PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO
1915-1997


PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE
 Pietro e Maria, due santi genitori
 “Prete io? Mai!”, ma diventa missionario
Tre mesi nel carcere di San Vittore a Milano (1943-1944)  
Salva dalla morte tedeschi e fascisti sconfitti  
Medaglia d’Oro ad Aristide “Cittadino Benemerito” di Erba
Testimonianza della signora Elisa Michel in Clerici

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

Prefazione

Il decennale della scomparsa di monsignor Pirovano è un’occasione preziosa per riflettere sul solco tracciato da un grande lombardo che, dall’Amazzonia all’India e all’Africa, ha saputo interpretare al meglio i valori profondi di solidarietà e gratuità così radicati nella nostra terra.
Nell’arco di tutta la sua vita, Pirovano si è impegnato per lo sviluppo delle persone e dei popoli, specialmente di quelli più poveri e svantaggiati: durante l’ultima guerra mondiale si è impegnato per aiutare ebrei e perseguitati politici a fuggire in Svizzera (1944-1945); ha fondato con altri missionari del Pime la diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana e ne è stato il primo vescovo (1946-1965); ha guidato il Pontificio istituto missioni estere per due mandati (1965-1977) fondando le sedi regionali del Pime a Hong Kong, Tokyo, Bombay, Manila, Bissau, San Paolo, Belem e Londra; dal lebbrosario di Marituba nella foresta del Parà (Amazzonia brasiliana), attraverso la sua azione religiosa e sociale è nata la città di Marituba che oggi ha 80.000 abitanti (1968-1997). Questi sono stati, in concreto, alcuni dei tantissimi risultati di un’attività e di un apostolato missionario intensi, capaci di costruire un mondo in cui – come scrisse Paolo VI nell’enciclica Popolorum progressio – ogni uomo possa vivere una vita pienamente umana.
Riconoscere e valorizzare il lascito di personalità come monsignor Pirovano è per la Regione Lombardia un modo importante per sottolineare il significato di un protagonismo sociale e culturale capace di condividere i bisogni e di promuovere una crescita armoniosa.
C’è un ultimo e importante aspetto che, oggi, mi preme richiamare. Lo faccio a partire dal testamento spirituale di Pirovano: «Desidero essere sepolto a Erba. Il motivo profondo è che ho amato molto il mio paese (oggi città). Ho speranza che, pregando sulla mia tomba, qualche giovanotto o ragazza possa sentirsi chiamato a seguire la mia stessa vocazione». Parole più belle non potevano essere scritte: ricordare Pirovano significa rendere viva la sua memoria, unendoci nel comune impegno ad affermare quei principi di libertà, di giustizia e di solidarietà che sono fondamento di ogni pacifica convivenza.

Roberto Formigoni

INTRODUZIONE

Ringrazio cordialmente Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia, per aver voluto mandarmi questa intensa e significativa prefazione alla biografia di mons. Aristide Pirovano, conosciutissimo in Italia e specialmente in Lombardia come vescovo missionario dell’Amazzonia e superiore generale del Pime.  

                                                       * * * * *  

    Il titolo “Aristide Pirovano, Il Vescovo partigiano” richiede una spiegazione. Richiama subito il carattere contro-corrente di Pirovano; dire ribelle sarebbe troppo, perché poi si è mantenuto fedele alla Chiesa, al Pime e quando doveva obbedire, obbediva. Ma certamente “partigiano”, nel senso che era in atteggiamento critico e reagiva alle ideologie disumane dominanti nel suo tempo: fascismo e nazismo durante la guerra, comunismo e laicismo radicalmente anti-cristiano in seguito. Insomma, andava contro-correnre rispetto a quanto opprimeva l’uomo e scalzava le basi della fede e della vita cristiana. 

     Ma, soprattutto, “partigiano” perché lo è stato in senso letterale negli anni dell’ultima guerra mondiale (1943-1945) per salvare dalla morte ebrei e perseguitati politici, finendo anche nel Carcere di San Vittore a Milano, bastonato e torturato dalla polizia militare tedesca perché non rivelava nessun nome di altri “ribelli”. E poi “partigiano”  militante e combattente, quando era il caso, lottando contro coloro che si opponevano od ostacolavano la giusta causa della missione che gli era affidata: prima la fondazione della diocesi di Macapà in Amazzonia (1948-1965), poi la direzione del Pime (1965-1977) e infine le opere sociali, sanitarie ed educative di Marituba, il lebbrosario nella foresta dell’Amazzonia che oggi è diventato una città satellite della grande Belém, capitale dell’Amazzonia brasiliana, grazie anche a quanto ha saputo realizzare il dottor Marcello Candia (l’amico che lui stesso aveva portato in Amazzonia) e poi “il Vescovo partigiano” negli anni dal 1979 al 1997.

    Gli anni in cui mons. Aristide Pirovano è stato superiore generale del Pime (1965-1977) sono proprio quelli che Montanelli definisce “Gli anni di piombo” e  coincidono col Pontificato di Giovanni Battista Montini ( [1] ). Il Papa e il superiore generale del Pime erano amici da lungo tempo: mons. Montini e poi Papa Paolo VI aiutava anche economicamente il vescovo dell’Amazzonia molto più giovane di lui (1897 e 1915). Ma fra i due s’era creata una corrente di simpatia che nasce quando Montini, arcivescovo di Milano, consacra vescovo Pirovano a Erba, il 13 novembre 1955, giovane fondatore e primo vescovo della diocesi di Macapà nell’Amazzonia brasiliana; poi continua attraverso lettere, aiuti e visite di Pirovano al Papa tutte le volte che tornava in Italia.

     Dico questo perché  il cammino dei due amici, senza voler fare indebiti confronti, sembra andare avanti in parallelo, nella Chiesa dell’immediato post-Concilio di  quegli “anni di piombo”. Montini e Pirovano passano dall’entusiasmo degli anni conciliari, per le novità che nascevano nella Chiesa, alla delusione e sconforto degli anni seguenti, quando i documenti approvati dai Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II venivano stravolti da interpretazioni e letture che sommariamente si possono definire “sessantottine”, nel senso che nascono dal movimento politico-culturale del “Sessantotto” che ha sconvolto l’Occidente cristiano, come vedremo. Paolo VI viveva quel suo tempo in  modo sofferente ma con pazienza e prudenza, com’era richiesto dal suo ruolo e dal suo carattere; Pirovano anche lui con molta sofferenza, ma anche con una forte carica di reazione militante e combattiva, come era nel suo carattere: ecco, se vogliamo, il “partigiano della verità” che Paolo VI esprimeva e rappresentava.

    Questa non è una lettura postuma e ideologica dei due personaggi, ma la risultanza inequivocabile delle loro storie personali. Ma lasciamo da parte Paolo VI e occupiamoci di Pirovano.  

                                                           * * * * *  

     Il presente volume è uno studio, basato su fonti d’Archivio e interviste a testimoni che l’hanno conosciuto, che presenta mons. Aristide Pirovano soprattutto come superiore generale del Pime per due periodi dal 1965 al 1977. La sua storia è già stata raccontata in tre volumi ( [2] ), che hanno lasciato scoperti i dodici anni del suo governo del Pime a Roma (1965-1977), quelli centrali e più importanti della sua vita, da quando aveva cinquant’anni a quando ne aveva 62 (è morto poi nel 1997 a 82). Una storia non facile da studiare e descrivere, perché Dom Aristide era un uomo estremamente pratico, realizzatore, di fede granitica ma semplice, quasi elementare e con una forte carica diciamo “anti-intellettuale”, maturata nei lunghi anni d’Amazzonia fra popoli che allora vivevano all’estremo limite della sopravvivenza (caboclos e indios dell’Amapà). Dover fare il superiore generale negli “anni di piombo”, in cui trionfavano ideologi, filosofi e teologi, assieme a venditori di sogni e falsi profeti, ha rappresentato per lui un tormento peggiore di qualsiasi altro immaginabile.

    Tant’è vero che, appena terminato il suo secondo mandato a 62 anni, come vedremo, rifiuta offerte di lavoro da Propaganda Fide e dalla CEI per restare in Italia: voleva andare in una missione lontana  e anche molto diversa dal “suo” Brasile che già conosceva e dov’era ben conosciuto, per non essere più “quasi certamente chiamato a fare il vescovo”; ci andava “come semplice prete e senza alcuna autorità”: perché, aggiungeva,  “ho sempre dovuto fare il capo, adesso basta: lascio che altri provino le delizie di cosa vuol dire comandare”.

    Quando gli fanno presente che, se a 62 anni va nelle Filippine, come l’avevano invitato alcuni padri ed era propenso ad accettare l’invito, deve studiare, oltre all’inglese, le lingue locali di Zamboanga (il tagalog, il chavacano, il visaya); lui risponde che “è meglio spaccarsi la testa nel tentare di imparare lingue impossibili alla mia età, che disperarsi nel voler convincere certe teste di uomini e preti come me che non ragionano”.  In queste parole, maturate dall’esperienza dei 12 anni di superiore negli “anni di piombo”, è sintetizzato tutto il dramma di Aristide (chi lo conosceva non poteva non amarlo) come superiore del Pime in quegli anni.  

                                                       * * * * *  

     Perché ho scritto questa biografia? Il motivo è semplice. Aristide Pirovano ha suscitato così tanti amici che ancora lo ricordano, non solo come grande e affascinante missionario, realizzatore di grande opere, ma come un santo sacerdote. Tutti quelli che sono venuti in contatto con lui hanno questo ricordo di un uomo spirituale, un vero prete che si spendeva per gli altri, per la Chiesa e il Pime. Il card. Carlo Maria Martini scrive  Notevole soprattutto il testo introduttivo al volume di Mauro Colombo “Ricordo di un uomo di Dio” dell’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini [3] :

     “Sono contento di questa pubblicazione sulla figura e l’opera di Sua Eccellenza Monsignor Aristide Pirovano, nato nella nostra Diocesi, consacrato vescovo dal mio venerato predecessore – il Servo di Dio Giovanni Battista Montini – e prelato di Macapà. Lo incontrai la prima volta a Marituba, in occasione di un mio viaggio pastorale in Brasile, e poi in qualche altra circostanza. Non posso quindi dire di averlo conosciuto bene, ma ho apprezzato fin da subito la sua personalità e la sua straordinaria azione missionaria in Amazzonia.

