PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

X
LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

“Adesso lavoriamo!
Lavoriamo insieme! Lavoriamo per le missioni!”
1. Adesso lavoriamo!
2. Lavoriamo insieme
3. Lavoriamo per le missioni
“Sveglierò i dormienti!”
“In missione andate per portare Cristo e non voi stessi!”
“La mia linea è quella di stare sempre col Papa”
“La potenza delle tenebre si trasforma in angelo di luce”
“Nella Chiesa si sta infiltrando un acido spirito di critica”

“Solo il Papa è il Maestro infallibile”
“Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre”
Conoscere e imitare i nostri santi missionari
1.  Emorragie di sacerdoti
2. – Le nostre Beatificazioni
3. – Abbiamo bisogno di modelli

(Appendice)   Associazione “Amici di Mons. Pirovano”

      CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

     Tutti noi del Pime sapevamo che mons. Pirovano parlava volentieri e bene, ma quando doveva scrivere, diceva lui stesso, era il suo “tormento”. Scrivere gli costava fatica, ne avrebbe volentieri fatto a meno. Eppure le sue lettere e discorsi ufficiali all’Istituto sono di notevole forza espressiva, richiamano alla mente il beato padre Paolo Manna, suo predecessore come superiore generale del Pime (1924-1934), che lui citava spesso. E’ da notare, nelle lettere del Superiore, la concretezza del linguaggio e delle proposte, il coraggio di”svegliare i dormienti”,come dice lui stesso: voleva coinvolgere tutti nella vita dell’Istituto e anche nella guida, infatti insiste sulla consultazione, il dialogo, il “decidere assieme”, anche se poi la decisione finale spetta naturalmente al superiore.

    In questo capitolo ho tentato di estrarre dai suoi interventi alcune lettere e discorsi (o parti di questi) ai missionari del Pime (pubblicati su “Il Vincolo”), che mi sembrano i più significativi per capire il personaggio, le sue convinzioni, preoccupazioni e orientamenti come superiore dell’Istituto. I  testi da citare, in dodici anni di superiore generale, sarebbero  molti di più, ma ho dovuto stare nei limiti di spazio imposti da questa sua biografia.

         “Adesso lavoriamo! Lavoriamo insiene! Lavoriamo per le missioni!”

    La prima lettera di mons. Pirovano all’Istituto, del 14 settembre 1965, può essere considerata quasi il suo programma di governo e rivela la carica operative con cui ha iniziato il suo servizio di superiore generale. In questo testo dopo aver detto che si sta vivendo un tempo nuovo per  le missioni e sta iniziando un “moto di rinnovamento” della Chiesa, mons. Pirovano afferma che anche il necessario rinnovamento dell’Istituto è già incominciato, ma “non vogliamo affatto rompere col nostro passato”. E continua( [1] ):

     Lo sforzo che stiamo compiendo per adeguarci alle nuove situazioni che maturano ci sta felicemente rivelando che l'ispirazione che animò i nostri primi Padri e la formula da essi trovata sono ancora validissime; e che d'altra parte l'Istituto, com'è oggi, non ha molto da cambiare per corrispondere all'una e all'altra. Vorrei che tutti rimeditaste attentamente la "Proposta" del 1851. Coloro che la stesero, se vedessero l'Istituto come oggi si struttura, non dovrebbero far molta fatica, io credo, per riconoscervi quello che era, almeno come un seme, nelle loro intenzioni.  Miei cari confratelli: per tornare alle origini noi non abbiamo bisogno di mettere in liquidazione il nostro Istituto; non abbiamo bisogno di allentare la fondamentale unità (di organizzazione, di sentimenti, di interessi, di azione, di vita) che esso possiede. L'efficacia della nostra azione missionaria dipende da questa unità. Io penso al capitale che i nostri missionari, quelli le cui spoglie riposano alla Grugana o nei cimiteri di missione e quelli che ancora faticano dispersi per il mondo, hanno messo insieme: un capitale di meriti, non solo, ma di esperienze, di cognizioni, di luoghi e popoli, di simpatie, di affinità, di metodi collaudati, di facilità....: una ricchezza che non si sarebbe potuta creare con iniziative individuali, con gemellaggi o simili; una ricchezza che niente può sostituire... e ora è affidata a noi: non perché la mettiamo in liquidazione, ma perché la facciamo fruttare.

         Se penso ora a tracciarmi un programma di governo, in linea con gli orientamenti espressi dal Capitolo, mi pare che potrei fissarne i punti come segue:

1. Adesso lavoriamo!

         Ce l'ha raccomandato anche S. S. Paolo VI nell'udienza del mercoledì santo: "Adesso lavorate". Quel che dicevo in capitolo: "Sveglierò i dormienti!" voleva significare questo, che mi piange il cuore quando vedo energie, buona volontà e capacità inutilizzate. Non ne devono restare nell'Istituto. Ognuno deve avere la soddisfazione di sentirsi utile e apprezzato come tale: dai nostri anziani, radunati nella casa di Rancio o ancora sui campi di missione, che noi seguiamo con filiale venerazione, ai nostri alunni, i missionari come confratelli che lavorano in patria o nelle Regioni. Bisogna che troviamo il modo di far fruttare al massimo questi talenti. Non ne dobbiamo tenere alcuno sotto terra.

2. Lavoriamo insieme

         Il Capitolo ha stabilito che il Superiore Generale nel suo governo utilizzi più di quanto si sia fatto finora l'opera dei suoi Assistenti, i Superiori Regionali e locali e quella dei loro Consiglieri. Alla Direzione Generale ha voluto si affianchino le Commissioni Generali permanenti; ha raccomandato che il Superiore Generale consulti tutti i membri per certe decisioni di grave e generale importanza, che per la nomina dei Superiori Maggiori domandi il parere dei sudditi, che si incontri più spesso con gli altri Superiori, intensifichi le visite. I Regionali dovranno radunare i loro sudditi, i Rettori tutti i loro confratelli... Ho accolto con grande soddisfazione questo orientamento e mi atterrò ad esso il più largamente possibile, per quanto mi riguarda. Ma desidero che tutti questi organi e forme di consultazione (Consigli, Commissioni, assemblee, convegni, referendum, ecc.) funzionino davvero a tutti i livelli. Bisogna che ci abituiamo a discorrere insieme sulle cose di comune interesse. Tanti malintesi, prevenzioni, diffidenze si smontano a questo modo, e le divergenze di vedute potranno anche rimanere, dopo una discussione franca, ma non ci divideranno più.

         Naturalmente si deve fare ciò perché persuasi che anche dalla base si possono avere indicazioni preziose. Occorrerà dunque fare il possibile perché anche la base, e soprattutto i consiglieri a ogni grado siano informati. Il Capitolo ha dato indicazioni anche su questo punto e ha cercato di dare un esempio, coi suoi comunicati stampa. In alcuni casi il riserbo è un dovere, ex justitia et caritate; ma lo si mantenga soltanto in quei casi, se non ci si vuole isolare più del necessario. Voglio per parte mia, in conformità dell'Art. 89 delle Costituzioni, che i miei assistenti siano informati quanto me sugli affari per i quali devono dare il loro voto e sull'andamento generale dell'Istituto. I Superiori maggiori e locali si regoleranno allo stesso modo coi loro consiglieri.

         Prima ancora però che in queste forme di consultazione ufficiale, bisogna che l'uso del dialogo si instauri nei rapporti personali fra Superiori e sudditi. Noi Superiori dobbiamo saper ascoltare; non ci sono argomenti "tabù" quando si parla con noi: anche dagli sfoghi meno giustificabili potremo imparare: almeno come chi ci parla vede le cose. Chi sta sotto abbia la lealtà di far sapere anzitutto ai Superiori i rilievi che crede di dover fare. E noi, a nostra volta, bisogna che ci facciamo coraggio e facciamo direttamente agli interessati le osservazioni che ci sembrano necessarie; soprattutto prima di prendere provvedimenti. Omnia in caritate fiant. Ma non è appunto la carità cristiana che ci domanda di usare verso tutti questo rispetto e questa franchezza?

         Ai Superiori, naturalmente, toccherà la responsabilità finale di decidere e di emanare regole o disposizioni. Ma io spero che tutti, dopo aver avuto la possibilità di esporre le proprie vedute e ragioni e di ascoltare quelle dei Superiori, non si limiteranno a dare un'obbedienza di esecuzione: quella che ci occorre è una collaborazione cordiale, intelligente, di gente che desidera sul serio che l'impresa comune riesca. E inoltre ognuno, anche se nell'ufficio che gli è toccato gli vien concessa una certa autonomia, non agirà secondo le sue tendenze personali, ma applicando le direttive comuni; accetterà i doverosi controlli; terrà informato costantemente chi sta sopra di lui. Il feudalismo non ha ragione di essere, fra di noi.

         E' in questo spirito, credo, che i Capitolari hanno voluto introdurre nell'ordinamento delle nostre circoscrizioni territoriali quelle modifiche che Propaganda Fide ha definito di struttura (Cfr. Atti n. 68-72). Si è inteso "potenziare la fondamentale unità dell'Istituto" in modo che in esso, come in un organismo vivo, tutte le energie possono venire indirizzate alle sue finalità con la prontezza e la elasticità necessarie. Vogliamo essere davvero un solo Istituto, una squadra ben affiatata a servizio delle Missioni. “Acies ordinata ad opus Evangelii"?

3. Lavoriamo per le missioni

         Esistiamo per questo e saremmo contenti di riuscire a farlo intendere anche a coloro che, nel mondo cattolico, sinceramente intenzionati a collaborare all'opus missionale sembrano tuttavia dimenticare che, in fin dei conti, noi abbiamo per questo ricevuto una missione canonica dalla Chiesa e possediamo una certa esperienza in materia. Leggendo gli Atti del Capitolo constaterete come i Capitolari abbiano avuto a cuore di salvaguardare questo orientamento essenziale del nostro Istituto. Le Missioni rimarranno il nostro unico fondamentale interesse e useremo tutti i mezzi perchè anche quelli di noi che sono costretti a viverne lontani conservino questo spirito.

         Le nostre antiche Missioni, anzitutto, "il nostro mondo missionario tradizionale", come dicevo a S.E. il Cardinale Prefetto di Propaganda durante il capitolo. Il capitale che abbiamo ereditato, di cui ho parlato sopra, ci lega specialmente a quei campi di lavoro, sui quali è stato sparso anche il sangue dei Nostri. Agli Ecc.mi Vescovi e ai Missionari delle nostre Missioni d'Oriente lo vogliamo ripetere: "Non vi abbandoneremo - come dice qualche pessimista - al vostro destino". Dio desidera che anche l'India, il Pakistan, la Birmania , la Cina , il Giappone diventino cristiani (quasi ci si meraviglia che ci sia uscito dalle labbra un simile proposito, tanto l'impresa sembra enorme; ma lo si può mettere in discussione?). Il suo Vicario in terra ci ha affidato l'evangelizzazione di quei popoli: siamo debitori ad essi. Avete visto le destinazioni di quest'anno. Abbiamo esplorato anche altre possibilità di mandare aiuti di personale e mezzi anche a quei missionari che tengono il campo nonostante tutte le incertezze e minacce ( [2] ).

      Ma ci dobbiamo impegnare tutti: nelle Regioni, a preparare personale che abbia maggiori probabilità di entrare in quelle nazioni; sul posto, a ottenere permessi. Se occorre muoversi di più, muoviamoci: mobilitiamo preghiere, amicizie influenze; picchiamo senza stancarci e con umiltà a tutte le porte. Pulsanti aperietur (a chi picchia sarà aperto). Ricordiamo la parabola dell'amico importuno?

         Il Capitolo ha approvato anche diverse disposizioni intese a far si che l'Istituto sia presente in tutte le nostre Missioni. Si vuole ad esempio che i Superiori Regionali di missione agiscano secondo le competenze già loro attribuite dalle nostre Costituzioni; che ogni Regione missionaria abbia la sua casa regionale; che i nostri missionari abbiano, nella Diocesi in cui lavorano, qualche luogo dove potersi sentire anche per il futuro, quando sarà subentrata la Gerarchia locale, come in casa propria. Propaganda Fide più di una volta ci ha incoraggiati in questo senso. Fa un po' meraviglia che qualcuno dei nostri tema che con ciò noi verremmo meno al nostro tradizionale disinteresse, quasi che ciò fosse un piantar l'Istituto invece che la Chiesa.

         Comunque li posso rassicurare: fare del PIME una "Ditta" conosciuta e potente da potere andare fieri di portarne il nome, o una casa grande e accogliente con la garanzia che abitarci si guadagna il Paradiso; certo che possiamo anche noi esser tentati di limitare a questi orizzonti il nostro amore per l'Istituto. Ne nos inducat in tentationem! Ma stiamo in guardia anche contro l'errore di scordare che a questa Famiglia dobbiamo di essere diventati sacerdoti e missionari, di aver trovato un campo di lavoro meno incerto e di potervi lavorare con maggior dedizione proprio perchè essa ci continua la sua assistenza e ci libera dalle preoccupazioni del domani.

         Del resto già i nostri Fondatori scrivevano, nella "Proposta", che il Seminario Lombardo per le Missioni Estere avrebbe dovuto assicurare ai suoi alunni di entrare nelle Missioni ed operarvi "con la fiducia e le forze non di un individuo, ma di un Istituto".                                      

         Vedete l'interesse che il Capitolo ha posto ai  problemi di reclutamento e della formazione: si tratta di preparare i continuatori del nostro lavoro nelle Missioni. Forse è bene che facciamo attenzione a che non si diluisca anche nella nostra mente, col vento che tira, il concetto di vocazione missionaria. La Chiesa ha bisogno ancora di uomini che si dedicano all'opus missionale senza limitazioni, tagliandosi i ponti alle spalle, per tutte la vita. Noi ci teniamo ad essere così: sappiamo che ne vale la spesa, ed è perciò che i nostri giorni di più intensa soddisfazione  sono quando vediamo che un altro, uno di questi giovani generosi che il Signore non cessa di inviarci, si mette per la strada che abbiamo preso.

         Trovo nelle Costituzioni (art. 58) che è "speciale incombenza" del Superiore Generale "la cura dell’educazione, formazione e conveniente preparazione missionaria dei giovani". E' evidente che ho bisogno di tutti voi già per studiare le direttive da dare in questa materia. Per ora voglio soltanto sottolineare questi punti:  

         a) preoccupiamoci della qualità, più che del numero: questo lo dobbiamo tener presente nel fare i piani per lo sviluppo dei seminari, negli indirizzi da dare al reclutamento, nelle direttive per gli educatori. 

         b) un aggiornamento è necessario nell’educazione dei nostri alunni: un aggiornamento di fondo, non soltanto di qualche dettaglio di superficie. E' la Chiesa che lo vuole. Senza avventure, senza cedere di un dito sulle esigenze sostanziali della vocazione nostra, ma con coraggio. La parola del Signore "Si quis vult venire post me..." resta valida, ma possono cambiare i modi in cui la dedizione e il distacco apostolico si esprimono;  

         c) diamo più interesse alla categoria dei nostri Fratelli Cooperatori. Forse parecchi fra noi hanno ancora da scoprire quale ricchezza di virtù evangeliche e quali energie di bene l'Istituto abbia a sua disposizione nei Fratelli. Studieremo insieme le maniere per utilizzarli meglio, per aumentarne il numero e migliorare sempre la loro preparazione.  

     Di un'altra mia preoccupazione vorrei farvi partecipi: le necessità economiche dell'Istituto. Non per mettervi in ansia: non c'è ragione . In una famiglia però gli interessi sono comuni. Ad altra occasione un discorso dettagliato su questo argomento. Per ora, dal momento che probabilmente molti di voi si pongono già delle questioni su questa materia, vi voglio dire: un po' dappertutto l'Istituto si è impegnato in un programma di rinnovamento delle case, di sviluppo di iniziative, che richiede grossi capitali (qualcuno dirà che si sono presi troppi impegni, nel medesimo tempo). Non minacciamo fallimento! Ma si sono dovuti contrarre mutui per somme molto ingenti e prevediamo di dover fermare qualche costruzione in corso (per esempio Treviso e Firenze) in attesa che tempi migliori ci permettano di realizzare i fondi necessari. Resta poi aperto il problema della casa di Roma, e proprio perchè la Direzione Generale non ha possibilità diverse da quella della vendita della sede attuale. In parecchie case le entrate ordinarie non coprono le uscite.

         La Provvidenza - ci ho fatto l’esperienza - non lascia mancare i mezzi per le opere necessarie. Non ho timore. Ma noi dobbiamo metterci la nostra parte. Non mi pare giusto che qualcuno si comporti come se pensasse che l'interessarsi di queste cose sia meno perfetto, meno degno della nostra vocazione. Nella educazione dei nostri giovani, non dimentichiamo che per ogni uomo il doversi guadagnare di che vivere è una grande scuola. Qualcuno fra di noi dovrebbe proporsi di usare per procurare all'Istituto mezzi di sussistenza almeno la medesima industriosità che usa per procurarsi fondi da impiegare in cose di sua personale iniziativa. Vorrei che tutti fossimo scrupolosi nello spendere i soldi che ci sono affidati per le Missioni e per l'Istituto o comunque in vista della nostra qualità di sacerdoti e missionari; che tutti ci tenessimo in grado di poter documentare a chi di dovere in ogni momento ogni entrata ed uscita, senza distinzione.

    A volte noi, pensando alla povertà apostolica, dimentichiamo queste che dello spirito di povertà sono le forme più elementari e semplici, ma fondamentali e più proporzionate alla nostra situazione.

 

         Vostro Affezionatissimo in Cristo

                                     + Aristide Pirovano

                                      Superiore Generale

 

 

                                      “Sveglierò i dormienti!”  

    Pirovano è diventato superiore del Pime dopo l’esperienza gratificante della comunita di missionari a Macapà, molto unita anche perché nata fra giovani preti e fratelli che vivevano in situazioni di pura sopravvivenza fisica: questo facilitava l’unità e la reciprova fiducia, Come superiore si propone di creare nell’Istituto e nelle missioni comunità altrettanto unite e impegnate con lo stesso spirito nel lavoro missionario. Ecco perché cerca di “svegliare i dormienti” nelle case del Pime in Italia, “e non solo”, scrive lui stesso ( [3] ):  

     Mi pare di aver notato nelle nostre case in Italia, e altrove, un certo assenteismo, una certa indifferenza da parte di molti che pure fanno parte di queste comunità. Numericamente sono presenti, ma non partecipano ai problemi attivamente se non per... criticare; non sentono e non vivono le necessità delle case e per l'Istituto; non si sforzano, non si sentono "corresponsabili".

         Faccio un quadro; la propaganda, la realizzazione delle giornate missionarie, la ricerca di vocazioni, di mezzi e di benefattori. Normalmente si lasciano queste cose al protagonista o al rettore o all'economo. Niente di più sbagliato. Se è vero che ogni settore deve avere un capo responsabile, è pur vero che in una famiglia bennata ogni membro porta il suo contributo attivo e ogni membro partecipa vivamente alle gioie e ai dolori, contribuisce alle necessità e si impegna al progresso e al benessere generale

         Questo spirito di iniziativa, di collaborazione, di sforzo e di "corresponsabilità", manca purtroppo, abbastanza gravemente nella nostra società. Se l'Istituto ha marcato un po' il passo in questi ultimi tempi, credo che la colpa sia un po' di tutti noi. L'Istituto siamo noi; cioè la somma di tutti noi. Se gli addendi sono negativi, la somma non può essere che negativa.

         Vorrei quindi che nelle nostre comunità fosse abolito ogni "scompartimento stagno" e pur rimanendo intatta la giurisdizione giuridica - anzi rispettata, obbedita e riverita sempre più e sempre meglio la legittima autorità che sappiamo, almeno noi, venire da Dio - si iniziasse un sistema di vita più comunitario, più attivo e dinamico. I rettori e i responsabili di ogni settore, lasciando da parte il rispetto umano e quel senso di fiducia con cui alle volte siamo tentati di giustificare la nostra timidezza e complesso di inferiorità di fronte a certi confratelli e a certi problemi, cerchino con ogni sforzo di vitalizzare le proprie comunità, di interessare tutti ai problemi comuni e di ottenere da tutti un rendimento migliore.

