PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE  

II 
PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE
Tra i fondatori del Pime in Brasile (1946)
Il primo viaggio in Amazzonia con un aereo militare
La condanna del ballo durante le feste religiose
 “I medici ci dicevano sempre che eravamo denutriti”
“L’Amazzonia è l’ultima ruota del carro nell’Istituto”
Dal tempo dei pionieri alla fondazione della Chiesa (1955)
 “Le due Prelazie in Amazzonia sono più che missioni!”
La pastorale era di insegnare il Catechismo   
L’unico vero fallimento: formare i preti locali
Laici missionari e “Vaticano all’Equatore”
Il servo di Dio Marcello Candia e l’ospedale di Macapà 

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

          CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE  

     Terminata la guerra, padre Aristide Pirovano (120-130 altri giovani missionari del Pime rimasti in Italia a causa del conflitto) rimane ad Erba a servizio della parrocchia, in attesa di poter partire per le missioni. Nel giugno 1946 Aristide riceve una cartolina di mons. Lorenzo Maria Balconi, superiore generale del Pime: “Si presenti a Milano per delle comunicazioni”. Teme di essere ripreso e forse punito dal severissimo superiore la per la sua attività anche in campo politico (a Erba sosteneva la nascita e l’azione della Democrazia cristiana locale). Si fa portare a Milano in auto da “un amico ateo, ma che ci aiutava moltissimo nel lavoro di assistenza ai reduci”. La comunità dei missionari va in refettorio e durante il pranzo mons. Balconi chiede silenzio, si alza e dice:  

    Su impulso della Santa Sede e dopo accordi con il cardinale di San Paolo del Brasile, partiranno per il Brasile, per studiare la lingua e poi aprire delle missioni fra gli indios, il padre Attilio Garrè, già missionario in Cina che sarà il superiore, e due giovani padri: Giuseppe Maritano e Aristide Pirovano.  

     Tra i fondatori del Pime in Brasile (1946)

     Per festeggiare quella prima partenza del dopoguerra, a pranzo il Superiore ordina di distribuire tre biscotti a testa e un bicchiere di vino. Era il giugno 1946 e i tre debbono partire nel novembre seguente. Aristide, con il cuore pieno di gioia, ritorna a Erba per festeggiare la partenza, ma deve affrontare due situazioni dolorose. In agosto don Alberto Bartesaghi, l’amatissimo viceparroco di Erba, è nominato parroco a Pusiano e la gente di Erba chiede a gran voce che padre Pirovano sia il nuovo viceparroco. Il distacco è doloroso per Aristide, che aveva trent’anni ed era nel pieno delle sue forze, ma riesce a reagire ed a far capire ai suoi compaesani che vuol bene a tutti, ma è anche deciso a seguire la sua vocazione missionaria. Il destino gli riserba un altro duro colpo. Nell’ottobre 1945, il fratello Cesarino muore a diciassette anni. Due anni prima, il 12 settembre 1943, era stato colpito alla schiena dalla fucilata di un carabiniere contro una folla che stava prendendo d’assalto un deposito della Croce Rossa. La sua fu una vera agonia, tra infinite sofferenze.

    Giorni dopo si presentano nella casa di Aristide due partigiani che vogliono parlargli in privato. Gli dicono: “Noi conosciamo l’identità dell’uomo che ha colpito Cesarino e di fatto l’ha ucciso. Lei ha fatto tanto per Erba. Se vuole, a quello ci pensiamo noi….”. Aristide sente il mondo rovinargli addosso e, contrariamente al suo modo di reagire, si mette a piangere: quei due giovani vengono ad offrirgli, come compenso per quel che ha fatto per Erba, una vendetta, un regolamento di conti che in quei tempi era abbastanza comune (con tante armi che c’erano in giro!) e che proprio il missionario aveva sempre condannato e combattuto. “Voi non avete capito nulla! Io non cerco vendette, fuori di qui”. La tensione che Aristide aveva accumulato in quei tempi gli scoppia dentro e si sfoga col pianto, toccando con mano il fallimento del suo insegnamento ed esempio di perdono e di pace! E li manda fuori con modi bruschi.

    Il 9 novembre 1946 Pirovano sale a Genova su un’antica nave brasiliana, l’“Almirante Alexandrino”, un catorcio relitto di chissà quante traversate dell’Oceano, che lo porta a Santos, il porto sull’Oceano di San Paolo del Brasile. In quel tempo ero in II liceo nel seminario del Pime di Sant’Ilario Ligure (oggi Capolungo nel comune di Nervi). Ricordo bene che con i superiori e gli altri seminaristi del Pime, abbiamo accompagnato al porto di Genova i tre missionari destinati al Brasile: erano i primi partenti dell’Istituto nel dopoguerra e p. Garrè era rettore del nostro seminario. Una partenza per noi memorabile, per noi ragazzotti che aspiravamo alla missione. Abbiamo visto la nave staccarsi lentamente da terra con i tre che sventolavano i fazzoletti ad amici e parenti: l’ultimo saluto per una partenza che si pensava “per sempre”, cioè senza ritorno.

    A quel tempo, nell’intenzione e nell’immaginario comune del Pime , la partenza per le missioni era intesa per sempre e senza ritorno! Per noi ragazzi era una vigorosa iniezione di spirito missionario: partire per non ritornare più, dedicandoci totalmente al nuovo popolo a cui saremmo stati mandati. L’educazione allo “spirito missionario” era molto forte a quel tempo, i missionari anziani o reduci venivano spesso in seminario e ci raccontavano le loro avventure, i sacrifici e i patimenti da sostenere per essere “buoni missionari”. La prima partenza di missionari nel dopoguerra ha lasciato in noi un ricordo indelebile. Pirovano così ricordava l’Almirante Alexandrino:  

    La nave era un antico incrociatore della prima guerra mondiale che era diventata una nave passeggeri del Brasile. Era piena di emigranti dall’Europa centrale, soprattutto ebrei, e poi italiani con un po’ di fascisti che scappavano dall’Italia. Il trattamento era disastroso: cibo abbondantissimo ma immangiabile, una sporcizia incredibile, noi dormivamo a prua, in un camerone che ospitava 300-400 uomini senza un ventilatore con un unico rubinetto di acqua dolce per lavarci. Due bambini sono addirittura morti di vaiolo e sulla nave c’è stata una specie di rivoluzione, che siamo riusciti ad evitare facendo sostituire i due cuochi brasiliani con dei napolitani. Solo il pane era meraviglioso, Maritano e io mangiavamo del gran pane bianco con un bicchiere di vino. Padre Garrè che era anziano e con la barba bianca, veniva sempre invitato alla mensa ufficiali dove si mangiava un po’ meglio e tutti i giorni “grattava” qualcosa, una mela, una pera e ce la portava per fare merenda. Io e Maritano avevamo molti soldi in tasca, ma in 36 giorni di viaggio abbiamo comperato solo due birre. Ci spiaceva spendere. Vivevamo da poveri senza nemmeno saperlo, ma eravamo allegri lo stesso.

    Il viaggio è durato 37 giorni. Arrivati al porto di Santos (il 16 dicembre 1946, n.d.r.), avrebbe dovuto venire a prenderci una ricca famiglia genovese, amica di padre Garrè. Ci attardiamo qualche giorno a bordo in attesa di quella famiglia, che ci avrebbe accompagnati a San Paolo, ma non s’è visto nessuno. Siamo riusciti a comperare il biglietto del treno e siamo arrivati a San Paolo: durante il giorno il caldo era sui 40 gradi. Era ormai quasi buio e Garrè dice: “Andiamo dai padri di Don Orione, io ero molto amico di Don Orione”. Noi diciamo: “Prendiamo un taxi”. Ma Garrè era genovese e voleva andare a piedi. Finalmente lo convinco dicendogli che ho dei soldi e pago io. Allora ci infiliamo in un taxi con i nostri valigioni. Mentre andiamo verso i padri di Don Orione, vediamo una chiesa illuminata, il taxista ci spiega che è la chiesa dei Sacramentini. Garrè dice: “I Sacramentini? Io li conosco. Fermati qui”.

    L’accoglienza dei Sacramentini italiani è cordiale, ma non hanno posto per ospitarci di notte, allora decidiamo di andare da don Orione. “Prendiamo un  taxi”. “Un altro taxi! No, andiamo a piedi”: Garré, da buon genovese, quando si trattava di risparmiare era inflessibile.  Un giovanotto nero bello e robusto che era in casa dei Sacramentini come factotum ci accompagna. Eravamo rotti di stanchezza e digiuni fin dal mattino. Col ragazzo attraversiamo il centro di San Paolo e prendiamo il tram in Praça da Bandeira, io e Maritano con due valigioni ciascuno che pesavano circa 30 chili l’uno; Garrè andava tranquillo con il suo piccolo valigino dove aveva solo due cambi di biancheria e due camicie.

     Il tram si ferma e il ragazzo nero ci fa scendere in quella che una volta era la parte più povera di San Paolo. “Don Orione è qui?”. “No, è più su, in fondo alla salita”. Come ho fatto a fare quella salita non lo so, mi pareva di crollare ad ogni passo. La casetta di Don Orione non aveva campanello e il ragazzo batte le mani. Batti e ribatti, finalmente si accende una finestra al secondo piano e si affaccia un uomo assonnato: “Chi c’è?”. Garrè spiega che siamo missionari italiani e lui ha conosciuto don Orione a Genova . Poi sale e parla a lungo con il padre, noi giù ad aspettare seduti sul marciapiede.

    Quel povero prete di don Orione non aveva nemmeno la cucina, il cibo glie lo portavano ogni giorno da un’osteria lì vicino. “Avete fame?” ci chiede. “E’ da stamattina che non mangiamo”.  “Ma io ho solo due banane e del guaranà” ( [1] ). Così abbiamo mangiato due banane in tre. Per dormire c’erano due stanze: una col letto senza materasso, presa da Garrè e l’altra con due letti col materasso. Stravolti dalla fatica e dalla fame ci siamo sistemati e io mi sono acceso una sigaretta. Ne offro una a Maritano che non fuma, ma per l’occasione l’accetta. Poi ci mettiamo a cantare, sottovoce per non disturbare: “Che la vaga ben, che la vaga mal, che la vaga semper inscì” ( [2] ). Così è incominciata la missione del Pime fra gli indios in Brasile.

    I primi tre missionari del Pime arrivano in Brasile il 16 dicembre 1946, alla “ricerca di una missione tra gli indios”, come diceva il mandato ricevuto da mons. Lorenzo Maria Balconi. Sbarcando a Santos e stabilendosi poi a San Paolo, nel sud Brasile, si ritrovano in una città moderna, evoluta, industrializzata e in pieno boom economico, mentre venivano da un’Italia distrutta alla guerra. Non conoscevano il portoghese, non sapevano dove andare. Le prime lettere di Aristide esprimono questo sconcerto: dove siamo capitati! E’ missione anche qui nel sud Brasile, ma noi dobbiamo evangelizzare gli indios, andremo a cercarli nelle foreste dove abitano….

     Quei poveri missionari non avevano la minima idea del Brasile, nè della sua geografia, storia, situazione umana. Il Superiore li aveva mandati fra gli indios, che certamente in Brasile c’erano, ma distanti 3- 4.000 chilometri da dove erano sbarcati. Oggi ci scandalizziamo di questa improvvisazione, superficialità e impreparazione. Ma Balconi  li aveva mandati, con l’approvazione di Propaganda Fide perché in Italia aveva cento e più missionari giovani che scalpitavano e protestavano per essere ancora in Italia, a un anno dalla fine della guerra mondiale. L’unico punto di riferimento era una famiglia genovese emigrata in Brasile, che padre Garrè conosceva! Nelle lettere dei tre missionari appare anche la gioia di “essere in missione” e ringraziano Balconi di averli mandati. “Sono contento di stare in Brasile e pure non mi dispiacciono le lotte che stiamo sostenendo”, scrive Pirovano a Balconi.

