Ora e sempre, missione vuol dire annunciare Cristo

P. Piero Gheddo

Mondo e Missione

Venticinque anni fa Paolo VI consegnava alle comunità cristiane l'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo). Dieci anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la Redemptoris missio (La missione del Redentore). Una lettura comparata di due testi che hanno segnato la via, ma che attendono ancora - forse - una più profonda comprensione.
LA VERA LIBERAZIONE DELL'UOMO VIENE DA CRISTO.
LA NECESSITÀ DI UN ANNUNCIO ESPLICITO.
LA MISSIONE ALLE GENTI È APPENA AGLI INIZI.
LA FEDE SI RAFFORZA DONANDOLA!

L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo di Paolo VI e La missione del Redentore di Giovanni Paolo II (1) sono ritenute le encicliche più significative e le più durature dei due grandi pontefici (2). La missione della Chiesa è un tema oggi particolarmente dibattuto, sul quale spesso non c'è accordo: "missione" e "missionario" sono termini spesso usati, ma non sempre nel senso giusto. L'anniversario delle due encicliche e del decreto Ad gentes (pubblicato 35 anni fa) offre motivi di riflessione.

LA VERA LIBERAZIONE DELL'UOMO VIENE DA CRISTO.

La Evangelii nuntiandi (En) e la Redemptoris missio (Rm), scritte a 15 anni di distanza, hanno diverse impostazioni; ma questo interessa meno di quello che le unisce: la centralità dell'annunzio di Cristo Salvatore nella missione della Chiesa; ambedue sono orientate alla fondazione e all'edificazione della comunità cristiana, come l'Ad gentes del resto (spesso citato da ambedue, con la Lumen gentium), di cui rappresentano la continuazione ideale. In questa sede vale la pena di mettere l'accento sulle molte concordanze che rimangono come dato essenziale e permanente, in qualsiasi situazione. Abbiamo continuamente bisogno di confrontarci con gli orientamenti della Chiesa, specie quando sono costanti come quelli che dall'Ad gentes ad oggi hanno segnato l'opera missionaria.
Cosa unisce questi due testi? La missione della Chiesa è proclamare, annunziare, testimoniare all'umanità la salvezza in Cristo: un'opera di natura religiosa, che porta gli uomini ad incontrare il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci. "Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa" (En, 14). Si può già porre una domanda provocatoria, per far riflettere: riviste "cattoliche", scuole "cattoliche" e quant'altro cataloghiamo come "ecclesiale", che non pronunziano mai (o quasi mai) il nome di Cristo Salvatore, possono dirsi "cattoliche"? Padre Paolo Manna, fondatore dell'Unione missionaria del clero (1916), visitando l'Asia scriveva nel 1929 (3): "Ho visitato molte missioni importanti ed ho ammirato... grandiosi collegi e università, magnifici conventi di suore con scuole modernissime... Davanti al mondo pagano tali opere servono a nascondere Gesù Cristo"... E continuava chiedendo: a quante delle persone da noi curate, educate, aiutate, diciamo con chiarezza che facciamo tutto per amore di Cristo?
La Evangelii nuntiandi è il risultato del dibattito al Sinodo episcopale sull'evangelizzazione (Roma, ottobre 1974), durante il quale erano emerse due tendenze: una quasi identificava l'evangelizzazione con la liberazione dei poveri e dei popoli oppressi; per l'altra il Vangelo converte al modello di Cristo, cioè fa ritornare l'uomo a Dio e all'amore del prossimo, e con questo dà il massimo contributo per eliminare le ingiustizie fra uomo e uomo, fra popolo e popolo. Il Sinodo non era riuscito a pubblicare un testo unitario e rimandava tutto alla mediazione di Paolo VI (4).
Il testo afferma che l'evangelizzazione ha una finalità specificamente religiosa: liberare l'uomo dal peccato, riconciliarlo con Dio. "La Chiesa collega ma non identifica giammai liberazione umana e salvezza in Gesù Cristo, perché sa per rivelazione, per esperienza storica e per riflessione di fede, che non ogni nozione di liberazione è necessariamente coerente con una visione evangelica dell'uomo; sa che non basta instaurare la liberazione, creare il benessere e lo sviluppo, perché venga il Regno di Dio" (En, 35).
Paolo VI aggiungeva (En, 36): "La Chiesa reputa certamente importante ed urgente edificare strutture più umane e più giuste... ma è cosciente che le migliori strutture diventano presto inumane se le inclinazioni del cuore dell'uomo non sono risanate, se non c'è la conversione del cuore e della mente di coloro che vivono in queste strutture e le dominano".
La Chiesa predica la conversione a Cristo, la liberazione dal peccato personale: ecco il senso della missione secondo l'Evangelii nuntiandi. Negli anni Settanta prevaleva, anche nel mondo cattolico e missionario, l'idealizzazione dei regimi e movimenti di "liberazione dei poveri", nati dall'"analisi scientifica" del marxismo, a volte dichiaratamente comunisti: ricordiamo l'ubriacatura di certa stampa cattolica e missionaria per la Cuba di Fidel Castro, il Vietnam di Ho Chi Minh, la Cina di Mao, i Khmer rossi della Cambogia, le "guerriglie di liberazione" delle colonie portoghesi in Africa, i "sandinisti" del Nicaragua, ecc.
Paolo VI metteva sull'avviso: la "liberazione evangelica" (n. 33) dev'essere basata su "una visione evangelica dell'uomo" (n. 35), "esige una necessaria conversione del cuore" (n. 36), "esclude la violenza" (n. 37), la Chiesa deve poter dare "il suo contributo specifico" (n. 38), richiede che siano rispettati "i fondamentali diritti dell'uomo, fra i quali la libertà religiosa occupa un posto di primaria importanza" (n. 39).
Nessuna di queste caratteristiche era presente nei regimi e movimenti che avevano suscitato tanta indebita speranza e caloroso sostegno da parte di cattolici, ma Paolo VI non fu ascoltato. La storia (cioè Dio) ha poi giudicato quei movimenti e regimi e ha smentito i "profeti" applauditi, che avevano scelto una "liberazione" presto rivelatasi nuova oppressione per i popoli che si volevano liberare.
Ancor oggi, passata la stagione dell'ubriacatura ideologica marxisteggiante, si fatica a comprendere qual è il contributo specifico della Chiesa nello sviluppo dei popoli. "Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la buona novella in tutti gli strati dell'umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità stessa: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21, 5). Ma non c'è nuova umanità se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e della vita secondo il Vangelo" (En, 18). Ecco l'influsso umanizzante, religioso-culturale del Vangelo, che porta allo sviluppo dell'uomo e quindi anche della società. Non ha senso vedere sviluppo e sottosviluppo solo o principalmente in un senso economico-tecnico!

