PICCOLI GRANDI LIBRI   GIUSEPPE ANGELINI
LA TESTIMONIANZA

PRIMA DEL "DIALOGO" E OLTRE

CENTRO AMBROSIANO

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8. Paolo: la testimonianza e la coscienza

8. Paolo: la testimonianza e la coscienza

Le lettere di Paolo in molti modi attestano come l'uso del termine martyrion (testimonianza) sia già allora entrato nel lessico cristiano della missione ai greci; non solo, esso ha assunto assai presto il valore di designazione sintetica della predicazione del vangelo. In tal senso l'uso non ha bisogno d'essere giustificato da Paolo. D'altra parte nei suoi scritti manca un interesse tematico preciso per la nozione di testimonianza; non è quindi possibile raccogliere un suo pensiero proporzionalmente organico su tale tema. L'uso che egli fa del lessico suggerisce tuttavia alcune indicazioni assai feconde in ordine a una teologia della testimonianza. Articoliamo la nostra breve esposizione in due momenti: nel primo consideriamo gli usi espliciti del lessico e ne traiamo alcune prime indicazioni sintetiche; nel secondo momento invece ci occupiamo dei testi di Paolo che istituiscono un nesso tra la testimonianza cristiana (sia essa espressamente designata con il termine martyrion oppure no) e l'esperienza umana universale della coscienza. Appunto questi testi offrono lo spunto per gli approfondimenti più significativi della nozione di testimonianza.
Il termine martyrion è già presente nella 2 Tessalonicesi; in quella lettera è usato per designare sinteticamente la
predicazione di Paolo, in un contesto che chiaramente allude al profilo polemico che essa assume; più precisamente, il termine rimanda al conflitto tra coloro che credono a quella predicazione e coloro che la rifiutano:

Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando egli verrà per esser glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi. Questo accadrà, in quel giorno (2 Ts 1,9-10).

Nella 1 Tessalonicesi non ricorre il preciso termine di martyrion, ma ricorrono i molti verbi composti corrispondenti; la prospettiva è quella di sottolineare la necessità radicale che a conferma della predicazione di Paolo intervenga Dio stesso.
Il profilo di testimonianza che essa assume è bene espresso in tal senso in un passo, nel quale Paolo sottolinea il rimando della sua predicazione a Dio stesso, che solo conosce i cuori; in quel contesto il sostantivo testimone (martys) è riferito a Dio, il quale depone in favore dell' apostolo:

... come Dio ci ha trovati degni di affidarci il vangelo così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone (1 Ts 2,4-5) (31).

Nei versetti che subito seguono alla testimonianza di Dio è associata quella dei cristiani stessi di Tessalonica; appunto la loro testimonianza offre conferma della qualità testimoniale che assume la parola stessa dell' apostolo:

Voi siete testimoni, e Dio stesso è testimone, come è stato santo, giusto, irreprensibile il nostro comportamento verso di voi credenti; e sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi (martyromenoi) a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria. Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete (1 Ts 2,10-13).

Merita che sia espressamente sottolineato questo fatto: assume la figura di testimonianza, dunque di rimando alla volontà di Dio stesso, il quale deve confermare in prima persona la verità della parola dell' apostolo e determinarne il senso, anche l'esortazione morale dell'apostolo; i pagani, che non conoscono Dio, neppure possono comprendere ciò che davvero chiede il rapporto con il fratello, tanto meno essi possono adempiere a tale esigenza:

Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato (diemartyrametha). Dio non ci ha chiamati all'impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito (1 Ts 4,3-8).

Il termine martyrion assume valenza più obiettiva in due passi di 1 Corinzi, in cui designa la predicazione apostolica in genere, e non solo quella di Paolo; più precisamente, il termine designa in tal caso l'oggetto della predicazione, e non l'atto dell' annuncio:

La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 1,6-7).

Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza (1 Cor 2, 1).

