PICCOLI GRANDI LIBRI   GIUSEPPE ANGELINI
LA TESTIMONIANZA

PRIMA DEL "DIALOGO" E OLTRE

CENTRO AMBROSIANO

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9. Giovanni: il vangelo della testimonianza

La testimonianza di Giovanni Battista
Un vangelo "polemico"
La testimonianza di Gesù
La testimonianza dei discepoli

9. Giovanni: il vangelo della testimonianza

Un'elaborazione più precisa della figura della testimonianza, addirittura sofisticata, si incontra nel vangelo di Giovanni, e in genere nei suoi scritti (32). Indice di tale attenzione a questa figura è offerto dalla ricorrenza statistica del lessico della testimonianza, incomparabilmente maggiore rispetto a tutti gli altri scritti del Nuovo Testamento: su 77 ricorrenze complessive di martys 47 sono in Giovanni; e su 37 ricorrenze di matyrìa 30 sono in Giovanni. Al di là del criterio meramente statistico è possibile rilevare come l'uso del lessico corrisponda a una concezione assai articolata dell'idea corrispondente; essa assume nel quarto vangelo un rilievo strategico in ordine alla più complessiva articolazione della verità di Gesù, parola di Dio fatta carne. È facile prevedere come la categoria di testimonianza serva appunto a declinare la dialettica tra caducità della carne e gloria di Dio; la gloria di Dio risplende non attraverso l'immunità di Gesù nei confronti della debolezza della carne e delsuo destino mortale, ma attraverso il dono della carne. Precisamente al servizio di questo obiettivo è posta l'idea di testimonianza: portare a parola la rivelazione della gloria di Dio mediante la carne.
In primissima approssimazione, possiamo sinteticamente raccogliere i testi rilevanti in tre gruppi distinti, certo reciprocamente legati: quelli che si riferiscono alla testimonianza di Giovanni Battista, quelli che si riferiscono alla testimonianza di Gesù stesso e finalmente quelli che si riferiscono alla testimonianza dei discepoli. Prevedibilmente, la figura di Gesù quale testimone sta al fondamento della stessa testimonianza del Battista e rispettivamente dei discepoli. Consideriamo brevemente i testi nell' ordine suggerito dalla loro successiva comparsa nel vangelo.

La testimonianza di Giovanni Battista

Già nel Prologo il ministero di Giovanni precursore è descritto, con poche formule assai concise, ma anche per questo assai solenni, come quello di rendere testimonianza alla luce che splende nelle tenebre, dunque di rendere testimonianza al successivo ministero di Gesù:

Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce
(Gv 1,6-8).

Opinione largamente condivisa dagli esegeti è che questi versetti siano stati inseriti nel Prologo soltanto in un secondo momento. Più precisamente, essi costituirebbero - secondo una probabile ipotesi - addirittura l'inizio del vangelo nella sua prima redazione; allora mancava ancora il prologo, inserito in un secondo momento; appunto tale inserimento avrebbe determinato il problema di raccordare il primo inizio del vangelo con il secondo, costituito da quel prologo solenne. Il testo del prologo è probabilmente nato separatamente dal vangelo. La soluzione escogitata sarebbe dunque quella dell'iscrizione di questi versetti entro la trama stessa del prologo; in tal modo si realizza l'intreccio tra il prologo e la narrazione successiva, che inizierà poco oltre (al v. 19), immediatamente al termine del prologo. Quei versetti costituiscono una sorta di anticipo sulla narrazione.
In ogni caso, i versetti citati anticipano in maniera sintetica il senso della testimonianza del Battista, che sarà descritta in termini narrativi nei successivi vv. 1924. Nella narrazione successiva la testimonianza di Giovanni è espressa, non a caso, anzitutto in termini negativi; prima di rendere positiva testimonianza a Gesù, Giovanni nega ogni congettura formulata a suo riguardo dai commissari inviati da Gerusalemme per inquisire sulla sua opera.

E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «lo non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No» (Gv 1,19-21).

