PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”  

IV
UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972
Due lunghi anni di preparazione al Capitolo
“Il Capitolo è stato il Concilio del nostro Istituto”
“Non sono contento, anzi sono preoccupato”
Due visioni dell’Istituto contrapposte
“Ho avuto anch’io il mio processo di Praga!”    
Il carisma del Pime nel Capitolo 1971-1972
Il missionario può impegnarsi nell’attività politica?
La conferma di Pirovano a superiore generale
“Pirovano guardava lontano, sapeva iniziare vie nuove”
Informazione e dialogo nel Pime

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO IV
UNA SVOLTA STORICA NEL PIME:
IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

    L’eccezionale “Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare” del Pime, durato otto mesi (29 maggio 1971 – 27 gennaio 1972), è stato senza dubbio la maggior impresa e avvenimento nella vita interna dell’Istituto, un fatto unico nei suoi 157 anni di vita: né prima né dopo, infatti, almeno finora, c’è stato nulla di simile. Ne parlo ampiamente in questo capitolo poiché riguarda direttamente mons. Aristide Pirovano, superiore generale sia prima che dopo il Capitolo stesso, che lo conferma come superiore per altri sei anni fino al 1977; e soprattutto perché, ponendosi alla metà dei suoi 12 anni di superiorato, aiuta a capire la sua esperienza e mentalità e la sua linea d’azione ( [1] ).

     Il Capitolo aveva vari scopi e finalità. Come voleva Paolo VI nella Lettera apostolica motu proprio “Ecclesiae Sanctae” (6 agosto 1966), doveva “aggiornare” (o “rinnovare”) l’Istituto e le sue Costituzioni secondo gli orientamenti e le decisioni del Vaticano II, ma anche, in tempi di grandi incertezze per la “missione alle genti”, rinverdire il carisma originario del Pime e discutere con i rappresentanti qualificati delle missioni le nuove situazioni delle giovani Chiese, per adeguarvi sempre più e meglio l’azione dell’Istituto. Con le loro 452 pagine e i 915 numeri d’ordine delle decisioni, i Documenti del Capitolo del 1971-1972 sono ancora oggi il testo normativo più completo sulla natura, lo spirito e la tradizione anche formativa e spirituale che il Pime ha prodotto nella sua storia più che secolare. Non è senza significato che proprio mons. Pirovano ne sia stato il protagonista, sia perché l’ha voluto quando il Pime non ne aveva l’obbligo, sia perché è stato poi il superiore che ha diretto e orientato l’Istituto nei primi sei difficili anni di “sperimentazione” delle decisioni prese.

      Due lunghi anni di preparazione al Capitolo (1969-1971)

     Secondo Propaganda Fide, il Pime non era tenuto a fare questo Capitolo, in quanto istituto non di religiosi ma di clero secolare. Ma mons. Pirovano e la sua direzione generale decidono di celebrarlo lo stesso. Il Concilio aveva provvidenzialmente rinnovato, anzi rivoluzionato la Chiesa in modo positivo, ma causando anche contrasti per l’interpretazione e applicazione dei suoi testi, che generavano malessere e disaffezione nel clero e nei credenti, mentre, come già s’è detto, i fermenti contestatori e innovatori del Sessantotto erano vissuti anche all’interno del Pime con sofferenza, come un distacco generazionale fra i missionari. Era il momento buono per riflettere tutti assieme sul Pime e la missione alle genti, richiamandoci, come voleva Paolo VI, al Vaticano II, al carisma originario e alla tradizione dell’Istituto.

     Due domande entusiasmavano noi giovani a quel tempo: dopo il Concilio, quale missione e quale istituto Pime? Così, invece di convocare il Capitolo nel 1975 (dieci anni dopo la sua elezione a superiore generale), mons. Pirovano, che pure avvertiva le provocazioni del Concilio avendovi partecipato come vescovo di Macapà, lo convoca nel 1971, con l’elezione di un nuovo superiore e direzione generale. Cioè rinunzia ad altri quattro anni di superiore, per lasciare spazio ad una guida più giovane (per quanto, nel 1971 avesse solo 56 anni).

    Il 15 settembre 1967 mons. Pirovano scrive ai suoi missionari stabilendo che il Capitolo straordinario si sarebbe svolto a Roma nel 1971 ( [2] ). Il 29 giugno 1969, dopo varie consultazioni e incontri, manda la lettera ( [3] ) di avvio del periodo preparatorio, raccomandando  una consultazione ampia, libera ed effettiva. Il tempo preparatorio dura due anni ed è diviso in tre periodi:

     1) dal giugno 1969 al gennaio 1970. Ricerca, studio, dibattito e proposte a livello regionale. Ogni circoscrizione dell’Istituto, in piena autonomia e organizzandosi come meglio crede, promuove il dibattito e il pronunciamento dei singoli e delle comunità sugli argomenti ritenuti importanti  I risultati vengono comunicati ad un segretariato costituito presso la direzione generale.  

     2) Dal febbraio 1970 alla fine del dicembre 1970. Viene creata una “Commissione centrale antipreparatoria” (CAP), che conduce una seconda consultazione su scala generale per fornire tutte le indicazioni e documentazioni utili per una visione più chiara e precisa dei problemi da discutere. In quasi un anno di lavoro la CAP ha fatto un lavoro enorme attraverso inchieste, sussidi, studi, informazioni, producendo complessivamente 1.500 pagine da leggere, meditare, discutere! ( [4] ). I contenuti del Capitolo si vanno delineando, l’Istituto era interessato e coinvolto.  

     3) La terza fase va dal gennaio 1971 all’apertura del Capitolo il 29 maggio dello stesso anno. Una nuova “Commissione centrale preparatoria” vara gli schemi e le proposte di dibattito per il Capitolo: materiale mandato prima dell’inizio a tutti i 53 padri capitolari, che erano stati eletti nei mesi precedenti: 16 ex-officio, cioè il superiore generale col suo consiglio e i superiori regionali, e 37 eletti. A quel tempo il Pime aveva poco più di 700 membri. Tutto l’Istituto aveva discusso e preparato il Capitolo: tutti volevano rinnovare il Pime, tutti volevano “vie nuove” nella missione, ma, com’era logico, ciascuno a modo suo! Si erano interessati al Capitolo anche i Vescovi e tutta la Chiesa italiana. 

    Intanto mons. Pirovano manda padre Domenico Colombo in visita a Bangladesh, India nord e sud, Hong Kong, Giappone e Filippine, cioè in tutta l’Asia del Pime a quel tempo, eccetto la Birmania chiusa a nuovi missionari; scrive ai superiori di quelle missioni avvisandoli del viaggio di padre Domenico, che ( [5] )

    terrà una serie di conferenze sulla vita e il ministero sacerdotale nei loro sviluppi post-conciliari. Approfittando di questo viaggio, ho chiesto al padre Colombo di  fare un sondaggio per conto della Direzione generale su un argomento che ci interessa da vicino, anche in vista del Capitolo: la situazione dell’Istituto e dei suoi missionari nella nuova realtà di servizio alla Chiesa locale sotto Vescovi locali.  Desidero che tutti i nostri padri e fratelli collaborino con lui per poterci fornire un rapporto quanto più reale e completo possibile sul problema su accennato.

    Le preoccupazioni del superiore, convocando il Capitolo di aggiornamento post-conciliare, erano sostanzialmente due: assicurare un’ampia e libera consultazione di tutti i membri, creando nel Pime “un contesto vitale”, cioè, spiegava la lettera del superiore del 29 giugno 1969, “un diffuso desiderio, condiviso da tutti, di rinnovarci davvero, una volontà onesta e tenace di cercare assieme le vie di Dio su di noi”.

    Questo “lo spirito del Capitolo”, ma sul piano concreto dei problemi in discussione, le preoccupazioni di Pirovano e della sua direzione generale erano in due direzioni:

    a) la vita interna dell’Istituto: fine e natura del Pime, vita spirituale e comunitaria, formazione iniziale e continua dei missionari, animazione missionaria nelle regioni d’Istituto, crisi sacerdotali che si manifestavano in varie regioni, i fratelli missionari, governo e strutture;

     b) l’attività missionaria sul campo, cosa le giovani Chiese chiedevano di nuovo al Pime, come i missionari immaginavano o proponevano “vie nuove” per la missione alle genti, la presenza del Pime nei territori di missione, l’internazionalizzazione.

    Oltre alle inchieste e ai pareri richiesti a tutti nei due anni di preparazione, la direzione generale manda padre Domenico Colombo a visitare tutte le missioni dell’Asia, per avere una relazione particolareggiata da un missionario molto stimato e profondo in campo teologico e missionologico.

     Alla vigilia del Capitolo di aggiornamento, Pirovano lamenta che, pur essendo la preparazione ampia e del tutto libera, era mancato il contributo di diversi membri, con silenzi e lacune, ribadendo la responsabilità diretta e personale di tutti nella fase preparatoria. In realtà, non è la sola “sconfitta” di questo periodo. Quando il superiore nomina i sette membri della Commissione centrale preparatoria, il 17 febbraio 1970 scrive da Hong Kong che uno dei nominati non accetta:

    Abbiamo parlato due ore e mezzo e mi sarebbe difficile ripetere gli argomenti che ha portato: in definitiva si sente lusingato della fiducia dimostratagli, ecc. ecc, ma non si è sentito di accettare. Ed eccoci con un’altra sconfitta sul groppone. E ora, che fare?.... Il padre che ha rifiutato suggerisce un altro padre di Hong Kong… Magnifici questi nostri padri, per suggerire cosa debbono fare gli altri! ( [6] ).

    Il 20 febbraio, tre giorni dopo la precedente lettera non ancora arrivata a Roma, padre Carlo Colombo, vicario di Pirovano, gli scrive ad Hong Kong annunziandogli che anche un altro padre ha rifiutato e un terzo non ha ancora risposto alla nomina! “Forse bisognerà accontentarsi – scrive Colombo – di cinque persone invece che sette”. Si illudeva anche lui, in effetti solo tre accetteranno! ( [7] ).

    C’era stata comunque una mobilitazione generale e, leggendo i contributi venuti dalla base, proprio i giovani erano i più impegnati nel rispondere anche lungamente alle inchieste, nell’avanzare proposte, nel segnalare i cambiamenti da fare. Infatti, in sintesi, il Capitolo rinnova parecchio il Pime, anche se poi l’attuazione delle sue decisioni sarà difficile e in alcuni campi non giungerà a compimento, anche per difficoltà esterne fra le quali la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e laicali e i rapidi e radicali cambiamenti in diversi paesi in cui il Pime era presente.

     “Il Capitolo è stato il Concilio del nostro Istituto”

     L’atteso Capitolo di aggiornamento post-conciliare si apre il 29 maggio 1971 nella nuova sede generalizia di via Guerrazzi a Roma, vendutaci a basso prezzo dalle suore di clausura canadesi del Preziosissimo Sangue (vedi capitolo III), nel quartiere di Monteverde vecchio (sopra Trastevere), in uno dei posti più alti e belli di Roma: vicino al centro città e al Vaticano, sulla via per l’aeroporto di Fiumicino. Dopo la ristrutturazione (con tutti gli ampiamenti possibili) fatta dal padre ing. Edoardo Tagliabue nei due anni precedenti, la casa può ospitare i 53 capitolari ( [8] ) e il personale di servizio, compresi cinque chierici di teologia come rappresentanti degli studenti e incaricati di molti servizi.

    I lavori furono più lenti, più lunghi e difficili del previsto. Secondo un calcolo della segreteria, negli otto mesi del Capitolo si tennero 185 sessioni generali (cioè dibattiti e votazioni di tutti in aula capitolare) e innumerevoli incontri delle commissioni; 349 cartelle fitte di verbali; 1.143 votazioni in aula, 205 ciclostilati di lavoro per 1.749 pagine ciclostilate, distribuiti a tutti i capitolari; un nutrito “servizio stampa” all’Istituto con un bollettino settimanale (5-8 pagine). Oltre a tutto questo, la stampa di una decina di quaderni e volumetti di documentazione e sussidi, per offrire ai capitolari tutti i dati necessari sull’Istituto che si voleva riformare. Cifre significative di un impegno notevole per un organismo piccolo come il Pime che allora aveva poco più di 700 membri.

    Credo di poter affermare con sicurezza – scriveva mons. Pirovano ( [9] ) – che nei suoi 122 anni di vita l’Istituto non aveva mai affrontato un avvenimento così importante e pieno di promesse per il futuro… Un’opera che realmente ha richiesto tempo e fatica ma che, con l’aiuto di Dio, si rivelerà fruttuosa col tempo…. Una incalcolabile grazia di Dio, una immensa ricchezza che richiederà ancora tempo, pazienza e molta fatica per essere compresa, recepita e resa linfa vitale per gli individui e le comunità.

