenta come fin dall'inizio le
attese nei confronti di Gesù prendessero una direzione sbagliata; quella
provocazione appare fino ad oggi pertinente e deve essere raccolta.
Al crescente uso del lessico della testimonianza non corrisponde fino ad oggi
una consistente riflessione di carattere teologico. In particolare, decisamente
rara e marginale è la letteratura dedicata all' attitudine di tale categoria a
valere quale figura sintetica del rapporto tra uomo e verità; mentre una tale
attitudine ci pare indubitabile. Il credente certo non "possiede" la
verità, e neppure la "comprende"; soltanto l'attesta, ad essa cioè
rimanda con tutte le sue parole e con tutta la sua vita. Attestare non è poco,
anzi è il massimo. In tal senso la figura della testimonianza ha di che
correggere non solo le forme convenzionali
della comunicazione cristiana, ma l'idea stessa di verità. Di contro alle
immagini raccomandate da una lunga tradizione filosofica, e rispettivamente dal
moderno sapere delle "scienze", la verità non ha affatto la
consistenza di "oggetto" suscettibile di essere accertato ponendosi in
una prospettiva universale e astratta, in tal senso appunto"
oggettiva", slegata cioè da ogni riferimento al soggetto; essa ha invece
in radice la consistenza di voce che chiama; può conoscere quella voce e dare
ad essa parola soltanto chi alla voce risponde. La verità riguarda tutti,
certo; e tuttavia a tutti può essere resa nota, rispettivamente deve diventare
nota, unicamente attraverso la mediazione del consenso libero della fede. In tal
senso essa può essere a tutti notificata unicamente mediante la testimonianza.
* * *
La categoria di testimonianza
appartiene al lessico irrinunciabile della tradizione cristiana; su questo non
può sussistere dubbio. Non solo, essa definisce in maniera sintetica la forma
necessaria che la fede nel vangelo di Gesù deve assumere sullo scenario
pubblico della vita dei figli di Adamo. Questa espressione, figli di Adamo, suona
per se stessa come tendenziosa; insinua infatti un giudizio sulla storia
universale.
Effettivamente, la categoria di testimonianza suona per se stessa come
tendenziosa; rimanda infatti a una distanza della verità, alla quale è resa
testimonianza, da tutto ciò che è considerato come scontato nella vita comune
degli uomini. A tale distanza è sotteso un giudizio: la vita comune degli umani
è nel segno della menzogna; essa è attraversata dalla rimozione della verità,
che la fede riporta invece al centro. In tal senso, la testimonianza non può
che apparire "inurbana", difforme dagli idola fori. Di tale
profilo polemico della testimonianza non si trova riscontro nell'uso corrente
che della parola oggi fa il lessico cattolico.
Il rilievo centrale della testimonianza è raccomandata già dai testi
evangelici, i quali pure non fanno ancora un uso tecnico del lessico
corrispondente. Il riferimento alla testimonianza interviene, in particolare,
nei discorsi con cui Gesù istruisce i suoi circa la loro missione futura: Vi
consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a
governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro (Mc
13,9). Prima ancora, la categoria interviene nelle parole con le quali Gesù
accompagna il divieto ai miracolati di fare pubblicità dei suoi gesti; il
lebbroso guarito, ad esempio, non deve dir niente a nessuno, deve invece
presentarsi al sacerdote, offrire per la sua purificazione quello che Mosè ha
ordinato, a testimonianza per loro (Mc 1,44).
La categoria è raccomandata poi, in forme più precise e diffuse, da tutti gli
scritti del Nuovo Testamento. Le immagini che vengono più facilmente alla
memoria del cristiano sono quelle del racconto degli Atti degli Apostoli, dedicati
nel loro insieme al racconto della testimonianza, appunto, che con
grande forza gli apostoli rendevano della risurrezione del Signore Gesù; così
è espressamente scritto nel secondo ritratto della comunità di Gerusalemme (At
4,33). Fin dal principio la missione dei Dodici è definita da Gesù come quella
d'essere testimoni: Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi
e mi sarete testimoni (in greco, martyres) a Gerusalemme, in tutta la
Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (At 1,8). La
parola greca martire, in Atti non ha ancora il senso cruento, che
diverrà invece poi caratteristico della lingua cristiana; e tuttavia già in Atti
è chiaramente descritto il volto agonistico, che la testimonianza cristiana
inesorabilmente prende. Il documento più chiaro a tale riguardo è il caso di
Stefano: la sua testimonianza in favore di Gesù ha la forma di un discorso
davanti al sinedrio; Stefano è lì condotto come imputato, ci si aspetterebbe
dunque che il suo discorso fosse un' apologia della propria persona; egli fa
invece un discorso di accusa; anche sotto tale profilo la sua vicenda ripete
quella di Gesù, che, chiamato a difendere se stesso davanti al sinedrio, invece
accusa.
L'elaborazione riflessa più consistente della categoria di testimonianza è
quella proposta dal vangelo di Giovanni; in esso l'attenzione alla testimonianza
appare strettamente connessa al profilo giudiziale che assume il messaggio tutto
di Gesù per rapporto ai modi di sentire, di pensare e di giudicare di questo
mondo. Non debbono ingannare gli stereotipi facili talvolta usati, e troppo
disinvoltamente usati, quelli cioè che definiscono il quarto vangelo come
vangelo dell'amore; il suo aspetto più appariscente, e anche più sconcertante,
è l'aspetto polemico. I capitoli centrali del vangelo, dedicati alla cosiddetta
vita pubblica di Gesù (in specie i cc. 5-12), hanno l'aspetto di
un'interminabile disputa. Gesù afferma espressamente che Dio non ha mandato
il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per
mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato (3,17-18a); e tuttavia
subito aggiunge che chi non crede è già stato condannato, perché non ha
creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio (3,18b). La recensione del
confronto tra Gesù e i Giudei, d'altra parte, mostra con implacabile costanza
che essi non credono; essi dunque sono giudicati. Il giudizio è già anticipato
nel dialogo con Nicodemo, dal quale sono tratte le citazioni precedenti.