La negazione ostinata opposta da Giovanni ad ogni ipotesi formulata dai Giudei circa la sua identità dispone lo spazio vuoto - in tal senso, il deserto - entro il quale soltanto egli potrà rendere testimonianza a colui che deve venire. I termini ostinatamente negativi della prima testimonianza di Giovanni già annunciano la prospettiva decisamente polemica che la testimonianza assumerà in tutto lo svolgimento del quarto vangelo. Non solo in questo vangelo, d'altra parte, ma in tutta la letteratura neotestamentaria - come si è visto -la testimonianza assume una connotazione giudiziale, e dunque polemica. E tuttavia è da riconoscere come il profilo giudiziale della testimonianza assuma tratti singolarmente accentuati nella recensione che il quarto vangelo propone della predicazione di Gesù, come subito si vedrà.
Alla triplice negazione segue poi, finalmente, un' affermazione positiva a proposito di se stesso ma estremamente esile: Giovanni dice di sé d'essere soltanto una voce, che nel deserto prepara la via al Signore che deve venire:

Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «lo sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia (1,22-23).

Giovanni dunque rende testimonianza alla luce che viene in questo mondo realizzando anzitutto la missione del profeta; ogni profeta infatti prepara la via del Signore; è personaggio che rimanda ad altri, rimanda all' Altro che deve venire; già in questo modo è definita la figura della testimonianza. La testimonianza di Giovanni può tuttavia assumere forma più positiva del mero rimando ad altro, che ancora deve avvenire; egli può annunciare un presente, può annunciare colui che è presente. Può annunciare appunto, ma non ancora indicare; colui che pur presente rimane sconosciuto: in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1,26). Come già sopra suggerivamo (33), la caratterizzazione qui proposta di Gesù come colui che non è conosciuto non può essere intesa in senso riduttivo quasi si riferisse al momento presente della predicazione di Giovanni, a un momento dunque nel quale egli non ha ancora incontrato Gesù; ai Giudei egli rimarrà sconosciuto anche dopo, quando la sua presenza si renderà in molti modi visibile, addirittura ingombrante. La dichiarazione del Battista anticipa in tal senso il destino ultimo di Gesù; egli venne, infatti, fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto (Gv 1,11).
Gesù è indicato con il dito soltanto nella successiva testimonianza di Giovanni: Ecco l'Agnello di Dio (Gv 1,29); in quel caso però interlocutori del profeta non sono più gli inviati dai Giudei, ma i suoi stessi discepoli:

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!» (Gv 1,35-36).

Segue immediatamente la notizia del primo cammino di due discepoli di Giovanni al seguito di Gesù. La testimonianza di Giovanni assolve in tal modo al compito di portare a compimento il ministero di tutta la predicazione profetica; essa apriva la strada all' Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo; nel momento in cui viene l'Agnello, i discepoli del profeta diventano discepoli del Maestro e presso di lui cercano casa: Rabbì, dove abiti? (Gv 1,38).
La qualità soltanto profetica (ma non è poco) del ministero di Giovanni è sottolineata dalla successiva qualifica che egli dà di se stesso, amico dello sposo (Gv 3,29); essa interviene in risposta ai discepoli che si lamentano del declino della figura del loro maestro a
fronte di colui al quale egli ha reso testimonianza; tutti ormai accorrono a lui (Gv 3,26); è da sottolineare che la recriminazione è occasionata da una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione (3,25); l'indicazione, assai ellittica, suggerisce un nesso tra la recriminazione dei discepoli di Giovanni e un modo ancora troppo giudaico di intendere il battesimo di Giovanni (una purificazione, appunto). A quella recriminazione in ogni caso Giovanni risponde:

Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3,28-30).

Nel medesimo contesto è posta sulla bocca di Giovanni anche una professione di fede in colui che viene dall'alto; essa, come già accadeva nel Prologo, anticipa in termini assai impegnativi le linee sintetiche della cristologia giovannea:

Chi viene dall' alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura (Gv 3,31-34).

Già in questo testo interviene il rimando alla testimonianza suprema, quella resa appunto da colui che viene dall' alto ed è al di sopra di tutti, anche dei testimoni antichi, che sono i profeti. Egli solo ha visto e udito la verità di Dio; soltanto accedendo alla sua testimonianza è possibile attingere insieme allo Spirito senza misura (34).