     Trovata ospitalità presso una congregazione religiosa, iniziano lo studio della lingua. Ma due mesi dopo, nel febbraio 1947, Maritano è già vice-parroco a Cotia (50 km. da San Paulo), Garrè cappellano di un Carmelo e Pirovano si dà da fare per trovare una missione fra gli indios. Padre Garrè, visto che il cardinale arcivescovo di San Paolo non offre alcuna “missione alle genti”, manda Pirovano dal nunzio apostolico a Rio de Janeiro (mons. Carlo Chiarlo), il quale dice al giovane missionario di “scrivere a tutti i prelati che hanno territori con infedeli per offrire il nostro concorso, dichiarandosi pronto ad appoggiare la nostra domanda”.  

      Il primo viaggio in Amazzonia con un aereo militare  

     L’Amazzonia brasiliana è estesa 14 volte la nostra Italia, più di tutti i 27 paesi dell’Europa comunitaria (il Brasile è 28 volte l’Italia)! Nel 1947 in Amazzonia c’erano due sole diocesi, Belem e Manaus, con una quindicina di “prelazie” ( [3] ). L’evangelizzazione dell’Amazzonia è iniziata praticamente all’inizio del 1900; in precedenza c’erano missionari di vari ordini religiosi (francescani, carmelitani, gesuiti, cappuccini, mercedari) che visitavano i posti militari portoghesi e poi brasiliani alle frontiere e le poche cittadine di coloni nel territorio amazzonico, battezzando gli indios con i quali venivano in contatto.

     La vita moderna è penetrata tardivamente nell’Amazzonia brasiliana. La regione di Amapà con capitale Macapà (oggi stato federale brasiliano), dove mons. Pirovano e i suoi missionari arrivano nel 1948 per iniziarvi una Prelazia, era da tre secoli un territorio conteso fra portoghesi (e poi brasiliani) da un lato, inglesi, francesi e olandesi dall’altro con continue guerriglie e scorribande per il possesso della riva sinistra del Rio delle Amazzoni, dove i portoghesi avevano costruito per primi posti fortificati con piccoli nuclei di popolazione meticcia, negra e india; all’inizio del 1700 i portoghesi costruiscono la grande fortezza di San José a Macapà con la piccola ma bella cattedrale di fango pressato, legno e paglia, che ancor oggi è utilizzata ( [4] ). I francesi, che scendevano dalla Guyana francese e volevano estendere la loro colonia, intendevano costruire un loro forte poco a nord della cittadina di Amapà e vi fabbricarono migliaia e migliaia di mattoni, che poi abbandonarono nel bosco ( [5] ). Ancora nel 1895 una furiosa battaglia ad Amapà causò molti morti fra i difensori brasiliani e le truppe francesi. Nel 1900, per la mediazione del presidente della Svizzera, Walter Hauser, la Francia riconosce il territorio dell’Amapà come brasiliano e si ritira a nord del Rio Oyapoque in Guyana francese.

     Nel territorio dell’Amapà i primi missionari stabili sono stati dal 1910 i padri tedeschi della Sacra Famiglia, mai più di tre-quattro, che visitavano saltuariamente l’immenso territorio fra difficoltà inimmaginabili, specie a causa delle due guerre mondiali, quando il Brasile aveva dichiarato guerra alla Germania e i missionari erano sospettati di spionaggio dai militari che presidiavano le regioni di frontiera. Mons. Pirovano, giunto a Macapà nel maggio 1948, dichiarò in un’intervista ( [6] ):  

     Erano rimasti due soli missionari tedeschi, uomini veramente eroici e del tutto isolati. Durante i lunghi anni di guerra e di dopoguerra non avevano più ricevuto alcun aiuto né nuovo personale dalla Germania e soffrivano una fame crudele; il popolo li sospettava di spionaggio e parlava di sottomarini tedeschi, di radio-trasmittenti, ecc. In quelle regioni è facile che la gente si monti la testa! Quei due poveri missionari, che ripeto furono veramente eroici a rimanere, quando arrivammo noi sul posto ci salutarono come angeli liberatori. Uno di loro era talmente ammalato e depresso che non riusciva nemmeno a parlare… Il territorio non era mai stato evangelizzato sul serio, anche se gran parte degli abitanti si dichiaravano cattolici.  

     Questa la situazione che nel 1948 il Pime affronta a Macapà per fondarvi la diocesi. Ma come don Aristide ha trovato questa missione affidata ai nostri missionari in territorio praticamente vergine? Come s’è detto, aveva scritto, per consiglio del Nunzio apostolico, a tutti i vescovi dell’Amazzonia per chiedere una missione fra gli indios. Ma le poche risposte ricevute lo deludono. Allora, dice ( [7] ):

     mi sono deciso a fare il giro del Brasile. Non avevamo soldi, però la Provvidenza c’è. Ho trovato la strada per andare con un aereo militare in Amazzonia. Non si pagava niente, sono andato in giro con quell’aereo e dovunque si fermava cercavo dei preti italiani, dei religiosi per avere delle idee, per imparare, per conoscere. Arrivo a Belém, ospite dei cappuccini che mi hanno informato di varie possibilità. Poi salgo in aereo per andare a Manaus, che è al cuore dell’Amazzonia, 1.500 chilometri da Belem. Ma ad un certo punto l’aereo si ferma un po’ di giorni per un guasto a Santarem, che allora era un grosso villaggio. Vado in giro e vedo una chiesa dove c’erano dei francescani tedeschi. Il prelato vescovo, tedesco pure lui, ma dal nome italiano, Anselmo Pietrulla, mi tiene sveglio tutta la notte e mi racconta tutte le difficoltà dell’Amapà, proponendola come missione per il Pime.

     L’aereo militare, “aggiustato col filo di ferro”, riparte per Manaus, ma Aristide ha già deciso in cuor suo di accettare la proposta dell’Amapà. A Manaus prende dai cappuccini la parrocchia di “Nossa Senhora de Nazaré” da poco fondata alla periferia della città, come punto d’appoggio per un’altra “missione fra gli indios” che l’Istituto avrebbe accettato nell’interno dell’Amazzonia: nel 1955 sarà Parintins. Ma intanto, il vescovo Pietrulla, preoccupato di aver descritto al giovane missionario italiano l’Amapà in termini troppo negativi, scrive al nunzio e gli dice di intercedere presso i superiori del Pime a Milano affinchè accettino quella missione che era praticamente abbandonata. Il nunzio apostolico informa poi Pirovano di questa richiesta di mons. Pietrulla, da cui dipendeva il territorio dell’Amapà, e la sua risposta:

     Non tema – scriveva il Nunzio al prelato di Santarem – guardi che conosco i missionari del Pime. Se lei ha detto queste cose negative sull’Amapà a padre Pirovano, stia tranquilo che proprio per questo il Pime accetterà.

      La condanna del ballo durante le feste religiose

    Così, il 28 maggio 1948 sbarcano da Belém a Macapà (distante circa 300 chilometri sull’altra sponda dell’immenso Rio degli Amazzoni alla sua foce), i primi due del Pime: Aristide Pirovano e Arcangelo Cerqua (primo vescovo di Parintins). Poco dopo, arrivano a scaglioni gli altri 12 missionari, tutti giovani fra i 27 e i 35 anni ( [8] )! I 14 missionari trovano, accanto all’antica cattedrale, l’unica proprietà della Chiesa, una baracca di legno e fango pressato ( [9] ), in cui si sistemano tutti e nei primi anni si inseriscono in un ambiente  che era per loro imprevedibile, impensabile. La gente di Macapà (circa 3.000 abitanti) è ben contenta di tutti quei giovani missionari, si fanno in quattro per aiutarli: chi porta una sedia, chi uno sgabello, chi una pentola e dei piatti, il governatore si offre di costruire due gabinetti vicino al capannone dei padri, anche se ci mette tre mesi per realizzare l’opera. Ma sentiamo cosa racconta mons. Pirovano:

     La casa che abbiamo abitato a Macapà per diverso tempo era una capanna nuda, senza una sedia o un tavolo, senza un letto o uno sgabello. Quando arrivammo, il primo lavoro fu di smontare le nostre casse per fabbricare un tavolo e alcuni sgabelli. Si dormiva sulle amache appese ai chiodi, per terra era impossibile. Quella capanna di fango, che sembrava vuota, era abitata da reggimenti d’assalto di ogni tipo di animali: formiche, topi, scarafaggi, ragni, serpenti. Si beveva unicamente acqua bollita, si mangiava mandioca e pesce. Il pane allora non c’era e ogni tanto si faceva una battuta di caccia per procurarci la carne.

     La vita era dura e quasi insostenibile, ma ogni sera i missionari dicevano assieme vespero e compieta, poi cantavano il ritornello che Pirovano aveva loro insegnato: “Che la vaga ben, che la vaga mal, che la vaga semper inscì” ( [10] ). La pastorale era elementare: si trattava di interessare il popolo, che si definiva “cristiano”, alle cose dello spirito, dopo anni e anni di isolamento e di assenza quasi assoluta dei sacerdoti.

A Macapà, allora “un grosso villaggio con due-tremila abitanti, con le case di legno paglia e fango attorno all’antica cattedrale che era l’edificio più solenne”, i missionari trovano una popolazione cristiana, ma abbandonata da lungo tempo. Padre Lino Simonelli ricorda ( [11] ):

     La tradizione del battesimo era ben radicata e a Macapà in chiesa venivano in tanti. Alla domenica per la loro Messa avevamo 700 bambini e ragazzi. A quel tempo c’erano le Figlie di Maria con il loro scapolare azzurro, che andavano a raccoglierli casa per casa e li portavano in cattedrale. Era uno spettacolo veder arrivare i gruppi, tutti in fila entravano in cattedrale cantando. Alle otto c’era la Messa col catechismo, poi l’incontro dei “Crociatini” e delle “Crociatine”… Nei primi anni siamo giunti ad avere in mano la città di Macapà, perché le ragazze erano tutte con noi e la prelazia aveva proibito il ballo. Le ragazze non ballavano e senza ragazze non si fa il ballo e nemmeno il Carnevale.

     La storia del ballo proibito è tipica di quel tempo in Amazzonia e anche in altre parti del Brasile. La tradizione del Carnevale brasiliano è antica ed era penetrata ovunque, anche nelle regioni più remote ed isolate. Il Carnevale durava a lungo e si risolveva in un rilassamento morale generale con liti, ubriacature, accoltellamenti o bastonature solenni a chi aveva preso la moglie o la figlia di qualcuno. L’unico diversivo che aveva quella povera gente era il ballo della comunità ed ogni circostanza era buona per organizzarlo, anche nelle feste religiose. Nel 1950, vista la situazione, mons. Pirovano, allora amministratore apostolico della prelazia, scrive la prima “lettera pastorale” proprio sul ballo, minacciando fulmini e scomuniche contro coloro che organizzavano il ballo dopo le feste religiose. La lettera era stata richiesta dai missionari e fece scoppiare il finimondo, perché andava contro una tradizione affermata. Padre Bubani ricorda che alcuni missionari hanno sperimentato la durezza delle reazioni popolari, rischiando di finire gettati nelle acque vorticose dei fiumi! E racconta che lui era parroco ad Amapà e in occasione di una festa religiosa che radunava molta gente dall’interno era venuto il governatore dell’Amapà, Janarì, per partecipare a quella festa popolare: alla sera avevano organizzato un ballo in suo onore. Bubani si rifiuta di celebrare le funzioni religiose e la processione del santo patrono della cittadina. Così la Chiesa non partecipa alla festa e la gente va nella base militare locale a fare i suoi balli!

     Bubani ammetteva (nel 1995) che a quel tempo la severità della Chiesa era esagerata, ma si trattava di sradicare un disordine morale grave, di cui molti poi si lamentavano; però quella lettera pastorale produce alcuni frutti, come scrive Pirovano in una lettera al Superiore generale il 7 aprile 1951 ( [12] ):

     In occasione della rielezione del governatore dell’Amapà, Janarì, per la prima volta il governo non ha organizzato feste danzanti ufficiali, mentre è stata espressamente richiesta una Messa la più solenne possibile. Anche nell’interno del territorio i capi di polizia hanno dato l’ordine di aiutare i padri, di obbedirli e di non permettere danze in occasione di feste religiose.