Nicodemo è un fariseo membro del sinedrio; e tuttavia egli è ben disposto nei
confronti di Gesù; va infatti a trovarlo con l'intenzione sincera di apprendere
qualche cosa di più a proposito di Dio; ma lo va a trovare di notte; la scelta
gli è raccomandata dal carattere soltanto "interiore" e discreto dei
temi che intende affrontare con lui. Gesù lo fredda e gli segnala che, per
vedere il regno di Dio, occorre invece rinascere dall' alto, ricominciare
da capo, e da altrove; non si può aggiungere la dottrina di Gesù alla vita
vecchia; occorre invece cambiare in radice la vita. La cosa pare a Nicodemo
impossibile; Gesù si stupisce per la sua incomprensione:
Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (Gv 3,10-15).
L'uso della prima persona plurale, noi parliamo, sorprende; a chi si riferisce questo noi? La lettura più attendibile riferisce il noi ai discepoli di Gesù, rispettivamente ai cristiani tutti, che dopo la Pasqua vivono l'esperienza di un'invincibile incomprensione da parte dei Giudei; la loro testimonianza in favore di Gesù, passato sulla terra e non compreso, tanto meno è compresa ora che egli è innalzato da terra; il suo paradossale innalzamento da terra alla gente del mondo appare come sanzione della sua sconfitta e del suo torto. A giudizio dell'evangelista il rifiuto di credere sanziona invece l'inevitabile condanna di coloro che lo hanno respinto; il loro rifiuto nasceva dalla qualità delle loro opere:
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3,20-21).
La testimonianza cristiana è
destinata per sua natura a suscitare conflitti, appunto perché porta alla luce
la qualità delle opere rispettive. La predicazione del vangelo di Gesù mira
obiettivamente a questo, dare figura nuova alla vita tutta di chi crede, e
figura alternativa rispetto a quella assegnata agli umani dalla loro eredità
adamitica. La fede assume di necessità forma di conversione. Il battesimo,
sacramento della fede, ha appunto la forma di una conversione. Il peccato da cui
prendere le distanze non è solo quello personale, è invece quello iscritto
nella condizione comune; è in tal senso il peccato del mondo, che
l'Agnello di Dio è venuto a togliere, caricandosene il peso sulle spalle. La
rinuncia battesimale comporta la presa di distanza da questo peccato, fornite
certo anche di peccati personali.
Per comprendere questa figura del peccato del mondo occorre decisamente
uscire dalla prospettiva che considera la cultura, il complesso delle forme
mediante le quali sono articolati i significati elementari nella vita comune di
ogni popolo, come realtà indifferente; soprattutto, come realtà che non
sopporta un giudizio nella prospettiva della verità. I luoghi comuni del
pluralismo delle culture, rispettivamente dell'insuperabile relatività di ogni
cultura, riflettono questa concezione che pregiudizialmente separa cultura e
verità, dunque anche cultura e natura, e cioè identità radicale e
universale dell'umano.
La configurazione della vita suscitata dalla fede non si realizza in un attimo;
non basta in tal senso il battesimo, celebrato una volta per tutte; quella
configurazione esige invece una continua ripresa, e addirittura una lotta. Le
forze del peccato del mondo premono infatti sempre sulla vita stessa del
credente e la sollecitano ad assumere forme contraddittorie rispetto a quelle
suggerite dalla fede. In tal senso la conversione battesimale attende d'essere
effettivamente realizzata nella vita di ogni giorno.
Illuminante a tale riguardo è l'immagine suggerita da Clemente Alessandrino.
Egli paragona il battesimo che sta agli inizi della vita cristiana alla chiglia,
indispensabile certo per dirigere la nave, e tuttavia insufficiente per
navigare. Per navigare occorre il vento. Ora il vento è immagine dello Spirito,
che soffia dove vuole. Clemente distingue nella conversione cristiana tre
aspetti o tre momenti, che corrispondono alle tre diverse opere del
Verbo, rispettivamente alle tre diverse forme della vita: i costumi, le passioni
e le azioni:
Ci sono infatti nell' essere umano tre cose: i costumi, le azioni e le passioni. Il Verbo che converte s'è preso carico dei costumi: guida della religione, egli sta sotto l'edificio della fede come la chiglia sta sotto la nave. A causa di lui, noi siamo pieni di gioia, abbandoniamo le nostre antiche credenze e ringiovaniamo in vista della salvezza; noi uniamo le nostre voci a quella del profeta, che canta Quanto Dio è buono per Israele, per quelli il cui cuore è retto. Un Verbo dirige anche tutte le nostre azioni: è il Verbo consigliere. Un Verbo anche guarisce le nostre passioni: è il Verbo pacificante. Ma in tutte le sue funzioni è sempre l'unico Verbo che strappa l'uomo alle sue abitudini naturali e legate al cosmo, e che lo conduce come pedagogo alla salvezza senza uguali della fede in Dio (1).
La chiglia corrisponde dunque
alla regola dei costumi, indispensabile, ma non sufficiente. Perché la nave non
sia sballottata da tutti i venti, perché il cammino del cristiano non sia
sballottato dalle mutevoli passioni, non basta la legge intesa come regola delle
azioni fissata una volta per tutte; occorre invece il discernimento delle
passioni. Queste sono plasmate dalla pressione di modelli dubbi, quali quelli
proposti dal contesto sociale; per riconoscere lo spirito che ci guida e
accedere così alla verità delle azioni, occorre esorcizzare la menzogna del
peccato del mondo. La lotta contro l'inganno delle passioni, d'altra parte, è
interminabile, come interminabile è la pressione esercitata dall' eredità di
Adamo.
La contraddizione tra peccato del mondo e giustizia che nasce dalla fede
illumina il senso della testimonianza cristiana. Principio dell' agire del
cristiano deve essere quella verità nota alla fede, che rimane invece nascosta
alla sapienza di questo mondo, segnata dalla menzogna. L'obbedienza alla verità
del vangelo comporta in tal senso la confutazione dei luoghi comuni sottesi alla
convivenza umana. Il cristiano depone a favore di Gesù in quel processo che
costantemente lo oppone a questo mondo. Gesù rimane infatti sempre sotto
processo; e di riflesso rimane sempre esposto a processo anche il mondo ad opera
del vangelo. Il cristiano è testimone appunto in questo processo; la
testimonianza deve essere intesa in accezione propriamente giudiziale.