Un vangelo "polemico"

Prima di considerare la figura che in Giovanni assume la testimonianza di Gesù dedichiamo una breve considerazione a un aspetto abbastanza noto del quarto vangelo, che tuttavia sempre da capo sorprende. Mi riferisco all' attenzione decisamente scarsa dedicata da questo vangelo alla prima predicazione di Gesù, quella dunque che articola l'annuncio del regno alle folle. Decisamente marginale è anche l'attenzione e l'apprezzamento dedicati alle testimonianze di fede offerte da coloro che sono guariti da Gesù, dai peccatori che si convertono e sono perdonati, dai poveri che ascoltano con interesse la sua parola e credono in essa.
Il quarto vangelo riferisce certo alcuni segni compiuti da Gesù sotto gli occhi di tutti; e tuttavia questi segni sono pochi, e soprattutto di essi non è messo in evidenza il valore kerygmatico, mentre è notata subito e solo la sostanziale incomprensione da parte dei Giudei. Tale incomprensione trova espressione attraverso le lunghe dispute tra Gesù e i Giudei, che di regola seguono la notizia dei singoli segni. La dinamica complessiva, che caratterizza in particolare i capitoli 5-12 di Giovanni, appare bene interpretata in tal senso dalla sentenza con la quale Gesù sfida la fede del funzionario del re, che gli chiede la guarigione del figlio: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4,48); quell'uomo mostrerà di non dipendere dalla visione per credere, e otterrà quello che chiede. Le folle invece, e in particolare i Giudei che interpretano il punto di vista della folla, mostrano d'essere incapaci della fede che stacca dalla necessità di dipendere dagli occhi. Questa incapacità è denunciata con formula icastica dalla sentenza con la quale Gesù accoglie le folle che lo cercano nella sinagoga di Cafamao il giorno dopo la moltiplicazione dei pani:

In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati (Gv 6,26).

Il riferimento ai segni compiuti da Gesù ha rilievo strategico nei capitoli 5-12: non a caso gli studiosi hanno proposto per essi tutta la denominazione di "libro dei segni". I segni compiuti da Gesù mirano a suscitare la fede; la fede, d'altra parte, si riferisce ad altro che sta oltre i segni e che gli occhi non possono vedere; questo altro può essere soltanto creduto. A conclusione del vangelo Gesù dice a Tommaso: Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! (20,29): tale formula sintetica introduce il primo epilogo del vangelo (il cap. 21 è aggiunto da un redattore successivo), che ribadisce in maniera esplicita la funzione solo propedeutica dei segni rispetto alla fede:

Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,30-31).

Attraverso la distinzione dialettica tra segni e significato, rispettivamente tra vedere e credere, è articolato il senso della testimonianza, anche quando questo preciso lessico non è usato. La narrazione che Giovanni propone del ministero pubblico di Gesù prima della Pasqua sottolinea con costanza puntigliosa, quasi esasperante, come i segni compiuti da Gesù non suscitino affatto la fede. Meglio, suscitano una figura spuria di fede che Gesù corregge. La figura scadente della fede che si appoggia unicamente ai segni visti è rilevata nel vangelo fin dal primo incontro di Gesù con Gerusalemme:

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo (Gv 2,23-25).