    Lo ricordo bene come un uomo tutto di Dio, profondamente spirituale e insieme ricco di inesauribile carica evangelica. Furono la sua carità e il suo ardore ad attrarre il giovane Marcello Candia che, dopo aver realizzato la costruzione dell’ospedale di Macapà, si dedicò completamente ai lebbrosi. Padre Aristide ha testimoniato una fede cristallina, un’assoluta fiducia nella Provvidenza, una capacità singolare di vivere la croce quale partecipazione a quella di Gesù, una continua  tensione a operare per la concordia degli  animi e per l’unione dei cuori. Leggerò volentieri questo volume nel desiderio di conoscerlo meglio, e auspico che soprattutto i giovani vengano sollecitati dall’esempio di mons. Pirovano a sperimentare la gioia di una vita tutta spesa al servizio del  Signore e dei fratelli più poveri”.

     Nel 2002, quando gli “Amici di mons. Pirovano” chiedono al card. Martini di iniziare il processo diocesano per la sua beatificazione, così l’arcivescovo risponde a stretto giro di posta, con un breve scritto che conferma la sua introduzione al volume appena citato ( [4] ):

     “Ho sempre stimato Monsignor Aristide Pirovano come un grande testimone di Dio e del Vangelo, un appassionato servitore della Chiesa, ricco di spiritualità e di carità. Trasmetto la documentazione a don Ennio Apeciti , responsabile dell’Ufficio per le Cause dei Santi, perché la prenda in esame”.  

  Piero Gheddo

 Milano, 7 ottobre 2007


[1] Indro Montanelli, Mario Cervi, “Gli anni di  piombo (1965-1978)”, Paolo VI era diventato Papa nell’agosto 1963 e muore nell’agosto 1978; Pirovano eletto superiore generale del Pime  nel marzo 1965 e, rieletto nel 1971, scade nel 1977 e va a spendere i suoi ultimi vent’anni nel lebbrosario di Marituba presso Belem, nell’Amazzonia brasiliana.

[2] Il primo dedicato specialmente a Pirovano nel suo paese natale di  Erba (con l’epopea partigiana che lo condusse a San Vittore) e poi a Marituba: Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi”, Con il testo del card. C. M. Martini “Ricordo di un uomo tutto di Dio”, EMI, 1998, pagg. 382; gli altri due specialmente sulla fondazione della diocesi di Macapà e poi a Marituba: Piero Gheddo, “Missione Amazzonia – I 50 anni del Pime nel nord Brasile (1948-1998)”, EMI 1998, pagg. 482: e P. Gheddo e Raffaella Guzzeloni, “Il vescovo del sorriso, Dom Aristide Pirovano, Una vita per la missione”, Pimedit Milano, 1997, pagg. 200.

[3] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano (1915-1997) Il Vescovo dei due mondi”, EMI 1997,  pagg. 7-8.

[4] Lettera del 28 gennaio 2002, AGPIME II, 23/2, 01, 090.

    La vita di Aristide Pirovano, prete e missionario, vescovo e superiore generale del Pime, incomincia in modo imprevisto ( [1] ). Primo figlio maschio, con tre sorelle e un fratello, di una famiglia molto religiosa nasce ad Erba (Como) il 22 febbraio 1915 e come molti ragazzini di famiglie praticanti di quel tempo, è anche lui chierichetto e frequenta l’oratorio, per giocare e seguire le lezioni di catechismo, in preparazione alla cresima. Un bel giorno il prete dell’oratorio che seguiva i ragazzi gli chiede: “Hai mai pensato di farti prete?”. Aristide risponde: “Prete io? Mai!”. Lo ricordava ancora lui stesso in età avanzata, rideva e spiegava il perché. Il papà faceva il “marmurin”, lavorava il marmo delle tombe al cimitero.  

    Un lavoro duro, diceva ( [2] ). Dopo la VI elementare (allora le elementari erano sei) ho dovuto andare a lavorare con papà. In certi mesi ci toccava lavorare dieci ore al giorno. Pensavo al futuro, ma l’ultima idea era quella di farmi prete. Avevo persino smesso di frequentare l’oratorio e invece di andare a Messa bighellonavo con gli amici. Poi, prima di tornare a casa, mi informavo di chi aveva predicato e di cosa aveva detto, per sostenere l’esame familiare…. Mio papà era un gran lavoratore, ma, mi pareva, con gli affari non andava d’accordo e io già mi immaginavo di prendere le redini della nostra azienda e farla diventare qualcosa di grande.  

      Pietro e Maria, due santi genitori  

   Questo l’Aristide fino ai 16 anni. Si era immerso nel lavoro, ma era anche attirato dal registro in cui il papà notava il marmo acquistato e quello usato per le lapidi, il lavoro fatto e i compensi ricevuti. Il ragazzotto faceva i suoi conti e notava certe incongruenze, ma taceva per non sembrare un ficcanaso: sentiva nascere in sé la tendenza agli affari, ai numeri, all’organizzazione del lavoro.  La sorella Carla ricorda un episodio gustoso di quando Aristide era ragazzo ( [3] ). Appena terminata la VI elementare nel 1927, il papà lo fa lavorare.  

    Il papà ha portato Aristide nel laboratorio non tanto perchè lavorasse il marmo, quanto per mandarlo dai suoi clienti a chiedere di pagare le fatture. Papà era molto buono, non osava chiedere soldi a chi glie li doveva, per cui diverse persone se ne approfittavano. Anche il parroco di Ponte Lambro, a cui aveva rivestito di marmo la facciata della chiesa, non lo pagava e papà, per paura di metterlo in imbarazzo incontrandolo nella chiesa di Erba di cui Ponte Lambro è una frazione, andava ogni domenica a Messa in bicicletta al suo paese natale di Viganò in Brianza, distante una trentina di chilometri. Aristide invece aveva un carattere forte e già a 12-13 anni visitava i clienti, non aveva vergogna e si faceva dare quello che dovevano per i lavori del papà. Il quale però, per rispetto al sacerdote, non lo mandava dal parroco di Ponte Lambro a riscuotere quanto gli doveva. Dopo la morte di papà, quel prete mandò alla mamma le condoglianze e una certa somma a copertura del debito. La mamma accettò le condoglianze ma respinse il denaro con un biglietto in cui gli scriveva: “I soldi doveva darli a mio marito quand'era vivo".    

     Questo fatto descrive bene il papà di Aristide Pirovano, uomo religioso e "troppo buono", come diceva sempre Aristide stesso; e descrive anche la mamma, donna forte che ha poi allevato i quattro figli, lavorando come camiciaia, stiratrice e lavandaia. Aristide Pirovano era proprio figlio di questi due genitori: buono e tenero lo era davvero, ma anche forte e deciso.

    Il padre di Aristide, Pietro Pirovano (nato nel 1885 a Viganò), e la madre Maria Cazzaniga (nata a Missaglia nel 1886), si erano sposati nel 1911 e l’anno dopo è nata la loro prima figlia Paola, che muore nel 1918 di polmonite, in piena guerra mondiale. Negli ultimi giorni la piccola Paola voleva vedere il papà, che però era in guerra e non l’hanno lasciato andare subito a casa: è arrivato solo otto giorni dopo che la bambina era stata sepolta! Carla Pirovano così ricordava mamma Maria ( [4] ):  

     Era una grande donna, equilibrata, forte e profondamente religiosa. Anche papà era molto devoto, aveva fatto la consacrazione della famiglia al Sacro Cuore di Gesù e ci teneva che recitassimo assieme tutti i giorni la preghiera. I nostri genitori andavano a Messa tutti i giorni e in casa pregavamo assieme alla sera. Mamma Maria veniva da una famiglia molto religiosa e l’unica sua sorella si era fatta religiosa dalle Suore della Riparazione fondate dal padre Carlo Salerio. Lavorava tanto, aveva imparato a fare camicie e mutande da uomo, cuciva e stirava. Io ho lavorato con la mamma fin dagli 11 anni: andavamo alla fontana perché bisognava risparmiare l’acqua di casa che pagavamo. E poi andavo all’albergo centrale di Erba a fare la donna di servizio e presso una signora un po’ malaticcia, che aveva una bambina appena nata e io curavo questa bambina. A 13 anni sono andata a lavorare alla tessitura di lino e cotone Lamperti e ho avuto il libretto di lavoro; mia sorella Lina è andata a lavorare in un’altra ditta di tessitura.  

     Aristide Pirovano ricordava spesso mamma Maria, era il suo principale punto di riferimento. Diceva ( [5] ):  

     Noi figli abbiamo ricevuto da lei una fede meravigliosa. Diceva spesso che la nostra nonna (sua madre) non perdeva mai una Messa anche durante la settimana. Anche lei andava tutte le mattine alla Messa prima delle 5,30 in estate e delle 6 in inverno e io andavo con lei. Appena fuori della porta di casa incominciava a pregare e io dovevo rispondere. E poi, dopo la Messa, siccome era di una famiglia di mugnai, il pane non mancava mai e lei andava a portare il pane ai poveri, li visitava e aiutava. Così mia mamma, educata dalla nonna, non ha mai chiuso la porta a nessuno che veniva a chiedere aiuto.  