LA NECESSITÀ DI UN ANNUNCIO ESPLICITO.

L'Evangelii nuntiandi è stata, nei difficili anni Settanta e Ottanta, il documento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II: presenta la missione essenziale della Chiesa, annunziare Cristo ai popoli, a cui tutto dev'essere finalizzato. L'evangelizzazione è "vocazione e missione propria della Chiesa, la sua identità più profonda" (n. 14). Tutto il resto, liturgia, sacramenti, preghiera, testimonianza, strutture e organismi ecclesiali, teologia, cultura, assistenza ai poveri e ogni altra realtà all'interno della Chiesa ricevono la loro giustificazione e senso nella misura in cui sono orientati all'evangelizzazione. "La Chiesa è tutta intera missionaria", dice Paolo VI (n. 59). Verità fondamentale che è facile ripetere come affermazione di principio, ma troppe volte disattesa nella vita delle comunità cristiane!
L'encliclica afferma che la Chiesa deve essere costantemente rivolta ai non cristiani: "Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore" (En, 51). L'evangelizzazione interna, quella rivolta ai cristiani, va intensificata, ma il suo scopo è di rendere sempre più missionaria la Chiesa: cioè più pronta ad annunziare Cristo al mondo che ancora non lo conosce (En, 53).
Il testo rappresenta una svolta radicale nella vita e nell'azione della Chiesa: l'evangelizzazione come primo imperativo. È stata recepita questa svolta? Certamente sì nei vertici ecclesiali, nei "piani pastorali" della Conferenza episcopale (5), che a partire dal 1975 si orienta a studiare questo tema per rendere missionaria la pastorale della Chiesa italiana: da Evangelizzazione e promozione umana (1976) fino a Evangelizzazione e testimonianza della carità (1990), passando per Comunione e comunità missionaria (1986).
Ma si tende a ridurre l'obbligo religioso di evangelizzare a impegno sociale: l'importante è amare il prossimo, fare del bene, dare testimonianza di servizio. La Chiesa dà a volte un'immagine riduttiva di se stessa, come se fosse un'agenzia di aiuto e di pronto intervento per rimediare alle ingiustizie e alle piaghe della società. Un grande giornalista conferma: "I missionari sono ammirevoli e utili quando vanno a curare i lebbrosi ed a portare il progresso fra popoli arretrati; ma se vanno per imporre loro la nostra religione, che neppure noi oggi pratichiamo più, a cosa serve la loro generosità?".
Paolo VI, parlando del dovere della testimonianza di vita, quindi dell'amore al prossimo, afferma "la necessità di un annunzio esplicito" e spiega: "Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente se non è illuminata, giustificata - ciò che Pietro chiamava "dare le ragioni della propria speranza" (1 Pt. 3, 15) - esplicitata da un annunzio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La buona novella proclamata dalla testimonianza di vita dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c'è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita e le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati..." (En, 22).
La proclamazione del Vangelo è l'elemento prioritario, almeno come finalità se non cronologicamente, di ogni azione missionaria, che dà coerenza a tutti gli altri elementi (promozione umana, dialogo interreligioso, inculturazione, azioni caritative, ecc.). "L'evangelizzazione conterrà sempre - come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo - anche una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso" (En, 27).

