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I |
Prefazione
Il
decennale della scomparsa di monsignor Pirovano è un’occasione preziosa per
riflettere sul solco tracciato da un grande lombardo che, dall’Amazzonia all’India
e all’Africa, ha saputo interpretare al meglio i valori profondi di
solidarietà e gratuità così radicati nella nostra terra.
Nell’arco
di tutta la sua vita, Pirovano si è impegnato per lo sviluppo delle persone e
dei popoli, specialmente di quelli più poveri e svantaggiati: durante l’ultima
guerra mondiale si è impegnato per aiutare ebrei e perseguitati politici a
fuggire in Svizzera (1944-1945); ha fondato con altri missionari del Pime la
diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana e ne è stato il primo vescovo
(1946-1965); ha guidato il Pontificio istituto missioni estere per due mandati
(1965-1977) fondando le sedi regionali del Pime a Hong Kong, Tokyo, Bombay,
Manila, Bissau, San Paolo, Belem e Londra; dal lebbrosario di Marituba nella
foresta del Parà (Amazzonia brasiliana), attraverso la sua azione religiosa e
sociale è nata la città di Marituba che oggi ha 80.000 abitanti (1968-1997).
Questi sono stati, in concreto, alcuni dei tantissimi risultati di un’attività
e di un apostolato missionario intensi, capaci di costruire un mondo in cui
– come scrisse Paolo VI nell’enciclica Popolorum progressio –
ogni uomo possa vivere una vita pienamente umana.
Riconoscere
e valorizzare il lascito di personalità come monsignor Pirovano è per
C’è
un ultimo e importante aspetto che, oggi, mi preme richiamare. Lo faccio a
partire dal testamento spirituale di Pirovano: «Desidero essere sepolto a
Erba. Il motivo profondo è che ho amato molto il mio paese (oggi città). Ho
speranza che, pregando sulla mia tomba, qualche giovanotto o ragazza possa
sentirsi chiamato a seguire la mia stessa vocazione». Parole più belle non
potevano essere scritte: ricordare Pirovano significa rendere viva la sua
memoria, unendoci nel comune impegno ad affermare quei principi di libertà,
di giustizia e di solidarietà che sono fondamento di ogni pacifica
convivenza.
Roberto Formigoni
INTRODUZIONE
Ringrazio cordialmente Roberto Formigoni, Presidente della Regione
Lombardia, per aver voluto mandarmi questa intensa e significativa prefazione
alla biografia di mons. Aristide Pirovano, conosciutissimo in Italia e
specialmente in Lombardia come vescovo missionario dell’Amazzonia e
superiore generale del Pime.
*
* * * *
Il titolo “Aristide Pirovano, Il Vescovo partigiano” richiede una
spiegazione. Richiama subito il carattere contro-corrente di Pirovano; dire
ribelle sarebbe troppo, perché poi si è mantenuto fedele alla Chiesa, al
Pime e quando doveva obbedire, obbediva. Ma certamente “partigiano”, nel
senso che era in atteggiamento critico e reagiva alle ideologie disumane
dominanti nel suo tempo: fascismo e nazismo durante la guerra, comunismo e
laicismo radicalmente anti-cristiano in seguito. Insomma, andava
contro-correnre rispetto a quanto opprimeva l’uomo e scalzava le basi della
fede e della vita cristiana.
Ma, soprattutto, “partigiano” perché lo è stato in senso
letterale negli anni dell’ultima guerra mondiale (1943-1945) per salvare
dalla morte ebrei e perseguitati politici, finendo anche nel Carcere di San
Vittore a Milano, bastonato e torturato dalla polizia militare tedesca perché
non rivelava nessun nome di altri “ribelli”. E poi “partigiano”
militante e combattente, quando era il caso, lottando contro coloro che
si opponevano od ostacolavano la giusta causa della missione che gli era
affidata: prima la fondazione della diocesi di Macapà in Amazzonia
(1948-1965), poi la
Gli anni in cui mons. Aristide Pirovano
è stato superiore generale del Pime (1965-1977) sono proprio quelli che
Montanelli definisce “Gli anni di piombo” e coincidono
col Pontificato di Giovanni Battista Montini (
[1]
). Il Papa e il superiore generale del Pime erano amici da lungo
tempo: mons. Montini e poi Papa Paolo VI aiutava anche economicamente il
vescovo dell’Amazzonia molto più giovane di lui (1897 e 1915). Ma fra i due
s’era creata una corrente di simpatia che nasce quando Montini, arcivescovo
di Milano, consacra vescovo Pirovano a Erba, il 13 novembre 1955, giovane
fondatore e primo vescovo della diocesi di Macapà nell’Amazzonia
brasiliana; poi continua attraverso lettere, aiuti e visite di Pirovano al
Papa tutte le volte che tornava in Italia.
Dico questo perché il
cammino dei due amici, senza voler fare indebiti confronti, sembra andare
avanti in parallelo, nella Chiesa dell’immediato post-Concilio di
quegli “anni di piombo”. Montini e Pirovano passano dall’entusiasmo
degli anni conciliari, per le novità che nascevano nella Chiesa, alla
delusione e sconforto degli anni seguenti, quando i documenti approvati dai
Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II venivano stravolti da interpretazioni
e letture che sommariamente si possono definire “sessantottine”, nel senso
che nascono dal movimento politico-culturale del “Sessantotto” che ha
sconvolto l’Occidente cristiano, come vedremo. Paolo VI viveva quel suo
tempo in modo sofferente ma con
pazienza e prudenza, com’era richiesto dal suo ruolo e dal suo carattere;
Pirovano anche lui con molta sofferenza, ma anche con una forte carica di
reazione militante e combattiva, come era nel suo carattere: ecco, se
vogliamo, il “partigiano della verità” che Paolo VI esprimeva e
rappresentava.
Questa non è una lettura postuma e ideologica dei due personaggi, ma
la risultanza inequivocabile delle loro storie personali. Ma lasciamo da parte
Paolo VI e occupiamoci di Pirovano.
* * * * *
Il presente volume è uno studio, basato su fonti d’Archivio e
interviste a testimoni che l’hanno conosciuto, che presenta mons. Aristide
Pirovano soprattutto come superiore generale del Pime per due periodi dal 1965
al 1977. La sua storia è già stata raccontata in tre volumi (
[2]
), che hanno lasciato scoperti i dodici anni del suo governo del
Pime a Roma (1965-1977), quelli centrali e più importanti della sua vita, da
quando aveva cinquant’anni a quando ne aveva 62 (è morto poi nel
Tant’è vero che, appena terminato il suo secondo mandato a 62 anni,
come vedremo, rifiuta offerte di lavoro da Propaganda Fide e dalla CEI per
restare in Italia: voleva andare in una missione lontana
e anche molto diversa dal “suo” Brasile che già conosceva e dov’era
ben conosciuto, per non essere più “quasi certamente chiamato a fare il
vescovo”; ci andava “come semplice prete e senza alcuna autorità”:
perché, aggiungeva, “ho sempre
dovuto fare il capo, adesso basta: lascio che altri provino le delizie di cosa
vuol dire comandare”.
Quando gli fanno presente che, se a 62 anni va nelle Filippine, come l’avevano
invitato alcuni padri ed era propenso ad accettare l’invito, deve studiare,
oltre all’inglese, le lingue locali di Zamboanga (il tagalog, il chavacano,
il visaya); lui risponde che “è meglio spaccarsi la testa nel tentare di
imparare lingue impossibili alla mia età, che disperarsi nel voler convincere
certe teste di uomini e preti come me che non ragionano”. In
queste parole, maturate dall’esperienza dei 12 anni di superiore negli “anni
di piombo”, è sintetizzato tutto il dramma di Aristide (chi lo conosceva
non poteva non amarlo) come superiore del Pime in quegli anni.
*
* * * *
Perché ho scritto questa biografia? Il motivo è semplice. Aristide
Pirovano ha suscitato così tanti amici che ancora lo ricordano, non solo come
grande e affascinante missionario, realizzatore di grande opere, ma come un
santo sacerdote. Tutti quelli che sono venuti in contatto con lui hanno questo
ricordo di un uomo spirituale, un vero prete che si spendeva per gli altri,
per
“Sono contento di questa
pubblicazione sulla figura e l’opera di Sua Eccellenza Monsignor Aristide
Pirovano, nato nella nostra Diocesi, consacrato vescovo dal mio venerato
predecessore – il Servo di Dio Giovanni Battista Montini – e prelato di
Macapà. Lo incontrai la prima volta a Marituba, in occasione di un mio
viaggio pastorale in Brasile, e poi in qualche altra circostanza. Non posso
quindi dire di averlo conosciuto bene, ma ho apprezzato fin da subito la sua
personalità e la sua straordinaria azione missionaria in Amazzonia.
Lo ricordo bene come un uomo tutto di Dio, profondamente spirituale e
insieme ricco di inesauribile carica evangelica. Furono la sua carità e il
suo ardore ad attrarre il giovane Marcello Candia che, dopo aver realizzato la
costruzione dell’ospedale di Macapà, si dedicò completamente ai lebbrosi.