     “Prete io? Mai!”, ma diventa missionario  

    Il giovane Aristide era anche un ragazzo libero, che voleva fare le sue esperienze, anche quelle non approvabili. A 14-15 anni era iscritto fra i “Balilla” e incomincia a frequentare il poligono di tiro che il Fascio aveva aperto e dopo un po’ il Partito fascista di Erba, uno dei più influenti nella provincia di Como, organizza delle gare di tiro con il moschetto per chi aveva almeno 17 anni. Aristide era più giovane, ma si esercitava spesso e viene accettato. Le gare durano per cinque domeniche di seguito con tiri in piedi, in ginocchio e coricati sul terreno. Aristide salta anche le Messe, spara e vince! Lo premiano con una medaglia, un diploma e cinquanta lire, che allora era una bella somma.

    In quel periodo arriva in oratorio un giovane sacerdote, don Alberto Bartesaghi,

che lo ferma per strada e gli dice: “Ma perché non vieni più in oratorio? Trovi un sacco di amici, ti diverti e puoi anche evitare i continui rimproveri dei tuoi genitori”. Così incomincia a frequentare don Alberto anche per la prove dei teatri che facevano in oratorio. Le comari vicine di casa notano che sta cambiando e si dicono con un misto di stupore e di ironia: “Vuoi vedere che adesso Aristide è capace di diventare    prete?”. L’interrogativo malizioso gli ronza nelle orecchie ma lui ripete a se stesso: “Prete io? Mai!”. Aristide stesso racconta ( [6] ) che non  aveva mai pensato di farsi prete, perchè era impegnato nel lavoro con suo padre

     Però questa “provocazione”, come lui la chiamava, gli rimane in testa e nel 1931, quando aveva 16 anni, partecipa ad un “ritiro” spirituale organizzato da don Alberto: prega, riflette e dopo quache incertezza dice al prete: “Voglio diventare missionario, ma non religioso”. Riceve un caldo incoraggiamento e dopo pochi mesi entra nel seminario del PIME a Treviso come “apostolino” e inizia il ginnasio e il latino.

    Bisogna fare un passo indietro. Aristide era un lettore accanito, come molti giovani del suo tempo. Lui stesso ricordava che nel laboratorio di papà Pietro, mentre lavorava il marmo, “quando papà si assentava, io avevo dei libri nascosti sotto il marmo e mi mettevo a leggere”. Letture preferite: i romanzi di Emilio Salgari e di Giulio Verne e le riviste missionarie. Così matura in lui, con la grazia di Dio, una visione vasta e avventurosa del mondo e della fede. La vita sacerdotale in un paese gli andava stretta, ma nelle foreste di altri continenti e fra popoli lontani e sconosciuti per annunziare Cristo ai non cristiani, era un’immagine che gli piaceva.

    Nasce in lui la vocazione missionaria ( [7] ). In casa, mamma Maria ne soffriva ma era consenziente, mentre papà Pietro non voleva saperne e si sentiva “tradito” nelle sue aspettative; giungeva anche a minacciarlo: “La vedi questa porta? Pensaci bene, perchè se poi cambi idea e torni, da questa porta non entri più”. Ma Aristide, pur comprendendo il rifiuto del padre perché ormai era lui il sostegno dell’azienda e il fratellino Cesare aveva solo tre anni ( [8] ), nell’ottobre 1931, aveva 16 anni, parte lo stesso per Treviso col permesso della mamma. Era un giovane uomo deciso e convinto di quel che faceva. Qualche anno dopo, quando ritorna in paese con la veste da prete, il papà lo accoglie e non gli dice nulla della sua scelta. “Ma la mamma, diceva Aristide, una volta mi ha confidato: quando esci di casa e vai per la strada, tuo papà ti guarda, è fiero di te e mi dice: ‘Questo ragazzo è troppo magro, ma guarda com’è bello!’” ( [9] ).

    Il 26 settembre 1932, papà Pietro è travolto da un camion mentre va in bicicletta. Carla Pirovano ricorda:  

    Era andato in alcuni paesi vicini (Pusiano, Bosisio, Rogeno) a vedere i monumenti dei morti che doveva sistemare per la prossima festa dei defunti (2 novembre). Mentre tornava a casa alla sera, un camion l’ha investito, lasciandolo morto sulla strada con la sua bicicletta che aveva ancora la luce accesa!  Aristide è tornato a casa dal seminario per 40 giorni, per sistemare questi monumenti, i conti e l’azienda, che poi è stata venduta. La causa in tribunale è durata dieci anni ed è finita nel 1942: prima a Como e la parte avversa ha presentato falsi testimoni che incolpavano Pietro; poi a Milano, dove è stato riconosciuto che i testimoni non dicevano il vero. Il superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi, permetteva ad Aristide di tornare spesso ad Erba per aiutare, ma ha rimandato la sua ordinazione sacerdotale al 21 dicembre 1941 (invece che nel giugno 1940). Gli diceva: “Fin che tutto non è a posto, non puoi essere ordinato sacerdote”. Chi ha investito papà, dice ancora Carla, era senza patente! Glie l’avevano già ritirata perché, prima di uccidere papà, aveva già investito un ragazzo tagliandogli una gamba! Alla fine, ha riconosciuto che la colpa era veramente sua.

    Quando morì papà, meno di un anno dopo che Aristide era entrato nel seminario del Pime a Treviso, una cugina gli dice: “Adesso che non c’è più tuo padre, non devi più pensare a farti prete. Torna a casa ad aiutare la tua famiglia”. Ma la mamma era di parere diverso e replicava: “Se questa è la tua vocazione, ritorna in seminario e a noi ci penserà il Signore”. Abbiamo davvero avuto una grande mamma!  

    Così, a 17 anni, Aristide diventa capo famiglia, con la mamma, due sorelle e un fratello minori di lui e soprattutto la ditta del marmo da liquidare e la battaglia in tribunale (che dura dieci anni) per avere dalla giustizia un giusto riconoscimento del danno patito con la morte del papà! Ha dovuto presto mettere a frutto i doni che Dio gli aveva dato, impegnandosi sia negli studi in seminario, che a servizio della famiglia: è diventato adulto in fretta! Ma il severo Superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi lo ferma all’odinazione sacerdotale, rimandandola di un anno rispetto ai suoi compagni di classe, che vengono ordinati nel giugno 1940 e Aristide nel dicembre 1941. Per lui è una grossa umiliazione, anche se i due motivi di questo  ritardo erano conosciuti da tutti e non implicavano un giudizio negativo sulla sua persona: era in ritardo con gli studi e gli esami di teologia e aveva ancora in corso il processo per l’uccisione di suo padre, che termina appunto nell’estate 1942.

     Tre mesi nel carcere di San Vittore a Milano (1943-1944)  

     Il 21 dicembre 1941 Aristide Pirovano è ordinato sacerdote  Pochi giorni prima dell’ordinazione, l’8 dicembre, scrive all’amico e coetaneo Arnaldo Zappa di Erba ( [10] ):  

    Ancora una decina di giorni e poi diventerò Sacerdote del Signore. Non ti posso dire la gioia che inonda il mio cuore perché proviene da un oggetto che supera le forze dell’uomo, il Sacerdozio. I giorno della mia ordinazione sacerdotale, giorno da tanti anni atteso, è il 21 dicembre prossimo. Sarò ordinato sacerdote dal nostro Cardinale nella Basilica di Sant’Ambrogio n Milano. Il giorno seguente, 22 dicembre, celebrerò la mia prima Santa Messa. Quanto mi piacerebbe che ci fossi pure tu. Rovagnati e Giovanni Ciceri sono a casa e si attende anche Tanin. Fa il possibile per esserci. E’ inutile che ti dica che nelle mie Sante Messe avrò uno speciale ricordo per voi soldati, specie per quelli a cui sono collegato con vincoli di amicizia. Non solo vi ricorderò, ma il mio desiderio è di venire cappellano, giacchè ora non ci lasciano partire per le missioni, dove pure c‘è un bisogno immenso.

     Ti unisco una immaginetta perché anche tu abbia a ricordarmi nel Signore. Non puoi immaginarti quanto bisogno di preghiere si sente avvicinandosi al Sacerdozio, ti assicuro che di fronte alla grandezza e sublimità del dono del Sgnore, ci si sente profondamente indegni e si trema  

      Il Superiore mons. Balconi, conoscendo le qualità di Pirovano, non lo manda fra i cappellani militari, ma lo nomina aiutante dell’economo del Pime in via Monterosa a Milano. Aristide però non era uomo da stare chiuso in un ufficio. Durante la guerra, il problema principale era di procurare da mangiare ai missionari e ai seminaristi. In un’Italia già povera e ancor più impoverita dalla guerra, anche un istituto missionario come il Pime, che in patria non aveva (e non ha) nè scuole nè parrocchie nè altre opere che potessero dare un reddito, era poverissimo. Aristide confessava di aver fatto la “borsa nera”: a Milano, con la sola tessera non si viveva; e poi era iscritto fra i volontari dell’Unpa, l’organismo incaricato di spegnere gli incendi dei bombardamenti e assistere i feriti e i profughi: quindi poteva girare la città anche di notte quando c’era il coprifuoco. Fra il 1942 e il 1943 padre Aristide si reca ogni mattino al Policlinico e celebra la S. Messa per i ricoverati e il centinaio di suore al servizio in ospedale.

     In questo periodo, entra in contatto con il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) di Milano e i suoi nuclei territoriali, adoperandosi per aiutare ebrei e antifascisti a fuggire sui monti del Varesotto e di lì, a piedi, in Svizzera: fra loro non pochi soldati che non vogliono più combattere al fianco dei tedeschi. Il suo nome in codice è “Padre Barba”, ma non partecipa alle riunioni del Cln, anche se contesta la scelta di tendere imboscate al soldati tedeschi: “Il coltello dalla parte del manico – diceva – ce l’hanno sempre loro. Gli attentati non risolvono nulla ed esasperano le SS, provocando le loro rappresaglie”. Di questa attività segreta di Pirovano non si sa molto, solo quello che a volte lui stesso raccontava. Diceva che aveva corso molti rischi anche per portare fuori Milano persone ricercate. Ma come sacerdote, e grazie alla faccia tosta che aveva (e naturalmente con l’aiuto di Dio), se l’era sempre cavata. Però la sua attività doveva essere abbastanza consistente per attirare l’attenzione della polizia politica.

