PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972  

V
PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)
            
“Per conquistare il potere, occupare la cultura”
Due modi contrapposti di leggere il Concilio
La formazione del clero e i seminari in crisi
La chiusura del seminario teologico di Milano (1974)
Il Pime in Thailandia e Costa d’Avorio
Dittatura militare in Brasile e l’arresto di un missionario
“Io sono stato salvato dai focolarini”
Un regime “popolare” in Guinea Bissau
Un missionario fra i partigiani della Guinea Bissau
Tre missionari espulsi dalle Filippine di Marcos (1976)
Mons. Pirovano parla a tutti i vescovi filippini
La Conferenza episcopale protesta per l’espulsione dei due missionari

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO V
PIROVANO SUPERIORE
FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE
(1972-1977)  

    Per capire il modo di agire di Pirovano all’inizio degli anni settanta, occorre richiamare l’atmosfera culturale che a quel tempo era dominante in Italia e tendeva a leggere i fatti della società secondo gli schemi del marxismo-comunismo: la storia non portava a Cristo, come profetizzava Teilhad de Chardin, ma alla “rivoluzione” e alla società senza classi, cioè giusta, pacifica, egualitaria, senza sfruttati e sfruttatori, senza più oppressi nè oppressori. Il nuovo “Verbo” che avrebbe salvato l’Italia era il marxismo e le “rivoluzioni socialiste” (o comuniste), che avevano conquistato il potere culturale secondo la teoria di Gramsci: “Per conquistare il potere non è necessario usare le armi, basta occupare la cultura, conquistare le scuole, l’università, i giornali e le case editrici, i dibattiti culturali, l‘opinione pubblica”.

    “Per conquistare il potere, occupare la cultura”

     Nel dopoguerra, il Partito comunista italiano ha saputo  realizzare in pieno questo programma, portando il PCI dal 16% dei voti nelle prime elezioni politiche nel 1946 al 34% in quelle del 1976 (quando è iniziato il “compromesso storico” con la DC )! Poi c’è stata la fase della crisi interna in cui è precipitato l’universo comunista,  crollato per debolezze e fallimento interno. Dei circa 30 paesi che alla metà degli anni ottanta si richiamavano a Marx e a Lenin, a Mosca o a Mao, il “socialismo reale” (o comunismo) mantiene il potere in cinque o sei con l’uso della violenza sul popolo, che vorrebbe liberarsene. Il comunismo sembrerebbe scomparso, ma almeno in Italia la sua presa culturale è così forte che del 10% dei votanti scelgono partiti che ancora si dichiarano orgogliosamente “comunisti”!

    In seguito ai rivolgimenti del Vaticano II e del “Sessantotto”, nella babele di messaggi e di speranze che avevano prodotto, il mondo cattolico italiano non capì che era venuto il momento di rilanciare con fede e con forza la proposta cristiana, che con il Concilio aveva dato nuovo entusiasmo ai credenti e acquistato nuova brillantezza e fascino di fronte al mondo. Poteva essere una decisa ripresa dell’evangelizzazione, più comprensiva e meno arcigna, più agile e meno sclerotizzata in schemi e stereotipi, più laicale e meno clericale, come volevano Giovanni XXIII e Paolo VI e lo stesso Concilio. Invece le correnti cattoliche culturali e teologiche dominanti del tempo (o almeno quelle più reclamizzate dai mass media) si misero su strade diverse creando, come s’è detto, uno stato di confusione e di scoraggiamento nel popolo di Dio. E le varie associazioni cattoliche tradizionali (Azione cattolica, Acli, Fuci, Scout, buona parte delle Ong e dei movimenti giovanili) seguivano l’andazzo generale e ripetevano i discorsi e gli atteggiamenti del “movimento studentesco”, dei partiti di sinistra e dei “sindacati” (i nuovi idoli del tempo).

    L’esempio più icastico (cioè che esprime più chiaramente la cultura prevalente di quel tempo) mi pare quello della casa editrice Jaca Book nata dal fertile tronco di G.S. (Gioventù studentesca) di don Luigi Giussani , che aveva svolto (e ancora svolge) una pregevole opera nella pubblicazione di studi ad ottimo livello sulla storia e i Padri della Chiesa, le raccolte di testi spirituali e ricerche di alta teologia, e stava pubblicando i testi del “samizdat” russo. Ero vicino alla Jaca Book e ricordo con tristezza che le “novità librarie” di quegli anni ( [1] ) erano i tre volumi delle opere complete di Kim Il Sung (il capostipe della dinastia tirannica del Nord Corea), scritti e discorsi di Fidel Castro, libri di Regis Debray (compagno di lotta di Che Guevara), libri di marxisti dichiarati come L. Althusser. R. Luxemburg, P. Naville, Hosea Jaffee, W. Burchett e di terroristi brasiliani come C. Marighela, il venezuelano D. Bravo e altri.

     Il cancro culturale marxista-comunista e libertario-radicale aveva conquistato spazio anche in una bella casa editrice come la Jaca Book , fiancheggiatrice di un movimento ecclesiale e specializzata nella pubblicazione di libri classici del cristianesimo ( [2] ). La deriva culturale sessantottina inevitabilmente portava con sé una marcata secolarizzazione (“Vivere come se Dio non esistesse”) e aveva come sbocco, con varie gradazioni e modalità, la disaffezione alla Chiesa, l’appannamento della fede e dell’amore alla preghiera: si era diffusa nella base ecclesiale italiana, toccava più o meno tutti, clero e laici, stampa cattolica, parrocchie, associazioni, seminari, scuole e collegi. La priorità assoluta nel Sessantotto era la “liberazione” da un passato che si sentiva come soffocante per il pieno sviluppo della personalità di ciascuno e la “rivoluzione” contro la società per “aiutare i poveri”: due ideali in sé buoni, ma vissuti secondo l’analisi della società proposta dal comunismo e dal radicalismo libertario-laicista.

    Così è successo, e succede ancor oggi, che un popolo ancora in buona maggioranza credente si trova a vivere in una cultura che di cristiano aveva ed ha ben poco. Il peso culturale del cristianesimo in scuole, università, giornali, case editrici, radio, teatri, spettacoli, nel Sessantotto era quasi vicino allo zero: marxismo, laicismo e radicalismo dominavano la scena nazionale.

    In quei tempi ero invitato a parlare in diocesi, parrocchie, centri culturali e ambienti cattolici. Ricordo che nel 1976 in una piccola diocesi del mio Piemonte (vicina a Torino), a tavola il vescovo, che mi aveva invitato a parlare in cattedrale e poi al clero sul tema missionario, mi confidava con amarezza: “Penso che circa il 70 per cento dei miei preti sotto i cinquant’anni nelle recenti elezioni politiche hanno votato il PCI o il PSIUP”. Ricordo la visita ad un grande seminario nel nord Italia: nella sala di ricreazione, con il tennis da tavolo, giornali e riviste, sui muri, accanto ad immagini del Sacro Cuore, del Papa e del vescovo, c’erano manifesti di Che Guevara, Mao, Fidel Castro, Ho Chi Minh. Avendo manifestato il mio stupore al rettore del seminario, mi sono sentito rispondere: “Cosa vuole, sono bravi giovani, ma bisogna lasciarli sfogare nelle cose lecite, il tempo della maturazione verrà dopo…”. A me pareva che, preparandosi al sacerdozio, ai giovani studenti di teologia non fosse lecito idealizzare i sanguinari tiranni comunisti del tempo e proporli a modello di una linea ideologica e politica da seguire!

    Questa deriva politico-culturale si accompagnava, in campo cattolico, ad una notevole confusione di voci, di proposte, di strane teorie: prevaleva l’idea che il cristiano doveva mettersi in ascolto e in dialogo, perché in ogni teoria o ipotesi o ideologia c’erano aspetti buoni e bisognava lasciare spazio a tutti; ciascuno doveva fare la sua esperienza. Ricordo un giovane prete del Pime, che stimavo e conoscevo bene perchè era stato con me a “ Mondo e Missione ” (e gli ho poi trovato un posto di lavoro in una casa editrice), mi diceva: “Ho chiesto tre anni di esclaustrazione per fare un’esperienza di lavoro fuori dall’Istituto, perché noi giovani dobbiamo inventare un modo nuovo di fare il prete nella società moderna. Non temere, poi ritornerò”. Inutile tentare di farlo ragionare: è uscito e non è più tornato. Interi seminari, a quel tempo fiorenti, si sono svuotati di seminaristi per il “buonismo” di vescovi e superiori, per i quali l’importante era volersi bene, andare d’accordo, rispettare tutte le teorie che si discutevano. E’ mancata in quel tempo, nella Chiesa italiana, una capacità di comando che senza dubbio nel Pime, per grazia di Dio, mons. Pirovano aveva.

     In campo teologico, invece di riportare alla ribalta le grandi verità cristiane, presentandole in modo adeguato e comprensibile con un linguaggio moderno, eravamo sommersi da studi e pubblicazioni che dicevano e non dicevano, creavano confusione. Il problema è complesso perché i tempi moderni sono diventati complessi e i teologi, com’è giusto, esploravano vie nuove. Sono venute fuori molte teologie nuove: teologia della politica, teologia della liberazione, teologia dello sviluppo e via dicendo. Il problema però non erano gli studi teologici in quanto tali, ma quello che si insegnava ai giovani che dovevano diventare sacerdoti. In passato la teologia che si studiava nei seminari era fatta per dare certezze, sicurezze nella fede, le basi razionali, storiche e scientifiche per credere. Nei tempi del post-Concilio le scienze teologiche che si insegnavano nei seminari mi sembrava (e lo sentivo dire da molti) che dessero non certezze ma dubbi, non sicurezze ma ipotesi, vie di soluzione diverse perchè “ciascuno deve conoscere e fare la sua esperienza”.

    I seminari italiani moltiplicavano le materie di studio. Dieci-vent’anni prima quando studiavo teologia in seminario e all’università, le scienze teologiche insegnate erano sette o otto; poi si è arrivati ad avere 15-20 professori diversi per qualche decina di giovani pieni di buona volontà, che tra l’altro entravano in seminario non dopo anni di educazione profonda ricevuta in famiglia e nell’Azione cattolica (in passato definita “una scuola di santità per i laici” e in quel tempo precipitata in una crisi di fede da cui oggi, grazie a Dio, si sta riprendendo!), ma giovani che venivano da scuole laiche (tecniche, alberghiere, scientifiche, professionali), certamente adatte a giovani alla ricerca di una professione, ma non adeguate per futuri sacerdoti. In un grande seminario teologico diocesano un docente mi dice: “I nostri studenti di teologia avrebbero bisogno di imparare anzitutto il catechismo, invece gli imbottiamo la testa con teorie e ipotesi teologiche, a volte peregrine o strampalate. Sono bravi giovani pieni di buona volontà, ma mancano di una base sicura della loro fede e complessivamente il nostro insegnamento non gli dà quello di cui soprattutto avrebbero bisogno per diventare preti”.   

     Infatti, appena un teologo era ripreso dalla Chiesa per quel che scriveva o insegnava, ecco che subito i mass media lo pubblicizzavano, i suoi libri tradotti in italiano da case editrici cattoliche, recensiti e reclamizzati dalle riviste di teologia, era presentato e proposto come meritevole di studio a quei giovani che conoscevano poco le verità basilari della fede! Si potrebbero fare decine di nomi di autori venti-trent’anni fa esaltati come “profeti” e vittime della moderna “Inquisizione”, che oggi sono del tutto dimenticati. Non posso non raccontare un’altra mia esperienza molto viva che ho fatto da giovane prete, ordinato sacerdote nel 1953, inserito nella stampa del Pime. Quando mi sono laureato in teologia missionaria all’Università Urbaniana e diplomato in giornalismo a Roma, ero entrato in contatto con Marcello Candia, industriale che voleva partire (e poi partì nel 1965) con mons. Pirovano, fondatore e primo vescovo della diocesi di Macapà in Amazzonia (non ancora superiore generale del Pime). Con padre Giacomo Girardi eravamo entrati in contatto anche con don Luigi Giussani allora assistente dell’Azione cattolica giovanile a Milano; come tale, aveva iniziato G.S. (Gioventù studentesca) e voleva mandare alcuni suoi giovani in missione con mons. Pirovano e con l’aiuto finanziario dell’industriale Marcello Candia.

     Siamo andati alcune volte, Girardi e io, a sentire Giussani quando faceva gli incontri di G.S. nella sede diocesana di Via Statuto 2 a Milano. Quelle sue catechesi settimanali avevano un seguito notevole di giovani e io stesso ne ero rimasto conquistato. Parlava di Gesù Cristo non tanto e non solo come un personaggio da studiare, analizzare e conoscere cosa dicevano di lui studiosi di varie scienze teologiche, antropologiche, ermeneutiche; ma come il Salvatore dell’uomo e dell’umanità, il Figlio di Dio fatto uomo, da amare in modo appassionato. Parlando di Gesù e raccontando la sua esperienza di amore a Cristo, Giussani si commuoveva e diceva sempre: “Dobbiamo innamorarci di Cristo”. Era la prima volta che in una scuola di teologia sentivo dire e ripetere queste cose in modo così chiaro e appassionato.

    In una missione del Pime, in preparazione al Capitolo 1971- 1972, in   un’indagine su “La spiritualità del Pime” che chiedeva risposte scritte, alla domanda sul celibato sacerdotale, 11 missionari risposero “no”, otto “si” e altri 11 si erano astenuti ( [3] )! Come poi ho potuto constatare di persona visitando quella missione, la grande maggioranza dei “No” e degli astenuti erano convinti dell’opportunità del celibato per il prete e il missionario, ma la mentalità comune era che, comunque, bisognava lasciare libera scelta ai singoli: quindi non il rifiuto del celibato in sé, ma dell’obbligo del celibato per diventare sacerdoti.

    Due modi contrapposti di leggere il Concilio

     Perché racconto queste cose? Perché era inevitabile che l’atmosfera del tempo penetrasse anche negli Istituti missionari e nel Pime; che, come ho già detto, in quel tempo ha avuto la fortuna di un superiore di grande e sicura fede e idee molto chiare come mons. Aristide Pirovano, Era paterno ma deciso e capace di comandare, non disposto a tollerare a lungo che la formazione dei nuovi missionari fosse in parte inquinata da idee e tendenze che mal si combinavano con la tradizione dell’Istituto e le prese di posizione della Chiesa, del Papa soprattutto.

    Alla fine degli anni sessanta, la crisi della formazione al sacerdozio nei seminari teologici italiani era generale, in diocesi e istituti religiosi. Proprio in quegli anni ero spesso chiamato a parlare nei seminari diocesani italiani, di temi missionari ma anche della missione alle genti nel Concilio Vaticano II, che avevo seguito dall’interno come giornalista e “perito” della Commissione per le missioni, che poi produsse l’”Ad Gentes” ( [4] ). Ricordo che spesso sentivo rettori o incaricati della formazione che si lamentavano di una rilassatezza nella disciplina e di insegnamenti e fermenti culturali-teologici che non sapevano come orientare in senso positivo. Lo stesso si verificava nel seminario teologico del Pime a Milano e quegli anni sono caratterizzati da un frequente cambiamento di rettori e dell’équipe formativa, di padri spirituali e insegnanti. Segno evidente di uno scollamento tra la formazione nel seminario teologico e le direzioni generale (a Roma) e regionali (a Milano e a Napoli ).