     Il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare produce il volume “Documenti capitolari” ( [10] ) che fino ad oggi è il testo più rappresentativo sulla natura, lo spirito e la tradizione missionaria del Pime. Le sue 452 pagine e i suoi 915 numeri marginali sono divisi in 11 capitoli:  

-    Documento introduttorio
-         Fine e natura del Pime
-         I fratelli missionari laici
-         La nostra vita spirituale
-         L’attività missionaria
-         L’animazione missionaria
-         La formazione nel Pime
-         Governo e strutture
-         Internazionalizzazione
-         Economia
-         Documenti vari (su temi particolari)  

     “Un volume solido e prezioso” l’ha definito padre Domenico Colombo, segretario del Capitolo, che ha lavorato molto per preparare e poi stimolare e coordinare lo svolgimento dei lavori e la redazione dei “Documenti capitolari”, che sono la sintesi dei primi 122 anni di esperienza missionaria del Pime, aperta però al futuro della missione alle genti, come delineata dal Concilio Vaticano II. Nella presentazione di questo volume mons. Pirovano scrive:

    Non si tratta di una legislazione già codificata, ma piuttosto di uno spirito e di orientamenti che devono essere compresi e fatti propri dai singoli membri dell’Istituto e che hanno quindi bisogno di tutto un contesto di riflessione.

    Una sintesi dei contenuti del Capitolo si trova nel “Documento introduttorio” (33 pagine), che è un compendio e un orientamento per capire a fondo il significato dei “Documenti capitolari” (pagg 1-33). Così la redazione dei testi capitolari lo presenta:

     Il “Documento introduttorio” accoglie come in una sintesi le decisioni e gli orientamenti principali presi, mostrando il “filo conduttore” che aveva portato ad essi. I capitolari vi hanno ritrovato le linee fondamentali dei rinnovamento promosso dalla loro assemblea e sperano che anche i membri dell’Istituto, che fossero spaventati di fronte alla voluminosa raccolta di questi Documenti capitolari, non rinuncino a leggere almeno questo testo di introduzione e di sintesi.

     Le grandi mete e i criteri secondo i quali si è impostato il lavoro sono tre:

     1) l’inserimento sempre più pieno dell’Istituto nella Chiesa d’oggi secondo il proprio carisma missionario: prendere coscienza della nuova immagine della Chiesa e della missione “ad gentes” uscita dal Vaticano II e adeguarvi l’Istituto;

     2) il suo adattamento alle situazioni del mondo attuale: scrutare i “segni dei tempi”                               e interpretarli alla luce del Vangelo, tenendone conto per la vita dell’Istituto e l’evangelizzazione missionaria;

     3) la riscoperta e la valorizzazione dello spirito dell’Istituto, delle sue finalità e caratteristiche originarie, come dice il Concilio nell’“Ad Gentes” (capitolo IV) e nel “Perfectae caritatis” (n. 2), decreti del Vaticano II sulla missione alle genti e sul rinnovamento della vita religiosa:

     Torna a vantaggio della Chiesa che gli Istituti abbiano una loro propria fisionomia e una loro propria funzione. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni, perché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun Istituto.

     Il dibattito capitolare si è confrontato sui problemi concreti delle missioni e del Pime, dibattendo e indicando delle soluzioni secondo i tre criteri appena ricordati. L’Istituto, dopo il Concilio, si trovava a dover fare delle scelte nel quadro di una situazione missionaria molto incerta, confusa, in rapido cambiamento, che faceva prevedere soluzioni diverse e a volte opposte a quelle del passato. Il dibattito era libero, ampio e sentito: le decisioni richiedevano a tutti preghiera, dedizione, studio, confronto, coraggio nelle scelte.

    Ma il Capitolo era molto più che la produzione di un testo, sia pur meditato, pregato, dibattuto, votato. In  otto lunghi mesi di lavoro e di preghiera comunitaria e di convivenza fra i membri dell’Assemblea, si era creata un’atmosfera di partecipazione, di dialogo e di condivisione. Alla fine tutti erano contenti. Si era veramente andati a fondo, con tutto il tempo disponibile, nell’esame della storia del Pime e delle situazioni che un istituto missionario deve affrontare, confrontandoci con il Concilio Vaticano II e la nostra tradizione e indicando lo spirito e gli orientamenti pratici  per il futuro. Purtroppo, il periodo dopo il 1972 è stato fra i più tormentati nella storia del Pime: basti ricordare le difficoltà di varie missioni per guerre, dittature, rivoluzioni (Bangladesh, Filippine, Brasile, Guinea-Bissau, Birmania) e l’uscita di numerosi membri dell’Istituto per l’ondata di secolarizzazione e di contestazione all’autorità che ha attraversato la Chiesa di quel tempo.

     Comunque, il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare del 1971-1972 e i “Documenti capitolari” del 1972 hanno rappresentato una svolta importante nella storia del Pime. Ancor oggi si va avanti sulla spinta di quelle decisioni, sia pur aggiornate all’oggi missionario. Sulla base dei “Documenti capitolari” del 1972 vengono poi redatte, dopo una “sperimentazione” e una nuova ed ampia consultazione dei membri durata cinque anni ( [11] ), le Costituzioni approvate dal Capitolo del 1978 e poi quelle definitive del 1991 (dopo l’Assemblea generale del 1989), che tengono conto del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 e della decisione definitiva sulla internazionalità del Pime, votata nel Capitolo del 1989 a Tagaytay (Filippine), dopo un dibattito e molte consultazioni durati circa cinquant’anni!.

    “Non sono contento, anzi sono preoccupato”

    Durante il Capitolo mons. Pirovano, che pure lo presiedeva come superiore generale (poi rieletto), si era mostrato distaccato e a volte era assente per impegni esterni dell’Istituto. Alcuni hanno interpretato il suo atteggiamento quasi come una scarsa comprensione dei dibattiti giuridici, teologici e missionologici. Certamente, da uomo pratico qual era, preferiva agire più che discutere. Significativo il fatto che la sua prima lettera da Superiore generale dopo il Capitolo del 1965 si sviluppa in due parti: “Adesso lavoriamo!” e “Sveglierò i dormienti” (vedi capitolo III), quasi a dire: abbiamo discusso molto, adesso basta, è tempo di agire e di non ritenerci soddisfatti di quel che abbiamo detto! E’ certo che tutta la sua vita e anche la sua seconda direzione generale (1971-1977) dimostrano chiaramente che non era per nulla contrario, ad esempio, alle “vie nuove” che erano state ampiamente discusse e proposte al Capitolo e che molti giovani missionari si proponevano di intraprendere o tentavano di realizzare. Solo insisteva molto che fossero attuate mantenendo la preghiera e la fedeltà alla vocazione missionaria, l’affezione alla Chiesa, l’obbedienza ai superiori, come condizioni indipensabili perché Dio benedicesse i nuovi tentativi.

     Il suo atteggiamento, non del tutto positivo verso quelli che lui definiva con una nota per lui negativa: “intellettuali”, era dovuto soprattutto ad un fatto: in quel periodo storico del post-Concilio, come ormai tutti sanno e ammettono, era scoppiata nella Chiesa una grande e universale “crisi di fede e di vita cristiana”, che alcuni attribuivano a insufficenze nel rinnovamento della Chiesa stessa e quindi alle resistenze conservatrici della “Curia vaticana” e dei vescovi; altri invece (e Pirovano era fra questi) al dato di fatto, già  segnalato, dell’ubriacatura ideologica e alle contestazioni che avevano messo in ombra i punti saldi della fede: preghiera, vita cristiana, obbedienza al Papa, fedeltà e affetto per la Chiesa.

    Ricordo ad esempio, che in quel tempo si leggeva e dibatteva, anche su riviste cattoliche autorevoli, l’idea che il Concilio si era interessato molto dei vescovi e dei laici ma aveva trascurato i sacerdoti e la vita sacerdotale; quindi, si diceva, ciascun sacerdote, specie i  giovani, deve tentare lui stesso un “nuovo modo di presenza del prete nella società”, facendo esperienze personali. Idea certamente espressa con le migliori intenzioni, ma che, nell’ambiente secolarizzato e contestatario del tempo, produceva nei giovani preti l’impressione di essere liberi di fare qualsiasi “esperienza” per vivere nella società, capire la società e la vita moderna, ecc.

    Dico questo perché, ad esempio, non pochi seminari diocesani italiani avevano scelto di educare i giovani teologi non nel seminario, ma in piccoli gruppi di studenti viventi nel mondo in appartamenti e con altri giovani, quasi tutti con risultati disastrosi: pochi si sono salvati, i parroci non mandavano più vocazioni al seminario diocesano. Ricordo discorsi che si facevano allora fra noi preti giovani: ad esempio, che uno poteva scegliersi un’amicizia femminile, senza nessuna intenzione di andare contro il celibato, ma per sperimentare cosa voleva essere amici di una donna, il suo affetto, capire la sua mentalità e sensibilità. Capitava poi che, non solo per questo, alcuni o molti si allontanavano anche affettivamente dalla Chiesa ed entravano in una deriva che li portava fuori del sacerdozio. Altre volte c’era un problema di fede. Nel caso di un missionario del Pime mio grande amico che era uscito e si era sposato, Pirovano mi disse: “Sono convinto che non è uscito per sposarsi, ma anzitutto perché aveva quasi abbandonato la preghiera e continuamente criticava la Chiesa ”. D’altra parte, che in quegli anni molti sacerdoti abbiano abbandonato il sacerdozio (ben  più che nel passato) è un dato di fatto indiscutibile.

     Perché, in una biografia di Pirovano, rievoco questi ricordi? Perché non si capisce quanto la guida di Pirovano è stata provvidenziale per il Pime, se non si richiama l’atmosfera culturale in cui tutti vivevamo e che aveva fortemente inciso, in senso negativo, in diocesi e congregazioni religiose. Mi pare significativo riportare un passaggio del discorso che Pirovano tenne all’apertura del Capitolo il 29 maggio 1971, dopo sei anni di governo dell’Istituto (e con la ferma intenzione di non voler accettare una eventuale rielezione). Anzitutto ringrazia i membri della sua direzione generale e tutti coloro che avevano preparato il Capitolo, poi esprime le sue speranze nel Pime e nel Capitolo stesso, notando però che eravamo in una crisi profonda: “crisi di vocazioni, crisi di identità circa il ministero sacerdotale, crisi di fedeltà alla chiamata del Signore, crisi di autorità, crisi della missione, ecc. Ce n’è per tutti i gusti”. E aggiungeva,

     Non ci siamo mai lasciati cogliere da scoraggiamento o da sfiducia. Questa è stata una grazia speciale del Signore e non merito nostro. I miei più intimi collaboratori, credo, potranno confermare che anche nei momenti più difficili e neri abbiamo avuto la grazia di una battuta di spirito e di una parola di fede… Un’altra parola di ringraziamento al Signore è per la grazia dell’unità che ci ha tenuti stretti assieme noi membri della direzione uscente. Io non conosco il modo e i metodi vissuti dalle direzioni precedenti; credo però di poter affermare che noi siamo stati uniti (nei limiti dei propri personali caratteri) e abbiamo formato una équipe di lavoro che ha affrontato ogni problema in comunione di conoscenza e di intenti. Una comunione dove l’autorità del superiore era riconosciuta e rispettata, ma dove anche il superiore sollecitava, accettava e rispettava l’opinione e i pareri dei suoi collaboratori. Naturalmente non voglio dire che tutto sia perfetto….

    Dopo aver svolto la parte sulla sua direzione e aver ringraziato i missionari ricordando alcune situazioni consolanti incontrate nelle sue visite (soprattutto in Birmania e Giappone), Pirovano si confida con i capitolari:

     Ora lasciate che vi manifesti una mia profonda e viva preoccupazione: riguarda il Capitolo. Se da un lato devo ammirare e ringraziare il vasto lavoro di preparazione….  Dall’altro vi devo dire con tutta sincerità che non sono contento; anzi, sono preoccupato. Si è parlato di tutto, ma non di quelle cose che io considero il punto principale: cioè l’uomo, il missionario come persona che deve incarnare il Cristo e farlo rivivere in mezzo agli altri con le sue virtù, i suoi esempi di vita, con le parole non sue ma con la Parola di Dio, con l’azione liturgica, con i Sacramenti che ci innestano in Cristo.