    Il 7 dicembre 1943 riceve in via Monterosa la telefonata di un amico: “Ti stanno cercando, mettiti in salvo”. Aristide potrebbe scappare, ma rimane per non mettere nei pasticci i suoi confratelli, come aveva promesso al superiore: “Se vengo scoperto nella mia attività clandestina, voi non avrete a soffrirne in prigione ci vado io”. Verso sera, due uomini in borghese si presentano in portineria. Passa Aristide e gli dicono: “Noi cerchiamo padre Barba. E’ lei?”. “No, risponde io sono padre Pirovano”. Quelli hanno un dubbio e lo invitano ad andare con loro. Aristide chiede di andare in stanza a prendere il Breviario e gli viene concesso. Capisce che va a finir male e potrebbe scappare attraverso il sotterraneo e la casa delle suore e poi saltare il muricciolo di cinta e recarsi da amici sicuri pronti a nasconderlo. Ma teme che ne vada di mezzo l’istituto e decide di consegnarsi. Prende il Breviario, un grosso Crocifisso e il Rosario e segue le SS, che lo portano in auto all’Hotel Regina, sede milanese della polizia militare tedesca specializzata in azioni di repressione.

    Il giovane Pirovano ha paura perché sa che nell’Hotel Regina i sospettati subiscono i primi interrogatori, regolarmente accompagnati da botte e torture. Ma è abbastanza lucido per ricordarsi improvvisamente che in una tasca interna della veste ha una piccola agendina sulle cui pagine sono segnati nomi, indirizzi e telefoni dei suoi referenti nel Cln cittadino e della catena di coraggiosi che ospitavano e facevano espatriare ebrei e perseguitati politici. Mentre è in un corridoio in attesa di incontrare il comandante, senza farsi accorgere tira fuori l’agendina e la mette in mezzo al Breviario. Fingendo di pregare, strappa le paginette compromettenti, le appallottola una ad una gettando le piccole palline in un secchio di sabbia che doveva servire a spegnere  eventuali incendi e nascondendole nella sabbia. Nel via vai del corridoio, nessuno si accorge di queste sue manovre. Così, dice a se stesso, anche se mi torturano non potrò più rivelare nulla perché non ricordo quasi niente.

    Padre Pirovano rimane nel braccio dei detenuti politici di San Vittore tre lunghi mesi (schedato con il numero 814) sopportando pesanti interrogatori, percosse e torture varie, digiuni e isolamento, perchè rivelasse i nomi degli altri “ribelli”. La sua linea di difesa era di negare tutto e sempre, non ammettendo mai nulla perché non c’erano prove della sua colpevolezza. Ricordo che molti anni dopo, ricordando con me e altri quei giorni, diceva: “Mi davano tante botte e io, per farmi coraggio, pregavo e dicevo a me stesso: hanno proprio ragione di darmele di santa ragione, perché gli racconto un sacco di bugie”.

   Aristide era un tipo psicologicamente solido, aveva una forte tempra fisica e una notevole carica spirituale che l’hanno sempre sostenuto. Diceva che anche in quelle gravi sofferenze fisiche e psicologiche, riusciva a pregare molto e non ha mai sofferto di depressione. Un giorno gli viene consegnato in cella (da parte di uno “scopino” che era uno dei sei preti in carcere a San Vittore, tutti per lo stesso motivo), un biglietto del parroco di Stresa che dice: “C’è vicino a me il parroco di Cernobbio, che a star solo impazzisce. Non puoi chiedere che venga messo in cella con te?”. Ad Aristide spiace perdere la sua tranquillità, perchè aveva organizzato un suo orario e vari modi per impiegare il tempo ( [1] ). Ma accetta volentieri di aiutare un confratello, chiede che glie lo mettano in cella e lo aiuta a riprendersi, anche se rimane poco con lui: glie l’avevano concesso probabilmente perché erano ormai convinti che Aristide, dopo tanti interrogatori, non sapesse davvero nulla. La sua tattica di negare tutto e sempre ha avuto fortuna.

    Infatti la sera del 14 marzo 1944, sente gridare nel corridoio: “Numero 814!”; e gli dicono la brutta notizia: “Seguimi perchè ti processano”. Aristide fa appena a tempo a confessarsi dal suo compagno di cella, che viene portato a piedi, ammanettato, nel tribunale in Piazza Piemonte. Mentre cammina nell’umida e fredda notte milanese, si prepara a tutto. Sa che quando i prigionieri politici vengono processati vuol dire che sono finiti gli interrogatori e poi, in genere, non tornano più a San Vittore: fucilati? Mandati in Germania a lavorare per i tedeschi? Oppure trasferiti in un altro carcere di massima sicurezza e isolamento? Invece si trova davanti ad un giudice tedesco  che attraverso l’interprete gli dice: “Lei è libero e quando domani sarà liberato, non si dimentichi di andare a ringraziare il card. Schuster e di dirgli che i tedeschi mantengono la parola”. E gli presenta un documento da firmare, nel quale si impegna a non agire più contro il Reich (pena la fucilazione) e dichiara di essere stato trattato bene in prigione. Pirovano firma ma dice all’interprete: “Chieda al giudice se si è dimenticato di tutte le botte che mi hanno dato”. Ma non ottiene risposta ( [2] ).

    Dalla drammatica esperienza delle violenze e dei digiuni patiti in prigione padre Pirovano ricava vari disturbi ai reni e allo stomaco che lo tormenteranno sempre. Forse il più grave limite che Aristide ha dovuto accettare in tutta la sua vita era la sua povera salute fisica. Il suo peso medio era sui 55 chili (era alto circa 1,70). Quando si mangiava con lui, non si poteva fare a meno di dirgli: “Ma lei mangia troppo poco!”. E lui rispondeva: “Non posso sopportare di più”. La sorella Lina ha detto che anche da giovane non è mai stato bene ( [3] ):  

    Quand’era piccolo aveva avuto la difterite ( [4] ), diceva la mamma e sembrava dovesse morire da un momento all’altro. Altri bambini in quel tempo sono morti. Aristide si è salvato perché, diceva la mamma, ha gridato per due giorni di seguito, giorno e notte, mantenendo la gola aperta. Poi, quand’era nel seminario del Pime a Monza facevano la fame e ha mangiato tante castagne crude che gli hanno rovinato l’intestino e non riusciva ad andare di corpo. L’hanno ricoverato in ospedale e i medici lo davano per spacciato, ma volevano tentare un’operazione rischiosa, mettendogli un sacchetto esterno che raccogliesse le feci. L’ha detto alla nostra mamma la suora che lo assisteva in ospedale. Aristide era giovane, aveva vent’anni: se avesse subito questa operazione sarebbe rimasto menomato per tutta la vita. Invece, miracolosamente, si è salvato senza operazione, ma ha sempre sofferto di grandi stitichezze. Erano uno dei suoi tormenti. A volte non andava di corpo per quattro-cinque-sei giorni e diceva lui stesso che non sapeva come faceva a resistere.  

     La stitichezza di Aristide era nota nel Pime, lui stesso a volte ne parlava in tono scherzoso. Essendo in confidenza con lui quand’era Superiore generale, se lo vedevo affaticato gli chiedevo: “Come va la salute?”. Rispondeva quasi sempre: “Bene”. A volte aggiungevo: “E il tubo di scappamento?”. Una volta mi ha raccontato che, in un viaggio in Bangladesh, non era andato di corpo per un numero esagerato di giorni e gli sembrava di morire! Racconto questi fatti, che non emergono negli archivi, per aiutare il lettore a capire l’uomo Aristide Pirovano: la capacità di soffrire che aveva, il coraggio di affrontare i viaggi, le difficoltà e tensioni di un Superiore generale, che come chiunque immagina non sono poche, come vedremo meglio più avanti!

    Dopo l’avventura a San Vittore, i superiori del Pime giudicano che Pirovano non può più stare a Milano e nel marzo 1944 gli permettono di andare a Erba dov’era richiesto in aiuto alla parrocchia. In quegli anni il Pime aveva una media di 16-18-20 nuovi sacerdoti l’anno: non potendo mandarli in missione e nemmeno tenerli nelle poche case del Pime, ne trattiene alcuni a servizio dell’Istituto (anche mandandoli a studiare nelle Università romane o alla Cattolica a Milano) e gli altri li manda nelle parrocchie delle loro diocesi o in altri servizi alle Chiese locali: uffici missionari, cappellani delle carceri e militari, di ospedali e case di accoglienza per anziani, orfani, handicappati, ecc. Padre Aristide così ricorda questo nuovo periodo della sua vita sacerdotale e missionaria ( [5] ): 

     Abitavo con i miei (la mamma e le due sorelle), ma al mattino alle 5,30 ero già in chiesa per la prima Messa. Passavo ore e ore in confessionale e mi occupavo dei giovani dell’oratorio. Il mio era un paese difficile, il primo “Fascio” della provincia di Como. La guerra era quasi agli sgoccioli, i fascisti avevano ripreso il potere con la Repubblica di Salò, la gente stava già coltivando propositi di vendette. Una sera dico al parroco che in paese ci sarà un vuoto di potere nel momento in cui finirà la guerra e temo che ci sarà un massacro; la Chiesa deve muoversi per aiutare la popolazione ad autogovernarsi. Così, con vari amici (fra i quali anche due futuri sindaci di Erba), abbiamo fondato il CLN (Comitato Nazionale di Liberazione) di Erba con potere anche sui paesi vicini. Ero ancora in contatto col Cln di Milano, anche se tenuto d’occhio dai fascisti. Ho rischiato andando a Milano, ma ho fatto riconoscere il nostro Comitato che voleva aiutare e coordinare la resistenza che si stava organizzando. Nei primi tempi io ero il segretario, il tesoriere e tutto il resto; con me c’erano alcuni rappresentati dei partiti che avevano cominciato a lavorare clandestinamente. Altri amici della polizia mi avvisavano quando dovevo stare attento, ma facevo tutto in accordo e col permesso del parroco. Tenevamo riunioni regolari, preparando un piccolo gruppo di partigiani, che avrebbero dovuto governare il paese quando si fosse verificato il vuoto di potere.

