PICCOLI GRANDI LIBRI   GIUSEPPE ANGELINI
LA TESTIMONIANZA

PRIMA DEL "DIALOGO" E OLTRE

CENTRO AMBROSIANO

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6. Fede che salva e fede che attesta

La fede che salva è muta
Anche ai Dodici è ordinato di tacere
Raccordo all'ottavo comandamento .

6. Fede che salva e fede che attesta

L'ordine di tacere, che Gesù dà a seguito di ogni suo segno prodigioso, è certamente orchestrato in maniera intenzionale nel vangelo di Marco; in tal modo quel vangelo intende suggerire la distanza che separa il segno dal significato, i gesti che Gesù compie dalla verità escatologica alla quale essi rimandano (24). E tuttavia l'ordine di tacere nel suo nucleo originario risale a Gesù stesso; esso costituisce la determinazione maggiore del cosiddetto "segreto messianico".
Questa espressione è raccomandata in particolare da un preciso ordine di tacere, tra i tanti dati da Gesù; esso non è dato a margine di una guarigione, ma a margine della confessione che Simone fa di lui come Messia a Cesarea. La sua confessione è certamente vera; come tale essa è riconosciuta espressamente da Gesù stesso, secondo Matteo; e tuttavia Gesù ordina ai Dodici di non parlare di lui a nessuno. Gesù è il Messia, ma che cosa questo significhi non è affatto chiaro a Simone nel momento della sua confessione. Subito dopo egli sarà infatti cacciato lontano da Gesù come un satana, i cui pensieri non sono quelli di Dio ma quelli degli uomini.

La fede che salva è muta

Un principio analogo vale anche per coloro che non sono discepoli seguaci, e tuttavia rispondono con la fede a tutto ciò che Gesù dice e fa. Sono davvero credenti? Dio solo lo sa. In molti casi mostra di saperlo anche Gesù, e lo dichiara in termini espliciti. E tuttavia anche in quei casi la fede espressa da costoro si riferisce a una verità che ad essi ancora sfugge. La rivelazione di quella verità si produrrà soltanto poi, e soprattutto soltanto grazie a una configurazione della loro fede ad opera di Gesù stesso. La rivelazione della verità escatologica dell'identità messianica di Gesù è sospesa al destino finale del Figlio dell' uomo; prima ancora, è sospesa a un'ulteriore istruzione delle forme spontanee in cui si produce la fede popolare, e tale istruzione può realizzare soltanto Gesù.
Illustrazione concisa e perspicua di questa necessità, che intervenga un'istruzione di Gesù per dare forma alla fede, offre il racconto di quella donna che da dodici anni era affetta da un'emorragia (Mc 5,25-34). Ella
aveva molto sofferto per opera di molti medici, dice il vangelo; aveva speso tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando. Avendo però sentito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Il senso del suo gesto è interpretato espressamente da Marco, che riferisce quali fossero i suoi pensieri nascosti; essa diceva dentro di sé: Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita. Questo suo segreto ragionamento pare prospettare un caso di superstizione piuttosto che di fede. E tuttavia quella donna, appena ebbe toccato Gesù, subito sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. L'accadimento fortunato e arcano è gravido di una verità che sfugge alla donna stessa ed è invece noto a Gesù. Avvertita la potenza che era uscita da lui, egli subito si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». La domanda di Gesù sorprende i discepoli; anch' essi infatti stanno solo alla superficie degli eventi; vedendo Gesù premuto da ogni parte dalla gente, si stupiscono del fatto che possa chiedere chi lo ha toccato. A quel punto la donna stessa mostra di capire il senso della domanda di Gesù; da essa sollecitata, impaurita e tremante, si getta davanti a lui e gli disse tutta la verità. Stranamente, la donna mostra subito di comprendere il carattere furtivo del proprio gesto; ella ha rubato, per così dire, la sua guarigione. Questa sua improvvisa consapevolezza non deve apparire in realtà così strana. Furtiva è ogni guarigione, quando non sia accompagnata dalla confessione; soltanto la confessione della fede nel vangelo di Gesù consente un apprezzamento vero e non furtivo della salute recuperata; a meno che intervenga una tale confessione il vantaggio della salute recuperata rimane dubbio. Gesù disse a quella donna: Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male. La parola di Gesù conferma la guarigione; più precisamente, porta a rivelazione la verità della guarigione. La guarigione non garantisce la pace, fino a che essa non conduca alla confessione della fede nel vangelo di Gesù.
Una formula simile è usata anche nel caso del cieco di Gerico: Va', la tua fede ti ha salvato (Mc 10,52, vedi in genere vv. 46-52). In tal caso per altro l'uomo non se ne va, segue invece Gesù sulla strada di Gerusalemme: E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. La figura del cieco di Gerico assume, nella trama narrativa di Marco, la consistenza di un paradigma; egli è figura del vero discepolo seguace; questi non perde il proprio tempo a divulgare la notizia, ma si pone subito al seguito di Gesù e in tal modo cerca la verità escatologica, alla quale la vista da lui recuperata obiettivamente lo rimanda.
Il caso del cieco di Gerico appare simile a quello del cieco incontrato da Gesù a Gerusalemme secondo Giovanni (c. 9); la vista da lui riacquistata appare decisamente come un guadagno soltanto nel momento in cui egli crede in Gesù. La sua illuminazione suscita un vivace dramma, a conclusione del quale Gesù pronuncia una sentenza particolarmente eloquente per intendere la differenza tra ciò che gli occhi vedono e la verità alla quale i segni rimandano. Il cieco illuminato da Gesù diventa oggetto di un'inquisizione ostile da parte dei Giudei, e poi addirittura del loro disprezzo; egli è cacciato fuori. Soltanto dopo essere stato cacciato fuori, incontra finalmente Gesù, questa volta ad occhi aperti; Gesù lo interroga: Tu credi nel Figlio dell'uomo? Alla domanda egli non sa ancora rispondere; la vista già recuperata non basta; egli stesso formula una domanda a Gesù, che è insieme domanda della fede: E chi è, Signore, perché io creda in lui? Soltanto a quel punto Gesù può dirgli: Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui. La rivelazione rende possibile la confessione di fede di quell'uomo: lo credo, Signore! E gli si prostrò innanzi (cfr. Gv 9, 35b-38). La sua fede porta a compimento la rivelazione della verità iscritta nel gesto prodigioso compiuto da Gesù; egli stesso dichiara quale sia questa verità:

Gesù allora disse: «lo sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (Gv 9,39-41).

La cecità irrimediabile, alla quale Gesù allude, è quella che affligge coloro che pensano di vederci benissimo. Appunto questa intempestiva pretesa di vederci impedisce di accedere alla verità attestata da Gesù mediante i suoi gesti.
Il racconto dei vangeli mostra con chiarezza come, ad attirare l'attenzione delle folle su Gesù, inizialmente concorre più di ogni altra cosa la sua attività taumaturgica (25); essa suscita l'interrogativo a proposito della sua identità (26); e tuttavia abbastanza in fretta sulla meraviglia prevale l'entusiasmo; la gente ritiene di sapere bene ormai chi è Gesù e che cosa ci si può aspettare da lui; egli divenne agli occhi di tutti un taumaturgo. Nei confronti di questa immagine di lui propiziata dai miracoli e del messaggio da essa espresso, Gesù si affretta a mettere in guardia; il fatto è messo in evidenza più chiara dal racconto di Marco, con intenzione che appare deliberata. I miracoli per se stessi non costituiscono affatto un segno univoco del senso del messaggio di Gesù e della sua verità; vale a proposito di quei
segni il principio generale: può intendere soltanto chi ha gli orecchi adatti. La comprensione o meno del messaggio iscritto nei segni operati da Gesù dipende dalla qualità delle disposizioni libere di ciascuno. li messaggio risulta univoco, tipicamente, per coloro che sono beneficiari dei miracoli e nel momento preciso in cui li ricevono; essi sono infatti compiuti proprio grazie alla fede di costoro e in risposta alla richiesta da essa suggerita (27); Gesù non può compiere segni, e così realizzare l'annuncio del regno di Dio, se non a condizione di trovare chi crede e attende. Del villaggio di Nazaret è scritto espressamente che Gesù non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,56); anche così si mostra la necessità che qualcuno creda, perché possa realizzarsi la rivelazione di Dio per tutti. li vangelo può prendere forma nel tempo soltanto a questa condizione, che trovi chi lo accolga, che trovi un resto, o un piccolo gregge (cfr. Lc 12,32), disposto a credere. Il principio offre un'illustrazione precisa della qualità storica della rivelazione cristologica.
Le forme del racconto evangelico mettono in molti
modi in evidenza il legame stretto tra miracolo e fede. Per lo più, accade che Gesù stesso registri la fede e addirittura la lodi: Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico... (Mc 2,5p); Va', e sia fatto secondo la tua fede (Mt 8,13); Figlia, la tua fede ti ha salvata (Mc 5,34; cfr. la stessa formula anche in Mc 10,52; Lc 17,19); alla Cananea è detto; Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri (Mt 15,28). Talvolta però Gesù esorta preventivamente alla fede; così per esempio nel caso di quel capo della sinagoga: Non temere, continua solo ad aver fede (Mc 5,36).
Altre volte Gesù chiede espressamente una previa professione di fede, per esempio quando dice ai due ciechi: Credete voi che io possa fare questo? (Mt 9,28).
Come precisare la figura della fede, di cui si tratta in tutti questi casi? In prima battuta, essa pare quella realizzata dalla mera fiducia che Gesù possa fare questo. Tale fiducia è interpretata da Gesù, e quindi poi anche dai vangeli, come equivalente alla fede in Dio senza ulteriori specificazioni; alla fede, s'intende, come intesa dalla tradizione di Mosè. In questa luce si comprende l'espressione stupita di Gesù, a commento della fede del centurione: Amen vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande (Mt 8,10). L'equivalenza tra fede che ottiene i miracoli e fede che ottiene la salvezza s'intende sullo sfondo del significato obiettivo che i miracoli assumono nell' economia del ministero messianico di Gesù; essi sono appunto il segno della presenza vittoriosa del regno di Dio, e dunque della prossimità benevola di Dio ad ogni uomo che lo invochi, qualunque sia la sua condizione e per quanto irrimediabile essa appaia in questo mondo.
Il messaggio dei miracoli si rivolge però a tutti. Non
a caso, le città del lago saranno giudicate per non aver accolto l'invito alla conversione che, secondo Gesù, era stato loro proclamato esattamente mediante i miracoli compiuti in esse (Mt 11,20-24p). E a tutti il messaggio dei miracoli potrà giungere soltanto a condizione di trovare un' oggettivazione che consenta di staccare quel messaggio stesso dall' esperienza personale e lo renda universalmente accessibile.