Padre Aristide ha testimoniato una fede cristallina, un’assoluta fiducia
nella Provvidenza, una capacità singolare di vivere la croce quale
partecipazione a quella di Gesù, una continua
tensione a operare per la concordia degli
animi e per l’unione dei cuori. Leggerò volentieri questo volume nel
desiderio di conoscerlo meglio, e auspico che soprattutto i giovani vengano
sollecitati dall’esempio di mons. Pirovano a sperimentare la gioia di una
vita tutta spesa al servizio del Signore
e dei fratelli più poveri”.
Nel 2002, quando gli “Amici di mons. Pirovano” chiedono al card.
Martini di iniziare il processo diocesano per la sua beatificazione, così l’arcivescovo
risponde a stretto giro di posta, con un breve scritto che conferma la sua
introduzione al volume appena citato (
[4]
):
“Ho sempre stimato Monsignor Aristide Pirovano come un grande
testimone di Dio e del Vangelo, un appassionato servitore della Chiesa, ricco
di spiritualità e di carità. Trasmetto la documentazione a don
Piero Gheddo
[1] Indro Montanelli, Mario Cervi, “Gli anni di piombo (1965-1978)”, Paolo VI era diventato Papa nell’agosto 1963 e muore nell’agosto 1978; Pirovano eletto superiore generale del Pime nel marzo 1965 e, rieletto nel 1971, scade nel 1977 e va a spendere i suoi ultimi vent’anni nel lebbrosario di Marituba presso Belem, nell’Amazzonia brasiliana.
[2] Il primo dedicato specialmente a Pirovano nel suo paese natale di Erba (con l’epopea partigiana che lo condusse a San Vittore) e poi a Marituba: Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi”, Con il testo del card. C. M. Martini “Ricordo di un uomo tutto di Dio”, EMI, 1998, pagg. 382; gli altri due specialmente sulla fondazione della diocesi di Macapà e poi a Marituba: Piero Gheddo, “Missione Amazzonia – I 50 anni del Pime nel nord Brasile (1948-1998)”, EMI 1998, pagg. 482: e P. Gheddo e Raffaella Guzzeloni, “Il vescovo del sorriso, Dom Aristide Pirovano, Una vita per la missione”, Pimedit Milano, 1997, pagg. 200.
[3] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano (1915-1997) Il Vescovo dei due mondi”, EMI 1997, pagg. 7-8.
[4]
Lettera del 28 gennaio 2002,
AGPIME II, 23/2, 01, 090.
CAP.
I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE
La vita di Aristide Pirovano, prete e missionario, vescovo e superiore
generale del Pime, incomincia in modo imprevisto (
[1]
). Primo figlio maschio, con tre sorelle e un fratello, di una
famiglia molto religiosa nasce ad Erba (Como) il 22 febbraio 1915 e come molti
ragazzini di famiglie praticanti di quel tempo, è anche lui chierichetto e
frequenta l’oratorio, per giocare e seguire le lezioni di catechismo, in
preparazione alla cresima. Un bel giorno il prete dell’oratorio che seguiva
i ragazzi gli chiede: “Hai mai pensato di farti prete?”. Aristide
risponde: “Prete io? Mai!”. Lo ricordava ancora lui stesso in età
avanzata, rideva e spiegava il perché. Il papà faceva il “marmurin”,
lavorava il marmo delle tombe al cimitero.
Un lavoro duro, diceva (
[2]
). Dopo
Pietro e Maria, due santi genitori
Questo l’Aristide fino ai 16 anni. Si
era immerso nel lavoro, ma era anche attirato dal registro in cui il papà
notava il marmo acquistato e quello usato per le lapidi, il lavoro fatto e i
compensi ricevuti. Il ragazzotto faceva i suoi conti e notava certe
incongruenze, ma taceva per non sembrare un ficcanaso: sentiva nascere in sé
la tendenza agli affari, ai numeri, all’organizzazione del lavoro. La
sorella Carla ricorda un episodio gustoso di quando Aristide era ragazzo (
[3]
). Appena terminata
Il papà ha portato Aristide nel laboratorio non tanto perchè
lavorasse il marmo, quanto per mandarlo dai suoi clienti a chiedere di pagare
le fatture. Papà era molto buono, non osava chiedere soldi a chi glie li
doveva, per cui diverse persone se ne approfittavano. Anche il parroco di
Ponte Lambro, a cui aveva rivestito di marmo la facciata della chiesa, non lo
pagava e papà, per paura di metterlo in imbarazzo incontrandolo nella chiesa
di Erba di cui Ponte Lambro è una frazione, andava ogni domenica a Messa in
bicicletta al suo paese natale di Viganò in Brianza, distante una trentina di
chilometri. Aristide invece aveva un carattere forte e già a 12-13 anni
visitava i clienti, non aveva vergogna e si faceva dare quello che dovevano
per i lavori del papà. Il quale però, per rispetto al sacerdote, non lo
mandava dal parroco di Ponte Lambro a riscuotere quanto gli doveva. Dopo la
morte di papà, quel prete mandò alla mamma le condoglianze e una certa somma
a copertura del debito. La mamma accettò le condoglianze ma respinse il
denaro con un biglietto in cui gli scriveva: “I soldi doveva darli a mio
marito quand'era vivo".
Questo fatto descrive bene il papà di Aristide Pirovano, uomo
religioso e "troppo buono", come diceva sempre Aristide stesso; e
descrive anche la mamma, donna forte che ha poi allevato i quattro figli,
lavorando come camiciaia, stiratrice e lavandaia. Aristide Pirovano era
proprio figlio di questi due genitori: buono e tenero lo era davvero, ma anche
forte e deciso.
Il padre di Aristide, Pietro Pirovano (nato nel
Era
una grande donna, equilibrata, forte e profondamente religiosa. Anche papà
era molto devoto, aveva fatto la consacrazione della famiglia al Sacro Cuore
di Gesù e ci teneva che recitassimo assieme tutti i giorni la preghiera. I
nostri genitori andavano a Messa tutti i giorni e in casa pregavamo assieme
alla sera. Mamma Maria veniva da una famiglia molto religiosa e l’unica sua
sorella si era fatta religiosa dalle Suore della Riparazione fondate dal
Aristide Pirovano ricordava spesso mamma Maria, era il suo
principale punto di riferimento. Diceva (
[5]
):
Noi figli abbiamo ricevuto da lei una fede meravigliosa. Diceva spesso
che la nostra nonna (sua madre) non perdeva mai una Messa anche durante la
settimana. Anche lei andava tutte le mattine alla Messa prima delle 5,30 in
estate e delle 6 in inverno e io andavo con lei. Appena fuori della porta di
casa incominciava a pregare e io dovevo rispondere. E poi, dopo la Messa,
siccome era di una famiglia di mugnai, il pane non mancava mai e lei andava a
portare il pane ai poveri, li visitava e aiutava. Così mia mamma, educata
dalla nonna, non ha mai chiuso la porta a nessuno che veniva a chiedere aiuto.
“Prete
io? Mai!”, ma diventa missionario
Il giovane Aristide era anche un ragazzo libero, che voleva fare le sue
esperienze, anche quelle non approvabili. A 14-15 anni era iscritto fra i “Balilla”
e incomincia a frequentare il poligono di tiro che il Fascio aveva aperto e
dopo un po’ il Partito fascista di Erba, uno dei più influenti nella
provincia di Como, organizza delle gare di tiro con il moschetto per chi aveva
almeno 17 anni. Aristide era più giovane, ma si esercitava spesso e viene
accettato. Le gare durano per cinque domeniche di seguito con tiri in piedi,
in ginocchio e coricati sul terreno. Aristide salta anche le Messe, spara e
vince! Lo premiano con una medaglia, un diploma e cinquanta lire, che allora
era una bella somma.
In quel periodo arriva in oratorio un giovane sacerdote, don Alberto
Bartesaghi,
che
lo ferma per strada e gli dice: “Ma perché non vieni più in oratorio?
Trovi un sacco di amici, ti diverti e puoi anche evitare i continui rimproveri
dei tuoi genitori”. Così incomincia a frequentare don Alberto anche per la
prove dei teatri che facevano in oratorio. Le comari vicine di casa notano che
sta cambiando e si dicono con un misto di stupore e di ironia: “Vuoi vedere
che adesso Aristide è capace di diventare prete?”.
L’interrogativo malizioso gli ronza nelle orecchie ma lui ripete a se
stesso: “Prete io? Mai!”. Aristide stesso racconta (
[6]
) che non aveva mai
pensato di farsi prete, perchè era impegnato nel lavoro con suo padre
Però questa “provocazione”, come lui la chiamava, gli rimane in
testa e nel 1931, quando aveva 16 anni, partecipa ad un “ritiro”
spirituale organizzato da don Alberto: prega, riflette e dopo quache
incertezza dice al prete: “Voglio diventare missionario, ma non religioso”.
Riceve un caldo incoraggiamento e dopo pochi mesi entra nel seminario del PIME
a Treviso come “apostolino” e inizia il ginnasio e il latino.
Bisogna fare un passo indietro. Aristide era un lettore accanito, come
molti giovani del suo tempo. Lui stesso ricordava che nel laboratorio di papà
Pietro, mentre lavorava il marmo, “quando papà si assentava, io avevo dei
libri nascosti sotto il marmo e mi mettevo a leggere”. Letture preferite: i
romanzi di Emilio Salgari e di Giulio Verne e le riviste missionarie. Così
matura in lui, con la grazia di Dio, una visione vasta e avventurosa del mondo
e della fede. La vita sacerdotale in un paese gli andava stretta, ma nelle
foreste di altri continenti e fra popoli lontani e sconosciuti per annunziare
Cristo ai non cristiani, era un’immagine che gli piaceva.