Anche nel caso del funzionario regi035, esempio di fede effettiva che smentisce la legge generale - e non a caso si tratta di un pagano -, Gesù in prima battuta oppone alla domanda di guarigione per il figlio un rifiuto, motivato dalla legge generale: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4,48). In quel caso il rifiuto è solo interlocutorio; quell'uomo infatti credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino (4,50); credette dunque pur senza aver ancora visto; in tal senso la sua fede è il modello della fede vera che Gesù cerca.
Figura assai simile ha lo stesso rifiuto opposto da Gesù alla madre a Cana: Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4); anche in questo caso il rifiuto appare solo interlocutorio; Gesù compirà
il segno richiesto dalla Madre. Ma davvero la Madre chiedeva un segno, soltanto un segno? Il rifiuto iniziale di Gesù assolve appunto a questo compito, di precisare da subito che quello che egli di seguito compirà èsoltanto un segno, che rimanda a un altro tempo, all'ora di Gesù, perché se ne possa conoscere la verità. A conclusione del racconto è precisato che quello compiuto a Cana fu il primo segno; esso fu fatto da Gesùnon per gli sposi, ancora meno per gli invitati, ma solo per i discepoli, e cioè per i veri credenti: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,11).
Già attraverso questa rappresentazione della prima attività di Gesù - una serie di segni che soltanto i suoi discepoli possono intendere - è suggerita la struttura testimoniale di tutto il suo ministero: esso rimanda a una verità che non può essere accertata mediante gli occhi, ma può essere conosciuta unicamente a condizione di credere. Appunto a procedere dalla fede, che sarà perfetta soltanto grazie al gesto supremo compiuto da Gesù nella sua ora, i discepoli potranno rendere testimonianza di quella verità.
La separazione tra credenti e non credenti, dunque
tra discepoli e Giudei, nel quarto vangelo appare assai rigida. Non sono registrati casi di conversione, né di proclamazione del perdono di Dio da parte di Gesù; nulla si dice della festa che egli fece con i peccatori pentiti; neppure è registrata la figura di quella fede vera e tuttavia imperfetta, che Gesù ripetutamente loda secondo i sinottici, alla quale tuttavia proibisce la testimonianza. In tal senso il vangelo, dunque la buona notizia della prossimità benevola di Dio ad ogni uomo, non trova articolazione esplicita nella predicazione pubblica di Gesù, pure essendo esso il senso obiettivo dei segni da lui compiuti; il vangelo è rivelato soltanto ai discepoli nella stanza della cena.
Appunto i cinque capitoli (13-17), che Giovanni dedica ai discorsi di addio, costituiscono il nocciolo del vangelo, della buona e consolante notizia annunciata da Gesù; soltanto in quei discorsi Gesù proclama il comandamento nuovo, quello di un amore simile al suo. La struttura" dualistica" - come spesso si dice
del quarto vangelo corrisponde allo spasimo escatologico che caratterizza questo vangelo; in tal senso esso può essere accostato alla letteratura apocalittica, dunque a un genere di letteratura caratteristico dei tempi di martirio, nei quali la testimonianza assume immediatamente i tratti dell'alternativa tra fede e incredulità. Manca ormai quella distensione temporale, nella quale soltanto per altro, dal punto di vista obiettivo, maturano le condizioni che rendono possibile e necessaria la scelta alternativa tra fede e incredulità. La stessa vicenda terrena di Gesù pare perdere la sua distensione temporale, per giungere subito alla fine. Appunto tale spasimo escatologico aiuta a comprendere la centralità che la categoria di testimonianza assume nel quarto vangelo.

La testimonianza di Gesù

La figura fondamentale della testimonianza è quella realizzata da Gesù stesso. Il senso e la necessità della testimonianza di Gesù appaiono nel quarto vangelo strettamente legati alla sua identità radicale; egli è il Verbo fatto carne, è il Figlio disceso dal cielo. Soltanto colui che è disceso dal cielo (cfr. Gv 3,12-13) può dire delle cose del cielo, appunto perché lui soltanto ha visto e udito le cose del cielo (cfr. Gv 3,31-32); lui soltanto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è in grado di rivelare il Dio che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18). Il rilievo cruciale della testimonianza nella prospettiva del quarto vangelo è ricondotto in tal modo al rilievo decisivo che assume in esso lo schema dell'incarnazione, spesso descritto come schema di una cristologia discendente. Figlio disceso dal cielo è destinato ad essere da capo innalzato fino al cielo; la testimonianza è appunto la forma necessaria di tale innalzamento, di tale ritorno al cielo.
La testimonianza che il Figlio dà è, in ultima istanza, testimonianza in favore del Padre. E tuttavia il quarto vangelo si esprime anche in termini tali da configurare la testimonianza di Gesù quale testimonianza che egli dà a se stesso. La figura dell' auto-testimonianza pare contraddire il principio ovvio, affermato in maniera esplicita dalla legge antica: nessuno può rendere testimonianza a se stesso (36). Il vangelo di Giovanni registra espressamente l'obiezione che i farisei muovono a Gesù in tal senso: 

Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». Gesù rispose: «Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado» (Gv 8,13-14).

Questa formula, Gesù rende testimonianza a se stesso, interpreta un preciso aspetto della predicazione di Gesù, che trova chiara attestazione nei racconti sinottici: la formula deve essere compresa appunto sullo sfondo di quell'aspetto. Ci riferiamo all' autorità con la quale Gesù parla; essa sorprende tutti, e in senso positivo: tutti erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi (Mc 1,22). Lo stupore qui segnalato ha chiaramente i tratti di sorpresa lieta, la quale appare in tal senso segno del vangelo, del carattere di buona notizia che assume la predicazione di Gesù. Agli occhi dei responsabili del tempio e della religione nazionale, tuttavia, l'autorità di Gesù appare invece come abuso arbitrario. Così risulta in particolare nella disputa che segue alla cacciata dei mercanti dal tempio: i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farlo? (Mc 11,27-28); l'obiezione è assai simile a quella che, nel vangelo di Giovanni, esprimono in termini più astratti i farisei, quando gli obiettano: Tu dai testimonianza di te stesso. All' obiezione Gesù risponde dichiarando espressamente l'eccezione al principio generale, che prevede la testimonianza soltanto in favore di altri; Gesù può rendere testimonianza a se stesso perché sa da dove viene e dove va.
Il fatto che Gesù renda testimonianza a se stesso non esclude, per altro, che egli anche rimandi ad altri testimoni in suo favore. Altro testimone è, per eccellenza, il Padre stesso che lo ha mandato:

Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera: orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi ha mandato, mi dà testimonianza (Gv 8,17-18).

Proprio la presenza di questo testimone è invocata, in un altro passo del quarto vangelo, che sembra smentire l'affermazione di 8,14, ed escludere formalmente che Gesù possa rendere testimonianza a se stesso:

Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace (Gv 5,31-32).

Questo altro è ovviamente il Padre. Nei versetti che subito seguono, prima ancora di Dio sono indicati due altri testimoni, Giovanni e le opere che Gesù compie:

Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. lo non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce. lo però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me (5,33-37a).

La menzione finale della testimonianza del Padre consente a Gesù di portare alla luce questo fatto: ciò che impedisce ai Giudei di accordare fede alla sua parola non è certo il difetto di testimoni, ma è il loro rifiuto di ascoltare la testimonianza interiore, che viene appunto da Dio stesso; a quella testimonianza è possibile accedere unicamente nella forma della fede. Il rifiuto della fede in Dio spiega in tal senso il rifiuto di credere alla testimonianza di Gesù:

Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato (5, 37b-38).

Il fatto che voi non crediate a colui che egli ha mandato mostra che voi non avete la sua parola dentro di voi, che voi cioè non siete disposti ad accogliere quella sua parola interiore, la quale sola potrebbe disporvi alla comprensione e alla fede della mia stessa parola.
Alla testimonianza di Giovanni, a quella delle opere e finalmente a quella di Dio stesso si aggiunge infine, al quarto posto, la testimonianza delle Scritture; come accade per le prime due, anche questa testimonianza non può affermarsi presso l'uditore altro che a questa condizione, che sia accolta la testimonianza interiore di Dio:

Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita (5,39-40).

La testimonianza che Gesù rende a se stesso trova la sua realizzazione suprema nella recensione che Giovanni propone del processo davanti a Pilato (37). Alla domanda di Pilato, se egli sia davvero re, Gesù in prima battuta non risponde affatto; la domanda infatti è proposta da Pilato non in prima persona, ma soltanto in qualità di funzionario imperiale; a quel punto egli riferisce soltanto quanto altri hanno detto di Gesù; si atteggia in tal senso come chi deve giudicare a proposito di una causa che non lo riguarda; è un mero burocrate, non coinvolto personalmente nella causa di Gesù. Soltanto quando Pilato esce dalla clandestinità, sollecitato dalla domanda di Gesù (Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?, Gv 18,34), e interroga finalmente mosso da desiderio personale di capire, Gesù gli risponde:

Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce (Gv 18,37).

