MISSIONARI IN BENGALA

P. ENRICO VIGANÒ

Età 77  -  Istituto 52  -  Bangladesh 50

P. Enrico Viganò morì a Lecco il 21 marzo 2001

    Nato a Pertusella, Varese, il 4 febbraio 1924. Entrò nel P.I.M.E. nel 1937 a Monza e il 26 giugno 1949 venne ordinato presbitero. Nel marzo del 1951 partì per l'allora Pakistan orientale, dove lavorò ad Andharkota, Dhanjuri, Borni, Mathurapur, Dinajpur. Dal mese di novembre del 1997 era a Lecco per malattia.

Omelia del 23 marzo 2001 a Lecco in die depositionis

        Se c'è un momento in cui Gesù apre il suo cuore, svela e rivela l'intensità e la profondità dei suoi sentimenti, compie gesti che trasudano appunto lo spessore della sua umanità, sente e soffre il distacco di quanti hanno condiviso la sua avventura umana, è proprio la sera dell'Ultima Cena. Un momento, come dire, sacrale diventa estremamente confidenziale. Già l'istituzione stessa dell'Eucaristia è confidenza. Stupisce: "Fate questo in memoria di me. Ricordatemi. Non dimenticatemi".
        L'evangelista Giovanni ci riporta le parole, ci descrive i gesti dal cap. 13 al cap. 17 del suo Vangelo. Ogni parola, tante e tante volte l'ha risentita e gustata nella sua lunga vita, esprime un sentimento di Gesù, di quel Gesù che "ha pensato con mente d'uomo, ha amato con cuore d'uomo". "Figlioli, Amici. Non turbatevi". E lo ripete: "Non turbatevi. Come il Padre ha mandato me, io vi mando". Al Padre, pregando li affida: "Padre, santificali. Conservali. Io vengo a te. Essi restano nel mondo". Poi, termonata lo loro giornata di lavoro, siano ancora con me. Sempre. Per condividere la mia gloria, per avere la pienezza della gioia.
       Certo l'Eucaristia è l'espressione vertice della preghiera cristiana, ma proprio perché preghiera cristiana, quindi dei discepoli di Cristo, se vuole essere autentica, sulla stessa onda della prima, non può tacere i sentimenti che nel qui e nell'adesso, nel contesto concreto della celebrazione proviamo, ci gonfiano il cuore. Qui e adesso sono tanti.
       Mi ritrovo in un'altra pagina di Giovanni: Lazzaro è morto. Gesù arriva finalmente a Betania. Si scontra con la realtà. Giovanni scrive: "Si commosse profondamente. È molto turbato. Scoppiò in pianto". Flevit Dominus. Agostino aggiunge una semplice "et": flevit et Dominus. Pianse anche lui! Immediatamente la gente commenta: "Guarda come l'amava!". Questo aspetto paradossale del suo mistero, per usare le parole del Papa, è il nostro: una commozione enorme. Con la morte di Padre Enrico la nostra compagnia terrena, la nostra amicizia sensibile si impoverisce, e come! Non è giusto, neppure cristiano, 'spiritualizzare'subito e tutto.
       Penso al primo incontro con lui, nel lontano 1949: lui giovane prete in attesa e noi studenti di 5º ginnasio con lui assistente, sognatori di missione. Penso agli anni passati con lui nella stessa Missione. All'ultima conversazione, qui a Lecco nella sua stanza. Mi parlava della Grotta di Lourdes che aveva voluto bella, vicino alla chiesa della Missione del suo cuore: Dhanjuri.