         In particolare chiedo ai rettori delle nostre comunità che facciano un esame accurato degli impegni normali di ministero perché si dia la netta preferenza alle giornate missionarie, alla diffusione di conoscenza dell' Istituto, alla ricerca di vocazioni e di mezzi per l'Istituto e per le missioni. Ogni missionario, anche se occupato nelle nostre case, dovrebbe sempre essere un "impegnato", un "patito" dell'idea missionaria e non considerarsi mai un pensionato o uno statico.

                   “In missione andate per portare Cristo e non voi stessi!”  

    Nel discorso ai partenti per le missioni del 10 settembre 1966, mons. Pirovano richiama fortemente il senso autentico della missione alle genti, in un tempo in cui le grandi novità nel mondo e nella Chiesa orientavano gli studi e i dibattiti sui molti aspetti nuovi della missione, sui metodi e gli strumenti, rischiando però  di far dimenticare l’essenziale. Il Superiore diceva fra l’altro ( [4] ):

     Questa è una cerimonia semplice, senza pubblicità, senza inviti, una cerimonia di cui forse i giornali non parleranno neppure. Una cerimonia, oggi, grazie al Signore, svestita di quella drammaticità che aveva una volta. Eppure rappresenta un elemento tanto vitale nella Chiesa! Guardando a voi, carissimi giovani, che siete pronti a partire per un mondo nuovo ed ignoto, guardando a voi che state per offrire con me, sull’altare, il meglio della vostra vita per unirvi e conformarvi a Cristo, io mi sento di dirvi: siate benedetti! Perché in voi la Chiesa e l’Istituto esprimono nel modo migliore la loro vitalità ed una sempre rinnovata giovinezza. Con la vostra offerta personale a Cristo e alla Chiesa, voi testimoniate  la validità e la perenne verità del Vangelo, cioè  della Buona Novella, che egli ha voluto affidare a noi poveri e fragili esseri umani, perché raggiunga tutti i popoli fino ai confini del mondo….

     Per questo, presiedendo oggi a questa celebrazione come superiore generale dell’Istituto, io sento tutta la responsabilità di inviarvi in nome della Chiesa intera, e sento  il bisogno di parlarvi con tutta franchezza e sincerità di quello che la Chiesa e l’Istituto si aspettano da voi. Voi sapete bene: l’Istituto delle Missioni Estere di Milano non è costituito dalle sue case e dai suoi seminari e neanche dalle tante opere anche assai valide che sono state realizzate finora e che potrete realizzare voi stessi nelle missioni. L’Istituto è nei suoi uomini, in questa famiglia di uomini apostolici che hanno accolto l’invito di Cristo: “Vieni e seguimi”; e che prendono come scopo e ragione della propria vita l’esecuzione del comando suo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a tutte le creature”. L’Istituto quindi siamo noi, ciascuno di voi, siete anzitutto voi, che ora partite per eseguire questo comando.

     Il padre Paolo Manna scriveva, quando era superiore generale: “Che cos’è questo nostro Istituto di Missioni? Il nostro Istituto è una società di uomini animati dal più vivo spirito apostolico, che hanno generosamente ed effettivamente rinunziato a tutti i legami della carne e del sangue, a tutti i conforti e comodi della vita, a tutte le speranza di umani vantaggi e avanzamenti, che abbandonano per sempre la loro patria, i loro cari, i loro amici per seguire la loro divina vocazione di apostoli di Gesù Cristo”.

     Io vorrei ripetervi questo: che in missione andate per predicare Cristo crocifisso e risorto: Cristo e non voi stessi. E vorrei dirvi che questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne in mezzo a tutte le difficoltà. Nonostante la problematica, di cui tanti oggi sembrano farsi un alibi, abbiate fiducia: se andate a portare Cristo, la vostra missione sarà divina. Ma bisogna portare Cristo e non noi stessi e neppure il nostro modo di vivere, di pensare ed agire. E’ bello quell’episodio evangelico dell’Apostolo Filippo che dice a Gesù: “Maestro, facci vedere il Padre! E Gesù risponde: “Filippo, chi vede me, vede il Padre”.

     Miei cari giovani missionari, voi dovete andare a portare il Cristo con la vostra carità, col vostro spirito di sacrificio, con la vostra pazienza, con la vostra umiltà, proprio come San Paolo diceva nella sua epistola che abbiamo letto oggi: anche quando siamo schiaffeggiati, umiliati, saper perdonare sorridendo. Anche quando crocifissi saper abbracciare il nostro avversario perdonandolo e abbracciandolo come un fratello. Insomma, miei cari, non andate a portare la nostra cività, ma andate a portare il Vangelo ed io vorrei che i pagani e i nostri cristiani chiedendo a voi: “Facci vedere Gesù!”, ciascuno di noi possa rispondere: “Chi vede me e la mia vita, vede Gesù”.

 

              “La famiglia è corresponsabile anche in campo economico”  

     Nel suo primo periodo di superiore generale (1965-1971), mons. Pirovano deve affrontare la situazione economica della direzione generale del Pime, che, non avendo redditi propri, gli risulta quasi fallimentare (gli faceva “cascare le braccia”). La piccola  casa in centro a Roma, ereditata dal passato, era del tutto insufficiente ad ospitare la direzione generale , i padri e fratelli reduci e di passaggio a Roma, gli studenti nelle università romane; nelle missioni si dovevano costruire le “case regionali del Pime” (le diocesi fondate dall’Istituto passavano a vescovi locali); in Italia, Stati Uniti e in Brasile erano necessari nuovi seminari e case di riposo per anziani e reduci, ecc. L’espressione forte con cui Pirovano apre questa lettera scritta ai confratelli da Hong Kong il 15 gennaio 1967,  esprime tutta l’amarezza di un vescovo che pure aveva grandi qualità in campo economico-finanziario-manageriale, dimostrate fondando una diocesi in Amazzonia partendo da zero. La lettere dimostra pure l’amore di Pirovano aella povertà, del risparmio, del’accontentarsi di poco per poter dotare l’Istituto e le missioni del necessario al loro sviluppo, per l’evangelizzazione di quella parte di ’umanità a noi affidata. In questa lettera, scritta un anno e mezzo dopo la sua elezione a superiore generale, si legge tra l’altro ( [5] ):

      Permettetemi di dirvi che mi sento un po’ cascare le braccia. Il nostro Istituto, pur ricco di gloria e di meriti, forse più di altri, dato che non ha mai pensato a se stesso ma si è sempre e totalmente identificato con la Chiesa che stava impiantando, oggi si trova con un numero troppo limitato di vocazioni e con zero disponibilità materiali con cui sostenere le opere ed i distretti che i vescovi autoctoni ci invitano ad aprire nei loro territori. Il panorama missionario mondiale è in via di trasformazione. In molte nazioni è ormai installata la Gerarchia locale e fra non molto lo sarà dappertutto. Ma il compito missionario delle Congregazioni e degli Istituti come il nostro non è affatto finito, anzi! Agli Istituti oggi i vescovi richiedono più uomini, più specializzazioni, più mezzi di sussistenza propri.

      Mentre prima, identificandoci con le Chiese a noi affidate, si poteva contare almeno sul campo del lavoro sul modesto aiuto di Propaganda Fide, oggi ci si chiede di essere autonomi nella nostra attività missionaria e di contare praticamente solo sulle nostre forze e sulla nostra organizzazione. Vedete quindi, cari confratelli, che mole di problemi ci si pone davanti e quali difficoltà minacciano di menomare la dinamicità della nostra famiglia missionaria. Non venitemi a dire che sono problemi della Direzione generale ; miei, cari, sono problemi di tutti noi e che ci toccano tutti da vicino. Vogliamo o no essere una famiglia? A me sembra che la prima cosa da fare è di “sensibilizzarci” tutti ai problemi dell’Istituto, che sono anzitutto problemi di uomini e di mezzi……

     Fiducia nella Provvidenza non manca, ma questa fiducia nell’aiuto del “Padre nostro che è nei Cieli e che conosce le nostre necessità” non toglie il dovere che ciascuno faccia la sua parte. Aiutati che il Ciel ti aiuta! Mi viene alla mente la mia cara vecchietta, quando assieme si passavano in rassegna i molti e grossi debiti e impegni della nostra famiglia. Quale era allora la reazione immediata e naturale? Preghiera più fiduciosa e viva, più suppliche al Signore, ma anche misure più energiche e personali di ciascuno della famiglia. Cioè più ore di lavoro extra, spingendosi avanti fin nel cuore della notte; abolizione di qualsiasi spesa superflua; controllo e restrizione anche di quello che era necessario, ma che poteva magari essere dilazionato: vestiti, ecc.

     Miei cari, se la nostra vuol essere una vera famiglia e non solo a parole, è qui che lo vedremo: nello sforzo di ciascuno per fare qualche cosa in più per la causa comune. Più lavoro produttivo, più economia nella vita privata e comunitaria; più coscienza e responsabilità; maggior senso comunitario nel maneggio dei soldi che la Provvidenza fa pervenire nelle mani di ciascuno, ricordando specialmente che, se i buoni fedeli ci fanno delle offerte, non lo fanno per la nostra bella faccia, ma per l’ideale che rappresentiamo. Anche i nostri chierici siano avviati al più presto possibile a questo senso di responsabilità perché forse si parla troppo poco ai chierici del problema economico e di quanto costa il pane che si mangia e di quanto siamo debitori e responsabili davanti alla Provvidenza e al benefattori. Anche il nostro settore di stampa e propaganda, pur già lodevole per tante attività, deve cercare di sensibilizzarsi di più ai problemi di sviluppo dell’Istituto, che così potrà meglio servire la Chiesa. Ho già avuto occasione di parlare di ciò ai responsabili, ma qui mi sia permesso di rinnovare il mio accorato appello.

     Come cacio sui maccheroni, mi è giunta una voce secondo cui si chiederebbe di aumentare lo “stipendio” ai nostri membri. Intendiamoci, miei cari; non voglio dire che il cosiddetto stipendio sia lauto e neppur sufficiente, dato il continuo aumento del costo della vita. Voglio solo ricordare quello che si fa nelle famiglie, come ho già detto sopra. Prima di chiedere aiuti fuori casa, stringono la cinghia quelli di casa. Almeno si faceva così una volta e così mi ha insegnato mia mamma.

 

                 “Voi giovani missionari siete la speranza dell’Istituto”

    Nella sua prima visita alle missioni affidate al Pime come Superiore generale, mons. Pirovano aveva constatato non pochi casi in cui i giovani missionari facevano difficoltà ad inserirsi fra i missionari più anziani: non per motivi di età, ma per la diversa formazione ricevuta, le diverse mentalità ed esperienza. Il 1 settembre 1967, nel discorso ai partenti per le missioni ( [6] ), fra i vari argomenti toccati, tratta anche di questo tema:

     Le differenze fra le condizioni in cui si svolgeva l‘opera missionaria anche solo dieci-vent’anni fa ed oggi, sono notevoli ed è superfluo ricordarle: tutti ormai le avvertono con chiarezza e tutti si rendono conto dell’estrema urgenza di dare all’attività dei missionari indirizzi nuovi che rispondano alle necessità dei tempi, alle mutate condizioni locali e allo spirito di una Chiesa rinnovata dal Concilio. Per questo voi, giovani missionari siete la speranza della Chiesa, delle missioni e dell’Istituto che vi manda; la speranza delle diocesi missionarie in cui andrete ad esercitare il vostro apostolato e dei vostri confratelli che vi attendono sul posto; questi confratelli che si aspettano da voi idee e metodi nuovi, uno spirito nuovo, per mettersi anch’essi al passo con la Chiesa del Concilio. Ripeto: siate coscienti di questo ruolo che siete chiamati ad assumere, nella vita di diocesi che già contano una lunga storia, ma che debbono guardare al futuro.

     Voi, cari partenti, rappresentate il futuro della Chiesa missionaria, ma oggi come oggi voi siete solo una speranza non ancora realizzata, siete una forza, una potenza di bene che ancora non ha potuto tradursi in realtà. E voi sapete bene che proprio nel passaggio dalla potenza all’atto, molte speranze si rivelano poi illusorie, fallaci, non reali e non realizzabili. Ecco quindi il grande interrogativo: come potete voi, animati da uno spirito nuovo e da tanta buona volontà, realizzare voi stessi ed i vostri progetti di apostolato, in concreto, al contatto con la dura ed a volte scoraggiante realtà. …. Quante volte, purtroppo, capita di vedere missionari giovani e non più giovani frustrati, abbattuti, scoraggiati perché non hanno saputo realizzare quanto avevano progettato con tanta passione….

    Permettete a questo vostro Superiore generale, che ha appena terminato la visita delle nostre missioni e che ha conosciuto situazioni e difficoltà concrete e reali, di darvi alcuni suggerimenti, affinchè le meravigliose potenzialità che portate in voi non vadano disperse.  

    Sappiate inserirvi con umiltà nel solco tracciato dai nostri anziani. Il giovane missionario arriva in una missione del tutto nuova per lui e dopo quindici, venti giorni incomincia a dire che questo non va, che quello dovrebbe andar meglio, che quell’altro sistema d’apostolato non è più adatto e via dicendo. Passano sei mesi e il giovane missionario, che incomincia a cavarsela con la lingua, crede già di poter fare tutto da solo e di non aver più bisogno di consigli altrui e di guide. Vuol incominciare subito a fare del nuovo, prima di aver imparato a capire il vecchio, pensa di poter varare nuovi progetti e metodi, prima di aver studiato seriamente e con umiltà quello che già prima di lui è stato fatto.

    Credetemi, miei cari confratelli partenti, se c’è un sistema che può rovinare in partenza un giovane, anche animato dalla miglior preparazione e buona volontà, è questo. E non perché le idee e i metodi del giovane siano errati: affatto! Probabilmente sono giusti! Ma solo perché il nuovo missionario ha voluto partire da zero, senza tener conto dei precedenti, senza studiare bene le condizioni locali, senza avvertire anche la suscettibilità, in parte giusta, di chi l’ha preceduto nello stesso campo di lavoro apostolico.

    E allora? E’ semplice: sappiate inserirvi anzitutto sulla linea che hanno tracciato sul posto coloro che vi hanno preceduti, abbiate l’umiltà di attendere la vostra ora, di costruirla giorno per giorno con costanza, imparando quello che c’è da imparare, senza pretendere di avere già, dopo pochi mesi o qualche anno, una conoscenza adeguata del posto, che vi permetta di camminare da soli. Sappiate che i missionari che vi hanno preceduti, anche se rappresentano un’epoca pre-conciliare, non erano e non sono per nulla degli sprovveduti: se hanno preso certe iniziative, se hanno seguito certe vie e certi metodi, i loro buoni motivi dovranno pur averli avuti! Bene, cari amici, la vostra prima preoccupazione, oltre allo studio di lingua e costumi, è di capire il perché di quelle certe iniziative e di quei certi metodi: cioè di osservare con umiltà ed anche amore, e per il momento senza spirito critico, il lavoro che è stato fatto prima di voi. Andate insomma alla scuola degli anziani, se volete penetrare a fondo nella storia della vostra missione, se volete conoscere in modo non superficiale la trama dei tentativi fatti, delle iniziative intraprese, dei fallimento registrati.

    Poi verrà anche la vostra ora, poi potrete tirar fuori il nuovo di cui siete portatori, dopo aver imparato il vecchio. Non prima: rischiereste du bruciarvi le ali inutilmente. Papa Giovanni XXIII nell’Enciclica “Pacem in Terris” ha un’espressione che fa al caso nostro: “Non si dimentichi – scrive il Papa – che la gradualità è la legge della vita  in tutte le sue espressioni, per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce ad innovare per il meglio che agendo dal di dentro di esse, gradualmente. Non nella rivoluzione, ma in una evoluzione graduale sta la salvezza e la giustizia”.

    Anche nella Chiesa e nella vita missionaria non si combina nulla di buono con la rivoluzione, rompendo violentemente con il passato, mettendosi in urto con coloro che ci hanno preceduti. Tutti i giovani missionari debbono portare nuova vitalità, nuovo spirito, nuove idee, nuovi metodi alle loro missioni. Ma attenti: con umiltà, con pazienza, con costanza, non con i gesti di rottura e di protesta oggi tanto di moda. Se Einstein diceva che “il genio è una grande pazienza”, noi possiamo dire che questa “lunga pazienza” è indispensabile al giovane missionario per realizzare se stesso e le sue potenzialità di bene.  

    Il discorso di mons. Pirovano prosegue con  gli altri due suggerimenti ai missionari partenti, anche questi illustrati con casi concreti che il superiore aveva osservato nelle sue recenti visite alle missioni: primo, avere fiducia nei superiori locali e nei confratelli più anziani, con i quali occorre convivere e creare un clima di rispetto e di fiducia reciproca; secondo, occorre una “assidua applicazione alla preghiera”, perché senza l’aiuto di Dio nessuno riesce a combinare qualcosa di buono nella vita e soprattutto nella missione.

 

                          “Criticate pure, ma con amore e spirito di fede”

     Il vescovo e superiore mons. Pirovano non era diverso dall’uomo Pirovano. Non ha mai cambiato stile, comportamento, linguaggio. Quel che doveva dire lo diceva, a volte rischiando di scendere dal piedestallo su cui nell’immaginario comune si colloca un Vescovo e un Superiore generale. Ma lui non voleva in nessun modo stare sopra gli altri, essere diverso dagli altri: era semplicemente se stesso. Essendo Superiore generale, faceva il Superiore generale, anche dicendo quanto altri avrebbero semplicemente pensato. Questa lettera è del 18 giugno 1968 ( [7] ) e va ambientata nel periodo dell’ormai mitico “Sessantotto”, quando spirava nel mondo giovanile (e non solo) un’aura libertaria di critica radicale e impietosa a tutte le autorità costituite, anche nel campo ecclesiale, dal Papa ai Vescovi e ai Superiori generali (si veda il capitolo III). Aristide si sente nel mirino di critiche e proteste e così reagisce:

         Da che mondo è mondo, la critica ha sempre fatto parte del bagaglio delle... virtù(!) umane e quindi non c'è proprio da meravigliarsi se anche noi del PIME sentiamo forte questo stimolo. Del resto anche Gesù Cristo ha... permesso e tollerato le critiche dei suoi apostoli, ragione per cui sarei quasi del parere di affermare che noi preti e fratelli, abbiamo un diritto... apostolico alla critica verso i Superiori. Senza voler fare nessuna confessione pubblica, posso aggiungere che anch'io, a mio tempo ho fatto uso di questo... diritto. Non sarò quindi così ingenuo da chiedere di criticare meno o di non criticare affatto. Lungi da me! Delle distinzioni morali e logiche di critica, del suo valore positivo o negativo non ne parlo: siete tutti maestri in Israele e vedetevela voi con voi stessi.

         Quindi per conto mio - e credo di interpretare il sentimento anche dei miei Consiglieri - criticate pure, se vi sentite di farlo in coscienza. Permettetemi però di aggiungere qualche osservazione, per esempio:

          1) nella critica siate leali verso coloro che criticate e siate coerenti verso voi stessi. Se criticate difetti, lacune, imperfezioni, meschinità, incoerenze, egoismo, insincerità, ecc., cercate prima di mondare voi stessi di tali cose per non sentirvi dire, non da noi ma da Gesù Cristo: ipocriti, che volete togliere la pagliuzza ... Se volete la perfezione negli altri, cercate anche di conquistarvela per voi.  

         2) La vostra critica non rinneghi mai lo spirito di fede. Vediamo se riesco a spiegarmi. La Chiesa , per essere una realtà divino-umana, è di per sé stessa soggetta a certi tipi di imperfezione, di lacune; è sempre "in via" per incarnarsi in ogni ambiente ed in ogni tempo. Da questo punto di vista, anche i critici ed i "progressisti" possono avere la loro funzione.

