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L'evangelizzazione
nel mondo contemporaneo di Paolo VI e La missione del Redentore di
Giovanni Paolo II (1) sono ritenute le encicliche più
significative e le più durature dei due grandi pontefici (2).
La missione della Chiesa è un tema oggi particolarmente dibattuto, sul
quale spesso non c'è accordo: "missione" e
"missionario" sono termini spesso usati, ma non sempre nel
senso giusto. L'anniversario delle due encicliche e del decreto Ad
gentes (pubblicato 35 anni fa) offre motivi di riflessione.
LA VERA
LIBERAZIONE DELL'UOMO VIENE DA CRISTO.
La Evangelii nuntiandi (En) e la Redemptoris missio (Rm), scritte a 15
anni di distanza, hanno diverse impostazioni; ma questo interessa meno
di quello che le unisce: la centralità dell'annunzio di Cristo
Salvatore nella missione della Chiesa; ambedue sono orientate alla
fondazione e all'edificazione della comunità cristiana, come l'Ad
gentes del resto (spesso citato da ambedue, con la Lumen gentium), di
cui rappresentano la continuazione ideale. In questa sede vale la pena
di mettere l'accento sulle molte concordanze che rimangono come dato
essenziale e permanente, in qualsiasi situazione. Abbiamo continuamente
bisogno di confrontarci con gli orientamenti della Chiesa, specie quando
sono costanti come quelli che dall'Ad gentes ad oggi hanno segnato
l'opera missionaria.
Cosa unisce questi due testi? La missione della Chiesa è proclamare,
annunziare, testimoniare all'umanità la salvezza in Cristo: un'opera di
natura religiosa, che porta gli uomini ad incontrare il Figlio di Dio
fatto uomo per salvarci. "Vogliamo nuovamente confermare che il
mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione
essenziale della Chiesa" (En, 14). Si può già porre una domanda
provocatoria, per far riflettere: riviste "cattoliche", scuole
"cattoliche" e quant'altro cataloghiamo come
"ecclesiale", che non pronunziano mai (o quasi mai) il nome di
Cristo Salvatore, possono dirsi "cattoliche"? Padre Paolo
Manna, fondatore dell'Unione missionaria del clero (1916), visitando
l'Asia scriveva nel 1929 (3): "Ho visitato molte
missioni importanti ed ho ammirato... grandiosi collegi e università,
magnifici conventi di suore con scuole modernissime... Davanti al mondo
pagano tali opere servono a nascondere Gesù Cristo"... E
continuava chiedendo: a quante delle persone da noi curate, educate,
aiutate, diciamo con chiarezza che facciamo tutto per amore di Cristo?
La Evangelii nuntiandi è il risultato del dibattito al Sinodo
episcopale sull'evangelizzazione (Roma, ottobre 1974), durante il quale
erano emerse due tendenze: una quasi identificava l'evangelizzazione con
la liberazione dei poveri e dei popoli oppressi; per l'altra il Vangelo
converte al modello di Cristo, cioè fa ritornare l'uomo a Dio e
all'amore del prossimo, e con questo dà il massimo contributo per
eliminare le ingiustizie fra uomo e uomo, fra popolo e popolo. Il Sinodo
non era riuscito a pubblicare un testo unitario e rimandava tutto alla
mediazione di Paolo VI (4).
Il testo afferma che l'evangelizzazione ha una finalità specificamente
religiosa: liberare l'uomo dal peccato, riconciliarlo con Dio. "La
Chiesa collega ma non identifica giammai liberazione umana e salvezza in
Gesù Cristo, perché sa per rivelazione, per esperienza storica e per
riflessione di fede, che non ogni nozione di liberazione è
necessariamente coerente con una visione evangelica dell'uomo; sa che
non basta instaurare la liberazione, creare il benessere e lo sviluppo,
perché venga il Regno di Dio" (En, 35).
Paolo VI aggiungeva (En, 36): "La Chiesa reputa certamente
importante ed urgente edificare strutture più umane e più giuste... ma
è cosciente che le migliori strutture diventano presto inumane se le
inclinazioni del cuore dell'uomo non sono risanate, se non c'è la
conversione del cuore e della mente di coloro che vivono in queste
strutture e le dominano".
La Chiesa predica la conversione a Cristo, la liberazione dal peccato
personale: ecco il senso della missione secondo l'Evangelii nuntiandi.