      E padre Carlo Bassanini, primo parroco di Oyapoque, scriveva ( [13] ):

    Si è lottato molto contro il malcostume del ballo e qualcosa si è ottenuto. Qualche anno fa, le feste dei santi: S. Sebastiano, S. Benedetto Nero, S. Antonio, S. Raimondo, N. Senhora de Nazaré, Immacolata, ecc. erano celebrate più da pagani che da cristiani. Tutte le notti, durante la novena, il popolo si riuniva con strumenti musicali nella cappella: il sacrestano recitava il Rosario, cui qualcuno rispondeva, altri commentavano e ridevano. Quindi, dopo aver urlato una specie di litanie della Madonna e qualche preghiera, i musicanti incominciavano a strimpellare, prima in onore del Santo e quindi nessuno ballava; poi, messo un velo sopra la statuta del Santo, si scatenava il ballo che durava fino alle 3-4 del mattino, terminando spesso con litigi e bastonate. Ora siamo riusciti a diminuire il ballo e far celebrare le feste dei Santi con un po’ di devozione.    

     La principale difficoltà di predicare il Vangelo ad un popolo che si riteneva già cristiano era di convincere la gente ad abolire tante superstizioni. Pirovano racconta ( [14] ):

    Quando giungemmo a Macapà, la cattedrale, unica chiesa esistente, aveva l’aspetto di chiesa solo all’esterno, mentre all’interno era un baraccone da fiera di villaggio: altari sovraccarichi di statue e statuette (contammo una dozzina di San Rocco e una decina di altri santi non individuabili), quadri che nessuna commissione di arte sacra avrebbe approvato, candele e fiori di carta, corone d’ogni genere e persino radici di albero dalla vaga forma umana, che incarnavano qualche santo, e poi tanti nastri che sulla mensa dell’altare non c’era quasi posto per la celebrazione della Messa! Quando i primi giorni tentammo di spostare qualche statua o di eliminarla, di tagliare qualche nastro più sporco, la gente cominciò a guardarci storto. Erano così attaccati a quel panorama devozionale, che rischiavamo di farci prendere per protestanti.

   Allora capimmo che bisognava procedere con calma. Quando la gente cominciò a volerci bene, radunavamo in chiesa i personaggi più influenti e li portavamo davanti ad una delle statue più indecenti, dicendo loro che si doveva riparare, pitturare meglio, attaccare il braccio o la gamba mancanti: ma noì non potevamo fare quel lavoro “artistico”, bisognava mandare la statua a Belem. Quando finalmente davano il consenso, la statua partiva e non tornava più: quante statue di legno o di gesso, tarlate e polverose, abbiamo fatto sparire a quel modo! Intanto la gente si abituava a poco a poco al nuovo panorama e non osavano più protestare perché la nostra autorità morale era cresciuta e anche la loro fede era diventata più matura e solida.

      “I medici ci dicevano sempre che eravamo denutriti”

     Ciascun missionario inventava qualcosa di nuovo per interessare la gente ai temi della fede e della vita cristiana. Due missionari con esperienza di missioni al popolo, Arcangelo Cerqua e Giorgio Basile, girano per la cittadina di Macapà e nei villaggi, piantano una grande croce e incominciano a far pregare assieme ed a spiegare il catechismo drammatizzandolo: Giorgio faceva l’ignorante e poneva domande e obiezioni anche maliziose, ma doveva guardarsi dalle reazioni furiose di quegli uomini semplici che “tenevano” per l’altro, Arcangelo, che faceva il sapiente e rispondeva a tono: la gente correva al suono di una campanella, applaudiva e si emozionava.

    Vittorio Galliani e Dario Salvalaio iniziano a Macapà il primo campo da pallone, il coro di voci bianche, il teatro sacro con la rappresentazione di episodi biblici e della vita di Gesù. Dalla lontana miniera di manganese, venivano anche i tecnici americani a vedere questi teatri, poichè a quel tempo l’Amapà non offriva nessun altro divertimento: da tutto questo nasce il primo oratorio.

    Antonio Cocco si prende cura della cattedrale e sostituisce Basile quando va con Bubani ad Amapà. Lino Simonelli e Luigi Viganò visitano le famiglie una ad una a Macapà e villaggi vicini, sistemando liti e matrimoni, battezzando neonati e chiamando bambini e adulti in chiesa per il catechismo.

    Mario Limonta, con grande coraggio, si mette in viaggio per visitare tutto l’Amapà con barche di pescatori e commercianti, mangiando e dormendo dove e come capita: una faticaccia terrificante, ma porta a casa tante notizie utili per conoscere la situazione umana e religiosa della prelazia e stabilire dov’è meglio mettere un missionario residente. Però, quando mesi dopo riesce a tornare avventurosamente a Macapà è talmente dimagrito ed esaurito, che Pirovano lo manda al sud Brasile per rimettersi in salute, anche perché a Macapà non si trovava da mangiare in  modo “decente”!

     Nell’ottobre 1948 incomincia l’espansione della missione, l’occupazione del territorio. Angelo Bubani e Giorgio Basile, accompagnati da Pirovano, vanno in barcone a stabilirsi ad Amapà per fondarvi la parrocchia: trovano una chiesetta di legno con una specie di colombaia o mansarda sul tetto (piena di topi, pipistrelli, ragni, scarafaggi, serpentelli, ecc.), in cui vanno ad abitare. Diceva Bubani ( [15] :

     La nostra vita era un continuo viaggiare, in barca a remo o a vela, a cavallo, a piedi, per visitare le piccole comunità disperse. Uno di noi due stava in giro un mese poi tornava a casa a riposare, mentre partiva l’altro missionario. Si mangiava quasi solo farina di mandioca e pesce. La nostra “parrocchia” era vastissima, siamo arrivati ad avere 40 scuole in cui si insegnava il catechismo. La gente era molto religiosa e voleva il prete, ma noi eravamo solo due in una parrocchia estesa 40.000 kmq. e senza strade!

    Altri missionari partono per fondare altre parrocchie: Carlo Bassanini e Vittorio Galliani a Oyapoque, Angelo Negri e Simone Corridori a Santana e poi a Mazagào. Padre Negri mi ha detto ( [16] ):

     Il tempo di mons. Pirovano è stato un  prendere contatto con la gente, imparare la lingua, i costumi, la mentalità. Poi fondare le strutture della Chiesa e le varie opere. Pirovano insisteva che dovevamo studiare, ma io la lingua l’ho imparata parlando e ascoltando la gente, lasciandomi correggere. Sono stati anni molto faticosi e avventurosi, soprattutto per i viaggi nell’interno e per il cibo scarso e non adeguato. Si mangiava solo farina di mandioca e pesce percbè non c’era altro. Il caboclo è abituato fin da piccolo a mangiare così, ma per noi è stato un sacrificio grandissimo, che a poco a poco ci indeboliva anche perché ci buttavamo nel lavoro senza risparmiarci! Quando andavamo a fare una vacanza dai confratelli del Pime nel Sud Brasile, i medici ci dicevano sempre che eravamo denutriti!

     Due giovani missionari muoiono nei primi anni di missione ambedue a 33 anni: Dario Salvalaio per il morso di un cane rabbioso il 20 marzo 1956 e Simone Corridori per incidente stradale l’11 gennaio 1957! Un terzo missionario, Marco Cattaneo, già missionario in Birmania e parroco a Calçoene, muore a 54 anni in un fiumiciattolo che stava attraversando il 20 settembre 1966. Altre morti premature colpiscono la missione per malattie curabili ed esaurimento fisico. Ancora padre Angelo Bubani raccontava, nel 1995, quando era archivista del Pime a Roma e quasi del tutto sordo (è morto nel 2004 a 82 anni):

     Nei primi 15 anni che sono stato ad Amapà ho avuto più di cento attacchi di malaria e sono diventato sordo per il chinino che dovevo continuamente prendere, se non volevo passare la vita febbricitante e a letto. Quando andavo nel Sud Brasile e ricevevo lettere dai superiori e dai confratelli, mi sentivo continuamente rimproverare perché curavamo poco la salute e non mangiavamo abbastanza! Specialmente i primi cinque-sei anni sono stati molto duri, una vita veramente da cani: non so nemmeno come ho fatto a resistere. Eppure l’entusiasmo di essere in missione era sempre alto, nonostante le difficoltà.

     Poi c’era il problema di dare ai missionari delle abitazioni solide e sane. Nella prima relazione ai superiori del Pime, così padre Pirovano sintetizza la situazione trovata nella prelazia ( [17] ): solo a Macapà hanno trovato una “casa” per i missionari, quella di legno e fango col tetto di paglia; nelle altre “stazioni” missionarie segnate nel registro lasciato dai missionari tedeschi, Amapà, Oyapoque, Mazagào e Calçoene, letteralmente non esisteva nulla per ospitare i missionari: forse c’era in passato, ma dopo un decennio di abbandono le baracche o capanne erano scomparse o occupate da altri. I primi coraggiosi che andavano a vivere in luoghi lontani e isolati per riprendere i contatti con le comunità cristiane abitavano in rifugi precari o nelle capanne malsane e affollate di povera gente.

    Il prelato decide di incominciare le costruzioni dai posti più lontani, ma quando parte per una visita al territorio con i confratelli destinati alle varie missioni, fratel Mazzoleni, incaricato della casa comune e di trovare da mangiare giorno per giorno, d’accordo con i padri a Macapà abbatte il vecchio capannone di legno, fango e paglia e incomincia a costruire la casa dei missionari in muratura. Aristide, che voleva mantenere quel capannone come “ricordo storico” della missione, si arrabbia, ma si convince presto che è stata una saggia decisione.

     “L’Amazzonia è l’ultima ruota del carro nell’Istituto”

    Nei primi anni della prelazia ( [18] ), i missionari soffrono per l’estrema povertà di mezzi in cui vivono. Impossibile evangelizzare un popolo disperso su grandi distanze senza mezzi di comunicazione propri, dove quasi non esistono mezzi pubblici; costosissimo costruire una chiesa o una casa poichè tutto si deve importare dall’esterno. Per costruire chiese, case per padri e suore e poi le opere sociali, assistenziali, caritative, il problema non era solo di avere il terreno: si poteva ottenerlo gratis o quasi (eccetto che a Macapà) dalle pubbliche amministrazioni, che apprezzavano l’opera dei missionari e delle suore. Ma tutto il materiale per le costruzioni andava importato da Belém e dal Sud Brasile! Non solo, ma in Amapà a quel tempo si costruiva poco in muratura e non si trovavano muratori, capomastri, carpentieri, geometri. Nelle lettere ai superiori Pirovano insiste ( [19] ):

     E’ quasi impossibile avere mano d’opera e, oltre a ciò, non sanno che cosa fare, costa cara e non rendono. E’ il problema più serio e per ora insolubile. Sono quindi necessarissimi dei fratelli, altrimenti non potremo risolvere i problemi di costruzione. Almeno un fratello muratore, un falegname e uno pratico di agricoltura e di allevamento animali. Per il momento sarebbero più necessari fratelli che padri. Se non ci sono fratelli, non si potrebbero trovare giovani d’Azione cattolica, o altri moralmente sicuri, che vengano ad aiutarci?

      Fin dall’inizio Pirovano voleva aprire una scuola agricola professionale, una tipografia, scuole di vario genere. Ma chi realizza la costruzione di queste opere? Il governo brasiliano darebbe aiuti generosi per opere di carattere educativo, ma poi si debbono realizzare altrimenti i missionari non sono più credibili. Il prelato capisce che nel primo decennio della missione la sua famiglia di missionari avevano fatto molto, ma che la nuova situazione sociale richiedeva un cambio di marcia. Si preoccupa di ottenere aiuti dalle poche famiglie benestanti di Macapà e Belém e dalle autorità civili: le famose “verbe” (sovvenzioni per opere sociali ed educative) che nei primi tempi mantengono i missionari, assieme agli aiuti generosi che il prelato di Macapà riusciva ad avere dai suoi amici in Italia. E qui si manifesta la travolgente attività di Pirovano, che ottiene aiuti in Brasile, ma tempesta anche di lettere i suoi amici in Italia e scrive ai superiori dell’Istituto, alla Santa Sede, ad enti che potevano aiutarlo.