         Ma attenzione! La Chiesa è anche e specialmente una realtà divina che riposa su Cristo suo unico ed indefettibile fondamento. Il Signore, per il suo piano di salvezza, non ha bisogno né della nostra intelligenza, né delle nostre elucubrazioni più o meno giuste, né dei nostri sistemi filosofici e sociali. Guai a noi voler "umanizzare" la Chiesa. Quando gli Apostoli chiedevano un "Regno di Dio" secondo i loro criteri, Cristo li ha tacciati di stolti e quando Pietro voleva distogliere Cristo dal sacrificio di se stesso sulla croce, lo ha chiamato "demonio".

         Attenzione, cari confratelli, attenzione, cari giovani dagli spiriti bollenti, ma forse troppo umani e troppo unilaterali. La Chiesa non è nostra per fare quello che vogliamo, né dobbiamo riporre esagerata fiducia di salvezza nei nostri schemi. Tutto può essere buono, ma solo è buono se tutto è dentro degli "Schemi" voluti da Cristo per la sua Chiesa che è sempre un mistero di Fede. "Quello che si chiede agli amministratori, dice S. Paolo nella sua 1° ai Cor. 4,2, è siano che fedeli". Cioè che non escano dal piano di Dio che è pur sempre piano di sacrificio della nostra volontà, del nostro io, col nostro modo di vedere e di pensare, per abbracciare la Croce. Ed è solo dalla Croce che può venire la Salvezza a noi e agli altri.

         Questo per dirvi: spingete pure, criticate pure (con...discrezione, se possibile), presentate pure le vostre istanze, ma ad un certo punto fermatevi. Cristo ha messo nella sua Chiesa un collegio di Vescovi e un Suo Vicario personale con lo speciale incarico di essere guida, pastore e garanzia del gregge. A Lui e ai Vescovi con Lui, cari fratelli, la pronta e totale obbedienza, l'ossequio rispettoso e filiale, la fiducia serena e gioiosa di tutti noi. In una parola: ci vuole la "Fede".

         "La fede e l'adesione al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e salvatrice nel credente". L'atto di Fede è difficile per la mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria esperienza, mentre poi la massima parte di ciò che si fa, si fonda sulla fede - umana - di ciò che altri, i maestri, gli scienziati i... competenti ci dicono di credere.    Fermo qui le mie considerazioni e vi ripeto con S. Giovanni: "Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede"!  

 

       “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”

      Uno dei “chiodi fissi” del  Superiore Pirovano era il Papa. In tempi di grandi pluralismi e confusioni di voci, parlando e scrivendo ai missionari, anche in lettere private, si riferiva spesso al Papa, fino a dire (vedi un altro testo qui di seguito): “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Da uomo di fede, semplice e pratico qual era, non si fermava a discutere di temi che riguardavano la fede: se il Papa aveva parlato, lui era d’accordo con Paolo VI.

     Ricordo un fatto che mi è capitato in Birmania in uno dei miei viaggi di visita a quelle diocesi che il Pime aveva fondato. Andando in auto da Taunggyi a Toungoo con padre Noé (nel 2002), a mezzogiorno ci siamo fermati in un ristorante lungo la strada. Il proprietario è venuto a chiedere cosa volevamo per pranzo e padre Noè, avendo visto alle pareti un’immagine di Cristo, gli chiede se è cristiano e lui dice: “Sì, sono cattolico”. Noè allora gli dice che noi siamo preti cattolici (eravamo vestiti in borghese). Forse l’uomo non si fidava (in Birmania ci sono molti protestanti e fedeli di sette cristiane) e chiede: “Ma voi volete bene alla Madonna e state col Papa?”. Alla risposta positiva dice: “Allora anche voi siete cattolici come me”. Ecco, leggendo questo discorso di mons. Pirovano alla funzione di partenza dei missionari a Milano (22 settembre 1968) (( [8] ), mi è tornato alla mente quel cattolico birmano che aveva questo criterio di giudizio: state col Papa? Allora siete cattolici anche voi!

         Una volta questa funzione si rivestiva di una certa commozione ed il Superiore, che in nome di Cristo e della Chiesa mandava i suoi missionari nel mondo, doveva certamente sentire nel cuore una stretta dolorosa pensando e prevedendo le fatiche, i pericoli, le difficoltà, i grandi disagi, le distanze e il penoso distacco (molte volte per tutta la vita) a cui si esponevano i suoi missionari.

 

         “La potenza delle tenebre si trasforma in angelo di luce”  

         Oggi il mondo si è fatto piccolo, i contatti relativamente facili e frequenti, e più mezzi, più tecnica riducono di molto le fatiche ed i pericoli, di modo che anche la funzione di partenza dei missionari, grazie al cielo, si è praticamente sdrammatizzata e ha perso buona parte di quei motivi che potevano far stringere il cuore dei vostri parenti e Superiori. Ma purtroppo, cari confratelli, questo è vero solo in parte e solo per quella parte che ha minore importanza: cioè per quello che riguarda la fatica e i pericoli materiali i quali veramente sono diminuiti di molto oggi, a confronto di quello che potevano essere al tempo dei nostri Padri.

         E' questo il mio terzo anno di superiorato e, conoscendo sempre più i campi di lavoro che vi aspettano, posso dirvi con tutta franchezza che mi sento veramente preoccupato, e diciamolo, angustiato, tutte le volte che, in nome del Signore e della Chiesa, invio qualcuno dei Confratelli ai campi di missione. Mi sembra proprio di sentire almeno in parte e, salvo le debite proporzioni, quello che sentiva Gesù quando, inviando i suoi discepoli, diceva loro: "Il mondo vi odia... vi mando come pecore in mezzo ai lupi: sarete odiati da tutti a causa del mio nome" (Mt. 10, 16-20).

         Questo sentimento, questa stessa trepidazione, diciamo pure, questa paura mi prende anche quando firmo le dimissorie per la promozione agli ordini sacri. Perché? Perché se sono diminuite le fatiche fisiche ed i pericoli materiali, sono però aumentati in modo vertiginoso, quasi travolgente ed irresistibile, i pericoli morali e spirituali.

         La Chiesa non è certamente nuova alle bufere e ha conosciuto nei secoli, lo strazio le eresie che dilaceravano la veste inconsutile di Gesù. Ma in quelle dolorose traversie era pur sempre una parte, e non sempre considerevole, dei figli della Chiesa che da essa si staccava; era pur sempre un piccolo gruppo di ecclesiastici che dicevano al Papa: non credam, non serviam. Ed è bene ricordare qui le tragedie delle eresie, degli scismi e delle apostasie furono causate e provocate quasi sempre da defezioni ecclesiastiche: monaci, preti e vescovi.

         Ma se questo è vero, dobbiamo anche ricordare che il male era circoscritto, limitato a zone d'influenza (non c'erano i moderni mezzi di diffusione) e che la maggior parte del popolo di Dio e dei ministri dell'altare, stava al sicuro nell'ovile di Pietro; non solo, ma si vedevano anche chiari e confortanti segni di reazione positiva, di maggior unità ecclesiale. La Chiesa poi, in virtù della sua vitalità divina, una volta localizzato il male, reagiva come un corpo sano reagisce alle infezioni, e creava quelle antitossine che erano: più santità, maggior spirito di preghiera, scienza più approfondita e comunicata, obbedienza più filiale e devota e generosa, così che il volto della Chiesa brillava più bello e più puro. Infatti la storia delle eresie è tutta costellata di santi di prima grandezza.

    Oggi, purtroppo, cari confratelli, quello che vi aspetta non è un'eresia, uno scisma. A mio modo di vedere è qualcosa di ben più grave, di più pericoloso. Oggi, oserei dire, è la potenza delle tenebre che con un infernale gioco di astuzia e con profonde parvenze di verità e di scienza, tende a trasformarsi in angelo di luce e pretende di insegnare al popolo di Dio, ma specialmente ai leviti e ai sacerdoti, nuovi principi di sociologia, di filosofia e persino di esegesi biblica, di morale e anche di teologia dogmatica. E questa manovra non è una lotta aperta e leale, ma subdola e sottilmente velenosa; si dice di non voler negare la fede ma solo di volerla rendere più comprensibile, razionale, più facile; si dice di non voler negare la morale  ma di voler soltanto renderla più personale, mettendo in maggior evidenza, vorrei dire "deificare" la cosiddetta personalità umana.

         "Non si nega il Concilio, dice Paolo VI, ma pensandolo già superato e non ritenendo di esso che la spinta riformatrice senza riguardo di ciò che quelle solenni assise della Chiesa hanno stabilito, vorrebbero andare oltre, prospettando non già riforme, ma rivolgimenti che credono da sé autorizzare, e che giudicano tanto più geniali quanto meno fedeli e coerenti con la tradizione, cioè con la vita della Chiesa, e tanto più ispirati quanto meno conformi all'autorità e alla disciplina della Chiesa stessa, ed ancora tanto più plausibili quanto meno differenziati dalla mentalità e dal costume del secolo". Così dice Paolo VI.

 

         “Nella Chiesa si sta infiltrando un acido spirito di critica”  

         Ecco il grande veleno: umanizzare la fede, la Chiesa , commisurandola (senza confessarlo) ai nostri comodi, ai nostri personalismi, alle nostre vie umane e dimenticando le parole di Cristo: “Qui invenit animam suam perdet eam; et qui perdideret animam suam propter me invenit eam” (Mt. 10, 39) ( [9] ). E dice ancora la Scrittura : “Neque viae vestrae viae meae sunt, dicit Dominus” (Is. 55, 8) ( [10] ). In tutto il Corpo Mistico di Cristo si sta infiltrando un veleno, "uno spirito di critica corrosiva" "un acido spirito di critica negativa e abituale" dice Paolo VI, per cui il nemico, travestito di luce, tenta di farci dimenticare quanto Pietro ha risposto a Cristo: "Ad quem ibimus? verba vitae aeternae habes" (Gv. 6, 68) ( [11] ); e ancora quando S. Paolo guidato dallo Spirito Santo ci ha insegnato: “Et sermo meus, et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis, ut fides vestra non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei” (1 Cor. 2, 4-5) ( [12] ); e ancora lo stesso Paolo: "Placuit Deo per stultitiam praedicationis salvos facere credentes" (idem 1, 21) ( [13] ).

         Nelle file dei giovani sacerdoti, e persino nei Seminari tra gli alunni, professori e direttori sembra subentrare, dice Paolo VI, "una strana mentalità, una curiosa paura di essere in ritardo nel movimento delle idee, che li fa volentieri allineare con lo spirito del mondo; adottare con favore le idee più nuove e più opposte alla tradizione cattolica", così che a poco a poco si impoveriscono, si svuotano di amore apostolico vero fino a farli diventare in certi casi "molesti e nocivi alla Chiesa" e fino a lasciare la Chiesa. E tutti conosciamo quanti e quanti casi oggi tutti gli Istituti della Chiesa stessa con dolore ricordano.

         Insomma, mentre gli eresiarchi antichi attaccavano or l'uno or l'altro dei dogmi della Chiesa e quasi sempre però avevano la coscienza del peccato e della ribellione che operavano, oggi l'angelo delle tenebre opera su tutto il fronte e dal di dentro della Chiesa stessa, inducendo, nel nome della ragione e della personalità umana e delle strutture da rinnovare, una "miopia spirituale che ferma lo sguardo  all'aspetto umano, dice Paolo VI,  storico, visibile, della Chiesa e non vede il mistero di Cristo" in Essa. Ed è tale l'astuzia diabolica, tale la speciosità degli argomenti, tale l’ingenuità di molti che si lasciano illudere dalle apparenze e divengono, alle volte loro malgrado, veicoli e portatori di dottrine "prurientes auribus" (2Tim. 4, 3) ( [14] ), da farci ricordare, tremando, quanto Cristo aveva predetto: "Surgent enim pseudochristi et pseudo prophetae et dabunt signa magna et prodigia, ita ut in errorem inducantur, si fieri potest, etiam electi" (Mt. 24, 24) ( [15] ). Forse si stanno verificando queste parole di Cristo.  

         Cari confratelli, è tempo di chiudere questa panoramica abbastanza nera e scusatemi se non vi ho detto cose serene e confortanti. Spero però di essere riuscito, almeno in parte, a farvi comprendere quelli che oggi sono i pericoli che più si devono temere, quanto sia insidiata la nostra vocazione e la perseveranza, quanto in pericolo sia la nostra fede. Ma non voglio fermarmi qui.

 

      “Solo il Papa è il Maestro infallibile”  

     Vi ho detto la mia paura e quali lotte vi attendono. Ora vi voglio anche dire che esiste una medicina che garantisce la salute dell'anima, un'arma che garantisce la vittoria, un mezzo che ci rende invincibili. Quale? La roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa: PIETRO, il PAPA. "Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa" (Mt. 16, 18).

         E chi è il Papa? Rispondiamo con Paolo VI: "Rivolgiamo il nostro pensiero a quello del Signore, che ha voluto Lui stesso definire la persona di Colui che Egli sceglieva come primo dei suoi discepoli, dalla funzione, dalla missione che il Signore stesso gli conferiva; non si sarebbe chiamato più Simone, figlio di Giona, suo nome nativo, ma Pietro, suo nome d'ufficio; dove è evidente che Gesù dava al suo eletto una virtù particolare, e un ufficio particolare, raffigurati l'uno e l'altro nell'immagine della pietra, della roccia; e cioè la virtù della fermezza, della stabilità, della solidità, dell'immobilità, sia nel tempo che nelle traversie della vita; e l'ufficio di fungere da fondamento, da caposaldo, da sostegno, come Gesù stesso disse nell'ultima cena a Pietro medesimo: "Conferma i tuoi fratelli" (Lc. 22,32). Pietro doveva essere la base sulla quale tutta la Chiesa del Signore è costruita. Il pensiero di Cristo è chiarissimo”....

         "E' da ricordare poi, dice sempre Paolo VI, che nella Sacra Scrittura la figura della Pietra è dapprima riferita a Dio, come spesso si incontra nell'Antico Testamento; poi è riferita al Messia, a Cristo medesimo, la pietra viva e angolare (1Pietro, 2, 4-6). Ma poi da Gesù la figura della Pietra è attribuita al primo degli Apostoli. "Dio, Pietra, Cristo, Pietro, il Papa". Ecco, cari confratelli, l'unico parametro a cui tutto riferire: idee, dottrine, teorie, movimenti, tendenze, progetti, per verificare la loro ortodossia e la loro capacità di salvezza e di produzione di grazia.

         Perché solo Pietro, il Papa (e i vescovi uniti al Papa) ha la capacità e la missione di nutrire le nostre anime: "pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv. 21, 15ss). Solo il Papa ha la capacità e la missione di essere il Maestro infallibile: "Su questa pietra edificherò la mia Chiesa... a te darò le chiavi del Regno... ". Solo al Papa Cristo ha detto: "Simone, Simone, ecco che Satana ha ottenuto di vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu quando ti sarai riavuto, conferma i tuoi fratelli" (Lc. 22, 31).

         Solo il Papa può difenderci dai lupi e dall'angelo delle tenebre camuffato in angelo di luce: "Io sono la porta: chi entrerà per me sarà salvo... Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita sua per le pecore (Gv. 10, 9-11). Solo il Papa può garantire l'unità della Chiesa, l'unità che Cristo vuole fra tutti i cristiani: "Ed ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle io devo condurre e ascolteranno la mia voce, e si farà un solo gregge, un solo pastore" (Gv. 10, 16).

         Cari confratelli, solo col Papa e nel Papa si viene ad attuare quella unità, quella comunione con Cristo e con Dio, unità per la quale Gesù rivolse al Padre quella sublime preghiera del Cenacolo; unità che si allarga in giri concentrici da Pietro all'ordine sacerdotale, e da questo a tutto il popolo di Dio. Cristo infatti in quella divina preghiera dell'ultima cena, chiese anzitutto l'unità degli Apostoli, cioè della gerarchia ecclesiastica: "Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi, ut sint unum, sicut et nos" (Gv. 17,11) ( [16] ); implorò poi l'unità dei credenti : "Non pro eis autem rogo tantum, sed et pro eis qui credituri  sunt per verbum eorum in me: ut omnes unum sint... ut sint consummati in unum" (Gv. 17, 20-21; 23) ( [17] ).

 

        “Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre”  

         Non voglio dilungarmi, cari confratelli carissimi. Mi ero proposto di dirvi in Chi e con Chi e per Chi avremmo potuto superare i pericoli che ci minacciano, conservare salda, pura ed efficace la nostra fede. E' il Papa che, come dice S. Bernardo, è  potestate Petrus, unctione Christus.  Solo il Papa, che è Cristo, una sarà la dottrina, una la legge, una la liturgia, uno il governo. Il Papa parla? è Cristo che parla. Il Papa insegna? è Cristo che insegna. E non solo quando parla ex cathedra, ma anche al magistero autentico del Romano Pontefice dobbiamo "religioso rispetto di volontà e di intelligenza", sincerità di adesione, come ci insegna il Concilio Vaticano II (L.G. 25).

         Obbedienza totale e devota, sincera e fattiva al Santo Padre. Ecco la salvezza nostra e delle anime che saranno a noi affidate. "Uscire dal binario della più stretta obbedienza, dice p. Manna, è andare fuori strada, correre verso la rovina - chi si sottrae all'obbedienza si sottrae alla grazia. Vi può essere sventura più grave? Che cosa siamo noi senza la grazia?" (Virtù Apostoliche, Milano 1964, pag. 245). Aes sonans et cimbalum tinniens ( [18] ). "Rimanete in me ed io in voi... io sono la vite, dice Cristo, voi i tralci; chi rimane in me ed io in lui, questi porta molto frutto; Perché senza di me non potete far niente" (Gv. 15, 4-5).

         La stessa pietà, dice p. Manna senza lo spirito di sottomissione alla Gerarchia e al Papa può essere un inganno. E Gesù dice: "Non omnis qui dici mihi: Domine, Domine! intrabit in regnum coelorum" (Mt. 7, 21) ( [19] ), ma solo colui che farà la volontà del Padre mio, e nessun'altra garanzia di fare la volontà del Padre ci è offerta se non la voce del Papa, l'adesione e l'obbedienza al Papa.  

         Ho finito, cari confratelli, e termino chiedendo al Signore per me, e per tutti voi che partite, per tutti i membri della nostra famiglia missionaria, per tutto il Clero del mondo intero, la grazia di rimanere fedeli a questa invocazione: "Padre Santo, ecco la nostra docilità in ascoltarvi, come Maestro; la nostra prontezza di obbedienza come a Pastore, la nostra generosa tenerezza di amore come a Padre delle anime nostre e di tutto il Popolo di Dio". La Madonna ci aiuti e ci benedica.

 

               “Solo la Croce ha redento il mondo e continua a redimerlo” 

     Una delle svolte più negative del post-Concilio e del “Sessantotto”, nata da molte cause concomitanti, è questa di cui tratta Pirovano nel discorso ai missionari partenti (e a tutti i missionari) del 14 settembre 1969 a Milano ( [20] ). Da sempre l’uomo si illude di conquistare la felicità  senza la Croce di Cristo. Ma nella cultura dominante di quel tempo era emersa una forte corrente di pensiero, di mode e di abitudini, di sistema di vita, secondo la quale quel che conta, per ciascuna persona, è di realizzare la propria personalità, le proprie aspirazioni. I “diritti dell’uomo” intesi in un senso personalistico, interpretati nell’orizzonte ristretto del proprio egoismo: si parlava molto di “diritti” (la promozione obbligatoria a scuola,  un lavoro gratificante, il rimanere sempre giovani, il sesso facile e via dicendo), molto meno o quasi nulla di “doveri”. Due anni fa, in vacanza a Introd, Benedetto XVI aveva accennato alla “grande crisi della lotta culturale scatenata nel ’68, quando realmente sembrava passata l’epoca storica del cristianesimo”; e interpretava il ’68 come un conflitto fra visione religiosa e opzione secolaristica; e, al di là di tutte le diverse intenzioni dei protagonisti, come ”una lotta contro il senso e il modo di vita proposto dal cristianesimo”.

