PICCOLI GRANDI LIBRI   GIUSEPPE ANGELINI
LA TESTIMONIANZA

PRIMA DEL "DIALOGO" E OLTRE

CENTRO AMBROSIANO

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7. La testimonianza apostolica negli Atti

La struttura della testimonianza secondo Atti
La testimonianza di Stefano

7. La testimonianza apostolica negli Atti

Nella tradizione apostolica l'idea di testimonianza ha conosciuto una sostanziosa elaborazione, che ne ha fatto la nozione tecnica propria della lingua cristiana. Tale elaborazione ha concorso certo anche alla redazione delle memorie di Gesù nei vangeli; e tuttavia essa si manifesta in maniera più esplicita negli altri scritti, in Atti, negli scritti di Paolo e in quelli di Giovanni. Non tentiamo qui un esame analitico dei diversi testi, né tanto meno a una loro comparazione; cercheremo invece di raccogliere dai singoli scritti le indicazioni più significative in ordine alla riflessione sistematica. Cominceremo da Atti, che certo è scritto più recente delle lettere paoline, ma di lettura più "facile"; in forza del genere letterario narrativo è possibile raccogliere in quel libro documento delle forme effettive assunte dalla testimonianza cristiana, assai più che elaborazioni teologiche a proposito della nozione corrispondente. Un' elaborazione di questo genere è invece chiaramente presente negli scritti di Giovanni, che considereremo soltanto in terzo luogo.
Interponiamo alcune glosse a proposito del concorso che offrono all'idea di testimonianza le lettere di Paolo, che non sviluppano una dottrina organica a proposito della nozione, e tuttavia offrono indicazioni preziose per rapporto alla articolazione reciproca tra testimonianza cristiana e forma antropologica della coscienza morale.

La struttura della testimonianza secondo Atti

Della testimonianza cristiana offre dunque rappresentazione efficace il libro degli Atti nella forma della narrazione. Come abbiamo ampiamente illustrato nelle nostre considerazioni precedenti, appartiene alla struttura di fondo della testimonianza il riferimento a fatti accaduti sotto gli occhi di tutti, i quali rimandano a una verità rimasta inaccessibile a coloro che pure ne sono stati informati. Tale duplicità di piano trova espressione in Atti, e già nel vangelo di Luca, attraverso la distinzione esplicita di due soggetti della testimonianza, i Dodici e lo Spirito Santo. Documenta con chiarezza tale duplicità dei soggetti della testimonianza la formula usata da Pietro davanti al Sinedrio; di contro all'intimazione del silenzio che il sinedrio aveva prescritto agli apostoli, Pietro ribadisce l'annuncio della risurrezione di Gesù: essi lo hanno crocifisso, ma il Dio dei padri lo ha risuscitato. Il suo annuncio si conclude con queste parole: E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui (At 5,32). I fatti a cui Pietro fa riferimento sono quelli della passione del Signore; essi sono noti a tutti, ma sono contraffatti nella recensione pubblica. Per altro lato oggetto di testimonianza è la risurrezione di Gesù, nota soltanto a testimoni prescelti. Subito occorre precisare che il fatto della risurrezione (se pure lo si può qualificare come un fatto) non si aggiunge semplicemente agli altri a tutti noti; determina invece il vero significato di ciò che tutti sanno, o presumono di sapere. La recensione della passione di Gesù nota a tutti ha infatti la fisionomia di una contraffazione; al suo vero significato è possibile pervenire unicamente grazie allo Spirito, dato soltanto a coloro che si sottomettono a lui; la notizia della risurrezione suppone dunque la decisione della fede. La testimonianza dello Spirito non si aggiunge in tal senso a quella degli apostoli quasi fosse testimonianza parallela; conferisce invece alla parola stessa degli apostoli la fisionomia di testimonianza vera, capace di rendere ragione dell' opera che il Dio dei padri ha realizzato mediante la vicenda di Gesù.
Il libro degli Atti, proprio grazie alla sua forma narrativa, privilegia decisamente il profilo per il quale la
testimonianza nasce dalla visione, e più in generale dalla partecipazione in prima persona agli eventi mediante i quali si realizza la rivelazione di Dio e che sono dunque oggetto di annuncio. È ricordata certo la parallela testimonianza dello Spirito; è in molti modi suggerito come tale testimonianza non possa essere affatto intesa come "parallela", ma configuri la testimonianza stessa degli apostoli. E tuttavia la forma narrativa per sua natura non esige né consente che si entri nella considerazione della più precisa consistenza che assume tale configurazione.
Per chiarire il senso del rapporto tra testimonianza e
visione è utile un confronto con l'altro rapporto qualificante, quello tra testimonianza e ascolto. Per dire del rapporto tra lo Spirito e il testimone i testi del Nuovo Testamento privilegiano in genere il registro dell'ascolto, e dunque quello della parola, piuttosto che quello della visione e dell'immagine. Tale registro è privilegiato già dalla tradizione dell' Antico Testamento, per dire della parola profetica; i profeti dicono la parola che hanno udito da Dio, non quello che hanno visto. illustra con efficacia il primato della parola la formula che il quarto vangelo pone sulla bocca di Giovanni battista, per inter pretare la sua testimonianza in favore di Gesù:

Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio (Gv 1,33-34).

Colui che ha inviato Giovanni a battezzare con acqua gli aveva detto: appunto la parola di Dio è all' origine della possibilità di Giovanni di riconoscere il Figlio di Dio. Certo Giovanni anche vede, ma quello che egli vede appare per se stesso molto criptico; pensiamo alla sua dichiarazione: Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui (Gv 1,32). Nella successiva narrazione (ma quanto poco narrativa!) il quarto vangelo introduce formule ancor più esplicite per suggerire il primato dell' ascolto della parola rispetto alla visione degli occhi; in particolare là dove pone sulla bocca di Gesù questa legge fondamentale del rapporto di tutti nei suoi confronti:

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me (Gv 6,44-45).

Ancor più univoco appare il primato della parola nelle formule che Gesù usa per dire dalla sua stessa testimonianza; egli attesta la parola udita dal Padre: io dico al mondo le cose che ho udito da lui (Gv 8,26); vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi (Gv 15,15). Lo stesso Spirito promesso ai discepoli, che solo li condurrà fino alla verità di colui che essi non possono ancora conoscere e li renderà capaci di testimonianza in suo favore, è descritto come colui che ascolta e dice: Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future (Gv 16,13).
Una prima caratteristica della figura della testimonianza proposta in forma narrativa da Atti è il privilegio del registro della visione rispetto a quello dell'ascolto, per dire il fondamento della testimonianza. Appunto alla testimonianza così intesa si riferisce il secondo dei tre ritratti sintetici che il libro propone della comunità di Gerusalemme, per dire il ministero degli apostoli:

Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia (At 4,33).

Le indicazioni più illuminanti che Atti offre per intendere la struttura sintetica della testimonianza apostolica sono però quelle offerte dalla struttura dei discorsi di annuncio. Il libro propone diversi esempi di primo annuncio del vangelo (29); in essi è possibile riconoscere una struttura essenziale, illuminante a proposito della figura di fondo della testimonianza cristiana. Cerco di illustrare tale struttura riferendomi al discorso di Pietro dopo la guarigione del paralitico. Merita di rileggere per esteso l'inizio:

Uomini d'Israele, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest'uomo? Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni. Proprio per la fede riposta in lui il nome di Gesù ha dato vigore a quest'uomo che voi vedete e conoscete; la fede in lui ha dato a quest'uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita, perchésiano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, e cioè Gesù (At 3,12-20).