Anche in questi due testi l'uso del termine testimonianza appare strettamente legato a uno sfondo polemico; la polemica non si rivolge contro i Giudei, ma contro la sapienza di questo mondo, e dunque con la tradizione tutta dei figli di Adamo; la sapienza di questo mondo non conosce Dio, e perciò usurpa il nome che porta. In 1 Corinzi Paolo prospetta in maniera particolarmente netta e provocatoria, addirittura paradossale, la contrapposizione netta tra predicazione cristiana e sapienza degli uomini. La predicazione cristiana appare come una follia ai greci, che cercano la sapienza; quanto ai Giudei, che cercano i miracoli, cioè documenti che attestino la potenza vincente di Dio, essa appare come uno scandalo (cfr. 1 Cor 1,17-25). Il carattere testimoniale, che di necessità assume l'annuncio cristiano, è da intendere per correlazione al fatto che esso rimanda a evidenze, che non possono essere raccomandate mediante le risorse della parola umana, mediante ragionamenti persuasivi; per attingere a tali evidenze occorre invece che chi ascolta rivolga la sua attenzione a una voce fuori campo, quella dello Spirito stesso di Dio; soltanto quella voce può dare conferma alla parola dell'apostolo, la quale per se stessa appare debole e addirittura stolta.

La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1 Cor 2,4).

Al lessico della testimonianza Paolo ricorre nella stessa lettera ai Corinzi per riferimento all' affermazione della risurrezione di Gesù; sono qui usati, più precisamente, il sostantivo martys e il verbo martyrein:

Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni (pseudomartyres) di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato (emartyresamen) che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono (1 Cor 15,14-15).

Trova ancora una volta conferma il tratto generale, che associa la figura della testimonianza a un contesto polemico. La negazione della risurrezione di Gesù da parte dei Corinzi è da mettere in relazione con la loro cultura greca, e quindi con il disprezzo del corpo. L'annuncio della risurrezione assume in tal senso la consistenza di una sfida radicale a quella "religione dell' anima" che è propria dei greci; essi associano" dio" o il divino con ciò che non ha figura e forma in questo mondo.
L'aspetto più interessante degli scritti di Paolo, per riferimento al tema della testimonianza, è tuttavia il raccordo che egli suggerisce tra tale categoria e la coscienza (syneidesis): espressamente egli parla di una testimonianza della coscienza. In tal modo la figura della testimonianza cristiana è chiarita da Paolo mediante il ricorso a una figura universale dell' esperienza umana. Veniamo in tal modo al secondo momento sopra annunciato di questa nostra breve esposizione su Paolo. L'idea di coscienza, intesa in quell'accezione precisamente morale che diverrà comune nella tradizione cristiana successiva, era già stata elaborata dal pensiero filosofico ed era di uso corrente nella filosofia popolare di età ellenistica. Paolo la introduce nel lessico cristiano e la declina in termini tali da risultare obiettivamente fecondi in ordine alla determinazione della stessa figura di testimonianza, che definisce la forma della predicazione cristiana.
Nella lettera ai Romani, manifesto del vangelo come predicato da Paolo e redatto per una comunità cristiana proveniente dal paganesimo, il termine coscienza è
usato per dire della conoscenza della giustizia di Dio, che anche i pagani hanno, pur senza conoscere la legge (si intende, quella di Mosè). Il testo che propone questa tesi introduce la figura della testimonianza per dire della forma nella quale la coscienza parla ai pagani stessi:

Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza (symmartyrouses) della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono (Rm 2,14-15).

Certo la testimonianza della coscienza, di quella voce interiore che anche ai pagani parla (comunque essa debba essere più precisamente determinata), non è fungibile con la testimonianza realizzata dalla predicazione del vangelo; e tuttavia sono da rilevare obiettive corrispondenze tra i due generi di testimonianza. Nell'uno e nell' altro caso la verità (di Dio?) è notificata senza fare ricorso a parole esteriori, le quali come tali potrebbero essere raccomandate soltanto da tradizioni umane; anche la coscienza a suo modo parla, usa cioè parole e addirittura ragionamenti, e tuttavia la forza persuasiva di tali ragionamenti è riferita ad un' autorità più che umana.
Non è questo il solo testo nel quale Paolo introduce l'idea di una testimonianza della coscienza e afferma un nesso stretto tra figura della testimonianza ed esperienza della voce interiore. Al medesimo sintagma Paolo ricorre ogni volta che si appella alla propria coscienza come a istanza ultima, alla quale si affida per trovare conferma dei propri comportamenti. La coscienza non è certo pensata come una facoltà dell'uomo, nel caso dell'uomo Paolo, ma come il testimone di altri: in tal senso appunto si dice che la coscienza testimonia. Soltanto il riferimento a tale istanza trascendente consente a Paolo di non dipendere in alcun modo dall' approvazione degli interlocutori. Documenti in tal senso sono offerti soprattutto dalla 2 Corinzi, la lettera che ha sullo sfondo profonde e ostinate incomprensioni tra l'apostolo e quella Chiesa; proprio sullo sfondo di tali incomprensioni Paolo si appella alla testimonianza della coscienza:

Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio, non con la sapienza della carne ma con la grazia di Dio (2 Cor 1,12).