     E’ chiaro che secondo questa mentalità, che penetrava anche fra i cristiani, tutto quello che era sacrificio, mortificazione, digiuno, rinunzia, accettazione della propria croce, valore salvifico della sofferenza pareva assurdo. La salvezza dell’uomo, la “liberazione” dalle tristezze e paure della vita non viene dalla Croce di Cristo, ma dalla realizzazione della propria personalità, attraverso il soddisfacimento della proprie tendenze e passioni. Ecco perché mons. Pirovano insiste sul fatto fondamentale della fede cristiana: Cristo ha salvato l’uomo con la sua Croce. I  missionari che annunziano e testimoniano Cristo ai popoli debbono credere e vivere questo mistero di Amore nella loro vita. 

Carissimi confratelli tutti, partenti e no,

    L'anno scorso, parlando in occasione della stessa funzione, intima e familiare, che ci ha riuniti anche quest'anno per dare a voi il nostro saluto ed il nostro ricordo, manifestai apertamente le mie apprensioni vive e dolorose, perché, dicevo, se attorno ai missionari sono diminuite le fatiche fisiche e i pericoli materiali, sono però aumentati in modo vertiginoso, quasi travolgente e irresistibile, i pericoli morali e spirituali. Questo per chiarire quanto sia insidiata la nostra stessa vocazione e la nostra perseveranza e quanto in pericolo sia la nostra fede. Indicai allora nel Papa la roccia sicura, voluta da Dio, dalla quale verrà a noi sicurezza nel credere e nell'operare, difesa nei pericoli, grazia e forza per la morte.

         Col passar del tempo, le mie apprensioni fraterne di allora non sono diminuite, anzi! Anche voi vedete che sulla Chiesa e nella Chiesa la bufera di opinioni, di idee, di teorie, non accenna a diminuire e inoltre defezioni, più o meno dolorose, hanno segnato la vita della Chiesa stessa, ripetendo in un certo modo, la scena dell'orto degli ulivi e del pretorio di Pilato: "Nolumus hunc regnare super nos" (“Non vogliamo che costui regni su di noi”). La stessa nostra piccola famiglia, anche quest'anno, deve piangere defezioni dolorose e tristi.

         E allora anche quest'anno intendo indicarvi un altro mezzo di garanzia e di difesa della nostra vocazione, un mezzo di perseveranza e di riuscita. L'attingo dalle parole di Gesù Cristo, da S. Paolo e da altri passi Scritturali. Intendo parlarvi della CROCE con le lettere maiuscole.  

          Teorie e dubbi che negano il valore della Croce  

         Croce, mortificazione, rinuncia di se stesso, sacrificio. So che a parlare di queste cose rischio di essere considerato anacronistico e non soltanto in relazione a quanto dice il mondo, del quale il Signore ci ricorda che "positus est totus in maligno" (“Tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno”, 1Giov.  5, 19), ma anche rispetto a quanto si insegna oggi, purtroppo, anche in parecchi ambienti pseudo religiosi. Infatti è di moda domandarsi: ma perché parlare di mortificazione, se il cristianesimo è anzitutto una dottrina di vita? Perché parlare tanto di rinunzie, se il cristianesimo deve assumere tutta l'attività umana, invece di distruggerla? Perché parlare tanto di obbedienza, se il cristianesimo è una dottrina di libertà? Ed ancora continuano i moderni profeti: perché non apprezzare la nostra attività naturale? forse che la nostra natura non è stata creata anch'essa da Dio? Perché mortificare le nostre passioni le quali come insegna S. Tommaso, in sé non sono né buone né cattive? Perché combattere tanto il proprio giudizio e la propria volontà? Perché mortificare la nostra personalità, coartare la nostra libertà, menomare e avvilire l'uomo col pretesto di divinizzarlo? Perché non lasciare libero sviluppo allo spirito di iniziativa e a tutte le nostre aspirazioni naturali per meglio comprendere gli uomini della nostra epoca e venire a contatto col mondo che dobbiamo non tanto combattere quanto migliorare?

         Queste ed altre ancora sono le domande che ogni giorno sentiamo turbinare attorno a noi da parte di certi spiriti moderni, ai quali ben si potrebbero applicare le parole di S. Paolo ai Filippesi: "Ve lo ripeto piangendo, molti sono quelli che vivono da nemici della Croce di Cristo" (3,18)

         Infatti è chiaro che le novità di cui sopra non hanno nulla in comune con la dottrina del Signore e degli Apostoli, nulla in comune con la vita di Cristo che venne a questo mondo non per godere (seguire la natura), e per compiere un'opera umana, ma unicamente per fare la volontà del Padre suo e realizzare l'opera divina della redenzione che compì morendo sulla Croce, così che la Chiesa possa cantare: "In Cruce (e solamente nella Croce) est salus, vita et resurrectio nostra".

         Nelle istruzioni date ai 12 - riferite da Matteo al Cap. X - Gesù prepara gli Apostoli alla loro difficile missione di carità; di pazienza e di dolcezza; li avvisa che tribunali e patimenti li attendono e saranno calunniati e odiati a causa del suo nome non solo, ma in alcuni casi, saranno anche uccisi come lo sarà il Maestro. Continua Gesù dicendo che anche dai più sacri legami familiari l'uomo deve essere pronto a distaccarsi, se necessario, per la salvezza. Ma questo non è tutto; c'è un altro balzo in avanti ancor più difficile, intimo e doloroso: l'uomo deve saper rinunciare anche a se stesso.  

          “Con Cristo io sono stato crocifisso” dice San Paolo  

         Infatti Gesù continua: "E chi non prende la sua Croce e mi segue non è degno di me. Chi tiene conto della sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita per amor mio la ritroverà". Le stesse parole sono ripetute al Cap. XVI, 24 di S. Matteo: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua"; e S. Marco e S. Luca ripetono la stessa cosa. Parole chiare, chiarissime! Dure, se volete, ma toccano un punto essenziale. S. Luca parla addirittura di odio alla propria vita, ossia: sacrificio, rinuncia, distacco totale anche e specialmente da se stessi, da apparire umanamente odio. Non appartenersi più ma essere totalmente, intelligenza, cuore e volontà di Cristo che non solo predica ed insegna (ciò è relativamente facile), ma che soprattutto si immola per fare la volontà del Padre e così compiere la redenzione del mondo: la quale appunto ci è stata meritata dalla Croce e dalla morte di Cristo.

         Infatti nel prefazio comune cantiamo: "Egli che era Dio annientò se stesso, e col sangue versato sulla croce pacificò l'universo... ed è causa di salvezza per tutti gli uomini"; ed ancora: "Tu nell'albero della croce hai stabilito la salvezza dell'uomo" (Pref. S. Cuore) e “morendo sulla croce (Gesù) ci hai liberati dalla morte eterna" (Pref. II dom.).

         S. Paolo, che ebbe da Cristo stesso una formazione unica e singolare, eccelle non soltanto nella comprensione e nella predicazione (1Cor. 1,28) di questo punto essenziale dell'insegnamento del Maestro, ma eccelle specialmente nella attuazione ad litteram del mysterium crucis: si gloria della croce (Gal. II,19) e non si dà pace fino a quando non potrà dirci: "Con Cristo io sono stato crocifisso. Ormai non vivo più io ma è Cristo che vive in me” (Gal. II,20). Veramente potremmo anche noi qui ripetere quanto dissero gli apostoli dinnanzi all'incomprensibile annuncio del mistero eucaristico: "Durus est hic sermo" (“Questo discorso è duro”). Ma non c'è via di mezzo o di compromesso: non c'è scelta. O così e si è la luce del mondo e il sale della terra; o il sale diventa scipito e inutile, e sterile e persino dannosa la predicazione perché svuotata dalla Croce di Cristo.

         Cari Confratelli, perché tanta insistenza sul valore della rinuncia e della crocifissione di noi stessi? Prima di tutto perché è Cristo stesso che insegna la Croce come unico mezzo di salvezza e di santificazione, e poi perché è evidente che oggi, anche nella Chiesa, alcuni, avvelenati dallo spirito del mondo stigmatizzato da Cristo, e imbevuti di un falso concetto di libertà e personalità, si stanno allontanando dall'unica via che possa salvare gli uomini, cioè la via della Croce.

         Perché al nostro tempo, forse come non mai, si stanno avverando le trepide avvertenze di S. Paolo a Tito e a Timoteo: "Molti infatti sono i ribelli, i chiaccheroni, i seduttori... che sconvolgono famiglie intere... " (Tito 1,10); "Uomini egoisti, vanagloriosi, superbi... amanti più del piacere che di Dio, aventi le apparenze della pietà, privi di quanto ne forma l'essenza" (Tim. 3,2); e ancora: "Verrà tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma solleticati nell'ascoltare le cose piacevoli, si circonderanno di una folla di dottori secondo i loro capricci e, distogliendo l'orecchio dalla verità, si volgeranno a favole" (Tim. 4,3); "molti professano di conoscere Dio, ma lo negano coi fatti..." (Tito, 1,16). Perché, come dice Paolo VI, "il pericolo del cristianesimo e della civiltà stessa, è quello di fondarsi sopra una concezione falsa o incompleta della vita umana” (“Parole sulla Fede”, pag. 114).  

          La mortificazione via alla santità e alla missione  

         Infatti molti non si accorgono che alla base di certe teorie, lanciate almeno all'inizio in buona fede e forse con ragione, si annidano i gravi errori dell'umanesimo, del naturalismo, i quali non portano ad altro che ad una grave crisi di fede - cioè sfiducia nella dottrina e nella rivelazione -, ad una critica acerba e corrosiva e – dice Paolo VI - "ai convulsi turbamenti che scuotono la Chiesa post conciliare, frutto di smania di pseudoliberazione, e di arbitrarie teologie dovute a gratuite supposizioni carismatiche per colmare il vuoto interiore della perdita di fiducia in Dio, nella sua Parola, e nel suo Cristo".

         Ebbene cari fratelli, io vi ripeto col Concilio (Gaudium et Spes, n.22) e col Papa che "solamente nel Mistero del Verbo Incarnato (e morto per noi) trova vera luce il mistero dell'uomo". Ma perché la mortificazione, il sacrificio, il rinnegamento di noi stessi, infine la Croce ? Voi tutti siete "maestri in Israele" e come tali la Chiesa e l'Istituto vi mandano oggi nel mondo, per cui dovrebbe esservi facile rispondere. Ma vi dirò con P. Manna (“Virtù Apostoliche”, pag.175) che "nell'amore della croce, nella pratica della mortificazione, nello spirito di abnegazione sta il segreto della nostra santificazione personale ed il successo del nostro apostolato", del nostro sacerdozio missionario.

         Primo quindi, la nostra santificazione, cioè la crocifissione dell'uomo vecchio (Rom. 6,6), la morte al peccato e a quanto porta al peccato per risorgere e vivere pienamente in Cristo. Tutte le virtù cristiane, incominciando dalla carità, non si possono praticare, nella nostra condizione di figli del peccato originale, senza sforzo, sacrificio e rinuncia. Ed il sacrificio si pratica specialmente nell'obbedienza, nel servizio autentico ai fratelli, nel lavoro in èquipe, nel dominio di sé, nella vita di comunità, nella pazienza, nell'accettare ciò che Dio manda e permette, anche se non lo comprendiamo appieno. Tanto uno è cristiano quanto pratica il sacrificio; la croce è la misura del cristianesimo.

         S. Paolo non dice soltanto che dobbiamo regolare e moderare le nostre passioni (come vorrebbero coloro che danno all'economia della salvezza un indirizzo antropocentrico), ma aggiunge che dobbiamo castigare il nostro corpo per ridurlo in servitù. (1Cor. 9, 27), perché nelle nostre membra vi è una legge contraria alla ragione, avendo la carne desideri contrari a quelli dello spirito. E va ancora più lontano: bisogna crocifiggere la carne con tutte le sue passioni e concupiscenze (Gal. 5,24).

         Mortificazioni di tutti i sentimenti di collera, di antipatia, di odio (Mt. 5,21).

         Mortificazione dei sensi e del cuore: "Se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te" (Mt. 17,30).

         Mortificazione del proprio giudizio e della propria volontà (Mt.5,38-46).

         E' Cristo stesso che dice: "Se la vostra giustizia non sarà superiore a quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt. 5,20), e additandoci la meta aggiunge: "Voi non siate come i pagani, ma siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (Mt. 5,48).  

         Il sacrificio di sé indispensabile per la missione  

         Ma noi, oltre che cristiani, siamo dei chiamati all'apostolato, sacerdoti e missionari, ministri di redenzione e di santificazione, associati alla sublime missione del Figlio di Dio e dobbiamo, come Cristo, "essere la luce del mondo" (Matt. 5, 14).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      "Cristo ha voluto stabilire un sistema, dice Paolo VI (“Parole sulla Fede”, pag. 311), disporre un ordine per cui la sua luce giungesse a noi mediante un servizio umano, mediante un riflesso qualificato e autorizzato, e cioè mediante il magistero e il ministero apostolico;... mediante una trasparenza interiore (ed esteriore) di Cristo stesso". Noi, proprio noi, dovremmo essere "ostensorio di Cristo", immagini viventi di Gesù con le nostre parole, ma specialmente con la nostra vita. Il missionario, come dice P. Manna, deve essere la virtù che predica la verità" (“Virtù Apostoliche”, pag.188).

         Il Concilio ricorda a più riprese la necessità della nostra partecipazione al mistero della Croce e come nell'economia divina anche la nostra mortificazione è "segno" e "sacramento" di salvezza: "Tutte le attività umane, che sono messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall'amore disordinato di se stessi, devono venire purificate e rese perfette per mezzo della Croce e risurrezione di Cristo” (Gaudium et Spes n.37, 1436). E anche ai semplici cristiani, e quindi tanto più a noi, insegna: "Si ricordino tutti che, con il culto pubblico e l'orazione, con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e pene della vita, con cui ci conformiamo a Cristo sofferente (2Cor. 4,10 e Coloss. 1,24), essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo” (Apostolicam  Actuositatem XVI, 976 ).

         L'amore della mortificazione e la sua pratica sono la misura reale del nostro zelo e del nostro apostolato, del nostro modesto contributo alla salvezza delle anime  come ci insegna l'apostolo: "Compio nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a vantaggio del Corpo di Lui che è la Chiesa , della quale sono stato fatto ministro secondo la missione che Dio mi ha affidato (Coloss. 1,24).

         Non dispute teologiche, non disquisizioni sottili e, alle volte di dubbia lega, ma l'amore e cioè il rinnegamento di se stessi; è questo che convertirà il mondo. E la mortificazione non significa inerzia, fuga, mancanza di spirito combattivo, negatività, no! E’ esempio e testimonianza di fortezza e di mansuetudine al tempo stesso; comporta un attentato alla nostra propria tranquillità; è qualcosa di intimo, di personale, di decisivo; richiede forza d'animo e grandezza di spirito; è espressione massima di amore di Dio e al prossimo. "Il mortificato, il sofferente, come dice Paolo VI, è un elemento attivo: è uno che, come Cristo, patisce per gli altri; è un benefattore dei fratelli, è un ausiliario della salvezza” (“Parole sulla Fede”, pag. 111).

         Quindi il sacrificio (sacrum facere) è mezzo per eccellenza di santificazione, di testimonianza, di conquista missionaria; dobbiamo percorrere la via del Salvatore se intendiamo continuarne l'opera. Non lasciamoci illudere da una pseudo-ascetica, che relega il sacrificio tra le virtù passive per dare risalto alle virtù attive. La Croce , e solo essa, ha redento il mondo e continua a redimerlo. e sarà sempre così: Christus heri, hodie et in saecula.

           La Croce è la fonte della nostra gioia  

         Non vorrei però che la visione della Croce e della rinuncia a noi stessi avesse un po' oscurato l'orizzonte della vostra baldanza giovanile e messo quasi una cappa di piombo sulle vostre spalle. No! noi potremo mancare di tutto e le tribolazioni della vita presente potranno spremerci lacrime, ma se saremo uniti a Dio nella fede e nella carità non potrà mancarci la gioia.

         Ce lo assicura S. Paolo quando ci esorta: "Gaudete in Domino semper, iterum dico: Gaudete" (Siate sempre contenti nel Signore: lo dico e lo ripeto: siate nella gioia) (Filipp. 4,4) e ci offre la prova tangibile e certa: "Sovrabbondo di gaudio in mezzo a tutte le mie tribolazioni" (2Cor. 7,4).  Infatti la mortificazione e il sacrificio non sono fine a se stessi, ma sono mezzi per curare la nostra natura e prova di amore genuino che ci unisce a Cristo e in questo amore troveremo la nostra letizia terrena ed anche quella eterna conforme la promessa del Maestro: "Tristitia vestra vertetur in gaudium" (“La vostra tristezza diventerà gioia”, Giov.16,20).

         Paolo VI nell'ultima Pasqua ci ha detto: "Il cristianesimo non è facile ma è felice". Rileggetevi, cari confratelli, la lettera del P. Manna, intitolata "Spirito di sacrificio" e il Cap. XII del 2° libro dell'Imitazione di Cristo, e imprimetevi e l'una e l'altro nel vostro cuore. La Madonna ci assista tutti e ci insegni ogni giorno a pronunciare con lei il nostro fiat e cantare la nostra gioia.

 

                         “Chi è e cosa deve fare il missionario?”

    I discorsi annuali di mons. Pirovano ai missionari partenti sono forse,  presi nel loro assieme, i testi migliori dei suoi anni di Superiore generale. Si vede che li preparava a lungo anche perché sono uno diverso dall’altro. Questo, del 26 settembre 1970 nella chiesa della casa madre del Pime a Milano, è uno dei più completi ( [21] ).

     Eccoci ancora una volta attorno all'altare per la simbolica funzione di partenza. A Dio piacendo questa sarà l'ultima volta che io presiedo questo incontro come Padre che invia i figli nella vigna del Signore. Voglio perciò offrire a voi, e ai nostri confratelli tutti, alcune idee che servano alla riflessione di oggi e di domani. Idee da meditare, da vivere, e non un discorso.

 Chi è il missionario?  

         Chi siamo noi? chi sono i missionari? Risponde la Chiesa per bocca del Concilio:..."Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che Egli vuole, per averli con Sé e per inviarli a predicare alle genti" (Ad Gentes. 1171)..."Sacerdoti, religiosi e laici... che... inviati dalla legittima autorità, si portano per spirito di fede e di obbedienza presso coloro che sono lontani da Cristo, riservandosi esclusivamente per quell'opera per la quale, come ministri del Vangelo, sono stati assunti (Atti 13,2), affinché l'oblazione dei Gentili sia ben accolta e santificata dallo Spirito Santo (Rom. 15, 16)” (Ad Gentes 23).  

Noi siamo chiamati da Dio

         Ma perché il Concilio parla di uomini "chiamati – assunti - voluti" da Cristo? Perché è Gesù stesso che insegna così. Dirà agli Apostoli: "Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini" (Mt. 4,19); "Io ho eletto voi, dirà nel discorso-testamento, e vi ho destinati, perché andiate e portate frutto, e il vostro frutto sia duraturo" (Gv. 15,16). Il Signore Gesù rivolgendosi in visione ad Anania ed esortandolo ad andare da Saulo dirà: "Va perché costui è uno strumento da me scelto per portare il mio nome dinnanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele" (Atti 9,15)

         Si legge poi che ad Antiochia, "mentre i profeti e i dottori attendevano al servizio del Signore e digiunavano, disse loro lo Spirito Santo: "Separatemi Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati" (Atti 13,2). E Paolo, ormai apostolo di Cristo, più e più volte parla della sua vocazione da parte di Dio. Dirà ai Galati: "Paolo Apostolo, non da parte degli uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo, e da parte di Dio" (Gal. 1,1; cfr. anche 1Cor. 1,1; 2Cor. 1,1 ecc.).