     Poi Pirovano precisa che nella lunga preparazione al Capitolo e nella gran quantità di inchieste, consultazioni, testi discussi e stampati, c’è

     un solo ciclostilato sulla spiritualità del missionario… Troppo poco!... Quante volte ho detto che l’Istituto è quello che noi siamo, cioè ciascuno di noi. E’ la somma dei nostri difetti e delle nostre virtù e l’Istituto è valido se queste, la somma delle virtù, generosità, spirito di sacrificio, spirito di fede e spirito di obbedienza, supera la somma dei nostri difetti, il nostro orgoglio personale, le nostre grettezze, la nostra ignavia, il nostro egoismo. Io non intendo condannare quanto si è fatto…

    Non condanno niente, anzi tutto serve, anche la sociologia, e non mi sono mai rifiutato di usare i mezzi del nostro tempo nell’apostolato di oggi. Ma non pensiamo di costruire un Istituto “apostolico” con i sussidi della tecnica; non pensiamo di formare il “missionario” alter Christus con i sussidi delle scienze umane. Ci vuole il Vangelo come base, come termine di paragone della nostra vita individuale e associata. Tutto il resto può e deve servire, ma come mezzo, come un sussidio che ci aiuta a vivere nel nostro tempo. Ma la Fede , lo spirito di preghiera, l’amore al sacrificio, la fiducia in Dio, la perseveranza negli impegni presi in Dio, ecc. devono essere quelli dei tempi antichi, cioè del tempo degli Apostoli e di San Paolo.

     Se il Capitolo di rinnovamento non ci porta a riscoprire ed a vivere queste virtù apostoliche in profondità, in autenticità, noi facciamo un buco nell’acqua, sciuperemo tempo e denaro e rischieremo di ingannare noi stessi e gli altri… I miei sei anni di superiorato mi hanno fatto vedere chiaramente che il nostro Istituto non è in crisi a causa di strutture fasulle o mummificate; se è in crisi – e lo è – è per scadimento delle principali virtù apostoliche negli individui, cioè in ciascuno di noi e nella collettività. Qui non faccio distinzioni per classe o per età o per ufficio. Siamo tutti compresi, vecchi e giovani….

     Ecco, cari confratelli, il mio ammonimento e la mia preoccupazione. Questo tempo del Capitolo sia tempo di studio e di discussione, ma anche tempo di preghiera, di riflessione, di revisione di vita per ognuno di noi e per la  nostra società, per vedere se sono fedele e siamo fedeli a Cristo e alla sua Parola, al suo insegnamento, alla sua vita. Niente altro, il resto lo farà Lui.

    Cari confratelli, nessun Capitolo nella storia dell’Istituto è stato così numeroso come il nostro; nessuno è stato preparato con tanto studio e tanti sussidi; e forse nessun Capitolo è stato mai così importante e così pieno di responsabilità come il nostro. Sulle spalle di ciascuno di noi grava quindi una grande responsabilità. Facciamoci umili e piccoli perché soltanto agli umili e ai piccoli saranno rivelate le cose dei Signore. E soprattutto preghiamo: la Madonna che è stata con gli Apostoli nel Cenacolo e con loro ha interceduto e ha ricevuto lo Spirito Santo, sia anche con tutti noi, perché anche noi abbiamo a ricevere lo Spirito rinnovatore, di modo che l’opera nostra sia non nostra, ma di Lui per il bene della Chiesa. Amen.

     Due visioni dell’Istituto contrapposte

     Credo sia stata la prima volta nella storia del Pime che all’inizio di un Capitolo, il superiore generale, dopo sei anni di governo dell’Istituto, dichiara di essere “preoccupato e scontento” ( [12] ). Forse esagerava, ma questo manifesta comunque la sua esperienza di superiore che veniva dalle terribili e quasi disumane difficoltà di fondare una missione e diocesi nuova in Amazzonia, in una regione di frontiera come Macapà, negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso (oggi l’Amazzonia è radicalmente cambiata!). Pirovano pensava di aver passato il peggio e invece diventa nel 1965 superiore generale di un Istituto che proprio nei suoi primi sei anni precipita nella crisi seguita al “Sessantotto” e al Concilio; in sei anni aveva visitato anche due-tre volte tutte le missioni e incontrato tutti i membri dell’Istituto nei loro posti di lavoro. La preoccupazione che esprime all’inizio del capitolo 1971-1972 rappresentava il suo  pensiero e il suo atteggiamento di fondo in quel momento.

     Come avevamo giudicato, noi giovani capitolari di quel tempo, la relazione introduttiva di mons. Pirovano al Capitolo? Naturalmente i pareri erano diversi, ma ricordo bene che, pur ammirando quella lunghissima relazione particolareggiata di 227 pagine dattiloscritte ( [13] ), ci sembrava troppo pessimistica e negativa. L’Archivio conserva solo tre interventi scritti su quella relazione. Padre Vincenzo Carbone (molto breve il suo intervento) avanza osservazioni e precisazioni su alcuni punti della relazione. Padre Franco Cagnasso esprime un’impressione generale che conferma il sentimento comune fra i giovani capitolari. In sostanza dice che non basta elencare i fatti negativi della crisi che attraversa il Pime, ma bisogna chiederci cosa vuole da noi il Signore con questi segni e aggiunge:

     Parlando l’anno scorso con un monaco francese, il discorso cadde sull’attuale crisi di vocazione. Mi disse che non se ne preoccupava affatto: se vi sono le vocazioni, bene; se non vengono, vuol dire che il Signore ci chiede di cambiare e forse non ha più bisogno di noi. Ecco un altro modo di “leggere” un fatto, ben diverso da quello che abitualmente usiamo.

    L’intervento di Cagnasso continua ( [14] ), dando degli stessi fatti un’altra lettura: la crisi di reclutamento delle vocazioni misisonarie c’è, ma “il calo di vocazioni potrebbe essere letto come un segno che il Signore non è contento di noi, perché da qualche tempo  in qua ci stiamo preoccupando troppo di noi stessi”. Si discuteva nell’Istituto se mantenere o no i seminari minori e Pirovano criticava chi non ha fiducia che i germi di vocazione possano essere presenti anche in un giovane sotto i vent’anni. “Ma non è forse un po’ immatura – si chiedeva Cagnasso – una Chiesa che non sa trovare degli adulti pronti a seguire Cristo nel sacerdozio?”.

    Per la crisi di autorità lei (è Cagnasso che si indirizza a Pirovano, n.d.r.) lei indica due cause: la contestazione della base e l’abdicazione dell’autorità stessa alle sue funzioni. Approvo in pieno e sottoscrivo l’analisi. Ma proporrei alla riflessione anche un terzo elemento. L’impossiblità che lei ha riscontrato in questi anni a creare quell’unità d’intenti e di azione che riteneva utile e anzi indispensabile per un buon apostolato, non indica forse che il tipo di unità che dobbiamo cercare nella Chiesa è un altro?

   Gesù Cristo ci ha detto di andare, predicare e battezzare, non ci ha mai detto di pianificare il numero delle conversioni, di programmare le chiese da costruire, di fare della comunione fra le Chiese una specie di scacchiera su cui muovere un ordinato esercito di pedine volto alla conquista del campo avversario…. Non siamo forse troppo preoccupati dei risultati?... Né il Pime né la Chiesa sono un’azienda, un esercito, uno stato. Forse stiamo facendo sforzi immani e inutili per raggiungere un’unità di azione che è un’esigenza puramente umana, mentre l’unità dello Spirito sarebbe quella dei cuori, degli intenti e della fede… Il mondo d’oggi ha bisogno di preti buoni, semplici e uniti alla gente, più che di preti organizzati e organizzatori.

    L’altro intervento sulla relazione del superiore generale conservato in Archivio è stato il mio, nel quale dicevo fra l’altro che l’ultima parte della relazione mi pareva “troppo pessimistica” nei riguardi delle novità degli ultimi anni post-conciliari:

    Vorrei chiedere a mons. Superiore: in cosa dovrebbe consistere il rinnovamento dell’Istituto, che il Capitolo è chiamato a compiere, quando tutte le tendenze nuove sono più o meno condannate? Nella relazione infatti si parla di confusione teologica, di crisi dell’obbedienza, di crisi nella formazione del seminario teologico, crisi di vocazioni tra i ragazzi; si condanna il  tentativo di formare dei gruppi (nei seminari), la tendenza alla diocesanità; si lamenta lo scarso amore all’Istituto, la scarsa disponibilità, ecc.

    In concreto si può anche essere d’accordo con diverse valutazioni e critiche, ma l’insieme della relazione porterebbe a concludere che, poiché tutti i tentativi nuovi sono falliti, la via migliore da seguire è ancora quella di tornare all’antico. E allora ripeto la domanda: in cosa dovrebbe consistere questo rinnovamento dell’Istituto?....

    Comprendo benissimo le difficoltà che ha incontrato la Direzione generale e che deve affrontare il Capitolo e comprendo lo stato di frustrazione in cui viene a trovarsi un superiore che comanda e non è obbedito, che parla e non è ascoltato, che pianifica e non è seguito, che vuol affermare una sua visione di Istituto e si scontra con concezioni nuove che gli sembrano deleterie. In questo scontro, non dò affatto torto al superiore e ragione a coloro che egli condanna. Anzi, se seguissi il mio istinto e le mie convinzioni, darei senz’altro ragione al superiore e torto agli altri, o meglio alle idee e tendenze nuove che essi rappresentano nell’Istituto. Ma come capitolare mi rendo conto che non posso semplicemente riaffermare le mie idee e convinzioni, altrimenti contribuirei non a rinnovare l’Istituto, ma solo a renderlo simile a quel che penso io…..

     Come si vede dalle brevi citazioni dei due unici interventi scritti sulla relazione del superiore, nel Capitolo erano presenti modi contrastanti di leggere la crisi in cui il Pime (come tutta la Chiesa del resto) erano precipitati. La difficoltà di Pirovano nell’accettare la seconda elezione a superiore, veniva proprio da questo. Non per i contrasti su fatti particolari, più che accettabili, ma che si davano letture così distanti e spesso opposte della situazione di crisi dell’Istituto, che tutti ammettevano! E quindi che non si capiva più cosa fare per superarla! Dom ( [15] Aristide aveva realizzato a Macapà, con l’aiuto di Dio e dei suoi missionari, una missione unita e che agiva unita in tutto, pur nella diversità dei caratteri e dei carismi personali e quindi anche delle varie opere e linee pastorali realizzate dai singoli: e pensava che tutti fossero concordi con questo suo progetto per il governo dell’Istituto. Invece no. In Italia il distacco era proprio quello delle idee e dei cuori, senza giudicare la fede che solo Dio vede!

    “Ho avuto anch’io il mio processo di Praga!”   

     Dopo i primi giorni del Capitolo, Pirovano dà le dimissioni da presidente dello stesso e delega il suo vicario generale padre Carlo Colombo, a rappresentarlo, portando queste motivazioni ( [16] ): 

    La volontà del superiore di attendere al proprio lavoro ordinario per la direzione dell’Istituto e lasciare piena libertà al Capitolo…. Il superiore darà il suo apporto al Capitolo come semplire capitolare e metterà a disposizione la propria esperienza: quindi le sue dimissioni da presidente non pregiudicano il lavoro del Capitolo; del resto, anche altri istituti hanno eletto presidente del Capitolo persone diverse dal superiore…. Io sento il capitolo e i problemi dell’Istituto, ma in modo diverso dal vostro; quello che io non sento, ad esempio, è la discussione del regolamento con tante sottigliezze e perdite di tempo e quisquiglie di giuridismo. Credo di notare una mancanza di fiducia nello strumento di lavoro preparato dalla Commissione preparatoria al Capitolo. Questo regolamento di procedura non è definitivo, si può sempre cambiare una volta avviato il lavoro e quando si avvertirà la necessità di cambiamenti. Se il Capitolo pensa che il superiore e la direzione generale debbano stare al Capitolo 24 ore al giorno, lo dica chiaro, ma informi anche tutti gli altri padri, di modo che essi sappiano perché non sono poi attesi nelle loro richieste.

    Qualcuno ha accusato la direzione di “assenteismo” durante i lavori preparatori al Capitolo. La direzione ha avuto scrupolo che la sua presenza limitasse la libertà circa gli argomenti da trattare; se la direzione fosse stata presente, forse sarebbe stata accusata di invadenza… Vi erano alcuni che avevano paura della direzione generale come di un pericolo da evitare. Così si preferì astenersi  ed essere poi accusati di assenteismo: abbiamo fatto una scelta motivata dall’ambiente….

    Le dimissioni poi rientrano, grazie anche alla lettera di richiesta di ritirarle, firmata da tutti i capitolari ( [17] ). Pirovano rimane il presidente del Capitolo, ma quando c’è una urgenza dell’Istituto ha il permesso di assentarsi. Anche queste dimissioni da presidente del Capitolo, dopo il pessimistico discorso introduttivo allo stesso, erano state giudicate in modo molto negativo dall’assemblea capitolare, che non sentiva il superiore psicologicamente presente al dibattito e ai problemi discussi. Ma Dom Aristide, dopo sei anni di governo dell’Istituto ed a contatto con la confusione di quel tempo nella società e nella Chiesa, non si sentiva di entrare in un’altra mentalità che gli pareva di aver sperimentato come nefasta nei missionari più giovani, cioè che non portava frutti buoni. Sognava solo di tornare in Amazzonia e diceva a tutti che non voleva essere rieletto.