    Naturalmente, questa biografia di Pirovano legge la storia della Chiesa e dell’istituto secondo, appunto, la percezione che ne avevano mons. Pirovano e la sua direzione, con la maggioranza dei membri del Pime. La maggior difficoltà di quei tempi stava nel fatto che una minoranza soprattutto di giovani e di insegnanti di teologia, che vivevano l’atmosfera culturale dominante del post-Concilio e del “Sessantotto”, erano invece di idee molto diverse e spesso opposte. Tento brevemente di spiegare per far capire a chi quel tempo non l’ha vissuto, semplificando molto:       

    1) Da una parte si pensava che il Concilio era finito e andava studiato, vissuto e applicato; dall’altra che il Concilio era un’opera incompleta, incompiuta, cioè rimasta a metà del guado, e che, per aggiornare la Chiesa ai tempi moderni, era necessario proseguire non tanto secondo la lettera (cioè i testi ufficiali approvati), ma secondo “lo spirito del Concilio” sulla via dei dibattiti e delle sperimentazioni, accelerando il cammino verso il prossimo inevitabile Concilio Vaticano III.  

     2) Da un lato si guardava al Concilio come alla conclusione di un lungo cammino storico di ”aggiornamento” della Chiesa, ma nella continuità col passato; dall’altra il Concilio era inteso come una rivoluzione, una rottura col passato, l’inizio di un cammino totalmente nuovo che andava reinventato giorno per giorno; quasi un punto di partenza per una nuova Chiesa più adeguata ai tempi moderni.  

     3) La grande e provvidenziale novità del Vaticano II era stata la collegialità nel governo della Chiesa, che però era interpretata in modi molto diversi, direi opposti: da un lato la libertà di esprimere e discutere esperienze e orientamenti nuovi, però nell’obbedienza al Papa e ai vescovi; dall’altro la libertà e l’autonomia delle Chiese locali per cui ogni intervento di Roma era visto (e a volte è ancora visto) come un freno al rinnovamento, un ostacolo all’attuazione dello “spirito del Concilio”. Non solo, ma l’autorità nella Chiesa, in diocesi, seminari e istituti religiosi e missionari, veniva fortemente minata dalla prevalente idea che anche il Popolo di Dio doveva essere governato con metodi “collegiali” e “democratici”: l’autorità infatti, si diceva, viene dal basso, nasce dalla base, dal popolo; mentre secondo la Scrittura e la Tradizione , la Chiesa non è una “repubblica”, ma una “monarchia” perché l’autorità viene da Dio (semplifico molto per far capire le conseguenze di un certo spirito di quel tempo!).  

     4) Così altre novità del Concilio: ad esempio il dialogo interreligioso e interculturale, accolto con gioia: ma alcuni lo vedevano come un ascolto, un confronto e una collaborazione con fedeli di altre fedi e credenze, avendo però ben fermo e convinto il radicamento nella fede, nella tradizione cristiana e nell’unità della Chiesa; dall’altro era visto piuttosto come un andare verso gli altri, conoscerne e apprezzarne i “valori”, “fare un cammino insieme”, fino a mettere in gioco la propria fede e tradizione ecclesiale. La storia di come sono nati e tramontati i “cristiani per il socialismo” (che assurda illusione!) e quelli che promuovevano il dialogo col marxismo e col movimento comunista lo dimostra ampiamente; così come non pochi fra quelli che si erano lanciati nel dialogo (non rettamente inteso) con induismo e buddhismo.  

     5) Allo stesso modo, un’altra grande e provvidenziale novità del Concilio era stata la presa di coscienza della Chiesa circa la fame e miseria estrema di gran parte dell’umanità e delle ingiustizie a livello internazionale fra popoli ricchi e forti e popoli poveri e deboli. La soluzione che il Concilio proponeva, oltre alle riforme per orientare come Cristo i credenti verso i poveri e gli “ultimi”, era la “Dottrina sociale della Chiesa” (più volte nominata nella Gaudium et Spes).

    Ma nell’atmosfera dei tempi post-conciliari e sessantottini, alcuni interpreti “profetici” dello “spirito del Concilio” affermavano che la Chiesa non ha nulla o ben poco da dire in campo politico-sociale-economico. Se si voleva veramente fare il bene dei poveri, bisognava seguire l’unica “lettura scientifica della società” a favore dei poveri, che era quella marxista. Non per diventare comunisti e approvare tutto quello che faceva il comunismo nel mondo, ma per “fare un cammino insieme” alle forze popolari che contestavano la società capitalista e preparavano un mondo nuovo più giusto ed egualitario. “L’unica speranza dei poveri è il socialismo” mi diceva il grande padre Davide Turoldo nel novembre 1973 a Torino, al congresso dei “cristiani solidali con Vietnam, Laos e Cambogia” (a cui ero stato invitato a dare la mia testimonianza); non c’è da meravigliarsi perchè allora la cultura dominante in buona parte del mondo cattolico era questa: oggi nessun cattolico di semplice buon senso lo direbbe più, visto come sono finite le varie esperienze del “socialismo reale” ( [5] ).  

    6) Potrei continuare in questo elenco dei diversi e spesso opposti modi di interpretare e vivere il Concilio. Il dato di fatto molto concreto, che riguarda anche il Pime, era questo. Per mons. Pirovano e la sua direzione generale , nella confusione di idee di quel tempo, che tra l’altro allontanava (o disaffezionava) non pochi preti e fedeli dalla Chiesa, il punto di riferimento preciso era il Papa.

    Ma l’altra corrente di pensiero, che interpretava in modo diverso il Concilio, affermava che Paolo VI (il “Papa tentenna”, “Paolo il mesto”) era animato dalla “paura” del nuovo. E dopo le aperture del tempo conciliare aveva subito tirato il freno con molti decreti sull’applicazione del Concilio (come la “Ecclesiae Sanctae” del 1966), che ristabilivano l’autorità di Roma sulle Chiese locali, togliendo loro l’autonomia indispensabile per sperimentare e portare avanti le novità conciliari. Paolo VI, a quel tempo, era snobbato, contestato, anche deriso. Alcuni, per salvare la sua persona, dicevano che lui in realtà non era così, ma che la mitica “Curia romana” l’aveva ingabbiato e costretto a fare un cammino diverso da quello che aveva previsto o voluto.  

    Mons. Pirovano soffriva molto perchè anche all’interno del Pime, alcuni o molti, pur non approvando le tendenze “innovatrici” di cui s’é detto, dicevano che comunque la cosa più importante era volersi bene, andare d’accordo, non condannare chi la pensava diversamente, lasciare spazio alle esperienze nuove, aver fiducia nei giovani; e rimproveravano a Pirovano di voler “imporre” ad ogni costo il suo pensiero ( [6] ). Mons. Pirovano invece pensava che, come superiore generale del Pime, doveva orientare l’istituto e agire per mantenerlo nella linea del Concilio, che il Papa attualizzava e indicava. Era paterno, ascoltava ed era disposto a perdonare ed a dimenticare, ad aiutare chi sbagliava e riconosceva il suo sbaglio, ma non a tollerare che certe idee si affermassero nell’Istituto. Insomma, il dramma della Chiesa nel post-Concilio è stato il diverso criterio di giudizio che animava i credenti e le istituzioni ecclesiali. Per Pirovano il criterio era il Papa, per altri erano altri.

     La formazione del clero e i seminari in crisi

     Ecco un altro caso di disaccordo nel Pime, di cui era informato l’Istituto. Nella primavera del 1970, la direzione generale risponde alla domanda di un certo numero di chierici del Pime che chiedevano di poter

    vivere in gruppo fuori del seminario, procurandosi mezzi di sostentamento anche con lavoro retribuito, ma frequentando nello stesso tempo la scuola di teologia del Pime e la facoltà interregionale di Milano e mantenendo i contatti con gli educatori di Milano ( [7] ).

     La risposta è negativa: coloro che escono dal seminario non sono più considerati alunni del Pime. Per questo, se hanno già fatto il giuramento temporaneo di fedeltà devono chiedere la dispensa. Questo non impedisce che chiedano assistenza e consigli spirituali ad un membro dell’équipe formativa teologica e in seguito, se vorranno ritornare nel seminario del Pime, la loro richiesta verrà esaminata dai responsabili del seminario.

     Dopo il Capitolo del 1971-1972, che aveva ammesso la possibilità di gruppi esterni di seminaristi assistiti da un animatore ( [8] ), la nuova direzione generale di mons. Pirovano ritorna sull’argomento dopo un incontro a Grottaferrata (13 luglio 1972) con i superiori regionali di Milano e di Napoli e le équipes formative dei seminari di Milano e di Monza. In un lungo e documentato articolo ( [9] ), padre Lorenzo Chiesa , assistente per la formazione nella direzione generale , illustra i motivi e il significato della decisioni prese che conferma, con alcune eccezioni in casi particolari, quella del 1970.

    Decisione molto coraggiosa perché bisogna ricordare che in quel tempo non pochi vescovi e seminari diocesani italiani avevano permesso questa esperienza (la mentalità comune era quella), con risultati molto negativi: interi seminari si sono autodistrutti come alunni e nella fiducia dei preti diocesani (potrei ricordare diverse diocesi). In una grande diocesi del Veneto che aveva circa 130 alunni di teologia, mi dicevano che i chierici erano andati a vivere in piccoli gruppi lavorando in fabbrica o in altri lavori. Si erano salvati in pochi, ma il peggio è che i parroci e le famiglie avevano perso fiducia nel seminario diocesano e mandavano le loro vocazioni nei conventi dei religiosi presenti in diocesi.

     Al termine di un lungo processo di esperienze e di confronto, nella Relazione preparata e firmata da tutta la Direzione generale per il Capitolo 1971-1972, su 202 pagine, la formazione degli alunni ha un forte rilievo. Al termine dell’esame sugli “Orientamenti formativi del Seminario teologico” a Milano, si legge ( [10] ):

     All’inizio dell’anno scolastico 1970-71 nominammo il superiore regionale di Milano, padre Ovidio Nebuloni, delegato del superiore generale per i seminari di Milano e Monza, con pieni poteri. Alla fine di settembre 1970, in una riunione tenuta a Milano, il superiore delegato padre Nebuloni e gli educatori dei due seminari concordarono alcuni orientamenti, approvati poi dal superiore generale ( [11] ). Purtroppo, l’accordo non funzionò e le relazioni fra l’équipe di Milano e il superiore delegato andarono sempre più deteriorandosi. Anche con la direzione generale le relazioni di alcuni dell’équipe divennero più difficili.

     Il 4 maggio 1971 la direzione regionale convoca a Milano un incontro fra i due superiori regionali (Milano e Napoli) e la direzione generale stessa, ascoltando poi il rettore del seminario di Milano; infine i superiori prendono la decisione di rivedere la composizione dell’équipe formativa e la funzione dei gruppi, il regolamento, ecc. La Relazione al Capitolo 1971-1972 termina con queste parole preoccupanti di mons. Pirovano:

     Credo di poter segnalare alla prossima direzione generale il problema del seminario teologico come uno dei problemi più gravi del momento e per il quale poco abbiamo ottenuto, nonostante i nostri sforzi.

     Al termine della Relazione si dedicano molte pagine (pagg. 449-475) ai motivi di preoccupazione e di speranza che emergono dalla formazione degli alunni nei seminati del Pime, nelle quali il superiore intende “sottolineare” questa sua convinzione:

     I giovani costituiscono ancor oggi la nostra maggior speranza e garanzia. Sono convinto che, nonostante la problematica di cui abbiamo parlato, tra i nostri giovani non manca la generosità di chi sa darsi senza misura per il Regno di Dio. Per questo ho fiducia che questi giovani riusciranno a realizzare il rinnovamento profondo dell’Istituto e dell’attività missionaria che la Chiesa ci domanda: solo che essi abbiano il coraggio e la pazienza di lasciarsi guidare nella fase d’avvio!

    Padre Gaetano Favaro era in quegli anni rettore, insegnante e preside degli studi del seminario teologico del Pime di Monza. Gli anni di studio della teologia erano cinque: il biennio di Monza (con corsi di filosofia e teologia) e il triennio di Milano (con la sola teologia). Ricordando quegli anni Favaro dice ( [12] ):

     Mons. Pirovano era molto preoccupato della formazione che si dava nei nostri due seminari teologici e sentiva spesso criticare il seminario di Milano da vescovi, preti e amici laici. Questo me lo diceva lui, sentiva critiche al seminario di Milano, ma non al mio di Monza, perché nel mio seminario ero severo e non permettevo che le problematiche del seminario del Pime di Milano arrivassero anche a Monza; cioè tutti quei problemi, dibattiti e modi di agire che hanno causato la chiusura del seminario di Milano nel 1974. A Monza avevo un altro  modo di governare, anche perché potevo scegliere io i professori esterni, che fossero di valore ma anche di linea ecclesiale, fedeli alla Chiesa oltre che competenti. Non accettavo certe scelte fatte a Milano, dove insegnavano docenti troppo “progressisti”, diversi dei quali sono poi usciti dal sacerdozio. Pirovano capiva, da quanto gli veniva segnalato, che la formazione data nel seminario di Milano non era buona: chierici che rientravano nella notte in seminario, che facevano manifestazioni di tipo politico-sociale…

     Io ero severo e passavo per conservatore. Ho sofferto molto perchè avevo dei chierici  che volevano andare con i loro compagni di Milano alle manifestazioni.    Ti racconto un fatto. Una volta un bel gruppo di miei chierici mi chiedono di andare a Milano a manifestare per i senza tetto, perché il Comune desse loro una casa. Io ho detto: “Va bene, voi volete interessarvi dei senza tetto, è una bella cosa. Allora cominciamo noi tutti a pagare ciascuno l’affitto per una famiglia baraccata. Prima di andare a manifestare, cominciamo noi a fare qualcosa. Non basta protestare perché facciano gli altri”. Quando ho detto così, tutti hanno taciuto e non ne hanno più parlato.

    Si potrebbe pensare che quei giovani non avessero soldi propri, ma non è vero, per le loro necessità e anche i loro capricci ne avevano. Ma allora prevaleva la cultura della protesta, della denunzia di quel che non facevano le autorità e i giovani anche del seminario respiravano quella cultura. Adesso, ricordando fatti del genere, ci ridiamo sopra, ma allora io piangevo, soffrivo. Mi costava molto fare quella parte, anche perchè capivo bene una cosa: che se avessi assunto gli atteggiamenti dei superiori del seminario e dei professori di Milano, Pirovano avrebbe chiuso anche Monza. Quando era in gioco la formazione dei futuri preti e la fama del Pime, Pirovano tirava dritto. Anche a me molti dicevano che il Pime non andava bene, che i seminaristi che andavano nelle parrocchie non davano buon esempio e Pirovano voleva risolvere il problema alla radice.

    Una testimonianza anche da padre Francesco Valsasnini, che nel 1968 era stato incaricato di seguire alcuni seminaristi del Pime che venivano da Milano per studiare teologia negli Stati Uniti. Valsasnini era il loro superiore nel seminario del Pime di Oakland (New Jersey), dove essi andavano a scuola nel seminario diocesano; e ricorda ( [13] ):

     Erano giovani certamente ben intezionati, infatti quasi tutti sono diventati poi buoni missionari, ma venendo dal seminario del Pime di Milano non riuscivo davvero a capirli. Ad esempio, secondo loro i missionari del Pime in missione avevano sbagliato tutto. Io venivo da una lunga visita attraverso tutte le nostre missioni in Asia, Africa e America Latina. Viaggiando con padre Lino Bianchi, il grande e saggio insegnante di teologia a generazioni di missionari del Pime , avevamo ammirato le molte realizzazioni, la generosità, lo spirito apostolico e di amore ai popoli dei nostri missionari. Questi giovani studenti venivano dall’Italia e non avevano ancora visto niente, ma già dicevano che bisognava cambiare tutto, perchè la missione com’era fatta allora era tutta sbagliata. Per loro io ero un conservatore, ma il superiore del Pime in America, padre Enrico Paleari, mi considerava un progressista pericoloso e dopo tre anni mi ha cambiato! Queste erano le situazioni di quei tempi.