Negli anni Settanta prevaleva, anche nel mondo cattolico e missionario,
l'idealizzazione dei regimi e movimenti di "liberazione dei
poveri", nati dall'"analisi scientifica" del marxismo, a
volte dichiaratamente comunisti: ricordiamo l'ubriacatura di certa
stampa cattolica e missionaria per la Cuba di Fidel Castro, il Vietnam
di Ho Chi Minh, la Cina di Mao, i Khmer rossi della Cambogia, le
"guerriglie di liberazione" delle colonie portoghesi in
Africa, i "sandinisti" del Nicaragua, ecc.
Paolo VI metteva sull'avviso: la "liberazione evangelica" (n.
33) dev'essere basata su "una visione evangelica dell'uomo"
(n. 35), "esige una necessaria conversione del cuore" (n. 36),
"esclude la violenza" (n. 37), la Chiesa deve poter dare
"il suo contributo specifico" (n. 38), richiede che siano
rispettati "i fondamentali diritti dell'uomo, fra i quali la libertà
religiosa occupa un posto di primaria importanza" (n. 39).
Nessuna di queste caratteristiche era presente nei regimi e movimenti
che avevano suscitato tanta indebita speranza e caloroso sostegno da
parte di cattolici, ma Paolo VI non fu ascoltato. La storia (cioè Dio)
ha poi giudicato quei movimenti e regimi e ha smentito i
"profeti" applauditi, che avevano scelto una
"liberazione" presto rivelatasi nuova oppressione per i popoli
che si volevano liberare.
Ancor oggi, passata la stagione dell'ubriacatura ideologica
marxisteggiante, si fatica a comprendere qual è il contributo specifico
della Chiesa nello sviluppo dei popoli. "Evangelizzare, per la
Chiesa, è portare la buona novella in tutti gli strati dell'umanità e,
col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità
stessa: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21, 5). Ma
non c'è nuova umanità se prima non ci sono uomini nuovi, della novità
del battesimo e della vita secondo il Vangelo" (En, 18). Ecco
l'influsso umanizzante, religioso-culturale del Vangelo, che porta allo
sviluppo dell'uomo e quindi anche della società. Non ha senso vedere
sviluppo e sottosviluppo solo o principalmente in un senso
economico-tecnico!
LA NECESSITÀ DI UN
ANNUNCIO ESPLICITO.
L'Evangelii nuntiandi è stata, nei difficili anni Settanta e Ottanta,
il documento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II:
presenta la missione essenziale della Chiesa, annunziare Cristo ai
popoli, a cui tutto dev'essere finalizzato. L'evangelizzazione è
"vocazione e missione propria della Chiesa, la sua identità più
profonda" (n. 14). Tutto il resto, liturgia, sacramenti, preghiera,
testimonianza, strutture e organismi ecclesiali, teologia, cultura,
assistenza ai poveri e ogni altra realtà all'interno della Chiesa
ricevono la loro giustificazione e senso nella misura in cui sono
orientati all'evangelizzazione. "La Chiesa è tutta intera
missionaria", dice Paolo VI (n. 59). Verità fondamentale che è
facile ripetere come affermazione di principio, ma troppe volte
disattesa nella vita delle comunità cristiane!
L'encliclica afferma che la Chiesa deve essere costantemente rivolta ai
non cristiani: "Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che
non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il
programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo
Fondatore" (En, 51). L'evangelizzazione interna, quella rivolta ai
cristiani, va intensificata, ma il suo scopo è di rendere sempre più
missionaria la Chiesa: cioè più pronta ad annunziare Cristo al mondo
che ancora non lo conosce (En, 53).
Il testo rappresenta una svolta radicale nella vita e nell'azione della
Chiesa: l'evangelizzazione come primo imperativo. È stata recepita
questa svolta? Certamente sì nei vertici ecclesiali, nei "piani
pastorali" della Conferenza episcopale (5), che a
partire dal 1975 si orienta a studiare questo tema per rendere
missionaria la pastorale della Chiesa italiana: da Evangelizzazione e
promozione umana (1976) fino a Evangelizzazione e testimonianza della
carità (1990), passando per Comunione e comunità missionaria (1986).
Ma si tende a ridurre l'obbligo religioso di evangelizzare a impegno
sociale: l'importante è amare il prossimo, fare del bene, dare
testimonianza di servizio. La Chiesa dà a volte un'immagine riduttiva
di se stessa, come se fosse un'agenzia di aiuto e di pronto intervento
per rimediare alle ingiustizie e alle piaghe della società. Un grande
giornalista conferma: "I missionari sono ammirevoli e utili quando
vanno a curare i lebbrosi ed a portare il progresso fra popoli
arretrati; ma se vanno per imporre loro la nostra religione, che neppure
noi oggi pratichiamo più, a cosa serve la loro generosità?".