Nasce in lui la vocazione missionaria (
[7]
). In casa, mamma Maria ne soffriva ma era consenziente, mentre
papà Pietro non voleva saperne e si sentiva “tradito” nelle sue
aspettative; giungeva anche a minacciarlo: “La vedi questa porta? Pensaci
bene, perchè se poi cambi idea e torni, da questa porta non entri più”. Ma
Aristide, pur comprendendo il rifiuto del padre perché ormai era lui il
sostegno dell’azienda e il fratellino Cesare aveva solo tre anni (
[8]
), nell’ottobre 1931, aveva 16 anni, parte lo stesso per Treviso
col permesso della mamma. Era un giovane uomo deciso e convinto di quel che
faceva. Qualche anno dopo, quando ritorna in paese con la veste da prete, il
papà lo accoglie e non gli dice nulla della sua scelta. “Ma la mamma,
diceva Aristide, una volta mi ha confidato: quando esci di casa e vai per la
strada, tuo papà ti guarda, è fiero di te e mi dice: ‘Questo ragazzo è
troppo magro, ma guarda com’è bello!’” (
[9]
).
Il 26 settembre 1932, papà Pietro è travolto da un camion mentre va
in bicicletta. Carla Pirovano ricorda:
Era andato in alcuni paesi vicini (Pusiano, Bosisio, Rogeno) a vedere i
monumenti dei morti che doveva sistemare per la prossima festa dei defunti (2
novembre). Mentre tornava a casa alla sera, un camion l’ha investito,
lasciandolo morto sulla strada con la sua bicicletta che aveva ancora la luce
accesa! Aristide è tornato a casa
dal seminario per 40 giorni, per sistemare questi monumenti, i conti e l’azienda,
che poi è stata venduta. La causa in tribunale è durata dieci anni ed è
finita nel 1942: prima a Como e la parte avversa ha presentato falsi testimoni
che incolpavano Pietro; poi a Milano, dove è stato riconosciuto che i
testimoni non dicevano il vero. Il superiore generale del Pime, mons. Lorenzo
Maria Balconi, permetteva ad Aristide di tornare spesso ad Erba per aiutare,
ma ha rimandato la sua ordinazione sacerdotale al 21 dicembre 1941 (invece che
nel giugno 1940). Gli diceva: “Fin che tutto non è a posto, non puoi essere
ordinato sacerdote”. Chi ha investito papà, dice ancora Carla, era senza
patente! Glie l’avevano già ritirata perché, prima di uccidere papà,
aveva già investito un ragazzo tagliandogli una gamba! Alla fine, ha
riconosciuto che la colpa era veramente sua.
Quando morì papà, meno di un anno dopo che Aristide era entrato nel
seminario del Pime a Treviso, una cugina gli dice: “Adesso che non c’è
più tuo padre, non devi più pensare a farti prete. Torna a casa ad aiutare
la tua famiglia”. Ma la mamma era di parere diverso e replicava: “Se
questa è la tua vocazione, ritorna in seminario e a noi ci penserà il
Signore”. Abbiamo davvero avuto una grande mamma!
Così, a 17 anni, Aristide diventa capo famiglia, con la mamma, due
sorelle e un fratello minori di lui e soprattutto la ditta del marmo da
liquidare e la battaglia in tribunale (che dura dieci anni) per avere dalla
giustizia un giusto riconoscimento del danno patito con la morte del papà! Ha
dovuto presto mettere a frutto i doni che Dio gli aveva dato, impegnandosi sia
negli studi in seminario, che a servizio della famiglia: è diventato adulto
in fretta! Ma il severo Superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi lo
ferma all’odinazione sacerdotale, rimandandola di un anno rispetto ai suoi
compagni di classe, che vengono ordinati nel giugno 1940 e Aristide nel
dicembre 1941. Per lui è una grossa umiliazione, anche se i due motivi di
questo ritardo erano conosciuti da
tutti e non implicavano un giudizio negativo sulla sua persona: era in ritardo
con gli studi e gli esami di teologia e aveva ancora in corso il processo per
l’uccisione di suo padre, che termina appunto nell’estate 1942.
Tre mesi nel carcere di San Vittore a Milano (1943-1944)
Il
21 dicembre 1941 Aristide Pirovano è ordinato sacerdote Pochi
giorni prima dell’ordinazione, l’8 dicembre, scrive all’amico e coetaneo
Arnaldo Zappa di Erba (
[10]
):
Ancora una decina di giorni e poi diventerò Sacerdote del Signore. Non
ti posso dire la gioia che inonda il mio cuore perché proviene da un oggetto
che supera le forze dell’uomo, il Sacerdozio. I giorno della mia ordinazione
sacerdotale, giorno da tanti anni atteso, è il 21 dicembre prossimo. Sarò
ordinato sacerdote dal nostro Cardinale nella Basilica di Sant’Ambrogio n
Milano. Il giorno seguente, 22 dicembre, celebrerò la mia prima Santa Messa.
Quanto mi piacerebbe che ci fossi pure tu. Rovagnati e Giovanni Ciceri sono a
casa e si attende anche Tanin. Fa il possibile per esserci. E’ inutile che
ti dica che nelle mie Sante Messe avrò uno speciale ricordo per voi soldati,
specie per quelli a cui sono collegato con vincoli di amicizia. Non solo vi
ricorderò, ma il mio desiderio è di venire cappellano, giacchè ora non ci
lasciano partire per le missioni, dove pure c‘è un bisogno immenso.
Ti unisco una immaginetta perché anche tu abbia a ricordarmi nel
Signore. Non puoi immaginarti quanto bisogno di preghiere si sente
avvicinandosi al Sacerdozio, ti assicuro che di fronte alla grandezza e
sublimità del dono del Sgnore, ci si sente profondamente indegni e si trema
Il Superiore mons. Balconi, conoscendo le qualità di Pirovano,
non lo manda fra i cappellani militari, ma lo nomina aiutante dell’economo
del Pime in via Monterosa a Milano. Aristide però non era uomo da stare
chiuso in un ufficio. Durante la guerra, il problema principale era di
procurare da mangiare ai missionari e ai seminaristi. In un’Italia già
povera e ancor più impoverita dalla guerra, anche un istituto missionario
come il Pime, che in patria non aveva (e non ha) nè scuole nè parrocchie nè
altre opere che potessero dare un reddito, era poverissimo. Aristide
confessava di aver fatto la “borsa nera”: a Milano, con la sola tessera
non si viveva; e poi era iscritto fra i volontari dell’Unpa, l’organismo
incaricato di spegnere gli incendi dei bombardamenti e assistere i feriti e i
profughi: quindi poteva girare la città anche di notte quando c’era il
coprifuoco. Fra il 1942 e il 1943 padre Aristide si reca ogni mattino al
Policlinico e celebra
In questo periodo, entra in contatto con il C.L.N. (Comitato di
Liberazione Nazionale) di Milano e i suoi nuclei territoriali, adoperandosi
per aiutare ebrei e antifascisti a fuggire sui monti del Varesotto e di lì, a
piedi, in Svizzera: fra loro non pochi soldati che non vogliono più
combattere al fianco dei tedeschi. Il suo nome in codice è “Padre Barba”,
ma non partecipa alle riunioni del Cln, anche se contesta la scelta di tendere
imboscate al soldati tedeschi: “Il coltello dalla parte del manico –
diceva – ce l’hanno sempre loro. Gli attentati non risolvono nulla ed
esasperano le SS, provocando le loro rappresaglie”. Di questa attività
segreta di Pirovano non si sa molto, solo quello che a volte lui stesso
raccontava. Diceva che aveva corso molti rischi anche per portare fuori Milano
persone ricercate. Ma come sacerdote, e grazie alla faccia tosta che aveva (e
naturalmente con l’aiuto di Dio), se l’era sempre cavata. Però la sua
attività doveva essere abbastanza consistente per attirare l’attenzione
della polizia politica.
Il 7 dicembre 1943 riceve in via Monterosa la telefonata di un amico:
“Ti stanno cercando, mettiti in salvo”. Aristide potrebbe scappare, ma
rimane per non mettere nei pasticci i suoi confratelli, come aveva promesso al
superiore: “Se vengo scoperto nella mia attività clandestina, voi non
avrete a soffrirne in prigione ci vado io”. Verso sera, due uomini in
borghese si presentano in portineria. Passa Aristide e gli dicono: “Noi
cerchiamo padre Barba. E’ lei?”. “No, risponde io sono padre Pirovano”.
Quelli hanno un dubbio e lo invitano ad andare con loro. Aristide chiede di
andare in stanza a prendere il Breviario e gli viene concesso. Capisce che va
a finir male e potrebbe scappare attraverso il sotterraneo e la casa delle
suore e poi saltare il muricciolo di cinta e recarsi da amici sicuri pronti a
nasconderlo. Ma teme che ne vada di mezzo l’istituto e decide di
consegnarsi. Prende il Breviario, un grosso Crocifisso e il Rosario e segue le
SS, che lo portano in auto all’Hotel Regina, sede milanese della polizia
militare tedesca specializzata in azioni di repressione.