     In questi anni nasce in mons. Pirovano un certo risentimento verso il Pime, che non aiutava la missione dell’Amapà come sarebbe stato necessario. A leggere nell’ Archivio del Pime a Roma le sue lettere di quegli anni ai superiori si comprendono le angustie di un vescovo che deve assicurare ai suoi missionari i mezzi per la sopravvivenza, per costruire chiese e scuole, per aiutare i poveri, per visitare con mezzi propri le loro immense “parrocchie” (barche a motore, moto, qualche camion), ecc. Ricordo che nel capitolo del 1965, quando Pirovano venne eletto Superiore generale la prima volta, nella sua relazione e intervento sull’Amapà diceva chiaramente e con accenti accorati:

    L’Istituto ci ha mandati in una situazione umana quasi impossibile: abbiamo ricevuto aiuti dal governo brasiliano e dai miei amici personali, ma il Pime si è dimenticato di noi. Nel panorama delle missioni affidate al Pime l’Amazzonia è l’ultima ruota del carro ( [20] ).

    Naturalmente non era vero: il Pime era povero per tutte le missioni e per le stesse necessità dell’Istituto. Il problema va inquadrato nella situazione di autentica e grave indigenza del Pime in quegli anni cinquanta, prima che in Italia scoppiasse il “boom economico” e la presenza dell’Istituto negli Stati Uniti portasse i suoi frutti anche come aiuti economici alle missioni. Come vedremo, proprio mons. Pirovano, come Superiore generale dell’istituto (1965-1977), porrà in parte rimedio a questa tradizionale indigenza in cui era vissuto per più di un secolo l’istituto ( [21] ).

     Per dare un’idea concreta della gravità dei problemi che mons. Pirovano doveva affrontare in quegli anni, basti ricordare che, mentre i missionari si sentivano sempre più impotenti, per la prima volta (credo unica nella sua vita) pensa di lasciare Macapà. Il 15 novembre 1958 scrive una lettera al Superiore generale dando le dimissioni da vescovo di Macapà e il 19 gennaio 1959 scrive ancora dicendo:

    Il Nunzio apostolico non vuol saperne di accettare le mie dimissioni e di trasferirmi da Macapà. Naturalmente non mi resta altro che obbedire ( [22] ).

    Questo gesto, per un tipo come lui, psicologicamente indistruttibile, significa che soffriva in modo insopportabile le incomprensioni dei suoi missionari, che lo accusavano di “non dare il sufficiente e, alle volte, lasciar mancare il necessario ai padri” ( [23] ), tanto più che i rapporti fra i missionari a Macapà erano ottimi. Dopo una visita all’Amapà, padre Airaghi, superiore del Pime in Brasile (risiedeva a San Paolo), scrive al Superiore generale ( [24] ):

     L’Istituto può essere orgoglioso di questi suoi figli…. I padri dell’Amapà sono ben affiatati, nessuno si lamenta dell’altro, ciascuno lavora contento del posto dove l’obbedienza l’ha messo, non ho notato arrivismi e gelosie…. Nell’Amapà il clima di unione e cooperazione fra i missionari è consolante, nonostante le privazioni e le difficoltà in cui vivono.

      Dal tempo dei pionieri alla fondazione della Chiesa (1955)

    Alla metà degli anni cinquanta, l’arrivo dei missionari italiani nell’Amapà si rivela provvidenziale: infatti si scoprono colline formate da un minerale prezioso, il manganese, che si poteva estrarre a cielo aperto, semplicemente scavando la terra, tagliando le colline a fette. In pochi anni l’Amapà “scoppia” per l’arrivo di minatori, commercianti, tecnici americani, mano d’opera da ogni parte del nord-est brasiliano. Il Territorio dell’Amapà si sviluppa rapidamente e a Macapà arrivano tutte le comodità moderne, luce elettrica, scuole, commerci, negozi, cinema, strade verso l’interno; gli americani costruiscono la prima (e ancor oggi unica) ferrovia dell’Amapà, dal porto di Santana (il porto commerciale di Macapà) a Serra do Navio, la cittadina nata nelle miniere di manganese: 195 km . in piena foresta vergine. Incomincia in quel tempo la “corsa al Far West” brasiliano, cioè all’Amazzonia, caratteristica soprattutto dei vent’anni di governo dei  militari (1964-1984) che promuovono le grandi strade transamazzoniche.

     La missione cattolica è stimolata dal moltiplicarsi degli abitanti che chiedevano l’assistenza religiosa e la Provvidenza viene in aiuto in modo imprevisto e quasi miracoloso, soprattutto attraverso gli amici italiani di Aristide e dei missionari. Inoltre, padre Sante Nicchiarelli, procuratore delle missioni del Pime a Milano fa amicizia con i dirigenti della compagnia marittima “Carbo-Flotta” (in seguito “Carbo-Navi”) che due-tre volte l’anno manda navi vuote dall’Italia a Santana per caricare manganese: accetta di portare gratuitamente tutto quello che poteva servire ai missionari del Pime in Amazzonia ( [25] ). Molti missionari in quegli anni sono andati o tornati dall’Amazzonia con queste navi commerciali, gratuitamente.

    I risparmi per le missioni del Pime in Amazzonia (anche Partintins e Manaus) e per l’ospedale del dottor Candia a Macapà erano enormi. Si poteva mandare di tutto, quasi senza dogana e senza badare al peso e ai volumi: cemento, tegole, rivestimenti, vetri, letti, biancheria, cucine, sale operatorie, ambulatori e ferri chirurgici, statue e oggetti sacri, biciclette (una volta Marcello Candia ne manda 60 per suore e infermiere del suo ospedale!), generatori elettrici, piastrelle di ceramica, lavandini, tubi, materiale sanitario ed elettrico, macchine per cucire e per scrivere; e poi biscotti, latte in polvere, carne in scatola, scatole di burro fuso, marmellate, miele, salumi, ecc. Candia e Pirovano sapevano farsi regalare buona parte del materiale che mandavano in Amazzonia, ma il lavoro principale era poi della Procura del Pime a Milano: fratel Natale Benetton (già missionario a Macapà) che imballava tutto e padre Mario Carraro (missionario in India) che faceva le pratiche per la spedizione e la dogana a Milano, accompagnando poi le file di camion da Milano a dove le navi partivano: Savona e Genova, Olanda, Sicilia, Livorno, Taranto e Trieste, Piombino e Marghera, ecc.

    Una volta, raccontava Carraro,  dopo un viaggio lungo e avventuroso da Milano ad Augusta (Sicilia), c’era uno sciopero proprio mentre la nave era in porto e gli scioperanti ci impedirono di caricare le casse del nostro materiale. Dopo il viaggio di andata, ho dovuto riportare i camion pieni di materiale fino a Milano!     

     Nel 1955, sette anni dopo l’arrivo del Pime a Macapà, la Chiesa dell’Amapà passa dal periodo pionieristico di occupazione del territorio, al tempo di fondazione della Chiesa e delle sue strutture. La Santa Sede , proprio in quel 1955, riconosce  il lavoro fatto e i risultati ottenuti, elevando mons. Aristide Pirovano alla dignità episcopale ( [26] ). Il 13 novembre 1955 a Erba lo consacra vescovo mons. Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, che gli sarà amico e lo aiuterà in vari modi anche da Papa Paolo VI. Ma soprattutto, ritornando in Italia per la sua consacrazione episcopale, Pirovano riesce ad interessare molti amici conosciuti quando era giovane sacerdote ad Erba e nel tempo della partecipazione al CLN, organizzando una rete di supporto alla Chiesa dell’Amapà, che lo finanzierà anche in seguito, come Superiore generale del Pime. L’elenco del materiale che porta a Macapà, ritornandovi nel giugno 1956, è il segno della generosità dei suoi compaesani: un tornio, frese, radio rice-trasmittente, macchine per cucire, una macchina tipografica, materiale per la falegnameria, motori fuori bordo per le barche, biciclette, moto e le famose “jeep” (che rappresentano un fatto rivoluzionario in Amapà), persino un armonium per la sua cattedrale, ecc. ( [27] ).  Aristide stringe una forte amicizia, con il servo di Dio dott. Marcello Candia (1916-1983), che ha già conosciuto nel 1950 e che ha molto aiutato la missione; poi è partito per costruire il suo ospedale a Macapà nel giugno 1965, quando Pirovano era già da tre mesi Superiore generale del Pime a Roma!

     L’episcopato di Pirovano a Macapà dura dieci anni (1955-1965) e si svolge su tre linee di azione: fondazione di nuove parrocchie con sacerdoti residenti e costruzione di strutture della Chiesa; una pastorale basata sul catechismo e l’istruzione religiosa; e poi le opere sociali, educative, caritative, ricreative. I padri tedeschi della Sacra Famiglia (mai più di tre o quattro) vivevano a Macapà e nell’isola di Satana., alcune volte l’anno facevano visite nell’interno, dove già c’erano comunità cristiane e cappelle. Pirovano manda i missionari a due a due a risiedere nei principali centri della prelazia, costruendo chiese a Mazagào, Santana, Porto Grande, Serra do Navio, Amapà, Calçoene, Oyapoque. A Macapà (che nel 1965 aveva circa 30.000 abitanti) nascono tre nuove parrocchie oltre alla Cattedrale: Trem, Fazendinha e Laguinho.

    Pirovano aveva una particolare sensibilità e abilità nel campo delle costruzioni, compere dei terreni e per procurare aiuti dall’Italia. La prelazia costruisce le sue strutture: chiese e cappelle, seminario, residenza episcopale e case per i padri e per le suore, centro pastorale e catechistico, la radio e il settimanale diocesano, la tipografia e la scuola industriale, tre cinema parrocchiali a Macapà e molte scuole nelle varie parrocchie sul territorio. Padre Gaetano Maiello ricorda ( [28] ):

    All’inizio siamo partiti costruendo molte scuole, perché mancavano. Alla fine degli anni cinquanta, la prelazia aveva il 75% delle scuole del territorio dell’Amapà e succedeva questo: che i ricchi andavano nelle scuole pubbliche, mentre in quelle missionarie venivano i figli dei poveri, che erano assistiti in tutto: refezione scolastica, libri, divisa, ecc. Il governo del Territorio non costruiva scuole perché non aveva i mezzi. Alla fine degli anni cinquanta abbiamo fatto una convenzione col governo: noi costruivamo le scuole e pensavamo a tutte le spese, il governo sceglieva gli insegnanti e pagava lo stipendio (nei primi anni ci pensava la prelazia): la scuola rimaneva proprietà della prelazia (la manutenzione era a nostro carico), però alla domenica la usavamo per scopi religiosi e noi avevamo il diritto di scegliere il direttore delle scuole.

     “Le due Prelazie in Amazzonia sono più che missioni!”

     Nel 1948 i missionari del Pime avevano trovato una sola chiesa degna di questo nome a Macapà, la cattedrale costruita nel 1745. Nel 1964 ( [29] ) avevano fondato dieci parrocchie con due padri ciascuna (tre ad Amapà molto isolata) e chiese in muratura, oltre a 57 cappelle già costruite e 118 in via di costruzione. Inoltre 9 scuole elementari con 1.570 alunni e 1.159 alunne riconosciute ( [30] ), 8 altre scuole secondarie e di avviamento al lavoro (con 130 alunni e 340 alunne), 7 ambulatori medici con 31.000 consultazioni annue, 1 asilo con 25 bambini, una scuola industriale affidata ai fratelli del Pime, la tipografia, la libreria cattolica San Giuseppe (che contribuì molto a creare anche nella gente più semplice il desiderio e il gusto della lettura); tre cinema cattolici, una decina di oratori collegati con le parrocchie e la costruzione dell’ospedale da parte del dott. Marcello Candia, allora il più grande e moderno di tutta l’Amazzonia brasiliana!