Queste parole portano alla luce in maniera molto chiara il senso della regalità di Gesù; essa ha la forma di testimonianza in favore della verità; la sua regalità può essere riconosciuta soltanto da colui che è dalla verità, che riconosce dunque d'essere da sempre destinato a una verità che gli sfugge, e dunque la cerca. Pilato non riconosce questo suo destino; a proposito della verità esprime invece un dubbio pregiudiziale: Che cos'è la verità? (18,38). Gesù dunque a quel punto non ha più nulla da dirgli; davanti al suo interrogatorio rimarrà muto.
Il silenzio di Gesù fa parte essenziale della sua testimonianza alla verità. Lo suggerisce con bella formula icastica sant'1gnazio di Antiochia, vescovo e martire: «Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace» (Lettera agli Efesini 15,1-2). Il contesto entro il quale egli propone questa affermazione è la segnalazione del rischio a cui la fede è esposta a motivo delle parole: «È meglio essere - s'intende, credenti senza dire, che dire senza essere», afferma infatti subito prima. Tale affermazione deve essere precisata: soltanto a condizione di essere si può anche dire con verità. E però la parola che confessa la fede non può essere intesa se non da chi ascolta credendo; in tal senso, quando chi ascolta appaia pregiudizialmente non
disposto a credere, non disposto cioè a lasciarsi interpellare dalla parola che attesta la verità, occorre rinunciare a dire. L'appello alla verità sarà tenuto fermo nei suoi confronti appunto mediante il silenzio; soltanto il silenzio sarà forma eloquente di attestazione della verità nei suoi confronti.
L'appartenenza necessaria del silenzio alle forme mediante le quali soltanto la verità può essere testimoniata è da intendere sullo sfondo del principio generale: la parola di Dio può assumere figura di parola umana soltanto a condizione che chi ascolta accetti il proprio coinvolgimento nell' accadimento della parola. Il principio è uno dei riflessi necessari dell'incarnazione. Il Verbo che si fa carne esce dal silenzio di Dio; la sua manifestazione agli uomini è tenuta come in sospeso fino a che non si trovi chi crede in essa. Gesù partecipa sotto tale profilo del destino comune dei profeti che lo hanno preceduto; meglio, i profeti partecipano al destino futuro di Gesù. «I santi profeti vissero secondo Gesù Cristo», dice ancora 19nazio nella Lettera ai cristiani di Magnesia (8, 2), «Per questo furono perseguitati, poiché erano ispirati dalla sua grazia a rendere convinti gli increduli che c'è un solo Dio che si è manifestato per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, che è il suo verbo uscito dal silenzio e che in ogni cosa è stato di compiacimento a Lui che lo ha mandato». Il silenzio di Gesù davanti a Pilato, nella configurazione che Giovanni dà al processo, appare come la ripresa dei molti silenzi che Gesù conosce già durante il suo precedente cammino sulla terra; insieme, il silenzio nel processo porta a rivelazione compiuta della verità di quei silenzi precedenti.
Pensiamo in particolare al silenzio di Gesù di fronte alla domanda dei capi del sinedrio circa l'autorità con la quale caccia i mercanti dal tempio; egli rifiuta di rispondere, perché i capi stessi rifiutano di rispondere alla sua domanda sul battesimo di Giovanni; quel loro rifiuto manifesta la loro indisponibilità a prendere posizione di fronte alla verità. Pensiamo ancora a un silenzio di Gesù, di cui dice soltanto il quarto vangelo,
quello davanti agli accusatori della donna colta in flagrante adulterio: Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra (Gv 8,6); premuto dalla loro insistenza su quell'interrogativo, Gesù alla fine risponde con la famosa formula: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei (Gv 8,7), e torna poi in fretta al suo silenzio. Nel silenzio si rifugiano anche i suoi interlocutori, cominciando dai più anziani fino agli ultimi (Gv 8,9). Soltanto allora Gesù può pronunciare una parola; essa è rivolta alla donna rimasta sola ed è parola di perdono, è dunque la parola che sintetizza il suo vangelo: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più (Gv 8,11).
La parola di Dio può essere pronunciata sulla terra unicamente di fronte a chi mostri disposizione ad ascoltare, e dunque a credere. La parola del testimone Gesù può essere pronunciata soltanto a condizione di trovare ascoltatori disposti a divenire essi stessi testimoni. Merita di rilevare espressamente la duplicità di senso della parola testimone: egli è colui che dà testimonianza, ma è insieme - in altro senso - colui che accoglie la testimonianza. Quanti ascoltano Gesù potranno divenire a loro volta attori della testimonianza soltanto grazie al fatto di avere accolto la sua testimonianza. Se difetta l'accoglienza, la parola di Gesù èdestinata a rimanere come sospesa, in duplice senso: nel senso che egli non può proprio dire e nel senso che anche quello che egli dice è destinato a rimanere oscuro come il silenzio. Il quarto vangelo offre una rappresentazione assai esplicita ed efficace di tale legge generale del ministero di Gesù:

Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore (Gv 10,22-26).