         Ecco, cari confratelli, la nostra chiamata all'apostolato è da Dio. Parafrasando S. Leone Magno, mi viene spontaneo il dire a voi e a me: riconosci, o chiamato, la tua dignità e la tua ancor più grande responsabilità. Infatti S. Paolo scrive ai Corinti: "Se annuncio il Vangelo non è per me una gloria, perché è un obbligo che mi è imposto da Dio, e guai a me se non annunziassi il Vangelo!" (1Cor. 9,16). Certamente S.Paolo pensava alle severe sentenze di Gesù: "Lascia che i morti seppelliscano i morti: tu vai a predicare il Regno di Dio" (Lc. 9,60); e ancora: "Molto sarà richiesto a colui che molto ha ricevuto, e ancora più si esigerà da colui al quale molto è stato affidato" (Lc. 12,48). E chi più di noi ha ricevuto?

         Bene, cari missionari, ciascuno di noi pensi un po' a se stesso e al come ha corrisposto o pensa di corrispondere alla divina chiamata dell'apostolato, a questo obbligo personale e grave che abbiamo ricevuto da Dio. Forse oggi, più che ieri, anche noi missionari siamo presi dalla frenesia della vita moderna e con relativa facilità svolazziamo per il mondo ed ogni scusa è buona, anche se non grave e urgente, per distoglierci dal nostro campo di lavoro. E alle volte succede anche che, per non saper accettare le condizioni locali e per mancanza di vero spirito di sacrificio, si lasci la missione per sempre dimenticando che Dio ci ha chiamati e che ci giudicherà. C'è anche una condanna: "Chiunque mette la mano all'aratro e si volta indietro, non è adatto per il Regno di Dio" (Lc. 9,62).

         "Le anime, scriveva P. Manna, costano sangue: per salvarle bisogna soffrire! Chi non intende questa dottrina è meglio che se ne stia a casa sua: non si diventa salvatori di anime ad altro prezzo". E ancora lo stesso P. Manna diceva: " Siate missionari tutto d'un pezzo decisi a tutto... di gente fiacca Gesù Cristo non sa che farsene". E il Concilio conclude: "Il missionario infatti diventa partecipe della vita e della missione di Colui che annientò se stesso, prendendo la natura di schiavo; deve quindi essere pronto a mantenersi fedele per tutta la vita alla sua vocazione, e rinunciare a se stesso ed a tutto quello che in precedenza possedeva in proprio, ed a farsi tutto a tutti" (Ad Gentes 24).  

Perché chiamati da Dio?  

         E passiamo ad un altro punto: noi missionari a che cosa siamo stati "chiamati"? Perché siamo mandati nel mondo? La domanda è chiara; ma la risposta se la chiediamo oggi a una certa teologia cattolica o pretesa tale, ci può portare ad un mare di ambiguità, a un fiume di parole in libertà, a nebbia cosmica. ma questo non è il mio compito, e poi per le letture che fate e per certe riviste che senz'altro, purtroppo, passano anche nelle vostre mani, potete essere anche più edotti di me. Ricerchiamo, invece, la dottrina della Chiesa, la parola di Cristo, la "sana dottrina" come scriveva S. Paolo a Timoteo (4,3).

         Il Decreto Ad Gentes comincia così: "Inviata per mandato divino alle genti per essere "sacramento di salvezza", la Chiesa , rispondendo alle esigenze più profonde della sua cattolicità ed all'ordine specifico del suo Fondatore, si sforza di portare l'annuncio del Vangelo a tutti gli uomini. Ed infatti gli stessi apostoli, sui quali la Chiesa fu fondata, seguendo l'esempio del Cristo, "predicarono la Parola della verità e generarono la Chiesa ".  E' pertanto compito dei loro successori svolgere quest'opera in maniera continuativa, perché "la parola di Dio corra e sia glorificata" (2Ts.3,1) e il Regno di Dio sia annunciato e stabilito in tutta quanta la terra " (Ad Gentes proemio).

         Quindi, cari confratelli, questo è lo scopo della nostra vocazione: annunciare il Vangelo, far conoscere il "piano d'amore" di Dio "Padre che attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo vuol essere " tutto in tutti" (1Cor. 15,28), promovendo insieme la sua gloria e la nostra felicità" (Ad. Gentes 1091). Dunque: far conoscere il Vangelo, predicare la Parola "che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede" (Rom. 1,16) e con la grazia che da questa scaturisce, fondare le Chiese.

         Il Signore, scrive S.Paolo agli Efesini, designò alcuni come Apostoli... alla edificazione del Corpo di Cristo finché tutti insieme arriviamo alla unità della Chiesa, alla piena conoscenza del Figlio di Dio... (Ef. 4,11).

         Predicare il Vangelo, far conoscere Cristo, Figlio di Dio, e così edificare la Chiesa. "Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato" (Mt. 28,19).  

Dimensione verticale e orizzontale  

         E qui potrei essere senz'altro accusato di presentare una dimensione esclusivamente "verticale" della nostra vocazione  e della missione che Cristo ha assegnato agli Apostoli, ai loro successori - i Vescovi - e ai cooperatori dei Vescovi, i sacerdoti missionari, sia religiosi che laici. Oggi, con la presunzione dei carismi a tutti i livelli e con il progresso veramente eccezionale delle scienze che riguardano non solo la tecnica e tutto l'universo, ma più particolarmente l'uomo, molti vorrebbero ricondurre la missione del sacerdote e del missionario ad una dimensione puramente orizzontale. Molti "profeti" cristiani, o presunti tali, anche in buona fede, sostengono che la Chiesa ed i cristiani debbono prendere parte attiva alla lotta di classe.

         Si è tentati, specie di fronte ai gravi ed innumerevoli problemi dell'umanità, ed in particolare davanti ai così detti problemi sociali, di proporre un "messianismo sociale" e di dedicare tutte le nostre energie alle esigenze di sviluppo culturale, sociale, di giustizia, e di collaborazione internazionale fra i popoli e le nazioni.

         Senza dubbio tutto questo è affascinante e, per la verità, il missionario può e deve dare il suo apporto anche in questo campo. Ma non è questa la sua missione: non è chiamato a "pre-evangelizzare"; è chiamato ad "evangelizzare". "Fine specifico della attività missionaria, dice il decreto Ad gentes (n.6), è l'evangelizzazione e l'impiantazione della Chiesa in quei popoli e gruppi in cui ancora non esiste".

         E per finire questo punto, del resto importantissimo, vi cito una parola di un grande scienziato e di un grande cristiano, il prof. Enrico Medi: "Il missionario, dice, è colui che fa sì che Gesù sia in ogni angolo del mondo". "Il compito del missionario, si è detto nella settimana di studio alla Cattolica, è solo di trasmettere il Vangelo perché sia l'anima delle evoluzioni e rivoluzioni economiche, politiche e sociali dei popoli".  

Oggi non è facile vivere di fede  

         Come ultimo punto di questa chiacchierata, farò a me e a voi una domanda: come noi, poveri uomini potremo compiere tanta ardua missione? Ho già risposto, in parte, con alcune citazioni di cui sopra. E' certo che, umanamente parlando, sul piano della natura, è impossibile ad un uomo elevare un altro uomo allo stato di grazia. farlo figlio di Dio e fratello di Gesù Cristo. Ma niente è impossibile a Dio che vuole salvi tutti gli uomini. Infatti con Cristo e per Cristo, "il Verbo vivificante" (Dignitatis Humanae 14) "con la purezza, con la coscienza, con la longanimità, come dice S.Paolo, con la bontà nello Spirito Santo, con una carità sincera, con la parola della verità, con la potenza di Dio" (2Cor. 6,6-7) noi possiamo e dobbiamo essere strumenti di salvezza. Ecco, cari confratelli, tracciato il programma della nostra attività.

         "Andate, predicate, fate miei discepoli tutti i popoli... Ed ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo". E' Cristo dunque che salva e noi dobbiamo essere solo suoi strumenti, suoi portavoce. "Gesù Cristo dunque, dice il Concilio, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, parla le parole di Dio e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre" (Dei Verbum 4) "E non esiste in nessun altro salvezza" (Atti, 4,12). Ma il missionario, per essere il portatore di Cristo, deve vivere di fede in Cristo, in Dio. Uomo di Dio, uomo di fede. "L'apostolato si esercita nella fede, nella speranza e nella carità" (Apostolicam  Actuositatem, 3).

         Ora, dice Gesù, “la vita eterna è questa, che conoscano te, solo vero Dio, e colui che hai mandato Gesù Cristo" (Gv. 17,3). E' naturale e logico che nessuno può dare ad altri se non quello di cui abbonda. Se il missionario non vive lui di Dio, in Dio e per Iddio, come potrà portarlo ad altri, farlo conoscere, farlo accettare?

         Certo che oggi non è facile, cari confratelli, vivere di fede come la vivevano le nostre mamme, ad esempio; oggi in cui tutto è contestato e messo in crisi e in cui anche certa teologia, detta cattolica, cerca di interpretare il cristianesimo secondo misure puramente umane e offre una reinterpretazione secolarizzata della fede cristiana, nella quale Cristo fa una grande figura, ma soltanto come uomo e scompare come Dio (Paolo VI).

         Viviamo tempi difficili, cari confratelli. P. Manna scriveva: "Il missionario è per eccellenza l'uomo della fede; nasce dalla fede, vive nella fede, per questo volentieri lavora, patisce e muore...; senza la fede il missionario non si spiega, non esiste, o se esiste, non è il vero missionario di Gesù Cristo".  

Il missionario e il progresso sociale  

         Penso che qui mi si potrebbe obiettare; ma che cosa pensare allora dei valori umani che dobbiamo sviluppare, della preparazione culturale, linguistica, tecnica, su cui anche voi superiori di Istituti missionari insistete tanto, se lei ora mette l'accento così forte sullo spirito di fede, sulla vita di fede, sul dovere di portare la fede agli uomini? 

         Non c'è contraddizione, miei cari; lo sappiamo benissimo che il missionario deve interessarsi anche del progresso sociale dell'uomo e che non è mandato ad evangelizzare un uomo disincarnato dai problemi dello sviluppo in tutti i settori.

Ma crediamo anche che "soltanto annunciando il Cristo, la Chiesa aiuterà lo sviluppo umano"; "L'opera divina della salvezza, dice il Concilio, promuove al tempo stesso la gloria di Dio e la felicità dell'uomo"; “Il progresso umano inizia la sua soluzione dal di dentro e non dal di fuori". "Noi siamo cristiani, dice Mons. Pignedoli, siamo deboli nella soluzione dei problemi sociali innanzitutto perché siamo deboli nella nostra fede nel Vangelo".

 Dobbiamo essere “uomini di Dio”  

         E allora il mio grido e il ricordo che io vi lascio è questo: cerchiamo di essere in tutto e soprattutto uomini di Dio, di vivere in una atmosfera intensamente soprannaturale, di prendere tutto nelle mani di Dio con semplicità e piena disponibilità. P. Manna concepiva la vocazione come "L'amor di Dio portato fino al completo annientamento di se stessi senza riserve e senza umani ripensamenti".

         Saremo capaci di trascinare gli altri a Dio (ed è proprio il compito di noi missionari), solo se lo avremo incontrato personalmente e ci saremo bruciati alla sua fiamma. Evangelizzare è un vero generare nel Cristo: è accogliere dal Cristo la fede, viverla in ogni nostro pensiero affetto e azione, e comunicarla a chiunque ci avvicina.

         Permettetemi ancora alcune riflessioni. Non è raro il caso, oggi purtroppo, di vedere delle vere vocazioni sacerdotali e missionarie, ripiegarsi su se stesse, appassire e scomparire. Come il fiore o il grano a cui è venuto a mancare la terra umida e la linfa vitale. Classica la parabola raccontata dal Cristo. Perché? Perché se il missionario deve essere l'anima del mondo, bisogna che l'anima del missionario sia la preghiera. Solo se il missionario sarà l'uomo della preghiera, potrà anche essere l'uomo della comunità ecclesiale; altrimenti non passerà dal piano puramente umano al piano soprannaturale e spirituale. La sua preghiera sarà personale prima e poi liturgica; perché la preghiera liturgica, se non è basata e sviluppata da un grande spirito di preghiera personale, rischia di diventare una farsa, un grido della moda o una manifestazione sentimentale.

         Quando per la salute P. Manna era sollecitato a non dire il breviario rispondeva: "Se leggo, perché non devo recitare l'ufficio?" e soggiungeva ironico: "Dispensato dal pregare? Bella roba insegnate voi moralisti!". “Siate certosini in casa, diceva lo stesso Padre, e sarete apostoli fuori. Un'ora di adorazione eucaristica scioglie più difficoltà che molte discussioni". Credo di non essere esagerato se affermo che noi missionari, portati per natura al dinamismo, abbiamo bisogno di meditare a fondo queste parole di P. Manna.

         "Nel mondo asiatico, in quello africano e anche nell'America Latina i valori spirituali hanno anche oggi una priorità sui valori tecnici. Il pensiero di questi popoli è tutto dominato dallo spirito; lo spazio dei valori spirituali e religiosi è più vasto dello spazio dato ai valori del corpo. Le Chiese di missione, molto più delle nostre, sono comunità che parlano col Signore faccia a faccia come fecero i grandi Amici di Dio dell'Antico Testamento" (Mons. Pignedoli). Se il missionario non appare, e non è, per davvero dentro di sé, uomo di preghiera, di orazione, non solo porterà poco o nessun frutto, ma rischia di dare scandalo e di distruggere invece di edificare.

         Cari missionari, non andiamo a portare le problematiche tanto di moda oggi nei nostri paesi e anche nelle file del clero; andiamo a portare Dio e per portarlo dobbiamo viverLo; se non è così, è meglio stare a casa! E nella nostra vita di preghiera inseriamo, ben vivo e profondo, uno spirito di devozione e di amore a Maria, la portatrice di Gesù al mondo e la madre dei missionari. Se Dio ha pensato, nella sua infinita sapienza, di inserirla nel suo piano di salvezza, sarebbe da stupidi e da stolti presuntuosi pensare noi di farne a meno e di trattare la devozione mariana come cosa di poco valore e roba ormai superata.

         "Tutti i fedeli, dice la Lumen Gentium (n. 69), effondano insistenti preghiere alla Madre di Dio e Madre degli uomini, perché Essa... interceda presso il Figlio suo, finché tutte le famiglie dei popoli... in pace e concordia siano felicemente riunite in un solo Popolo di Dio, a gloria della Santissima e indivisibile Trinità".

 Spirito di servizio  

         Ed ora un'ultima raccomandazione; ricordiamoci, cari confratelli, che il missionario è inviato per "servire" proprio come Cristo che non venne per essere servito ma per servire e come Paolo che si è fatto servo di tutti per guadagnare a Cristo il numero più grande possibile di anime (1Cor. 9,19).

         Certamente nella nostra epoca la parola "servizio-servire" risuona in ogni bocca ed in ogni occasione. Non si è mai sentito parlare di servizio, specie da parte dei giovani, come in questi tempi postconciliari. Ma permettetemi di essere un po' diffidente e di avanzare delle riserve, non sulla retta intenzione di chi proclama di voler essere a servizio degli altri, ma sulla retta interpretazione di cosa significhi essere "servo" per amore di Cristo. Concedetemi una breve esemplificazione. Il missionario che vuole davvero servire il popolo a cui è inviato, deve, per prima cosa, imparare a parlare alla perfezione le lingue locali. Un missionario, che avendo intelligenza e capacità, si limita a parlare in modo rudimentale e insufficiente, dimostra di essere sullo stesso piano di certi decrepiti colonialisti che preferivano l'uso della forza alla forza della parola e stimavano non degno della loro ... personalità abbassarsi ad imparare le lingue locali. Il decreto Ad Gentes invece ci dice: "I missionari apprendano le lingue tanto bene da poterle usare con speditezza e proprietà: sarà questo il modo di arrivare più facilmente alla mente ed al cuore di quegli uomini" (n.26).

         Un missionario che vuol servire, deve svestirsi della sua mentalità, dei suoi modi di fare e persino di pensare, delle sue abitudini, dei suoi gusti e preferenze (che sono frutto dell'ambiente in cui è cresciuto e si è formato), deve insomma annientare se stesso. E questo non per distruggersi, ma per una "disponibilità più intima all'incontro fraterno con gente di altra cultura e religione" (Doc. di Prop. Fide sulla formazione dei missionari). Il missionario che vuol servire non deve andare a trapiantare se stesso così come egli è, e in tal modo rischiare di avere sempre una certa aria di superiorità e di mantenere le distanze fra lui e la gente, ma deve svuotarsi di tutto, - anche dei progetti accarezzati durante la sua lunga preparazione, - alla ricerca di una cosciente e incessante identificazione con il popolo: i suoi costumi, le sue esigenze, i suoi problemi, le sue iniziative, le sue tradizioni morali e religiose.

         "Si esige dal missionario profonda simpatia, studio continuo della mentalità, e delle tradizioni locali, pazienza nella partecipazione amabilità e generosità nel servizio subordinato" (Docum. citato). Si, cari confratelli, andiamo in missione ora per un servizio "subordinato". Già P.Manna ai suoi tempi scriveva: "Noi andiamo in missione non per andare d'accordo, ma per obbedire ai Vescovi!". Confessiamo che questo non è mai stato facile per nessuno e neppure per le generazioni passate dei nostri missionari; eppure allora i Vescovi erano "dei nostri" per così dire, e avevano la stessa origine, le stesse tradizioni culturali e sociali e lo stesso sangue nelle vene.

         Certo che è sempre lecito, e alle volte doveroso, presentare idee, suggerire nuovi piani di apostolato, iniziative coraggiose, riforme che si vedono necessarie. Ma l'ultima parola non tocca a noi e non possiamo e non dobbiamo imporre soluzioni e tanto meno presentare ultimatum. Noi andiamo per servire; cioè per fare comunità e incarnarci con loro. Ma dobbiamo ricordare che se la Chiesa è comunione, comunità, è sempre però comunità gerarchica per volere stesso di Cristo qui posuit episcopos regere Ecclesiam suam. E se non facciamo così, rischiamo di essere non accetti e di puzzare agli occhi loro di neocoloniasmo religioso.

         Un missionario che vuole veramente servire deve inoltre far bene attenzione sia a quanto predica in pubblico, sia a quanto dice nei piccoli gruppi o in privato. Il missionario non dimentichi mai che è ambasciatore di Cristo, inviato "a proclamare il Regno di Dio" (Lc. 9,1) e in ogni ambiente gli incombe il dovere "di trasmettere ai popoli solo la "parola di Dio". Come Gesù, egli sempre deve poter asserire: "La parola che voi ascoltate non è mia, è del Padre che mi ha inviato (Gv. 14,24) (Doc. citato).  Oggi è purtroppo facile sentire, anche sulla bocca dei preti, delle valutazioni personali o partigiane o di gruppo che il nostro buon popolo di semplice fede non capisce più, e forse, non a torto; la stessa cosa capita, alle volte, ai nostri cristiani delle missioni e ai neofiti.

         Karl Rahner nella sua recente opera "Sette problemi capitali della Chiesa" scrive: "Nei prossimi anni è nella Chiesa stessa che sorgeranno eresie non cristiane... In nome del progresso della Chiesa e in nome del nostro tempo e delle sue responsabilità, quelle eresie attaccano la sostanza del cristianesimo e pretendono di acclimatarsi nella Chiesa". Faccio voti e prego per me, per voi e per tutto l'Istituto, che questo non ci succeda mai.

 Conclusione  

         Da tutto quanto si è detto finora e dal molto che si dovrebbe dire ancora se il tempo lo permettesse, appare evidente che essere missionari non è cosa che possa essere portata da spalle umane: è un compito che ci supera. Ma non lasciamoci scoraggiare e intristire dalle quasi sovrumane difficoltà di vincere noi stessi per essere "Cristo in mezzo a tutti". Anzi guardiamo alla nostra vocazione con serenità e letizia perché "Dio, il quale ha incominciato in voi questa magnifica opera, la perfezionerà" (Fil. 1,6). Il Signore ci benedica e ci confermi con la sua grazia e la Madonna ci sia sempre vicina. 