    Nell’intervista già segnalata concessami per “Le Missioni Cattoliche” un anno prima di diventare Superiore generale, cioè nel marzo 1964, mons. Pirovano diceva:

    La Prelazia di Macapà è un cantiere aperto e guai se non lo fosse. Non facciamo nulla di straordinario, poichè i primi decenni di ogni missione nuova come la nostra sono quelli in cui si costruisce di più, poiché la Chiesa raggiunge stabilmente ogni centro abitato. Poi verrà anche il tempo di maggior calma e di altre preoccupazioni… Oltre alle opere maggiori, abbiamo in costruzione case per i padri in alcuni distretti, oratori maschili e femminili, scuolette elementari, ambulatori medici, scuole di taglio e cucito, di dattilografia, di avviamento al lavoro meccanico e tante chiese e cappelle nuove: a poco a poco stiamo sostituendo le vecchie cappelle di fango e paglia che costruimmo all’inizio. Voglio notare che stiamo costruendo tutto per la Prelazia, il Pime a Macapà non ha nessun terreno, nessuna proprietà. Il nostro lavoro a Macapà, come nelle altre missioni del mondo, è di preparare la Chiesa locale, sia come opere che come uomini.

    Nella stessa intervista del marzo 1964, Pirovano traccia un un bilancio dei suoi primi 17 anni di Amazzonia, superiore e poi vescovo della prelazia dell’Amapà:

     All’inizio, alla S. Messa domenicale a Macapà avevamo poche decine di vecchiette e qualche bambino. Ora, fra tutte le parrocchie della capitale abbiamo 6.000 presenti alle Messe domenicali, circa il 30% di tutti coloeo che hanno il dovere di intervenirvi, esclusi quindi i piccoli, gli anziani, gli ammalati. Nell’anno 1949, il primo completo del nostro apostolato, le S. Comunioni furono in tutto 21.500; nel 1954 raggiunsero le 100.000 e le scorso anno le 280.000. Il periodo di inizio della missione può considerarsi felicemente concluso, anche se il livello generale della moralità, specialmente degli adulti, non è ancora molto alto. Ma la fede cattolica è stata risvegliata e la Chiesa ha potuto solidamente impiantarsi in un Territorio federale che era quasi del tutto abbandonato.

    Nel 1959 il secondo viaggio di un Superiore generale all’Amapà, dopo quello di padre Luigi Risso nel 1949: padre Augusto Lombardi, che era stato missionario in India, visita lungamente le due prelazie di Macapà e Parintins (più di due mesi in Amazzonia), e al termine, dopo aver visto i confratelli nei loro posti di lavoro, esprime un giudizio molto positivo sulla missionarietà autentica del lavoro del Pime in Amazzonia:

    Le due Prelazie in Amazzonia sono altro che missione! Certamente sono più dure di qualsiasi altra nostra missione e lo dico io che le ho visitate tutte…campi di apostolato magnifici e più che missioni, anche se non hanno la qualifica giuridica nel senso che a quel termine viene comunemente dato ( [31] ).

     Lombardi intendeva anche togliere “un peso sullo stomaco” dei suoi missionari in Brasile, che erano umiliati nel sentirsi spesso dire, quando tornavano in Italia o dalle lettere di altri missionari in Asia, che loro “non erano missionari secondo la tradizione del Pime”, mentre erano stati mandati dal Superiore generale e approvati da Propaganda Fide, la congregazione della missioni alle genti. Questo giudizio ingiusto non solo umiliava i missionari in Amazzonia, ma era anche alla radice del fatto che le “prelazie” dell’Amazzonia brasiliana non ottenevano aiuti dalle Pontificie opere missionarie, che mandavano le offerte raccolte nel mondo cristiano per le “missioni” solo ai territori dipendenti direttamente da Propaganda Fide, mentre le “prelazie” amazzoniche del Brasile dipendevano dalla Segreteria di Stato e dalla Congregazione concistoriale (per motivi politici collegati storicamente al “Padroado” portoghese) e non ricevevano aiuti di sorta dalla Santa Sede.

    Il problema verrà risolto dal Concilio Vaticano II con l’introduzione della famosa “Nota 37” al Decreto Ad Gentes, che era stata promossa fra i vescovi del Concilio soprattutto da mons. Arcangelo Cerqua prelato di Parintins, dove si legge:

    E’ evidente che in questa nozione di attività missionaria sono incluse obiettivamente anche quelle parti dell’America Latina in cui non c’è gerarchia propria, né maturità di vita cristiana, né sufficiente predicazione evangelica. Che questi territori, poi, di fatto siano o non siano  riconosciuti come missonari dalla Santa Sede non dipende dal Concilio. Pertanto, per ribadire il nesso fra nozione  di attività missionaria e determinati territori, si dice di proposito che questa attività “per lo più” viene svolta in determinati territori riconosciuti dalla Santa Sede (cioè dipendenti da Propaganda Fide, n.d.r.).

      La pastorale era di insegnare il Catechismo   

      Quel’era la “linea” pastorale di mons. Pirovano? Una sola: l’istruzione religiosa, ottenuta attraverso la catechesi in tutte le scuole del Territorio e con la predicazione in chiesa e attraverso le varie associazioni: Figlie di Maria, Apostolato della preghiera, Azione cattolica, Gioventù operaia, Confraternite del S. Rosario e del SS. Sacramento, ecc. Parecchi missionari di Macapà, interrogati su questo tema, dicevano come Bubani ( [32] ):

    Pirovano lasciava fare, incoraggiava e appoggiava anche economicamente tutte le iniziative. Ha fatto lavorare tutti, non ha mai scoraggiato nessuno. Quando veniva in visita nell’interno del Territorio, invece di criticare, incoraggiava e animava tutti e se doveva  fare un’osservazione, la faceva sempre senza umiliare nessuno. Con lui ci sentivamo bene. E’ stato un grande vescovo che ha costruito la diocesi dal nulla.

    Padre Lino Simonelli, un altro dei primissimi di Macapà, aggiunge ( [33] ):

    La priorità di Pirovano era una sola: istruzione religiosa, la passione per il Catechismo. Le inventavamo tutte per istruire nella fede. Nei villaggi dell’interno mandavamo ragazze che avevano fatto la quarta elementare (andavano con la mamma, altrimenti tornavano con un bambino in pancia) ad insegnare quello che sapevano: d’accordo col governatore, perché insegnavano anche a leggere ed a scrivere e poi il Catechismo. Io e padre Galliani battevamo a macchina tre copie per volta con la carta carbone (non avevamo il ciclostile) tutti i testi, i programmi, le lezioni, gli esempi da raccontare. Vittorio era un duro, ma un vero educatore. Dov’era passato lui, la gente si confessava di non aver letto tutte le sere la Bibbia : “Sono andato a dormire senza leggere la Bibbia ”. Dove c’era gente che si confessava bene, là c’era stato Vittorio Galliani.

    La critica che oggi alcuni fanno ai primi missionari del Pime in Amazzonia (e non solo del Pime) è di aver iniziato la missione con spirito e metodi italiani, cioè con scarsa “inculturazione” alla mentalità e alla cultura amazzonici. Questo corrisponde a verità ( [34] ), ma è assurdo chiedere di conoscere lingua e cultura a missionari che arrivavano in Amazzonia senza sapere nemmeno dov’era quella regione misteriosa e dopo otto o dieci giorni di Brasile erano già al lavoro; inoltre, anche per loro il primo problema era di mangiare in modo decente tutti i giorni! Si può dire che non erano preparati a quel compito ed è vero anche questo, ma anche chi li mandava non sapeva nulla di quelle regioni e popoli lontani!

    L’esperienza concreta di vita con il popolo amapaense e il Concilio Vaticano II (1962-1965) hanno maturato a poco a poco la pastorale dei missionari. Un forte contributo l’ha dato anche il “Centro catechistico diocesano” fondato nel 1963 da mons. Pirovano, di ritorno dalla prima sessione del Vaticano II alla quale aveva partecipato. Prima convoca il primo Congresso pastorale diocesano per discutere le idee nuove che circolavano a quei tempi nella Chiesa. Poi incarica il giovane padre Paolo De Coppi di studiare come organizzare il Centro e di iniziarlo ( [35] ); il quale prende contatto con i missionari incaricati dello stesso compito in altre prelazie amazzoniche e assieme discutono un progetto comune per un insegnamento catechistico adeguato alla mentalità amazzonica.

    Il “Centro catechistico” di Macapà aveva il compito primario di orientare e organizzare la catechesi scolastica in tutte le scuole del Territorio dell’Amapà, dov’era attivo l’insegnamento del catechismo nelle elementari, ma anche nel ginnasio e nel liceo. De Coppi faceva incontri con gli insegnanti, sentiva le loro esigenze e preparava gli schemi delle lezioni pubblicandoli annualmente in un volumetto, molto richiesto anche dalle famiglie. In estate faceva un mese di corsi organizzati dal governo per tutte le “professore” (maestre) delle elementari, corsi integrativi in cui si insegnavano tutte le materie, compresa la religione cattolica. Padre Paolo racconta ( [36] ):

     Sono stati anni pieni di attività (corsi, concorsi, premi, canti) e anche di soddisfazioni. Avevamo in mano tutte le scuole dell’Amapà, il personale insegnante, gli alunni. Negli anni settanta tutto è diventato più difficile. Mi sono interessato anche della pastorale giovanile e nel 1963 abbiamo organizzato il “Congresso diocesano dei giovani”, giudicato uno degli avvenimenti più importanti nella storia civile dell’Amapà di quegli anni.

     L’unico vero fallimento: formare i preti locali

     L’azione della prelazia di Macapà ai tempi di Pirovano è fallita nel compito più fondamentale nella fondazione della Chiesa locale: formare i suoi sacerdoti! Questo è ancor oggi l’aspetto più problematico della pastorale in Amazzonia e in parte anche in Brasile. La radice storico-culturale sta nel fatto che per tre-quattro secoli dalla scoperta e dall’inizio della colonizzazione, l’evangelizzazione era fatta quasi esclusivamente dal clero portoghese ed europeo. I primi seminari in Brasile vennero aperti verso la metà del 1800, ma nelle regioni più remote e isolate, come appunto l’Amazzonia, i tentativi di formare il “clero locale” iniziano nel 1900 nelle due diocesi allora esistenti: Belem e Manaus. In Amapà il primo piccolo seminario diocesano lo inaugura mons. Pirovano nel 1956, cioè cinquant’anni fa! Anche nelle famiglie più credenti e praticanti, l’idea di avere un figlio sacerdote è maturata negli ultimi decenni ed ha coinciso con la gravissima crisi delle famiglie in Brasile, dovuta a massicce migrazioni interne ed esterne al paese, mescolanza di razze, lingue, credenze, tradizioni. Infine, il popolo amazzonico solo negli ultimi due decenni sta uscendo da una situazione umana di miseria, insufficiente educazione scolastica e assistenza sanitaria, ignoranza religiosa, in un territorio sconfinato e con la presenza di pochissimi sacerdoti: in Amapà (142.000 kmq., poco meno di metà Italia) e oggi con circa 700.000 abitanti: nell’ultimo mezzo secolo i sacerdoti in Amapà non sono mai stati più di 35. Oggi poi, nell’epoca della globalizzazione e dell’invasione di mode culturali certamente non evangeliche, il buon popolo amazzonico rischia di essere travolto dalla “vita moderna” che porta al laicismo e all’ateismo pratico (vivere come se Dio non esistesse) e al relativismo religioso, cioè alle “sette” della “religione fai da te”.