    Lo sconcerto di Pirovano era anche il nostro di quel tempo, di tutti noi preti arrivati ancora giovani (fra i 25 e i 40 anni) ai due grandi Pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI che avevano dato entusiasmo rinnovando la Chiesa con la rivoluzione provvidenziale del Concilio, quando ci sembrava che potevamo facilmente portare Cristo ai popoli e i popoli a Cristo; e subito dopo siamo precipitati dalle visioni ottimistiche dei tempi conciliari alla contestazione della Chiesa e delle sue strutture; da un progetto apostolico molto chiaro: annunziare a tutti Cristo unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità, alla baraonda di voci, proposte, ipotesi, progetti, dubbi (“l’obbedienza non è più una virtù”, si diceva), interpretazioni contrastapposte dei testi conciliari che toglievano il fiato e gettavano nello sconforto. Basti dire che, subito dopo il Concilio, ben prima che si potesse conoscere, digerire e vivere quel che il Papa e circa 2.300 vescovi avevano discusso e deciso,  c’erano non pochi teologi e “intellettuali” (come li definiva Pirovano) che già invocavano e annunziavano prossimo il “Concilio Vaticano III”, che esisteva solo nei loro sogni. Perché, dicevano: è stato tradito lo spirito di Giovanni XXIII, il Vaticano II è un’opera incompiuta perchè non ha deciso molte cose che avrebbero facilitato alla Chiesa l’annunzio di Cristo nel mondo moderno.

    Dal trionfalismo si passava alla critica a tutto campo e al complesso di inferiorità; da una Chiesa anchilosata e quasi bloccata dalla mancanza di un’opinione pubblica al suo interno, a stampe cattoliche che assumevano come redattori e direttori giornalisti laicisti e anti-clericali (“però scrive bene”, mi dicevano alcuni proprietari e direttori di quelle stampe), con conseguenze facili da immaginare. Ad esempio, una rivista cattolica molto diffusa fra il clero giovane (“Il Regno”) era definita da un suo lettore “un bollettino sindacale di protesta contro il padronato ecclesiastico” (marzo 1973); e un altro aggiungeva: “Se la stessa comprensione che voi mostrate nel mantenere l’unità e la comunione con la cosiddetta “sinistra”, la manifestaste anche verso la Chiesa di Cristo, di cui vi dichiarate partecipi e credenti, non avrei forse le difficoltà che ho nel continuare a leggervi”.

     Sono andato a ripescare in Archivio un volume che ho pubblicato nel 1971, a cui fecero seguito accesi dibattiti: “Processo alle missioni” (EMI). Incomincia con questa lettera di un mio grande confratello ( [18] ):

     Sono contento di essere tornato in India; dopo cinque mesi passati in Italia, non ne potevo più di tornare in missione. Tu mi dicevi di rimanere a Milano ancora per qualche mese, ma preferisco così. Mi chiedi se la vacanza in Italia mi ha fatto bene? No, mi ha fatto male. Mi sono curato un po’ la salute fisica, ma quella spirituale è a terra e l’entusiasmo che avevo dovrò ricuperarlo perché l’ho quasi perso.  

     Qual’era l’esperienza così deprimente di questo missionario? Per un reduce dalle missioni un ritorno in patria a quel tempo era spesso deludente e scoraggiante. Le situazioni di disagio erano tante. Un missionario è chiamato nel suo seminario diocesano, da cui era uscito una ventina di anni prima, e si sente dire dal rettore: “Mi raccomando, faccia una conferenza teologica, conciliare, non ci parli di negretti e di conversioni…”; un altro racconta la sua esperienza di missione fra i non cristiani e deve difendersi dalle accuse di colonialismo e di voler imporre il cristianesimo con gli aiuti economici; un terzo si sente chiedere: “Come mai i missionari non hanno compreso le culture dei popoli e cercano di distruggerle?”…. fino a un giovane di un gruppo contro la fame nel mondo che visita i missionari del Pime in Bangladesh, è ospitato nelle missioni e accompagnato nella sua visita al paese, poi, tornato in Italia, scrive sul bollettino dell’associazione: “I missionari che ho incontrato nelle loro missioni vivono ad un livello di vita nettamente superiore a quello dei bengalesi: case in muratura, cibo buono e abbondante, vanno in giro in auto o in moto e nella residenza di Andarkhota si sono costruiti la loro piscina nel cortile”. Aveva preso lucciole per lanterne! La “piscina” era semplicemente il “pukur”, il laghetto per la piscicoltura e per l’irrigazione dei campi di cui è pieno il Bangladesh, dove bevono e si bagnano vacche e bufali, in cui nessuno farebbe il bagno! I missionari, da ammirati e lodati, venivano contestati anche da chi non sapeva nulla o quasi nulla della loro vita! Non era colpa loro, quel giovane esprimeva semplicemente la mentalità culturale prevalente, quella di protestare e contestare l’esistente.

    Pirovano queste situazioni le soffriva non solo sul piano personale di cristiano e di prete, ma come superiore generale di un Istituto, nel quale lui toccava con mano l’aumento delle uscite dal sacerdozio, l’affermarsi nei seminari di uno spirito critico di tutto e di tutti, nei giovani sacerdoti e fratelli la tendenza a sperimentare come si poteva meglio inserirsi nel mondo uscendo dall’Istituto per qualche anno…. e nei missionari sul campo la sofferenze e lo scontento di come stavano andando le cose nella Chiesa e nel Pime e nella loro Italia.

     Ripeto, per non essere frainteso: il Concilio è stato una svolta molto positiva nella Chiesa e nella missione alle genti, e chiunque abbia vissuto un po’ di anni nella Chiesa prima del Concilio, non finirà mai di ringraziare Dio per quella grazia che ha fatto alla sua sposa di cui noi siamo figli; ma le divisioni nelle comunità cattoliche e negli istituti religiosi e missionari erano estremamente negative. In molti casi (l’ho sperimentato anch’io) sembrava che si dovesse dialogare con tutti, aprirci a tutti, capire anche i più lontani dalla Chiesa, meno che i fratelli di fede definiti “papalini”.   

    Mi scuso di un ultimo ricordo, ma sono fatti come questo che vanno conosciuti per capire l’atmosfera di quel tempo e il superiore generale dom Aristide Pirovano. Nell’anno precedente al Capitolo (1969 o 1970) a Milano i missionari del Pime avevano invitato il superiore generale  ad un incontro perché spiegasse il significato del Capitolo e rispondesse alle loro domande. Nella “sala dei martiri” del Centro missionario Pime (Via Mosè Bianchi, 94) una quarantina di missionari e anche di chierici del vicino seminario teologico incontrano il superiore, che parla una mezz’ora poi dà la parola a tutti noi. Non so se c’era un accordo previo fra i contestatori di dom Aristide, ma alla fine molti avevano questo dubbio, perché in pratica prendevano la parola uno dopo l’altro accusando Pirovano di molti comportamenti negativi nel rapporto con i giovani: “Lei non ci capisce o fa finta di non capirci…. prende decisioni sbagliate…. dovrebbe spiegarci perché quella volta si è comportato così… vogliamo un superiore dialogante e lei non lo è… lei è chiuso ad ogni novità…non ha capito lo spirito del Concilio…”.

     Insomma, quasi non si riusciva ad interloquire perchè molti si erano prenotati per parlare ed erano tutti o quasi della corrente, diciamo, di opposizione! Pirovano ascoltava, prendeva qualche appunto ma non reagiva. Alla fine rispose per le rime a due o tre più aggressivi, poi disse solo di avere un po’ di pazienza perchè stava arrivando il Capitolo, cioè l’assemblea rappresentativa di tutti i missionari del Pime che avrebbero eletto un altro superiore: lui non aveva alcuna intenzione di accettare un’improbabile eventuale rielezione! Uscendo da quella sala, in un clima infuocato, qualcuno avvicinava il superiore per esprimegli la loro contrarietà e lui ripeteva: “Cosa volete farci, ho avuto anch’io il mio processo di Praga!” ( [19] ).

      Il carisma del Pime nel Capitolo 1971-1972

       Nel Capitolo  d’aggiornamento del 1971-1972 si è molto discusso sulla natura e l’identità del Pime. Era uno dei grandi temi che animavano il dibattito, anche se non c’erano contrasti di fondo. Ma l’Istituto, essendo nato nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e ribattezzato da Pio XI nel 1926  “Pontificio istituto missioni estere”, ad ogni generazione ha sempre ripreso a interrogarsi sulla nostra natura e identità. Questo specialmente dopo il Concilio Vaticano II, quando si agitavano molte ipotesi (ad esempio che il Pime dovesse tornare in seno alle diocesi d’origine). Il Capitolo ha dato una decrizione del PIME rimasta pressochè eguale nelle Costituzioni del 1978 e in quelle del 1991:  

    Il P.I.M.E. è un’associazione di missionari ecclesiastici e laici che, in risposta all’invito di Cristo e per mandato della Chiesa, con una libera scelta celibataria si consacrano totalmente e definivitamente all’attività missionaria per tutta la vita, in fraterna unione d’intenti e in obbedienza ai superiori, secondo le Costituzioni ( [20] ).

    Questa formulazione raccoglie alcune componenti fondamentali che identificano il Pime, mentre si connettono strettamente fra di loro. Sulla base di queste tre componenti del carisma del Pime, mons. Pirovano e la nuova direzione si impegnano nel compito di aggiornare e riformare l’Istituto. In pratica si tratta di tornare alle origini fin dove è possibile ( [21] ).

    1) Il carisma missionario, come risultante dalla vocazione dei membri a consacrarsi totalmente e definitivamente all’attività missionaria. L’Istituto è tutto e solo missionario. Scriveva padre Manna: “Esso esiste perché esistono le missioni. Chi entra tra noi deve sapere che l’Istituto non ha altro fine che le missioni tra gli infedeli e che noi siamo tutti e solo missionari”. Sono espressioni che caratterizzano tutta la nostra tradizione. Il carisma missionario è l’elemento che giustifica la comune volontà dei singoli di unirsi tra loro. Un particolare significativo: le precedenti Costituzioni dicevano che i membri si consacrano all’Istituto per l’opera delle missioni; le nuove dicono che ci si consacra all’attività missionaria  attraverso l’Istituto, accettandone cordialmente la sua mediazione e comunità.

    Il “Documento introduttorio” dei “Documenti capitolari, già segnalato, chiede al Pime di

    “orientarsi verso impegni sempre più specificamente missionari” ed esorta a “dedicare i nuovi missionari inviati in Brasile ad una specifica animazione missionaria e alla formazione dei missionari” (n. 90).

    In questo quadro si comprende la “preferenza all’Asia”, tradizionale nella nostra storia, ma confermata 122 dopo la nascita dell’Istituto. Una scelta coraggiosa e contro-corrente rispetto alla Chiesa italiana attuale e agli impegni di molti istituti, che vanno di preferenza in Africa e in America Latina. Però la scelta del Pime per l’Asia non è esclusiva ma “prioritaria”.

    Il dibattito sul carisma missionario esclusivo (siamo tutti e solo missionari), ha portato il Pime, ad esempio, a restituire alle diocesi alcune parrocchie che aveva in Italia; e nelle missioni, a chiedere ai vescovi locali di lasciare i missionari dell’Istituto liberi di esercitare il loro carisma, in giovani Chiese già stabilite, andando ai non cristiani in nuove missioni o anche con iniziative nuove, come il dialogo interreligioso, la promozione umana fra gli ultimi (ad esempio i baraccati), l’annunzio di Cristo attraverso i massa media, l’animazione missionaria per infondere nelle giovani Chiese la mentalità e lo spirito missionario. Dov’è stato possibile, si è rinunziato a incarichi di prestigio diocesani e a ricche parrocchie, che potevano essere affidati al clero locale. Insomma, ci si rendeva conto che anche nel Pime, nonostante la sua secolare tradizione missionaria in  senso stretto, era avvenuto a poco a poco un restringimento di orizzonti al gregge cristiano. Il Capitolo ha criticato fortemente questa tendenza (comunissima nelle Chiese antiche e in quelle giovani!) e precisa i compiti del Pime nel lavoro a servizio delle Chiese locali, orientandoli però alle “priorità missionarie”. Il “Documento introduttorio” elenca le cinque priorità del Pime (n. 72), appunto catalogate secondo il loro grado di missionarietà.  