* * *
L'uso corrente che oggi viene
fatto della categoria di testimonianza non ha occhi per questo suo profilo
polemico. La rinnovata fortuna della categoria si produce nella stagione
postconciliare, che decisamente privilegia il programma del" dialogo"
e della riconciliazione con il mondo contemporaneo; l'idea di testimonianza è
piegata alle necessità di questo dialogo. Il nostro intento è appunto quello
di argomentare questa denuncia, e chiarire quindi gli equivoci che l'uso irenico
dell'idea di testimonianza genera.
L'apologia del" dialogo" ha certo anche ragioni di pertinenza; esprime
dunque un'istanza che, in un modo o nell'altro, deve essere recepita. Le ragioni
di pertinenza s'intendono sullo sfondo della forma "intransigente" che
ha caratterizzato la prima risposta del cattolicesimo dell'Ottocento alle
deprecate novità moderne. Di contro a quella forma "intransigente",
occorre riconoscere la necessaria mediazione culturale della fede. La verità
del vangelo non è quella di una "dottrina", in ipotesi conosciuta una
volta per tutte, che potrebbe in tal senso divenire principio di un giudizio
universale. Appunto l'illusione di una presunta definizione della dottrina a
monte di ogni riferimento alle forme storiche della cultura autorizzava il
progetto di una "civiltà cattolica", La verità del vangelo deve
invece essere sempre da capo riconosciuta, e quindi anche confessata -
testimoniata, appunto -, attingendo ad evidenze di senso, che soltanto
attraverso le forme del rapporto civile si dischiudono. La distanza critica, che
la coscienza credente deve avere nei confronti della cultura in genere, e della
cultura del tempo in particolare, non dispensa il cristiano dalla necessità di
riferirsi ad evidenze, che proprio attraverso le forme del rapporto civile si
dischiudono; quelle evidenze comportano il rimando a una verità ultima, o
escatologica, alla quale il vangelo dà forma.
La fedeltà al vangelo non può che essere "intransigente", certo; in
tal senso non può inseguire quello spasimo di apparire sempre"
attuale", che pare invece caratteristico della comunicazione pubblica nel
nostro tempo. La fedeltà deve sopportare l'inattualità, la distanza
inesorabile cioè tra verità del vangelo e fugacità dell' opinione. In tal
senso deve realizzare la forma della testimonianza, e non del dialogo. E
tuttavia l'intransigenza della fede non va intesa quasi fosse fedeltà a una
verità da sempre nota, fissata nella lettera del Libro santo o addirittura
nella lettera di un catechismo; è invece fedeltà allo Spirito, il quale
soltanto attraverso i segni del tempo parla. TI necessario
"aggiornamento" delle forme teoriche pratiche del cristianesimo non
può essere inteso quasi comportasse la disposizione a una continua
"negoziazione" della verità del vangelo con la verità del tempo;
deve invece essere inteso come riflesso della costante attenzione ai segni dello
Spirito, che giudica ogni cosa.
L'impossibilità di pensare l'aggiornamento necessario in termini di resa pura e
semplice al cosiddetto "moderno" è ulteriormente raccomandata da una
precisa evidenza: il "moderno" conosce oggi visibili segni di crisi.
Da più parti è addirittura proclamata la sua fine. Formule tanto
semplicistiche appaiono precipitose; e tuttavia la transizione civile presente
porta effettivamente alla luce problemi obiettivi, troppo a lungo rimossi dalla
tanto celebrata epopea civile moderna, tollerante e liberale, e rimossi anche da
cattolicesimo intransigente. La crisi è segnalata dalla macroscopica
difficoltà che conoscono i processi educativi, dunque i processi di
identificazione del singolo, che un tempo parevano invece realizzarsi senza
necessità di essere pensati in maniera riflessa. Sullo sfondo di tali
difficoltà sta la palese inettitudine della famiglia contemporanea a realizzare
il proprio compito; pensiamo in particolare al compito, inevitabile, di fungere
quale luogo primario della tradizione culturale, e quindi anche della tradizione
religiosa. Nelle immagini correnti, alla famiglia sono oggi assegnati soltanto
compiti di rassicurazione affettiva. Questa figura ridotta è incoraggiata da
fattori connessi alle forme complessive dello scambio sociale nella società
complessa. Pare poi per altro aspetto sanzionata dalla piega
"romantica" che ha assunto la moderna cultura liberale del soggetto.
S'impone dunque alla coscienza cristiana un compito critico nei confronti della
cultura moderna. Per realizzare una tale critica essa dispone di risorse
indubbie raccomandate dalla sua tradizione; e tuttavia tali risorse sono
destinate a rimanere solo virtuali, fino a che non si produca una riflessione di
carattere teorico a proposito dei complessi rapporti che legano la fede alle
forme antropologiche della vita comune. Soltanto una riflessione così
predisporrà le categorie necessarie per confrontarsi con la stessa dinamica
antropologico-culturale effettiva. Esattamente la crisi presente del rapporto
tra le generazioni, assai appariscente, impone con rinnovata evidenza all'
attenzione di tutti l'obiettiva qualità testimoniale che l'opera dei genitori
assume agli occhi dei figli. La categoria cristiana di testimonianza propizia in
tal senso la comprensione dell' esperienza umana universale.