    Secondo statistiche recenti ( [37] ):

    - Il  Brasile ha 176 milioni di abitanti secondo il censimento del 2000 (la stima del 2006 è che ha superato i 180 milioni), di cui i cattolici circa 135-138 milioni;

    - i vescovi sono 292 di cui circa 131 emeriti, con 18.320 parrocchie;

    - i sacerdoti in tutto il Brasile sono 17.976, dei quali 10.402 diocesani e 7.574 religiosi; i diaconi permanenti 1.557;

    - secondo una stima del CERIS del 2005 (con dati del 2004) i sacerdoti brasiliani sarebbero l’84,9% del totale, quelli stranieri il 15,1%;

    - nelle 25 diocesi e prelazie delle due arcidiocesi amazzoniche metropolitane di Belém e Manaus, la popolazione sarebbe di 9.813.052 abitanti e i sacerdoti 745, di cui 448 religiosi (in maggioranza stranieri) e 297 diocesani.

    Come si vede, in Amazzonia (un continente esteso 14 volte l’Italia, il 56% della superficie del Brasile: dato che non va mai dimenticato!) prevalgono i sacerdoti religiosi, cioè membri di congregazioni religiose (o come quelli del Pime e di altri istituti missionari di clero secolare), i cui membri sono in maggioranza stranieri; anche i vescovi residenti in Amazzonia sono in maggioranza stranieri, numerosi gli italiani. La Conferenza episcopale brasiliana (CNBB), nel testo guida della “Campagna della Fraternità” del 1987 dedicata alla famiglia, ha scritto:  

    La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo spiega la crisi della nostra società. Fin che non riusciremo a dare stabilità ai matrimoni ed a formare famiglie unite, ogni azione di carattere religioso e sociale fallisce.

    Espressione realistica e terrificante, questa dei vescovi del Brasile: “La pratica inesistenza della famiglia presso gran parte del nostro popolo”! Nel quadro brasiliano, già così misero, l’Amazzonia è la regione di maggior povertà, isolamento e arretratezza specie riguardo all’educazione e alla formazione della Chiesa locale. A Macapà fin dagli anni cinquanta i missionari del Pime hanno raccolto in una specie di seminario minore nell’isola di Santana, poco distante da Macapà, alcuni ragazzini che promettevano bene, accanto all’orfanotrofio, ai campi coltivati per la missione e ai tentativi (poi falliti) di allevare animali grossi come vacche e tori. Ma nessuno di essi è riuscito ad entrare nel seminario vero e proprio che era a Belém, per studiare filosofia e teologia. Però intanto nelle famiglie è nata l’idea che i sacerdoti potevano venire anche dal popolo amazzonico. Mons. Pirovano mi diceva ( [38] ):

    La preoccupazione prima e più importante di qualsiasi vescovo è di formare il clero locale. Ma da noi ci vorranno ancora molti anni prima che possiamo avere il primo sacerdote nato e cresciuto in Amapà, poiché il prete può uscire solo da un ambiente e da famiglie di intensa vita cristiana. Questa “intensa vita cristiana” da noi incomincia solo ora a manifestarsi…. Più facile invece avere vocazioni femminili. Le Suore di Maria Bambina italiane che lavorano con noi hanno già avuto una ventina di buone vocazioni….

    Nel 1950, quando tornai in Italia dopo la mia nomina ad amministratore apostolico di Macapà, volevo assolutamente tornare in missione con suore italiane, ma per quanti Istituti avessi visitato, nessuno si sentiva di mandare delle suore in un posto ancora così primitivo. Finalmente andai a trovare la Superiora generale delle Suore di Maria Bambina, la madre Angiolina Reali, con la quale ero abbastanza in confidenza per gli incontri che avevamo avuto nei tempi terribili della guerra. La madre Reali mi disse: “”Guardi, ho qui una lista di vescovi che mi chiedono suore e debbo rispondere di no a quasi tutti. Ma nell’Amapà forse c’è più bisogno di suore che altrove e a lei non posso dire di no”. Oggi le Suore di Maria Bambina sono 21 in Amapà ed hanno tre case formate.

    Il primo sacerdote locale dell’Amapà è ordinato nel 1978 da mons. Beppe Maritano, ma non persevera molto e dopo alcuni anni lascia il sacerdozio. Nel luglio 1981 è stato ordinato il secondo sacerdote, negli anni seguenti molti di più, ma con un basso tasso di perseveranza. Formare sacerdoti nel difficile ambiente amazzonico non è facile e ancor oggi molto problematico.

     Laici missionari e “Vaticano all’Equatore”

    Un altro segno di “modernità” della prelazia di Macapà è l’arrivo dei primi volontari laici dall’Italia. Il primo in assoluto è stato un muratore bergamasco che Aristide aveva portato con sé dall’Italia nel 1950, con altri tre giovani. Ma dopo un anno rimane solo il muratore. Pirovano ricorda ( [39] ):

      L’avevo assunto a pagamento, un uomo tutto muscoli e nervi, colossale nel lavoro, con un’abilità eccezionale. E’ stato lui che ci ha fatto cominciare le prime vere costruzioni a due piani e le chiese della missione. Aveva bisogno di una quindicina di aiutanti che gli stessero dietro, poiché lui da solo rendeva come tutti gli altri messi assieme. Un ottimo acquisto per la missione. Ma aveva un carattere violento, peggiorato dal clima, dal fatto che non conosceva la lingua e dalla lentezza e incapacità dei suoi aiutanti. Dovevo stargli dietro, sia per tradurre quanto diceva in bergamasco (a volte non capivo neanch’io!), sia per sorvegliarlo che non bisticciasse. Una volta  a momenti lo ammazzano. Aveva insultato un muratore locale, questo capì che lo volesse ammazzare e tirò subito fuori il coltello, pronto a saltargli addosso! Per fortuna ero vicino e li ho divisi! Il bergamasco rimase con noi sette mesi e avrebbe potuto rimanere di più se avessi avuto il denaro per pagarlo: fu una benedizione per la missione perché insegnò ai ragazzi più intelligenti come si fa a costruire a due piani, a mettere i tetti alle chiese, ecc. Gli trovai un posto presso il vescovo della Guyana francese, dove lo raggiunse la famiglia dall’Italia.

     Quando Aristide ritorna in Italia nel 1960, incontra don Luigi Giussani , che già era in contatto col Pime attraverso Marcello Candia. Pirovano chiede a Giussani di mandargli alcuni dei suoi ragazzi di G.S. (Gioventù Studentesca) come volontari laici ben formati cristianamente e professionalmente. Nel 1962 arriva a Macapà Fulvio Giuliano, perito industriale edile e pittore di ottima qualità ( [40] ), nel 1964 Emilio Brughera perito meccanico che riparava ogni tipo di motore e nel 1965 Bruno Paccagnella che insegnava matematica e religione nel liceo di Macapà ed era amministratore della prelazia e dell’ospedale, e Gianfederico Franchi, perito elettrotecnico che sistemava e riparava gli impianti elettrici e s’interessava della Caritas e della distribuzione degli aiuti ai poveri. Nel 1964 arrivano a Macapà cinque giovani laici missionari americani della PAVLA (Associazione dei Volontari del Papa), un pilota per l’aereo della prelazia, un radiotecnico e tre infermiere. Pirovano era contentissimo di questi laici ben preparati, che si renderanno utili in un territorio in cui allora era difficile trovare personale formato professionalmente. Interessante la storia dell’aereo, giunto dagli Stati Uniti con il giovane e spericolato Mike, pilota della PAVLA. Pirovano raccontava che aveva avuto l’idea di un aereo anni prima, quando aveva fatto un viaggio fra gli indios della missione di Oyapoque, con cinque giorni di viaggio in barca a motore per arrivarci; poi era tornato a Oyapoque con un aereo del governo in 35 minuti ( [41] )!

    Durante la prima sessione del Vaticano II (autunno 1962), Pirovano va a visitare il card. Montini e gli dice che vorrebbe acquistare un aereo per la prelazia, ma non ha i soldi necessari. “Quanto le manca?” chiede Montini. Aristide risponde: “Cinque milioni di lire”, che allora era una grande somma. “Adesso non li ho – dice Montini - ma se mi dà un po’ di tempo, mi impegno a trovarli”. Pirovano racconta che gli saltò addosso dalla gioia! Nel maggio 1964 gli arriva a Macapà una lettera di mons. Macchi, segretario di Montini (allora già Paolo VI), che lo avvisa dei cinque milioni mandati per banca. Aristide scrive a Paolo VI ringraziandolo: il piccolo aereo Cessna a sei posti lo battezzeranno Paolo VI, ma mons. Dell’Acqua gli risponde dicendo: il Papa ringrazia del pensiero, ma desidera che l’aereo sia battezzato San Paolo.

      Il vescovo Pirovano aveva una grande capacità di programmazione per lo sviluppo della prelazia. All’inizio degli anni cinquanta, quando Macapà era ancora un grosso villaggio di poche migliaia di abitanti, presenta al governatore dell’Amapà un piano di costruzioni che pensava di poter realizzare nel prossimo futuro. Il governatore Janarì, che si considerava il padre del Territorio perché ne promuoveva con ogni mezzo lo sviluppo, apprezza il coraggio del giovane missionario e dei suoi confratelli e dona alla Chiesa quattro “quadre” di terreno (terreni delimitati da quattro strade programmate ma ancora inon esistenti), allora incolto nel centro cittadino. Nell’immaginario popolare veniva definito “Il Vaticano all’Equatore”: Macapà infatti è proprio sull’Equatore!

    I  blocchi di edifici comprendevano: la tipografia, la radio e il settimanale diocesano ( [42] ), il seminario minore e il ginnasio maschile nella prima quadra; la cattedrale con la casa episcopale e le opere religiose centrali della missione (curia, centro catechistico, libreria cattolica, cimitero cittadino), nella seconda; l’ospedale cattolico che il dott. Candia nel 1950 aveva promesso a Pirovano di costruire a Macapà nella terza; e finalmente una “quadra” per le opere educative, caritative, assistenziali e le residenze delle suore. Pirovano fa a tempo a realizzare le costruzioni delle due prime quadre (eccetto la nuova cattedrale); l’ospedale di Candia incomincia ad essere costruito nel 1960, ma alla periferia della città perché Marcello voleva più terreno; la terza e la quarta quadra vengono riprese dal governatore, in quanto le suore si erano già sistemate in vari quartieri di Macapà.

     Fin dall’inizio Pirovano pensava ad una Procura di Macapà nella città di Belém, aeroporto e porto internazionale da cui venivano tutte o quasi le importazioni per l’Amapà. La voleva vicina al porto e nel centro cittadino. Finalmente, nel 1963 arriva l’occasione propizia. In centro c’è la chiesa del Santo Rosario e padre Cocco viene mandato come cappellano; di fianco alla chiesa compera parecchie casette, le abbatte e costruisce la casa del Pime, con il suo “centro missionario” per le attività pastorali e un ampio parcheggio. Pochi anni dopo, tutta la zona è diventata “centro storico” della città e non si può più toccare nessun edificio esternamente, ma solo riparare internamente ( [43] ). Quella è ancora la Procura di Macapà a Belem e servirà molto anche a Marcello Candia.

     Il servo di Dio Marcello Candia e l’ospedale di Macapà 

    Uno dei grandi meriti di Dom Aristide, frutto del suo carisma e del fiuto che aveva per gli uomini, è la forte amicizia che aveva saputo creare e mantenere col servo di Dio dott. Marcello Candia, conosciuto in Italia nel 1950 e poi ritrovato nel 1955 e nel 1960. Candia (1916-1983), figlio di un industriale chimico e lui stesso direttore dell’industria del padre dopo la sua morte nel 1948, educato religiosamente e alle opere caritative dalla mamma, si era dedicato fin da giovane a fondare e finanziare opere di carità per i poveri: non voleva sposarsi per consacrarsi interamente ad esse. La sua vocazione missionaria nasce dalla frequentazione dei Cappuccini di viale Piave a Milano, dall’esempio di padre Daniele da Samarate morto lebbroso in Amazzonia; e, nel dopoguerra, dall’interesse per i primi organismi di laicato missionario che stavano nascendo, da lui finanziati (il Cuamm di Padova, il Celim di Milano, le AFI in Italia, l’AFMM di Roma, ecc.).