       La commozione non ci impedisce di fare il canto di Maria: il Signore ha guardato la tua umiltà e grandi cose ha operato in te e per tuo mezzo l'Onnipotente. Cose grandi perché feriali, pronte, cordiali. Un pensiero di Tagore ti fotografa: "Nell'insieme di molti, non hai mai perso l'attenzione al singolo". Davvero buon pastore. Bel pastore. Da quel 1951, anno in cui arrivavi nell'allora Pakistan Orientale, a quando la malattia ti ha ricondotto, portato di peso, tra noi, tra i tuoi, nella tua Chiesa che ti aveva mandato. Un affetto delicatissimo, discreto e costante dei familiari, dei nipoti, ti ha circondato e sostenuto. A loro la riconoscenza della nostra famiglia missionaria
        Cose grandi ha fatto in te il Signore, perché feriali: la faticaccia del 'moffusil', la visita ai villaggi. Non la sentivi più, era diventata passione d'amore, l'attenzione ai piccoli e ai giovani; la responsabilità di Vicario Generale della diocesi di Dinajpur; la lunga malattia. E sempre sotto una scorza ruvida il cuore di un bambino che trepida e gioisce.
        Esattamente 30 anni fa in questi giorni, il 25 marzo 1971, eravamo assieme. C'era il Vescovo Mons. Michele Rozario in visita. Siamo seduti in casa dopo la concelebrazione, quando nella piccola radio arriva pesante, come la voce metallica che la trasmette, la notizia: legge marziale n. 1... legge marziale n. 2... e così iniziano mesi tristissimi. Di sangue. A sera, timorosi, alla ricerca della radio libera. Debolissima. Ascoltavamo una parola del padre della nuova nazione, già in carcere: "jel, guli, amake durbol korte pare na, kintu manusher bhalobasha amake durbol koreche". La prigione, le pallottole non mi fanno paura, è l'amore del mio popolo che mi rende debole.
        L'amore per la gente del Bangladesh, Padre Enrico ti ha fatto debole. Ti ha fatto fratello e amico di tanta gente. Dei confratelli preti collaboratore fidato, paziente cireneo dei "tuoi" due giovanissimi vescovi. Per "l'immensa umanità amata da Dio"- sono parole del Papa - "mai la divina compassione è stata così immediatamente accessibile".
        Padre Enrico, per il mistero della Comunione dei Santi, restaci amico, ripetici con il tuo vocione che il Vangelo "è grazia che ci riempie di gioia, è notizia che abbiamo il dovere di annunciare, è la prima carità", non solo rende buona ma bella la vita dell'uomo, la "illumina d'immenso". Aiutaci perché la nostra vita, fragile e debole, continui a rendere visibile "il movimento stesso dell'incarnazione", la "misura alta, la fantasia della carità".
        La Chiesa del Bangladesh che hai amato e ti ama è qui, ti circonda, ti dice il suo "antorik dhonnobad", il grazie che viene dal cuore per quello che hai fatto, per quello che sei stato. Ti vede in Paradiso.
        Ti sento pregare con Tagore:
"Ogni giorno, o Signore della vita,
starò davanti a Te.
A mani giunte, o Dio della terra,
verrò danti a Te.
Sotto il cielo senza rive,
in silenzio, solitario,
con cuore umile, con lacrime agli occhi,
staò davanti a Te.
In questo mondo vario,
in riva al mare del lavoro,
in mezzo agli uomini della terra,
starò davanti a Te.
Quando in questo tuo mondo
il mio lavoro sarà compiuto
Con gioia immensa
starò davanti a Te, o Re dei re"
         Non riposarti, però. Non ne saresti capace. Come Santa Teresa del Bambin Gesù, di cui eri devoto, mandaci una pioggia continua di rose, di fiori, perché possiamo essere una trasparenza attraente di Gesù, il Redentore dell'uomo.