                          Conoscere e imitare i nostri santi missionari

            Lettera firmata da mons. Pirovano il 22 agosto 1970 ( [22] ), preceduta da un lungo testo sull’indizione del Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare che si è svolto a Roma nel 1971-1972. Tratta delle cause di beatificazione dell’Istituto, che alcuni non vedevano bene o non ne capivano il significato, lo scopo.

 1.  Emorragie di sacerdoti  

         Sono preoccupato e addolorato perché anche nel nostro Istituto, ogni anno ci sono dei confratelli che chiedono di abbandonare il sacerdozio e lasciare gli obblighi, a suo tempo, volontariamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. E' un fatto tristissimo che, pur essendo sempre esistito fin dai tempi di Cristo, in questi ultimi anni è venuto intensificandosi e aggravandosi in tutta la Chiesa. Bisogna pregare di più, cari confratelli; bisogna, con la preghiera, alimentare ed accrescere lo spirito di fede e cioè di unione con Dio.

         Se non viviamo in continua unione con Dio, nessuno di noi può stare in piedi. Il sacerdozio, specialmente, non è un carisma che possa essere portato da spalle umane e vissuto integralmente, e fino alla fine, con le nostre solo forze. Ci vuole l'aiuto speciale di Dio; è essenziale! Sine me nihil potestis facere!

         Purtroppo con l'avvento della secolarizzazione (che in molti preti, anche dei nostri, è più secolarismo che secolarizzazione) lo spirito di fede si è affievolito. L'uomo si crede capace di fare da sé. La secolarizzazione porta alla mondanizzazione della vita, e così le vocazioni si inaridiscono e muoiono come il seme del Vangelo soffocato dai rovi, dissecato dal sole o divorato dagli uccelli.

         E così si spegne il fuoco interiore della vita di unione con Dio e il prete ... cambia bandiera. Sono preoccupato per tutti, perché tutti possiamo sbagliare, ma lo sono specialmente per i nostri confratelli più giovani. Gli ultimi della serie (e saranno gli ultimi?) sono stati quest'anno i Padri Pastre e Silveri.      Dal 1965 ad oggi 15 dei nostri hanno chiesto la riduzione allo stato laicale. Non siamo il solo Istituto a subire di queste emorragie: ma ciò non è una grande consolazione.

         Non giudichiamo le persone. Ci siamo sentiti in dovere di usare verso questi confratelli, nel tempo in cui stavano maturando la loro decisione e dopo, tutta la comprensione. In parecchi di questi casi, però, quando noi veniamo a conoscenza della crisi non è subito chiaro se il nostro dovere è quello di indurre il soggetto a rimandare la decisione per meglio ponderarla, oppure aiutarlo a condurla ad effetto. Nei primi tempi, poi, non potevamo neppure sapere quali fossero gli orientamenti della S. Sede a questo riguardo. Così possiamo aver dato a qualcuno l'impressione di ostacolarlo solo per partito preso. Dio vede il nostro animo. Più volte abbiamo anche dato aiuti finanziari a confratelli che stavano cercandosi una sistemazione come laici. Ma credo non sarebbe né cristiano né onesto dissimulare il profondo dispiacere che a noi rimane perché queste cose sono successe.

         Voglio inoltre far sapere a tutti voi e a tutti i nostri alunni, nella mia qualità di Superiore Generale: non sono d'accordo con coloro i quali vorrebbero attribuire alle insufficienze delle strutture e delle leggi ecclesiastiche, agli atteggiamenti della Gerarchia, alla impostazione tradizionale della vita sacerdotale  o ad altre situazioni oggettive la responsabilità "principale " dell'esodo che la Chiesa oggi lamenta.

         Due moniti leggo in questi avvenimenti. Il primo riguarda ciascuno di noi: osserviamo bene dove conduce la via per la quale stiamo camminando. C'è una segnaletica che ogni buon cristiano sa leggere: il progressivo abbandono della preghiera, nel suo duplice aspetto di esercizio di pietà e di vita di unione con Dio; il culto sbagliato della propria personalità e libertà; la contestazione per la contestazione; la insofferenza per la pietà e per l'obbedienza; la sfiducia verso i Superiori, verso la Gerarchia , verso il Papa; la noncuranza per le regole di prudenza e di riservatezza...(potete continuare voi: scientibus loquor): queste cose possiamo prevedere dove rischiano di condurci.

         Il secondo monito ci riguarda come membri della medesima società: siamo tutti responsabili di creare, con la grazia di Dio, ambienti, comunità, gruppi, fraternità (chiamateli come volete), che ci aiutino davvero a vivere insieme di fede, di amore e di timore di Dio, ad apprezzare la nostra condizione di sacerdoti e di missionari, a restare affezionati alla Chiesa (quella reale di oggi; non quella che esiste solo nella fantasia di alcuni) e al Papa.

         Cari confratelli, dobbiamo pregare di più e con più umiltà ben sapendo che noi da noi stessi siamo niente e che solo Cristo è la nostra forza. Padre Manna diceva: "Lo studio di Gesù Cristo e dei suoi misteri deve essere l'occupazione costante dei sacerdoti". Lo sia per tutti noi!  

2. – Le nostre Beatificazioni  

         Da alcuni, pochi, si è contestato che la Direzione Generale abbia dato inizio a dei "processi di beatificazione". Rispondo che:

         1 - E' secondo lo spirito della Chiesa mettere in luce gli uomini che sopra gli altri si sono distinti per santità e per la somma delle loro virtù perché siano modello e aiuto agli uomini tutti.

         2 - Non trovo in nessuna pagina della Sacra Scrittura che Iddio riprovi una simile pratica; anzi...!

         3.- Non mi si venga a dire che oggi gli uomini non abbisognano più di modelli da imitare. Basta guardarsi in giro per vedere esattamente il contrario. Forse siamo noi preti che ci siamo lasciati intaccare da un certo rispetto umano e ci siamo dati a imitare anche noi i modelli del mondo.

         4. - A parte quanto sopra, che per me è valido quanto mai, si veda anche una forte ragione contingente alle nostre iniziative e la si scopra nelle parole "ricerche storiche agli studi necessari sulla vita" ecc. In un momento in cui tutti ci ripetono il dovere di ritornare alle origini, cioè ai vescovi e alle diocesi, vedo quanto mai utile e necessario iniziare e far continuare "ricerche storiche e studi" su due grandi uomini nostri, Mons. Ramazzotti e P. Manna, che della "diocesaneità" dell'Istituto sono stati iniziatore uno e strenuo difensore e rivendicatore l'altro. A mio modesto avviso abbiamo bisogno di presentare ai vescovi di oggi non delle chiacchiere o dei piani più o meno idealisti, ma dei modelli concreti da imitare e seguire e ragioni che convincano e muovano.

         Mettere quindi in luce questi nostri due campioni non significa altro che cercare una via concreta e credibile per un ritorno alle nostre origini. Se poi dovesse, in seguito, venire la beatificazione... ben venga anche quella e speriamo che molti di noi, pur nel nascondimento e nell’anonimato, raggiungono in virtù e opere le altezze di Mons. Ramazzotti e di P. Manna. Avremmo tutti da guadagnare anche se nessuno ci metterà sugli altari.  

3. – Abbiamo bisogno di modelli  

         Permettetemi di aggiungere qui, non per tediarvi ma per edificarvi e per confermare che siamo in linea con la Chiesa , quanto ha detto Paolo VI al popolo domenica 31 maggio a mezzogiorno:

         "Anche oggi la Chiesa possiede un nuovo Santo, ed è S. Giovanni de Avila. Un santo spagnolo del ‘500, grande predicatore, grande scrittore, grande promotore della riforma della Chiesa, al tempo del Concilio di Trento, e grande maestro della vita spirituale. Tra gli altri suoi libri ve n'è uno che meriterebbe d'essere conosciuto anche in Italia, ancor oggi, specialmente dalle anime religiose, intitolato "Audi, filia", ascolta o figlia.

         Questa canonizzazione ci fa pensare al patrimonio di uomini eletti, posseduti dalla Chiesa e via via accresciuto nel corso dei secoli; non è soltanto un patrimonio di memorie degne di essere ricordate dagli storici e dai compaesani; ed è già cosa singolare e mirabile; non è soltanto una tradizione del passato, altra cosa preziosa che il tempo non riesce a consumare; ma è un patrimonio vivo, di personalità di prim'ordine, che sono ancora con noi, anzi più che mai dopo che è loro riconosciuta la santità, che li iscrive in quella comunione dei Santi, ch'è la Chiesa ; la Chiesa celeste specialmente la quale in Cristo e mediante lo Spirito, comunica anche con noi, ancora membri della Chiesa terrestre e pellegrina in questo tempo e in questo mondo.

         Se esiste questa comunione dei Santi - ed esiste! - non faremmo bene a profittarne un po' di più di quanto oggi non si faccia? Conoscerli questi Santi, onorarli ed invocarli, e soprattutto imitarli, dobbiamo.

         Ne avremmo conforto a ben pensare dell'umanità e a ben vivere la vita cristiana. Senza dubbio lo riconosciamo, sta il fatto che noi ci lasciamo impressionare dalle figure degli uomini singolari, dalle figure degli artisti, per esempio, degli sportivi, degli eroi, dei potenti; e sta bene, questo è un fenomeno della convivenza umana; è un mimetismo al quale, più o meno non si sfugge. Se conoscessimo meglio i Santi, potrebbe darsi che diventeremmo anche noi più buoni, più fedeli. più cristiani, e non sarebbe questa una bella cosa?

         Vediamo di capire la Chiesa che onora Cristo onorando i suoi migliori seguaci, e facciamo anche noi qualche passo per metterci in linea.

         Ecco, cari confratelli: la mia linea è quella di stare sempre col Papa.

               Nuovo campo di lavoro nella diocesi di Chittagong (Bangladesh)

     Il Bengala (oggi Bangladesh) è la più antica missione affidata al Pime (vi lavoriamo dal 1855!) che è rimasta aperta a nuovi missionari e nella quale si può lavorare con una certa libertà d’azione. L’Istituto vi è affezionato e ha allargato a poco a poco il suo campo d’azione. Mons. Pirovano scrive questa lettera d’incoraggiamento ai confratelli dopo la breve ma sanguinosa guerra civile del 1971, che aveva distrutto o disastrato anche molte missioni e portato molta gente, con alcuni nostri missionari, a fuggire nei campi profughi della vicina India. Il fatto che in queste drammatiche situazioni, invece di rinchiudersi il Pime pensi di estendere il suo campo di lavoro per rispondere all’invito di un vescovo locale, è un forte segno dello spirito apostolico tradizionale dell’Istituto (Lettera del 19 giugno 1973, “Il Vincolo” n. 107 -  maggio-settembre 1974   -   pag. 54 segg.).  

Carissimo Regionale e missionari del Bangladesh,

         P. Chiesa è tornato ormai da due mesi dal giro durante il quale ha visitato voi, quelli della Thailandia e il prof. Rizza a Rangoon. E' stato subito preso dai suoi impegni qui in Italia ed è riuscito a mettere in iscritto soltanto alcune delle cose o situazioni che ha incontrato nel suo viaggio.     Ci ha però parlato frequentemente di voi, del vostro lavoro, della vostra situazione. Ci ha confermato, quello di cui eravamo già convinti tutti, che cioè siete una comunità affiatata, che ha buona volontà di lavorare, che lavora davvero, che non ha paura e non misura disagi.

         Soprattutto siete una comunità che fa sue le sofferenze e le speranze del popolo bengalese. Mi ha detto che adesso che l'avete fatto, vi domandate se il lavoro sociale di alleviamento e di ricostruzione che avete compiuto per la vostra gente, toccava a voi a farlo e vi viene lo... scrupolo di aver dato involontariamente l'impressione di essere un'organizzazione economicamente potente.

         Non c'è alcun male nel riflettere su quello che avete fatto, sul bene che avete compiuto, e sulle sofferenze che avete temporaneamente alleviate; ma non angustiatevi eccessivamente perché... mi pare ormai di conoscere i nostri missionari sul campo e so che anche voi, come altri, in altri posti (vedi l'India qualche anno fa, vedi le Filippine proprio in questi tempi), mostrereste tutta la dedizione e tutta la generosità che avete avuto se, Dio non voglia, il vostro popolo bengalese dovesse ancora attraversare un periodo come quello della guerra passata. Sareste voi i primi a spogliarvi delle vostre cose, a non star più fermi per farvi in cento e a non ...lamentarvi se dopo aver dato via quasi tutto, vi rubano il resto, vi svuotano la casa, compresa la gabbia dei canarini o il fucile cui ci tenevate tanto come ricordo nostalgico di una gioventù andata.

         Siete stati bravi e lo siete ancora. Vi auguro che possiate trovare nella riflessione, nel frequente contatto con il Padre e nell’amicizia e comunione tra voi la forza e le motivazioni per continuare così e per migliorare. Avete bisogno della forza di Colui che vi ha mandati perché sappiamo tutti che le vostre difficoltà e i pericoli non sono finiti. Il popolo del Bengala sta facendo un cammino faticoso e la Chiesa bengalese deve sentire ancora la responsabilità di dare il suo contributo di sviluppo anche sociale fin dove può arrivare.

         In modo particolare mi ha fatto grande piacere sapere che il vostro amore e il vostro interessamento va al di là dei confini della vostra missione. Mentre il vostro lavoro e la vostra vita si svolgono nella vostra missione di Dinajpur, il vostro interessamento va oltre i confini di essa e giustamente siete preoccupati di tutta la Chiesa del Bangladesh: vi sentite parte di essa. Ne è prova il vostro interessamento per il seminario maggiore che sta incominciando a Dacca. Anche questa vostra sincera e apostolica apertura verso tutto il Bangladesh si è trasmessa a tutta la Direzione Generale e anche ai nostri giovani che si sentono attratti dai bisogni della Chiesa locale. E' proprio su questo argomento che voglio dialogare con voi richiamando i punti più salienti delle nostre relazioni col Vescovo di Chittagong.

         Tempo fa Mons. Gioachino Rozario di Chittagong mi ha scritto ancora pregandomi di mandare qualcuno ad aiutarlo nella sua diocesi. La cosa non vi è nuova perché lui stesso ve ne ha parlato lo scorso dicembre e poi ne avete parlato ancora con P. Chiesa durante il raduno di febbraio. So che non siete venuti a nessuna decisione concreta, pur restando in voi il desiderio di venire incontro ai bisogni di tutta la Chiesa del Bangladesh.

         P. Chiesa vi ha riferito del colloquio che lui stesso ha avuto con Mons. Gioachino a Barisal. Poi noi da Roma non ci siamo più messi in contatto con lui per ragioni di delicatezza. Infatti P. Chiesa a Rangoon in Birmania incontrò il Superiore Generale di un Istituto Missionario che gli disse di essere in cerca di un posto in Asia e di essere intenzionato a studiare la possibilità di lavoro in Bangladesh per i suoi missionari. Siccome P. Chiesa in Bangladesh seppe che tali contatti potevano essere imminenti, abbiamo creduto bene di soprassedere alla cosa per lasciare più liberi sia Mons. Gioachino che quell'Istituto Missionario di trattare senza remore. Del resto pensavamo che il contributo che un altro Istituto Missionario avrebbe potuto portare alla vostra Chiesa sarebbe stato maggiore di quello che avremmo potuto dare noi già assorbiti in Dinajpur.

         Il fatto che Mons. Gioachino adesso ci faccia ancora un accorato appello ci fa pensare che non sia riuscito ad avere aiuti altrove. Per questo io scrivo a voi e vi esprimo con sincerità il pensiero, il desiderio e la... volontà della Direzione generale.  

         1. - A noi piacerebbe l'idea e la volontà di aiutare la Chiesa di Chittagong. Ci sta a cuore come tutte le altre chiese che hanno bisogno e chiedono collaborazione.  

         2. - I Vescovi del Bangladesh ci desiderano sinceramente: conoscono i nostri difetti e le nostre buone doti. Sanno i nostri limiti e la nostra buona volontà. Ci chiedono e ci chiedono con insistenza, perché hanno veramente bisogno di personale. Oggi non è così dappertutto. Molte altre chiese, anche in Asia, richiedono con meno insistenza...

          3. - Mons. Gioachino vi ha parlato con onestà: vi ha detto e ci ha detto perché ci vuole. Non ha esitato a dirci che ha bisogno del nostro aiuto per poter mettere in piedi la sua Chiesa con il clero locale. Anche se non ha usato la parola, ci ha detto con onestà che ci vuole per "servire", cioè per tirare avanti il lavoro che c'è onde il suo clero locale possa prepararsi per il futuro. Ci vuole al più presto perché non si sa fino a quando il governo manterrà la politica di “visa” (permessi ai missionari) che vige adesso.  

         4. - Benché egli sia convinto che gli interlocutori più validi con i cristiani, specialmente delle grandi religioni, sono sempre i nativi, è ben contento che noi portiamo nella sua diocesi l'ansia di andare ad gentes e lo spirito di vedere sempre che cosa si può fare di nuovo parallelamente a quello che si fa ora. Tale ansia e tale spirito però, ci ha detto onestamente, non deve esimerci dall'aiutarlo a portare avanti le opere che già ci sono.

          5. - Il parere, o meglio, la decisione unanime della Direzione Generale è di accettare l'invito del Vescovo Gioachino e di mettersi a disposizione per il servizio che ci ha chiesto. Sappiamo che il Vescovo Rozario non è contrario all'idea, anzi è favorevole purché il PIME non lasci mancare il personale necessario a Dinajpur. Questo lo possiamo garantire. Sappiamo che nei vostri meetings ed anche nell'incontro con P. Chiesa voi siete stati dell'idea che era bene che tale decisione fosse demandata alla Direzione Generale. Vi ringraziamo per la fiducia e crediamo di aver interpretato i segni dei tempi accettando l'invito di Mons. Gioachino.

         Sembra che la Chiesa Bengalese sia un campo in cui la Provvidenza ci invita e d'altra parte l'entusiasmo dei nostri giovani per il Bangladesh continua ad essere profondo.  

         6. - Nelle destinazioni che intendiamo pubblicare in questi giorni, il Bangladesh è stato contemplato con un numero rilevante di missionari e questo appunto in vista di un allargamento del nostro servizio.

                  7. - Per venire a dei punti concreti vediamo non solo conveniente e prudente ma anche necessario che la nostra presenza Chittagong incominci con qualcuno di voi che siete già in Bengala da anni e che avete conoscenza ed esperienza di uomini e di cose. In concreto pensiamo che il primo gruppo del... distaccamento sia di tre o quattro missionari di cui almeno uno di sicura e provata esperienza bengalese.

          8. - Pensiamo che questa destinazione... interna possa essere meglio studiata e accordata dal Superiore Regionale vostro con la Comunità locale assieme anche al Vescovo Rozario.Vi preghiamo perciò di studiare la cosa e di metterla all'ordine del giorno del vostro prossimo incontro. Ricordatevi anche della bella pagina degli Atti degli Apostoli dove si parla di Saulo e Barnaba e della comunità di Antiochia.  

         9. - Noi risponderemo al Vescovo Gioachino che l'Istituto andrà in aiuto della sua Chiesa ma che i dettagli del lavoro, i tempi e le persone saranno stabiliti in seguito, dopo che la nostra comunità di Dinajpur si sarà manifestata in proposito. Il Regionale P. L'Imperio, od un suo delegato (P. Corba?) potranno fare da ponte fra noi e Lui.

          10. - Ripetiamo che la vostra diocesi di Dinajpur non deve avere paura. Vogliamo considerare la nostra presenza a Dinajpur come prioritaria ed abbiamo la confidenza che il Signore susciterà sempre missionari per la Chiesa del Bangladesh nella misura in cui essa ne sentirà il bisogno. La confidenza è basata sul fatto che ci pare davvero che estendendo la nostra presenza in Bangladesh, stiamo rispondendo all’invito chiaro di una chiesa che ci chiama con tanta sincerità e che ha veramente bisogno.