    Nel 1947 inizia il dispensario medico per i poveri e il deposito di medicine per i missionari in locali dei Cappuccini (Via Kramer) e nel 1948 la “Scuola di Medicina e Chirurgia per i Missionari” presso l’Università e il Policlinico di Milano ( [44] ); nello stesso 1948 fonda e dirige il trimestrale di studio “La Missione”, che chiude nel 1963 quando sta preparandosi a partire per Macapà.

    L’incontro con padre Pirovano è stato determinante – dirà più tardi Marcello ( [45] ) – per la mia vocazione missionaria e il mio desiderio di partire, fissandomi una meta precisa: Macapà. Da allora, gli amici cominciarono a chiamarmi “dottor Macapà” perché aiutavo molto Pirovano e parlavo sempre di questa mitica Macapà all’Equatore, alle foci del Rio delle Amazzoni.

    Candia ha raccontato parecchie volte questo incontro con Pirovano nel 1950, decisivo per la sua vita. Marcello aveva diversi progetti e Aristide, dopo averlo incontrato diverse volte gli dice: “Perché  non vieni a Macapà a fare un ospedale?”. La segretaria di Marcello, signorina Tina Belgiojoso, grande donna di nobile famiglia milanese, che è stata importantissima per le sue opere anche in Amazzonia, mi raccontava ( [46] ):

     Candia  e Pirovano si sono incontrati da noi una sera a cena e Marcello, sentendo raccontare Pirovano, si infiammò. Alla fine mi disse: “Io vado dove va lui”. Era un tipo infiammabile, pativa di grandi entusiasmi e infatti, poveretto, ogni tanto scontava anche pesanti delusioni. Ma se pensava che uno avesse determinate doti, se ne innamorava immediatamente e mons. Pirovano divenne il principale sostegno della sua vocazione missionaria.

    Un’altra grande amica e collaboratrice di Marcello, la dott.sa Liana Castelfranchi Vegas, factotum della rivista “La Missione”, mi raccontava ( [47] ):

    Marcello, quando l’ho conosciuto nel 1946, era già ben determinato nella via missionaria e della carità. La sua idea era questa: se non posso andare in missione, la mia vita dovrà essere egualmente missionaria, voglio aiutare altri a partire e le missioni in tutti i modi… Pirovano era uno dei grandi amori di Candia. Se Marcello incontrava una persona che l’entusiasmava, partiva per la tangente. Molte volte questa impulsività e facilità di entusiasmo gli causarono cocenti delusioni, ma mons. Pirovano fu una scelta felice. Secondo me, dopo padre Genesio (suo padre spirituale cappuccino, n.d.r.), mons. Pirovano ha avuto su di lui il maggior ascendente, tanto da indurlo a scegliere il Brasile e Macapà definitivamente. Prima infatti non aveva chiaro dove andare, parlava di Africa e anche di India, oltre che di Brasile. Si decise per quest’ultimo paese solo perché c’era mons. Pirovano. Il dramma fu che, quando finalmente potè partire, nell’estate 1965, mons. Pirovano era stato eletto da pochi mesi Superiore generale del Pime e quindi viveva a Roma, non più a Macapà. Candia soffrì moltissimo, in quell’occasione ai miei occhi parve un santo. Prima di lanciarsi nell’impresa, perdeva di colpo l’amico, la guida che gli aveva assicurato protezione e assistenza. Ricordo che mi disse: “Adesso mi rimetto completamente nelle mani di Dio”.

      La signora Elisa Michel in Clerici, coetanea e grande amica di Dom Aristide fin dai tempi della giovinezza, ha testimoniato ( [48] ) di aver incontrato Marcello Candia negli anni del dopoguerra, quando Pirovano era già in Amazzonia e dice che a Erba lo vedevano

     come un buon cristiano e un benefattore dei poveri… Era un brillante giovanotto con la sua Cadillac, andava avanti e indietro, spendeva i suoi soldi facendo anche del bene, ma con l'atteggiamento del padrone del vapore, del benefattore…. Era il tipo del "faccio tutto io", non aveva niente del santo. Secondo me è stata la grande rinunzia che Candia ha fatto negli incontri con Aristide (ritornato in Italia dall’Amazzonia nel 1950, n.d.r.), a cambiare radicalmente la sua vita. Perchè tra l'essere buono e il diventare santo c'è una bella differenza. Nella vita di Marcello, questa differenza glie l'ha fatta fare Aristide, cioè il fascino umano e spirituale di Aristide che Dio ha usato per convertire Marcello alla donazione totale.

     Nel 1950 Marcello incomincia ad aiutare la prelazia di Macapà, sperando di poter andarci a vivere da missionario laico. Nel 1955 si prepara a partire perché incomincia a vederne la possibilità concreta. Le sue grandi capacità manageriali l’hanno portato a potenziare la ditta ereditata dal padre ed a fondare altri stabilimenti. A Milano, l’8 ottobre 1955 i capi dell’”Associazione internazionale dei produttori di ghiaccio secco” (EDIA) inaugurano il nuovo impianto dell’industria Candia, che definiscono “il più moderno stabilimento d’Europa e all’avanguardia nella produzione di anidride carbonica e di ghiaccio secco”.  Ma pochi giorni dopo, la notte del 22 ottobre 1955, la fabbrica salta in aria per il terrificante scoppio di un deposito di gas allo stato liquido alto 12 metri: lo chiamavano il “bombolone” ( [49] ).

    Il ricco Marcello Candia si trova senza soldi, ma il grande credito di cui godeva in tutta Milano gli permette (grazie a prestiti bancari) di ricostruire “con una rapidità eccezionale: un anno dopo, lo stabilimento era già quello di prima”, diceva l’amico dott. Luigi Cadeo. Però rimanevano i debiti con le banche e Marcello deve rimandare la partenza per la missione. Intanto però vi compie due visite: nel marzo 1957 e nel settembre 1960. E quando ritorna a Milano visita associazioni, parrocchie, famiglie di amici per proiettare le diapositive e il filmino che aveva realizzato nei due viaggi. Era un entusiasta del mondo missionario e dell’aiuto a quei poveri. Quando si stabilisce a Macapà nel giugno 1965 e prende contatto con la dura vita del popolo amazzonico e dei missionari ha qualche delusione, ma nulla riusciva a scalfire la sua grande stima dei “missionari”, dei preti e delle suore, che per lui erano tutti eroici.

    Fin dai primi mesi a Macapà, le virtù che manifesta con la sua vita, umiltà, spirito di sacrificio, sopportazione, pazienza, preghiera e soprattutto la convinzione e l’entusiasmo che metteva in tutto quel che faceva, erano di esempio a tutti. Mons. Beppe Maritano, che lo stimava moltissimo, ricordava:

     All’inizio abbiamo abitato per più di un anno in due stanze attigue, nell’attuale tipografia che allora era la sede del vescovo. Al mattino Candia andava col suo secchio a prendere l’acqua ad un rubinetto in cortile, perché nelle stanze non c‘era acqua corrente.  Non era abituato ad una vita di povertà e doveva imparare a fare a meno di molte cose, ma lo faceva con buona volontà e spirito di sacrificio.

     Nella prima visita che ho fatto a Macapà, nel giugno-luglio 1966, un anno dopo che Marcello vi era arrivato, i confratelli missionari avevano la più grande stima di lui, ma erano impressionati e spaventati per l’ospedale di dimensioni enormi che egli costruiva per una cittadina come Macapà; ospedale che Marcello voleva fosse anzitutto “un ospedale per i poveri”: come faremo a mantenerlo, dicevano i missionari?

    In quegli anni infatti la capitale dell’Amapà aveva dai 25 ai 30.000 abitanti, ma era ancora un grosso villaggio e buona parte delle abitazioni erano capanne di legno, fango e paglia. Candia costruiva un ospedale di due piani per 8.315 metri quadrati di costruzione, con il corpo principale lungo 160 metri e largo 15 e il secondo corpo 97 metri ! Gli altri edifici all’interno del terreno cintato dell’ospedale (di 92.820 metri quadrati ), erano di altri 3.388 metri quadrati e comprendevano: Centro dermatologico per i lebbrosi, camera mortuaria, casa per le suore di Maria Bambina, residenza di Marcello Candia (la “maloca”, capanna nel linguaggio amazzonico), la residenza dei medici (18 appartamenti), depositi di materiali, officina riparazioni e falegnameria. Un progetto imponente, già visibile (quando l’ho visto nel 1966) dal cemento armato che era al secondo piano, la cui costruzione era iniziata nel 1964 da Pirovano, con i finanziamenti di Marcello: pareva a tutti una costruzione megalomane, assurda in un ambiente poverissimo come l’Amapà e nelle strettezze in cui si trovava la missione.

    Pur stimando molto Candia per le sue virtù e gli aiuti che dava a tutti quelli che glie li chiedevano, il parere diffuso fra i missionari era questo: “Perchè, invece di venire in Amazzonia a costruire questo mostro, non rimane a Milano a fare l’industriale e poi ci manda i soldi che guadagna?”. Marcello aveva grossi depositi di materiali per l’ospedale a Santana (il porto di Macapà), dove arrivavano per nave dall’Italia. I missionari (non tutti), con la complicità dei guardiani, andavano a prendere quel che occorreva a loro e poi, qualche volta, avvisavano Marcello. L’amministratore di quel tempo della prelazia, padre Gaetano Maiello, ricorda: “Candia era spesso assente, i suoi magazzini erano frequentati da molti, che poi l’aiutavano nella costruzione dell’ospedale. Così, quando ci mancava qualcosa, era naturale andare a vedere se Candia ce l’aveva”. Marcello, anni dopo, mi diceva:

     Non ho mai detto nulla, ma se io avessi tutto il materiale elettrico, il ferro, il cemento, le piastrelle, gli infissi e i mobili che ho portato per l’ospedale, ne avrei costruiti non uno ma due. Però non mi lamento perché so che tutto è finito bene, in scuole, chiese, dispensari medici, case per i padri, le suore, la gente. L’ospedale l’ho costruito lo stesso.

     Marcello Candia, sostenuto cordialmente dal nuovo vescovo mons. Beppe Maritano, soprattutto per tenere a bada i militari che comandavano in Brasile ( [50] ), porta tutto a termine e nel 1972 regala l’ospedale ai padri Camilliani brasiliani, promettendo di continuare ad aiutarlo coprendo le spese fatte per i poveri che non potevano pagare.

    Nell’ultima visita che ho fatto a Macapà nel 1997 (oggi con circa 400.000 abitanti) un confratello del Pime mi diceva: “Quando Marcello Candia è venuto a costruire il suo ospedale, dicevamo che era una pazzia. Oggi, trent’anni dopo, ci rendiamo conto che è proprio l’opera giusta e adatta a questa città che continua a crescere”.



[1]   Bevanda non alcolica ricavata dalle bacche dell’albero del guaranà nella foresta amazzonica.

[2]   Che vada bene, che vada male, che vada sempre così.

[3] Così si definiscono i territori ecclesiastici di recente fondazione, che si preparano a diventare diocesi.

[4] L’antica cattedrale ha i muri spessi due metri! Il vescovo di Macapà mons. Giovanni Risatti (1942-2003) ha però costruito una nuova cattedrale in muratura nel centro cittadino.

[5] La prima chiesina ad Amapà venne costruita all’inizio del 1900 utilizzando questi mattoni francesi!

[6] Piero Gheddo, “Amapà, missione nell’Amazzonia brasiliana, Intervista a mons. Aristide Pirovano”, in “Le Missioni Cattoliche”, maggio 1965, pagg. 256-277.

[7] A. Pirovano, Conferenza nel 1993 al Centro culturale di Ossona (Varese) già citata, pagg. 59-60.

[8] Il più “anziano” della brigata, il padre Lino Simonelli, era nato nel 1913 ed è ospite nella casa di riposo del Pime a Lecco, dopo più di 50 anni di Amazzonia e sud Brasile. Fra i 14 dell’inizio 13 erano sacerdoti e un fratello, Francesco Mazzoleni.

[9] La sede del governo del Territorio federale dell’Amapà era “un baraccone di fango pressato”, ricorda  Simonelli.

[10] Che vada bene, che vada male, che vada sempre così.