P. Angelo Rusconi

Omelia di P. Gian Battista Zanchi

Caronno Pertusella 24 marzo 2001

      In questa Chiesa il 4 luglio 1999 ci univamo alla gioia e al rendimento di grazie che P. Enrico Viganò offriva al Signore per il dono di 50 anni di sacerdozio missionario. Ordinato sacerdote nel lontano 26 giugno 1949, partiva per la missione del Bengala nel 1951, e là, per la Chiesa e la gente del Bangladesh, ha speso quasi tutta la sua vita: un'esistenza veramente operosa e tutta dedicata all'annuncio del Vangelo.
      Oggi siamo qui per dare a P. Enrico il nostro ultimo saluto. Il nostro è un cordoglio che si fa memoria e insieme speranza.
     Facciamo memoria di questo confratello che per tanti anni ha svolto il servizio sacerdotale in Bangladesh. È difficile riassumere in pache righe il suo servizio missionario. Vogliamo farci aiutare dal Vangelo di Matteo. Nel cap.X leggiamo i tratti del discepolo - apostolo. Egli deve essere compasionevole come Gesù che lo manda: "vedendo le folle, Gesù ne sentì compassione", deve essere forte della forza del suo Signore, franco nel suo parlare, p[overo nel suo andare, gratuito nel suo operare; non deve essere preoccupato se sarà oggetto di incomprensione, rifiuto, persecuzione. Gesù stesso ha vissuto queste situazioni nella sua vita. Per questo ha invitato l'apostolo che lui manda a non avere paura "non temere!".
       Questi tratti dell'apostolo - missionario hanno caratterizzato la vita di P. Enrico ad Andharkota, Dhanjuri, Borni, Mathurapur, Dinajpur (luoghi del suo servizio missionario). Grande è stata la sua disponibilità al sacrificio, a cuasa delle condizioni di vita disagiate, del clima, della mentalità diversa, dei pericoli, delle situazioni incerte, delle malattie... Sì, P. Enrico - per alcuni versi lo si può dire - è stato anche un "uomo dei dolori", provato nel corpo da tante malattie. Le parole di Gesù, pronunciate tante volte da P. Enrico: "questo è il mio corpo, questo è il mio sangue versato per voi"si sono attuate nella sua vita: si è consegnato tutto al Signore, ha dato tutto per la Chiesa e la gente del Bangladesh. La sofferenza e la malattia di questi ultimi anni ne sono il segno esteriore. Un'altra grande testimonianza ci ha lasciato P. Enrico: la fedeltà alla vocazione sacerdotale - missionaria. Il vero risultato della missione non è tanto nella risposta degli uomini, ma nella fedeltà del missionario al dono ricevuto. Nel suo conservare la fede in Dio e come lui seminare gratuitamente, fidando in Dio che fa crescere. Questo è il P. Enrico che abbiamo conosciuto ed amato: una grande fede e una instancabile passione missionaria.
      "Portami in Bangladesh. Anche là si può fare la dialisi". Quante volte me lo ha detto e lo ha ripetuto ai confratelli del Bangladesh che andavano a trovarlo. Ha sempre desiderato ritornare alla sua missione.
      Scrive P. Mariano, allora Superiore Regionale della comunità P.I.M.E. Bangladesh: "Siamo ai primi di novembre 1997 e P. Enrico deve lasciare il Bangladesh. Erano stati giorni di festa per la comunità P.I.M.E.: l'ordinazione sacerdotale di P. Amal Gabriel Costa, la sua prima Messa... il primo prete bengalese del P.I.M.E., come P. Enrico e tutti noi, missionario, già destinato alla Costa d'Avorio. Anche P. Enrico aveva gioito per questo dono del Signore, con commozione e intensità di partecipazione.
       P. Enrico partiva dunque in una sera di novembre: io guidavo il pulmino e lui mi era accanto, non si aveva voglia di parlare... ad un certo punto lui dice, quasi sottovoce: "mi pare di essere come il profeta Ezechiele"... era chiara l'allusione "andare, fuggire di notte al buio, facendo un'apertura nel muro di cinta che difendeva la città...". Non ho risposto, c'era troppa commozione in me. Così come il saluto e l'abbraccio all'aeroporto è stato furtivo... avevamo bisogno di tempo, P. Enrico e tutti noi, per abituarci a questo distacco, Mi pare di cogliere l'icona, l'immagine bella di cosa può voler dire spendersi per gli altri, per i poveri, per una Chiesa giovane che chiede sostegno e forze.