Ai Giudei appaiono oscure le parole tutte che Gesù dice; la loro impossibilità a comprendere non può essere rimediata attraverso altre parole che Gesù stesso aggiunga; essa dipende dal loro modo d'essere; essi non sono sue pecore. Nei precedenti versetti del capitolo 10 Gesù ha lungamente svolto l'allegoria delle pecore e del  pastore; un aspetto assolutamente qualificante di quell'allegoria è il fatto che l'intesa delle pecore col pastore vero e buono si produce a monte rispetto alle parole, attraverso il suono della voce; mancando tale sensibilità previa per quel suono è impossibile intendere le sue parole. Esprime in maniera più esplicita lo stesso messaggio l'altra affermazione di Gesù, nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (Gv 6,44); appunto l'ascolto della voce senza parole del Padre è condizione per comprendere le parole che Gesù dice, secondo quanto sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio (Gv 6,45). Questo tema del necessario ammaestramento interiore ad opera del Padre è svolto nel quarto vangelo in molti modi. Il testo più eloquente e radicale è la disputa con quei Giudei che avevano creduto in lui, intorno al senso della discendenza da Abramo (Gv 8,31-59). 
L'impossibilità dei Giudei di dare ascolto alle parole
di Gesù è messo lì in stretta relazione con la qualità delle loro opere, e più precisamente con il principio da cui precedono le loro opere, con il padre da cui esse procedono. Le loro opere fissano insieme la loro identità; essi non sono figli di Abramo, come pretendono; neppure sono figli di Dio, ma del diavolo, dunque di colui che mente ed è omicida. Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio (8,47). La disputa è innescata, non a caso, dall' obiezione tacita che Gesù muove alla loro fede; essi infatti avevano creduto in lui (8,31), dice il vangelo; avevano, dobbiamo precisare, creduto alle sue parole. Gesù propone loro condizioni diverse, perché possano essere davvero suoi discepoli: Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (8,31-32). Rimanere fedeli vuol dire praticare la parola; appunto tale pratica è la condizione indispensabile per conoscere la verità delle parole che Gesù dice e conoscere così la verità stessa di Dio; soltanto a condizione di conoscere tale verità è possibile trovare anche il principio della propria libertà. I Giudei negano però di aver bisogno d'essere liberati; essi sono già liberi, dicono; pressappoco come in altra circostanza dicono di vederci benissimo. Proprio a motivo della mancata confessione della loro schiavitù e rispettivamente della loro cecità, essi rimangono schiavi e ciechi. Non sono sue pecore.

La testimonianza dei discepoli

Veniamo dunque alla terza figura della testimonianza, quella di cui sono investiti i discepoli. Accogliendo la testimonianza di Gesù, essi stessi dovranno rendere testimonianza in favore del Maestro, e in favore di Dio. Alla figura che assume la testimonianza dei discepoli Gesù lungamente dice nel quarto vangelo nel quadro dei discorsi della cena.
Il compito di essere testimoni, in ogni caso grave, diverrà possibile per i discepoli soltanto grazie alla parallela testimonianza che lo Spirito stesso darà a Gesù; egli, procedendo dal Padre dei cieli, sarà testimone di tutto ciò che Gesù ha detto e fatto:

Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio (Gv 15,26-27).

La testimonianza dei discepoli è dunque resa possibile a procedere da una duplice origine. Per un primo lato, essa è possibile grazie alla vicenda da essi vissuta in precedenza in compagnia del Maestro; di quella vicenda essi non sono stati soltanto spettatori, ma partecipi, in certo modo addirittura protagonisti. Ora in quella vicenda era iscritta fin dall'inizio una verità, che sfuggiva alla loro consapevolezza nel momento stesso in cui la vivevano. Per un secondo lato, la testimonianza sarà loro possibile appunto grazie allo Spirito mandato dal Padre, e insieme dal Risorto; appunto lo Spirito li condurrà alla verità della vicenda precedente, che prima ad essi sfuggiva.
Il contesto entro il quale la testimonianza deve essere resa è, ancora una volta, il processo del mondo nei confronti di Gesù. Subito prima della promessa del Consolatore era detto infatti:

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. (Gv 15,18-21).

La testimonianza dei discepoli riprende e porta a compimento il processo a questo mondo, che Gesù stesso ha iniziato. La vita tutta dei discepoli ripete i tratti della vita di Gesù, e in tal modo porta alla luce le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (cfr. Mt 13,35); realizza dunque la testimonianza della verità di Dio.
La testimonianza dei discepoli risulta dunque dalla memoria di Gesù (Ricordatevi della parola che vi ho detto, Gv 15,20) e insieme dalla luce loro concessa dallo Spirito. La memoria si riferisce non soltanto a Gesù, ma a Mosè stesso e a tutti i profeti; quella memoria più remota torna ad essere recente e attuale soltanto quando essa è rivisitata nel quadro della memoria di Gesù. Egli infatti interpreta la Scrittura e la porta a compimento; e tuttavia occorre insieme riconoscere che la Scrittura interpreta la vicenda di Gesù, e in particolare il compimento di quella vicenda. Un passo del racconto della morte di Gesù evidenzia con grande chiarezza questo rapporto; mi riferisco al colpo di lancia, attestato con grande solennità dall' evangelista:

Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (19,35-37).