Paolo VI, parlando del dovere della testimonianza di vita, quindi
dell'amore al prossimo, afferma "la necessità di un annunzio
esplicito" e spiega: "Anche la più bella testimonianza si
rivelerà a lungo impotente se non è illuminata, giustificata - ciò
che Pietro chiamava "dare le ragioni della propria speranza"
(1 Pt. 3, 15) - esplicitata da un annunzio chiaro e inequivocabile del
Signore Gesù. La buona novella proclamata dalla testimonianza di vita
dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non
c'è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita e le
promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non
siano proclamati..." (En, 22).
La proclamazione del Vangelo è l'elemento prioritario, almeno come
finalità se non cronologicamente, di ogni azione missionaria, che dà
coerenza a tutti gli altri elementi (promozione umana, dialogo
interreligioso, inculturazione, azioni caritative, ecc.).
"L'evangelizzazione conterrà sempre - come base, centro e insieme
vertice del suo dinamismo - anche una chiara proclamazione che, in Gesù
Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è
offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio
stesso" (En, 27).
LA MISSIONE
ALLE GENTI È APPENA AGLI INIZI.
Quindici anni dopo la Evangelii nuntiandi, Giovanni Paolo II pubblica la
Redemptoris missio, che ancora mette al centro della missione
l'evangelizzazione, ma inquadrandola in altri problemi emersi negli anni
Ottanta: il rapporto fra missione e Regno di Dio, missione e
inculturazione, missione e dialogo interreligioso, missione e crisi di
fede dei popoli cristiani. La Redemptoris missio continua nel solco
della Evangelii nuntiandi e si appella alla Chiesa per "un
rinnovato impegno missionario" (Rm, 1-2). Il tono è più
imperativo, infuocato, urgente. "Il nostro tempo offre nuove
occasioni alla Chiesa: il crollo di ideologie e di sistemi politici
oppressivi; l'apertura delle frontiere e il formarsi di un mondo più
unito grazie all'incremento delle comunicazioni; l'affermarsi tra i
popoli di quei valori evangelici che Gesù ha incarnato nella sua
vita... Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più
preparata alla semina evangelica" (Rm, 3). Il Papa indica "gli
immensi orizzonti della missione "ad gentes"" (cap. IV) e
dice che "Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui
già si intravede l'alba" (Rm, 86).
L'enciclica è un proclama, un manifesto, uno squillo di tromba per una
Chiesa che tende a chiudersi nel lamento dei propri mali. I viaggi di
Giovanni Paolo II hanno influito parecchio su questa impostazione:
"Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha
convinto ancor più dell'urgenza di tale attività (missionaria)"
(Rm, 1).
Penso che la Redemptoris missio sia stata troppo trascurata nei
"piani pastorali", negli studi teologici, nel campo
dell'animazione e delle riviste missionarie. Avrebbe dovuto, secondo il
card. Jozef Tomko, causare una "svolta rivoluzionaria nella Chiesa,
nel senso della missione alle genti" e invece le conseguenze si
sono viste poco. Forse il più importante risultato l'enciclica l'ha
ottenuto in quella che è la sua maggior novità rispetto ai precedenti
documenti ecclesiali: l'insistenza nel dire che le giovani Chiese sono
"protagoniste dell'attività missionaria" (nn. 49, 62, 64, 85,
91).
LA FEDE SI RAFFORZA
DONANDOLA!
In passato la missione alle genti era considerata periferica nella
Chiesa. Per il Concilio Vaticano II l'"ad gentes" è al cuore
della vita ecclesiale: tutti i battezzati ne sono responsbaili.
L'Evangelii nuntiandi ha confermato la centralità dell'evangelizzazione
nella missione della Chiesa, con i suoi contenuti di natura religiosa.
La Redemptoris missio fa un passo avanti: tratta esclusivamente della
missione alle genti. Giovanni Paolo II si rende conto che, 25 anni dopo
la fine del Vaticano II, la Chiesa attraversa una crisi di fede, di cui
ne fa le spese la missione alle genti: "La missione specifica
"ad gentes" sembra in fase di rallentamento, non certo in
linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo.
Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario
della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve
preoccupare tutti i credenti in Cristo" (n. 2). Il Papa riconferma
con forza la "perenne validità della missione alle genti" e
aggiunge che "l'attività missionaria rappresenta ancor oggi la
massima sfida per la Chiesa" (n. 40) e che "la missione
"ad gentes" è appena agli inizi" (nn. 35, 40).