    Poco prima del 25 aprile 1945, il giorno della liberazione nell’Italia del Nord, a Erba c’era un distaccamento di 300 militari delle SS disorientati. Col permesso del Cln, ho cominciato a trattare la resa col loro comandante, Giorgio Pfaff, un buon uomo che aveva solo in mente di fuggire e rifugiarsi presso un veterinario amico di Dalmine. Ma le altre SS, specialmente i 17 ufficiali,  vedevano Pfaff come il fumo negli occhi e volevano combattere. Abbiamo contrattato per due giorni con la partecipazione anche del futuro questore di Como che era membro del Cln di Erba; a me avevano dato il permesso e il lasciapassare del Cln per accompagnare la colonna dei militari tedeschi verso Lecco, da dove potevano dirigersi verso la Svizzera o il Brennero.  

    Poi arriva a Erba una colonna di 700 militari fascisti del battaglione “Toscana”, anche loro in fuga. Io ero a Villa Amalia col Cln e sento sparare in paese. Scendo di volata e vedo i partigiani che sparano verso la strada provinciale. Dall’altra parte c’erano i fascisti. Mi metto in mezzo con la mia veste nera e la barba nera. La sparatoria si arresta, ma uno dei fascisti spara verso di me e sento, lo ricordo ancora bene con un brivido nella schiena, il fischio della pallottola vicino all’orecchio destro. Sono andato in bestia.  Ho attraversato di corsa la piazza e la strada, sono andato dai fascisti, ho visto quello che aveva sparato un po’ nascosto nella colonna. L’ho preso a sberle e ho gridato: “Ma chi vuoi ammazzare, non vedi che siamo tutti italiani? Portami dal tuo superiore”. Con quella barba nera e veste nera, lascio i fascisti sconcertati.

    Il comandante della colonna si chiamava Noseda e gli dico: “Mussolini non è più a Como, è già scappato verso la Svizzera. La guerra è finita, vi conviene arrendervi”. Poi monto sul tetto dell’auto e parlo a quei poveri ragazzi: “Siamo tutti italiani, perché continuate a combattere? Ormai la guerra è finita, se sparate ancora andate tutti verso la morte. Cercate di ritornare a casa vostra e rimboccatevi le mani per fare qualcosa di costruttivo per l’Italia di domani”.

    Naturalmente non tutti credevano a quanto dicevo o non volevano arrendersi: parlavano e gridavano tutti assieme. Il buon Dio mi manda in aiuto il podestà di Erba, un fascista che aveva la fama di onesto, che era appena arrivato in auto da Como. Dice a Noseda “Non c’è più niente da fare, abbiamo perso”. Noseda si convince e dà l’ordine di arrendersi; ma intanto il podestà tira fuori una pistola e cerca di spararsi alla tempia. Gli salto addosso e grido: “Ma sei matto?”. Volevo salvare anche quel poveretto. Dopo varie trattative, faccio intervenire i membri del Cln che mandano i 700 repubblichini disarmati, accompagnati da alcuni partigiani, in uno stabilimento fermo a Pontelambro, come primo luogo di rifugio e di concentramento. Mi trovavo in una situazione poco simpatica perché non riuscivamo più a mantenere la disciplina fra i nostri partigiani. Dopo la liberazione ne erano spuntati a bizzeffe ed erano diventati tutti eroi.

    Però c’erano anche dei bravi ragazzi. Per esempio un certo Pietro Rampinelli che ha voluto venire con me ad accompagnare i tedeschi verso Lecco, anche se non sapevo nemmeno se tornavo io. Mi sono inteso con i tedeschi che li accompagnavo verso Lecco perché di lì potevano scegliere la via per tornare in Germania, ma non stavo più in piedi. Io ero sveglio e digiuno da un giorno e una notte! Rampinelli ha voluto lo stesso venire con me, a suo rischio e pericolo.   

     Salva dalla morte tedeschi e fascisti sconfitti  

     Le avventure di Pirovano, a leggere questo suo racconto sessant’anni dopo, sono ancora straordinarie e affascinanti. Ma troppo lunghe per essere raccontate in questo volume nei molti episodi particolari ( [6] ). Ecco in sintesi come sono andati quei giorni tremendi per tutta l’Italia e per Aristide in particolare.

    I tedeschi organizzano la lunga fila dei 17 camion e varie auto, carichi di soldati armati fino ai denti. Davanti, l’auto di Pirovano che sventola bandiera bianca, con alla guida lo stesso Aristide, al fianco Giorgio Pfaff e sul sedile posteriore Pietro Rampinelli. Gli ufficiali che si opponevano a Pfaff cercano di fermarli sparando contro la sua auto: Pirovano li affronta gridando, prendendone diversi per il bavero e chiamandoli traditori della parola data. Dio lo protegge in modo evidente. Finalmente quelli capiscono che possono fidarsi di quello strano prete e gli promettono ancora di seguirlo. Giungono fino a Valmadrera mentre è pomeriggio inoltrato, ma qui sono costretti a ritornare indietro perché la strada non è più sicura: ovunque il popolo e i partigiani armati, esaltati e alcuni anche ubriachi, festeggiano la liberazione. Aristide capisce che se qualcuno spara un colpo succede il finimondo e ci saranno molti morti.

    Tornano e vanno a Pontelambro dove si fermano. Pirovano conosce un fornaio che gli fornisce il pane, trova il cibo per tutti quegli uomini e li sistema nella scuola comunale. Il mattino dopo affida la comitiva a una squadra di partigiani amici che promettono di proteggere e guidare i tedeschi verso Lecco. In seguito saprà che gli amici partigiani di Pontelambro hanno compiuto la loro missione, ma a Lecco i tedeschi sono arrestati dai partigiani comunisti che avevano preso il potere, ma poi liberati.

     Può finalmente ritornare a Erba, ma arrivato in casa del parroco scopre che Pfaff, “non si sa come”, nella notte è riuscito a tornare ad Erba! Il parroco l’ha ospitato nella soffitta della sua casa. Aristide corre di sopra e scopre l’ufficiale tedesco con  la pistola in mano, pronto ad uccidersi. Gli promette di nasconderlo in attesa di tempi migliori. Resta nascosto dal parroco circa un mese e approfitta di quella clandestinità per imparare l’italiano. “La mamma del parroco – dice Pirovano – una vecchina che faceva tenerezza, tremava tutto il giorno”. Dopo un mese Pirovano rischia e porta in auto Pfaff (“che fosse un tedesco si vedeva lontano un miglio”) dal suo amico veterinario a Dalmine. Ma quello non ne vuol sapere di dargli rifugio in casa sua. Ritornano a Erba. “Il parroco quasi sviene nel rivederlo”, ma Aristide, dopo un altro mese, riesce a farlo espatriare in Svizzera con un contrabbandiere trovatogli dal parroco. “Morale della favola – dice ancora Pirovano – Pfaff si è salvato, è diventato amico del parroco don Casati e tutte le estati veniva ad Erba a fare vacanza”.

    Nei giorni seguenti il 25 aprile, Aristide torna ai 700 fascisti nascosti in uno stabilimento smesso a Pontelambro. D’accordo col Cln lascia andare, prendendone le generalità, i soldati semplici perché ritornino alle loro famiglie e trattiene gli ufficiali. Ma arriva a Pontelambro un certo Grossi rappresentante comunista nel CLN, che dichiara di prendere il potere a Erba e di essere venuto per arrestare e fucilare il traditore che ha fatto fuggire i fascisti. Aristide racconta:  

    Ero seduto al tavolo con i miei compagni del Cln locale. Mi alzo e gli dico: “Gli ordini di scarcerazione li ho firmati io. Ma tu, quando qui c’erano i 300 tedeschi, dov’eri? E quando hanno cominciato a sparare, dov’eri? Ti fai vedere adesso che tutto è finito e non c’è più pericolo? Il traditore secondo me sei tu”.  

     La bravata di Grossi sfuma. Ma il 1° maggio di quel 1945 Aristide si sta recando in auto a Merate, in compagnia del conte Belgioioso, membro del Cln di Erba. Sono fermati ad un posto di blocco dei partigiani. Scendono dall’auto e uno di questi grida indicando Aristide: “Lo riconosco, è quello che a Erba ha liberato i fascisti!”. Lo accusano di collaborazionismo e tradimento, lo insultano e, nonostante le proteste sue e di Belgioioso, lo metterebbero subito al muro, se non intervenisse uno di loro, Fumagalli, che chiede una verifica su quel prete. Riescono a mettersi in contatto con uno dei capi della resistenza comasca, Ferrario (futuro deputato), che garantisce per Pirovano. Padre Aristide è rilasciato, ma c’è mancato poco. A quel tempo non si andava tanto per il sottile!