[11] Intervistato a Macapà il 29 gennaio 1996. Vedi anche il suo libro “Carlino puntaspilli, contadino, soldato, missionario - Diario”, Emi 1995, pagg. 201-205.

[12] AGPIME XXXVI, I, 337.

[13] “Il Vincolo”, settembre 1954, pag. 23.

[14] Intervista su “Le Missioni Cattoliche” dell’aprile 1964 già citata.

[15] Intervistato a Roma il 22 novembre 1995.

[16] Intervistato a Macapà il 27 gennaio 1996.

[17] Lettera del 23 agosto 1948, AGPIME, XXXVI, I, pagg.. 288 segg.

[18] Nel maggio 1948 il Territorio federale dell’Amapà e Macapà erano una delle “missioni” (o distretti missionari) che dipendevano dalla prelazia di  Santarem; il 1° febbraio 1949 la Santa Sede nomina padre Aristide Pirovano amministratore apostolico della prelazia di Macapà, autonoma da Santarem ma col superiore non ancora vescovo.  Il 13 novembre 1955 con la consacrazione episcopale di Pirovano (lo consacra a Erba mons. G.B. Montini) anche Macapà ha il suo vescovo.

[19] Lettera del 23 agosto1948, AGPIME, XXXVI, I, 288.

[20] Nell’intervista già citata del 1995, padre Angelo Bubani mi diceva: “Ad Amapà vivevamo in una povertà e miseria che credo non abbiano eguali. Non c’era da mangiare, vivevamo in un bugigattolo sopra la chiesa fra topi e scarafaggi e avremmo dovuto riparare il tetto della chiesa perchè pioveva dentro. Ma come comperare il materiale necessario? Una volta che Pirovano venne in visita da noi, mi diede il suo anello episcopale da vendere per il tetto della chiesa. Non aveva nient’altro anche lui”.

[21] Fin dall’inizio il Pime ha sempre avuto, pur essendo nato a Milano e in Lombardia, una situazione economica del tutto insoddisfacente rispetto alle esigenze delle missioni a lui affidate dalla Santa Sede e dell’istituto stesso (formazione dei missionari, viaggi in missione e dalle missioni,  cura di ammalati e anziani, ecc.).Per capire questa realtà, occorre rifarsi all’origine e alla storia del’istituto. Vedi P. Gheddo, “Pime 1850-2000 – 150 anni di missione”, Emi 2000, pagg. 85, 110-114, 206-208. Si veda anche: P. Gheddo “Missione Birmania – I 140 anni del Pime in Myanmar (1867-2007)”, Emi 2007, pagg. 500. Quanti missionari morivano giovani  (sotto i 40 anni)  non olo in Amazzonia, ma in Bengala, in Birmania, in India, nella stessa Cina, per denutrizione e malattie causate dalle abitazioni malsane, dalla scarsezza di cibo, dall’assenza di medicine di base che, importate dall’estero, laggiù costavano troppo.

[22] AGPIME, XXXVI, I, 529; AGPIME XXXVI, I, 557.

[23] Lettera a padre Giovanni Airaghi, superiore del Pime in Brasile (risiedeva a San Paolo), del 30 novembre 1958 (AGPIME XXXVI, I, 533).

[24] AGPIME XV, I, pagg. 1183-1186. La prima visita all’Amapà del superiore regionale del Pime in Brasile l’aveva fatta padre Attilio Garré nel 1950.

[25] Poi la nave, carica di manganese, andava negli Stati Uniti per scaricare il prezioso minerale e ritornava in Italia carica di carbone americano. Vedi P. Gheddo, “Marcello dei Lebbrosi”, De Agostini 1994 (V° edizione), pagg. 148-149.

[26] Lo stemma episcopale di Pirovano, dipinto dal pittore di Erba Giovanni Brambilla, rappresenta un’allegoria che riassume l’opera missionaria: una nave sulle cui vele, gonfiate dal vento, spicca l’immagine della croce; a guidarla una “stella polare”  che è la M , iniziale di Maria, con attorno le dodici stelle degli apostoli. Il motto è tratto dal Vangelo: “Ut vitam habeant”, affinchè abbiano la vita.

[27] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Il vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pag. 129.

[28] Intervistato a Napoli il 14 novembre 1996.

[29] Vedi l’Annuario del Pime del 1964 e l’intervista a Pirovano su “Le Missioni Cattoliche” nel 1964 già citata. Vedi pure:  P. Gheddo, “Missione Amazzonia, i 50 anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998), Emi 1998, pag. 88.

[30] Quelle che il governo approvava e delle quali nominava e stipendiava gli insegnanti, autorizzate a dare diplomi di valore statale. Le scuolette di villaggio erano molte di più, ma non avevano ancora né il numero di alunni né la sede stabile in muratura e l’attrezzatura per essere riconosciute dal governo come scuole. Padre Bubani, in una relazione su un viaggio interno alla parrocchia di Amapà, nel 1954 scriveva (“Il Vincolo”, settembre 1954, pag. 23): “Ho visitato 18 comunità di villaggio fra l’Araguari e il Flechal (due fiumi), con 15 scuole, nelle quali si insegna il catechismo più volte la settimana… Ho celebrato 269 battesimi, 191 cresime, 489 prime comunioni, 59 matrimoni”.

[31] AGPIME XXXVI, I, 569, 645. Vedi anche in “ Missionari del Pime ”, giugno 1959, pag. 3, il resoconto del suo viaggio in Amazzonia.

[32] Intervistato a Roma il 22 novembre 1995.

[33] Intervistato il 29 gennaio 1996 a Macapà.

[34] Nel primo viaggio che ho fatto in Amazzonia nel 1966, mi è capitato varie volte di cantare a squarciagola, assieme ai fedeli locali, canti sacri come “Noi vogliam Dio”,  “O Gesù d’amor acceso”, “La squilla di sera” e simili, comunissimi nell’Italia di quel tempo, semplicemente tradotti in brasiliano.

[35] Oggi padre Paolo è direttore di “Missào Jovem” (Missione giovane) fondato da lui stesso nel 1986 a Florianopolis (Stato di Santa Catarina), mensile missionario e di sussidio per catechisti, che raggiunge 50-60.000 abbonati.

[36] Intervistato a Milano il 28 agosto 1996.

[37] Dati ufficiali della CNBB (Conferenza episcopale brasiliana), del CERIS (Centro di  Statistica Religiosa e di Investigazione Sociale) della CNBB e del “Diretorio 2005” della CNBB.

[38] Intervista in “Le Missioni Cattoliche”, aprile 1964, pag. 268.

[39] Intervista a Pirovano in “Le Missioni Cattoliche”, aprile 1964

[40] Poi diventerà sacerdote del Pime nel 1971, costruirà chiese, case, scuole, dipingendo i muri e decorando con suoi quadri e affreschi non pochi edifici religiosi in Amazzonia e in Italia. Negli ultimi anni di vita (andava in dialisi tre volte la settimana) è rimasto a riposo nella casa del Pime a Genova-Nervi, insegnando a vari alunni a dipingere le icone di stile russo-bizantino. E’ morto lasciando una vera fama di santità il 5 giugno 2007.

[41] Con Mike ho fatto due viaggi aerei nel 1966. Il primo tornando da un villaggio degli indios Cumarumà, dove ero andato con padre Giorgio Basile e don Natale Soffienini (della diocesi di Milano) in barcone diesel in cinque giorni di viaggio lungo il Rio Oyapoque e controcorrente sul Rio Uaçà. Mike era venuto da Macapà a prendermi nel villaggio degli indios al mattino e siamo tornati a Macapà nel pomeriggio inoltrato.Un’ora e più di volo radente la foresta; ma il cielo si oscura e allora non c’erano radio o radar: il pilota viaggiava con la bussola e a vista. Per le nuvole basse Mike non vedeva il campo d’avazione (che era un campo da pallone). E’ passato due-tre volte su Macapà suonando il claxon dell’aereo e subito una ventina di auto e camion si sono recati all’aeroporto allineandosi ai lati della  linea di atterraggio e accendendo i loro fari. Siamo atterrati saltellando nella notte in quella striscia di luci incrociate! La seconda volta, tornando da Amapà verso Macapà, Mike ha voluto dar prova della sua abilità di pilota e, ai limiti della follia, sul lago creato dalla diga del Paredào, è andato più volte sull’acqua del lago, toccandola con le ruote e facendo saltare spruzzi che arrivavano ai finestrini del piccolo aereo!! Pirovano poi ci diceva: “Gli ho proibito di fare questa pazzia, ma quando ha viaggiatori nuovi a volte non resiste!”.

[42] Nel 1959 esce a Macapà il settimanale “A Voz catòlica”, il primo giornale dell’Amapà. I primi impianti radio-trasmittenti li porta in Amapà Pirovano nel 1955, ma nel 1960 deve venderli perché non aveva nessuno che sapesse farli funzionare!

[43] Un ricordo personale. Nel giugno 1966, arrivando a Belém sono stato ospite di padre Cocco, ancora senza casa propria. Lui dormiva nella sacrestia della chiesa, io su una brandina  nel vano alla base del campanile, dove ci sono le corde per suonare le campane. Che notte! I topi scorrazzavano liberamente e rumorosamente, erano tanti e saltavano anche sul letto; con i topi ogni altro genere di animaletti fastidiosi e forse anche pericolosi (lucertole, zanzare, scarafaggi….).!

[44] In tre anni di studio e di pratica (il giovedì per le lezioni e il sabato mattino per la pratica in ospedale), dava a suore e missionari il diploma di infermiere riconosciuto internazionalmente, che alcuni confratelli hanno saputo utilizzare molto bene, facendosi anche riconoscere come medici nei paesi dove andavano, con studi ed esami supplementari. Per tutta l’opera di Candia in Italia a favore del laicato missionario e dei missionari, vedi P. Gheddo, “Marcello dei Lebbrosi”, De Agostini 1994 (V° edizione), pagg. 84-96. (Un errore in queste pagine appena citate: si dice che la scuola di medicina per i missionari è iniziata nel 1950, invece è del 1948).

[45] Da una registrazione di Marcello per un documentario cinematografico fatta  a Milano nel 1980 da Piero Gheddo.

[46] Vedi “Marcello dei Lebbrosi” citato, pag. 102-103. Si veda anche la testimonianza della signora elisa Michel in Clerici al termine del capitolo I di questo libro.

[47] P. Gheddo, “Marcello dei Lebbrosi”, De Agostini 1994 (V° edizione), pagg. 95, 102-103,

[48] Vedi la sua lunga testimonianza integrale al termine del I° capitolo.

[49] Il “bombolone” conteneva 60.000 litri di anidride carbonica (CO2 allo stato liquido), che ritornano in un attimo allo stato gassoso, esprimendo una forza dirompente che uccide due uomini e danneggia anche palazzi vicini. Il processo dura fino al  1967 (12 anni!) e i giudici riconoscono l’estraneità di Marcello e dei dipendenti Candia ai fatti che avevano determinato lo scoppio. Responsabile la ditta (statale) che aveva costruito il contenitore del CO2 liquido.

[50] I militari, in una regione di frontiera nella quale c’erano pochissimi stranieri al di fuori dei missionari, sospettavano chissà quale secondo scopo nell’opera di Candia. Lo controllano, lo ostacolano, a volte lo umiliano, ma Candia continua imperterrito nel suo impegno, con spese pazzesche. Mons. Maritano, qualche anno dopo che Marcello era a Macapà, andò a cena dal generale governatore del Territorio dell’Amapà, il quale gli dice: “Non capisco questo dottor Candia. Lo studio da anni, ma proprio non lo capisco. Dev’essere un po’ matto, eppure a parlarci assieme pare una persona tanto normale!”. Dopo la morte di Marcello Candia, le sue opere in Amazzonia sono tuttora sostenute dalla “Fondazione Dottor Marcello Candia”, che ancor oggi aiuta nel Brasile dei poveri molte opere, oltre a quelle costruite da Macello. Fondazione Dottor Marcello Candia – Via Pietro Colletta,, 21 – 20135 Milano – Tel. 02.54.63.789.