    Parlando dei tempi di Pirovano, bisogna illustrare la mentalità del ’68 che Pirovano non capiva. C’era un abisso culturale tra la sua generazione e quella dei giovani di quel tempo. P. Paolo Noé, superiore regionale della Birmania, il 29 aprile 1974 scrive a Pirovano dicendogli che ha ricevuto tre lettere circolari dagli studenti di teologia del Pime di Milano. Alla prima, i seminaristi chiedevano il parere dei missionari sul campo riguardo a ricevere la destinazione per le missioni un anno prima dell’ordinazione sacerdotale o no. Noé ha risposto ma non dice cosa. Però poi ha ricevuto altre due lettere simili e a queste non ha risposto. Dice che una di queste ( [14] ):

    Chiedeva “quale tipo di presenza desideriamo noi da loro”. Stavo per rispondere per le rime, ma poi ne ho parlato con altri padri e ci siamo detti: “Noi non riusciamo più a capirli”. Padre Fasoli mi ha detto: “A questi giovani che, come dicono, ‘sono in  ascolto del Verbo di Dio’,  digli di leggere il Vangelo e gli Atti degli Apostoli e caso mai anche le lettere che scrivono i missionari dalla Birmania, poi non ci sarà più bisogno di chiederci ‘quale tipo di presenza’ noi desideriamo da loro pivelli!”. Padre Fasoli non riesce a capire a cosa possa servire una preparazione a venire in missione così complicata e sofisticata. Vivono nel mondo dell’irreale, la vita è tutt’altra cosa. Questo vorrei dire loro. P. Fasoli mi diceva anche: “Dì loro che, se vogliono bene alle anime a alle missioni, siano umili e obbedienti”.

     La chiusura del seminario teologico di Milano (1974)

     Nel 1974, varie situazioni hanno portato la direzione generale a chiudere in quell’estate il seminario teologico del Pime a Milano, lasciando continuare quello di Monza. La causa fondamentale era l’insoddisfazione dei superiori in Italia (e anche di diversi vescovi e superiori delle missioni che si lamentavano dei nuovi missionari) circa la formazione teologica e spirituale degli aspiranti al sacerdozio. Le condizioni favorevoli a questa chiusura sono esposte da mons. Pirovano nella lettera in cui comunica all’Istituto la decisione presa il 13 aprile 1974 ( [15] ):

     1) Mancanza di personale che deve formare gli aspiranti al sacerdozio. Dei sei uomini che formano le due équipe di Milano e di Monza, tre vengono a mancare, come pure il padre che è preside degli studi nel triennio a Milano: partono o ritornano in missione; e i tentativi fatti per sostituirli non hanno ottenuto risultati, per il rifiuto di coloro che sono stati invitati o perché, per accettare, ponevano condizioni impossibili da realizzare.

     2) Gli alunni di teologia diminuiscono ogni anno e, data la crisi dei seminari e delle vocazioni in Italia, non vi sono prospettive che la tendenza si fermi. Padre Lorenzo Chiesa , consigliere della direzione generale e incaricato di seguire i seminari, dà i numeri: nel corrente anno scolastico (1973-1974) gli alunni del seminario teologico sono 35 a Milano e 25 a Monza: totale 60. Per il 1974-1975 si prevedono 30 alunni a Milano e dai 17 ai 20 a Monza: totale, se va bene, 50 invece di 60. Tenere aperti due seminari con 50 alunni in tutto, nella previsione che diminuiscano ancora e senza il personale direttivo sufficiente (oltre al problema degli insegnanti), non è possibile.

     3) Fra le varie ipotesi di soluzione sul tappeto, seriamente studiate e valutate anche con molte consultazioni, la direzione generale sceglie la ristrutturazione del seminario teologico a Monza e la chiusura del seminario di Milano.

     Mons. Pirovano scrive poi ai superiori regionali delle missioni che la direzione avrebbe voluto consultarli convocandoli a Roma, ma l’urgenza di giungere ad una rapida soluzione l’ha impedito. Inoltre, aggiunge giustamente: “Trovandovi lontani come siete e fuori da queste nostre realtà, sarebbe stato per voi impossibile percepire attraverso un breve raduno tutte le sfumature di una situazione complessa come quella del seminario teologico, per potervi esprimere con vera cognizione di causa”. Li rimanda all’assemblea intermedia (fra i due Capitoli del 1971 e 1977) dell’anno seguente (1975), in cui la direzione generale e i superiori regionali potranno dibattere il problema della formazione dei futuri missionari.

    Prima di questa decisione, il 5 aprile 1974, la Comunità del Seminario teologico di Milano, avendo saputo che la direzione generale si orientava verso la chiusura del seminario di Milano, scrive una lettera al superiore regionale di Milano, informando che la comunità si è riunita in assemblea il 27 marzo. Sono emersi questi punti ( [16] ):

    - I retroscena della faccenda ci sono oscuri e non ci permettono di esaminare adeguatamente la situazione.

    - Unanimemente si è affermata la validità della scuola teologica e non si vedono motivi per interromperla, anzi si propone di tenerla come punto fermo.

    - C’è il forte desiderio di avere delle chiarificazioni da parte della direzione generale.

    Il 29 marzo, sei rappresentanti della comunità di Milano (fra i quali il rettore e il preside degli studi) si incontrano a Roma  con la direzione generale. Questi in sintesi i punti toccati (sempre secondo la lettera della Comunità teologica di Milano):

    Non ci sono pressioni esterne che spingano il Pime a prendere decisioni; quelle interne rientrano in una valutazione che c’è sempre stata e non sono determinanti.

    Vengono fatte presenti alcune apprensioni della direzione generale sia riguardo alla scuola che alla vita del seminario, però non tali da indirizzare verso una decisione di “sanatoria in radice”.

    Il problema fondamentale sembra sia la carenza di personale adatto, questo a detta della direzione generale , per formare l’équipe.

    I nostri delegati, avendo ricevuto risposta negativa alla proposta che la direzione generale si recasse a Milano per un incontro con tutta la comunità, facevano una proposta di “compromesso”…

    La proposta era di tenere la scuola del triennio teologico a Milano, con un preside degli studi esterno al Pime e gli alunni suddivisi fra alcune case dell’Istituto vicine a Milano: anche questa non accettata dalla direzione generale. Infine la comunità del seminario di Milano mette in risalto la gravità di una decisione che la direzione generale non può prendere da sola. Invece, dopo altri incontri e tentativi, la decisione è presa e viene attuata nel giugno 1974, al ritorno di mons. Pirovano e di p. Lazzarotto, in aprile partenti per una visita al Pime degli Stati Uniti.

    Occorre dire che su quest’ultimo punto la comunità del seminario teologico di Milano aveva ragione, nel senso che la chiusura del seminario e della scuola teologico-missionaria a cui partecipavano anche gli studenti francescani e altri esterni al Pime, con il licenziamento di una dozzina di insegnanti esterni che in buona parte erano personalità riconosciute in campo teologico, suscitò nell’opinione pubblica e nel Pime vivaci dibattiti e divisioni, lasciando anche comprensibili ferite psicologiche profonde in alcuni dei protagonisti. Inutile oggi rinvangare il passato, ma ci voleva tutta la fermezza e il coraggio di Pirovano per giungere a questa decisione! Un superiore meno deciso e più conciliante avrebbe probabilmente rimandato, come non pochi chiedevano anche nell’Istituto, pur non approvando quel tipo di formazione.

    Quello che va compreso è il motivo di fondo di quel passo coraggioso (e personalmente lo giudico provvidenziale) della direzione generale del Pime. Nella Relazione della direzione generale al Capitolo 1977 si leggono queste parole che sono decisive perché spiegano più di ogni altro ragionamento la decisione pressa ( [17] ):

   La comunità del triennio teologico di Milano presentava lacune formative e comunitarie che dovevano essere colmate… (Dopo la chiusura nel 1974) la direzione generale venne convincendosi di avere preso la decisione giusta, sia perché si accorse che durante l’anno seguente vari professori (esterni) che avevamo avuto nel triennio erano stati richiamati dai loro vescovi e professori per la confusione pastorale che avevano creato in diocesi, sia perché alcuni dei nostri studenti, una volta ordinati e partiti per la missione, si sono rivelati un fallimento doloroso e traumatico, le cui radici non potevano non risalire a problematiche profonde già presenti in loro nel tempo in cui erano in seminario. Del resto, più di uno di loro lo ammise!

    Infine, al Consiglio plenario del 1975 (Roma, 15 aprile – 23 maggio), i problemi formativi sono passati al vaglio dei superiori regionali che sono giunti alle seguenti decisioni ( [18] ):

     Il Consiglio plenario:

     - approva le scelte fatte dalla direzione generale a riguardo del triennio teologico di Milano;

     - condivide la grande importanza dei valori spirituali e degli strumenti pedagogici che la direzione generale ha posto alla base della formazione sacerdotale e missionaria data nel seminario teologico, come al esempio il “sensus Ecclesiae” (il “senso della Chiesa”, cioè la convinzione di appartenere e di dover amare e obbedire alla Chiesa), la sintonia e il confronto con l’Istituto, la contemplazione, l’equilibrio delle attività esterne, la verifica, la direzione spirituale;

     - insiste presso la direzione generale perché venga attuata sempre più nel seminario teologico la dimensione missionaria della formazione sia spirituale che culturale; per il raggiungimento di questa finalità ritiene urgente costituire un corpo docente;

    - impegna le missioni a collaborare con la direzione generale in questo sforzo, sia concedendo personale, sia avviando una programmazione culturale che stimoli lo scambio costruttivo di idee, metodi e personale tra seminario teologico e regioni di missione.

     Padre Luigi Confalonieri (oggi missionario in Brasile) è stato segretario particolare di mons Pirovano negli anni sessanta e settanta. Intervistato in Italia il 27 agosto 2000 sulla chiusura del seminario teologico di Milano, così ha risposto:

     Pirovano era molto forte e fermo nei princìpi. Comprensivo sul piano umano, ma fermo. Nel caso del seminario teologico, che non riusciva a rendere formativo per i giovani, ha sofferto moltissimo. So che è andato a parlare col card. Giovanni Colombo, che era stato rettore del seminario diocesano di Milano. Gli ha aperto il cuore per questa sofferenza che aveva a causa del nostro seminario teologico: ha pianto. Era in una situazione angosciosa, avrebbe potuto lasciar perdere, invece no, non poteva tollerare un ambiente non formativo: così ha chiuso il seminario, ma con molta sofferenza.

    Riprendo il pensiero e il giudizio di padre Gaetano Favaro, nell’intervista del 25 marzo 2007 già citata:

    Fra i seminari italiani, penso che quello teologico del Pime di Milano è stato uno dei primi o il primo che ha risentito della crisi intraecclesiale, anche perché, non dimentichiamolo, la contestazione studentesca in Italia è iniziata nell’Università cattolica di Milano ( [19] ) e poi i missionari, per natura loro, sono abbastanza liberi e difficili da inquadrare in schemi e gabbie precostituite. Mons. Pirovano non era profondo in teologia, ma aveva intuizioni che si rivelavano esatte. Nella sua semplicità era molto chiaro e centrava i problemi più di tanti superiori di quel tempo, anche nel Pime, che dicevano e non dicevano, non davano giudizi, erano ambigui. Lui era sincero e genuino, sapevi sempre cosa pensava, mentre di altri superiori non capivi mai cosa pensavano. Pirovano poteva fare i suoi sbagli, ma aveva delle intuizioni fondamentali che lo portavano a capire il nocciolo dei problemi e delle differenze. Le sue intuizioni e i suoi giudizi li attribuiva alla fede di sua madre e anche questo a me piaceva.

     Il Pime in Thailandia e Costa d’Avorio

     Nonostate le molte difficoltà, all’inizio degli anni settanta mons. Pirovano pensa a nuove presenze del Pime soprattutto in Oriente per rispondere agli inviti di vescovi locali, dopo che nel 1968 aveva mandato il Pime nelle Filippine e in Camerun. Da febbraio ad aprile del 1970 compie un lungo viaggio esplorativo in Estremo oriente: Hong Kong, Giappone, Taiwan, Bangladesh e  India ( [20] ). In viaggi come questo c’era una continua corrispondenza col vicario a Roma, padre Carlo Colombo: una filastrocca interminabile di casi da discutere, di decisioni da prendere, di problemi su cui informarsi, oltre alle urgenze economiche che premevano e richiedevano soluzioni  rapide e concrete, per impedire una temuta “bancarotta” della direzione generale del Pime! Le due grandi imprese nelle quale l’Istituto si impegnava erano la ricostruzione dell’antica casa in via Isonzo (o via Santa Teresa) con l’impegno di affittarla e non venderla e la sistemazione della nuova in via Guerrazzi in vista del Capitolo 1971-1972! 

    Il 14-17 marzo 1970, mons. Pirovano e p. Tagliabue sono a Taiwan, per esaminare la possibilità di una presenza del Pime. Il nunzio mons. Accogli li manda da Taipei a Kaoshiung, dove il vescovo li porta a Chisan, la parrocchia dei Domenicani che vorrebbe dare al Pime. Dopo essersi informati bene, decidono per vari motivi di non accettare l‘offerta ( [21] ). Il Pime andrà a Taiwan una quindicina di anni dopo col superiore p. Fernando Galbiati. Nel 1972 Pirovano porta il Pime in Thailandia e in Costa d’Avorio, nel 1976 in Mato Grosso, regione periferica del Brasile, ai confini con Paraguay e Bolivia, in situazione religiosa e sociale del tutto simile a quella dell’Amazzonia.  

   Con una lunghissima relazione, 1° ottobre 1973 ( [22] ) Padre Angelo Lazzarotto riferisce del suo viaggio in Corea del sud, dov’è andato perché il vicario generale dell’Istituto, padre Ilario Trobbiani, voleva che esaminasse “in modo informale, una eventuale possibilità di inserirci in altri campi missionari in Asia”. Lazzarotto esprime due conclusioni: la Chiesa di Corea è in forte crescita per le conversioni, ha già un buon numero di sacerdoti locali, ma i missionari stranieri possono ancora inserirsi per compiti presi in accordo con i vescovi e soprattutto col loro carisma missionario perché, dice un vescovo coreano: “Se la Chiesa coreana pensasse di fare senza i missionari esteri, finirebbe per diventare un ghetto”, tanto più che, finora, “l’impegno degli istituti missionari in Corea è stato molto limitato, anche se in questi ultimi vent’anni, dopo la guerra di Corea, ci sarebbero grandissime possibilità di lavoro”.

    Lazzarotto ha anche chiesto ai missionari del Pime in Giappone se sarebbero favorevoli al Pime in Corea e li ha trovati molto ben disposti e qualcuno ricorda che di una nostra presenza in Corea si era già parlato anni prima. Il progetto poi non si è realizzato. In quegli anni l’Istituto si è impegnato in Camerun, in Costa d’Avorio, in Thailandia e in Mato Grosso (Brasile del sud) e poi, poco dopo Pirovano, con padre Fedele Giannini, in Papua Nuova Guinea. Il momento della Corea era passato.

    Non c’è spazio, in questa biografia di mons. Pirovano, per stare nei limiti imposti da un volume di questa collana, di esaminare altri aspetti della sua azione come superiore generale, in parte già ricordati nel capitolo IV. Ad esempio, la sua animazione missionaria e la guida che egli ha rappresentato in quegli anni di grandi discussioni e confusioni, per noi del Centro missionario di Milano, dove ero direttore di “ Mondo e Missione ”, l’antica “Le Missioni Cattoliche” (fondata nel 1872), la rivista più rappresentativa del Pime.