    Ma c’è un precedente da ricordare. Pirovano diceva in seguito che “Grossi e la sua banda erano fra i tanti eroi della prima ora”. E raccontava che in quei giorni correva voce che Grossi si era impossessato per il Partito Comunista di parecchia roba (pare fosse di Claretta Petacci) che c’era in una villa vicino a Parravicino e Pirovano l’aveva denunziato al Cln di Milano, ma senza alcuna conseguenza. Però avviene un tragico episodio. Ecco come lo ricorda Aristide:  

    Il mio problema in quel momento era salvare la vita dei due fascisti di Erba che erano prigionieri nella caserma dei Carabinieri: uno era il vice-podesta Mambretti e lo conoscevo da anni, una brava persona; l’altro un capitano della polizia in borghese, un gran mascalzone e una spia, ma la sua vita per me era sacra come quella di chiunque altro. Purtroppo altri del Cln, con a capo il Grossi, li volevano morti: “Dobbiamo dare esempi di sangue al popolo, dobbiamo vendicarlo!”. Vado a trovare i due prigionieri e li assicuro: “Non preoccupatevi, vi farò mandare a Milano e avrete un regolare processo”. Esco dalla caserma e sul portone mi fermo a parlare con alcuni partigiani.

    Improvvisamente sento risuonare dentro una scarica di mitra. Rientro e di corsa salgo al primo piano, dove trovo i cadaveri dei due prigionieri: li avevano fatti uscire delle celle e fucilati nel corridoio. “Hanno tentato di scappare e abbiamo dovuto ucciderli!”, dicono i due di guardia.  Ma la scusa non reggeva. Scappare dove? La piazza antistante era piena di gente. Non avevano tentato di fuggire, li avevano fatti fuori deliberatamente. Ho denunziato il Grossi e gli altri alla questura di Como, ma il questore, un avvocato di nome Grassi (rappresentante liberale nel Cln comasco) mi dice: “Padre Aristide, l’altro giorno hanno sparato anche a me ed erano dei miei. Che vuole che io faccia?”. Questa era la “giustizia” allora.  

    Il processo a chi aveva eliminato i due fascisti si celebra nel 1951, ma si conclude con un provvedimento di clemenza. Aristide ricava da tutte queste vicende una profonda avversione al comunismo e allo spirito di sopraffazione, di odio, di violenza e di vendetta che il Partito comunista diffondeva nel Cln e fra il popolo italiano. Questa sua avversione lo guiderà negli anni settanta, quando vedrà nella “contestazione” sessantottina un tentativo di rilanciare quello spirito anticristiano (come vedremo meglio più avanti).  

     Medaglia d’Oro ad Aristide “Cittadino Benemerito” di Erba  

     Ma padre Aristide continua ad interessarsi di altri poveri, questa volta gli ex detenuti in Germania che i treni scaricavano alla stazione di Verona ed erano a volte abbandonati a se stessi. Tra il giugno e il luglio 1945 la casa di don Casati e l’oratorio diventano centri di accoglienza e tutta Erba  si organizza per raccogliere aiuti e materiale utile. Pirovano va più volte con dei camion a Pescantina (Verona), dove gli ex-detenuti erano ricoverati provvisoriamente e ne trasporta quanti può a Erba. Ogni tanto andava in Emilia a procurarsi viveri. Ecco come riusciva a far funzionare questa carità organizzata:  

    Quando avevo bisogno di soldi riunivo i signorotti di Erba, in genere in piazza o nei ristoranti. Dicevo loro: “Ragazzi, la pelle l’avete salvata. Qualcuno ha salvato anche di più, perché so che i tedeschi non si sono portati via tutto e la loro roba qui in paese non c’è più. Mettete perciò mano alla borsa perché ho bisogno di soldi”. Col denaro davo una mano ai poveretti che tornavano. I più malmessi li portavamo in ospedale. A Erba si è fatto molto per i reduci, perché c’era molta gente che collaborava, anche gli sfollati dalle città per la guerra. Intanto continuavo a fare il prete: avevo in mano l’oratorio e l’Azione cattolica nella mia parrocchia e ogni tanto con la filodrammatica mettevamo in piedi qualche operetta.  

      Padre Aristide rimane ad Erba come viceparroco fino all’inizio del  novembre 1946. Il 9 novembre parte in nave da Genova per il Brasile con altri due missionari del Pime , come vedremo. Il ricordo della sua opera a Erba continua anche perché, dal Brasile e poi dall’Amazzonia, padre Pirovano ha sempre mantenuto rapporti con la parrocchia e gli amici della sua cittadina natale. Alla quale ritornerà sempre quando veniva dalla missione e poi da superiore generale del Pime a Roma.

      Molti anni dopo, il 3 settembre 1971, “il Consiglio comunale di Erba esprime ogni gratitudine a S. E, Mons. ARISTIDE  PIROVANO "Cittadino Benemerito" con questa motivazione:  

         Durante l'occupazione tedesca, incurante del rischio, si prodigò instancabile per aiutare i perseguitati di ogni fede e per questo subì il carcere.

         Nelle perigliose giornate insurrezionali dell'aprile 1945 si interpose impavido fra le parti armate, impedendo così ad Erba ed ai paesi vicini ulteriori lutti e sciagure.

         Missionario nelle inospitali terre del lontano Brasile, realizzò in lunghi anni di duro apostolato importanti opere di alto significato religioso e civile.

         Consacrato Vescovo Titolare di Adriani, eletto poi Superiore Generale del Pontificio Istituto Missioni Estere, continua a sua preziosa opera quale Presidente della Federazione "Mani Tese" contro la fame e lo sviluppo dei Popoli.

         Esemplare Ministro di Cristo, pronto a donare sempre e ovunque.

                     Dalla Residenza Comunale di Erba 3 Settembre 1971  

     Il 16 settembre seguente, in assenza del sindaco, il vice-sindaco scrive a Pirovano (che era a Roma come superiore generale del Pime) questa lettera:  

N.9281 Ufficio Sr/Sindaco           

                                     Erba 16 Settembre 1971

Oggetto: Conferimento pergamena con medaglia d'oro per benemerenze pubbliche.   

                                     A S.E.

                                     Mons. Aristide Pirovano

                                    Superiore Generale PIME

                                     Via S. Erasmo, 2

                                     R O M A      

         Ho il piacere di comunicarLe che il Consiglio Comunale, nella seduta del 13 corrente mese, ha deliberato di assegnarLe una pergamena con medaglia d'oro in relazione alle benemerenze dalla S.V. acquisite.

         La cerimonia della consegna avrà luogo in occasione dei festeggiamenti, programmati nella seconda quindicina del prossimo mese di ottobre, per celebrare l'elevazione di Erba al rango di città e l'inaugurazione della nuova sede municipale in Villa Mainoni.

         Nel congratularmi Le porgo il mio cordiale saluto e quello dell'Amministrazione.

                                       Il Vice Sindaco, per il Sindaco assente,

                                       Mauri  

    Per mons. Pirovano quei mesi estivi del 1971 erano fra i più difficili della sua vita. Come si narra al capitolo IV, dal 29 maggio precedente si era aperto a Roma il “Capitolo generale straordinario di aggiornamento post-conciliare” dell’Istituto, come voluto da Paolo VI per tutti gli ordini, congregazioni e istituti della Chiesa. La sua preparazione era durata due anni (1969-1971), che a Dom Aristide erano costati molte fatiche e preoccupazioni. I primi tre mesi di svolgimento (terminerà solo il 27 gennaio 1972!) avevano procurato forti difficoltà e sofferenze al vescovo missionario, uomo d’azione costretto a lunghe giornate di dibattiti teologico-giuridici che spesso gli parevano inutili perditempo, mentre la vita del Pime avrebbe richiesto decisioni e realizzazioni immediate.

     Erano riuniti a Roma 53 capitolari dell’Istituto provenienti da ogni parte del mondo, ben documentati e decisi ad ottenere di più dall’Istituto ed a far prevalere le urgenze, le visioni, le utopie di quella parte di Pime che rappresentavano. Aristide era giunto al Capitolo, dopo sei anni di superiore generale del Pime, deciso a non farsi rieleggere a quel posto di responsabilità, molto più pesante che essere vescovo di Macapà in Amazzonia. E forse, dopo tre mesi di dibattiti e arrabbiature, incominciava ad avere le idee chiare e il suo fiuto in genere non lo tradiva: temeva che i suoi confratelli l’avrebbero rieletto superiore generale (come poi è avvenuto)! Pur criticandolo per le molte insufficienze e debolezze dell’Istituto, forse non avrebbero trovato nessun altro cireneo disposto a caricarsi di quella croce che lui aveva già sperimentato!

     Povero Aristide! E adesso gli capita fra capo e collo un’altra botta micidiale, per uno come lui che non amava le onorificenze e il palcoscenico: la medaglia d’oro e la pergamena di “Cittadino Benemerito” della sua amatissima Erba! La lettera con cui risponde a quella di Mauri il 23 settembre 1971 riflette questa sua imbarazzata situazione psicologica. Si indirizza all’amico Sindaco di Erba:         

Mio caro Amico,

          ti scrivo come Amico e non come Sindaco della mia... città!

          Ieri mi è arrivata una comunicazione del tuo Vice-Sindaco (Mauri, mi pare) in cui mi comunicava che ... volete farmi la festa!

         Ma, mio caro, cosa vi è saltato in mente? Intendiamoci, non è che non sia piacevole essere ricordato e... benvoluto; ma da questo ad essere messo in un quadro ed esposto in vetrina, ci corre una bella differenza e non ci capisco il perché.

         "Benemerenze acquisite", dice il tuo Vice. Beh?! perché Erba si sviluppasse e diventasse città non ho proprio fatto niente di niente. Per Erba del 1944-1946 ho fatto sì qualcosa (l'umiltà è verità), ma è tutta roba vecchia, forse passata di moda e che io stesso non ricordo neppur bene; e poi... e poi bisogna vedere se sono benemerenze.