Anche ai Dodici è ordinato di tacere

Degno di nota è un fatto già segnalato: oltre che ai beneficiari dei suoi gesti miracolosi, l'ordine di tacere è proposto anche ai Dodici. È dato in occasione della confessione di Cesarea (Mc 8,30), come abbiamo già visto, ma anche in occasione della visione del monte Tabor. In questo secondo caso è espressamente precisato il termine fino al quale l'ordine dovrà essere osservato:

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Mc 9,9-10).

La verità della visione sul monte diverrà dunque manifesta soltanto alla luce della risurrezione. Quello sarà insieme il momento per confessare la verità piena di Gesù.
La precisa categoria di testimonianza (martyrìa) (28) conosce nei testi del Nuovo Testamento una progressiva elaborazione teologica, che fa di essa una nozione per così dire tecnica. Essa avrà declinazioni distinte nei diversi autori; tipicamente, nei "teologi" del Nuovo Testamento, che sono per eccellenza Paolo e Giovanni. Le diverse declinazioni non sono certo contraddittorie, ma neppure tautologiche e immediatamente sovrapponibili. Di tali declinazioni ci occuperemo poi. Notiamo tuttavia come il riferimento alla testimonianza ricorra già nel discorso con il quale Gesù istruisce i Dodici
circa la loro missione in Galilea. Egli propone loro questa norma: Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro (Mc 6,11). Anche in questo caso la testimonianza è realizzata nella forma di un gesto che ha valore giudiziale: scuotere la povere dai piedi significa protestare la propria dissociazione nei confronti di quel luogo.
In senso analogo il termine torna, ormai molto vicino al senso tecnico della parola testimonianza, nel discorso apocalittico, che dice dei tempi successivi alla passione del Figlio dell'uomo. In tale contesto si parla della missione dei discepoli non più soltanto in Galilea, ma fino ai confini del mondo. Tra l'altro è detto: Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro (Mc 13,9). La testimonianza al vangelo sarà data dunque dai discepoli esattamente nel momento in cui essi saranno condotti in tribunale.
Il lessico della testimonianza ricorre poi con significativa frequenza nel racconto del processo. In tal caso non si tratta però della testimonianza in favore del vangelo, ma della testimonianza contro Gesù che i giudici cercano inutilmente; si trovano certo alcuni falsi testimoni, ma subito è precisato che nemmeno su questo la loro testimonianza era concorde (Mc 14,59); la falsa testimonianza perpetua inesorabilmente il litigio tra loro; anche in tal modo è resa testimonianza della verità di Gesù, sia pure in maniera preterintenzionale.