Il giovane Pirovano ha paura perché sa che nell’Hotel Regina i
sospettati subiscono i primi interrogatori, regolarmente accompagnati da botte
e torture. Ma è abbastanza lucido per ricordarsi improvvisamente che in una
tasca interna della veste ha una piccola agendina sulle cui pagine sono
segnati nomi, indirizzi e telefoni dei suoi referenti nel Cln cittadino e
della catena di coraggiosi che ospitavano e facevano espatriare ebrei e
perseguitati politici. Mentre è in un corridoio in attesa di incontrare il
comandante, senza farsi accorgere tira fuori l’agendina e la mette in mezzo
al Breviario. Fingendo di pregare, strappa le paginette compromettenti, le
appallottola una ad una gettando le piccole palline in un secchio di sabbia
che doveva servire a spegnere eventuali
incendi e nascondendole nella sabbia. Nel via vai del corridoio, nessuno si
accorge di queste sue manovre. Così, dice a se stesso, anche se mi torturano
non potrò più rivelare nulla perché non ricordo quasi niente.
Padre Pirovano rimane nel braccio dei detenuti politici di San Vittore
tre lunghi mesi (schedato con il numero 814) sopportando pesanti
interrogatori, percosse e torture varie, digiuni e isolamento, perchè
rivelasse i nomi degli altri “ribelli”. La sua linea di difesa era di
negare tutto e sempre, non ammettendo mai nulla perché non c’erano prove
della sua colpevolezza. Ricordo che molti anni dopo, ricordando con me e altri
quei giorni, diceva: “Mi davano tante botte e io, per farmi coraggio,
pregavo e dicevo a me stesso: hanno proprio ragione di darmele di santa
ragione, perché gli racconto un sacco di bugie”.
Aristide era un tipo psicologicamente solido, aveva una forte tempra
fisica e una notevole carica spirituale che l’hanno sempre sostenuto. Diceva
che anche in quelle gravi sofferenze fisiche e psicologiche, riusciva a
pregare molto e non ha mai sofferto di depressione. Un giorno gli viene
consegnato in cella (da parte di uno “scopino” che era uno dei sei preti
in carcere a San Vittore, tutti per lo stesso motivo), un biglietto del
parroco di Stresa che dice: “C’è vicino a me il parroco di Cernobbio, che
a star solo impazzisce. Non puoi chiedere che venga messo in cella con te?”.
Ad Aristide spiace perdere la sua tranquillità, perchè aveva organizzato un
suo orario e vari modi per impiegare il tempo (
[1]
). Ma accetta volentieri di aiutare un confratello, chiede che glie
lo mettano in cella e lo aiuta a riprendersi, anche se rimane poco con lui:
glie l’avevano concesso probabilmente perché erano ormai convinti che
Aristide, dopo tanti interrogatori, non sapesse davvero nulla. La sua tattica
di negare tutto e sempre ha avuto fortuna.
Infatti la sera del 14 marzo 1944, sente gridare nel corridoio: “Numero
814!”; e gli dicono la brutta notizia: “Seguimi perchè ti processano”.
Aristide fa appena a tempo a confessarsi dal suo compagno di cella, che viene
portato a piedi, ammanettato, nel tribunale in Piazza Piemonte. Mentre cammina
nell’umida e fredda notte milanese, si prepara a tutto. Sa che quando i
prigionieri politici vengono processati vuol dire che sono finiti gli
interrogatori e poi, in genere, non tornano più a San Vittore: fucilati?
Mandati in Germania a lavorare per i tedeschi? Oppure trasferiti in un altro
carcere di massima sicurezza e isolamento? Invece si trova davanti ad un
giudice tedesco che attraverso l’interprete
gli dice: “Lei è libero e quando domani sarà liberato, non si dimentichi
di andare a ringraziare il card. Schuster e di dirgli che i tedeschi
mantengono la parola”. E gli presenta un documento da firmare, nel quale si
impegna a non agire più contro il Reich (pena la fucilazione) e dichiara di
essere stato trattato bene in prigione. Pirovano firma ma dice all’interprete:
“Chieda al giudice se si è dimenticato di tutte le botte che mi hanno dato”.
Ma non ottiene risposta (
[2]
).
Dalla drammatica esperienza delle violenze e dei digiuni patiti in
prigione padre Pirovano ricava vari disturbi ai reni e allo stomaco che lo
tormenteranno sempre. Forse il più grave limite che Aristide ha dovuto
accettare in tutta la sua vita era la sua povera salute fisica. Il suo peso
medio era sui 55 chili (era alto circa 1,70). Quando si mangiava con lui, non
si poteva fare a meno di dirgli: “Ma lei mangia troppo poco!”. E lui
rispondeva: “Non posso sopportare di più”. La sorella Lina ha detto che
anche da giovane non è mai stato bene (
[3]
):
Quand’era piccolo aveva avuto la difterite (
[4]
), diceva la mamma e sembrava dovesse morire da un momento all’altro.
Altri bambini in quel tempo sono morti. Aristide si è salvato perché, diceva
la mamma, ha gridato per due giorni di seguito, giorno e notte, mantenendo la
gola aperta. Poi, quand’era nel seminario del Pime a Monza facevano la fame
e ha mangiato tante castagne crude che gli hanno rovinato l’intestino e non
riusciva ad andare di corpo. L’hanno ricoverato in ospedale e i medici lo
davano per spacciato, ma volevano tentare un’operazione rischiosa,
mettendogli un sacchetto esterno che raccogliesse le feci. L’ha detto alla
nostra mamma la suora che lo assisteva in ospedale. Aristide era giovane,
aveva vent’anni: se avesse subito questa operazione sarebbe rimasto menomato
per tutta la vita. Invece, miracolosamente, si è salvato senza operazione, ma
ha sempre sofferto di grandi stitichezze. Erano uno dei suoi tormenti. A volte
non andava di corpo per quattro-cinque-sei giorni e diceva lui stesso che non
sapeva come faceva a resistere.
La stitichezza di Aristide era nota
nel Pime, lui stesso a volte ne parlava in tono scherzoso. Essendo in
confidenza con lui quand’era Superiore generale, se lo vedevo affaticato gli
chiedevo: “Come va la salute?”. Rispondeva quasi sempre: “Bene”. A
volte aggiungevo: “E il tubo di scappamento?”. Una volta mi ha raccontato
che, in un viaggio in Bangladesh, non era andato di corpo per un numero
esagerato di giorni e gli sembrava di morire! Racconto questi fatti, che non
emergono negli archivi, per aiutare il lettore a capire l’uomo Aristide
Pirovano: la capacità di soffrire che aveva, il coraggio di affrontare i
viaggi, le difficoltà e tensioni di un Superiore generale, che come chiunque
immagina non sono poche, come vedremo meglio più avanti!
Dopo l’avventura a San Vittore, i superiori del Pime giudicano che
Pirovano non può più stare a Milano e nel marzo 1944 gli permettono di
andare a Erba dov’era richiesto in aiuto alla parrocchia. In quegli anni il
Pime aveva una media di 16-18-20 nuovi sacerdoti l’anno: non potendo
mandarli in missione e nemmeno tenerli nelle poche case del Pime, ne trattiene
alcuni a servizio dell’Istituto (anche mandandoli a studiare nelle
Università romane o alla Cattolica a Milano) e gli altri li manda nelle
parrocchie delle loro diocesi o in altri servizi alle Chiese locali: uffici
missionari, cappellani delle carceri e militari, di ospedali e case di
accoglienza per anziani, orfani, handicappati, ecc. Padre Aristide così
ricorda questo nuovo periodo della sua vita sacerdotale e missionaria (
[5]
):
Abitavo con i miei (la mamma e le due sorelle), ma al mattino alle 5,30
ero già in chiesa per la prima Messa. Passavo ore e ore in confessionale e mi
occupavo dei giovani dell’oratorio. Il mio era un paese difficile, il primo
“Fascio” della provincia di Como. La guerra era quasi agli sgoccioli, i
fascisti avevano ripreso il potere con
Poco prima del 25 aprile 1945, il giorno della liberazione nell’Italia
del Nord, a Erba c’era un distaccamento di 300 militari delle SS
disorientati. Col permesso del Cln, ho cominciato a trattare la resa col loro
comandante, Giorgio Pfaff, un buon uomo che aveva solo in mente di fuggire e
rifugiarsi presso un veterinario amico di Dalmine. Ma le altre SS,
specialmente i 17 ufficiali, vedevano
Pfaff come il fumo negli occhi e volevano combattere. Abbiamo contrattato per
due giorni con la partecipazione anche del futuro questore di Como che era
membro del Cln di Erba; a me avevano dato il permesso e il lasciapassare del
Cln per accompagnare la colonna dei militari tedeschi verso Lecco, da dove
potevano dirigersi verso
Poi arriva a Erba una colonna di 700 militari fascisti del
battaglione “Toscana”, anche loro in fuga. Io ero a Villa Amalia col Cln e
sento sparare in paese. Scendo di volata e vedo i partigiani che sparano verso
la strada provinciale. Dall’altra parte c’erano i fascisti. Mi metto in
mezzo con la mia veste nera e la barba nera. La sparatoria si arresta, ma uno
dei fascisti spara verso di me e sento, lo ricordo ancora bene con un brivido
nella schiena, il fischio della pallottola vicino all’orecchio destro. Sono
andato in bestia. Ho attraversato
di corsa la piazza e la strada, sono andato dai fascisti, ho visto quello che
aveva sparato un po’ nascosto nella colonna. L’ho preso a sberle e ho
gridato: “Ma chi vuoi ammazzare, non vedi che siamo tutti italiani? Portami
dal tuo superiore”. Con quella barba nera e veste nera, lascio i fascisti
sconcertati.