         Ed io sono del parere che non si tratta di benemerenze perché, se ho fatto qualcosa, l'ho fatto semplicemente come  parte di quello che io ritenevo mio dovere, allora, in quelle circostanze. E chi fa il suo dovere, reale o presunto che sia, fa il suo dovere e... stop: tutto finisce lì.

          Vedi, io allora ho agito come "prete" e non come cittadino o come politico; "prete” che vedeva dei fratelli divisi, un paese che poteva essere esposto a dei pericoli e a dei lutti dolorosi e allora, proprio come "prete" (il cui compito è di essere per gli altri, per tutti gli altri) ho cercato di fare qualcosa.

         Come "prete" dovevo fare qualcosa nella speranza di diminuire i pericoli per gli altri. Allora, mio caro, è tutto qui; il mio dovere di prete e non vedo perché debba essere messo in vetrina.

         Quindi io ti chiedo di lasciar correre e vogliamoci bene così. Se la delibera non è ancora pubblica e non è stata resa nota, facciamo marcia indietro e... amici come prima e più di prima. Ciò non toglie che sia grande la mia riconoscenza per te e per il tuo Consiglio per il gentile pensiero e per il grato ricordo.

         Ciao, stammi bene e tanti cari saluti a te a ai tuoi cari.        

                                   Tuo aff.mo

                                   +Aristide Pirovano  

    Sig. Porro Bassano

    Via 25 Aprile, 70

    22036  Erba   (Como)  

     Naturalmente la festa per Erba città e il riconoscimento a Pirovano si svolge regolarmente e Dom Aristide è presente e felice. Ma credo che questo fatto descriva meglio di ogni altro la personalità del vescovo missionario: quel che pensava e mirava soprattutto agli aspetti pratici della vita.  

                  Testimonianza della signora Elisa Michel in Clerici

    Al termine del primo capitolo, ecco l’interessante e molto significativa testimonianza diretta di una signora coetanea e amica di Pirovano, che ricorda bene gli anni del suo primo sacerdozio durante la guerra ad Erba e poi l’ha seguito e aiutato fino alla morte del vescovo missionario. Testimonianza resa a Milano il 28 giugno 1997,  registrata da padre Piero Gheddo.  

     Nel 1943, ero a casa mia ad Arcellasco (Como). Il mio cognome di ragazza era Michel, sposata Clerici. Aristide era rifugiato a Erba in casa sua a Via Mazzini, ma abitava con il parroco don Casati. Diceva Messa e la domenica c'era molta gente che andava ad ascoltare le sue prediche. Dopo che era stato arrestato a Milano nel dicembre 1943 e messo in prigione a San Vittore, dove l'hanno battuto ben bene e poi liberato per intervento del Cardinal Schuster, si è rifugiato ad Erba. Noi andavamo in chiesa nella nostra parrocchia di San Pietro ad Arcellasco, non ad Erba. Un'amica mi ha detto: "Vieni che c'è un sacerdote meraviglioso che predica". Così sono andata ad Erba e ho conosciuto questo prete.

    Don Aristide parlava veramente bene, cioè attirava la gente: la sua predica era una forte e anche violenta affermazione della presenza di Dio nel mondo, in quei momenti tenebrosi, in cui sembrava che la speranza e la carità fossero morte. Lui faceva sentire una forza, accendeva una luce, era convincente in modo straordinario, perchè convinceva anche quelli che in chiesa ci venivano poco o nulla. Era proprio un carisma suo e la gente gli andava dietro incantata, tant'è che era ritenuto pericoloso dalle autorità politiche del tempo.

     C'erano dei fascisti, il podestà di Erba e altri di cui è meglio non fare il nome, che dicevano che sarebbero stati contenti il giorno in cui l'avrebbero visto impiccato all'architrave della loro porta. I fascisti non lo vedevano bene perchè Aristide era una guida, una fiamma che incendiava la gente e pur senza fare politica, parlava in modo chiaro e tutti capivano che, secondo il Vangelo, non si potevano approvare certe cose. Parlava con una forza tale che lasciava attoniti, suscitava domande. Erano anni di miseria, di paura, di dolore, di separazioni e lui dava a tutti una forza e una speranza che venivano da Dio. Era ritenuto proprio un uomo di Dio, ma non solo, aveva una forza umana e una bellezza fisica straordinaria. Un giovane di cui tutte le donne si innamoravano. Mi fanno ridere questi giovani di oggi alla Che Guevara, col codino, non hanno un decimo del fascino di Aristide. Noi eravamo coetanei, lui era come un attore, affascinante, e questo lo dicevano tutti. Un vero leader, un capo.

     In parrocchia a Erba avevamo un’organizzazione che aiutava i profughi: circa 300 persone da vestire, nutrire, assistere con alloggi, cibo, cure mediche, ecc. Tutto a partire dalla parrocchia. Il parroco don Erminio Casati era come una mamma, paterno e materno. Ci lasciava fare. La sua sala era diventata un deposito, il suo studio lo usavamo noi. L'Aristide, al pomeriggio, prendeva una macchina scassata; non so di chi fosse, del parroco no, ma tutti gli imprestavano tutto quel che chiedeva. E andavamo nelle fabbrichette e nei negozi attorno, arrivavamo fino a Saronno, a cercare chi ci desse qualcosa per i rifugiati, vestiti, scarpe, cibo... Una volta abbiamo fatto passare un carro in centro al paese e abbiamo raccolto cibo. E poi facevamo anche azioni per salvare dei giovani, dei perseguitati politici.

    Quando era venuto a Erba, don Aristide animava questo gruppo. Era spavaldo, ma non era spavalderia umana, era la forza di una presenza divina dentro di lui. Coraggioso, non badava a nessun pericolo, se c'era qualcosa da fare, la faceva. Era meraviglioso. Io dicevo sempre: "Ho l'impressione di aver conosciuto Gesù". Quando ho incontrato Aristide ho proprio pensato questo e più lo conoscevo e più lo pensavo.

    Dal punto di vista della castità non dava assolutamente adito a sospetti: era bello, affascinante, giovane, coraggioso. Ma anche un prete perfetto, riservato: aveva quella barriera della sua consacrazione, che tutti capivano anche senza che la dichiarasse. Poi era gentile, libero, cordiale, non era un uomo chiuso in se stesso. Vorrei sottolineare la parte sacerdotale, che si combinava bene con la sua abilità manuale e le sue capacità in campo pratico, che a volte stupivano. Avevamo dei villeggianti che avevano delle imprese (uno poi è diventato sindaco) e Aristide, quando parte per il Brasile, voleva attrezzi, prendeva asce, martelli, seghe, voleva portarsi via un'officina, un cantiere, macchine, ecc. Qualcuno poteva pensare: "Ma guarda questo prete com'è materiale...". Invece no, lui prendeva per aiutare i poveri, sapeva che dove andava bisognava costruire l'uomo partendo dalla parte materiale. Allora si interessava di tutte le cose materiali, motori, macchine, costruzioni, attrezzi da falegname e per l'agricoltura: insomma si intendeva di tutto e voleva portar via tutto.

     Io trovo che è straordinaria questa sua capacità di mescolare il senso pratico della vita e la manualità pura e semplice con la spiritualità più alta. San Paolo, gran viaggiatore anche lui, si manteneva lavorando materialmente e non perdeva nulla della sua spiritualità. Così il nostro carissimo Aristide, che è stato un santo, un vero santo. Io non so se lo faranno beato e santo, ma spero di sì e già lo prego.

    Secondo me, la grandezza di Aristide si vede anche nel fatto che Marcello Candia è stato fulminato da mons. Pirovano. Marcello era già un vero cristiano, ma il suo radicale capovolgimento della vita, il suo lasciar tutto e darsi tutto al Signore, è venuto dalla seduzione di Aristide, dall'intervento di Aristide. Perchè Aristide aveva la capacità straordinaria di mostrare il Vangelo nei suoi aspetti più pratici e più provocatori per la vita di ciascuno: non potevi rifiutare quello che ti faceva vedere. Candia è stato portato via così, con un colpo di mano dello Spirito, attraverso Aristide, che aveva una profondità spirituale tale, da incidere sulle anime.

     Dopo la guerra, quando Pirovano era già in Brasile, ho incontrato Candia perché faceva opere di carità e anch'io ero impegnata in quel campo. Ma lui a quel tempo era proprietario e direttore di fabbriche e lo vedevamo come un buon cristiano e un benefattore dei poveri. Poi, quando Aristide era in Italia nel 1950, Candia veniva ad Erba per incontrarlo e la sua vocazione missionaria è maturata in questi incontri. Quindi, io ho conosciuto Candia, prima che incontrasse Aristide e andasse in Amazzonia: era un brillante giovanotto con la sua Cadillac, andava avanti e indietro, spendeva i suoi soldi facendo anche del bene, ma con l'atteggiamento del padrone del vapore, del benefattore, dell'uomo che sa di avere e di valere. Era il tipo del "faccio tutto io". Non aveva niente del santo. Secondo me è stata la grande rinunzia che Candia ha fatto negli incontri con Aristide, a cambiare radicalmente la sua vita. Perchè tra l'essere buono e il diventare santo c'è una bella differenza. Nella vita di Marcello, questa differenza glie l'ha fatta fare Aristide, cioè il fascino umano e spirituale di Aristide che Dio ha usato per convertire Marcello alla donazione totale.

    Voglio rilevare anche l'umiltà di Aristide. Molte volte, in questi anni, quando lei ha scritto la biografia di Candia "Marcello dei Lebbrosi" e poi iniziato la sua Causa di Canonizzazione, ho parlato con mons. Aristide di Candia, oppure ne parlavamo mentre lui era presente. Ebbene, non l'ho mai sentito dire che lui aveva aperto a Candia la strada delle missioni. Avrebbe potuto quasi vantarsi di essere stato il formatore di un santo, ma non lo faceva. Per me anche l'umiltà era una grande virtù di Aristide, pur nel quadro della sua personalità molto forte che era destinata ad emergere. Aveva in mente solo la gloria di Dio, faceva tutto per il Signore.