Una prima considerazione interessante, che questo modello di annuncio suggerisce, è la seguente: l'occasione per rivolgere la parola a quella gente è offerta a Pietro dalla meraviglia dei presenti; gli uomini d'Israele si meravigliano del gesto di Pietro e Giovanni, e proprio per questo continuano a fissarli, quasi fosse per loro potere e per la loro pietà che sia divenuto possibile camminare a quell'uomo. La meraviglia non è soltanto un' occasione, ma è condizione essenziale perché sia possibile la predicazione cristiana. Tale predicazione realizza la figura di testimonianza per il fatto che essa risponde a una domanda già accesa in chi ascolta grazie alla meraviglia; quella meraviglia dispone obiettivamente all'attesa di una parola, che interpreti ciò che stupisce. La meraviglia è indispensabile non solo agli inizi della predicazione apostolica, ma in ogni tempo; soltanto grazie ad essa possono essere pronunciate con verità le parole che proclamano il vangelo.
Come già sopra abbiamo suggerito, riflettendo in prospettiva antropologica, sempre la parola nasce sullo sfondo della meraviglia, dunque sullo sfondo di un vissuto effettivo che, prima ancora che sia pronunciata una qualsiasi parola, sorprende; la sorpresa è il segnale di una presenza insospettata, la quale appare insieme decisiva perché si possa venire a capo della consistenza del cammino dell'uomo. Anche nel caso della parola cristiana si deve riconoscere come essa non sia possibile se non sullo sfondo della sorpresa. Non si può cominciare subito dalle parole. Neppure Gesù aveva cominciato subito dalle parole: la sua prima predicazione è strettamente connessa ai gesti, alla cura cioè di ogni sorta di malattie e infermità nel popolo (cfr. Mt 4,23); i segni sorprendenti che egli operava accedevano l'attenzione sulla sua parola.
La meraviglia non è accesa soltanto da segni prodigiosi. Nella vicenda della Chiesa, essa è accesa dal nuovo genere di vita che i cristiani realizzano; esso meraviglia, deve meravigliare, e in tal modo suscitare in tutti un interrogativo. Così si dice già della comunità di Gerusalemme: Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore. Il primo ritratto sintetico che Atti propongono della chiesa di Gerusalemme sottolinea come proprio grazie al loro genere di vita i discepoli suscitassero la simpatia di tutto il popolo; grazie alla testimonianza realizzata mediante le forme della vita comune accadeva che il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati (cfr. At 2,46-48). La meraviglia dunque sollecita una parola che interpreti i fatti sorprendenti, e in tal modo consenta di appropriarsi del loro significato.
Tornando al caso della guarigione dello storpio, l'interpretazione di quel fatto sorprendente è da cercare, secondo Pietro, in ciò che ha fatto il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri (un Dio noto dunque ai suoi ascoltatori, o quanto meno un Dio che essi dovrebbero ben conoscere) ha glorificato il suo servo Gesù; la sua opera ha smentito la vostra; voi infatti lo avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; in tal modo avete rinnegato il Santo e il Giusto ... e avete ucciso l'autore della vita. A questa vostra opera si oppone l'opera di Dio che lo ha risuscitato dai morti; appunto di questo noi siamo testimoni. In ogni tempo la risurrezione di Gesù assume anzi tutto questo significato: essa smentisce le opere che i figli di Adamo compiono.