LA MISSIONE ALLE GENTI È APPENA AGLI INIZI.

Quindici anni dopo la Evangelii nuntiandi, Giovanni Paolo II pubblica la Redemptoris missio, che ancora mette al centro della missione l'evangelizzazione, ma inquadrandola in altri problemi emersi negli anni Ottanta: il rapporto fra missione e Regno di Dio, missione e inculturazione, missione e dialogo interreligioso, missione e crisi di fede dei popoli cristiani. La Redemptoris missio continua nel solco della Evangelii nuntiandi e si appella alla Chiesa per "un rinnovato impegno missionario" (Rm, 1-2). Il tono è più imperativo, infuocato, urgente. "Il nostro tempo offre nuove occasioni alla Chiesa: il crollo di ideologie e di sistemi politici oppressivi; l'apertura delle frontiere e il formarsi di un mondo più unito grazie all'incremento delle comunicazioni; l'affermarsi tra i popoli di quei valori evangelici che Gesù ha incarnato nella sua vita... Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica" (Rm, 3). Il Papa indica "gli immensi orizzonti della missione "ad gentes"" (cap. IV) e dice che "Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'alba" (Rm, 86).
L'enciclica è un proclama, un manifesto, uno squillo di tromba per una Chiesa che tende a chiudersi nel lamento dei propri mali. I viaggi di Giovanni Paolo II hanno influito parecchio su questa impostazione: "Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha convinto ancor più dell'urgenza di tale attività (missionaria)" (Rm, 1).
Penso che la Redemptoris missio sia stata troppo trascurata nei "piani pastorali", negli studi teologici, nel campo dell'animazione e delle riviste missionarie. Avrebbe dovuto, secondo il card. Jozef Tomko, causare una "svolta rivoluzionaria nella Chiesa, nel senso della missione alle genti" e invece le conseguenze si sono viste poco. Forse il più importante risultato l'enciclica l'ha ottenuto in quella che è la sua maggior novità rispetto ai precedenti documenti ecclesiali: l'insistenza nel dire che le giovani Chiese sono "protagoniste dell'attività missionaria" (nn. 49, 62, 64, 85, 91).

LA FEDE SI RAFFORZA DONANDOLA!