     2) Il carisma comunitario, quale esigenza e dimensione missionaria. E’ iscritto nella vicenda delle nostre origini, nel documento di fondazione e in tutta la nostra storia. Sia il seminario missionario di Milano (nato nel 1850), sia quello di Roma (nato nel 1874), che nel 1926 Pio XI ha unito nel PIME facendone un unico istituto, non furono pensati come agenzie di collocamento o semplici organismi di formazione e di assistenza, ma come “una famiglia di apostoli”. Nelle Costituzioni del 1978 (che vengono dal Capitolo 1971-1972), si parla di “una famiglia di apostoli in comunione di vita e di attività” come “il luogo dove i carismi dei vari membri si fondono in armonica unità per un servizio più valido all’attività missionaria”.   

     3) Il carisma ecclesiale, visto nel fatto che i membri sono semplici chierici e laici, non religiosi legati da voti, e ciò permetteva in passato di essere direttamente dipendenti dai vescovi. Evoluzioni storiche e giuridiche imposero poi modifiche che ci assimilarono sempre più ai religiosi.. Oggi le innovazioni del Concilio, i poteri speciali concessi da Paolo VI con la Lettera apostolica “Ecclesiae Sanctae” (1966) e le possibilità aperte dalla rielaborazione del Diritto Canonico hanno offerto l’occasione di un avvicinamento alle origini se non proprio di un ritorno. Il Capitolo 1971-1972 prospettava la possibilità di una “doppia incardinazione” dei membri, nel Pime e nella propria diocesi di origine; si è sostituita la promessa al giuramento di consacrazione all’attività missionaria per tutta la vita; la direzione generale ha poi lavorato con gli altri Istituti missionari di vita comune senza voti per ottenere nel nuovo Codice uno statuto giuridico nel quadro delle “associazioni”, più rispondente alla nostra identità ( [22] ).

     Il missionario può impegnarsi nell’attività politica?

     Un altro tema dibattuto era il rapporto fra il missionario e la politica, importante per capire l’azione di Pirovano come superiore negli anni settanta. Concretamente, si trattava di questo. In alcune missioni del tempo dove lavorava il Pime, governavano dittature o regimi militari forti che opprimevano le opposizioni e creavano maggior miseria per i poveri. Facevano problema soprattutto Filippine (regime di Marcos), Brasile (dittatura militare) e Guinea Bissau (allora territorio portoghese), dove alcuni missionari che vivevano fra gli ultimi, baraccati o altro, avevano assunto posizioni politiche e partitiche di tipo rivoluzionario, facendosi poi espellere, negli anni settanta, dai rispettivi governi autoritari (Filippine), dopo il carcere (in Brasile e Guinea Bissau), recando danni ai confratelli del Pime e alla Chiesa locale. In un caso (ma questo succede a metà degli anni settanta), cioè in Guinea Bissau, dove era salito al potere, dopo la “guerriglia di liberazione”, un governo “popolare” che si dichiarava “comunista”, alcuni missionari, contrari al governo coloniale portoghese, appoggiavano invece il nuovo governo “rivoluzionario”, oppressivo per il popolo quanto e più di prima.

    La direzione di mons. Pirovano era contraria a questi comportamenti, specie per missionari stranieri che erano ospiti, quindi non godevano di tutti i diritti di chi era cittadino nazionale e potevano facilmente essere espulsi dai governi; ma soprattutto perché il sacerdote non deve impegnarsi in azioni prettamente politiche o a sostegno di una parte politica, perchè l’azione della Chiesa non è di natura politica ma religiosa, come dice il  Concilio Vaticano II.

     La proposta di discutere questo tema suscitò interesse e dibattito, sulla base di un intervento firmato da tre capitolari ( [23] ), che svolgeva questo ragionamento, citando alcune frasi del documento preparatorio alla II assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema “Il sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo”, che si sarebbe svolto pochi mesi dopo a Roma (30 settembre - 6 ottobre 1971). Il problema, dicevano, è complesso e crea grandi divergenze di opinione: non si possono assumere posizioni troppo nette. Comunque si “ritiene inopportuno che un sacerdote militi in una certa fazione politica”, per essere più libero nell’azione apostolica e lasciare liberi i cristiani nelle loro scelte, evitando il neo-clericalismo. Però, dicono i proponenti, non si possono dare disposizioni generali senza tenere conto delle diverse circostanze di miseria e di oppressione in cui vive un popolo e delle diverse gradazioni di impegno politico.

     Nella pratica, il documento non esclude che un sacerdote si interessi di politica e svolga un’azione in qualche modo politica, purchè sia “un’attività aggiunta al sacerdozio”. Ma, dicono i proponenti, il problema è questo: “Come fare in modo che questo impegno politico non assorba completamente il prete fino al punto di fargli trascurare il suo impegno sacerdotale, che è suo compito primario anche se non unico ed esclusivo?”. A questo interrogativo dovranno rispondere i vescovi al Sinodo. Noi, come Capitolo del Pime, dobbiamo dare una risposta a questa domanda ( [24] ):

    Ad una persona che vuole attuare il suo carisma missionario attraverso il Pime, quali modi pratici e prioritari di esercitare il suo sacerdozio gli vengono proposti, fra quelli elencati nel documento pre-sinodale? E per quali azioni politiche gli resta spazio?  Che gradazione intende porre la comunità Pime tra gli impegni strettamente sacerdotali e quelli più propriamente politici? Intende confermare, come può sembrare da alcuni documenti o espressioni della classe dirigente attuale, che nel Pime c’è posto solo per coloro che intendono fare soltanto il prete, e per di più secondo una concezione antiquata del sacerdozio? Si intende escludere dalle nostre comunità coloro che, avvalendosi del diritto-dovere di cittadini, vogliono servire il popolo anche mediante un’azione propriamente politica, sempre subordinata – ovviamente - all’azione ministeriale secondo i criteri sopra elencati? I documenti ufficiali della Chiesa, specialmente gli ultimi, lasciano al sacerdote la libertà di assumersi un impegno politico. Il Pime intende continuare a vietarlo, col rischio di trovarsi in forte ritardo anche rispetto alla linea della gerarchia?

    Non possiamo seguire le varie fasi del dibattito, ma ho citato questo problema perché sarà uno di quelli che negli anni settanta creeranno più forti contrasti fra mons. Pirovano e alcuni missionari impegnati in politica o nella forte denunzia dei regimi totalitari oppressivi. Comunque, i “Documenti capitolari” del 1971-1972 approvano, nel settore dedicato all’attività missionaria una lunga e particolareggiata decisione ( [25] )

che cita il Documento sinodale uscito alcuni mesi dopo la proposta ( [26] ):

    Dato che le scelte politiche sono di per sé contingenti e non interpretano mai in forma del tutto adeguata e perenne il Vangelo, il presbitero, che è testimone delle realtà future, deve mantenere una certa distanza da qualsiasi incarico o passione politica…. Per restare un segno valido di unità ed essere in grado di annunziare il Vangelo nella sua pienezza, il presbitero… (deve) far sì che la sua scelta (politica) non appaia ai cristiani come l’unica legittima, né diventi motivo di scissione tra i fedeli.

     I Documenti capitolari aggiungono che queste norme del Sinodo dei vescovi valgono per i sacerdoti cittadini di ogni paese, quindi tanto più debbono valere per il missionario, che “deve avere chiara coscienza di essere ospite in un paese straniero, senza la pienezza dei diritti politici di cui gode nella sua patria”. Questo vale per le situazioni normali.

    Vi sono però situazioni eccezionali – continua il testo capitolare - di ingiustizie istituzionalizzate, di sistemi e regimi assolutamente oppressivi, di totale immaturità della gente locale che non riesce nemmeno a concepire la possibilità di una difesa dei propri diritti, le quali (situazioni) richiedono anche al missionario diversi gradi di impegno politico-sociale, cioè non in favore d’una fazione politica o contro un’altra, ma unicamente contro situazioni chiaramente ingiuste e in favore del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

    Il testo elenca poi in modo particolareggiato una serie di condizioni che debbono verificarsi per l’impegno del missionario in campo politico-sociale.

     La conferma di Pirovano a superiore generale

     L’8  novembre 1971 mons. Pirovano viene rieletto superiore generale. I tempi erano difficilissimi e alla fine Pirovano è sembrato la miglior garanzia per il futuro del Pime: uomo di fede e di preghiera, fedele alla Chiesa, al Papa e al carisma missionario del Pime, paterno ma anche autorevole, capace di ascoltare e di  comandare, di decidere e di realizzare. Scelta senza dubbio illuminata dallo Spirito Santo. Le difficoltà, come vedremo, non venivano solo dalle non facili situazioni missionarie e dalle nuove esigenze della prima evangelizzazione, ma anche dai fermenti della “contestazione sessantottina” ormai dominanti nella cultura italiana e molto presenti anche nella Chiesa italiana. Nei giovani c’erano grandi ideali e molta buona volontà, ma anche una buona dose di utopia e di illusioni, unite ad una grande fragilità psicologica (che li portava a volte fuori strada). Pirovano s’era già scontrato con queste tendenze e prima dell’inizio del Capitolo era fermamente intenzionato a non accettare una sua rielezione. Diceva agli amici fidati di non eleggerlo perché non avrebbe accettato: voleva solo tornare in Brasile come semplice missionario e non dover più comandare. Invece, nonostante tutto, viene rieletto e incominciano così i sette anni senza dubbio più difficili della sua vita.

    La rielezione di Pirovano non è stata semplice nè logica per tutti. La corrente “giovanile” del Capitolo preferiva un diverso superiore, più comprensivo delle novità conciliari e dei “segni dei tempi”, più tollerante e meno deciso: l’avevano individuato in padre Carlo Colombo, biblista e padre spirituale di grande saggezza e umanità, vicario generale di mons. Pirovano (poi missionario in Amazzonia e oggi a San Paolo del Brasile), che però diceva a tutti di non poter accettare e che non avrebbe assolutamente accettato una eventuale elezione. Così i due principali candidati di cui si parlava, ambedue dicevano di non voler accettare un’ipotetica loro elezione! E’ facile immaginare le pressioni che si sono esercitate sui due personaggi prima della vera elezione, ma fino all’ultimo ambedue confermavano il rifiuto: troppo difficile e tempestosa si presentava la situazione della Chiesa, della società italiana, delle missioni! Ecco in breve lo svolgersi del cammino che ha portato alla elezione ( [27] ).  

     Prima pre-votazione per la “rosa dei nomi” di possibili superiori (3 novembre 1971): i capitolari indicano tre nomi ciascuno, in totale 22, fra i quali anche Pirovano.

     Pomeriggio del 3 novembre e tutta la giornata del 4 si fa la “scrutatio personarum”, cioè l’esame dei candidati (assente quello di cui si parla), per dire liberamente cosa ciascuno pensa di quel candidato come possibile superiore generale, motivando la sua scelta o la sua esclusione.

     Seconda pre-votazione (5 novembre 1971): viene fuori una rosa di nove nomi (i capitolari indicano solo un nome ciascuno) e poi, sembrando ancora troppo vasta, lo stesso giorno si procede ad una terza pre-votazione dalla quale risultato sette nomi.

     Nel pomeriggio del 5 novembre i capitolari descrivono come dovrebbe essere un superiore generale, senza alcun riferimento a persone concrete. Molti parlano a lungo, indicando le qualità che deve avere un superiore e cosa dovrebbe realizzare, nella situazione attuale del Pime e della Chiesa missionaria. Naturalmente c’è una grande varietà di interventi. Interessante, verso la fine della lunga sessione, l’intervento di Pirovano che poi verrà rieletto superiore ( [28] ):

    Difficile trovare un superiore come quello delineato. Si pretende tutto da una sola persona, dal superiore, e che tutti i membri dell’Istituto dovrebbero avere ciò che vogliono dal superiore. Il superiore deve essere un animatore, ma nella linea della Chiesa e sotto le direttive del Papa, verso il quale deve avere la massima fiducia: quasi un fanatico del Papa, se vogliamo che l’Istituto sia la Chiesa e che faccia il vero rinnovamento.

     In queste poche parole del verbale c’era tutta la filosofia, la teologia e la missiologia di mons. Pirovano. L’8 novembre 1971: dopo due giorni di preghiera e di riflessione, al mattino si svolge ancora un dibattito sui sette candidati dell’ultima “rosa dei nomi”, assenti gli interessati.

     Al pomeriggio dell’8 novembre, la votazione autentica e definitiva del superiore generale in due scrutini. Al secondo è eletto mons. Aristide Pirovano con 26 voti su 52 capitolari (non tutti presenti): gli altri voti vanno a p. Carlo Colombo (15), mons. Arcangelo Cerqua (3) e p. Lorenzo Chiesa (1), più una scheda nulla e una bianca. Mons. Pirovano è eletto con una “lunga ovazione”, liberatoria delle incertezze dei giorni precedenti. Ma “prega l’assemblea di lasciargli qualche ora di tempo per riflettere prima di accettare la elezione”, è scritto nel verbale. La seduta è sospesa fino al giorno dopo ( [29] ).