Raccordo all'ottavo comandamento

Il contesto entro il quale si parla di testimonianza è sempre quello giudiziale. Si deve dunque concludere che la missione cristiana è di necessità connotata da un contesto giudiziale? Effettivamente tale conclusione s'impone. La predicazione apostolica articola il giudizio universale di Dio sulla storia dei figli di Adamo. Prima ancora, la stessa vicenda di Gesù, che è all' origine della missione, realizza il giudizio di questo mondo. Alla luce della fede nel vangelo di Gesù si potrà, e anzi si dovrà, riconoscere che da sempre, dunque da prima ancora che si produca la rivelazione cristologica, la vita dei figli di Adamo assume la forma di un processo, nel quale ciascuno è chiamato a prendere posizione.
Una conferma in tal senso, e insieme una più precisa illustrazione di questo profilo giudiziale, offre la formulazione dell' ottavo comandamento del decalogo. Il catechismo corrente lo interpreta come divieto di mentire; la formulazione originaria ricorre però alla categoria di testimonianza, intesa in senso precisamente giudiziale: Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo (Es 20,16), cioè non produrre una testimonianza falsa a carico del tuo prossimo quando è condotto in giudizio. La formulazione corrisponde, secondo ogni probabilità, al senso letterale che il comandamento aveva nella sua prima enunciazione. Esso è stato poi inteso tuttavia, e giustamente, come riferito ad ogni forma di menzogna. Ma proprio l'originaria formulazione in termini giudiziari porta alla luce la ragione di male di ogni menzogna. La parola che mente non può essere intesa a procedere dal confronto tra le parole e i fatti, come farà invece per lo più la tradizione culturale dell'Occidente, la quale riflette in tal senso il solito pregiudizio intellettualistico; deve invece essere intesa a procedere dal confronto tra il singolo e tutti gli altri, dunque come tradimento del patto che lega ad essi. La prossimità spontanea tra gli umani trova il suo sigillo nella lingua, nelle parole con cui ci intendiamo. E tuttavia proprio le parole dispongono la ragione di maggiore vulnerabilità della nostra vita ad opera dei fratelli.
La parola è meno violenta, così pare, della spada; e tuttavia la parola, falsificando la verità dei rapporti, arma la spada; e prima ancora, essa può ferire per se stessa
più di una spada: essa infatti penetra nel profondo.
Della parola stessa di Dio si dice che è come una
spada, anzi è più tagliente di una spada a due tagli; il taglio è ovviamente spirituale e non carnale. Così si esprime la Lettera agli Ebrei:

Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto (4,12-13).

Appunto come un riflesso del tratto cruento della parola di Dio è da intendere il carattere cruento che assume la stessa testimonianza cristiana. Attraverso di essa il credente si fa interprete della rivelazione di Dio, che porta alla luce in maniera inesorabile i segreti dei cuori, mentre i figli di Adamo vorrebbero tenerli per sempre nascosti. Quanto ad ogni singolo, il giudizio sarà certo soltanto quello del Figlio dell'uomo nell'ultimo giorno. Anche la verità della fede nascosta del singolo sarà proclamata allora da lui stesso, con sorpresa di molti (quando mai, Signore, ti abbiamo dato da mangiare?). E tuttavia fin dal tempo presente ciascuno deve essere ricondotto al confronto con lui attraverso la testimonianza, attraverso la confessione della fede dunque dei discepoli che hanno creduto nel Signore. 

 

 

NOTE

[24] Il miracolo annuncia il vangelo; in tal senso esso è un segno che rimanda ad altro, che deve ancora venire; non è invece beneficio per se stesso consistente; la terminologia della tradizione sinottica mette a suo modo in rilievo tale aspetto; non si usa il termine semeion, se non per indicare i miracoli attesi dai giudei (cfr. Mc 8,1l-13p; Mt 12,38-39) o da Erode (Lc 23,8); neppure si usa il termine teras, che vuol dire prodigio, se non per indicare semeia kai térata compiuti dai falsi profeti (Mc 13,22p); i miracoli di Gesù sono invece designati come dynameis, come opere potenti dunque, che attestano la presenza efficace di Dio nella storia degli uomini; significativo è anche il fatto che manchino nel caso di Gesù a differenza di quanto accade nelle tradizioni più simili, quelle di Elia ed Eliseo - miracoli di carattere punitivo; l'opera di Dio annunciata mediante i segni che Gesù compie è infatti l'opera di salvezza, e non quella di giudizio.
[25] Vedi a tale riguardo soprattutto i sommari, Mc 3,7-12; 6,53-56.
[26] Cfr. Mc 1,27; 4,41; 6,2b. 14-16; 8,14-21. 27-29.
[27] Non manca però qualche eccezione; pensiamo alla guarigione dei dieci lebbrosi, uno soltanto dei quali torna a rendere grazie, cfr. Lc 17,11-19.
[28] Merita rilevare come la radice greca per l'idea di testimonianza sia diversa da quella latina; martyr (nella forma antica, attestata da Omero, martys) infatti viene da una radice indogermanica, smer, che significa insieme "ricordare" e "pensare" (a conferma del legame stretto tra conoscenza e memoria), ma poi anche "indugiare" o "rimanere"; dalla stessa radice deriva il latino memor, e dunque il nostro lessico della memoria; il termine martyr suggerisce dunque come la testimonianza assuma la forma di conferma di una verità che ci ha preceduto e che deve rimanere quale fondamento sicuro del presente.