Poco oltre Paolo si appella, in senso che appare sostanzialmente equivalente, alla testimonianza di Dio stesso:

Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto (2 Cor 1,23).

Dunque, la testimonianza della coscienza è da intendere come testimonianza che Dio stesso offre in favore dell' apostolo del vangelo? La voce della coscienza - così si esprimerà la lingua cristiana in epoca moderna sarebbe la voce di Dio stesso dentro di noi? Essa non è soltanto dentro di noi, e anche tra noi, arbitra nel contenzioso che spesso ci oppone gli uni agli altri. In tal senso, l'appello alla coscienza non può essere certo usato come strategia di immunizzazione nei confronti degli altri e delle ragioni che essi oppongano a noi; la coscienza ci impegna invece a rimandare questi stessi altri alla testimonianza della (loro) coscienza.
In epoca moderna, un certo cristianesimo "tragico" inclina a pensare che l'appello alla testimonianza della propria coscienza consenta al singolo di sottrarsi del tutto al confronto con altri, dall' esito sempre incerto. Questo modo di pensare appare precipitoso, e anzi francamente sbagliato. Certo Paolo non ignora i modi di pensare, di dire e di sentire degli interlocutori; non dipende dall'approvazione degli uomini, certo, e tuttavia vuole raggiungere tutti nella loro coscienza, in quel luogo interiore nel quale ciascuno è istruito dalla testimonianza stessa di Dio. Questa è una legge fondamentale della predicazione cristiana: soltanto a condizione di istituire il rimando di ciascuno alla propria coscienza essa realizza la precisa figura della testimonianza.
In tal senso Paolo si esprime in particolare nei capitoli 8-10 della 1 Corinzi, nei quali discute la questione
degli idolotiti, e più precisamente della legittimità o meno per il cristiano di mangiare carne sacrificata agli idoli. Il parere di Paolo - e con lui di tutti i cristiani "illuminati" - è che se ne possa mangiare; e tuttavia egli insieme raccomanda l'attenzione alla coscienza degli interlocutori. Enuncia a tale proposito un teorema molto chiaro: l'interesse per la coscienza debole dei fratelli deve prevalere sull'interesse ad affermare la propria scienza:

Badate che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la scienza, stare a convito in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni immolate agli idoli? Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello (1 Cor 8,9-12).

Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio», astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell'altro. Per qual motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della coscienza altrui? (1 Cor 10,27-29).

Il rispetto che Paolo raccomanda per la coscienza dei deboli non può essere inteso quasi costituisse una forma di rispetto umano, di anteposizione dunque delle attese degli uomini alle attese di Dio. Il rispetto raccomandato si riferisce infatti alla coscienza, e non alla volontà degli uomini; e nella coscienza di chiunque parla sempre Dio, anche se in forma debole; e d'altra parte la convinzione che si possano mangiare quelle carni è qualificata da Paolo - non a caso - come espressione di scienza e non di coscienza.
In altro contesto, e precisamente in Romani, Paolo enuncia in forma di teorema generale il principio che in 2 Corinzi è affermato a margine della questione degli idolotiti; e lo fa riferendosi non solo alle forme della predicazione, ma alle forme complessive del comportamento dei credenti:

Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l'infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo (Rm 15,1).

L'obiettivo di edificare è da intendere come quello di promuovere il riconoscimento da parte del prossimo di ciò che è bene, di promuovere la sua stessa coscienza, quello che essa vuol dire, ma non ha parole per dire. La testimonianza del cristiano deve in tal senso dare parola alla coscienza del prossimo. Il comandamento di amare il prossimo non può essere certo inteso quasi prescrivesse di fare per lui un bene suscettibile di essere realizzato anche senza di lui, senza la sua coscienza, appunto.
Il principio dell'attenzione alla coscienza dell'altro, che ha maggiore necessità di essere enunciato nel caso dei deboli, non interessa per altro soltanto il loro caso, ma interessa ogni forma della testimonianza cristiana. Nel contesto della discussione del problema degli idolotiti Paolo, riferendosi al suo stesso comportamento quale apostolo, proclama una precisa legge generale della testimonianza cristiana:

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro (1 Cor 9,19-23).