Ma come superare la crisi di fede del nostro tempo? Occorre rinnovare la
vita cristiana con il dinamismo missionario, facendo superare tante
divisioni che lacerano le comunità cristiane. "La missione infatti
rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede, dà nuovo entusiasmo e nuove
motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione
dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell'impegno per la
missione universale" (Rm 2). Se questo principio fosse ben compreso
e applicato nella pastorale delle Chiese costituite, la missione alle
genti si rafforzerebbe e la vita cristiana diventerebbe vigorosa anche
nei nostri Paesi.
È quanto diceva padre Paolo Manna quando, fondata da pochi mesi
l'Unione missionaria del clero (ottobre 1916) e raccomandando ai
sacerdoti la cooperazione alle missioni, scriveva (6):
"A parte il bene che da questa attività verrebbe alle missioni,
pensate a quale rifiorimento di fede questo fervore apostolico
susciterebbe anche tra noi, perché il vero zelo è così fatto, che più
se ne dà agli altri, più ne resta per noi!" (Non è l'anticipo di
"La fede si rafforza donandola!" di Giovanni Paolo II?).
Anche la Redemptoris missio, specificando quanto diceva l'Evangelii
nuntiandi, afferma (Rm, 11): "La tentazione è oggi di ridurre il
cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon
vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale
secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l'uomo, ma
per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi,
invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale,
che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini".
Si rileggano i numeri 58, 59 e 60 dell'enciciclica missionaria e si veda
come il Papa congiunge strettamente progresso umano e liberazione dalle
ingiustizie, con l'annunzio del Vangelo e la fondazione della Chiesa.
Un tema su cui bisognerebbe ritornare perché spesso le due realtà sono
presentate in modo separato: da un lato i missionari predicano Cristo,
fondano la Chiesa e le comunità cristiane, dall'altro c'è il progresso
economico, politico, sociale; da un lato la salvezza soprannaturale dopo
la morte, dall'altro la liberazione qui su questa terra. Le conseguenze
negative di una tale impostazione sono evidenti anche nella stampa e
nell'animazione missionaria (7). Ma non è questa la
visione del Concilio Vaticano II (Ad gentes, 8, 9, 12; Gaudium et Spes,
specialmente nn. 40-45, 63-93 passim), di Paolo VI (Evangelii nuntiandi
e Populorum progressio, nn. 12-21, 39-42, 74-75, 81-82) e di Giovanni
Paolo II (Centesimus annus, Sollicitudo rei socialis e Redemptoris
missio).
Non c'è dubbio. La Evangelii nuntiandi e la Redemptoris missio offrono
ampio materale per una revisione in senso critico dell'apostolato
missionario, della stampa e animazione missionarie.
1) Evangelii Nuntiandi, En, 8 dicembre 1975;
Redemptoris Missio, Rm, 7 dicembre 1990.
2) La Evangelii nuntiandi era una esortazione
apostolica, come conclusione del Sinodo episcopale sull'evangelizzazione
del 1974. Ha avuto nella Chiesa la solennità e l'incidenza di
un'enciclica.
3) P. Gheddo, Pime, 150 anni di missione, Emi, 2000, p.
144.
4) G. Salvini sj, "A venticinque anni dalla
Evangelii nuntiandi", in La Civiltà Cattolica, 18 novembre 2000,
pp. 350-362.
5) Ottimo l'ultimo testo del Consiglio permanente della
Cei sul tema missionario: "L'amore di Cristo ci sospinge" (4
aprile 1999). Ma osservando le riviste, i congressi, le campagne di enti
e organismi ecclesiali, a volte viene da chiedersi se quel documento sia
conosciuto e vissuto.
6) Le Missioni Cattoliche, 23 febbraio 1917.
7) Un solo esempio, ma ce ne sarebbero tanti. La
campagna per il condono del debito estero ai Paesi poveri, realizzata
nella Chiesa italiana nel 2000 era sacrosanta, ma sempre e solo
orientata alla soluzione economica, finanziaria, bancaria. Non è venuto
in mente di illustrare il tema col contributo essenziale che dà la
Chiesa missionaria, l'educazione del popolo secondo il Vangelo, con i
suoi effetti positivi anche in campo economico-sociale (Rm, 58, 59).
Mondo
e missione >>>> www.pimemilano.com
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