     Dittatura militare in Brasile e l’arresto di un missionario

    Il tempo che si apre dopo il Capitolo del 1971-1972 nelle missioni affidate al Pime è caratterizzato dalle esperienze di “vie nuove” della missione. La crisi della missione alle genti era palese da vari “segni dei tempi”: l’indipendenza dei molti paesi colonizzati dall’Occidente; la moltiplicazione delle arcidiocesi e diocesi con vescovi locali, dove prima c’erano prefetture e vicariati apostolici con vescovi occidentali; il prorompere dei nazionalismi e delle nuove identità nazionali; il risveglio delle religioni e culture locali; l’avanzata minacciosa del comunismo internazionale (dal 1960 al 1980 i paesi a regime comunista passano da 17 a 30); la forte critica ai missionari del passato e ai loro metodi superati; la chiusura di numerosi paesi ai “missionari” stranieri specie in Asia; la nuova e forte sensibilità dei popoli riguardo allo sviluppo economico e al rispetto dei diritti umani.

    Tutto questo porta a una visione diversa della prima evangelizzazione fra i non cristiani, con temi quasi del tutto nuovi alla ribalta: l’inculturazione della teologia e della vita cristiana, il dialogo con le grandi religioni e l’ecumenismo, la lotta contro la fame e il sottosviluppo di immensi popoli, la denunzia delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie internazionali, la nascita delle “teologie del terzo mondo”, ecc. Temi che negli anni settanta assumono carattere di novità ed erano ampiamente dibattuti in convegni e sulle riviste missiologiche e teologiche cattoliche e protestanti. E’ solo un sommario elenco di problemi discussi a quel tempo.

    Negli anni settanta, mons. Pirovano deve affrontare situazioni molto difficili con governi totalitari e dimostra sano criterio di giudizio, capacità di decisione e fermezza. Un esempio concreto è l’arresto e il processo a padre Giulio Vicini in Brasile che negli anni settanta è sotto il dominio dei militari, saliti al potere nel 1964. La Chiesa brasiliana è all’opposizione, le proteste contro il governo brasiliano si moltiplicano. Nell’ottobre 1970 diventa arcivescovo di San Paolo mons. Paolo Evaristo Arns (cardinale dal 1973), il quale appoggia il movimento di cattolici che protestano contro il regime militare. Nel gennaio 1971, viene arrestato un giovane missionario del Pime, padre Giulio Vicini, viceparroco della parrocchia di Brooklin affidata al Pime, sotto l’accusa di attività rivoluzionarie. Padre Angelo Gianola, superiore del Pime in Brasile e vicario episcopale di quella regione di San Paolo, ha seguito il caso molto da vicino. Ecco la sua testimonianza:  

     Uno dei motivi di divisione all'interno del Pime in quel tempo era questo. Molti missionari dicevano: 'Noi siamo stranieri e non possiamo impegnarci in politica'. Su questo anch'io ero d'accordo, ma in pratica io facevo molte azioni di tipo pastorale e con intento pastorale, che venivano lette in chiave politica. Radunavo preti, catechisti, studenti, operai, comunità di base, mamme: tutto era aperto, non c'era nessun segreto, si discuteva di tutto, di temi religiosi, ma anche della vita della gente, dei diritti dell'uomo, della giustizia sociale.

    Ero collegato - continua p. Angelo Gianola - con i padri giovani del Pime che continuavano, nella parrocchia di Brooklin e altrove, una linea di pastorale rinnovata e comunitaria. Uno di questi era il p. Giulio Vicini, giunto in Brasile nel 1967 e ancora studente di psicologia all'Università cattolica di San Paolo. In quel gennaio 1971 la polizia aveva ucciso un operaio. Il 25 gennaio sono andato con padre Vicini a visitare la sua famiglia e il parroco ci ha detto che gli operai cattolici stavano facendo una riunione della "pastorale operaia" in parrocchia: i militari sono entrati e ne hanno ucciso uno, non ricordo come.

    Padre Vicini ha scritto una breve relazione per informare del fatto ed è venuto a casa mia per ciclostilare. Io ero andato via, la segretaria era via, anche la cuoca era assente. In quel momento arriva la polizia, perchè eravamo sorvegliati, sequestra il foglio non ancora ciclostilato ma scritto a macchina e arresta p. Giulio. Io arrivo a casa qualche ora dopo e trovo la polizia. Entrano in casa, frugano ovunque, ma non trovano niente di compromettente. Arriva la segretaria, Yara Spadini, e trovano nel suo ufficio un ciclostilato della pastorale operaia con alcune frasi contro i militari, da lei sottolineate. Portano via anche lei come sovversiva. Allora sono andato anch'io con la polizia, per restare con i due arrestati, ma non me l'hanno permesso: i due sono stati subito torturati con scosse elettriche perchè rivelassero chissà quali trame sovversive.

    La diocesi si mobilita per protestare. Il card. Arns pubblica un comunicato durissimo ordinandone l'affissione alle porte delle chiese ( [23] ), in cui afferma che i due arrestati "godono della più alta stima nella zona vescovile della diocesi a cui appartengono" e "sono stati torturati in maniera ignominiosa nella sezione politica della polizia, come il vicario episcopale e l'arcivescovo stesso hanno potuto verificare". Mons. Aristide Pirovano subito corre in Brasile e ottiene il permesso di visitare più volte i due carcerati; incontra il ministro della giustizia e il comandante militare di San Paolo, protestando ufficialmente contro il metodo diffuso di torturare arrestati e inquisiti, dicendo loro che "le torture sono un sistema che disonora il Brasile" ( [24] ). Nell'intervista ad "Avvenire" del 22 marzo 1971 (citata sopra), mons. Pirovano afferma che la Chiesa

    non deve rinunziare a giudicare un sistema politico né a denunziare le violenze contro i diritti umani fondamentali. Ma ciò è compito di tutta la Chiesa riunita attorno ai vescovi, non del singolo sacerdote o di un piccolo gruppo. Le drammatiche situazioni di povertà e di oppressione che si vivono in Brasile turbano e scuotono molti sacerdoti, che diventano insofferenti. Non hanno la forza, la pazienza di aspettare, di aiutare a far crescere gli uomini nuovi, che domani trasformino la società. Vogliono bruciare i tempi. Sognano un rovesciamento del sistema, pensando che questa sia l'unica premessa per un avvenire migliore. Come Superiore ho il dovere di mettere in guardia i miei missionari contro l'illusione che tocchi alla Chiesa muovere le masse, promuovere rivoluzioni, mentre il suo compito è formare l'uomo... La Chiesa ha quindi il dovere di parlare, di gridare con forza, senza paura, ciò che è giusto e ciò che non lo è. A costo di essere offesa, imprigionata, calpestata. Ma importante è vedere come farlo, per essere veramente efficaci.... Nei paesi dell'est europeo, per esempio, la Chiesa si è mai sentita in dovere di tentare di rovesciarli? ( [25] ).

    Mons. Pirovano s'è trovato altre volte in situazioni del genere: da un lato un governo dittatoriale (ad esempio quello di Marcos nelle Filippine), dall'altro giovani missionari del Pime che si impegnavano in difesa della gente più umile ed erano perciò sospettati di "attività sovversive". Dom Aristide difendeva i suoi missionari di fronte alle autorità, ma rimproverava anche ad essi certi eccessi di impegno politico-sociale, che a volte li portavano lontani dalla vita sacerdotale ed ecclesiale. Tant'è vero che non pochi di questi missionari (in Brasile, nelle Filippine, in Guinea-Bissau e in altre missioni) hanno poi lasciato il sacerdozio.

      “Io sono stato salvato dai focolarini”

     Padre Carlo Acquani, superiore regionale del Brasile, racconta anche lui gli avvenimenti di quel tempo ( [26] ):

     Padre Giulio Vicini era in prigione con alcuni padri domenicani brasiliani arrestati per lo stesso motivo. Io sono andato a trovarlo e ho detto: “Preghiamo assieme il Signore che mandi i suoi angeli a rompere le vostre catene come ha fatto per  San Pietro”. Uno dei domenicani dice: “Eh, altro che angeli! I cristiani hanno pagato le guardie che hanno liberato Pietro”. Ho capito che era meglio cambiare discorso. Poi è venuto Pirovano dall’Italia ed è andato subito a parlare con i capi militari brasiliani perché Vicini era in prigione sotto i militari. Dom Aristide si è fatto nemici quei padri giovani da poco arrivati in Brasile che erano amici di Vicini e dicevano: “Il superiore del Pime va a parlare con i generali? Va a vendersi ai generali!”. Io difendevo Pirovano e dicevo: “Ma con chi deve parlare? Con la cameriera del generale? Oppure non deve fare niente?”.

    Poi Pirovano è tornato in Brasile perché l’ho chiamato io quando Vicini doveva avere il processo e ci voleva un vescovo autorevole come lui per intercedere prima del processo perché lo liberassero. E’ andato dai giudici militari, perché c’era la legge marziale. Il presidente del tribunale gli ha detto in confidenza: “Monsignore, io capisco questi padri giovani perché ho anch’io dei figli giovani e capisco tutto. Però noi non possiamo assolvere Vicini”. Gli hanno dato una condanna lieve di sei mesi di carcere, ma in seguito, assolto dal tribunale militare d’appello, è stato espulso dal Brasile.

    Dato che la condanna mite (a quel tempo!) e poi l’assoluzione penso siano state ottenute anche per l’azione di Pirovano, credevo che i giovani padri contestatori di San Paolo avrebbero cambiato atteggiamento. Invece no, hanno continuato a fare la guerra contro la polizia come potevano, manifestando e protestando, facendo incontri clandestini che erano proibiti, diffondendo volantini. Una volta, uno di questi missionari ritorna a casa correndo tutto insanguinato e mi dice: “Aiutami, aiutami, la polizia mi sta inseguendo!”. Ma nella nostra casa religiosa la polizia non è venuta, perché era dentro la parrocchia di Brooklin. Io l’ho nascosto, poi mi ha raccontato che in una manifestazione era andato con altri a protestare contro la polizia schierata in difesa di non so più quale palazzo del governo e diceva: “Gridavamo che erano tutti malfattori, servi del potere, delinquenti…e loro ci hanno caricati dandoci bastonate con i manganelli, io ero proprio davanti e prima di poter scappare ne ho prese tante…”.

    Anch’io mi sono inimicato come superiore regionale i padri giovani del Brasile sud e anche i seminaristi del Pime a Milano. Infatti, poco dopo sono scaduto da superiore del Brasile e sono tornato in Italia. I seminaristi del Pime di Milano mi hanno invitato ad andare da loro e sono andato con i padri Aldo da Tofori e Giuseppe Contini, anche loro dal Brasile e in quel momento in vacanza in Italia. Mamma mia! Pensavamo di dare le nostre testimonianze sul Pime in Brasile e invece ci hanno detto che eravamo compromessi con i militari e i capitalisti del Brasile, che il Pime deve stare con i poveri e via dicendo. Ci hanno fatto un processo nell’aula magna del Seminario. Erano le mode del tempo e ricordo che io ho ripetuto quanto diceva Pirovano che era venuto due volte in Brasile per salvare Vicini. Io gli dicevo che i padri giovani non volevano che andasse a parlare con i militati e lui rispondeva: “Non m’importa quel che dicono, ci vado perché sono superiore del Pime e debbo salvare un padre del nostro Istituto. Quei “pistola” ( [27] ) oggi non capiscono, ma capiranno domani!”. Così ho detto io ai seminaristi del Pime a Milano e ce ne siamo andati.

    Per capire padre Giulio Vicini, e altri missionari del Pime come lui a quel tempo, occorre leggere tutta la bella testimonianza di padre Giorgio Pecorari, troppo lunga per essere qui riportata integralmente ( [28] ). Ecco una rapida sintesi, con parole sue. Giovane missionario del Pime, mandato in Brasile nel 1966, studia psicologia all’Università di San Paolo:

    Ero molto idealista e sono stato preso nei gruppi studenteschi che preparavano la “rivoluzione” contro i militari al potere. La nostra ideologia era quella del Parito comunista brasiliano, molto ben organizzato fra gli studenti con la sua Une (Unione nazionale degli studenti). Adesso mi accorgo di quanto eravamo alienati: l’ideale era la conquista del potere, naturalmente per aiutare i poveri. Ricordo che ero giunto a disprezzare vescovi e preti perché, pur avendo il pulpito e un grande influsso morale, non facevano nulla per cambiare il paese: almeno a me così sembrava. Ad Assis (stato di San Paolo), dov’ero stato mandato, ho formato un gruppo di preti che seguivano le mie stesse idee. Ero strettamente legato ai padri Vicini e Battaglia, che a San Paolo facevano lo stesso mio lavoro. Tempi di vita intensa, appassionata, anche generosa: tutto era finalizzato alla “lotta per la liberazione dei poveri”. L’idea stessa di Dio, non negata ma data per scontata, sfumava sempre più lontano….

    Noi, influenzati dall’ideologia di sinistra, eravamo animati da uno “spirito contro”, sempre arrabbiati contro il sistema, contri i ricchi, contro i militari, contro la Chiesa , contro i borghesi. Non c’era amore all’uomo concreto, c’era passione ideologica e politica, che ci rendeva anche capaci di sacrifici: non per Gesù Cristo, ma per la rivoluzione, per il partito, la conquista del potere. Io pensavo che per aiutare i poveri, bisognava far trionfare, con qualsiasi mezzo, la parte politica che si dichiarava rivoluzionaria, socialista. Parecchi anni dopo, negli anni ottanta, sono stato a Cuba e nella Nicaragua dei Sandinisti e ho visto che anche il socialismo schiaccia i poveri….

    Nel 1969 volevo andare a vedere dom Helder Camara a Recife nel nord-est brasiliano. Due padri del Pime focolarini mi hanno aiutato… Non ho trovato dom Helder e sono finito alla Mariapoli (raduno dei “focolarini”, n.d.r.) che c’era da quelle parti, partecipando ad un incontro con la gente. Una grande sala della Mariapoli era piena di gente comune del nord-est, quindi poveri. E vedo che sono tutti contenti, cantano, si abbracciano, ringraziano il Signore per quello che hanno ricevuto. Incomincio a riflettere: ma come, io sono intelligente, studente universitario, ricco (in confronto a loro avevo tutto) e sono sempre lì a lottare, ad arrabbiarmi, a protestare! Loro invece sono poveri e vivono contenti. Avranno anche i loro problemi, ma intanto sono sereni, io invece sono scontento e arrabbiato! Poi vedo altre persone che hanno testimoniato di essere di famiglie ricche o benestanti e sono andati a vivere con i poveri per aiutarli…..

     Poi è venuta la grazia e la misericordia di Dio. I Focolarini erano sereni e si davano da fare per toccare il cuore dei ricchi e dei poveri, per creare solidarietà, amicizia, carità, fraternità. Ho capito che l’ideologia rivoluzionaria sostituiva la fede in Cristo: la salvezza e la liberazione non vengono da Gesù Cristo, ma dalla rivoluzione. E’ un processo che ti porta a non pregare più, a criticare la Chiesa , il Papa e i vescovi, a sentirti distaccato dalla tradizione ecclesiale. Tanti preti diocesani e missionari se ne sono andati in questo modo. Poi si sono sposati, ma il problema non era la donna: era la fede. Io sono stato salvato dai Focolarini.