In passato la missione alle genti era considerata periferica nella Chiesa. Per il Concilio Vaticano II l'"ad gentes" è al cuore della vita ecclesiale: tutti i battezzati ne sono responsbaili. L'Evangelii nuntiandi ha confermato la centralità dell'evangelizzazione nella missione della Chiesa, con i suoi contenuti di natura religiosa.
La Redemptoris missio fa un passo avanti: tratta esclusivamente della missione alle genti. Giovanni Paolo II si rende conto che, 25 anni dopo la fine del Vaticano II, la Chiesa attraversa una crisi di fede, di cui ne fa le spese la missione alle genti: "La missione specifica "ad gentes" sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo" (n. 2). Il Papa riconferma con forza la "perenne validità della missione alle genti" e aggiunge che "l'attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa" (n. 40) e che "la missione "ad gentes" è appena agli inizi" (nn. 35, 40).
Ma come superare la crisi di fede del nostro tempo? Occorre rinnovare la vita cristiana con il dinamismo missionario, facendo superare tante divisioni che lacerano le comunità cristiane. "La missione infatti rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell'impegno per la missione universale" (Rm 2). Se questo principio fosse ben compreso e applicato nella pastorale delle Chiese costituite, la missione alle genti si rafforzerebbe e la vita cristiana diventerebbe vigorosa anche nei nostri Paesi.
È quanto diceva padre Paolo Manna quando, fondata da pochi mesi l'Unione missionaria del clero (ottobre 1916) e raccomandando ai sacerdoti la cooperazione alle missioni, scriveva (6): "A parte il bene che da questa attività verrebbe alle missioni, pensate a quale rifiorimento di fede questo fervore apostolico susciterebbe anche tra noi, perché il vero zelo è così fatto, che più se ne dà agli altri, più ne resta per noi!" (Non è l'anticipo di "La fede si rafforza donandola!" di Giovanni Paolo II?).
Anche la Redemptoris missio, specificando quanto diceva l'Evangelii nuntiandi, afferma (Rm, 11): "La tentazione è oggi di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini".
Si rileggano i numeri 58, 59 e 60 dell'enciciclica missionaria e si veda come il Papa congiunge strettamente progresso umano e liberazione dalle ingiustizie, con l'annunzio del Vangelo e la fondazione della Chiesa.
Un tema su cui bisognerebbe ritornare perché spesso le due realtà sono presentate in modo separato: da un lato i missionari predicano Cristo, fondano la Chiesa e le comunità cristiane, dall'altro c'è il progresso economico, politico, sociale; da un lato la salvezza soprannaturale dopo la morte, dall'altro la liberazione qui su questa terra. Le conseguenze negative di una tale impostazione sono evidenti anche nella stampa e nell'animazione missionaria (7). Ma non è questa la visione del Concilio Vaticano II (Ad gentes, 8, 9, 12; Gaudium et Spes, specialmente nn. 40-45, 63-93 passim), di Paolo VI (Evangelii nuntiandi e Populorum progressio, nn. 12-21, 39-42, 74-75, 81-82) e di Giovanni Paolo II (Centesimus annus, Sollicitudo rei socialis e Redemptoris missio).
Non c'è dubbio. La Evangelii nuntiandi e la Redemptoris missio offrono ampio materale per una revisione in senso critico dell'apostolato missionario, della stampa e animazione missionarie.

1) Evangelii Nuntiandi, En, 8 dicembre 1975; Redemptoris Missio, Rm, 7 dicembre 1990.
2) La Evangelii nuntiandi era una esortazione apostolica, come conclusione del Sinodo episcopale sull'evangelizzazione del 1974. Ha avuto nella Chiesa la solennità e l'incidenza di un'enciclica.
3) P. Gheddo, Pime, 150 anni di missione, Emi, 2000, p. 144.
4) G. Salvini sj, "A venticinque anni dalla Evangelii nuntiandi", in La Civiltà Cattolica, 18 novembre 2000, pp. 350-362.
5) Ottimo l'ultimo testo del Consiglio permanente della Cei sul tema missionario: "L'amore di Cristo ci sospinge" (4 aprile 1999). Ma osservando le riviste, i congressi, le campagne di enti e organismi ecclesiali, a volte viene da chiedersi se quel documento sia conosciuto e vissuto.
6) Le Missioni Cattoliche, 23 febbraio 1917.
7) Un solo esempio, ma ce ne sarebbero tanti. La campagna per il condono del debito estero ai Paesi poveri, realizzata nella Chiesa italiana nel 2000 era sacrosanta, ma sempre e solo orientata alla soluzione economica, finanziaria, bancaria. Non è venuto in mente di illustrare il tema col contributo essenziale che dà la Chiesa missionaria, l'educazione del popolo secondo il Vangelo, con i suoi effetti positivi anche in campo economico-sociale (Rm, 58, 59).

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