Il compito critico imposto alla coscienza cristiana nei confronti della cultura
contemporanea esige sostanziali approfondimenti nei modi di pensare l'esperienza
umana in genere. Uno di tali approfondimenti è proprio questo: mettere in luce
come l'agire umano abbia sempre e di necessità valore testimoniale; sempre
esprime infatti una promessa; lo fa molto prima e molto più di quanto riconosca
il soggetto dell' agire. Questi deve alla fine rendersene conto; deve
riconoscere cioè quella parola che, pure non deliberata, è obiettivamente
iscritta nelle forme elementari del suo agire; deve quindi confermare quella
parola con la sua promessa deliberata e consapevole. Le rappresentazioni
correnti dell' agire, rispettivamente del rapporto tra soggetto e agire, paiono
pregiudicare la possibilità di comprendere tali nessi; pregiudicano quindi
anche la possibilità di riconoscere che il soggetto accede alla propria
identità unicamente mediante le forme dell' agire. Le forme dell' agire,
d'altra parte, sono di necessità mediate dalla cultura, dunque dalle forme
simboliche iscritte alla radice della vita comune. La cultura è però soltanto
una mediazione; essa rimanda a una verità, che non può mai definire in
forma compiuta; appunto a tale verità è possibile accedere unicamente mediante
la fede.
La formula che riconduce la vita cristiana alla figura della testimonianza
impegna obiettivamente al compito di rendere
ragione della verità del vangelo di fronte a tutti;
impegna in tal senso al confronto senza limiti con tutte
le espressioni dello spirito umano, con ogni esperienza individuale e con ogni
cultura. E tuttavia tale confronto non può assumere la forma troppo debole di
un "dialogo" infinito e
inconcludente; deve assumere invece la forma
di attestazione di una verità che tutti interpella. Di
fatto accade invece che il ricorso alla categoria della testimonianza sia
realizzato oggi in forme tali da sanzionare il carattere autoreferenziale della
parola cristiana; questa realizzerebbe un
annuncio che trova la propria figura a monte rispetto a ogni confronto con
discorsi solo umani; quel confronto infatti indurrebbe ad annacquare il vino del
vangelo. il privilegio della categoria della testimonianza propizia spesso una
declinazione precipitosamente kerygmatica della verità cristiana; l'intento
sotteso è quello di immunizzare la predicazione cristiana nei confronti dei
rischi di contaminazioni con la sapienza degli uomini; il risultato effettivo è
quello di abdicare al compito del giudizio, che invece è irrinunciabile per il
cristiano: 1'uomo spirituale infatti giudica ogni cosa, senza poter
essere giudicato da nessuno (1 Cor 2,15).
Tra il compito della testimonianza cristiana e l'esame delle forme che assume
l'esperienza umana universale sussiste un nesso stretto. Appunto al chiarimento
di tale nesso è rivolta la nostra riflessione. Essa non intende essere un
trattato teologico e sistematico sulla testimonianza cristiana; preferisce
invece la forma della meditazione "non scientifica", che si rivolge a
ogni coscienza cristiana. La forma riflette l'origine del saggio; esso riprende
i contenuti di una catechesi parrocchiale. La stessa disposizione delle materie
è quella suggerita non da un indice sistematico, ma dal proposito di un
accostamento progressivo al tema.
All'istruzione dell'interrogativo sono dedicati i primi due capitoli. Più
precisamente, il cap. 1 propone una ricognizione descrittiva delle forme che
assume il ricorso alla categoria della testimonianza nella lingua cattolica oggi
corrente, cerca quindi di suggerire gli interrogativi accesi da quell'uso. Il
cap. 2 propone invece un abbozzo di riflessione antropologica, intesa a chiarire
la figura della testimonianza quale legge universale della vita umana; non
possiamo non essere testimoni, e tuttavia non è subito chiaro come possiamo
effettivamente esserlo. Soltanto sullo sfondo di questa obiettiva e universale
destinazione degli umani alla testimonianza
è possibile intendere il senso della testimonianza nella prospettiva della fede
nel vangelo di Gesù.
Dopo questa prima istruzione del tema tenteremo una rinnovata lettura del
messaggio delle Scritture cristiane a proposito della testimonianza.
Assolutamente privilegiati sono gli scritti del Nuovo Testamento, nei quali
soltanto la figura della testimonianza trova la sua caratterizzazione
propriamente cristiana. E nel quadro di quegli scritti attenzione preliminare e
determinante è ovviamente accordata ai vangeli (cap. 3); più precisamente,
all'insegnamento e alla vicenda di Gesù, che appunto nei vangeli trova
attestazione; a quell'insegnamento e a quella vicenda occorre sempre da capo
riferirsi, per comprendere le successive elaborazioni teologiche. La figura
della testimonianza cristiana trova il suo fondamento remoto nei gesti di Gesù,
e più precisamente nella loro qualità di segni; essi rimandano a una verità
futura, che al momento sfugge; tale rimando è invece respinto dalle folle, le
quali dei suoi gesti si appropriano quasi fossero cosa conclusa. Le folle
tentano di appropriarsi della sua stessa persona, quasi che essa fosse per loro
già al presente ragione di vantaggio; in tal modo il rimando obiettivo di Gesù
a un futuro che sfugge genera un conflitto con le folle. A quel rimando sono
invece iniziati i discepoli, chiamati alla consuetudine di vita con Gesù
esattamente in vista della loro futura testimonianza; essi vivono al seguito di
Gesù, in maniera per così dire passiva e inconsapevole, un destino del quale
potranno e dovranno invece appropriarsi soltanto in seconda battuta mediante
scelta consapevole; la loro fede pasquale assumerà appunto la forma dell'
appropriazione di una vita vissuta in prima battuta come portati in braccio
(cap. 5). Della vicenda dei discepoli cercheremo di mettere in evidenza la
valenza ermeneutica per rapporto alla condizione umana
universale: ciò che essi vivono porta alla luce la verità nascosta della
vicenda di ogni nato di donna.
Al fine di propiziare l'evidenza di tale nesso - tra esperienza
della fede e della sequela da un lato, esperienza umana universale dall' altro -
inseriamo tra i due capitoli una riflessione
di carattere antropologico (cap. 4),
dedicata al soggettivismo, e cioè a quella concezione del soggetto che presume
di definirne la figura a monte rispetto alla sua obiettiva referenza ad altro da
sé. Una tale concezione attraversa tutta la tradizione occidentale e
costituisce una remora consistente alla comprensione della testimonianza
cristiana; assume per altro tratti assai diversi nella stagione antica e in quella
moderna; prendere atto di tale differenza pare condizione
necessaria per chiarire il senso della testimonianza nella stagione
contemporanea.