        P. Enrico lasciava dopo 46 anni di lavoro missionario e, di fatto, consegnava se stesso ad un giovane confratello, figlio della terra bengalese che aveva tanto amato, pronto a ripercorrere gli stessi passi di testimone del Vangelo in un altro continente".
        Nella festa del suo 50º gli dicevo: "caro P. Enrico, la tua missione continua, certo non nel modo e nel posto che tu vorresti". Costretto alla dialisi tre volte la settimana ha portato con grande fede e abbandono in Dio la sua croce ed ha offerto la sua sofferenza per il Bangladesh, paese amato veramente dal suo cuore.
        Dice ancora P. Mariano: "Da Lecco P. Enrico scriveva in Bangladesh, si informava, chiedeva, era presente con le sue domande, con le sue spiegazioni, con i suoi consigli. Ha scritto tante lettere anche a me. Diventavo, per alcuni aspetti la sua mano, il suo cuore, chiamato a continuare in suo nome alcune opere. Quali opere?
        L'attenzione ai seminaristi: li ricordava per nome, si coinvolgeva nel loro cammino di formazione, assicurava il sostegno umano, spirituale, come pure un aiuto economico per la loro formazione.
        L'attenzione ai ragazzi del suo ostello (St Philip's Hostel): così ripetitive le sue domande "stanno bene? è curato il loro vitto? sono seguiti dal punto di vista scolastico e formativo? hanno assistenza spirituale? E dava indicazioni di come intervenire in loro favore. Era ben contento di ricevere loro lettere, così semplici, ma colme di gratitudine.
        L'attenzione alla vita della Chiesa, delle missioni, della situazione dei preti diocesani (è stato Vicario Generale della Diocesi di Dinajpur per 16 anni), di alcuni poveri. Dovevo informarmi, interessarmi, dare notizie a P. Enrico ed aspettare le sue decisioni.
        Così restava di fatto in Bangladesh pur vivendo in una stanza a Lecco.
        Mi pare di cogliere l'immagine e la storia di S. Paolo quando, ormai prigioniero a Roma, scrive le sue lettere alle Chiese da lui fondate: interviene, prega per loro, dà consigli, esorta... lui ormai in catene e pronto al martirio, "Prigioniero"del suo male, anche P. Enrico ha colto, in questa difficile strada che il Signore gli stava facendo percorrere, una opportunità di spendersi per Lui, per amore di Cristo, a vantaggio del suo corpo, che è la Chiesa, specialmente la Chiesa del Bangladesh".
        Il nostro cordoglio, dicevo all'inizio, è memoria e insieme speranza.
        Insieme viviamo pure la speranza che la sua morte sia, come per Gesù, il passaggio da questo mondo al Padre, per la fedeltà con cui ha speso tutte le sue energie per la salvezza delle anime, attingendo la forza dalla preghiera, dalla Eucaristia e dalla contemplazione del Crocifisso.
        Siamo certi che dal cielo continua ancora la sua missione, quella di vegliare sul nostro cammino, di intercedere per i suoi cari, per i sacerdoti e la gente di Caronno Pertusella, a cui era molto legato, per i tanti amici, per l'Istituto del P.I.M.E. che - scriveva al Superiore Generale - "anche da lontano continuo ad amare", ad intercedere affinché tutti ci si ritrovi un giorno nella lode e nella adorazione della Trinità santa.
        Grazie, P. Enrico, per quello che sei stato per me. Hai guidato i miei primi passi nella missione del Bangladesh. Ho potuto sempre contare su di te in missione e qui in Italia. Sei sempre stato un entusiasta della tua vocazione sacerdotale missionaria, entusiata del Bangladesh, pieno di ottimismo e di speranza. Così ti ho conosciuto e così ti ricorderò sempre. Ora che sei davanti a Dio prega per me e per tutti i confratelli del P.I.M.E. perché sappiamo vivere, con la stessa passione e fedeltà, la vocazione missionaria.

P. Gian Battista Zanchi