    Un regime “popolare” in Guinea Bissau

     La Guinea Bissau , piccolo paese dell’Africa occidentale dove il Pime lavora dal 1947, è stato “Territorio portoghese d’Oltremare” fino al 1974. I missionari italiani, poco graditi al governo portoghese, avevano in maggioranza una posizione che descrive bene padre Giuseppe Ronchi ( [29] ):

    Noi vedevamo la sofferenza degli africani sotto i portoghesi e per anni li avevamo difesi, protestando e intervenendo quando era possibile. Ma i guerriglieri, con la carica di odio e di violenza che avevano, non promettevano nulla di buono. Noi eravamo per l’indipendenza della Guinea, ma non ottenuta in quel modo barbaro e dannoso per tutti.

    Un missionario del Pime, padre Antonio Grillo del Pime, nel febbraio 1963 è arrestato e incarcerato (il primo bianco che finiva in carcere a Bissau!), poi mandato in carcere alcuni mesi a Lisbona senza nessuna accusa precisa e a luglio espulso dal Portogallo, come “dono” del regime militare al nuovo Pontefice Paolo VI. Il Pime in Guinea si prepara all’indipendenza con l’assemblea regionale dell’agosto 1972, dove i missionari discutono i rapporti con il potere temporale e approvano il “Documento sulla linea pastorale comune” ( [30] ):

    In base agli insegnamenti che ci vengono da tutta la storia, ogni qualvolta la Chiesa si è appoggiata a potenze di carattere temporale, ha visto almeno offuscata la forza intima della sua testimonianza, soprattutto tenendo presente il carattere essenzialmente religioso e spirituale dell’annunzio evangelico, a servizio del quale si pone ogni attività ecclesiale e missionaria. Riteniamo perciò contraria alla purezza evangelica della nostra presenza missionaria ogni compromissione con potenze di carattere temporale di qualsiasi collocazione e di qualsiasi natura (politica, militare, amministrativa).

    E’ la linea che avevano tenuto i missionari del Pime durante la colonizzazione portoghese, ma non da alcuni nei confronti del governo che si afferma con l’indipendenza del settembre 1974. La “guerriglia di liberazione”, iniziata all’inizio degli anni sessanta, era diretta dal partito unico Paigc (Partito africano per l’indipendenza della Guinea-Bissau e di Capo Verde), fondato sull’ideologia marxista-leninista e strettamente collegato con Urss, Cuba e Germania dell’Est. Il Paigc aveva creato grandi aspettative, ma quando assume il potere delude perché la Guinea-Bissau registra un rapido deterioramento del livello di vita. Tutto peggiora, sanità, scuola, trasporti, mercati, cibo, banche, ecc. Il Paigc, abile nella guerriglia, era chiaramente impreparato a governare il paese, specie dopo la partenza di quasi tutti i portoghesi e di altri stranieri che facevano funzionare questi servizi al popolo e all’economia moderna; i pochi africani che avevano studiato all’estero erano impegnati nella politica e nel partito o non erano tornati in patria e dopo l’indipendenza non tornano più, visto il regime totalitario che si instaura a Bissau.

    Nonostante le numerose dichiarazioni di voler “servire il popolo”, e certamente nel partito molti lo volevano sinceramente, il governo rivoluzionario e “popolare”, invece di dare la priorità all’educazione trascurata dai portoghesi e allo sviluppo soprattutto agricolo per poter mantenere la crescente popolazione, si impegna nell’indottrinamento politico-ideologico: esaltazione del nazionalismo e dell’anti-colonialismo, formazione all’ateismo e all’ideologia marxista-leninista ( [31] ), attraverso l’insegnamento scolastico e le organizzazioni di partito. Come succede in tutte le dittature, chi si oppone ai progetti del partito unico è considerato “nemico del popolo”, con le conseguenze che è facile immaginare e che più tardi si è scoperto con le “fosse comuni” in cui venivano sepolti gli oppositori veri o presunti. Il Paigc elimina ogni potenziale forma di opposizione come sindacati, associazioni popolari, gruppi giovanili e studenteschi, i pochi fogli di stampa libera che esistevano.

    Dopo l’indipendenza nel 1974, i missionari del Pime si dividono sull’atteggiamento da tenere nei confronti del governo rivoluzionario: 

    1) I “progressisti” pensavano che il Paigc fosse ben intenzionato a servire il popolo e che quindi fosse dovere dei missionari aiutarlo impegnandosi a servizio delle strutture di governo, specialmente nei due settori della sanità e scolastico, subito crollati dopo la partenza degli stranieri e la requisizione delle opere della  Chiesa cattolica. I missionari di questa corrente pensavano che in fondo i capi del partito erano tutti o quasi discepoli delle scuole cattoliche (al tempo dei portoghesi ne esistevano poche altre) e con loro si sarebbe potuto ragionare e influenzarli positivamente, correggendo le cose negative che stavano facendo e di cui tutti erano coscienti. Infatti, fra la quindicina di paesi africani con regime che si proclamava socialista o comunista e marxista-leninista, dipendente dall’Urss e da altri paesi comunisti, la Guinea Bissau è stato ed è il più tollerante nei confronti della Chiesa (ad esempio, il governo di Bissau ha sempre concesso i visti d’ingresso a nuovi missionari e suore).  

    2) I “tradizionalisti”, che erano la maggioranza dei missionari, pensavano invece che la Chiesa non doveva appoggiare né opporsi al governo, ma continuare il suo lavoro di aiuto ai più poveri e di educazione in campo pratico (agricoltura, meccanica, ecc.) e con le scuolette nei luoghi più isolati lasciate sopravvivere dalla requisizione di tutte le scuole. Inoltre, la Chiesa vedeva nella perdita delle sue strutture scolastiche e sanitarie quasi un atto provvidenziale, che obbligava ad impegnare molto di più le poche forze ecclesiali nella formazione cristiana per preparare meglio i battezzati ai valori del Vangelo ed a costruire una società nuova. Compromettendosi con il governo rivoluzionario c’era il rischio, come con i portoghesi, di lasciarsi fagocitare dal potere politico, che ha bisogno della Chiesa, ma poi la strumentalizza.  

     Nel tempo di mons. Pirovano si è verificato in Guinea-Bissau un forte contrasto fra una minoranza di missionari sul posto e la direzione generale dell’Istituto, dovuto a molte cause e ad incomprensioni, ma sostanzialmente a due modi diversi di vedere e di realizzare la missione, in dipendenza da quanto detto sopra. Tema non facile da illustrare. La maggioranza volevano continuare una missione di tipo tradizionale, dedicandosi anzitutto all’evangelizzazione e alle opere di carità, di educazione, sanitarie che erano ancora possibili, anche collaborando nelle opere dello stato (internati, scuole e ospedali), che spesso erano quelle requisite alla missione, ma mantenendo una netta separazione fra stato e Chiesa. Altri tentavano di realizzare una “missione nuova tra il popolo, vivendo con il popolo e come il popolo” e dedicandosi all’aiuto concreto ai più poveri; ma soprattutto sostenendo in molti modi le politiche governative e il governo stesso e quindi finendo per essere presi nella trappola della strumentalizzazione politica e ideologica. Pirovano e la sua direzione questo non potevano tollerarlo.

     Nella parrocchia di Catiò, i padri missionari Pietro Belcredi e Maurizio Fioravanti abbandonano gli edifici della missione e il centro stesso di Catiò, chiudendo la chiesa: vanno a vivere in un centro minore poco distante, Sua, in capanne di paglia come la gente comune. Fioravanti ricorda ( [32] ):  

    Il superiore della Guinea di quel tempo dopo l‘indipendenza, padre Giulio Barlassina ( [33] ) insisteva sulla missione basata sulla ‘kenosi’, incarnazione: essere con il popolo, come il popolo. Diceva che bisogna vivere non sopra gli altri, ma come gli altri, essere uno di loro in tutto. Ma diceva anche: “Io sono conosciuto come il Professore, non posso più vivere come il popolo”. E’ andato in crisi per questo motivo, è stato coerente ed è tornato in Italia.  

     Il padre Pietro Belcredi (oggi missionario a Parintins in Amazzonia), così ricorda quei tempi ( [34] ):

    Noi eravamo dalla parte dei guerriglieri e ci siamo lasciati prendere dai progetti educativi, sociali, sanitari, economici. L’idea era di dare testimonianza di lavoro con la gente, di onestà, di altruismo, che sono valori evangelici. Non è che si lasciasse la preghiera, ma la cosa più importante era aiutare il popolo. La Messa la celebravamo quando c’era la gente alla domenica. A quel tempo c’era l’idea che la preghiera è condividere e aiutare il popolo, il nostro rapporto con Dio era di essere contemplativi nel lavoro, nella generosità verso gli altri. Pretendevamo di essere testimoni di Cristo senza la preghiera o con poca preghiera. Era un’illusione.

    In data 25 gennaio 1975, lettera di Pirovano a Battisti e ai confratelli in Guinea ( [35] ), nella quale dice che la situazione attuale che vivono in Guinea, dopo l’indipendenza, è ottima per ricuperare la loro autentica identità di apostoli di Cristo:

    Ora siete missionari… a pieno diritto e non solo di fatto come prima ( [36] )… A me sembra di vedere la vostra presenza in funzione dell’evangelizzazione. Il governo e il partito sono certamente impegnati per l’Uomo e senza dubbio cercheranno di fare del loro meglio. Ma noi e voi dobbiamo guardare all’Uomo nella sua interezza e non solo nell’aspetto di promozione umana e sociale. Tocca proprio a noi integrare e completare quello che il governo farà per l’uomo, portando all’Uomo e alle Strutture lo Spirito. Il Padre – Dio – vuol essere conosciuto e voi siete il suo strumento: portare Dio all’uomo e l’uomo a Dio. Se questo non lo farete voi, nessun Partito o Governo lo farà: operano in una sfera differente, anche se buona e necessaria. Coraggio, carissimi, affidatevi allo Spirito e siate portatori di Dio a tutti.   

     Un missionario fra i partigiani della Guinea Bissau

     Un discorso che non tutti recepiscono. Un’altra esperienza, incominciata bene ma finita male è quella di padre Lino Bicari, che aveva partecipato al Capitolo del Pime del 1971-1972 e poi trattenuto in Italia per l’animazione missionaria a Firenze, anche perché in Guinea Bissau gli era difficile rientrare essendo sospettato dai portoghesi di intesa con i guerriglieri. Nel gennaio 1974, d’accordo con mons. Pirovano, si incardina nella diocesi di Ivrea perché, come il 28 gennaio 1974 scriveva il vicario generale del Pime padre Ilario Trobbiani a Barlassina,

     ha intenzione di passare dall’altra parte: però come missionario e non per altri fini. Egli dice che anche di là (cioè tra  i guerriglieri, n.d.r.) ci sono persone che hanno bisogno dei sacramenti, della Parola di Dio e dell’aiuto. Questa sua persuasione, maturata da lungo tempo, è diventata definitiva quando i responsabili di quel movimento hanno espresso il desiderio di avere con loro un missionario.

    Il 2 febbraio 1974 padre Bicari, in una circolare a parenti, amici, conoscenti, dice che vorrebbe “chiarire” la sua posizione “sul piano della fede, dell’impegno politico sociale e di aiuto al terzo mondo” ( [37] ):

     Sono un credente e come tale intendo agire ed esprimermi. Sono prete intendo restarlo ed esercitare il mio sacerdozio. Credo nel celibato che ho scelto non solo come stato più opportuno all’esercizio delle mie attività, ma come segno della nostra realtà futura… Sono e voglio restare missionario, cioè portatore del messaggio di Cristo che, se storicamente è stato utilizzato anche come mezzo di alienazione e di oppressione, tuttavia resta per me un seme di lotta di liberazione e base della mia speranza. Le strutture della Chiesa e dell’Istituto così come sono restano per me dei mezzi, degli strumenti più o meno adatti, più o meno necessari per un  vero servizio  all’umanità e quindi  mi rifiuto di accettare ogni loro decisione come oro colato e di collaborare con strutture ecclesiastiche e di Istituto che, nel loro modo di agire, si adeguano alla logica della società terrena, cioè pretendono di presentare e difendere il messaggio cristiano usando o alleandosi ai poteri di ordine politico, economico, militare e culturale.

    Sono poi convinto che l’attuale struttura della Chiesa cattolica ha, lo voglia o no, una grande forza politica, cioè un grande peso nella continuazione della società mondiale e sono convinto che questo potere della Chiesa non sia secondo il Vangelo e che debba gradualmente perderlo; ma dato che ora ce l’ha, lo debba usare solo a favore dei poveri e degli oppressi mettedosi con loro; solo così perderà gradualmente ogni potere di ordine umano; le resterà solo la forza della Parola e diverrà così più credibile.

      Un testo (ma se ne potrebbero citare altri simili di altri missionari non solo dell’Africa) che mostra, da un lato la dedizione e la generosità di padre Bicari nel dedicarsi al popolo guineano, dall’altra l’influsso della cultura corrente in Italia, che finiva per portare lontano dalla Chiesa e, inevitabilmente, dal sacerdozio. Dopo l’indipendenza del paese, padre Lino accetta di diventare un alto funzionario dello stato con l’incarico di  controllare e orientare le scuole e gli “internati” (pensionati) che ospitavano gli studenti delle campagne in città e per mantenere i rapporti del governo con la Chiesa cattolica e i missionari. Padre Angelo Lazzarotto, consigliere di mons. Pirovano nella direzione generale , così ricorda ( [38] ):

     Padre Lino Bicari aveva tante idee sulla Chiesa di Guinea e Pirovano gli dava piena fiducia, perché vedeva che la Chiesa guineana doveva liberarsi dall’ipoteca portoghese; Bicari voleva andare fra i guerriglieri della Guinea Bissau e infatti, d’accordo con mons. Pirovano, si è incardinato temporaneamente nella diocesi di Ivrea da mons. Bettazzi e nel gennaio 1974 è andato in Guinea Conakry con i guerriglieri, assieme al comboniano padre Kizito Sesana. E’ vissuto per mesi in foresta e parlava in portoghese e in criolo dalla radio dei guerriglieri al popolo guineano. Dopo l’indipendenza del settembre 1974, padre Lino si è messo a servizio del governo come alto funzionario. Mons. Pirovano, quando l’ha visto andare talmente al di là del suo essere prete e missionario, non riusciva più a capirlo e ad approvarlo. Per lui era una sofferenza molto forte, perchè Bicari era giovane, pieno di buona volontà e amante del popolo guineano, ma il superiore non tollerava che entrasse nel governo e accettasse in tutto quel che il partito faceva.