Il comandante della colonna si chiamava Noseda e gli dico: “Mussolini
non è più a Como, è già scappato verso la Svizzera. La guerra è finita,
vi conviene arrendervi”. Poi monto sul tetto dell’auto e parlo a quei
poveri ragazzi: “Siamo tutti italiani, perché continuate a combattere?
Ormai la guerra è finita, se sparate ancora andate tutti verso la morte.
Cercate di ritornare a casa vostra e rimboccatevi le mani per fare qualcosa di
costruttivo per l’Italia di domani”.
Naturalmente non tutti credevano a quanto dicevo o non volevano
arrendersi: parlavano e gridavano tutti assieme. Il buon Dio mi manda in aiuto
il podestà di Erba, un fascista che aveva la fama di onesto, che era appena
arrivato in auto da Como. Dice a Noseda “Non c’è più niente da fare,
abbiamo perso”. Noseda si convince e dà l’ordine di arrendersi; ma
intanto il podestà tira fuori una pistola e cerca di spararsi alla tempia.
Gli salto addosso e grido: “Ma sei matto?”. Volevo salvare anche quel
poveretto. Dopo varie trattative, faccio intervenire i membri del Cln che
mandano i 700 repubblichini disarmati, accompagnati da alcuni partigiani, in
uno stabilimento fermo a Pontelambro, come primo luogo di rifugio e di
concentramento. Mi trovavo in una situazione poco simpatica perché non
riuscivamo più a mantenere la disciplina fra i nostri partigiani. Dopo la
liberazione ne erano spuntati a bizzeffe ed erano diventati tutti eroi.
Però c’erano anche dei bravi ragazzi. Per esempio un certo Pietro
Rampinelli che ha voluto venire con me ad accompagnare i tedeschi verso Lecco,
anche se non sapevo nemmeno se tornavo io. Mi sono inteso con i tedeschi che
li accompagnavo verso Lecco perché di lì potevano scegliere la via per
tornare in Germania, ma non stavo più in piedi. Io ero sveglio e digiuno da
un giorno e una notte! Rampinelli ha voluto lo stesso venire con me, a suo
rischio e pericolo.
Salva dalla morte tedeschi e fascisti sconfitti
Le avventure di Pirovano, a leggere questo suo racconto sessant’anni
dopo, sono ancora straordinarie e affascinanti. Ma troppo lunghe per essere
raccontate in questo volume nei molti episodi particolari (
[6]
). Ecco in sintesi come sono andati quei giorni tremendi per tutta
l’Italia e per Aristide in particolare.
I tedeschi organizzano la lunga fila dei 17 camion e varie auto,
carichi di soldati armati fino ai denti. Davanti, l’auto di Pirovano che
sventola bandiera bianca, con alla guida lo stesso Aristide, al fianco Giorgio
Pfaff e sul sedile posteriore Pietro Rampinelli. Gli ufficiali che si
opponevano a Pfaff cercano di fermarli sparando contro la sua auto: Pirovano
li affronta gridando, prendendone diversi per il bavero e chiamandoli
traditori della parola data. Dio lo protegge in modo evidente. Finalmente
quelli capiscono che possono fidarsi di quello strano prete e gli promettono
ancora di seguirlo. Giungono fino a Valmadrera mentre è pomeriggio inoltrato,
ma qui sono costretti a ritornare indietro perché la strada non è più
sicura: ovunque il popolo e i partigiani armati, esaltati e alcuni anche
ubriachi, festeggiano la liberazione. Aristide capisce che se qualcuno spara
un colpo succede il finimondo e ci saranno molti morti.
Tornano e vanno a Pontelambro dove si fermano. Pirovano conosce un
fornaio che gli fornisce il pane, trova il cibo per tutti quegli uomini e li
sistema nella scuola comunale. Il mattino dopo affida la comitiva a una
squadra di partigiani amici che promettono di proteggere e guidare i tedeschi
verso Lecco. In seguito saprà che gli amici partigiani di Pontelambro hanno
compiuto la loro missione, ma a Lecco i tedeschi sono arrestati dai partigiani
comunisti che avevano preso il potere, ma poi liberati.
Può finalmente ritornare a Erba, ma arrivato in casa del parroco
scopre che Pfaff, “non si sa come”, nella notte è riuscito a tornare ad
Erba! Il parroco l’ha ospitato nella soffitta della sua casa. Aristide corre
di sopra e scopre l’ufficiale tedesco con
la pistola in mano, pronto ad uccidersi. Gli promette di nasconderlo in
attesa di tempi migliori. Resta nascosto dal parroco circa un mese e
approfitta di quella clandestinità per imparare l’italiano. “La mamma del
parroco – dice Pirovano – una vecchina che faceva tenerezza, tremava tutto
il giorno”. Dopo un mese Pirovano rischia e porta in auto Pfaff (“che
fosse un tedesco si vedeva lontano un miglio”) dal suo amico veterinario a
Dalmine. Ma quello non ne vuol sapere di dargli rifugio in casa sua. Ritornano
a Erba. “Il parroco quasi sviene nel rivederlo”, ma Aristide, dopo un
altro mese, riesce a farlo espatriare in Svizzera con un contrabbandiere
trovatogli dal parroco. “Morale della favola – dice ancora Pirovano –
Pfaff si è salvato, è diventato amico del parroco don Casati e tutte le
estati veniva ad Erba a fare vacanza”.
Nei giorni seguenti il 25 aprile, Aristide torna ai 700 fascisti
nascosti in uno stabilimento smesso a Pontelambro. D’accordo col Cln lascia
andare, prendendone le generalità, i soldati semplici perché ritornino alle
loro famiglie e trattiene gli ufficiali. Ma arriva a Pontelambro un certo
Grossi rappresentante comunista nel CLN, che dichiara di prendere il potere a
Erba e di essere venuto per arrestare e fucilare il traditore che ha fatto
fuggire i fascisti. Aristide racconta:
Ero seduto al tavolo con i miei compagni del Cln locale. Mi alzo e gli
dico: “Gli ordini di scarcerazione li ho firmati io. Ma tu, quando qui c’erano
i 300 tedeschi, dov’eri? E quando hanno cominciato a sparare, dov’eri? Ti
fai vedere adesso che tutto è finito e non c’è più pericolo? Il traditore
secondo me sei tu”.
La bravata di Grossi sfuma. Ma il 1° maggio di quel 1945 Aristide si
sta recando in auto a Merate, in compagnia del conte Belgioioso, membro del
Cln di Erba. Sono fermati ad un posto di blocco dei partigiani. Scendono dall’auto
e uno di questi grida indicando Aristide: “Lo riconosco, è quello che a
Erba ha liberato i fascisti!”. Lo accusano di collaborazionismo e
tradimento, lo insultano e, nonostante le proteste sue e di Belgioioso, lo
metterebbero subito al muro, se non intervenisse uno di loro, Fumagalli, che
chiede una verifica su quel prete. Riescono a mettersi in contatto con uno dei
capi della resistenza comasca, Ferrario (futuro deputato), che garantisce per
Pirovano. Padre Aristide è rilasciato, ma c’è mancato poco. A quel tempo
non si andava tanto per il sottile!
Ma c’è un precedente da ricordare. Pirovano diceva in seguito che
“Grossi e la sua banda erano fra i tanti eroi della prima ora”. E
raccontava che in quei giorni correva voce che Grossi si era impossessato per
il Partito Comunista di parecchia roba (pare fosse di Claretta Petacci) che c’era
in una villa vicino a Parravicino e Pirovano l’aveva denunziato al Cln di
Milano, ma senza alcuna conseguenza. Però avviene un tragico episodio. Ecco
come lo ricorda Aristide:
Il mio problema in quel momento era salvare la vita dei due fascisti di
Erba che erano prigionieri nella caserma dei Carabinieri: uno era il
vice-podesta Mambretti e lo conoscevo da anni, una brava persona; l’altro un
capitano della polizia in borghese, un gran mascalzone e una spia, ma la sua
vita per me era sacra come quella di chiunque altro. Purtroppo altri del Cln,
con a capo il Grossi, li volevano morti: “Dobbiamo dare esempi di sangue al
popolo, dobbiamo vendicarlo!”. Vado a trovare i due prigionieri e li
assicuro: “Non preoccupatevi, vi farò mandare a Milano e avrete un regolare
processo”. Esco dalla caserma e sul portone mi fermo a parlare con alcuni
partigiani.
Improvvisamente sento risuonare dentro una scarica di mitra. Rientro e
di corsa salgo al primo piano, dove trovo i cadaveri dei due prigionieri: li
avevano fatti uscire delle celle e fucilati nel corridoio. “Hanno tentato di
scappare e abbiamo dovuto ucciderli!”, dicono i due di guardia.