          Ed ora un caro saluto a tutti; un vivo ringraziamento a P. Corba per il magnifico lavoro fatto con voi. Un sincero augurio a P. L'Imperio e a tutti un abbraccio con una benedizione ex corde.

 

 

                 “Il Giappone: un meraviglioso campo di lavoro”

     Dopo le sue visite alle singole missioni, il Superiore Pirovano scriveva a quei missionari una lettera, pubblicata su “Il Vincolo”, con una relazione della sua visita, gli aspetti positivi e negativi che aveva notato, le osservazioni che si sentiva di fare, come Superiore generale, ai suoi confratelli. Leggendo queste lettere, pare quasi impossibile che un uomo come Pirovano, occupatissimo su vari fronti e con scarsa propensione allo scrivere, dopo ogni visita ad una singola missione trovasse il tempo e la voglia  (l’entusiasmo) di scrivere così a lungo e a tutto l‘istituto, addentrandosi nei singoli problemi e situazioni incontrati sul posto. E’ uno dei tanti segni, e non degli ultimi, della passione e del senso profondo del dovere con cui faceva il Superiore generale: avrebbe potuto infatti limitarsi a scrivere qualche breve richiamo e orientamento solo ai membri di quella missione visitata. Ma lui voleva informare tutti, coinvolgere tutti, far capire che l’Istituto è una “famiglie di apostoli” (come si dice nella nostra tradizione). Penso che queste lettere siano molto interessanti, ma non possiamo pubblicarle tutte. Dopo quella ai missionari del Bangladesh, ecco questa al Giappone che mi pare molto significativa anche per capire chi era mons. Pirovano ( [23] ).

     Mi pare che il Giappone sia una "sfida" per noi missionari, e questo mi tenta e mi sollecita molto; mi è sempre piaciuto sfidare ed essere sfidato. Quindi a me sembra che il Giappone, come missione, sia un meraviglioso campo di lavoro per noi missionari; concepisco infatti i missionari come gente... fuori del normale: cioè gente innamorata del proprio ideale, tutta tesa a vivere e comunicare "il Messaggio" con tutti i mezzi leciti e a costo di qualunque sacrificio, che non cede e non s'arrende davanti alle difficoltà, anzi da queste ne ritrae stimolo per osare di più, per aguzzare l'ingegno, per scovare nuovi modi di presentarsi e di presentare la "Parola di Cristo" senza paura, senza scoraggiamenti, senza fingimenti, con dolcezza inusitata ma anche con costanza e perseveranza adamantina.

         Missionari come una reminiscenza dei grandi "Cavalieri" del Medio Evo? No! ma meglio: come "Apostoli di Gesù Cristo", che rivivono in se stessi i sentimenti di fedeltà, di gioia, di speranza, di fiducia nella presenza di Gesù Cristo nella storia degli uomini, di allegria nelle difficoltà, "uomini di Dio che tendono alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza" (S.Paolo, 1 Tim. 4,12); missionari come S.Paolo... ma in formato ridotto, giacché siamo sempre... piccoli uomini, limitati nella capacità e, specialmente (spero di non far torto a nessuno) limitati nella corrispondenza alla Grazia.

         Ad ogni modo, carissimi confratelli del Giappone, non posso non dirvi che sono contento di voi, in generale, e del vostro lavoro; riparto dal Giappone con sentimenti di speranza per il futuro e di gratitudine per quanto avete fatto, state facendo e farete, stimolati dalla grazia di Dio. Vi dirò anche che sarei lietissimo di poter inviare missionari in questo Paese e vi chiedo preghiere perché questo desiderio possa diventare realtà nel prossimo e nel lontano futuro.

2.  Il “Gruppo Tokyo” per le vie nuove ( [24] )

         Praticamente il Gruppo non esiste più come tale e questo ci spiace immensamente per vari motivi. Padre Toaldo ha fatto una nuova scelta di vita; lui e il Signore sanno come e perché si è arrivati a questa finale. A p. Maggi ho fatto delle proposte concrete. Preghiamo e speriamo che siano accolte per il bene suo e della missione.

         Certo è che per nuovi tentativi bisognerà prendere come punto di partenza quello che chiede la Chiesa giapponese e quello che ha stabilito il nostro ultimo Consiglio Plenario. L'esperienza nostra del PIME e quella di tutte le Congregazioni missionarie (ogni mese abbiamo in Roma riunioni di Superiori Generali per uno scambio di idee) dimostra chiaramente che nessun tentativo di vie nuove può riuscire se non si mettono come basi insostituibili la vita di comunità, la vita di preghiera, l'unità con la Chiesa locale e con il proprio Istituto. Il tutto condito da profonda e reale umiltà per lasciarsi guidare e correggere perché è sempre vero che "Deus humilibus dat gratiam et resistit superbis" (Dio dà la sua grazia agli umili, ma resiste ai superbi, Giacomo 4, 6; 1Pietro 5, 5).

3. La Chiesa locale

         Noi tutti sappiamo quel che ci dice il Concilio a riguardo della funzione di guida della Chiesa locale. Ma in realtà non sempre riusciamo ad accettare... i limiti di cultura, di tradizione, di forma, di mentalità, ecc. della Chiesa locale. Concedo che non è facile... fraternizzare ed accettare con serenità e spirito ossequiente questi limiti. Del resto anche al clero locale non è facile "capire" quello che vogliamo noi stranieri e certi nostri modi di fare e pensare.

         Tocca a noi però muoverci per primi, andare incontro a loro, metterci alla pari, o magari sotto di loro. Diciamo tante volte che in missione si va per servire, ma poi...

         Quello che desidero da voi è che non si faccia "un gruppo a parte" nelle diocesi in cui siamo. Non lasciamoci "ingabbiare" dalla disposizione geografica delle nostre parrocchie. Come norme pratiche suggerisco: a) che si partecipi sempre e tutti alle riunioni del clero diocesano; b) che si partecipi al ritiro spirituale e ai corsi di aggiornamento del clero diocesano e delle varie iniziative diocesane; c) che si inviti, in occasioni di feste od altro qualche sacerdote diocesano a fare ministero nelle nostre chiese; d) che si offra fraterna e cordiale ospitalità ai sacerdoti giapponesi. Insomma cerchiamo tutti i modi per formare un cuor solo e un'anima sola con i preti giapponesi.  

5.     Riunioni comunitarie di missione ( [25] )  

         Ho visto che normalmente in entrambe le missioni si tengono delle riunioni mensili o bimensili. Deo gratias e cercate di continuare questi incontri fraterni, Ma mi sembra che si dovrebbe migliorarne la...qualità. Ho avuto una fugace impressione (e forse sbagliata) che le vostre riunioni siano un po' ...povere.

         Cosa mi permetto di suggerire? Prima di tutto che in ogni nostro incontro ci sia una parte ben netta e precisa riservata alla nostra spiritualità missionaria e sacerdotale. Le nostre non possono e non devono essere riunioni del tipo... manageriale; cioè di gente che si incontra solo per sapere come risolvere certi problemi pratici inerenti al nostro lavoro. In primo luogo i nostri incontri devono rimarcare la nostra principale qualifica: "missionari e sacerdoti"; dovrebbero essere riunioni di "apostoli di Gesù Cristo" ben consci che noi siamo niente se non abbiamo lo "Spirito" con noi, e che siamo qui in questo Paese non tanto per fare o far funzionare bene qualche cosa ma "in primis et ante omnia" per testimoniare la nostra fede e il nostro amore a Gesù il Signore. Quindi la preghiera, la concelebrazione, la meditazione (ben preparata) della Parola di Dio.

         In secondo luogo vorrei che le vostre riunioni di missione servissero anche per il famoso "aggiornamento". Voi sapete che io non sono del tipo...intellettualistico e culturale, ma vi assicuro che credo e sento la necessità dell'aggiornamento, della così detta formazione continua. Il problema è che il mondo cammina, progredisce (magari come i gamberi), il livello culturale si alza dovunque ed il prete non può e non deve restare indietro. Penso che teoricamente siate tutti d'accordo, ma ho paura che anche voi, come tanti altri, cadiate nell'idealismo. Cioè: noi siamo pronti ad accettare l'aggiornamento, ma tocca a Roma - o a chi non so - inviare gli specialisti, i "professori di fama" ecc.ecc. Puro idealismo!

         Si cominci a fare sul posto quello che è possibile fare: sono sicuro che si può fare molto perché lo specialista che viene da fuori potrà dirvi tante belle cose, ma nessun specialista cattedratico potrà avere la conoscenza e l'esperienza locale che avete voi. Il problema vero è quello di sapersi organizzare, di dividersi i compiti, di prepararsi e di accettarsi gli uni gli altri con fiducia. Coraggio, allora, miei cari, e cominciate ad organizzare le vostre riunioni con un programma spirituale e culturale ben chiaro e sappiate continuare con perseveranza. Raccomando specialmente ai Superiori di Missione di....non mollare e di impegnarsi come gli altri e più degli altri per questa iniziativa oggi tanto indispensabile. Grazie.  

6.     Il valore della Liturgia  

         Ritorno al Giappone. In questi 40 giorni ho potuto visitare parecchie cose (a differenza delle altre volte che ero venuto in Giappone) e specialmente ho voluto visitare i templi buddisti e shintoisti. Il mio desiderio era di cercare di scoprire il "senso religioso" dei giapponesi. Naturalmente non ci sono riuscito; ma ho visto parecchie cose che mi hanno... incantato.

         Visitando specialmente certi templi ho sentito il mio ...”kimochi” (sentimento, n.d.r.) farsi tenero, tenero. Le bellezze esteriori delle linee architettoniche, l'armonia dei colori, il senso artistico delle ornamentazioni, l'estrema e scrupolosa pulizia degli ambienti, la sontuosità e la bellezza delle vesti liturgiche, i gesti misurati, precisi... sacrali dei bonzi, tutto mi faceva colpo. Da povero ignorante oserei dire che i giapponesi vanno ai templi proprio perché il loro kimochi gode di quanto ho detto sopra e alle volte ne sentono addirittura il bisogno.

         Ditemi che sono cattivo, ma mentre visitavo i templi e assistevo a qualche funzione, mi venivano in mente le nostre chiesette forse troppo povere e spoglie, certi nostri paramenti, certe nostre sacrestie, certi pavimenti e banchi, certi camici, amitti e corporali, ecc. certe celebrazioni un po' affrettate, ecc. ecc, Tiratene voi le conclusioni. A me sembra che il kimochi abbia una grande importanza in tutto il mondo, ma qui in Giappone mi sembra addirittura una chiave... determinante per iniziare un dialogo e per far sorgere una certa stima iniziale. Mi dicono che un visitatore gesuita, al tempo dei tempi, abbia ordinato ai suoi confratelli di usare abiti di seta, di avere cavalli e servi, ecc. La modesta e povera veste usata dai preti in Europa non serviva come "testimonianza" presso i giapponesi di allora. Io non sono competente per dire che cosa colpisca i giapponesi di adesso, ma penso che il culto della forma esteriore, della proprietà, della pulizia, dell'ordine personale, ambientale, ecc. abbiano ancora la loro grande importanza anche oggi.

         Miei cari, se non ho sbagliato, tiratene voi le conclusioni anche riguardo al vostro modo di vivere, di vestire e specialmente riguardo alle vostre chiese e alle vostre abitazioni. Perché non cercate di avere anche voi una ... "zia" in canonica che vi aiuti ad essere più giapponesi nell'esteriore vostro, della chiesa e della casa?

  7.     Le varie attività della missione  

         Ho potuto vedere abbastanza con calma quanto state facendo e... sono contento: asili, catechesi ai pochi che vi cercano, diffusione di giornaletti ai cristiani e ai non cristiani, programmi radio, riunioni con i genitori dei bambini dell'asilo, rappresentazioni sacre e profane nei vostri saloncini, insegnamento di varie cose (morale, filosofia, musica, lingue), visite e assistenza ai carcerati, ai vecchi, ai matti, J.O.C., gruppi biblici, dischi, ecc. Bene, bravi! Sono contento. Il Missionario deve sempre essere un tipo...poliedrico, dovunque, ma a me pare che qui in Giappone specialmente egli debba aguzzare l'ingegno per sapere cogliere i momenti e i modi di farsi conoscere, per allargare sempre più la cerchia di coloro che in un modo o nell'altro vengono in contatto con lui.

         A me sembra che in Giappone la missione non consista tanto nell'esercizio dell'assistenza ai bisognosi o all'aiuto tecnico per lo sviluppo (hanno da insegnare a noi); la missione qui in Giappone è soprattutto "testimonianza di fede e di vita". E' necessario conoscere sempre più gente e farsi conoscere da un numero sempre maggiore di persone, perché queste stesse persone, vedendo voi e il vostro stile di vita, ascoltando le vostre parole, e... spiando se la vostra vita è davvero conforme al vostro insegnamento, abbiano a domandarsi: "Ma perché e per chi fa questo?". Se saprete suscitare una risposta più o meno così: "Mah! fanno così perché dicono di credere e di amare Gesù Cristo", voi avrete già fatto tutto quello che il Signore vuole da voi; il resto, cioè la fede , la conversione, il battesimo sono...affari di Cristo e del suo Spirito.

         Non preoccupatevi quindi del numero dei cristiani e del numero dei battesimi, e soprattutto non scoraggiatevi. La cosa veramente importante di cui dovrete sempre preoccuparvi è di essere trovati conformi all'immagine di Gesù Cristo; chi vede voi e chi ascolta voi dovrebbe poter vedere in ... trasparenza Colui che vi ha mandati.

         So che gli asili sono stati variamente giudicati; nel quadro in cui ho detto sopra a me sembrano invece meravigliosi strumenti di conoscenza attiva e passiva; cioè un mezzo per farsi conoscere e per conoscere un grande numero di persone e un mezzo per seminare molti germi di bene. Un proverbio giapponese dice che l'anima di un bambino di tre anni dura fino a cento. Donate le vostre cure e il vostro cuore a questi bambini; saranno i vostri amici di domani e i simpatizzanti della Chiesa. La simpatia, la fiducia e la stima sono veicoli per la fede.

         Cercate ogni mezzo per mantenere vicino a voi questi piccoli anche dopo che avranno lasciato l'asilo, e soprattutto cercate di creare fra voi e le famiglie dei bambini un legame duraturo. Coraggio e avanti in Domino. Perdonate a questo povero "gaijin" (straniero, n.d.r.) di aver avuto la pretesa di consigliarvi; l'ho fatto perché vi voglio bene e perché desidero che siate sempre più "immagini viventi del Signore".  

          

                                Papa Giovanni sacerdote modello

    Mons. Pirovano era molto devoto di Papa Giovanni XXIII, leggeva le sue biografie e i libri con i suoi scritti. Nella sua ultima ordinazione sacerdotale di missionari del Pime ha voluto celebrare questo avvenimento il 18 giugno 1977 a Sotto il Monte, dove, come noto, c’è la casa natale del Papa, che l’ha donata al Pime nel 1963, pochi mesi prima di morire. Pirovano tiene la sua omelia agli ordinandi proprio sul Pontefice amico dell’Istituto, nella cui casa natale essi vengono ordinati sacerdoti ( [26] ). Pubblichiamo la parte più importante:

         Cari ordinandi, di solito, nelle ordinazioni sacerdotali, il Vescovo illustra la dottrina della Chiesa circa il sacerdozio, questo mistero insondabile di Amore per cui Cristo, che  nell’Eucarestia si fa pane, nell’ordinazione sacerdotale si fa ancora più umile, più nascosto, più irriconoscibile, perchè si incarna in un uomo, nel prete! Questa volta, cari ordinandi, ho pensato che, invece di parlare del sacerdozio, è meglio guardare alla figura del Papa Giovanni, scendere nel profondo del suo cuore e apprendere dalle sue parole e dai suoi esempi quale dev'essere la vita del prete: amico e fratello di Gesù (cfr. Gv. 15,12 ss).    Spigoliamo in questo ricchissimo campo; vediamo e ascoltiamo insieme quanto Papa Giovanni ha da insegnarci.

 1) Rapporto del prete con Dio

          "Tutto ciò che non è onore di Dio, servizio della Chiesa, bene delle anime, è accessorio per me e senza importanza" scrive A. Roncalli nel dicembre 1926.

         Negli esercizi spirituali dell'agosto del '34, quella grande anima dirà a se stesso: "Sii fedele alla forma della pietà sacerdotale: Messa, piccola meditazione, breviario, corona, visita al SS. esame di coscienza, buone letture, ma tutto con un tono più elevato di fervore, con una certa sovrabbondanza di unzione, come nella lampada che è nutrita da olio copioso".

         Ma molto tempo prima, il cappellano militare Angelo Roncalli, si era dato il suo programma scrivendo: "Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con Lui, alla meditazione abituale e tranquilla della verità che la Chiesa mi propone e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti. Cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Sarò particolarmente vigilante perché nella mia casa si mantenga sempre diffuso un gran profumo di purezza" (3,5,'19).

         Significative e profonde le espressioni del suo cuore quando scrive ai parenti. Al prozio Saverio scriverà di sé: "Il prete (ora) è fatto ma non basta, ci vuole il santo prete che faccia del gran bene a tutti" (2/17/1904).

         E alla nipote Enrica scriverà: "Ecco il segreto del nostro successo: grande abbandono in Dio che ci vuole bene e che è grande onore servire nella sua santa Chiesa. Umiltà e semplicità sempre con tutti. Squisito ed ardente amore a Gesù" (3/1/'42).

         Ad un cugino (Beppino Roncalli) manderà a dire: " L'anima mia deve essere come uno specchio che deve riflettere l'immagine degli Angeli, di Maria Santissima, di Gesù Cristo" (4/4/'60).

         Quando già vicino alla morte il grande Papa si prepara all'incontro col suo Dio, lascerà questi pensieri come sintesi della sua vita sacerdotale: "Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso che volli porre di fronte al mio letto. Egli mi guarda ed io Gli parlo. Nelle lunghe e frequenti conversazioni notturne il pensiero della redenzione del mondo mi è apparso più urgente che mai...".

         Crocifisso ed Eucaristia dunque, ecco i due poli di Papa Giovanni; infatti egli dirà: "I fedeli non sanno immaginare il sacerdote se non nella irradiazione di luce e di grazia della santa Messa. L'altare è il posto che gli conviene innanzi tutto... Egli ha da apparire come di casa nel tempio del Signore... Più che la lampada che arde presso l'altare eucaristico, la persona del buon sacerdote volge verso nostro Signore i pensieri, i sentimenti, gli sguardi dei fedeli... La vita del sacerdote deve essere tutta penetrata dalla santità di Cristo: induimini Dominum Iesum Christum" (rivestitevi del Signore Gesù Cristo) (25/1/'60).

     E continua il grande Papa: "Dalla prossimità col mondo il sacerdote non può sottrarsi... è un grave compito e un dovere... ma attenti... può diventare una tentazione per la propria anima sacerdotale. Quale impegno per noi di santificarci per davvero e di santificare tutto quello che sta intorno a noi! L'essere sacerdoti con Lui, intesi a prolungare con Lui l'opera redentrice, conferisce al nostro umile nome uno splendore incomparabile per la nostra anima” (ibidem). E Papa Giovanni nella stessa occasione aggiungerà: "E' sul vertice della celebrazione quotidiana che noi più compitamente ed espressivamente siamo sacerdoti! Lasciamoci pervadere da quel "Hoc facile in meam commemorationem. Diventiamo Lui" (ibidem).

         Credo che queste poche righe siano più che sufficienti per farci scorgere la profondità della vita interiore del sacerdote, del vescovo e del Papa.