La distinzione tra la forma che la fede assume in quei singoli
- malati, peccatori, poveri - che Gesù incontra nel suo cammino e la forma che
essa assume invece nei discepoli seguaci
illumina la parallela distinzione che, in
ogni tempo della storia, deve essere fatta tra fede senza
confessione e fede che invece si confessa (cap. 6); la
distinzione appare di rilievo fondamentale in un tempo come il nostro, nel quale
pare che la fede assuma soprattutto forma non confessionale.
Sullo sfondo della precedente considerazione evangelica
sarà poi possibile prendere in esame le elaborazioni teologiche,
che il tema della testimonianza conosce negli altri
scritti del Nuovo Testamento e cioè in Atti (cap. 7), in Paolo (cap. 8) e
soprattutto in Giovanni (cap. 9), il vangelo che dedica a quel tema gli sviluppi
più espliciti, e anche più radicali. Concluderemo con una breve ripresa
sintetica, nella quale cercheremo di proporre in forma concisa la figura
cristiana della testimonianza e il suo valore decisivo
in ordine alla comprensione del difficile rapporto tra cristianesimo e forme
della cultura del nostro tempo.
1.
Il ritorno della testimonianzaCome già sopra
anticipavamo, la parola testimonianza non apparteneva al lessico comune
(catechistico) del cattolicesimo convenzionale (2); neppure apparteneva al
lessico corrente del cattolicesimo nella lunga stagione precedente, quella
dunque della societas christiana. In tal senso, non deve troppo stupire
che quella categoria non abbia conosciuto consistenti approfondimenti teorici
nella grande tradizione della teologia, quella scolastica. Assistiamo invece a
un significativo ritorno della categoria nella stagione successiva al Vaticano
IL Quali le ragioni che stanno alla base di tale ritorno?
Si potrebbe pensare che determinante sia stata l'incidenza del generale ritorno
alla Bibbia; il lessico della testimonianza appartiene infatti chiaramente ai
testi del Nuovo Testamento e ha in essi un rilievo assolutamente centrale. Il
ritorno al testo biblico concorre certamente all' affermazione della categoria;
e tuttavia non sembra affatto il fattore determinante; è anzi dubbio che il
senso del lessico della
testimonianza nella lingua oggi corrente corrisponda a quello suggerito dal
Nuovo Testamento.
La fortuna della categoria trova invece trasparente alimento, come già si
diceva nell'introduzione, nel profondo mutamento di registro che hanno
conosciuto i rapporti tra Chiesa cattolica e mondo moderno. La Chiesa cattolica
è passata dal registro polemico a un registro decisamente irenico. Su tale
sfondo è assegnato alla fede un compito, che prima appariva sostanzialmente
sconosciuto: quello dell' annuncio. Che compito è questo? Non ci si può
più accontentare ormai di richiamare tutti alla verità della fede, a procedere
dall' assunto - non più verificato - che essa, pure per molti aspetti tradita,
sia a tutti ben nota. Quella verità ha bisogno invece d'essere da capo
annunciata. Precisamente al rinnovato annuncio deve provvedere la testimonianza.
E d'altra parte tale annuncio si realizza, assai più che attraverso parole ed
esortazioni, attraverso la qualità dell'agire.
Testimonianza della verità, o della propria esperienza?
Il cattolicesimo
convenzionale condannava il mondo moderno come eresia; più precisamente
come rottura del legame sociale sancito dalla tradizione comune. La cultura
liberale moderna è attraversata infatti dall' assunto pregiudiziale per il
quale il confronto civile dovrebbe prodursi in forme laiche, sospendendo
ogni consenso alla visione del mondo raccomandata da quella tradizione, che
appariva appunto come connotata in senso religioso. A tale rottura il
cattolicesimo convenzionale oppone un' obiezione di coscienza; essa persegue in
tal senso un programma di "restaurazione" cattolica. Nelle nuove forme
conciliari e dialogiche invece il
cattolicesimo prende decisamente le proprie distanze dalla condanna
pregiudiziale del moderno, abdica a ogni pretesa di egemonia civile, e rinuncia
a proporsi come orizzonte sintetico e obbligato dei rapporti sociali. L'annuncio
cristiano si rivolge alla coscienza dei singoli e alla loro decisione libera.
Appunto su questo sfondo deve essere intesa la fortuna della categoria di
testimonianza. n cristiano non rivendica, solo attesta. Chi è testimone non
insegna, né tanto meno prescrive: semplicemente dice la propria esperienza.
Anzi, neppure è necessario e opportuno che dica; basta che viva praticamente la
propria fede: in tal modo egli offre la propria vita quale documento della
verità in cui crede. Quanto a vedere riconosciuta o meno la verità di quel
messaggio, semplicemente si rimette alla libera decisione di ciascuno.
La figura della testimonianza cristiana e la sua necessità sono state spesso
suggerite attraverso la citazione di un imperativo proposto nella prima lettera
di Pietro: siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione
della speranza che è in voi. Questa citazione ha conosciuto una
straordinaria fortuna nella lingua del cattolicesimo postconciliare; è stata
scelta come esergo anche dal recente Convegno di Verona della Chiesa italiana
(16-20 ottobre 2006). Quella raccomandazione equivale all'imperativo della
testimonianza. La speranza che è in voi non deve essere da voi
considerata come cosa esclusivamente vostra; essa è invece la speranza di
tutti, e dunque nei confronti di tutti dovete riconoscervi in debito. Tutti sono
autorizzati a chiedere ai cristiani ragione della loro speranza. Il testo è
stato citato spesso a conforto di una figura della testimonianza che la intende
quale impegno a rendere ragione della propria fede di fronte a tutti. La forma
della proposta cristiana sarebbe quella raccomandata dalla persuasione
personale; solo di proposta si
tratterebbe, non invece di proclamazione perentoria che attende il consenso di
tutti. Il passo della lettera di Pietro, entro il quale è proposto quell'imperativo,
propone effettivamente una caratterizzazione sintetica della testimonianza
cristiana; merita di essere letto in forma un poco più estesa:
Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo (1 Pt 3,14b-16).