Pietro poi, quasi a chiarire che effettivamente del Dio dei nostri padri si tratta, precisa che l'opera da lui compiuta in favore del Figlio corrisponde alla promessa antica dei profeti: egli ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto; appunto la parola dei profeti consente di riconoscere la verità dell' opera presente di Dio. Gli scritti dell' Antico Testamento appaiono facilmente al cristiano, e all'uomo di oggi in genere, come primitivi e poco plausibili; parlano infatti di un Dio vendicativo e violento, che non ha più alcuna plausibilità, come spesso si ripete. In tal senso quegli scritti, lungi dall' apparire illuminanti per rapporto al vangelo di Gesù, assumono la consistenza di una pietra di scandalo. Così èpossibile pensare, soltanto perché i cosiddetti "valori" cristiani - misericordia, perdono, uguaglianza, fraternità, pace e simili - sono oggi pensati come valori per se stessi evidenti, scritti in cielo, tali da non richiedere in alcun modo la memoria delle prove della vita, e quindi della paura, del risentimento e addirittura dell' odio che esse comportano. È vero invece che le prove sono un
ingrediente indubitabile della vita di tutti. La dimenticanza dell' Antico Testamento è parallela alla dimenticanza di quella nostra esperienza quotidiana, che in molti modi porta i tratti dell' Antico Testamento. Il cimento della fede cristiana con la memoria di Mosè e dei profeti appare strettamente legato alla accettazione dell'altro cimento, che s'impone alla fede, quello con la vita di ogni giorno.
Appunto la memoria dell' Antico Testamento consente di realizzare quella memoria dei gesti e dei fatti di Gesù, che sola porta alla luce il senso vero del conflitto aspro che lo ha opposto ai suoi censori. Durante la vita terrena di Gesù il conflitto era in tutti i modi rimosso; l'illusione di Pietro e degli altri era che si potesse trovare un' altra risoluzione della vicenda, diversa da quella cmenta che Gesù stesso prospettava. Attraverso la memoria dei salmi, dei canti del servo sofferente, delle parole aspre che tutti i profeti hanno usato contro questo popolo (30) che presume d'essere popolo di Dio e invece è uguale a tutti gli altri popoli della terra, Pietro e gli altri giungono a comprendere quel che prima non avevano compreso e che aveva determinato alla fine l'inesorabile abbandono del Maestro.
L'annuncio di Pietro si conclude con un imperativo: Pentitevi dunque e cambiate vita; soltanto a questa condizione potranno essere cancellati i vostri peccati e così potranno giungere i tempi della consolazione da parte del Signore; allora egli infatti manderà quello che vi aveva destinato come Messia, e cioè Gesù. La testimonianza resa all' opera di Dio esige la denuncia della menzogna di cui gli uomini si sono fatti responsabili. Proprio per questo la testimonianza esige grande forza. Per riferimento a tale forza occorre intendere l'uso ricorrente in Atti del termine parrhesìa per qualificare la parola degli apostoli. Il termine greco è tradotto con franchezza; nella versione della CEI; esso indica più precisamente la libertà di parola degli apostoli. Essi non si lasciano scoraggiare in alcun modo dalle intimidazioni: né da quelle del sinedrio, né in genere da quelle dei Giudei e dei capi tutti delle nazioni. La franchezza è il tratto qualificante della testimonianza.
In Atti ricorre più volte la menzione del tentativo del sinedrio di far tacere gli apostoli; a fronte di tale tentativo è rilevato lo stupore che suscita la loro franchezza:

Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù (4,13).

Pur non ignorando l'aspetto conflittuale che sta sullo sfondo della testimonianza apostolica, Luca preferisce sottolineare l'aspetto per il quale essa è resa con letizia. La letizia trova riscontro nella nuova fraternità che caratterizza la vita comune; essa si concretizza nella comunione dei beni, menzionata subito dopo la testimonianza nel secondo ritratto della comunità:

Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno (4,34-35).

L'accostamento suggerisce con efficacia come la testimonianza della risurrezione sia resa mediante le forme pratiche della vita.

La testimonianza di Stefano

Il lessico della testimonianza non interviene in Atti, stranamente, per dire del primo martire, di Stefano primo testimone del vangelo mediante l'effusione del sangue. La circostanza è da spiegare alla luce del fatto che la parola martyrion non ha ancora assunto nella lingua di Luca l'accezione tecnica, presente negli scritti del Nuovo Testamento soltanto attraverso l'Apocalisse:

Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell' Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio;
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.
(Ap 12,11; vedi anche 17,6).

E tuttavia, al di là del lessico usato, la morte di Stefano è narrata da Atti in termini tali da renderne evidente l'attitudine a valere quale documento della testimonianza cristiana, nel senso che abbiamo sopra tratteggiato. L'accusa portata contro Stefano è strettamente legata a quella già opposta a Gesù; ne ripete i tratti quasi alla lettera:

Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè» (6,13-14).

L'accusa mossa a Stefano è dunque quella di aver ripudiato la fede dei padri, e dunque l'alleanza mosaica. Il discorso di Stefano, che viene di seguito riferito, propone ancora una volta una rilettura sintetica di tutta la storia di Israele, molto vicina a quella già propria della tradizione profetica. Tutti i profeti infatti denunciavano la distanza di questo popolo dal popolo che Dio cercava; tutti furono incompresi dalla generazione dei contemporanei; tutti furono testimoni dunque di una verità che, proprio perché non accolta dagli uditori presenti, dovette essere fissata nel libro a futura memoria. In tal senso essi già rimandavano al Messia, e più precisamente alla figura di un Messia rifiutato; non esprimevano tale rimando soltanto o soprattutto attraverso le affermazioni esplicite sul destino futuro del Messia, quanto piuttosto attraverso la testimonianza realizzata dalla figura pratica della loro vita. La vera tradizione mosaica in tal senso è quella rappresentata dai profeti e da un resto di Israele, non invece quella realizzata attraverso i costumi tramandatici da Mosè, a cui fanno riferimento i falsi testimoni contro Stefano. In tal senso si deve dire che la tradizione mosaica non è affatto dimenticata dalla predicazione cristiana, è invece portata al suo compimento escatologico.
Proprio per il fatto di riferirsi a una tradizione che appare nominalmente comune a lui e ai suoi censori il discorso di Stefano genera un conflitto, del tutto simile al conflitto che già aveva opposto Gesù agli scribi. Sullo sfondo di tale conflitto si comprende in che senso quel discorso realizzi la forma della testimonianza, dunque del martirio. Esso porta alla luce una verità della tradizione comune, che invece la lettura corrente di Mosè e dei profeti, nella sostanza quella farisaica, rimuove. Che il discorso di Stefano ricalchi le linee della predicazione dei profeti è espressamente detto:

O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l'avete osservata» (At 7,51-53).

Il conflitto non è in alcun modo dissimulato da Stefano; e tuttavia esso non conclude alla scomunica e al desiderio di vendetta; Stefano muore invece, a imitazione di Gesù, pregando, per se stesso e per i suoi persecutori:

E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò forte: «Signore, non imputar loro questo peccato». Detto questo, morì (At 7,59-60).

La qualità della sua morte appare come il sigillo della testimonianza da lui offerta; la parola da lui pronunciata davanti agli uomini fa riferimento all' opera di Dio, altra rispetto a quella degli uomini; a quell'opera egli stesso si appella mediante la sua preghiera. Non sorprende che il racconto di Luca divenga un modello per la successiva letteratura cristiana dedicata alla passione dei martiri.

 

 

NOTE

[29] I discorsi di annuncio in Atti sono molti; ricordiamo i principali anzitutto quelli di Pietro: a Pentecoste (2,14-36), nel tempio a seguito del miracolo dello storpio (3,11-26), nella casa di Cornelio, primo esempio di annuncio ai pagani (10,3443); occorre aggiungere quelli di Paolo, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia (13,16-41), e ad Atene all' Areopago rivolto ai "filosofi epicurei e stoici" (17,22-31).
[30] P. PAOLINI, Il profeta come testimone nell'Antico Testamento, in p. CIARDELLA - M. GRONCHI (a cura di), Testimonianza e verità - un approccio interdisciplinare, Città Nuova, Roma 2000, pp. 83-99.