         Ma penso che non sia inutile dare uno sguardo anche all'apostolato di Papa Giovanni, al rapporto cioè che deve intercorre fra  

2) Il prete e il suo popolo  

         Al nipote don Battista il Vescovo Roncalli scrive da Istanbul (4/2/'43): "Questa è la vita del sacerdote: nella dignità e nella edificazione della propria condotta far risplendere ed amare il Divin Sacerdote e Redentore del mondo". E ancora sempre da Istanbul alla famiglia: "Un prete deve dimenticare se stesso per essere tutto nell'esercizio della carità e del buon apostolato".

         Il Patriarca Roncalli dirà ai sacerdoti e fedeli di Venezia: "Guardando al vostro Patriarca, cercate il sacerdote, il ministro della grazia e non altra cosa... Non guardate al Patriarca come ad un uomo politico, ad un diplomatico. Cercate il sacerdote, il pastore di anime che esercita fra di voi il suo ufficio in nome di Nostro Signore. Il pastore va avanti a tutti, apre la porta, guida ai pascoli ubertosi, consuma la sua vita per il gregge" (15/3/'53).

         In un corso di Ss. Esercizi, quando era ancora giovane sacerdote, Angelo Roncalli scrive nel suo celebre "Giornale dell'anima": "I ministeri che ho tra le mani sono assai delicati e pericolosi... Propongo perciò di mantenere sempre quel contegno di bontà, modestia, di gravità che, facendo dimenticare la mia persona, renda la mia opera efficace di bene spirituale. Vita di pietà nel senso più teologico e profondo della parola; vita di sacrificio. E in mezzo a tutto ciò letizia, soavità, pace" (19/10/'912).

         Ma il sacerdote Roncalli non è certamente un intimista; la sua vita e il suo apostolato abbracciano tutto il mondo. Egli dirà:  "Noi, uomini di Dio, non siamo chiamati semplicemente a rendere conto della nostra vita individuale. Noi dobbiamo rendere conto della salute del mondo intero: illuminate, illuminate, illuminate! E' dall'altare, da questo monte santo che dobbiamo guardare le cose terrene, giudicarle e servircene" (23/11/'58).

         E sempre su questo tema pastorale ben conoscendo il valore della Fede vissuta nel quotidiano della vita e incarnata in ogni nostra scelta, l'infaticabile Papa ci dirà: "Promuovete sopra tutto l'istruzione religiosa; questo contribuirà a risolvere anche i problemi di ordine temporale assai meglio che altri accorgimenti umani possano riuscire" (26/8/'61). Ma è oltremodo espressivo per noi il pensiero che Mons. Roncalli ha scritto per se stesso arrivando a Roma (18/1/'24): "L'Opera della Propagazione della Fede è il respiro della mia anima e della mia vita. Per essa tutto e sempre: testa, cuore, parola, penna, preghiera, fatiche, sacrificio, di giorno e di notte, a Roma e fuori. Tutto e sempre".

         In Angelo Roncalli ogni cosa è pensata e confrontata con quello che è l'Opus Dei per eccellenza, aiutato in questo dal suo innato equilibrio umano: non si lascerà sconvolgere dagli eventi né travolgere dall'attivismo. In un corso di S. Esercizi dirà a e stesso: "Il tempo che dò all'azione deve essere proporzionato su quello che dò all'Opus Dei, cioè all'orazione. Ho bisogno di dare alla mia vita un tono di preghiera più vibrante e più continuato" (2/12/'26). E ancora: "Tutto il Signore sa volgere al trionfo del suo regno, anche il mio stare esteriormente inoperoso" (13/11/'27)

         Sempre riguardo al tema del sacerdote a servizio dell'uomo, Papa Giovanni dirà ai preti: "1) Dio ci ha chiamati ad illuminare le coscienze, non a confonderle e a forzarle. 2) Ci ha chiamati a parlare con la stessa semplicità con cui si enunciano gli articoli del Credo Apostolico, non a complicare il ragionamento né ad accarezzare gli uditori. 3) Ci ha chiamati a risanare i fratelli, non a terrorizzarli" (10/2/'59).

         Ai seminaristi, sia a Venezia che a Roma, il Papa darà un programma di estrema semplicità ma di vitale importanza sacerdotale e dirà: "Vita immacolata, cioè purezza della mente e del cuore. Robustezza di carattere ma con mitezza ed umiltà di spirito, della mente e del tratto. Ardore di carità che ci fa dimenticare ogni preoccupazione di indole terrena, di umani riconoscimenti, di effimere lodi" (22/11/'59).

         "Spirito di obbedienza perché questa è la nostra caratteristica, la nostra grandezza. Siamo invitati a camminare, ad andare per il mondo, sulle tracce dell'obbedienza. Siamo ben determinati a questo che, se non lo fossimo, molto meglio sarebbe arrestare il nostro cammino, uscire dal seminario e darci ad altre occupazioni" (3/3/'57). Parole chiare, decisive, forti: il Papa della bontà non dubita di usare il pastorale quando il bene della Chiesa e delle anime lo esige; e parla chiaro e deciso.

         " La Chiesa , dirà in altra occasione, vuole degli uomini saldi e forti, ben formati nella mente e nel cuore. I sacerdoti debbono essere capaci di resistere alle attrattive e seduzioni del secolo; debbono saper moderare la loro sensibilità per essere sempre padroni di sé in ogni circostanza e avere in grado eminente anche le virtù naturali. Ecco quindi il dovere di mantenere la parola data, l'essere lineari e retti, non seguendo le vie della confusione e dell'imprecisione, né giustificando intenzioni meno belle con pretesti di carità e di culto" (22/11/'59).  

3) Rapporto del prete con i Superiori  

         Permettetemi, cari ordinandi, di toccare brevemente un terzo punto, anche se questa omelia ha già preso molto del vostro tempo: voglio dire il rapporto fra Angelo Roncalli e i suoi Superiori, il suo spirito di Fede e di obbedienza in questo pur difficile convivio di persone.

         In un corso di S. Esercizi Angelo Roncalli dirà a se stesso: "Io sono come un uccello che canta in un bosco di spine. Poche confidenze su ciò che può farmi soffrire. Molta discrezione ed indulgenza nel giudizio degli uomini e delle situazioni. Inclinazione a pregare specialmente per chi mi fosse motivo di sofferenza, e poi in tutto grande bontà, pazienza senza confini, ricordando che ogni altro sentimento non è conforme allo spirito del Vangelo e della perfezione evangelica" (4/5/'30), e continua: "Pur di far trionfare la carità a tutti i costi, preferisco essere tenuto per un dappoco, Mi lascerò schiacciare, ma voglio essere paziente e buono fino all'eroismo. Semper in cruce, oboedientia duce" (14/5/'30).

         E sappiamo dalla storia della sua vita e da episodi rivelati dal card. Testa in questi ultimi tempi, quanta sofferenza ed incomprensione appia assaporato la sua anima sensibile e dolce.

         Pur tuttavia egli scriverà nel suo "Giornale dell'anima": "Le tribolazioni non mi vengono dai bulgari per i quali lavoro, bensì dagli organi centrali della Amministrazione Ecclesiastica. E' una forma di mortificazione che non mi attendevo e che mi fa molto soffrire. Ma debbo e voglio abituarmi a portare questa croce" (2/12/26). E più avanti dirà: "Io non desidero, io non voglio niente fuori dell'obbedienza alle disposizioni, istruzioni e desideri del S. Padre e della S. Sede" (24/12/28). Naturalmente questo grado altissimo di virtù e di perfezione evangelica non si improvvisa; è costruito pian piano, mattone su mattone con l'attenzione quotidiana agli impulsi dello Spirito.

         Nell'agosto 1914, nel decennio della sua ordinazione sacerdotale, il sacerdote Angelo dirà a se stesso: "Il sorriso abituale che sfiora il labbro deve saper celare la lotta interna, talora tremenda, dell'egoismo... così che Iddio e il mio prossimo abbiano sempre la parte migliore di me stesso. Io me ne sto, senza affanni, lì dove la Provvidenza mi pone, lasciando libero ad altri il cammino" (10/8/34).

         E qualche tempo dopo confiderà ancora al suo "Giornale": "Voglio rimanere esemplare in tutti i miei doveri di professore nei vari rapporti col Mons. Rettore, coi colleghi, con gli scolari. La mia persona non sia pietra d'inciampo al mio Vescovo, ma pietra e strumento ad aedificationem" (3/10/1914).

         Così, miei cari ordinandi, costruiscono la loro vita i sacerdoti che vogliono essere santi. “Non preoccuparti per nulla del tuo avvenire, dirà ancora a se stesso Mons. Roncalli nel '34; sii sempre contento di vivere così, lontano dagli occhi, forse dall'attenzione dei tuoi superiori, non dolendoti di essere poco apprezzato, sforzandoti di gustare sempre più il "pro nihilo reputari" (essere ritenuto un niente) (31/3/'34).

         E in un altro ritiro spirituale scriverà: "La mia missione in Grecia come è fastidiosa! Appunto per questo l'amo anche di più e propongo di continuarla con fervore, sforzandomi di vincere tutte le mie ripugnanze. Per me è consegna, quindi obbedienza" (18/11/'39).

         Se vogliamo conoscere la semplicità e la rettitudine evangelica della diplomazia del Nunzio Roncalli ascoltiamo quanto egli confida da Parigi al suo diario: "Io lascio a tutti la sovrabbondanza della furberia, della così detta destrezza diplomatica e continuo ad accontentarmi della mia bonomia e semplicità di sentimento, di parola, di tratto. Le somme infine tornano sempre di vantaggio di chi resta fedele alla dottrina ed agli esempi del Signore" (13/12/'47).

         E ancora dirà in un'altra occasione: "Il miglior successo del mio servizio resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo della semplicità e di calma... ad andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità" (27/11/'48). Ecco il trinomio fondamentale di papa Giovanni: verità, giustizia e carità.

         Permettetemi, cari ordinandi, di ascoltare ancora due profondissimi insegnamenti di questo grande santo che oggi ci parla. Abbiamo già udito quanto egli abbia dovuto soffrire anche dagli uomini di Chiesa. Ebbene ascoltiamo ciò che egli si è imposto come disciplina e come virtù; dice: "Delle persone del Vaticano, dal S.Padre in giù, non una espressione che fosse meno riverente, amabile, rispettosa. Mai!" (27/11/'48).

         Ma più avanti dirà a noi preti: "Che gli altri uomini siano uomini, ciò non deve stupire, ma che i Ministri di Gesù Cristo, questi angeli della Chiesa, diano al mondo profano ed incredulo spettacoli di disaccordo fra di loro, di mutua demolizione, ciò fa spremere lacrime di sangue" (22/2/'62). Nel suo ultimo radio-messaggio il 3 giugno '63, giorno della sua morte, Papa Giovanni dirà ai fedeli di Germania: "Credete, fratelli, si possiede lo Spirito Santo nella misura in cui si ama la Chiesa ". Vale anche per noi!

         Ed ora un ultimo insegnamento che vale per tutti: sacerdoti, religiosi e laici cristiani: ecco che Papa Giovanni ci dice: "Tra i più bei conforti della mia vita vi è questo: di essermi sempre mantenuto fedele alla recita del S. Rosario" (25/10/'13).

         Cari ordinandi e carissimi fratelli, quanto abbiamo udito non è soltanto la parola di Papa Giovanni, un brano di letteratura, un suono di voce che si disperde al vento. No! la parola di Papa Giovanni è diventata in Lui vita e santità.

         Ed ecco allora il mio augurio: siate sacerdoti secondo il cuore di Papa Giovanni e sarete sacerdoti secondo il cuore di Cristo! Così sia.

 

 



[1] “Il Vincolo”, n. 87, settembre 1965, pagg. 1.-4.

[2] Mons. Pirovano si riferisce ai missionari di Birmania e India, dov’era difficile mandare nuovo personale. Il Pime continuava a tentare vie nuove a questo fine.

[3] Lettera all’Istituto del 23 ottobre 1966; “Il Vincolo”, n. 89, maggio – ottobre 1966, pagg. 1-2.

[4] “Il Vincolo”, n. 89, maggio-ottobre 1966,pagg. 30-31.

[5] “Il Vincolo”, n. 90, gennaio-marzo 1967, pagg. 1-4.

[6] “Il Vincolo”, n. 91, maggio - settembre 1967, pagg. 1 – 4.

[7] “Il Vincolo”, n. 93, maggio-giugno 1968, pagg. 1.3.

[8] “Il Vincolo”, n. 94, settembre-dicembre 1968, pagg.  38-40.

[9] Chi cerca di conservare la sua vita la perderà; chi è pronto a sacrificare la sua vita per me, la ritroverà.

[10] Le vostre vie non sono le mie vie, dice il Signore.

[11] Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

[12] Vi ho predicato e insegnato non con abili discorsi di sapienza umana. Era la forza dello Spirito a convincervi. Così la vostra fede non è fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

[13] Dio ha deciso di salvare quelli che credono, mediante questo annunzio di salvezza che sembra una pazzia.

[14] Che hanno voglia di ascoltare.

[15] Perché verranno falsi profeti e falsi messia, i quali faranno segni miracolosi per cercare di ingannare, se fosse possibile, anche coloro che Cristo si è scelto.

[16] Padre santo, conserva uniti a Te quelli che mi hai affidato, perchè siano una cosa sola come noi… Così potranno essere perfetti nell’unità.

[17] Io  non prego soltanto per questi miei discepoli, ma prego anche per altri, per quelli che crederanno in me dopo aver ascoltato la loro parola. Fa che siano tutti una cosa sola come Tu, Padre sei in me e io sono in Te, anch’essi siano in noi.

[18] Sono un metallo che rimbomba, uno strumento che suona a vuoto (1Cor 13, 1).

[19] Non chiunque dice: Signore, Signore! entrerà nel Regno dei Cieli.

[20] “Il Vincolo”, n. 96, luglio-dicembre 1969, pagg. 6-8.

[21] “Il Vincolo”, n. 100,  ottobre – dicembre 1970, pagg. 129-132.

[22] “Il Vincolo”, n. 99, luglio-settembre 1970, pagg.  62-63.

[23] Lettera scritta in Giappone il 25 novembre 1975, “Il Vincolo”, n. 115, gennaio-marzo 1976, pagg. 2-5.

[24] Il n. 1 di questa lettera tratta dell’utilizzo dell’antica casa del Pime in centro a Tokyo e dell’esigenza di una nuova sede più ampia. Il “Gruppo Tokyo” era formato da quattro giovani missionari che vivevano in un appartamento fuori dell’Istituto e lavoravano per mantenersi, per tentare una “via nuova” di inserimento nel mondo giapponese: due poi sono rientrati, due usciti dal  sacerdozio.  Sul “Gruppo di Tokyo”  vedi la lunga e interessante relazione del vicario generale padre Ilario Trobbiani, “Il Vincolo”, n. 115, gennaio-marzo 1976, pagg. 14-30.

[25] Nel n. 4 della sua lettera mons Pirovano si meraviglia del fatto che nessuna delle missioni del Pime ha delle suore come collaboratrici in parrocchia. Esorta vivamente i missionari a fare il possibile per avere almeno una comunità di suore, perché “a me sembra infatti che una missione senza le suore sia una missione... monca, incompleta”.

26] “Il Vincolo”, n. 120, maggio-settembre 1977, pagg. 54

 

(Appendice)   
Associazione “Amici di Mons. Pirovano”

 

L’Associazione “Amici di Mons. Aristide Pirovano” viene costituita, con sede in Erba, il 3 giugno 1997 da parte di alcuni amici del Vescovo erbese, deceduto qualche mese prima.

Lo scopo prioritario dell’associazione è di completare e sostenere le molteplici attività promosse da Mons. Pirovano a Marituba (ultima sua creatura) affidate  all’opera dei Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria. 
Alla fine del 1996, pochi mesi prima della sua morte, l’ospedale Divina 
Provvidenza è terminato nelle opere murarie; ma è necessario attrezzarlo e istruire  il personale per poterlo avviare. L’Associazione si impegna, anche se nata da poco, ad aiutare la Congregazioneinizialmente inviando mensilmente denaro per la formazione del personale. Dal 1998 inizia a finanziare l’acquisto delle attrezzature ospedaliere e concorda con il pagamento di rate mensili, le prime in dollari e piu’ tardi in Euro. Dal 2001 assume la gestione del progetto di “adozione a distanza”: circa 420  bambini che vengono visitati almeno una volta all’anno da un membro  dell’associazione.  Questo aiuto dato ai tre asili, alle tre scuole dell’obbligo (8 anni di studio) e alla  scuola superiore era stato promosso fin dal 1993 da Laura Pellegrino, con  l’approvazione di Mons. Pirovano. Sempre nel 2001 ha avuto inizio l’iniziativa del “Villaggio Italia”: acquistato un   terreno nella ex-colonia del lebbrosario, ora bairro dom Aristides, sono state  costruite finora 11 case già assegnate a 11 famiglie, le piu’ misere. E’ prevista la costruzione di altre cinque case.
Nel 2004, su un terreno, donato dal Comune di Marituba, di circa 40.000 mq nel quartiere di San Francisco è stata costruita e attrezzata una “Fazendinha”, destinata in parte a piantagione, in parte all’allevamento di animali, in parte alla
piscicoltura. Completano la struttura un edificio che ospita le aule, la mensa, e un deposito per i macchinari. A breve la costruzione sarà ampliata con la realizzazione di un padiglione coperto.  Il progetto è destinato a circa 150 fra maschi e femmine dai 10 ai 18 anni senza una famiglia responsabile e lasciati ai pericoli della strada. Nella Fazendinha Esperança si seguono lezioni di sostegno e si impara a coltivare ortaggi, fiori e ad allevare animali da cortile. Dal 2006 si attiva un nuovo progetto “Esperança na Terra”, rivolto alla formazione professionale e all’inserimento nel mercato del lavoro nel settore della floricoltura e del giardinaggio per decine di giovani altrimenti considerati a rischio. Sotto la guida di docenti e tecnici attraverso 1200 ore di lezione e attività pratica, un’ottantina di giovani (da 14 ai 22 anni) ampliano le nozioni di base: matematica, educazione civica, igiene, sicurezza sul lavoro. Soprattutto imparano a coltivare fiori e piante ornamentali, a metterle in commercio sul mercato locale e ad avviare piccole imprese o cooperative. Dall’altra parte di Marituba (ca. 5 Km .) è nato, nel 1996, il Progetto “Betania” con le finalità dei precedenti progetti: le bambine imparano a cucire anche a macchina, ricamare e lavorare all’uncinetto, i maschietti a fare oggetti in gesso e in legno.
Dal 2006, terminato l’ampliameno dell’archivio dell’ospedale, si studiano nuovi
progetti per l’ospedale, tra cui la digitalizzazione di tutti gli esami diagnostici per immagine (tac, radiografie, ecografie ecc.); verranno costruite le ultime case del Villaggio.
Continuano le adozioni a distanza riunendo due volte l’anno le famiglie adottive in tre sedi diverse e consegnando a ciascuna di loro notizie sul bambino adottato e sulla sua famiglia e la relazione annuale della missione. Durante i periodici viaggi a Marituba si continua a portare aiuti singolarmente alle famiglie piu’ bisognose con le offerte nominative raccolte.
L’Associazione, con pubblicazioni periodiche, concerti ed eventi mirati, continua a
promuovere le iniziative di sostegno alla missione di Marituba e ad altre bisognose  di attenzione.  Nei vari anni, se pur in misura piu’ ridotta, sono stati aiutati altri missionari: in  Brasile, in India, in Bangladesh, in Africa. All’inizio del 2002 l’associazione invia al Cardinal Carlo Maria Martini, all’epoca  arcivescovo di Milano, la richiesta di apertura della causa di beatificazione del  Vescovo Missionario, che il Cardinale conosceva molto bene, avendolo anche  visitato direttamente a Marituba 
La raccolta delle testimonianze e delle adesioni a questa iniziativa è tutt’ora aperta e attende contributi da parte di tutti quelli che hanno conosciuto e apprezzato
Mons. Pirovano.

La sede legale dell’Associazione è in – Via Garibaldi, 54 - 22036 Erba (Como)

L’associazione è contattabile anche telefonicamente o per fax al no. 031 3338224.