    Il 9 novembre 1971, dopo una giornata passata discutendo i temi del Capitolo, alla fine mons. Pirovano comunica all’assemblea di aver accettato con questa dichiarazione ( [30] ):

    Forse sono un incosciente, ma ho raggiunto una certa serenità e dopo aver parlato con alcuni confratelli, pregato e consultato, mi sono deciso ad accettare. Il mio atteggiamento fino a ieri riguardo al Capitolo era piuttosto distaccato. Mi sentivo impari a questi problemi e poi volevo distaccare da me, con questo mio atteggiamento, quelli che sentivano simpatia verso di me; ho cercato di deluderli proprio perché si distaccassero da me, invece…. Dio scrive dritto anche su vie storte. Voglio essere un uomo di fede prima ancora di essere un animatore. Adesso datemi degli uomini adatti che sappiano fare quello che io non sono capace di fare. Mettetevi la mano sulla coscienza e datemi questi uomini. So che problema di coscienza sarà quello di toccare uomini dell’India, degli USA e altrove; ma anche se dovessimo procurare un danno a quella regione o missione per dare alla direzione generale gli uomini adatti, vi prego di vincere questo complesso. Ripeto quello che ho già detto nel 1965: Non sarò un dittatore! E adesso andiamo avanti in nomine Domini (nel nome del Signore).

     Interessante notare questa sua esternazione, che il verbale sintetizza con: “Non sarò un dittatore!”. Pirovano sapeva di avere un carattere forte, deciso, capace di imporsi anche in situazioni difficili, eppure fisicamente era di statura normale o inferiore alla normalità di oggi e molto magro: non è mai arrivato a pesare 60 chili, anzi, in una lettera da San Paulo del 3 ottobre 1974 ( [31] ) ai suoi assistenti, scrive: “Di salute sto bene. Purtroppo non vi posso dare il dispiacere di sapermi ammalato. Sono sceso a … 50 kg ., ma ora risalirò”. Pirovano stava bene, ma era proprio pelle e ossa, però da superiore generale ha portato il peso dell’autorità senza “fare il dittatore”. Si era fatto quasi uno scrupolo di lasciar parlare e ascoltare tutti, apparendo, anche a noi giovani che non sempre avevamo più o meno le stesse idee, paterno e conciliante. Altri però ne avevano un’altra immagine, difficile dire se era per la forza del carattere di Pirovano o per la diversità delle idee. Per questo, una volta rieletto, vuole assicurare tutti dicendo che non sarà un dittatore!

     La direzione generale di mons. Pirovano era composta dai padri Ilario Trobbiani (vicario generale), Vincenzo Carbone, Lorenzo Chiesa e Angelo Lazzarotto. Della precedente direzione generale rimane accanto a Pirovano solo Lazzarotto, mentre p. Edoardo Tagliabue viene cooptato dal superiore come economo generale (con p. Piero Zambarbieri).

    La spiritualità del Pime è quella apostolica  

    Come già s’è detto in questo capitolo, la principale preoccupazione di mons. Pirovano era che l’Assemblea generale ridesse ai membri dell’Istituto un nuovo entusiasmo per la loro vocazione missionaria e quindi un rinnovato slancio per dedicarsi totalmente ai popoli e annunziare loro Cristo. Così infatti diceva nel messaggio all’apertura dell’Assemblea generale:

      Se il Capitolo di rinnovamento non ci porta a riscoprire ed a vivere queste virtù apostoliche in profondità, in autenticità, noi facciamo un buco nell’acqua, sciuperemo tempo e denaro e rischieremo di ingannare noi stessi e gli altri…. I miei sei anni di superiorato mi hanno fatto vedere chiaramente che il nostro Istituto non è in crisi a causa di strutture fasulle o mummificate; se è in crisi – e lo è – è per scadimento delle principali virtù apostoliche negli individui, cioè in ciascuno di noi e nella collettività. Qui non faccio distinzioni per classe o per età o per ufficio. Siamo tutti compresi, vecchi e giovani….

     All’inizio del Capitolo c’era qualche resistenza a studiare e dibattere il tema della “nostra spiritualità”, un termine che già urtava la sensibilità di non pochi perché, si diceva, “i religiosi hanno una loro spiritualità, noi abbiamo solo quella della Chiesa locale”. Però, ragionando, pregando e discutendo, si è capito che valeva la pena di affrontare anche questo tema e si è prodotto il capitolo “La nostra vita spirituale” ( [32] ), frutto di studi e dibattiti sulla nostra storia e sui documenti del passato. Il testo citato così inquadra lo studio e il dibattito (n. 233):

     Nella storia del PIME il problema di una spiritualità propria non fu mai posto esplicitamente fino ad un’epoca abbastanza recente. Con ciò non si vuol affermare che i nostri missionari non seguissero nessuna spiritualità: furono uomini di una spiritualità apostolica spesso assai intensa e vissuta, con caratteristiche particolari, con una certa originalità. Questo stile di vita del PIME non dev’essere attribuito al particolare stato giuridico dell’Istituto; o almeno non soltanto ad esso. In realtà è dovuto alla pratica abbastanza tipica delle virtù apostoliche, di un  modo di viverle che è ormai consacrato da lunga tradizione. Noi vorremmo che si riflettesse proprio su questo aspetto: parlando di uno stile di vita spirituale nel PIME non intendiamo affato creare delle novità più o mano artificiali, ma mettere in rilievo una realtà già esistente e che ha contribuito a creare l’ossatura dell’Istituto.

    Il documento capitolare è veramente notevole e credo sia ancor oggi la miglior sintesi della santità e dello “spirito apostolico” nel quale i missionari del Pime hanno evangelizzato in più di 150 anni i popoli non cristiani. Parte dalla vocazione missionaria e afferma all’inizio (n. 59):

    La nostra spiritualità non è costruita a fianco della nostra missione, ma nasce da essa ed a servizio di essa. In questo senso il Capitolo intende promuovere il rinnovamento della nostra spiritualità.

     Fondamento e modello della spiritualità del Pime è il Cristo evangelizzatore: come Lui e in Lui, il missionario si dedica completamente all’evangelizzazione cercando sempre e totalmente la gloria di Dio e la salvezza dell’uomo. Poiché la salvezza di Cristo si attua nel mistero della Croce, come suo discepolo e apostolo il missionario si conforma a Cristo crocifisso e su Lui solo fa affidamento per l’efficacia del suo apostolato. La Buona Novella che il missionario annunzia è Cristo morto e risorto: perciò egli deve essere uomo dell’ottimismo, della speranza, che non si scoraggia per gli insuccessi e le lentezze dell’apostolato.

    La vocazione missionaria esige dal missionario, sull’esempio di Cristo, una radicale povertà, castità, obbedienza e rinnegamento di se stesso, per potersi  fare tutto a tutti, in vista di guadagnare gli uomini al Vangelo. Questa spiritualità cristocentrica è indispensabile al missionario che, già scriveva padre Paolo Manna ( [33] ),

     deve presentarsi ai popoli infedeli come un altro Cristo; se non  impersona Gesù Cristo, non è niente.  Quando nel missionario appare l’uomo, allora egli è inefficace.

    In rispondenza a queste linee, il Capitolo del 1971-1972 e poi quello del 1977 hanno stabilito i criteri di formazione dei missionari e della loro vita e attività. La formazione spirituale degli alunni deve mirare a “far sì che Cristo viva nel futuro apostolo e possa continuare in lui la missione affidata alla sua Chiesa”. L’opera di evangelizzazione

     prima che gli altri, chiama in causa noi stessi e ci chiede un continuo impegno di docilità allo Spirito Santo, di conversione, di attenzione alle persone e all’ambiente circostante, di testimonianza personale e comunitaria, per essere degni annunziatori della salvezza in Cristo.

    Questi criteri generali, tratti dalla storia del Pime e dei suoi missionari, sono specificati in orientamenti concreti di attuazione nel cammino formativo che conduce non solo ad una profonda conoscenza, ma ad una esperienza vissuta del Vangelo. Analogamente, l’opera di evangelizzazione non è anzitutto la trasmissione di un messaggio, ma la testimonianza di una vita diversa, che incarni la presenza e l’amore di Cristo agli uomini. Si sono inoltre indicati i mezzi per alimentare questo spirito nei singoli e nelle comunità (ad esempio il periodo di spiritualità durante il tempo formativo, lo studio della storia dell’Istituto e dei suoi santi missionari) e i sussidi di carattere spirituale nell’ambito della formazione.

    Il 1° dicembre 1972, dopo il Capitolo di aggiornamento che richiamava con forza il dovere di coltivare le nostre memorie, mons. Pirovano e la sua direzione del Pime istituiva presso la casa generalizia a Roma “l’Ufficio ricerche storiche”, secondo l’indicazione degli stessi padri capitolari:

    Il Capitolo ritiene molto utile e auspica che vengano stimolati studi sulle ‘fonti’ (vita e scritti dei membri) dell’Istituto, dai quali appaia come le linee di spiritualità indicate in questo documento sono le stesse linee sulle quali si è orientata in concreto la spiritualità dei nostri antecessori ( [34] ).

     Mons. Pirovano era molto interessato alla storia del Pime e affida all’Ufficio storico i primi compiti: fare ricerche in vari archivi sul fondatore del Pime mons. Angelo Ramazzotti (1800-1861), vescovo di Pavia e Patriarca di Venezia ( [35] ), decisione che porta all’inizio della sua causa di canonizzazione il 13 febbraio 1976 a Milano; e di continuare la ricerca sul martire padre Giovanni Mazzucconi (1827-1855), conclusa con la beatificazione di Mazzucconi il 19 febbraio 1985 da parte di Giovanni Paolo II. Anche il processo diocesano informativo per la beatificazione di padre Paolo Manna (1872-1952) inizia con mons. Pirovano a Napoli il 4 maggio 1974 e si conclude con la beatificazione del fondatore della Pontificia unione missionaria del clero e superiore generale del Pime (1924-1934) il 4 novembre 2001 in Piazza San Pietro, da parte di Giovanni Paolo II.

    In pratica il Pime ha incominciato ad essere sensibilizzato alla santificazione di alcuni dei suoi membri con il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare e la spinta concreta di mons. Pirovano e della sua direzione generale. In realtà il primo beato del Pime era stato il martire padre Alberico Crescitelli, ucciso in Cina nel 1900, beatificato da Pio XII il 18 febbraio 1951 e canonizzato il 1° ottobre 2000 da Giovanni Paolo II ( [36] ); così come l’iniziativa della beatificazione di Mazzucconi e di Ramazzotti erano iniziate, la prima dopo il centenario del martirio del primo celebrato a Lecco (1955) e la sollecitazione di mons. G.B. Montini arcivescovo di Milano; e la seconda il 3 marzo 1958 con la traslazione della salma del Fondatore del Pime da Venezia a Milano da parte del card. Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, che manifestava espressamente la sua “convinzione” che il patriarca Ramazzotti meritasse davvero “il titolo di santo da altare” e stimolava il Pime a iniziare il cammino verso la sua beatificazione ( [37] .

     Ma nel decennio seguente l’Istituto rimaneva piuttosto estraneo a queste provocazioni. Il Capitolo di aggiornamento post-conciliare del 1971 aveva invece centrato il rinnovamento dell’Istituto, oltre che sul Vangelo e i documenti del Vaticano II, sulla storia e tradizione di santità e di spirito missionario del Pime e quindi sui molti missionari morti “in concetto di santità” presso il loro popolo. La seconda direzione generale di Pirovano (1971-1977) ha saputo cogliere questo momento per fondare l’Ufficio ricerche storiche e la promozione delle cause di canonizzazione di Ramazzotti, Manna e Mazzucconi. A partire da questa spinta, il Pime ha iniziato numerose altre cause di canonizzazione: Marcello Candia, Clemente Vismara, Felice Tantardini, Carlo Salerio, Alfredo Cremonesi, Mario Vergara; e due altre che si stanno preparando: Aristide Pirovano e Leopoldo Pastori.           