     Dico la verità, che in questi anni ero un po' gelosa di Candia, perchè tutti parlavano di Marcello, che ho conosciuto e stimo anche lui un santo, ma insomma, tutti parlavano di lui e quasi mai di Aristide. Adesso sono contenta che sta riemergendo anche mons. Pirovano, che per me e altri era un santo anche per la sua capacità ed efficacia nel confessionale. Io la sentivo fortemente, ma la sentivano anche altri, perchè il suo confessionale era sempre frequentato. La mia esperienza era questa: la confessione con lui non era una enumerazione dei peccati e basta, ma la confessione era un riconoscere la propria debolezza e miseria e dar gloria al Signore. Era meravigliosa la confessione con lui, anche penosa e dolorosa, perchè era doloroso dire le tue mancanze all'uomo che conoscevi e ammiravi; ma lui ti faceva sentire la contrizione, il pentimento per aver offeso Dio, per non essere come Dio ci vuole.

     Non era una confessione che appena finita giri l'angolo e tutto è dimenticato. No, lui ti diceva parole tali di fede e di amore a Dio, che rimanevi colpita e ci pensavi tutto il giorno. Andando a confessarsi da lui si sentiva proprio che il prete rappresenta Cristo, sentivi il dolore di aver offeso il Signore. Venivi fuori con le lacrime agli occhi. Io credo che questo non avveniva per caso solo con Pirovano e non con altri sacerdoti pur bravi. Lì era presente il Signore. Io penso che quel che dico io lo possono dire tutti quelli che l’hanno conosciuto a Erba, soprattutto quelli che erano lontani dalla fede, perchè io ero già credente e praticante, ma chi era lontano ha sentito più di me l'influsso di Aristide.

    Era un uomo di pace, impegnato per l'uomo. A Erba, alla fine della guerra, quando tedeschi e fascisti si erano arroccati in difesa della loro guarnigione e non volevano cedere le armi mentre stavano arrivando i partigiani, c'era pericolo di sparatorie e ammazzamenti. Lui si è messo in mezzo, nessun altro ma solo lui che era un giovane prete con meno di trent'anni: con pericolo serio della vita, ha salvato la situazione impedendo una guerra combattuta in paese. Quelli erano anni in cui l'uomo veniva fuori, quel che valevi o non valevi veniva fuori, non potevi nascondere quel che eri, si viveva in trasparenza, tutti vedevano e giudicavano. Credo che proprio in quelle circostanze Aristide ha dimostrato quel che valeva, come uomo e come prete.

     Mi sono chiesta parecchie volte a cosa era dovuta la forte fede e la grandissima personalità di Aristide. Naturalmente ai doni naturali che Dio gli aveva dato e alla sua collaborazione con la grazia e lo Spirito Santo. Ma secondo me ha contato molto anche la sua esperienza da giovane a Erba: ha dovuto fare il capo famiglia a 17 anni, mentre era appena entrato nel seminario del Pime a Treviso! La sua è stata una vita tormentata fin da giovanissimo, doveva studiare e lasciarsi modellare per diventare prete e missionario, e anche occuparsi della mamma, delle due sorelline e del fratellino piccolo! La mamma era una donna del popolo, senza istruzione, ma che aveva l’intelligenza della fede e del cuore. Una donna buona, una santina anche lei. Aristide è cresciuto in un ambiente rigorosamente cristiano, quegli ambienti un po' alla Manzoni dove tutto è santo nel nome del Signore.

    La mamma è stata una brava educatrice cristiana, infatti anche le sorelle sono buone, ben educate. La ricordo come una donna cristianissima, gelosa del figlio prete, nel senso che sentiva la responsabilità di essere la mamma di un sacerdote, lo seguiva con la preghiera, l'affetto, l'attenzione, la guida materna e Aristide la ricordava spesso e citava le raccomandazioni che lei gli aveva impresso nel cuore. Molto attaccato alla sua famiglia, ma prima di tutto fedele alla sua famiglia missionaria: quando ha finito di fare il Superiore generale del Pime nel 1977 (aveva 62 anni), le sorelle volevano trattenerlo a Erba anche perché non stavano bene, ma lui si sentiva chiamato ad andare là in Amazzonia fra i lebbrosi.

      L’ho seguito fino a quando è morto, naturalmente quando era in Brasile non ci vedevamo, ma poi ritornava a Erba. Ha battezzato mio nipote, amava molto i miei figli che aveva visto piccolini, gli raccomandavo sempre il mio maggiore che è ammalato. Io prego Aristide tutti i giorni, ad Erba gode di una a buona fama di santità, lo chieda a chiunque, ha lasciato un forte segno di spiritualità, di umanità, toccava i cuori. Prego Aristide perchè lo penso tanto vicino a Dio e so che può intercedere per noi.

     Voglio ricordare un’ultima cosa di Aristide: era molto severo con se stesso e indulgente con gli altri. La sua parola più comune era: "Ragazzacci!". Aveva una fede che non conosceva dubbi. Nei tempi difficili del post-Concilio, aveva un grande amore e una passione per Paolo VI. Io sono amica della nipote di Paolo VI, è una Montini che ha sposato Crosti e che assomiglia anche a Papa Montini. E io dicevo a questa nipote: "Ma questo Papa, com'è silenzioso, introverso, poco comunicativo...". Una volta che dicevo ad Aristide queste parole, mi ha rimproverato: "Guarda che è un uomo di preghiera, di grande cultura e sensibilità umana, dobbiamo volergli bene". Pur essendo così diverso da lui, apprezzava molto ed era devoto di Paolo VI, del quale diceva spesso: "E' un uomo di preghiera" e per lui questo era tutto.



[1]   Uno di questi, raccontava, era di dare la caccia alle cimici e fare “delle stragi”. Poi pregava ad alta voce recitando il Rosario, cantando e, per combattere in qualche modo il gelo dell’inverno milanese senza riscaldamento e senza vetri alle finestre, faceva balli e salti indiavolati che stupivano i carcerieri, fin che gli crollavano le forze e dormiva.

[2] Il parroco di Cernobbio è liberato pochi mesi dopo, ma con la salute gravemente scossa e non sopravviverà a lungo.

[3] Mia intervista del 13 aprile 1998 ad Erba, già segnalata.

[4] La difterite è una malattia infettiva acuta e contagiosa che, localizzandosi per lo più  nella faringe, provoca la morte per soffocamento. Oggi si cura con antibiotici e un siero antidifterico. Un tempo morivano molti bambini.

[5] Questa ricostruzione sintetica è ripresa dalle interviste concesse da Pirovano su questo periodo alla sig.na Raffaella Guzzeloni per la rivista Italia Missionaria (I.M.) e pubblicate in: Gheddo P., “Il vescovo del sorriso”, Pimedit 1997, Milano, pagg. 29 e seguenti; dalla conversione di Pirovano sulla sua vita in: “Quando diciamo speranza” di Autori vari, Ossona 1993, pagg.. 54-55; e dalla ricostruzione, con altre testimonianze locali  di Mauro Colombo,  “Aristide Pirovano, Il Vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 69-87.

[6] Rimando quindi ai due volumi segnalati, in due versioni quasi identiche ma con diversi fattu particolari  ed espressioni.



[1] Come già detto nell’Introduzione, nei primi due capitoli traccio rapidamente la storia di Aristide Pirovano dalla nascita nel 1915 al 1965 quando  è eletto superiore generale del Pime. Per gli anni precedenti alla sua partenza per il Brasile e l’Amazzonia (1948) leggere il volume di  Mauro Colombo: “Aristide Pirovano, il vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 382. E per il suo periodo in Amazzonia (1948-1965), il volume di Piero Gheddo, “Missione Amazzonia, I 50 anni del Pime in Nord Brasile (1948-1998)”, EMI 1998, pagg. 482. Il presente volume è soprattutto dedicato a mons. Pirovano come superiore generale del Pime (1965-1977).

[2]   In un’intervista a Raffaella Guzzeloni su “Italia Missionaria”. Vedi P. Gheddo e Raffaella Guzzeloni, “Il vescovo del sorriso, Dom Aristide Pirovano”, Pimedit 1997, alle pagine 11-58.

[3] L’ho intervistata a Erba il 13 aprile 1998. Carla era nata a Erba il 14 settembre 1922 e l’altra sorella Lina il 28 dicembre 1919: il fratello minore Cesarino, nato il 28 giugno 1928, è morto nell’ottobre 1945 dopo anni di sofferenze per un colpo di fucile sparato da un carabiniere in un assalto popolare ad un deposito di viveri..

[4] Intervista citata del 13 aprile 1998 a Erba.

[5] Nel 1993 il Centro culturale “Il Ritrovo” di Ossona (Milano) ha pubblicato una conversazione di mons. Pirovano intitolata “La chiamata”, sulla vocazione sacerdotale e missionaria, in cui il vescovo racconta la sua storia. Da questo opuscolo (64 pagine) ho tratto parecchie citazioni di Pirovano: “Quando diciamo speranza”, a cura di  Sergio Garavaglia, Centro culturale “Il Ritrovo”, Ossona 1993

[6] Nell’opuscolo di Ossona citato “Quando diciamo speranza”, pagg.. 47- 49.

[7] Si veda la sua testimonianza ad Ossona, già citata, nell’opuscolo “Quando diciamo speranza” alle pagine 47-63.

[8]   Cesarino muore a quindici anni nel 1943.

[9] Aristide si impegnava negli studi anche durante l’estate ed era riuscito a fare due volte due anni in uno durante il ginnasio.

[10] Lettera riportata da Mauro Colombo nel volume “Aristide Pirovano – Il vescovo dei due mondi”, EMI 1999, pagg. 223-224.