La testimonianza è qui
tratteggiata dunque anzi tutto come una forma del comportamento, connotata da dolcezza
e rispetto. Il testo mostra tuttavia come il contesto che sollecita la
testimonianza sia quello dell'incomprensione, addirittura della franca
ostilità. La testimonianza raccomandata si rivolge in tal senso a coloro che
malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Di più, essa deve essere
resa con retta coscienza; l'espressione sottolinea il nesso tra la
testimonianza e la coscienza; per il proprio comportamento il testimone cerca
sostegno in una persuasione interiore, che gli viene soltanto da Dio, e non
invece dagli interlocutori ai quali di volta in volta si rivolge; retta è
la coscienza quando l'attenzione alla voce interiore prevale rispetto ad ogni
risentimento e desiderio di rivalsa nei confronti dell'interlocutore.
Soprattutto, è qui chiaramente precisato che la testimonianza deve trovare
sostegno non nei discorsi, ma nella buona condotta; appunto da una tale
buona condotta è attesa la confusione degli interlocutori.
Questa raccomandazione a rendere ragione della speranza trova la propria
giustificazione prossima sullo sfondo del disprezzo, di cui il cristiano è
fatto oggetto; tale disprezzo preme nel senso dell' abdicazione alla speranza e
della resa ai modi di sentire e di giudicare di tutti. La testimonianza può
essere resa soltanto a condizione che l'obbedienza alla verità del vangelo
liberi il credente da ogni ricerca di complicità umana; proprio mediante una
tale libertà è attestata la speranza. La confusione degli interlocutori,
espressamente attesa, non deve venire dalla disputa, ma dalla forza di una
testimonianza pratica, la quale ha il potere di entrare dentro i cuori e di
produrre vergogna. La figura della vergogna - merita di ricordarlo - è
quella privilegiata dalla tradizione pitagorica per descrivere il fenomeno della
coscienza morale; pensiamo alla famosa massima: Vergognati di fronte a te
stesso più che di fronte agli altri (3). La testimonianza cristiana
si appella dunque alla segreta complicità della coscienza dell'uditore. Qui,
come per altro sempre nel Nuovo Testamento, la testimonianza ha una declinazione
fondamentalmente polemica.
L'aspetto polemico della testimonianza trova espressione assai netta in una
delle parole di Gesù, che ne definiscono nella forma più icastica il senso, e
insieme la necessità; lungo il cammino che lo conduce verso Gerusalemme,
incontro alla sua passione, Gesù dice ai discepoli:
Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio (Lc 12,8-9).
Sullo sfondo di tale promessa, e insieme di tale minaccia, sta una figura del rapporto tra Gesù e gli uomini segnata dal tratto di una fondamentale ostilità reciproca. In tal senso, i discepoli saranno chiamati dagli uomini a rispondere del loro legame con Gesù quasi si trattasse di una colpa. A motivo della loro fede essi saranno processati; la loro confessione di fede assumerà dunque la forma di una rischiosa deposizione processuale. li nesso diventa esplicito nelle parole che subito seguono nel vangelo di Luca:
Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà
in quel momento ciò che bisogna dire (Lc 12,11-12).Proprio il processo è
il contesto esistenziale entro il quale trova la sua originaria definizione la
figura del testimone. Non stupisce che la raccomandazione di rendere
testimonianza torni sempre in contesti nei quali è annunciata la futura
persecuzione dei discepoli. A questa figura della testimonianza quale
deposizione di processo corrisponde, nella storia del cristianesimo delle
origini, la figura del martire (che alla lettera significa testimone),
il primo modello della santità cristiana.
Nel rinnovato e assiduo uso che ne fanno i discorsi correnti, la categoria della
testimonianza assume invece connotazione fondamentalmente irenica. La categoria
non rimanda in alcun modo a una situazione processuale; rimanda invece a una
situazione sociale e culturale, nella quale le parole di carta paiono aver
sostituito e rimosso le parole più originarie, quelle che sole sono in grado di
istituire il senso di tutte le cose, e quindi il senso della vita stessa; sono
in grado, più precisamente, di istituire la speranza della vita. Chiamiamo
parole di carta quelle che rimandano subito, sempre e solo ad altre parole,
senza che mai si riesca ad uscire dal reticolo leggero dei discorsi. Chiamiamo
invece parole originarie (4) quelle capaci appunto di rimandare alle cose
stesse, e di portarne ad evidenza la ragione di prossimità alla vita umana.
Nella percezione diffusa parole così non possono essere quelle pronunciate
soltanto mediante la bocca; sono invece soltanto le parole pronunciate mediante
la vita stessa, mediante la qualità delle opere. In tal senso è fatto ricorso
alla categoria di testimonianza per definire il messaggio espresso da concrete
esperienze di vita. La comunicazione di tali esperienze dovrà certo far ricorso
anche alle parole; ad esse tuttavia è assegnato il compito di dire l'esperienza
stessa, di volgere dunque l'attenzione di altri a quanto il singolo vive.
Il riferimento all' esperienza
effettiva del credente appare certo essenziale per intendere la figura cristiana
della testimonianza; essa non si riferisce a un libro, fosse pure il vangelo, ma
appunto a una verità che può essere attinta soltanto attraverso l'esperienza
vissuta dal credente.
E tuttavia oggetto della testimonianza non è certo l'esperienza del credente,
ma la verità stessa del vangelo, alla quale in ipotesi l'esperienza rimanda e
che solo attraverso la mediazione di tale esperienza può essere conosciuta.
La forma tipica nella quale si realizza il rimando della vita cristiana alla
verità trascendente del vangelo è quella della "trasgressione". Il
cristiano trasgredisce le leggi non scritte della complicità ammiccante, che
caratterizza invece il regime dei rapporti umani nella tradizione comune dei
figli di Adamo.