      “Pirovano guardava lontano, sapeva iniziare vie nuove”

     Altre decisioni importanti nell’azione di Pirovano per rinnovare il Pime dopo il Capitolo 1971-1972 sono stati:

     1) L’inizio di incontri con gli Istituti missionari senza voti come il Pime, per studiare la nostra posizione giuridica nella Chiesa e farci riconoscere nel Codice di Diritto Canonico che dopo il Concilio si stava preparando. Padre Lazzarotto, l’unico assistente nelle due direzioni generali di mons. Pirovano, ricorda ( [38] ):

      Così è nata nel 1966 la Commissione giuridica del Pime, voluta dal vicario generale padre Carlo Colombo, per studiare le leggi del Pime, i regolamenti, vedere l’evoluzione storica della nostra legislazione ( [39] ). In quel tempo, il Pime in Italia era l’unico istituto missionario senza voti, all’estero ce n’erano un’altra quindicina. Pirovano sentiva il disagio che in Italia il Pime fosse identificato con gli istituti religiosi e con gli altri istituti come il nostro. Nel 1967 organizza una conferenza internazionale degli istituti missionari senza voti, che già allora aveva costituito un gruppo di studio per preparare uno statuto giuridico da presentare alla Santa Sede, perché stavano rivedendo il Codice di Diritto Canonico, poi pubblicato nel 1983. Il nuovo Codice ha, fra l’altro, una novità importante rispetto a quello del 1917: gli istituti apostolici di vita comunitaria e senza voti come il  Pime sono riconosciuti dal Codice. Pirovano guardava lontano, non si fermava alle vicende quotidiane, accettava e sapeva iniziare vie nuove.

    Il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, compilato in base al rinnovamento della Chiesa compiuto dal Concilio Vaticano II, ha aperto uno spazio per gli Istituti missionari senza voti, catalogadoli fra le “Società di vita apostolica”, categoria del tutto nuova nel Codice, che così li definisce (can. 731):

     Agli Istituti di vita consacrata sono assimilate le società di vita apostolica, i cui membri, senza voti religiosi, perseguono il fine apostolico proprio della società , conducendo vita fraterna in comunità secondo un proprio stile, tendono alla perfezione della carità mediante l’osservanza delle Costituzioni.

     In precedenza, il Codice di Diritto Canonico del 1917 assimilava gli Istituti missionari di clero diocesano e secolare (come il Pime) alle congregazioni religiose, non contemplando possibile l’invio di sacerdoti diocesani in missione. Dopo la “Fidei Donum” e il Vaticano II, gli Istituti missionari nati dalle diocesi del mondo cattolico (ormai più di venti, gli ultimi nati nelle giovani Chiese) dovevano avere un riconoscimento ufficiale.

      2) Altra iniziativa di  mons. Pirovano è stata di stabilire una collaborazione fra i quattro superiori generali ( [40] ) degli Istituti missionari di origine italiana (Pime, Comboniani, Saveriani, Consolata), che ha portato a pubblicare varie lettere comuni ai membri dei quattro Istituti e ai corsi comuni di aggiornamento annuale per i missionari reduci in patria. Il padre Angelo Lazzarotto ricorda ( [41] ):                                  

     Importante in mons. Pirovano l’apertura verso gli altri Istituti missionari di origine italiana: invece di vederli come concorrenti, lui era spinto a vederli come fratelli e desiderava collaborare. Ha favorito fin dal 1966 l’inizio degli incontri con i superiori degli istituti, così sono nate le lettere comuni ai membri dei quattro istituti, scritte una volta da un Istituto, una volta dall’altro. Lettere fatte bene, corrette e approvate da tutti i superiori che avevano per tema: la disponibilità del missionario, la preghiera del missionario, l’animazione missionaria, la nostra fedeltà al carisma missionario ( [42] ), ecc. Pirovano aveva affidato a me la cosa. Così aveva affidato a me i corsi di aggiornamento dei missionari sul campo. Abbiamo incominciato subito nel 1966 un primo corso per i padri del Pime in una villa a Marino, per un mese in estate; ma subito, parlando con gli altri istituti, dall’anno seguente l’abbiamo fatto assieme. Erano corsi impegnativi per i professori da invitare, i programmi da svolgere. Si facevano in varie case libere. Ogni anno un Istituto si prendeva la responsabilità di organizzare questi corsi: si approvavano assieme i programmi e poi un Istituto organizzava per tutti. Pirovano era molto contento di questa collaborazione, perché vedeva bene gli istituti che si presentavano molto uniti alla Chiesa e alla società italiana.

     3) Una delle principali iniziative di mons. Pirovano è stata l’istituzione di sacerdoti e laici associati temporaneamente al Pime, in conseguenza dell’enciclica “Fidei Donum” di Pio XII (1957) che apriva le porte del lavoro nelle missioni al clero diocesano ( [43] ). Pirovano voleva favorire questa partecipazione, offrendo un’alternativa all’invio, da parte delle diocesi italiane, di preti diocesani a vescovi del mondo missionario. Fin dall’inizio del suo servizio di superiore, Pirovano aveva stabilito molti contatti con diversi vescovi italiani e con la Conferenza episcopale italiana (vedi capitolo III). Nel suo secondo periodo di superiore, realizza quanto il Capitolo del 1971-1972 aveva ipotizzato come proposta (n. 86):

     Il Capitolo, nell’intento di favorire il sorgere di vocazioni missionarie anche “ad tempus”,  dichiara la piena disponibilità dell’Istituto ad accogliere come Associati nelle proprie comunità quei sacerdoti e laici che desiderassero collaborare nelle missioni e nelle altre attività dell’Istituto mediante legami particolari con esso. Ad essi sarà estesa l’assistenza che l’Istituto offre ai suoi membri, per quanto compatibile con  la loro condizione; un apposito contratto specificherà i rapporti e i mutui impegni tra loro, con i Vescovi delle nostre diocesi d’origine e di missione e l’Istituto.

         Pochi mesi dopo la fine del Capitolo è già pronto il lungo testo su “Sacerdoti e laici temporaneamente associati al PIME” ( [44] ), poi mandato a tutti i vescovi e ai seminari maggiori italiani. Era una nuova possibilità di integrazione fra il Pime e le diocesi italiane, che ha portato i suoi frutti. Negli ultimi trent’anni sono una quarantina i sacerdoti italiani (e ora anche colombiani, brasiliani, indiani e birmani) che hanno trascorso vari periodi di lavoro missionario con il Pime soprattutto in Asia, alcuni dei quali entrati poi nell’Istituto come membri effettivi. All’inizio di questo 2007 sono 14 i sacedoti diocesani giuridicamente “associati al Pime”, sette dei quali colombiani, cinque italiani, un brasiliano e un birmano ( [45] ); e sei i laici e le laiche associati al Pime.     

      Informazione e dialogo nel Pime

     Con la prima direzione di mons. Pirovano  (1965-1971) e per l’infusso del Concilio Vaticano II, la nuova cultura di dialogo, di informazione e di condivisione dei problemi e delle decisioni entra anche nel Pime. Chi ha vissuto nella Chiesa il tempo precedente può capire il valore di questo cambiamento: non più “segreti di stato”, persino i dibattiti e la maturazione di certe decisioni prese dal Capitolo sono più o meno conosciuti all’esterno. I superiori diventano più avvicinabili e in questo Pirovano, col suo carattere franco e trasparente e la sua facilità nel comunicare con tutti, era certamente un modello, disponibile ad ogni domanda, voleva che l’Istituto fosse informato di tutto. Nell’aprile 1967 inizia la pubblicazione del ciclostilato mensile “Notizie del Pime” mandato a tutti i membri per informare e suscitare dibattito (in precedenza c’erano le “Cronache” de “Il Vincolo”, che però arrivavano sei mesi o anche un anno dopo i fatti). Lo preparava padre Angelo Lazzarotto, che dice:

      Pirovano voleva che tutti fossero informati tempestivamente delle novità dell’Istituto, proprio per creare nel Pime quello spirito di famiglia che il Capitolo aveva raccomandato.

      Si apre poi su “Il Vincolo” una rubrica apposita (“Domande e risposte”, in seguito “Tribuna delle opinioni”) per ospitare le lettere dei missionari, anche quelle che contestavano orientamenti o decisioni della direzione, che a volte rispondeva brevemente, a volte chiedeva altri pareri. Nel 1969 inizia, come vedremo,  il periodo preparatorio al Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare del 1971-1972 e la linea di Pirovano era di lasciare la massima libertà di espressione e di organizzazione sia nella preparazione che nello svolgimento del Capitolo. “Il Vincolo” diventa una rivista veramente interessante e stimolante, continuando ad informare dettagliatamente di tutti gli atti della direzione generale , di tutti gli incontri tra superiori, della collaborazione con Propaganda Fide e con gli altri Istituti missionari, di tutte le visite alle missioni pubblicando un’ampia relazione delle situazioni incontrate ( [46] ).

    Un altro importante frutto del Capitolo 1971-1972 è stata la rivista interna all’Istituto “Infor-Pime”, iniziata da padre Domenico Colombo nel 1972 con cinque fascicoli all’anno, mandati a tutti i membri del Pime con informazioni e relazioni dalle missioni e dai singoli missionari. Una pubblicazione preziosa perché oggi, con tutti i mezzi moderni e rapidi di comunicazione (telefoni e satellitari, fax, internet, computer, visite turistiche e rimpatri frequenti), i missionari scrivono molto meno che in passato: se non ci fossero le relazioni e interviste di Infor-Pime ( [47] ), la vita e l’apostolato dei missionari sarebbero poco conosciute dai confratelli e lascerebbero scarse tracce in Archivio per i posteri. Fino ad oggi (giugno 2007) il bimensile “Infor-Pime” ha pubblicato 177 fascicoli e “I Quaderni di Infor-Pime” (densi fascicoli di studio, due o tre all’anno, apprezzati e richiesti anche da persone esterne dall’Istituto) sono arrivati al numero 78.

     Quando alla fine degli anni sessanta e inizio dei settanta la contestazione dell’autorità era abbastanza comune, un certo numero di missionari contestavano le nuove strutture dell’Istituto, non volevano nuove costruzioni, diversi dei più giovani dicevano che non bisognava chiedere aiuti a parenti e amici. Mons. Pirovano, essendo un uomo pratico, era nettamente contrario al mito del pauperismo. Insisteva sulla povertà del missionario, cioè sul dovere di tutti di essere caritatevoli e distaccati dal denaro, di risparmiare e vivere poveramente, ma quando era importante spendere per l’Istituto, spendeva e se non aveva soldi li chiedeva alla Provvidenza di Dio, li cercava o faceva mutui con le banche.

    Ad esempio, prevedendo che in pochi anni le diocesi e le missioni fino a quel momento affidate a vescovi del Pime sarebbero passate ad un vescovo locale (come infatti è subito avvenuto), a metà degli anni sessanta voleva fondare una casa regionale del Pime in ogni regione missionaria dell’Istituto, incontrando però l’opposizione dei missionari, che dicevano: “Noi siamo membri della Chiesa locale, vogliamo vivere come preti diocesani, non abbiamo bisogno di una casa nostra”.    Pirovano ha incontrato forti resistenze in Hong Kong, Guinea Bissau, Bangladesh, Filippine, Brasile del sud e nelle due diocesi amazzoniche di Macapà e Parintins. Ma ha comperato o costruito le case regionali dell’Istituto e la storia gli ha dato ragione: oggi nessuno più pensa che quelle case non siano provvidenziali per i missionari del posto!

     Il Capitolo del 1971-1972 aveva deciso “la fondazione a Milano dell’Istituto Studi Asiatici” che era stato proposto dalla stessa direzione generale del Pime ( [48] ), per iniziativa del Centro missionario Pime di Milano, con diverse finalità: favorire nel Pime lo studio e la ricerca sul continente asiatico, specie in campo missionario e del dialogo con le religioni; preparare personale specializzato per le missioni in Asia; essere strumento per il rinnovamento della nostra scuola di teologia, qualificandola in senso missionario; infine offrire alla Chiesa e all’opinione pubblica italiana strumenti per maggiori informazioni e una maggior conoscenza della missione in Asia.

    Dall’ISA, diretto prima da padre Cesare Bonivento (oggi vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea) e poi da padre Nicola Manca, sono nate diverse iniziative che hanno riaffermato la  “scelta prioritaria del Pime per l’Asia”, fatta dal Capitolo 1971-1972: ad esempio il dialogo con le religioni asiatiche; i viaggi e contatti fra monaci italiani e monaci dell’induismo e del buddhismo; i convegni di studio e la pubblicazione di una trentina di volumi ( [49] ); i corsi di formazione dei missionari partenti per l’Asia  ( [50] ), poi assunti dal CEIAL di Verona, che già li realizzava per i missionari in America Latina e in Africa.

    Soprattutto, dall’ISA è nata l’agenzia “Asia News”, iniziata dalla redazione di “ Mondo e Missione ” su carta, al Centro missionario Pime di Milano nel gennaio 1986 con scadenza quindicinale (e due supplementi: “Cina Oggi” e “Islam Oggi”). Dal 2003 è prodotta nella sede del Pime di Roma su internet da padre Bernardo Cervellera, con un notevole e imprevisto impatto a livello mondiale: pubblicata in italiano, inglese e cinese, ha circa venti milioni di visite al mese. Nella Cina, dove la Chiesa è strettamente controllata e anche perseguitata, “Asia News” in cinese è diffusa e, a seconda delle regioni, oscurata dalla censura governativa. Ma raggiunge lo stesso tutti attraverso vie locali che la riprendono a la diffondono: è di grande aiuto ai credenti cinesi. Alcune Chiese del Medio Oriente hanno chiesto che “Asia News” venga pubblicata anche in arabo e si potrebbe fare, se ci fossero i mezzi economici!