Ma la scusa non reggeva. Scappare dove? La piazza antistante era piena
di gente. Non avevano tentato di fuggire, li avevano fatti fuori
deliberatamente. Ho denunziato il Grossi e gli altri alla questura di Como, ma
il questore, un avvocato di nome Grassi (rappresentante liberale nel Cln
comasco) mi dice: “Padre Aristide, l’altro giorno hanno sparato anche a me
ed erano dei miei. Che vuole che io faccia?”. Questa era la “giustizia”
allora.
Il processo a chi aveva eliminato i due fascisti si celebra nel 1951,
ma si conclude con un provvedimento di clemenza. Aristide ricava da tutte
queste vicende una profonda avversione al comunismo e allo spirito di
sopraffazione, di odio, di violenza e di vendetta che il Partito comunista
diffondeva nel Cln e fra il popolo italiano. Questa sua avversione lo guiderà
negli anni settanta, quando vedrà nella “contestazione” sessantottina un
tentativo di rilanciare quello spirito anticristiano (come vedremo meglio più
avanti).
Medaglia d’Oro ad Aristide “Cittadino Benemerito” di Erba
Ma padre Aristide continua ad interessarsi di altri poveri,
questa volta gli ex detenuti in Germania che i treni scaricavano alla stazione
di Verona ed erano a volte abbandonati a se stessi. Tra il giugno e il luglio
1945 la casa di don Casati e l’oratorio diventano centri di accoglienza e
tutta Erba si organizza per
raccogliere aiuti e materiale utile. Pirovano va più volte con dei camion a
Pescantina (Verona), dove gli ex-detenuti erano ricoverati provvisoriamente e
ne trasporta quanti può a Erba. Ogni tanto andava in Emilia a procurarsi
viveri. Ecco come riusciva a far funzionare questa carità organizzata:
Quando avevo bisogno di soldi riunivo i signorotti di Erba, in genere
in piazza o nei ristoranti. Dicevo loro: “Ragazzi, la pelle l’avete
salvata. Qualcuno ha salvato anche di più, perché so che i tedeschi non si
sono portati via tutto e la loro roba qui in paese non c’è più. Mettete
perciò mano alla borsa perché ho bisogno di soldi”. Col denaro davo una
mano ai poveretti che tornavano. I più malmessi li portavamo in ospedale. A
Erba si è fatto molto per i reduci, perché c’era molta gente che
collaborava, anche gli sfollati dalle città per la guerra. Intanto continuavo
a fare il prete: avevo in mano l’oratorio e l’Azione cattolica nella mia
parrocchia e ogni tanto con la filodrammatica mettevamo in piedi qualche
operetta.
Padre Aristide rimane ad Erba come viceparroco fino all’inizio del
novembre 1946. Il 9 novembre parte in nave da Genova per il Brasile con
altri due
Molti anni dopo, il 3 settembre 1971, “il Consiglio comunale di Erba
esprime ogni gratitudine a S. E, Mons. ARISTIDE
PIROVANO "Cittadino Benemerito" con questa motivazione:
Durante l'occupazione tedesca, incurante del rischio, si prodigò
instancabile per aiutare i perseguitati di ogni fede e per questo subì il
carcere.
Nelle perigliose giornate insurrezionali dell'aprile 1945 si interpose
impavido fra le parti armate, impedendo così ad Erba ed ai paesi vicini
ulteriori lutti e sciagure.
Missionario nelle inospitali terre del lontano Brasile, realizzò in
lunghi anni di duro apostolato importanti opere di alto significato religioso
e civile.
Consacrato Vescovo Titolare di Adriani, eletto poi Superiore Generale
del Pontificio Istituto Missioni Estere, continua a sua preziosa opera quale
Presidente della Federazione "Mani Tese" contro la fame e lo
sviluppo dei Popoli.
Esemplare Ministro di Cristo, pronto a donare sempre e ovunque.
Dalla Residenza Comunale di Erba 3 Settembre 1971
Il 16 settembre seguente, in assenza del sindaco, il vice-sindaco
scrive a Pirovano (che era a Roma come superiore generale del Pime) questa
lettera:
N.9281
Ufficio Sr/Sindaco
Erba 16 Settembre 1971
Oggetto:
Conferimento pergamena con medaglia d'oro per benemerenze pubbliche.
A S.E.
Mons. Aristide Pirovano
Superiore Generale PIME
Via S. Erasmo, 2
R O M A
Ho il piacere di comunicarLe che il Consiglio Comunale, nella seduta
del 13 corrente mese, ha deliberato di assegnarLe una pergamena con medaglia
d'oro in relazione alle benemerenze dalla S.V. acquisite.
La cerimonia della consegna avrà luogo in occasione dei
festeggiamenti, programmati nella seconda quindicina del prossimo mese di
ottobre, per celebrare l'elevazione di Erba al rango di città e
l'inaugurazione della nuova sede municipale in Villa Mainoni.
Nel congratularmi Le porgo il mio cordiale saluto e quello
dell'Amministrazione.
Il Vice Sindaco, per il Sindaco assente,
Mauri
Per mons. Pirovano quei mesi estivi del 1971 erano fra i più difficili
della sua vita. Come si narra al capitolo IV, dal 29 maggio precedente si era
aperto a Roma il “Capitolo generale straordinario di aggiornamento
post-conciliare” dell’Istituto, come voluto da Paolo VI per tutti gli
ordini, congregazioni e istituti della Chiesa. La sua preparazione era durata
due anni (1969-1971), che a Dom Aristide erano costati molte fatiche e
preoccupazioni. I primi tre mesi di svolgimento (terminerà solo il 27 gennaio
1972!) avevano procurato forti difficoltà e sofferenze al vescovo
missionario, uomo d’azione costretto a lunghe giornate di dibattiti
teologico-giuridici che spesso gli parevano inutili perditempo, mentre la vita
del Pime avrebbe richiesto decisioni e realizzazioni immediate.
Erano riuniti a Roma 53 capitolari dell’Istituto provenienti da ogni
parte del mondo, ben documentati e decisi ad ottenere di più dall’Istituto
ed a far prevalere le urgenze, le visioni, le utopie di quella parte di Pime
che rappresentavano. Aristide era giunto al Capitolo, dopo sei anni di
superiore generale del Pime, deciso a non farsi rieleggere a quel posto di
responsabilità, molto più pesante che essere vescovo di Macapà in
Amazzonia. E forse, dopo tre mesi di dibattiti e arrabbiature, incominciava ad
avere le idee chiare e il suo fiuto in genere non lo tradiva: temeva che i
suoi confratelli l’avrebbero rieletto superiore generale (come poi è
avvenuto)! Pur criticandolo per le molte insufficienze e debolezze dell’Istituto,
forse non avrebbero trovato nessun altro cireneo disposto a caricarsi di
quella croce che lui aveva già sperimentato!
Povero Aristide! E adesso gli capita fra capo e collo un’altra botta
micidiale, per uno come lui che non amava le onorificenze e il palcoscenico:
la medaglia d’oro e la pergamena di “Cittadino Benemerito” della sua
amatissima Erba! La lettera con cui risponde a quella di Mauri il 23 settembre
1971 riflette questa sua imbarazzata situazione psicologica. Si indirizza all’amico
Sindaco di Erba:
Mio
caro Amico,
ti scrivo come Amico e non come Sindaco della mia...
città!
Ieri mi è arrivata una comunicazione del tuo Vice-Sindaco (Mauri, mi
pare) in cui mi comunicava che ... volete farmi la festa!
Ma, mio caro, cosa vi è saltato in mente? Intendiamoci, non è che non
sia piacevole essere ricordato e... benvoluto; ma da questo ad essere messo in
un quadro ed esposto in vetrina, ci corre una bella differenza e non ci
capisco il perché.
"Benemerenze acquisite", dice il tuo Vice. Beh?! perché Erba
si sviluppasse e diventasse città non ho proprio fatto niente di niente. Per
Erba del 1944-1946 ho fatto sì qualcosa (l'umiltà è verità), ma è tutta
roba vecchia, forse passata di moda e che io stesso non ricordo neppur bene; e
poi... e poi bisogna vedere se sono benemerenze.
Ed io sono del parere che non si tratta di benemerenze perché, se ho
fatto qualcosa, l'ho fatto semplicemente come
parte di quello che io ritenevo mio dovere, allora, in quelle
circostanze. E chi fa il suo dovere, reale o presunto che sia, fa il suo
dovere e... stop: tutto finisce lì.
Vedi, io allora ho agito come "prete" e non come cittadino o
come politico; "prete” che vedeva dei fratelli divisi, un paese che
poteva essere esposto a dei pericoli e a dei lutti dolorosi e allora, proprio
come "prete" (il cui compito è di essere per gli altri, per tutti
gli altri) ho cercato di fare qualcosa.
Come "prete" dovevo fare qualcosa nella speranza di diminuire
i pericoli per gli altri. Allora, mio caro, è tutto qui; il mio dovere di
prete e non vedo perché debba essere messo in vetrina.
Quindi io ti chiedo di lasciar correre e vogliamoci bene così. Se la
delibera non è ancora pubblica e non è stata resa nota, facciamo marcia
indietro e... amici come prima e più di prima. Ciò non toglie che sia grande
la mia riconoscenza per te e per il tuo Consiglio per il gentile pensiero e
per il grato ricordo.
Ciao, stammi bene e tanti cari saluti a te a ai tuoi cari.