      Le circolari di padre Bicari a parenti e amici e le sue lettere conservate in Archivio Pime ( [39] ), dimostrano chiaramente la sua retta intenzione, la sua onestà e dedizione al popolo guineano, la disponibilità a vivere poveramente come il popolo ed a fare grandi sacrifici per il compito affidatogli dal governo di Bissau. Però dimostrano anche che più passavano i mesi e più padre Lino si disaffezionava dalla Chiesa e dal Pime, fino a pensare e scrivere che era marginalizzato e perseguitato dal Pime (cosa per nulla vera);  e fino a scrivere alcune “Note” presentate l’11 maggio 1975 al Commissario per la Giustizia , nelle quali si legge ( [40] ):

    La Chiesa ha come obiettivo di stabilire relazioni diplomatiche ed eventuali accordi col nostro Governo. Ma una presenza giuridica della Chiesa cattolica in questo momento sarebbe piuttosto un pericolo che un aiuto…

     E consiglia di non accettare Nunzi o rappresentanti della Santa Sede perché “vengono qui solo per il potere”; padre Lino dice che non  vuole lottare contro la Chiesa , ma fare in modo che la Chiesa “perda i poteri che ha e conservi solo il potere della verità…”. Testi come questo, scritti con le migliori intenzioni e secondo una mentalità diffusa a quel tempo anche fra i credenti, preoccupavano i superiori e non erano fatti per creare un clima di comprensione con i confratelli, che invece avrebbero voluto, fra un prefetto apostolico portoghese e un governo “consigliato” e finanziato da russi, cubani e tedesco-orientali, un rappresentante del Papa in Guinea. È il cammino che anche altri del Pime, e non solo in Guinea-Bissau, hanno percorso in quegli anni e che Pirovano cercava di frenare o arrestare, tanto più che creavano gravi divisioni nelle comunità dei missionari sul campo. Oggi qualcuno dice che mons. Pirovano aveva agito con troppa forza e decisione e non ha avuto la pazienza di ascoltare, di discutere, di capire i motivi per cui nascevano queste “vie nuove”. Può darsi che sia vero, ma padre Lazzarotto dice, nell’intervista già citata:

     Mons. Pirovano dava fiducia a chi voleva tentare vie nuove, specie nelle missioni. Era stato anche lui un innovatore, un partigiano, uno che non aveva paura del nuovo, ma sempre come prete che pregava. Quindi vedeva bene e si fidava dei giovani, li incoraggiava, li sosteneva anche contro quelli che non approvavano certe novità. Ma quando poi andavano fuori strada riguardo alla preghiera, all’amore alla Chiesa e al Papa, al sacerdozio, allora per lui era una vera sofferenza. Ad esempio, riguardo al gruppo del Giappone, che aveva suscitato in lui e in altri tante speranze per un rinnovamento della missione in Giappone ( [41] ). Aveva mandato Maggi e Toaldo, bravissimi, colti, intelligenti: Maggi gli era stato raccomandato dal card. Siri come uno dei migliori alunni del seminario diocesano di Genova che veniva al Pime già in teologia; e Toaldo, laureato a Parigi e ottimo redattore di “ Mondo e Missione ”, aveva dato tante prove di capacità e di affidabilità! Poi sono usciti tutti e due ( [42] ). Pirovano non li giudicava, anzi era pronto ad aiutarli anche economicamente, a trovare un lavoro da laici per loro e altri nella stessa situazione. Ma il ripetersi di questi casi lo bruciavano nel sostenere le “vie nuove” della missione.

    Io credo che il Signore ha fatto un grande dono a noi del Pime, dandoci, in quegli anni turbolenti e con grande confusione di idee, un superiore come Pirovano. Perché lui era un uomo di Dio, di preghiera, di amore al Papa e alla Chiesa e al Pime, ma anche aperto al nuovo, al cambiamento, incoraggiava le cose nuove anche se a volte non le capiva. Quando non vedeva bene certe cose, diceva: “Lasciamolo fare, diamogli fiducia”. Poi le delusioni e le sofferenze che questi fatti gli hanno portato erano gravissime e lui sapeva decidere.

    Mi rendo conto che la situazione del Pime in Guinea era molto più complicata di quanto si possa sintetizzare in poche pagine: la comunità era radicalmente divisa (Pirovano scrive che “minaccia di diventare un sacco di gatti arrabbiati”) e la radice della divisione era il diverso atteggiamento da tenere nei confronti del governo e del partito al potere. Fra l’altro la divisione si rifletteva nella scelta del superiore regionale, che poteva dare un orientamento alla regione. I missionari ricorrevano alla direzione generale e mons. Pirovano manda il vicario generale e suoi consiglieri sul posto, scrive lettere ( [43] ) invitando ad essere pazienti e dialoganti, ma chiede anche se vogliono un superiore capace di scegliere e guidare o un superiore che sia un “qualunquista”, in modo che ciascuno “sia libero di andare per la sua strada”. Insomma, dice Pirovano, accettate o non accettate “un Superiore”?

    Il 1° dicembre 1976 il vicario generale di mons. Pirovano padre Ilario Trobbiani scrive una lunga lettera ai confratelli della missione di Guinea ( [44] ):

     C’è nella vostra comunità una divisione veramente grave. Nel comunicato congiunto dell’8 agosto la direzione regionale ed io così scrivemmo: “Esiste una grave divisione in seno alla Comunità, espressa attraverso due gruppi in reciproca opposizione, che sviluppano incomprensioni, giudizi, critiche e disagi a livello di persone e di  Comunità”. Qualcuno ha ritenuto esagerate queste espressioni. Io le ritengo espressive della realtà, così come essa mi apparve chiaramente durante la mia visita, specialmente attraverso i dialoghi con i singoli e con i gruppi. Notai allora preoccupanti atteggiamenti di contrapposizione e rifiuto: gli uni non andavano nella casa degli altri; in Bissau si faceva capo a punti diversi e contrapposti di riferimento; ci si  evitava e respingeva reciprocamente; l’uno o l’altro interpretava aprioristicamente atteggiamenti, fatti e detti, senza la preoccupazione di chiarire le cose in un dialogo sereno e appurare la consistenza delle cose. Più ancora che i fatti mi parve che fosse il clima psicologico a rendere insopportabile la vita. Allora, però riscontrai anche elementi di speranza per un superamento della crisi e non esitai ad incoraggiare la direzione regionale a continuare con fiducia nel suo sforzo di dialogo per ricomporre la divisione. Ma ora ho dovuto constatare che siamo al punto di prima, la situazione pare peggiorata e la spaccatura approfondita.

     Tre missionari espulsi dalle Filippine di Marcos (1976)

      Il Pime è entrato nelle Filippine nel dicembre 1968, quando mons. Pirovano accetta l’invito dei vescovi di San Pablo nell’isola di Luzon e di Dipolog nell’isola di Mindanao, che volevano i nostri missionari. Nel 1970, l’arcivescovo di Manila card. Sin invita il Pime nella sua vasta arcidiocesi per mandarlo nella parrocchia dei baraccati di Tondo: così, un anno dopo l’arrivo nelle Filippine, l’Istituto si trova ad avere tre impegni pastorali molto diversi e distanti l’uno dall’altro: la città e parrocchia di Santa Cruz con 60.000 abitanti, dei quali il 40% cattolici e il 60% aglipayani ( [45] ) a 120 chilometri da Manila; nel sud (isola di Mindanao) il distretto di Siocon (diocesi di Dipolog), in ambiente musulmano e tribale animista, isolato e travagliato da guerriglie e brigantaggio, dove la Chiesa è praticamente ancora da fondare; e poi a Tondo, “la maggior baraccopoli dell’Asia” con circa 300-350.000 abitanti nel centro della capitale lungo il mare, che il governo del presidente Marcos sta tentando di spostare nelle estreme periferie. Nei primi dieci anni (1968-1978) l’Istituto manda nelle Filippine 22 padri e due fratelli, uno sforzo di personale notevole che incomincia a produrre buoni frutti.

     I problemi col governo nascono dopo la dichiarazione dello “stato di emergenza” nel 1972 (e poco dopo della “legge marziale”) da parte di Marcos, che assume il potere in modo forte affidando il paese ai militari per combattere l’insurrezione comunista, ispirata e finanziata da Mao Tze Tung, e il separatismo islamico a Mindanao, guidato e finanziato dai “paesi del petrolio”. Nel tempo di mons. Pirovano esplode il “caso Tondo”, negli anni ottanta e novanta vengono alla ribalta le missioni a Mindanao, con il martirio dei due padri Tullio Favali (1985) e Salvatore Carzedda nel 1992.

     A Tondo la situazione umana è miserabile: non la povertà dignitosa dei villaggi rurali, ma la miseria degradata di decine di migliaia di filippini che vivono in baracche affastellate l’una sull’altra, senza strade, senza fognatura e senz’acqua corrente, il sudiciume e la denutrizione, la delinquenza, la prostituzione e la disoccupazione; di più gli “squatters” (baraccati) lavorano nella vicina città di Manila, ma sono disprezzati dai cittadini, i giovani crescono con la rabbia in corpo, nascono bande e conflitti a fuoco: una situazione rivoluzionaria e  “missionaria”, che i missionari del Pime affrontano con coraggio e dedizione ( [46] ). Svolgono azione pastorale, ma anche caritativa e sociale, tentando di coscientizzare la popolazione e organizzarla attorno alla parrocchia.

     La miseria porta violenza. A quel tempo, la parrocchia di San Pablo era una delle tre di Tondo e venne eretta in onore di Paolo VI che nel 1970 aveva visitato Manila e le baracche di Tondo. La parte della baraccopoli affidata ai missionari del Pime era divisa in sei “blocks” (o quartieri) di capanne o casupole, fra i quali c’erano forti rivalità e conflitti, con la media di un morto ammazzato ogni settimana (nessun abitante di un block attraversava il block vicino!). I missionari portano la pace ricuperando le devozioni popolari, con i sacramenti, la catechesi e la formaziome cristiana, ma soprattutto formando i “Community Organizers” per educare i fedeli alla solidarietà e alla collaborazione per progetti comuni che migliorino la vita nei quartieri.. Nel luglio 1973 nasce il “Consiglio pastorale” della parrocchia con vari comitati: liturgia, catechesi, carità, anziani, ammalati, giovani, acqua, scuola, sanità, elettricità, ecc. Il parroco di Tondo, padre Gigi Cocquio racconta ( [47] ):

   Quindici giorni dopo la formazione del consiglio pastorale, c’è la crisi del riso, introvabile. Il governo manda dei camion scortati da militari che nei quartieri vendono il riso a prezzi calmierati. Ma a Tondo non si vede nulla. Andiamo numerosi in Municipio dove molti altri attendono con richieste a nome di questo o quel gruppo. Ciascuno pensa per sé.  Siamo in settanta e andiamo dritti nell’ufficio per la distribuzione dei riso. Un po’ di trambusto, ma non riescono a fermarci: spieghiamo in quale situazione si trovano migliaia di famiglie di baraccati a Tondo. In due ore ci viene assegnato il riso. La gente capisce che l’unità è una forza, ma bisogna superare le antiche rivalità fra i “blocks”. Il giorno dopo, i 70 che sono andati in Municipio si radunano insieme a molti altri: adesso hanno qualcosa di cui discutere e un motivo per fraternizzare. Noi missionari non abbiamo mai preso di petto le divisioni fra i vari blocks: sono scomparse a poco a poco, quanto più crescevano gli interessi e gli impegni comuni.

     Nasce così, al di fuori della parrocchia, la ZOTO (“Zone One Tondo Organisation”) che svolge opera di animazione, aiuto, coordinamento fra i blocks e si estende alle tre zone e parrocchie di Tondo. All’inizio c’era irritazione, poi le autorità si accorgono che ci sono anche i poveracci di Tondo e vari problemi sono risolti. Padre Cocquio ricorda:

     Il sindaco di Manila viene di persona, vede come si vive a Tondo e si scandalizza. Ricordo ancora la data: 4 agosto 1974. E immediatamente dà ordine di far arrivare l’acqua corrente fino alle baracche, con dei rubinetti pubblici. Prima, tutte le mattine bisognava andare con dei secchi a prendere o comperare l’acqua!

     Risultato imprevisto ma forse inevitabile: man mano che aumentano i problemi da risolvere e le manifestazioni (acqua, luce, scuola, assistenza sanitaria, le ditte non pagano ai baraccati gli stipendi minimi stabiliti dalla legge), la Zoto e la parrocchia di San Pablo del Pime incominciano a dare fastidio, tanto più che estendono il loro influsso anche a molti che in chiesa non ci vanno e vivono fuori dei confini parrocchiali. In tempo di ”legge marziale”, era facile accusare i missionari stranieri di organizzare la gente povera contro le autorità. Ma ormai la ZOTO era una organizzazione laica, anche se nata in ambiente parrocchiale. Nel maggio 1974 i cento membri del Consiglio parrocchiale di San Pablo si incontrano con membri delle  altre due zone di Tondo e nasce il “Consiglio della comunità cristiana”, di cui anche padre Cocquio fa parte (eletto dai baraccati). Il 27 novembre 1974 le tre zone di Tondo organizzano una marcia di protesta alla quale partecipano 5.000 persone: padre Cocquio e il padre del Pime Joseph Vancio (americano) sono fermati per alcune ore dalla polizia.

    Nella Quaresima 1975  si svolge a Manila una imponente “Via Crucis” impostata sulle sofferenze dei poveri e di chi soffre ingiustizie. Nascono polemiche e accuse: per esempio che durante le preghiere si sono letti testi marxisti, mentre erano brani tratti dai Salmi! Nell’aprile 1975 una raccolta di firme per la liberazione del senatore d’opposizione Aquino (la cui moglie Corazòn diventerà presidente delle Filippine dopo Marcos) che stava facendo uno  sciopero della fame! Nel dicembre 1975, le manifestazioni di protesta contro la distilleria “ La Tondena ” che dà lavoro a 800 dipendenti, dei quali 300 con regolare contratto, gli altri assunti e licenziati dopo qualche mese! La parrocchia San Pablo sostiene la protesta!

    Molti fatti di questo genere rendono precaria la permanenza del Pime a Tondo. Nel gennaio 1976 la goccia che fa traboccare il vaso è la demolizione della baraccopoli di Tondo e la bonifica di tutto il territorio (finanziata dalla “Banca mondiale”), per costruirvi uffici pubblici e residenze di lusso. I baraccati debbono spostarsi nell’estrema periferia. I comitati dei baraccati di Manila, accompagnati da quattro vescovi, sono ricevuti da Imelda Marcos, moglie del dittatore, e ottengono di rimandare l’operazione. Ma intanto la situazione dei missionari del Pime precipita. Il sabato 24 gennaio 1976 il superiore regionale del Pime nelle Filippine, padre Francesco Alessi, e il parroco di Tondo, p. Gigi Cocquio, sono arrestati e cinque ore dopo imbarcati sull’Air France diretta a Parigi e poi a Roma.

     Mons. Pirovano parla a tutti i vescovi filippini

     Mons. Pirovano era nelle Filippine dal 2 gennaio, visita i missionari di Tondo che lo portano a vedere la baraccopoli e Pirovano dice loro ( [48] ) che la zona di Tondo presenta “aspetti disumani, peggiori perfino delle favelas di Rio de Janeiro e di San Paolo”; e aggiunge:

    Questi piani urbanistici si fanno in tutto il mondo; d'altra parte la vita di questa povera gente non può andare avanti in condizioni così disumane. E' giusto lottare per difendere i loro diritti. Bisogna ottenere dalle Autorità che prima di evacuarli da questi loro tuguri, siano preparate delle aree attrezzate, cioè una zona dove ad ogni famiglia sia dato un piccolo appezzamento di terreno sul quale costruire la propria baracca e domani la propria casa. Hanno bisogno di luce, acqua e fognature, occorre che ci sia una buona strada e autobus, perché questa povera gente vive per la massima parte con un lavoro manuale saltuario, e dovranno andare ogni giorno a Manila per vivere....