La verità della testimonianza di Giovanni è dunque raccomandata per un primo lato dal fatto che egli ha visto; e tuttavia molti hanno visto, senza che la visione del trafitto schiudesse alcuna verità. La verità della testimonianza è raccomandata per altro lato dal fatto che attraverso la visione l'evangelista ha compreso come le scritture giungessero a compimento; l'allusione all' agnello pasquale, a cui non sarà spezzato alcun osso (Es 12,46), consente di identificare Gesù come adempimento dell' opera di Mosè; la citazione di Zaccaria (12,10) consente di riconoscere nella croce di Gesù il compimento del messaggio di tutti i profeti.
Un tale intreccio tra la vicenda di Gesù e la tradizione di Mosè e dei profeti, l'intreccio dunque che solo consente di riconoscere nelle cose viste il compimento della parola di Dio e la verità da credere, diviene percepibile agli occhi del discepolo unicamente grazie allo
Spirito, che conduce alla verità tutta intera. Non a caso, il quarto vangelo associa strettamente la morte di Gesù al dono dello Spirito: dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò (Gv 19,30). Spirò, o nella traduzione latina più fedele alla lettera greca, tradidit spiritum, consegnò lo Spirito. L'espressione non può essere intesa, come invece suona quella usata nel testo parallelo di Marco e Luca, nel senso che esalò l'ultimo respiro; egli invece consegnò il suo spirito, lo Spirito Santo, a coloro che credono in lui. Il crocifisso realizza la promessa fatta ai discepoli durante la cena, nel momento in cui essi, afflitti dall' annuncio della morte imminente, desistevano da ogni interrogativo sul suo futuro, parevano quasi rassegnati al fatto che la morte togliesse ogni spazio a un possibile futuro:

Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16,5-8).

Appunto l'opera dell' altro Consolatore consentirà ai discepoli di parlare del futuro di Gesù crocifisso e di realizzare attraverso tale parola il giudizio universale.
La loro testimonianza porterà, con parole, fino ai confini del mondo la testimonianza che Gesù, al culmine della sua vita, offrì mediante il suo silenzio.
La qualità testimoniale caratterizza l'opera tutta dell'evangelista, come è espressamente indicato nei versetti conclusivi, appartenenti a quel capitolo 21 che è aggiunto da un discepolo redattore del vangelo:

Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere (Gv 21,24-25).

 

 

 

NOTE

[32] Ci occuperemo qui però soltanto del vangelo; per un bilancio sintetico del pensiero giovanneo sulla testimonianza in tutti i suoi scritti si può vedere M. BIANCHI, La testimonianza nella tradizione giovannea. Vangelo e lettere, in P. CIARDELLA - M. GRONCHI (a cura di), Testimonianza e verità, cit., pp. 110-137.
[33] Vedi p. 35-36.
[34] Al confronto tra la figura diversa - e tuttavia correlata che la testimonianza assume nel caso di Giovanni Battista e rispettivamente nel caso di Gesù è espressamente dedicato il saggio di I. DE LA POTTERIE, Giovanni Battista e Gesù testimoni della verità, in IDEM, Gesù verità. Scritti di cristologia giovannea, Marietti, Torino 19922, pp. 167-178.
[35] Di questo caso, come pure del caso analogo della richiesta di Maria a Cana di Galilea, già si è detto sopra, alle pp. 75-78.
[36] In realtà la legge mosaica non afferma espressamente questa impossibilità, prescrive però la necessità di più testimoni perché il singolo possa essere condannato, contro la sua protesta di innocenza (cfr. Dt 19,15; 17,6; Nm 35,30); l'esclusione dell' auto-testimonianza è esplicita nella Mishnah, appunto con la formula: «Nessuno può dare testimonianza per se stesso», Kethuboth 2,9.
[37] Ne abbiamo già parlato sopra, pp. 79-80.