Tuo aff.mo
+Aristide Pirovano
Sig. Porro Bassano
Via 25 Aprile, 70
22036 Erba
(Como)
Naturalmente la festa per Erba città e il riconoscimento a Pirovano si
svolge regolarmente e Dom Aristide è presente e felice. Ma credo che questo
fatto descriva meglio di ogni altro la personalità del vescovo missionario:
quel che pensava e mirava soprattutto agli aspetti pratici della vita.
Testimonianza
della signora Elisa Michel in Clerici
Al termine del primo capitolo, ecco l’interessante e molto
significativa testimonianza diretta di una signora coetanea e amica di
Pirovano, che ricorda bene gli anni del suo primo sacerdozio durante la guerra
ad Erba e poi l’ha seguito e aiutato fino alla morte del vescovo
missionario. Testimonianza resa a Milano il 28 giugno 1997,
registrata da padre Piero Gheddo.
Nel 1943, ero a casa mia ad Arcellasco (Como). Il mio cognome di
ragazza era Michel, sposata Clerici. Aristide era rifugiato a Erba in casa sua
a Via Mazzini, ma abitava con il parroco don Casati. Diceva Messa e la
domenica c'era molta gente che andava ad ascoltare le sue prediche. Dopo che
era stato arrestato a Milano nel dicembre 1943 e messo in prigione a San
Vittore, dove l'hanno battuto ben bene e poi liberato per intervento del
Cardinal Schuster, si è rifugiato ad Erba. Noi andavamo in chiesa nella
nostra parrocchia di San Pietro ad Arcellasco, non ad Erba. Un'amica mi ha
detto: "Vieni che c'è un sacerdote meraviglioso che predica". Così
sono andata ad Erba e ho conosciuto questo prete.
Don Aristide parlava veramente bene, cioè attirava la gente: la sua
predica era una forte e anche violenta affermazione della presenza di Dio nel
mondo, in quei momenti tenebrosi, in cui sembrava che la speranza e la carità
fossero morte. Lui faceva sentire una forza, accendeva una luce, era
convincente in modo straordinario, perchè convinceva anche quelli che in
chiesa ci venivano poco o nulla. Era proprio un carisma suo e la gente gli
andava dietro incantata, tant'è che era ritenuto pericoloso dalle autorità
politiche del tempo.
C'erano dei fascisti, il podestà di Erba e altri di cui è meglio non
fare il nome, che dicevano che sarebbero stati contenti il giorno in cui
l'avrebbero visto impiccato all'architrave della loro porta. I fascisti non lo
vedevano bene perchè Aristide era una guida, una fiamma che incendiava la
gente e pur senza fare politica, parlava in modo chiaro e tutti capivano che,
secondo il Vangelo, non si potevano approvare certe cose. Parlava con una
forza tale che lasciava attoniti, suscitava domande. Erano anni di miseria, di
paura, di dolore, di separazioni e lui dava a tutti una forza e una speranza
che venivano da Dio. Era ritenuto proprio un uomo di Dio, ma non solo, aveva
una forza umana e una bellezza fisica straordinaria. Un giovane di cui tutte
le donne si innamoravano. Mi fanno ridere questi giovani di oggi alla Che
Guevara, col codino, non hanno un decimo del fascino di Aristide. Noi eravamo
coetanei, lui era come un attore, affascinante, e questo lo dicevano tutti. Un
vero leader, un capo.
In parrocchia a Erba avevamo un’organizzazione che aiutava i
profughi: circa 300 persone da vestire, nutrire, assistere con alloggi, cibo,
cure mediche, ecc. Tutto a partire dalla parrocchia. Il parroco don Erminio
Casati era come una mamma, paterno e materno. Ci lasciava fare. La sua sala
era diventata un deposito, il suo studio lo usavamo noi. L'Aristide, al
pomeriggio, prendeva una macchina scassata; non so di chi fosse, del parroco
no, ma tutti gli imprestavano tutto quel che chiedeva. E andavamo nelle
fabbrichette e nei negozi attorno, arrivavamo fino a Saronno, a cercare chi ci
desse qualcosa per i rifugiati, vestiti, scarpe, cibo... Una volta abbiamo
fatto passare un carro in centro al paese e abbiamo raccolto cibo. E poi
facevamo anche azioni per salvare dei giovani, dei perseguitati politici.
Quando era venuto a Erba, don Aristide animava questo gruppo. Era
spavaldo, ma non era spavalderia umana, era la forza di una presenza divina
dentro di lui. Coraggioso, non badava a nessun pericolo, se c'era qualcosa da
fare, la faceva. Era meraviglioso. Io dicevo sempre: "Ho l'impressione di
aver conosciuto Gesù". Quando ho incontrato Aristide ho proprio pensato
questo e più lo conoscevo e più lo pensavo.
Dal punto di vista della castità non dava assolutamente adito a
sospetti: era bello, affascinante, giovane, coraggioso. Ma anche un prete
perfetto, riservato: aveva quella barriera della sua consacrazione, che tutti
capivano anche senza che la dichiarasse. Poi era gentile, libero, cordiale,
non era un uomo chiuso in se stesso. Vorrei sottolineare la parte sacerdotale,
che si combinava bene con la sua abilità manuale e le sue capacità in campo
pratico, che a volte stupivano. Avevamo dei villeggianti che avevano delle
imprese (uno poi è diventato sindaco) e Aristide, quando parte per il
Brasile, voleva attrezzi, prendeva asce, martelli, seghe, voleva portarsi via
un'officina, un cantiere, macchine, ecc. Qualcuno poteva pensare: "Ma
guarda questo prete com'è materiale...". Invece no, lui prendeva per
aiutare i poveri, sapeva che dove andava bisognava costruire l'uomo partendo
dalla parte materiale. Allora si interessava di tutte le cose materiali,
motori, macchine, costruzioni, attrezzi da falegname e per l'agricoltura:
insomma si intendeva di tutto e voleva portar via tutto.
Io trovo che è straordinaria questa sua capacità di mescolare il
senso pratico della vita e la manualità pura e semplice con la spiritualità
più alta. San Paolo, gran viaggiatore anche lui, si manteneva lavorando
materialmente e non perdeva nulla della sua spiritualità. Così il nostro
carissimo Aristide, che è stato un santo, un vero santo. Io non so se lo
faranno beato e santo, ma spero di sì e già lo prego.
Secondo me, la grandezza di Aristide si vede anche nel fatto che
Marcello Candia è stato fulminato da mons. Pirovano. Marcello era già un
vero cristiano, ma il suo radicale capovolgimento della vita, il suo lasciar
tutto e darsi tutto al Signore, è venuto dalla seduzione di Aristide,
dall'intervento di Aristide. Perchè Aristide aveva la capacità straordinaria
di mostrare il Vangelo nei suoi aspetti più pratici e più provocatori per la
vita di ciascuno: non potevi rifiutare quello che ti faceva vedere. Candia è
stato portato via così, con un colpo di mano dello Spirito, attraverso
Aristide, che aveva una profondità spirituale tale, da incidere sulle anime.
Dopo la guerra, quando Pirovano era già in Brasile, ho incontrato
Candia perché faceva opere di carità e anch'io ero impegnata in quel campo.
Ma lui a quel tempo era proprietario e direttore di fabbriche e lo vedevamo
come un buon cristiano e un benefattore dei poveri. Poi, quando Aristide era
in Italia nel 1950, Candia veniva ad Erba per incontrarlo e la sua vocazione
missionaria è maturata in questi incontri. Quindi, io ho conosciuto Candia,
prima che incontrasse Aristide e andasse in Amazzonia: era un brillante
giovanotto con la sua Cadillac, andava avanti e indietro, spendeva i suoi
soldi facendo anche del bene, ma con l'atteggiamento del padrone del vapore,
del benefattore, dell'uomo che sa di avere e di valere. Era il tipo del
"faccio tutto io". Non aveva niente del santo. Secondo me è stata
la grande rinunzia che Candia ha fatto negli incontri con Aristide, a cambiare
radicalmente la sua vita. Perchè tra l'essere buono e il diventare santo c'è
una bella differenza. Nella vita di Marcello, questa differenza glie l'ha
fatta fare Aristide, cioè il fascino umano e spirituale di Aristide che Dio
ha usato per convertire Marcello alla donazione totale.
Voglio rilevare anche l'umiltà di Aristide. Molte volte, in questi
anni, quando lei ha scritto la biografia di Candia "Marcello dei
Lebbrosi" e poi iniziato la sua Causa di Canonizzazione, ho parlato con
mons. Aristide di Candia, oppure ne parlavamo mentre lui era presente. Ebbene,
non l'ho mai sentito dire che lui aveva aperto a Candia la strada delle
missioni. Avrebbe potuto quasi vantarsi di essere stato il formatore di un
santo, ma non lo faceva. Per me anche l'umiltà era una grande virtù di
Aristide, pur nel quadro della sua personalità molto forte che era destinata
ad emergere. Aveva in mente solo la gloria di Dio, faceva tutto per il
Signore.