    Perciò consigliava di non opporsi in modo frontale all’inevitabile risanamento della zona, ma pretendere che il governo prepari spazi attrezzati per ricevere tutti questi poveri. I padri erano abbastanza d'accordo. L’8 gennaio Pirovano visita il Nunzio mons. Bruno Torpigliani, al quale il ministro degli esteri Carlos Romulo aveva detto che i due missionari del Pime non erano più graditi al governo e, per evitare una loro espulsione, era meglio che partissero di propria volontà. Pirovano dice al Nunzio che “prima di vedere l’opportunità di parlare loro di un eventuale rimpatrio, deve avere in mano le accuse specifiche e le prove di queste accuse”. Il Nunzio è d'accordo, aveva anche lui risposto così al ministro e assicura Pirovano che avrebbe riferito la sua risposta, chiedendo che le eventuali accuse fossero specificate e comprovate per iscritto. Il 13 gennaio Pirovano parte per Zamboanga e l’isola di Mindanao. Così continua la sua relazione citata:

     Domenica, 25 gennaio ero ancora a Siocon, assieme a p. Biffi e altri missionari aspettando di poter ritornare al nord. Ero là già da una settimana ma non c'era una barca che salpasse per Zamboanga. Al pomeriggio della domenica ricevevo un telegramma da p. Vancio: i padri Alessi e Coquio erano stati deportati ed erano partiti sabato sera con l'Air France per Roma! Dovemmo attendere fino alle 11 di quella sera per poterci imbarcare di nuovo, ma la barca partì solo verso le 4 del mattino seguente. Il viaggio fu molto difficile e stancante, e arrivammo a Zamboanga al pomeriggio del lunedì, verso le quattro. I nostri di Ayala ( [49] ) sapevano già la notizia. Passammo quel lunedì sera assieme, parlando del fatto, e solo il giorno seguente potemmo prendere l'aereo per Manila, dove arrivammo verso le sette di sera.

      Quando i confratelli di Manila hanno saputo che Alessi e Coquio erano stati portati via dalla polizia, p. Renato Contis telefona al Nunzio che va subito in auto col suo segretario mons. Celli al campo Cramer (dei prigionieri politici). Vi rimane dalle 15 alle 18, cercando invano di sapere dove si trovano i due padri, che intanto, portati all'aeroporto, ricevono i loro passaporti e un po’ di dollari, con una giacca ciascuno perchè non avevano nulla (ciabatte ai piedi!); ascoltano le accuse in base alle quali sono mandati via e alle 18,15 imbarcati su un volo dell’Air France, accompagnati da due agenti.

      Il Nunzio intanto, convintosi che non si trovavano al campo Cramer o in carcere, verso le 18 si reca all'Ufficio del “Commissioner of Immigration”; gli dicono che i due padri sono all'areoporto, vi si reca ma giunge dopo le 19. Sulla lista dei passeggeri dell'Air France non risultano i loro nomi, ma un poliziotto conferma che sono stati imbarcati. Arrivato a Manila, Pirovano va dall’ambasciatore italiano, che era completamente all'oscuro della vicenda; manda il suo primo segretario per chiedere spiegazioni e gli dicono che i due padri risultano essere gli organizzatori della grande “Convention” popolare del giorno prima per la quale il governo aveva temuto disordini; e che i due erano da tempo seguiti perché avevano partecipato a vari scioperi, radunato gente non solo per pregare, ecc.

     Secondo la polizia, era stata offerta ai due l’alternativa di essere giudicati e di andare in carcere con una condanna minima di 12 anni o partire subito per l’Italia; essi avrebbero scelto di tornare in Italia. Mons. Pirovano, avendo parlato per telefono con i padri Alessi e Cocquio che si trovavano già a Roma, afferma che hanno smentito questa versione. Ma l’ambasciatore non può protestare perché non esiste nessun decreto di espulsione….

     In quei giorni i 64 vescovi filippini erano riuniti a Baguio, per un incontro della Conferenza Episcopale. Il 29 gennaio mattino Pirovano va in pullman con padre Egidio Biffi a Baguio (città turistica a 230 km . da Manila); prima incontra il Consiglio di Presidenza e chiede di parlare a tutti vescovi; così egli racconta cosa ha detto ai vescovi il giovedì 29 gennaio mattino, presenti anche il Nunzio e padre Biffi:

     Il mio discorso è stato molto chiaro e anche molto forte; all'inizio ho detto che mi rendevo conto che per me era difficile poter parlare con cognizione di causa, essendo straniero; ma chiesi che mi vedessero anche come vescovo, come fratello loro, e mi scusassero quindi se, come vescovo, mi permettevo di dire loro quello che ritenevo giusto che la Conferenza Episcopale dovesse fare:  

      1) Anzitutto, occorre prendere posizione per le ingiustizie commesse a Tondo. "Certo voi vescovi non dovete avere timore di dire pubblicamente che approvate il piano di risanamento urbanistico della zona di Tondo, perché non si può bloccare l'espansione di Manila; però prima che queste famiglie siano mandate via dal luogo dove, bene o male, hanno un tetto di lamiera, è indispensabile che sia preparato il luogo dove dovranno sistemarsi, in modo che questa povera gente possa avere un pezzo di terra per ogni famiglia, l'acqua, la luce, le fogne e comunicazioni decenti con la grande Manila. La situazione umana a Tondo, ho detto senza esitazione, è peggiore a quella delle favelas che io conosco alla periferia di Rio de Janeiro e di San Paulo: non è giusto lasciarli vivere così; ma è ancora peggio gettarli via di lì senza dar loro niente. Noi vescovi non dobbiamo limitarci a fare delle affermazioni di principio sulla giustizia, ma ad un certo punto dobbiamo localizzare certe concrete situazioni e denunziarle. Sento il dovere di parlare di questo che considero un problema prioritario vostro: non è giusto che questa gente viva così e sia trattata così...”.

     Questo è il primo punto su cui insistetti. P. Biffi poi commentava che il Nunzio traduceva le mie affermazioni magnificamente bene e con molta forza; anch'egli infatti le condivideva e probabilmente era contento dell'occasione che gli offrivo per battere forte su certi punti. Oggi infatti la posizione di Nunzio è tanto delicata; una volta magari comandava, mentre oggi deve limitarsi a mostrare interesse, indicare, suggerire... con molto tatto.  

     2) In secondo luogo insistetti sui diritti dell'uomo: “Risulta che il governo non rispetta sempre il diritto alla difesa, sacro ad ogni uomo. Padre Gigi Cocquio mi diceva che a volte la polizia accetta il principio della difesa, ma non sempre è così e anche nel caso dei due nostri padri non è stata concessa alcuna assistenza legale, in violazione ad uno dei fondamentali diritti umani. Anche per questi casi, i vescovi non possono limitarsi ad enunciare dei principi generici, ma devono preoccuparsi che i principi siano applicati ai casi concreti”.  

    3) Come terzo punto parlai dei nostri padri: "So bene, dissi loro, che quando succedono dei fatti come questi, è ben difficile che il governo si rimangi una decisione presa tanto clamorosamente. Per questo non pretendo che i vescovi facciano la guerra perché i miei due missionari abbiano ad essere riaccettati nelle Filippine. Quel che mi pare più importante è la prima questione accennata sopra, perché è la causa di tutto il resto. Se poi il governo accetta di discutere e modificare la sua politica per assicurare che non si ripetano casi di violazione dei diritti umani, allora si potrà anche insistere con una petizione perché i due siano richiamati per essere processati".

     La riunione dei vescovi filippini con mons. Pirovano durò un paio d'ore, dalle 10 alle 12. Al pomeriggio di quel giovedì 29 gennaio, i due o tre vescovi che avevano chiesto di incontrare personalmente Pirovano organizzano un altro incontro:

    C'erano in tutto 15 vescovi, che erano amici dei nostri missionari e interessati a conoscere i particolari della vicenda. In genere conoscevano bene l'italiano: il p. Biffi era sempre presente a dare una mano. Essi volevano partire subito a discutere l'argomento della difesa dei padri; ma anche a loro io ripetei che per me l'importante era, prima ancora della difesa diretta dei nostri due, un'azione coraggiosa e pubblica da parte dei vescovi in favore della giustizia e dei diritti degli abitanti di Tondo. La sera, quei vescovi amici mi chiesero se sarei stato disponibile il giorno dopo per parlare alla sessione plenaria della Conferenza se questa avesse deciso di sentirmi. Io mi rifiutai dicendo:

    “La mia persona non è  la prova delle ingiustizie sulle quali io richiamo la vostra attenzione e per le quali io chiedo il vostro intervento. La realtà è che da Tondo gli squatters stanno per essere espulsi; già hanno portato via moltissime famiglie, migliaia, a blocchi: questo è persino scritto sui giornali e non sono io che devo provarvelo. Che i due padri siano stati espulsi senza che sia data loro alcuna possibilità di difendersi, lo sa l'Arcivescovo Sin, lo sa il Nunzio e lo sapete tutti: non è quindi la mia presenza che prova questi fatti. Tocca ora a voi vescovi decidere davanti a questi fatti concreti che cosa dovete fare. Si deve passar sopra alla cosa o intervenire? E in che modo? In tutto questo, che io ci sia o meno non interessa tanto, perché è una decisione che tocca a voi vescovi prendere in piena responsabilità e autonomia”.

       La Conferenza episcopale protesta per l’espulsione dei due missionari

    Il venerdì mattino 30 gennaio Pirovano ritorna in autobus a Manila e il giorno seguente si incontra ancora con vari vescovi, fra i quali mons. Labayen e mons. Claver, i quali raccontano che la Conferenza Episcopale aveva discusso, e alla fine aveva deciso a forte maggioranza di presentare una protesta al governo per l’espulsione dei due missionari. Mons. Gaviola, incaricato di seguire i problemi dei baraccati di Manila, aveva spiegato che per la sistemazione dei baraccati del Tondo il governo aveva preparato un piano di sistemazione e già stanziato delle forti somme.

     Questo l'aveva detto anche in seno alla riunione del Consiglio di Presidenza a cui avevo partecipato pure io; gli avevo chiesto se aveva potuto verificare che veramente i baraccati portati via da Manila erano stati inseriti in luoghi corrispondenti a questi piani. Mons. Gaviola, che è anche molto amico dei nostri e di cui anche p. Gigi aveva molta stima, ammise: "E' vero, in realtà ci sono state grosse difficoltà per realizzare quei piani: in un primo tempo avevano previsto di assegnare 200 mq. di terra per ogni famiglia, su cui potessero costruire la loro casetta, ma poi i mq. erano stati ridotti a 96, e non sempre le aree erano pronte..." Al che io avevo insistito: con il Governo è giusto esigere che "prima preparino le aree e poi procedano ai trasferimenti".

     La protesta che denunziava la violazione dei diritti della persona umana, contro la deportazione o condanna senza possibilità di difesa, era stata approvata a larga maggioranza dalla Conferenza Episcopale, con 54 voti su 64. Avevano anche deciso di costituire una commissione di cinque vescovi per studiare la situazione degli "squatters" di Tondo. Il Card. Rosales si rendeva interprete delle preoccupazioni dei vescovi con una lettera indirizzata a tutti i missionari. Il 2 febbraio mons. Pirovano, accompagnato da padre Biffi, incontra in Nunziatura il “Commissioner of Immigration”, alla presenza del Nunzio che traduceva:

     Il Commissioner Edmundo Reyes ripeteva: ho interrogato a lungo i due padri, facendo loro ascoltare delle registrazioni, mostrando documenti e fotografie; e li ho invitati a scegliere tra la prigione e la partenza volontaria. Io gli contestai che i due padri mi avevano telefonato da Roma: erano stati interrogati solo per 15-20 minuti ciascuno, durante i quali erano state lette delle accuse (diverse per l'uno e per l'altro), di aver organizzato una dimostrazione davanti all'ambasciata di Corea, di aver partecipato e animato scioperi in qualche fabbrica, ecc.

    Chiesi di avere copia di queste accuse, ma soprattutto le prove. Reyes mi rispose che il fascicolo con la documentazione delle accuse e delle prove era già stato ritirato dai militari, che avevano deciso la deportazione in base alla legge marziale. Insistetti: "Io sono il Superiore responsabile di questi due padri: oltre ad essere uomini con i loro diritti inalienabili, essi sono anche preti, ed io sono vescovo. Per questo ho il dovere di fare con loro un discorso molto concreto e basato sui fatti, per verificare l'attività svolta finora; devo poter dire loro che li approvo al 100% o che non li approvo per nulla!... Ma in base a fatti precisi non accuse generiche e non provate".

     Allora il Commissioner Reyes si è impegnato di fronte al Nunzio a farmi avere copia delle accuse formulate contro di loro dal governo e le relative prove; e il Nunzio mi ha assicurato che non appena riceverà questa documentazione me la invierà. Al Commissioner ho chiesto ancora: "Che possibilità ci sono che questi due miei preti possano un giorno ritornare nelle Filippine?". Risposta  categorica: "No! è impossibile". Ho girato la domanda ripetendola in altra maniera, ma la risposta è stata la stessa. Allora ho chiesto: "Ho sentito che il governo starebbe pensando ad una nuova policy verso i missionari stranieri, con la scusa che il popolo delle Filippine è cattolico e quindi  non ha bisogno di questi padri stranieri. Cosa c'è di vero in queste voci...". "Assolutamente niente di vero”, mi rispose con fermezza. “Anzi, se lei ha dei padri da mandare qui subito per rimpiazzare quei due che sono partiti o anche di più, li può mandare". Ho insistito ripetendo la domanda per ben tre volte con altre parole, ma mi ha sempre dato la stessa risposta.

     Allora passai ad un altro argomento: "Dico anche a lei quel che ho detto ai vescovi a Baguio, pregandola di farsi mio ambasciatore presso il governo, dato che non prevedo di poter incontrare il Presidente Marcos né Lady Imelda. Come uomo e come vescovo posso dire che approvo il piano per l'ampliamento di Manila, ma sono profondamente convinto che è necessario preparare l'area dove si trasferiranno i baraccati, prima di rimuoverli. Lei sa meglio di me che qui nelle Filippine c'è un forte movimento comunista di ispirazione sia maoista che russa; i comunisti si presentano come paladini della giustizia e difensori di coloro che sono oppressi dalle ingiustizie. Perché aver tanta fretta di abbellire Manila a scapito della povera gente? So che voi vorreste realizzare i vostri piani per ottobre, quando si radunerà qui il Fondo Monetario Internazionale; se questo non sarà possibile, fatene una parte soltanto... l'uomo viene prima dei piani!... Solo agendo con giustizia, potete disarmare la mano dei comunisti. Scusi se parlo così, ma sono convinto che il modo giusto per migliorare la sorte del vostro popolo è proprio di applicare la giustizia!...". Così si è chiuso il mio incontro con il Commissioner Reyes.

    Le parole di Pirovano al Commissioner erano deliberatamente forti, diceva lo stesso, “perché sapevo che in altre occasioni una chiara presa di posizione delle  autorità ecclesiastiche aveva dato qualche risultato, anche nelle Filippine”. Giovedì 5 febbraio, Pirovano va con i padri di Tondo (Albert Booms e Renato Contis) e con padre Biffi dall'arcivescovo Sin per discutere il da farsi. Mons. Sin, pur riaffermando la sua stima per i due padri, specialmente per padre Gigi, ricordò che anche alla Conferenza Episcopale, la settimana precedente, alcuni vescovi avevano espresso delle riserve su certi loro atteggiamenti. E così per le attività dei nostri a Tondo in favore dei baraccati e per certi loro modi nel sostenere i loro diritti; qualcuno diceva che c'erano state delle esagerazioni, che essi erano andati al di là di una certa linea che i vescovi vogliono tenere. I due missionari erano stati avvertiti di non attaccare personalmente le autorità dello stato, di non prendere in giro la polizia e i militari...

     Rispondendo alle domande dei missionari di Hong Kong presenti ( [50] ), mons. Pirovano afferma che “è difficile giudicare, perchè i padri di Tondo ( [51] ) vivono sempre sotto pressione, a contatto con tante miserie. E conoscendo il temperamento impulsivo e generoso di padre Gigi, non ci si può meravigliare che egli condividesse così intensamente le sofferenze e le ingiustizie della sua gente. Per cui, quando uno gli diceva di moderarsi un poco, non lo prendeva sul serio; gli avevo detto anch'io che stesse attento al suo modo di parlare, perché era probabile che ci fossero delle spie anche tra quelli stessi che frequentavano la parrocchia.... ma niente da fare!