Farsi tutto a tutti non significa certo diventare compiacenti nei confronti di tutti; ciò che sappiamo del comportamento di Paolo ampiamente esclude tale eventualità. Sul tema della legge, in particolare, il comportamento di Paolo appare tutt'altro che compiacente; a prima vista appare assai difforme dal principio qui proposto. Ma le sue affermazioni perentorie a proposito della sterilità della legge in ordine alla giustificazione, come pure la dichiarazione sbrigativa che in Cristo non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero, non c'è più uomo né donna (GaI 3, 28), non possono essere certo intese quasi autorizzassero a ignorare le differenze nominate; intendono invece indicare come la verità di Cristo stia oltre queste differenze; a quella verità tutti possono e debbono essere condotti, e possono essere condotti unicamente a condizione che la testimonianza cristiana accetti di prendersi cura della coscienza di ciascuno.
Il tema della testimonianza conosce uno sviluppo significativo nelle lettere pastorali; esse riflettono uno
sviluppo tardo della tradizione paolina, corrispondente al momento del passaggio dai tempi di Paolo e della prima generazione apostolica in genere alla generazione successiva; tale passaggio accentua il nesso della testimonianza con il profilo polemico che di necessità assume la predicazione del vangelo in questo mondo. Lo sviluppo non sorprende, quando si consideri come in tali scritti sia insistentemente presente la denuncia di un rischio a cui la verità cristiana è esposta, quello di una corruzione ad opera di coloro che cercano a tutti i costi una composizione tra fede e modi comuni di pensare; la composizione non può assumere altro che la forma del compromesso. Su tale sfondo appunto ricorre la caratterizzazione della testimonianza cristiana attraverso il seguito di sofferenze e incomprensioni che di necessità l'accompagna. Il testo più esplicito è nella 2 Timoteo:

Non vergognarti dunque della testimonianza (martyrion) da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio (2 Tim 1,8).

A tale tratto agonistico della fede corrisponde il ricorso all'immaginario militare per descrivere la figura della vita cristiana:

Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. Nessuno però, quando presta servizio militare, s'intralcia nelle faccende della vita comune, se vuoI piacere a colui che l'ha arruolato. [...] Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! (2 Tim 2,3-4. 8-9).

La vita cristiana tutta è descritta come fuga mundi, come resistenza agonistica a un mondo ostile; assume in tal senso la fisionomia del martirio inteso secondo l'accezione tecnica che il termine prenderà alla fine della stagione apostolica. Sigilla questa figura della vita cristiana il suo accostamento al modello offerto dalla passione stessa del Signore, che la 1 Timoteo è espressamente qualificata quale testimonianza:

Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo (1 Tim 6,11-14).

L'apprezzamento della sofferenza come una grazia, più precisamente quale esperienza privilegiata mediante la quale si realizza il riferimento immediato della vita a Dio, è caratteristica anche della 1 Pietro, e costituisce lo sfondo di quel passo dal quale abbiamo preso le mosse all'inizio di questo saggio. Tale apprezzamento della sofferenza è espressamente dichiarato, ed è argomentato e rispettivamente interpretato mediante l'accostamento al modello offerto dalla passione di Cristo:

È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme (1 Pt 2,19-21).

La stessa proclamazione del carattere beato della sofferenza è sullo sfondo della raccomandazione che la lettera rivolge ai suoi lettori ad essere sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3,15b); è detto infatti immediatamente prima: se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! (1 Pt 3,14). Non solo è proclamata la beatitudine della sofferenza, ma è precisato come proprio essa realizzi la confutazione di quanti malignano sulla buona condotta del cristiano, realizza in tal senso la testimonianza:

Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo (1 Pt 3,15c-16).

La testimonianza cristiana assume dunque nelle lettere pastorali e nella 1 Pietro tratti molto simili a quelli che saranno propri del martirio; l'attestazione della verità del vangelo di Gesù Cristo non si può realizzare in altro modo che mediante la pazienza, e dunque mediante la costanza della speranza nel momento della passione. Tale costanza rimanda immediatamente al giudizio escatologico di Dio; e tuttavia essa non mira a quel giudizio, quanto piuttosto alla conversione di tutti; Dio infatti vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1 Tim 2,4).

 

NOTE

[31] Il tema della testimonianza di Dio in favore dell' apostolo (cfr. anche Rm 1,9) equivale a quello successivamente articolato da Paolo nei termini della testimonianza a lui resa dalla sua coscienza; ce ne occuperemo poi.