Dico la verità, che in questi anni ero un po' gelosa di Candia,
perchè tutti parlavano di Marcello, che ho conosciuto e stimo anche lui un
santo, ma insomma, tutti parlavano di lui e quasi mai di Aristide. Adesso sono
contenta che sta riemergendo anche mons. Pirovano, che per me e altri era un
santo anche per la sua capacità ed efficacia nel confessionale. Io la sentivo
fortemente, ma la sentivano anche altri, perchè il suo confessionale era
sempre frequentato. La mia esperienza era questa: la confessione con lui non
era una enumerazione dei peccati e basta, ma la confessione era un riconoscere
la propria debolezza e miseria e dar gloria al Signore. Era meravigliosa la
confessione con lui, anche penosa e dolorosa, perchè era doloroso dire le tue
mancanze all'uomo che conoscevi e ammiravi; ma lui ti faceva sentire la
contrizione, il pentimento per aver offeso Dio, per non essere come Dio ci
vuole.
Non era una confessione che appena finita giri l'angolo e tutto è
dimenticato. No, lui ti diceva parole tali di fede e di amore a Dio, che
rimanevi colpita e ci pensavi tutto il giorno. Andando a confessarsi da lui si
sentiva proprio che il prete rappresenta Cristo, sentivi il dolore di aver
offeso il Signore. Venivi fuori con le lacrime agli occhi. Io credo che questo
non avveniva per caso solo con Pirovano e non con altri sacerdoti pur bravi.
Lì era presente il Signore. Io penso che quel che dico io lo possono dire
tutti quelli che l’hanno conosciuto a Erba, soprattutto quelli che erano
lontani dalla fede, perchè io ero già credente e praticante, ma chi era
lontano ha sentito più di me l'influsso di Aristide.
Era un uomo di pace, impegnato per l'uomo. A Erba, alla fine della
guerra, quando tedeschi e fascisti si erano arroccati in difesa della loro
guarnigione e non volevano cedere le armi mentre stavano arrivando i
partigiani, c'era pericolo di sparatorie e ammazzamenti. Lui si è messo in
mezzo, nessun altro ma solo lui che era un giovane prete con meno di trent'anni:
con pericolo serio della vita, ha salvato la situazione impedendo una guerra
combattuta in paese. Quelli erano anni in cui l'uomo veniva fuori, quel che
valevi o non valevi veniva fuori, non potevi nascondere quel che eri, si
viveva in trasparenza, tutti vedevano e giudicavano. Credo che proprio in
quelle circostanze Aristide ha dimostrato quel che valeva, come uomo e come
prete.
Mi sono chiesta parecchie volte a cosa era dovuta la forte fede e la
grandissima personalità di Aristide. Naturalmente ai doni naturali che Dio
gli aveva dato e alla sua collaborazione con la grazia e lo Spirito Santo. Ma
secondo me ha contato molto anche la sua esperienza da giovane a Erba: ha
dovuto fare il capo famiglia a 17 anni, mentre era appena entrato nel
seminario del Pime a Treviso! La sua è stata una vita tormentata fin da
giovanissimo, doveva studiare e lasciarsi modellare per diventare prete e
missionario, e anche occuparsi della mamma, delle due sorelline e del
fratellino piccolo! La mamma era una donna del popolo, senza istruzione, ma
che aveva l’intelligenza della fede e del cuore. Una donna buona, una
santina anche lei. Aristide è cresciuto in un ambiente rigorosamente
cristiano, quegli ambienti un po' alla Manzoni dove tutto è santo nel nome
del Signore.
La mamma è stata una brava educatrice cristiana, infatti anche
le sorelle sono buone, ben educate. La ricordo come una donna cristianissima,
gelosa del figlio prete, nel senso che sentiva la responsabilità di essere la
mamma di un sacerdote, lo seguiva con la preghiera, l'affetto, l'attenzione,
la guida materna e Aristide la ricordava spesso e citava le raccomandazioni
che lei gli aveva impresso nel cuore. Molto attaccato alla sua famiglia, ma
prima di tutto fedele alla sua famiglia missionaria: quando ha finito di fare
il Superiore generale del Pime nel 1977 (aveva 62 anni), le sorelle volevano
trattenerlo a Erba anche perché non stavano bene, ma lui si sentiva chiamato
ad andare là in Amazzonia fra i lebbrosi.
L’ho seguito fino a quando è morto, naturalmente quando era in
Brasile non ci vedevamo, ma poi ritornava a Erba. Ha battezzato mio nipote,
amava molto i miei figli che aveva visto piccolini, gli raccomandavo sempre il
mio maggiore che è ammalato. Io prego Aristide tutti i giorni, ad Erba gode
di una a buona fama di santità, lo chieda a chiunque, ha lasciato un forte
segno di spiritualità, di umanità, toccava i cuori. Prego Aristide perchè
lo penso tanto vicino a Dio e so che può intercedere per noi.
Voglio ricordare un’ultima cosa di Aristide: era molto severo con se
stesso e indulgente con gli altri. La sua parola più comune era:
"Ragazzacci!". Aveva una fede che non conosceva dubbi. Nei tempi
difficili del post-Concilio, aveva un grande amore e una passione per Paolo
VI. Io sono amica della nipote di Paolo VI, è una Montini che ha sposato
Crosti e che assomiglia anche a Papa Montini. E io dicevo a questa nipote:
"Ma questo Papa, com'è silenzioso, introverso, poco
comunicativo...". Una volta che dicevo ad Aristide queste parole, mi ha
rimproverato: "Guarda che è un uomo di preghiera, di grande cultura e
sensibilità umana, dobbiamo volergli bene". Pur essendo così diverso da
lui, apprezzava molto ed era devoto di Paolo VI, del quale diceva spesso:
"E' un uomo di preghiera" e per lui questo era tutto.
[1] Uno di questi, raccontava, era di dare la caccia alle cimici e fare “delle stragi”. Poi pregava ad alta voce recitando il Rosario, cantando e, per combattere in qualche modo il gelo dell’inverno milanese senza riscaldamento e senza vetri alle finestre, faceva balli e salti indiavolati che stupivano i carcerieri, fin che gli crollavano le forze e dormiva.
[2] Il parroco di Cernobbio è liberato pochi mesi dopo, ma con la salute gravemente scossa e non sopravviverà a lungo.
[3] Mia intervista del 13 aprile 1998 ad Erba, già segnalata.
[4] La difterite è una malattia infettiva acuta e contagiosa che, localizzandosi per lo più nella faringe, provoca la morte per soffocamento. Oggi si cura con antibiotici e un siero antidifterico. Un tempo morivano molti bambini.
[5] Questa ricostruzione sintetica è ripresa dalle interviste concesse da Pirovano su questo periodo alla sig.na Raffaella Guzzeloni per la rivista Italia Missionaria (I.M.) e pubblicate in: Gheddo P., “Il vescovo del sorriso”, Pimedit 1997, Milano, pagg. 29 e seguenti; dalla conversione di Pirovano sulla sua vita in: “Quando diciamo speranza” di Autori vari, Ossona 1993, pagg.. 54-55; e dalla ricostruzione, con altre testimonianze locali di Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Il Vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 69-87.
[6] Rimando quindi ai due volumi segnalati, in due versioni quasi identiche ma con diversi fattu particolari ed espressioni.
[1] Come già detto nell’Introduzione, nei primi due capitoli traccio rapidamente la storia di Aristide Pirovano dalla nascita nel 1915 al 1965 quando è eletto superiore generale del Pime. Per gli anni precedenti alla sua partenza per il Brasile e l’Amazzonia (1948) leggere il volume di Mauro Colombo: “Aristide Pirovano, il vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 382. E per il suo periodo in Amazzonia (1948-1965), il volume di Piero Gheddo, “Missione Amazzonia, I 50 anni del Pime in Nord Brasile (1948-1998)”, EMI 1998, pagg. 482. Il presente volume è soprattutto dedicato a mons. Pirovano come superiore generale del Pime (1965-1977).
[2] In un’intervista a Raffaella Guzzeloni su “Italia Missionaria”. Vedi P. Gheddo e Raffaella Guzzeloni, “Il vescovo del sorriso, Dom Aristide Pirovano”, Pimedit 1997, alle pagine 11-58.
[3] L’ho intervistata a Erba il 13 aprile 1998. Carla era nata a Erba il 14 settembre 1922 e l’altra sorella Lina il 28 dicembre 1919: il fratello minore Cesarino, nato il 28 giugno 1928, è morto nell’ottobre 1945 dopo anni di sofferenze per un colpo di fucile sparato da un carabiniere in un assalto popolare ad un deposito di viveri..
[4]
Intervista citata del 13 aprile
[5] Nel 1993 il Centro culturale “Il Ritrovo” di Ossona (Milano) ha pubblicato una conversazione di mons. Pirovano intitolata “La chiamata”, sulla vocazione sacerdotale e missionaria, in cui il vescovo racconta la sua storia. Da questo opuscolo (64 pagine) ho tratto parecchie citazioni di Pirovano: “Quando diciamo speranza”, a cura di Sergio Garavaglia, Centro culturale “Il Ritrovo”, Ossona 1993
[6] Nell’opuscolo di Ossona citato “Quando diciamo speranza”, pagg.. 47- 49.
[7] Si veda la sua testimonianza ad Ossona, già citata, nell’opuscolo “Quando diciamo speranza” alle pagine 47-63.
[8] Cesarino muore a quindici anni nel 1943.
[9] Aristide si impegnava negli studi anche durante l’estate ed era riuscito a fare due volte due anni in uno durante il ginnasio.
[10] Lettera riportata da Mauro Colombo nel volume “Aristide Pirovano – Il vescovo dei due mondi”, EMI 1999, pagg. 223-224.