 



[1] Per quanto riguarda lo svolgimento e i contenuti stessi del Capitolo vedi il volume: Piero Gheddo, “PIME 1850-2000, 150 anni di missione”, EMI 2000, pagg. 233-262; lo studio di p. Domenico Colombo, “Il rinnovamento post-conciliare del Pime”, in “Quaderni di Infor-Pime”, n. 16, ottobre 1979, pagg. 59-83; e il “Documento introduttorio -Decisioni e orientamenti fondamentali del Capitolo”, in “Documenti capitolari”, Pime, Roma 1972, pagg. 1-33..

[2] Vedi Lettera di Pirovano in “Il Vincolo”, n. 91, maggio-settembre 1967.

[3] “Il Vincolo”, n. 95, maggio-settembre 1969.

[4] Non stupisca la mole di materiale prodotto, non dalla sola Commissione preparatoria, ma dai molti membri del Pime che mandavano le loro osservazioni e proposte, subito fatte conoscere a tutti i confratelli.

[5] Lettera del 9 ottobre 1969,  AGPIME III, 20, 365.

[6] AGPIME III, 20,373.

[7] AGPIME III, 20, 375.

[8] Erano 52 perchè mancava  il padre Paolo Noè, superiore del Pime in Birmania, al quale il governo birmano non aveva concesso il visto d’uscita con il permesso di rientrare: aveva voluto restare per non correre il pericolo di non poter più tornare in missione!

[9] “Il Vincolo”, gennaio-aprile 1972, pag. 2.

[10]   Direzione generale del Pime, Roma, 1972, pagg. XII + 440.

[11] Si vedano i “Quaderni di Infor-Pime” pubblicati dopo le varie consultazioni dei membri: n. 8 – luglio 1976 (abbozzo delle nuove Costituzioni e del Direttorio); n. 9 – dicembre 1976  (documentazione e interrogativi per il Capitolo 1977) e n 10, aprile 1977 (secondo abbozzo delle Costituzioni e del Direttorio generale, alla vigilia del Capitolo di quell’anno).

[12] Già in precedenza, nella Lettera all’Istituto del 24 giugno 1970 (“Il Vincolo”, n. 98, aprile-giugno 1970), quando la preparazione al Capitolo era iniziata, Pirovano scriveva: “La preparazione ‘orizzontale’ al Capitolo è ben avviata, ma non potrà portare i frutti desiderati se non sarà innestata su una intensa e vissuta preparazione ‘verticale’. Ho un po’ di timore che la preparazione ‘orizzontale’, pur buona e lodevole, stia facendo correre il rischio di dimenticare che la Chiesa e l’Istituto crescono e si perfezionano nella loro missione solo con i lumi e la grazia che vengono dal  Signore”.

[13]   La relazione di mons. Pirovano, a nome della direzione generale e approvata dal suo Consiglio, in AGPIME I, 12, pagg. 25 – 475 (la paginazione dell’Archivio enumera sia il dritto che il verso delle pagine, mentre il dattiloscritto è ciclostilato solo da una parte). Segue la relazione economica dell’economo p. Giuseppe Lombardi (pagg. 15).

[14] AGPIME, I, 12, pagg. 507-513.

[15] Dom si dice in Brasile dei vescovi, don in Italia dei preti.

[16] Sessione dell’8 giugno 1971, AGPIME  I, 15, pagg. 36-37-38.

[17] AGPIME I, 15, pagg. 369-371.

[18] Padre Augusto Colombo, in India dal 1953, che ha realizzato nella diocesi di  Warangal  (Andhra Pradesh) grandi opere per i paria, gli ultimi della società indiana, fra le quali due Università, di medicina e di ingegneria: prima i paria difficilmente potevano entrare in una Università indiana.

[19]   Chi ha vissuto quei tempi non si meraviglia di fatti come questo. Io avevo il mio studio di direttore di “ Mondo e Missione ” al terzo piano del Centro missionario Pime con una porta-finestra che dava sul cortile e sul cancello da cui si esce per via Mosè Bianchi. Certe volte, alla domenica  pomeriggio, sentivo gridare: “Gheddo… Gheddo!”. Mi affacciavo alla porta-finestra aperta e alcuni seminaristi in bicicletta, che uscivano per andare in parrocchia a fare il catechismo, si fermavano e mi apostrofavano rudemente: “Gheddo fascista, quando farai la svolta a sinistra di Mondo e Missione ?”. Io rispondevo: “Quando la farà il Papa e il superiore mons. Pirovano”. Che poi alcuni di quei bravi giovani siano diventati ottimi missionari, e qualcuno mi abbia ricordato ridendo quelle bravate giovanili, è un particolare che non cambia l’ambiente culturale in cui eravamo immersi dopo il mitico “Sessantotto”.

[20] Le Costituzioni attuali, elaborate e discusse nel Capitolo del 1989 a Tagaytay (Filippine) e approvate da Propaganda Fide nel 1991, definiscono il Pime “una  Società di vita apostolica”, secondo la terminologia del Codice di Diritto Canonico del 1983. (n. 731), per indicare gli Istituti di vita consacrata, come il Pime, i cui membri, senza voti religiosi ma viventi in comunità sotto un superiore, perseguono il fine apostolico secondo il carisma proprio della loro società.

[21] Ad esempio, non è più possibile dipendere dai vescovi della Lombardia e incardinarsi ciascuno solo nelle proprie diocesi d’origine. Mons. Pirovano, come s’è visto (vedi il capitolo III), ha tentato subito dopo il Capitolo del 1965 di realizzare questo “voto” dei capitolari, ma ha constatato che oggi è una proposta non recepita né accettata dai vescovi italiani. Dopo il 1983, ha tentato anche il  nuovo superiore generale padre Fernando Galbiati, prendendo contatto con diversi vescovi italiani per rilanciare la proposta, ma anche lui non è riuscito ad avere risposte positive.

[22] Sullo statuto giuridico degli Istituti missionari senza voti dipendenti da Propaganda Fide,  vedi “Il Vincolo”, n. 120, maggio-settembre 1977, pagg. 63-65; n. 123, luglio-dicembre 1978, pagg. 104-106.

[23] AGPIME I, 15, pagg. 419-423, testo scritto allegato ai verbali. Firmatari i padri Ernesto Toaldo (poi missionario in Giappone), Giuseppe Vancio (nelle Filippine) e Lino Bicari (in Guinea Bissau).

[24] Vedi il testo di questo intervento in AGPIME I, 15, pagg. 419-423.

[25] “Documenti capitolari 1971- 1972” , Direzione generale del Pime, Roma 1972, pagg. 182-185.

[26] “Il sacerdozio ministeriale”, I, n. 7 e II, n. 2-b.

[27] Per i verbali di questi giorni di elezione, vedi AGPIME I, 15, pagg. 229-237..

[28] Verbale del 5 novembree, AGPIME I, 15, pag. 233.

[29] AGPIME, I, 15, pag. 234.

[30] AGPIME, I, 15, pag. 236-237. Nella giornata di attesa della sua conferma o del suo rifiuto, siamo stati parecchi ad avvicinare dom Aristide per convincerlo ad accettare. Personalmente ero in ottime relazioni con lui e, come altri, lo pregavo perché se diceva di no avrebbe messo il Capitolo in una difficoltà gravissima e quasi insormontabile, tanto più che p. Carlo Colombo chiaramente non avrebbe mai accettato e dal dibattito non erano emersi altri candidati. Si rischiava di andare ad un commissariamento del Pime da parte della S. Sede! Forse questo era il ragionamento che più lo convinceva, come mi confermavano altri che l’avevano avvicinato per lo stesso motivo. In una lettera privata a padre Carlo Colombo del 23 gennaio 1973, due anni dopo la rielezione a superiore generale, Pirovano confida all’amico e coetaneo le sue pene di superiore in quei tempi non facili e, con parole forti com’era suo costume, conclude: “Quindi …dovrei strozzarti! Perché se ho accettato è stato proprio perchè ho visto te così deciso a non accettare per  te e non contrario alla mia  rielezione. Gesù, che pasticcio! Eravamo rimasti solo noi due!”

[31] AGPIME III, 21, 99.

[32] “Documenti Capitolari”, PIME 1972, pagg. 110-166.

[33]   In “Virtù Apostoliche”, Emi 1997, pag. 90. Nelle Costituzioni del 1991 il volume “Virtù Apostoliche” del beato padre Manna, che contiene le sue “Lettere ai missionari” da superiore generale (1924-1934) è citato 44 volte.

[34] “Documenti capitolari”, Pime 1972, n. 234.

[35] “Il Vincolo”, n. 105, settembre-dicembre 1972, pagg.. 88-89; e la relazione di padre Carlo Suigo, primo direttore dell’Ufficio storico: “A che punto sono le ricerche su mons. Angelo Ramazzotti” (pagg. 121-123); e la relazione di padre Francesco Frumento postulatore del Pime su “Il processo di beatificazione del Servo di Dio p. Giovanni Mazzucconi” (pagg. 123-124).

[36] La causa di Sant’Alberico Crescitelli, martire in Cina nel 1900, era stata iniziata dal superiore generale mons. Lorenzo Maria Balconi (1934-1947), che era stato vescovo di Hanchung, la diocesi in cui Alberico aveva subìto il martirio. Vedi: Angelo Lazzarotto e Gianni Criveller ,  Alberico Crescitelli (1863-1900, Martire in Cina”, Emi 2006, pagg. 160.

[37] Angelo Montonati,  “Angelo Ramazzotti fondatore del Pime (1800-1861), Emi 2001, pagg. 224.

[38] Intervistato a Roma il 12 marzo 2007.

[39] Che, tra l’altro, avvia la formulazione e l’approvazione definitiva di Statuti delle regioni missionarie dell’Istituto, in accordo con i missionari, vedi “Il Vincolo”, n. 105, settembre-dicembre 1972, pagg. 115-121.

[40]   “il Vincolo”, n. 89, maggio-ottobre 1966, pagg. 8-10; “Il Vincolo”, n. 105, settembre-dicembre 1972, pagg. 92-93.

[41] Intervistato a Roma il 12 marzo 2007.

[42] Quattro lettere sono pubblicate  nel “Vincolo”, n. 102, aprile-giugno 1971, pagg. 36-39; n. 103, gennaio-aprile 1972, pagg. 6-9; n.106, gennaio-aprile 1973, pagg. 6-9; n. 109, gennaio-aprile 1974., pagg. 5-8.

[43] “Il Vincolo”, n. 106, gennaio-aprile 1973, pag. 12.

[44] “Il Vincolo”, gennaio-aprile 1973, pagg. 29-31.

[45] Luigi Bonalumi , “Insieme per condividere la missione – I Fidei Donum associati al Pime”, in “ Mondo e Missione ”, aprile 2007, pagg. 56-57.

[46]   Vedi ad esempio “Il Vincolo”, maggio-agosto 1972, pagg. 51-55.

[47] Alcuni missionari non scrivono lunghe relazioni sul loro lavoro, per mancanza di tempo o anche perché non abituati a scrivere a lungo. Quando capitano a Roma (o anche nelle sue visite in missione), padre Domenico Colombo li intervista facendosi raccontare le esperienze e le opere fatte in missione. Di non pochi, queste interviste trascritte dal registratore e stampate su “Infor-Pime” sono i ricordi più importanti che ci rimangono quando sono morti!

[48] “Documenti capitolari”, Pime 1972,  nn. 454-460, pagg. 219-220.

[49] Negli anni ottanta e novanta, l’ISA ha pubblicato presso diverse case editrici (Queriniana, Emi, Ave e alcune università italiane), libri  molto interessanti sul dialogo interreligioso, sulle culture e religioni dell’Asia e traduzioni di autori indiani, giapponesi, bengalesi.

[50] Il primo “Corso Studi Asia” si è tenuto al Centro missionario Pime di Milano dal 21gennaio al 5 aprile 1974 con 165 lezioni sulla missione, le religioni e le situazioni d’Asia, svolte da personalità di quel tempo: mons. P. Rossano, p. Joseph Masson, p. J. Spae, p. M. Dhavamony, p. F. Urrutia, p. J.Lopez-Gay, ecc. I partecipanti partenti per l’Asia erano 22, 17 padri e 5 suore (“Il Vincolo”, n. 109, gennaio-aprile 1975, pagg. 30-31).