    “D'altra parte per questa sua esuberanza e generosità Gigi era ben voluto da tutti. Mons. Sin disse che più d’una volta non aveva mancato di raccomandare a p. Gigi di usare prudenza nel suo linguaggio e da parte di qualche vescovo erano state espresse delle riserve anche più generali su certi impegni sociali dei preti e dei missionari. All'interno della Conferenza Episcopale filippina, abbastanza vivace e impegnata, alcuni vescovi hanno paura che la situazione delle Filippine dopo Marcos possa essere peggiore di adesso, per cui tendono a smussare gli angoli e a non esasperare i conflitti .... Alcuni si dicono anche preoccupati  per certe voci che circolano sulla vita privata dei nostri, su certi collegamenti che p. Alessi avrebbe con movimenti "underground" (sotterranei [52] ), su grossi finanziamenti incontrollati, per certe iniziative sociali, ecc. Pirovano ha sempre risposto: "Non posso credere a tutto questo solo per delle generiche voci; voglio vedere le prove della colpevolezza dei miei padri...". Così Pirovano termina la sua relazione sulle Filippine ai missionari di Hong Kong: 

     Ad Hong Kong ci sono gruppi di studenti che stanno organizzando dimostrazioni, sperando di costringere il governo filippino a riprendere indietro i nostri due. Sono convinto che è tempo perso. Se venissero a chiedermi la firma per delle proteste in favore dei nostri due confratelli, la negherei perché sono convinto che queste dimostrazioni di piazza non faranno che irritare le autorità e io non voglio aggravare la situazione di chi ha deciso di rimanere nelle Filippine per continuare ad aiutare i poveri secondo le possibilità.

     D'altra parte non vorrei che si trattasse anche qui di una strumentalizzazione  a senso unico. Io approvo, dicevo un giorno a p. Gigi, quello che avete fatto in difesa di quel poeta cristiano della Corea del Sud che era stato arrestato, protestando davanti all’ambasciata coreana. Ma non avete mai protestato contro le ingiustizie commesse nella Corea del Nord? Non sono ingiustizie anche quelle? E non parliamo dei massacri che avvengono in Cambogia e dell'espulsione dei missionari dal Vietnam... Chi protesta per loro? Se siamo contro le ingiustizie, non protestiamo solo contro quelle che si possono definire di destra! Il prete ed il missionario devono essere "giusti" della giustizia di Dio e mutuare la loro sete di giustizia da Gesù Cristo e non dai partiti, dai sistemi di governo e dalle ideologie.

    Mi sono dilungato su questo caso delle Filippine, perchè nel Pime erano nate delle voci (e se ne parla ancora quando si ricordano quei tempi) secondo le quali Pirovano non aveva fatto tutto il possibile per salvare i due padri dall’espulsione e i due espulsi non erano stati accolti all’aeroporto da nessuno. Questo non corrisponde a verità. Pirovano sapeva essere forte con i missionari che mentivano o andavano fuori strada, per richiamarli all’osservanza dei loro impegni liberamente assunti; ma era forte anche quando parlava, in difesa dei suoi missionari, con  le autorità di qualsiasi genere, come in questo caso delle Filippine e in altri casi non così ampiamente documentati ( [53] ).



[1] Non mancavo di protestare per questo orientamento, anche con una lunga lettera a don Giussani, che però con la Jaca Book non  c’entrava per nulla: anche lui era impotente.ad arrestare una deriva culturale così grave, in quelli che erano e ancora si dichiaravano suoi discepoli.

[2] Si veda in Massimo Camisasca, “Comunione e Liberazione – La ripresa (1969-1976), San Paolo 2003, il paragrafo sulla Jaca Book alle pagg. 214-219.

[3] “Il Vincolo”, n. 99. luglio-settembre 1970, pag. 107.

[4] Mi aveva nominato “perito” dell’Ad Gentes Giovanni XXIII all’inizio del 1962. Si veda quella mia esperienza di “perito” della missione alle genti nel mio volume “ La  Missione Continua – Da cinquant’anni a servizio della Chiesa e del terzo mondo”, San Paolo 2003,  “La genesi laboriosa dell’Ad gentes” alle pagg. 58-69.

[5] E’ spassoso pensare che trent’anni fa molti, anche fra i cattolici, si dichiaravano “socialisti”, oggi anche gli “ex-comunisti” si dichiarano “liberali”! Tanto cambiano le mode politiche e culturali del mondo…..

[6] Negli anni ottanta, sono stato invitato dal direttore di una importante rivista missionaria ad un convegno estivo di tre giorni sui contenuti di quella rivista. Ci sono andato con padre Costanzo Donegana, professore di storia della Chiesa e focolarino (oggi missionario in Brasile). Erano presenti i redattori e collaboratori della rivista. Richiesto del mio parere, ho detto chiaramente quel che pensavo: la stampa missionaria deve rappresentare la missione della Chiesa e la vita dei missionari sul campo, che vanno ad annunziare Gesù Cristo; e aggiungevo che quella  rivista non mi pareva su questa linea, mancava Gesù Cristo, mancava la Chiesa. Un redattore mi dice: “Mi spiace che tu fai questi discorsi integristi, superati dopo il Concilio”; un altro chiede: “Ma di quale Cristo tu parli? Quello dei  Sinottici o di Giovanni o di Paolo?”. Donegana gli risponde: “Tua mamma, quando va a fare la Comunione , quale Gesù riceve?”.  Il discorso conclusivo dello stesso direttore non ci era piaciuto per nulla. Discutendone con lui gli ho detto: “Ma il tuo superiore approva queste tue idee?”. Mi risponde. “Non mi ha mai rimproverato nulla. Scrivigli pure e dimmi cosa ti risponde”. Ho scritto lungamente a quel superiore generale, con una relazione documentata su quei tre giorni e sui contenuti della rivista. Mi risponde con un biglietto di poche righe: “Grazie che sei andato, ma non voler giudicare gli altri, non volere che tutti siano come sei tu: lascia che ciascuno faccia la sua ricerca e scelga la sua strada”. Pochi anni dopo, quel direttore della rivista e alcuni suoi stretti collaboratori sono poi usciti dal sacerdozio. Dico questo solo per far capire in modo molto concreto com’era l’atmosfera di quei tempi, che i più giovani non conoscono. Non pochi vescovi e superiori generali, pro bono pacis o perché non avevano la forza di intervenire, lasciavano correre oppure erano almeno in parte d’accordo con tendenze che senza dubbio non rappresentavano né la Chiesa né il Concilio Vaticano II.

[7] “Il Vincolo”, n. 100, ottobre-dicembre 1970. A pagg. 142-143 sono riportate la decisione del superiore generale riguardo ai chierici che chiedevano di poter vivere fuori del seminario e il testo “Direttive e orientamenti per i seminari teologici di  Milano e di Monza” (firmato da padre Ovidio Nebuloni, regionale di Milano e delegato del superiore generale per il  seminario teologico), molto interessante per capire l’atmosfera e le situazioni che si vivevano nei seminari di quel tempo.

[8]   “Documenti capitolari”, Pime 1972, nn. 637, 638, 639.

[9] “I gruppi di teologia fuori del seminario”, in “Il Vincolo”, n. 105, settembre-dicembre 1972, pagg.  111-113.

[10] AGPIME I, 12, pagg. 221-223.

[11] Vedi “Il Vincolo”, n. 100, ottobre-dicembre 1970, pagg. 141-142.

[12] Intervistato a Milano il 25 marzo 2007.

  [13]   Intervistato a Milano il 27 marzo 2007.

[14] ) AGPIME XXXII, 22, pag. 89

 14 “Il Vincolo”, n. 109, gennaio-aprile 1974 pagg. 23- 24. Mi sono permesso di sintetizzare la lunga lettera che entra in tanti particolari per noi superflui..

[16] “Il Vincolo”, n. 109, gennaio-aprile 1974, pag. 23.

[17] AGPIME I, 35, pag. 639. Già nella Relazione sulla formazione al Capitolo del 1971-1972 (AGPIME, I, 12, pagg. 197-201) mons. Pirovano citava il n. 22 delle Costituzioni, secondo il quale il PimeQuelloche comoreso oggiQ

 “professa illimitata devozione, profondo attaccamento, amore e venerazione al Sommo Pontefice… sottomissione assoluta e obbedienza filiale a tutte le disposizioni della Santa Sede”; e continua condannando il diffondersi, fra i giovani dei seminari, di “un eccessivo ‘orizzontalismo’ con un risvolto di ironia verso tutto ciò che è tradizionale e che si appella a principi di fede e di ascetica. Anche la parola del Papa conta poco!”. .

[18]   Vedi “Atti del Consiglio plenario, Roma 1975” , Roma 1975, pag. 22; opuscolo in  AGPIME, I , 35, pag. 514.

[19] Vedi: Roberto Beretta, “Il lungo autunno - La controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1968, il capitolo II su “L’autunno caldo della Cattolica”, pagg. 22-34; e anche i tre capitoli seguenti che continuano la storia della “contestazione” a Milano (pagg. 35-73), raccontando storie clamorose che oggi nessuno più ricorda.

[20] AGPIME III, 20, 461-462.

[21] Anche perché l’Istituto avrebbe dovuto versare una forte somma ai Domenicani che avevano costruito parrocchia e casa canonica, che comunque erano e rimanevano proprietà della diocesi! Si legga la lunga relazione da Formosa     (Taiwan) in APIME III, 20, 405-411.

[22] AGPIME III, 21, 685-707.

[23] . Vedi Piero Gheddo, "Protesta per le torture in Brasile", in "Mondo e Missione", marzo 1971, pag. 154.

[24] . Vedi intervista di Silvano Stracca con mons. Pirovano pubblicata da "Avvenire" il 22 marzo 1971 e ripubblicata da "Il Vincolo", n. 42, aprile-giugno 1971, pagg. 48-50 (vedi anche la cronaca della vicenda di padre Vicini in "Il Vincolo", n. 101, gennaio-marzo 1971, pagg. 10-12) e vari fascicoli di “Mondo e Missione” di quell’anno.

[25] . Padre Vicini e Yara Spadini sono poi stati incriminati di "attività sovversive aventi per scopo di indisporre la popolazione nei confronti dell'autorità". Il 31 marzo 1971 p. Vicini è condannato a sei mesi di carcere da un tribunale militare, ma poi assolto dal tribunale militare superiore. L'avvocato ha dimostrato che quel che era scritto in quel foglio trovatogli in mano corrispondeva a verità. Sui processi subiti da p. Vicini vedi i due articoli in "Mondo e Missione", maggio 1971, pag. 282-283, e ottobre 1971, pag. 493.

[26] Intervistato a Milano il  marzo 2007.

[27] Espressione dialettale lombarda per dire che uno vale poco, è un ignorante che non capisce le situazioni. Pirovano la usava spesso parlando familiarmente.

[28] Si veda: l’edizione integrale in Piero Gheddo, “Missione Brasile – I 50 anni del Pime nella Terra di Santa Croce (1946-1996)”, Emi 1996, pagg. 166-171.

[29] Vedi Piero Gheddo, “Missione Bissau – I 50 anni del Pime in Guinea-Bissau (1947- 1997” , pag. 145.

[30] “Quaderni di Infor-Pime”, n. 1, dicembre 1972, pagg. 44-46.

[31] Padre Ermanno Battisti dice in una intervista (Bissau, 25 febbraio 1997), che la formazione ideologica marxista-leninista, impartita in tutte le scuole, era fatta all’africana, cioè “in realtà non ci credeva nessuno, anche se aveva un influsso negativo sui giovani”.

[32] Intervistato a Bissau il 1° marzo 1997. Vedi Piero Gheddo, “Missione Bissau – I cinquant’anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997)”, Emi 1997, pagg. 200-204.

[33] Già insegnante di  Sacra Scrittura e poi padre spirituale nel seminario teologico del Pime a  Milano.

[34] Intervistato a Milano il 16 aprile 1997. Vedi P. Gheddo, “Missione Guinea – I cinquant’anni del Pime in Guinea-Bissau (1947-1997), Emi 1997, pagg. 203-204.

[35] AGPIME XXXV, 6, pagg. 425-427.

[36] Perché sotto i portoghesi, che consideravano la Guinea Bissau e le altre colonie come “territori d’oltremare” del Portogallo, la qualifica di “missionari” non era riconosciuta.

[37] AGPIME, Titolo 100, cartella 1146, 02, 301.

[38] Intervistato a Roma il 12 marzo 2007.

[39]   AGPIME 100,  cartella 1146, 02 e 04.

[40] AGPIME, 6, pagg. 453-455.

[41] A Tojyo un gruppo di quattro giovani missionari erano andati a vivere in un appartamento  fuori dall’Istituto, lavorando per mantenersi e fare un’esperienza nuova di inserimento nella società giapponese. Due poi sono rientrati e due usciti.

[42] Sul “Gruppo di Tokyo” vedi la conclusione di mons. Pirovano nella Lettera ai missionari del Giappone riprodotta nell’ultimo capitolo di questo libro; e la lunga e interessante relazione del vicario generale padre Ilario Trobbiani, “Il Vincolo”, n. 115, gennaio-marzo 1976, pagg. 14-30.

[43] AGPIME XXXV, III, 6, 529, 535.

[44] AGPIME, XXXV, III, 6,  797-821, la citazione a pag.. 803..

[45] Nel 1901 il sacerdote cattolico Gregorio Aglipay, che combatte il colonialismo spagnolo, fonda la “Chiesa indipendente filippina”, che oggi è una delle più forti denominazioni cristiane nel paese, una setta religiosa fra le tante.

[46] Franco Cagnasso, “Filippine: una Chiesa si converte”, “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pagg.. 637-658; Pietro Geremia, “Tentativo per una parrocchia auto-sufficiente”, “M. e M.”, dic. 1975, pagg. 659-662; Franco Cagnasso e Gigi Cocquio,  “Tondo: è possibile una Chiesa dei poveri”, in  “M. e M.”, novembre 1976, pagg.  571-592.

[47] Franco Cagnasso e Gigi Cocquio, “Tondo: è possibile una Chiesa dei poveri”, “ Mondo e Missione ”, novembre 1976, pag. 580.

[48] “Espulsione dei padri Alessi e Cocquio dalla Filippine”, conversazione di mons. Pirovano ai missionari di Hong  Kong  il 9 febbraio 1976 trascritta dal registratire, in  “Il Vincolo”, n. 116, aprile-luglio 1976, pagg. 72-77.  Si veda anche “Il Vincolo”, n. 115, pagg. 30.32, il resooconto dell’arrivo a Roma dei due eepulsi il 25 luglio, accolti da p. Angelo Lazzarotto all’aeroporto..

[49] Parrocchia affidata al Pime nella città di Zamboanga.

[50] All’incontro con i missionari del Pime ad  Hong Kong il 9 febbraio, già citato: “Il Vincolo”, gennaio-aprile 1976.

[51] Nello stesso anno 1976 viene espuso dalle Filippine anche il padre americano del Pime Albert Booms,che era parroco a Tondo dopo Cocquio.

[52] Ricordo molto bene che padre Alessi, ritornando a Milano dopo l’espulsione dalle Filippine, venne a trovarmi dicendo che da molto tempo era in contatto con il partito comunista filippino perché diceva che “i comunisti sono gli unici che sanno organizzare,coscientizzare e animare la gente per ottenere il rispetto dei  loro diritti”.

[53]   Si veda anche la lettera molto lunga e concreta che Pirovano aveva indirizzato ai missionari delle Filippine dopo la sua visita nel 1976, “Il Vincolo”, n. 116, aprile-luglio 1976, pagg. 55-62.