Attraverso tale complicità gli uomini cercano gloria gli uni dagli altri,
cercano in tal modo di sottrarsi al compito troppo arduo di cercare la gloria
che soltanto da Dio può venire. E come potete credere, voi che prendete
gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? (Gv
5,44); così Gesù obietta ai Giudei, in un discorso tutto dedicato al tema
della testimonianza, che poi considereremo in maniera esplicita (5).
Esattamente nella prospettiva della sporgenza della parola che confessa la fede,
e prima ancora dell' agire autorizzato dalla fede, rispetto alle leggi della
complicità umana deve essere intesa la figura di testimonianza, che di
necessità assume la vita cristiana. Non deve sorprendere in tal senso che la
testimonianza sia legata in radice al giudizio, e quindi al conflitto che esso
genera.
Testimoni dell'invisibile?
Una seconda
caratteristica dell'uso presente che la lingua cattolica fa della categoria di
testimonianza è la stretta associazione che essa suppone tra testimonianza e
carattere invisibile del messaggio. Oggetto della testimonianza sarebbe in tal
senso di necessità ciò che è invisibile. Considerevole fortuna ha conosciuto
la qualifica del cristiano come "testimone dell'invisibile" (6). La
verità cristiana oggetto di testimonianza minaccia in tal modo d'essere
pregiudizialmente pensata come una verità di carattere esoterico, slegata dalle
forme visibili del rapporto umano così come esso si articola nelle forme
quotidiane dell' agire. Anche per rapporto a questo profilo appare necessaria
una puntuale verifica del senso della testimonianza a procedere dai testi del
Nuovo Testamento. Davvero la verità del vangelo può essere qualificata come
verità di un altro mondo? Di un mondo dunque totalmente altro rispetto a quello
da tutti abitato e ben visibile? La verità del vangelo in certo senso può
effettivamente essere qualificata come "invisibile"; essa è però
invisibile al modo in cui invisibili sono le cose che gli uomini tengono
nascoste; non invece al modo in cui lo sono le cose delle quali manchi ogni
traccia nelle forme della vita comune.
L'associazione tra la testimonianza e l'invisibile trova alimento in un altro
tratto caratteristico della religione moderna, quello per cui suo requisito
essenziale sarebbe l'interiorità; la verità del vangelo sarebbe iscritta già
da sempre dentro la vita di
ogni uomo. Tra interiorità e religione il rapporto è nella percezione
diffusa tanto stretto, da terminare alla pura e semplice identificazione: la
religione sarebbe l'interiorità.
Davvero la verità della religione sta dentro l'uomo? oppure sta sopra? Sta dentro,
nel senso in cui si dice che lo Spirito parla dentro a ogni uomo. E
tuttavia la voce dello Spirito, anche se rimane in prima battuta senza parole,
è obiettivamente iscritta in quelle forme del rapporto umano, mediante le quali
soltanto è consentito al singolo
di diventare un "io", un soggetto libero, che può e deve decidere di
sé. Per altro aspetto, e più fondamentale, lo Spirito sta sopra ogni uomo,
lo trascende; viene prima di lui, e insieme è più grande di lui. Lo
Spirito rivolge ogni uomo a un Signore che lo supera. Appunto questa è
la verità che il mondo non ha conosciuto.
Nella vita di ogni uomo è operante una verità che sta sopra e prima di
lui; essa sola permette all'uomo di venire a capo di se stesso; quella verità
è fin dal principio e mediante essa sono state fatte tutte le cose. Di questa
verità (il logos) parla il prologo di Giovanni come di luce che
splende nelle tenebre e che le tenebre hanno soffocato. Appunto una tale verità
porta alla luce il Verbo fatto carne. Il mistero principale della fede cristiana
è appunto quello
dell'incarnazione; e soltanto a procedere dalla carne del Verbo è possibile
comprendere il senso e la necessità della testimonianza cristiana.
La religione dei moderni, e soprattutto quella dei postmoderni, appare assai
distante dall'idea di una possibile incarnazione di Dio; essa avvolge invece Dio
nelle nebbie impenetrabili dello spirito soggettivo. Così si atteggia non solo
la religione dei moderni, ma già la religione di quelli presso i quali trovò
la sua prima diffusione la predicazione cristiana; prima ancora, così si
atteggiava la religione di coloro che furono testimoni oculari della sua opera.
Fin dall'inizio infatti egli fu respinto
dal sistema religioso giudaico a motivo di una sua pretesa troppo sospetta,
quella di coinvolgere Dio stesso nei suoi modi di dire e di fare.
Illustra efficacemente il rifiuto opposto al Figlio di Dio fatto uomo la
figura di Giovanni Battista, così come tratteggiata nel quarto vangelo; essa
appare come il modello della stessa testimonianza cristiana. Vengono da lui i
farisei mandati da Gerusalemme, per interrogarlo, e gli chiedono chi sia e con
quale autorità battezzi. L'attesa degli inquisitori è che Giovanni parli di
sé e mediante le parole renda ragione di quello che fa. Ma Giovanni non ha
nulla da dire a proposito di se stesso; alla loro domanda oppone una triplice
negazione: non è il Messia, né Elia, né il profeta. Essi cercano di
collocarlo nel novero delle figure già note. Note davvero? Così essi
presumevano, e proprio a motivo di tale loro presunzione la risposta non poteva
essere che negativa. Aggiunge poi anche una risposta affermativa; dice infatti
di essere voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, secondo
la profezia di Isaia; tale risposta non è presa in alcuna considerazione dagli
inquisitori; la parola del profeta pare infatti troppo oscura, per poter essere
verificata. Tornano dunque alle cose ben note: perché battezza, se non è il
Messia, né Elia, né il profeta? Allora Giovanni riconobbe espressamente la
figura soltanto interlocutoria del suo battesimo di acqua e li rimandò a un
altro:
Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo (Gv 1,26-27).
Giovanni dunque rende
testimonianza a colui che sta in mezzo a tutti, e tuttavia rimane a tutti
sconosciuto. In che senso sconosciuto? Soltanto perché a quel punto
Gesù non aveva ancora iniziato a
predicare e a compiere segni? Questa parrebbe la risposta più ovvia; ma Gesù
rimarrà sconosciuto anche dopo, quando comincerà a dire e a fare. Nella
prospettiva teologica del quarto vangelo, la dichiarazione del Battista anticipa
il destino ultimo di Gesù, quella di rimanere sempre uno sconosciuto. Venne
fra la sua gente, infatti, ma i suoi non l'hanno accolto (Gv 1,11).
Un tratto del tutto simile assume anche la testimonianza cristiana; essa si
configura infatti sempre e di necessità come una denuncia; Gesù sta in mezzo a
tutti, ma la sua presenza è fatta oggetto di una rimozione. Egli non è certo
"invisibile", ma le tracce visibili della sua presenza in mezzo a noi
sono in fretta rimosse. Se fossero accolte, quelle tracce impegnerebbero a
revisioni troppo pericolose di tutto ciò che è noto, o si suppone sia noto. La
parola cristiana, confessando la fede in Gesù, propone insieme una denuncia di
coloro che lo nascondono e insieme si nascondono dietro la presunta ovvietà
indiscussa di molti luoghi comuni.
Testimoni dello spirito
La tesi di fondo, che intendiamo qui illustrare, è appunto questa: la presenza cristiana nel mondo assume forma di testimonianza proprio a motivo del fatto che gli uomini tengono nascosta la verità: quella di Gesù, certo, ma prima ancora quella che da sempre sta alla radice della loro vita e dei loro rapporti umani. La verità radicale è certo quella di Dio; non è possibile infatti coltivare con verità un rapporto umano, se non nel segno della fede nella sua origine sacra. A tale verità radicale Gesù rende testimonianza; soltanto attraverso la sua testimonianza quella verità viene alla luce. L'antica censura opposta dai figli di Adamo alla verità di Dio, segreta
mente operante nella loro vita comune, assume ora la forma di censura opposta alla presenza stessa di Gesù. La testimonianza cristiana denuncia tale censura; prolunga in tal senso il dramma dell'Incarnazione. La verità di tale dramma è efficacemente proclamata dal vecchio Simeone nel tempio:Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima (Lc 2,34-35).
Gesù è destinato a
rivelare i segreti dei cuori. Non sorprende
in tal senso che egli diventi un segno di contraddizione, diventi come una
pietra sulla quale di necessità si inciampa. L'incarnazione del Figlio di Dio
si mette di traverso sul cammino percorso da ogni figlio di Adamo. Appunto tale
consistenza umana della rivelazione di Dio dispone lo sfondo sul quale soltanto
è possibile intendere il senso e la necessità della testimonianza, e il suo
carattere ineluttabilmente polemico.
Gli uomini tuttavia non hanno occhi per vedere, che il difetto di speranza della
loro vita è connesso alla menzogna. Al difetto cercano rimedio mediante
messaggi esoterici, che possano essere accolti senza rimettere in discussione la
qualità della vita presente. In tal senso essi assegnano alla religione lo
spazio dell' "invisibile", di ciò che potrebbe dunque essere
conosciuto e creduto senza passare attraverso la testimonianza della carne.
NOTE
[1] CLEMENTE DI
ALESSANDRIA, Il Pedagogo, I, 1, 12.
[2] La formula è suggerita
dal titolo di un saggio risalente agli anni del Concilio, W. H. VAN DE POL, La
fine del cristianesimo convenzionale, Queriniana, Brescia 1969, che si
occupa appunto del collasso della figura assunta dal cattolicesimo nel quadro
del conflitto con la modernità.
[3] Essa è contenuta nei Versi aurei, vv. 11s; questo scritto
raccoglie l'essenza dell'insegnamento pitagorico; non può essere attribuito a
Pitagora stesso, e tuttavia costituisce una sorta di summa del suo
pensiero morale in specie; è disponibile un' edizione italiana, PITAGORA, Versi
aurei, con testo greco a fronte, a cura di V. Guarracino, Medusa Edizioni,
San Giorgio a Cremano (Na) 2005.
[4] L'espressione «parole originarie» (Urworte) è stata
insistentemente usata, in tempi ormai remoti, da K. Rahner, per distinguere
appunto le parole ordinarie mutuate da un dizionario da quelle che stanno
addirittura all' origine della lingua; egli assegna tali parole originarie alla
competenza dei poeti; auspica in tal senso che il sacerdote, il teologo stesso e
ogni cristiano, diventino essi stessi poeti per dire la parola di Dio;
ricordiamo alcuni dei suoi contributi rilevanti a tale riguardo: Sacerdote e
poeta, in K. RAHNER, La fede in mezzo al mondo, Paoline, Alba 1963,
pp. 170s; La parola della poesia e il cristiano (1960), verso it. di L. Marinconz,
in K. RAHNER, Saggi di spiritualità, Roma, Ediz. Paoline, 1965, pp.
231-251; La missione del letterato e l'esistenza cristiana, in K. RAHNER,
Nuovi Saggi II, Roma, Paoline, 1968, pp. 489-507; di tale contributo
della riflessione di Rahner si è diffusamente occupato recentemente A. SPADARO,
La grazia della Parola. Karl Rahner e la poesia, Jaca Book, Milano 2006;
l'assegnazione della competenza in fatto di «parole originarie» ai poeti
riflette - a nostro giudizio -la piega dubbia estetizzante, che diffusamente
assumono i timidi tentativi recenti di correggere il concettualismo della
tradizione filosofica.
[5] Cfr. sotto, pp. 179-188.
[6] La felice formula è usata nella traduzione italiana di un saggio
francese, apparso circa quarant' anni fa, che intendeva proporre una figura
nuova e meno "aggressiva" dell'apostolato: J. LOEW, Testimoni
dell'invisibile: significato e prospettive dell'apostolato moderno (1964),
Boria, Roma 1989; il titolo francese suona: Comme
s'il voyait l'invisible: un portrait de l'apotre d'aujourd'hui.