PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

VI
FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA   (1978-1991)

Pirovano rifiuta di ridiventare vescovo di Macapà
Con Candia a Marituba fra i lebbrosi (1978)
Da «anticamera dell' inferno» a «villaggio della pace»
Aristide ottiene che Giovanni Paolo II visiti Marituba (1980)
La “Fondazione Candia” continua ad aiutare Marituba
Il 1984 è l’anno dei grandi progetti
Gli ultimi anni ruggenti (1985-1988)
Grandi progetti prima di lasciare (1988-1989)
Gli ultimi anni in Amazzonia (1989-1991)
“Mi considero il nonno di Marituba”

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO VI
FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA
(1978-1991)  

     Terminati i suoi dodici anni di superiorato (1965-1977), nell’ottobre 1977 mons. Pirovano si ritira nella casa di riposo del Pime a Rancio di Lecco (Como) per un momento di riflessione e in attesa di sapere cosa deve fare nel prossimo futuro. Naturalmente un personaggio come Pirovano, nel pieno delle sue forze (aveva 62 anni), non poteva pensare di fare il vescovo “emerito” o pensionato. Lui stesso si poneva il problema e si orientava ad un impegno missionario di base, cioè a stretto contatto con il popolo più semplice, perché, diceva e scriveva, fin da quando era diventato sacerdote, e soprattutto dopo che era andato in missione e poi da superiore generale, aveva sempre dovuto comandare. Ora propone a se stesso di andare in missione, in qualsiasi missione, ma senza dover comandare: voleva finalmente fare il prete di parrocchia. Altri invece, che l’avevano ammirato come superiore del Pime, ponevano gli occhi su di lui e tentano di orientarlo in diverse direzioni.

      Pirovano rifiuta di ridiventare vescovo di Macapà (1971)

        C’è un fatto significativo da ricordare come premessa a questo capitolo. Nell’aprile 1971, un mese prima che incominciasse il Capitolo straordinario di agiornamento post-conciliare (e quindi Pirovano scadeva da superiore generale), mons. Umberto Mozzoni, Nunzio Apostolico in Brasile, gli scrive dicendo di aver ricevuto una lettera confidenziale di mons. Giuseppe Maritano, Prelato di Macapà, il quale gli “apriva il suo cuore” e diceva di non sentirsi “all’altezza del suo compito e che intenderebbe ritirarsi e svolgere il suo apostolato nel lebbrosario di Manaus. Afferma inoltre che Vostra Eccellenza, che fu di Macapà il primo zelante Prelato, sarebbe l’unica persona adatta a risollevare le sorti della Prelazia di Macapà”. Il 7 maggio 1971, mons. Pirovano risponde e ringrazia della fiducia che il Nunzio dimostra nei suoi riguardi, ma la sua risposta è negativa e aggiunge ( [1] ):

    E’ vero che non intendo  - e penso che non devo – accettare una rielezione a superiore del Pime; è vero che, dopo un certo periodo di riposo (non ho mai fatto vacanze nella mia vita), ho intenzione di ritornare a lavorare in Brasile; ma è anche vero che, ritornando in Brasile, desidero e voglio fare solo “il prete”; prete semplice e, al massimo, responsabile di una parrocchia. Infatti è dal 1948 che faccio “il capo” sebbene a diversi livelli, ma pur sempre… capo. Ora è giusto e doveroso che provino gli altri le delizie del cosiddetto comando.

      Quando Pirovano termina il suo servizio di superiore generale nel 1977, nella Chiesa italiana stava maturando una nuova coscienza missionaria con la costituzione di organismi appositi, il primo dei quali, dopo il CEIAL (Comitato episcopale per l‘America Latina, Verona, 2 dicembre 1962), era la “Commissione episcopale per la cooperazione tra le Chiese” (24 marzo 1974). La “Fidei Donum” di Pio XII (1967) e il Concilio Vaticano II (1962-1965) avevano suscitato un forte movimento missionario nella Chiesa italiana, che portava buoni frutti impegnando le diocesi e il clero diocesano. Nel dicembre 1977, mons. Ferdinando Maggioni, vescovo ausiliare di Milano (e poi vescovo di Alessandria), che era molto interessato al tema missionario e già lavorava per la CEI in questo campo, scrive a Pirovano invitandolo a fermarsi in Italia per dirigere l’”Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese”, che la CEI avrebbe poi costituito nell’aprile 1978. L’11 febbraio 1978 Pirovano risponde ( [2] ):

    Non mi sento nè preparato né capace di portare avanti l’animazione missionaria, che tu giustamente ti aspetti dall’Ufficio missionario della CEI…. E’ vero che ho una certa esperienza di missione e di vita, ma non ho certamente la cultura e la capacità di offrire idee, di fare conferenze, di scrivere articoli, di predicare ritiri ed esercizi, di dirigere “seminari”, ecc. tutta roba per professori patentati, per “esperti” e non per un povero untorello come me. Il quale però si sente ancora in grado di fare qualcosina in prima linea. Ed è a questa mia prossima partenza alla quale io tendo con tutte le mie forze, studiando inglese e un po’ di francese per circa sei ore al giorno.   

     Pirovano accenna alla sua “prossima partenza” e vi si prepara studiando inglese. Infatti gli ha scritto padre Sandro Bauducci, parroco del Pime ad Ayala (isola di Zamboanga), che lo invita a venire nelle Filippine come missionario. Dom Aristide rimanda copia della lettera al superiore delle Filippine, padre Egidio Biffi, avvisandolo che andrà negli Stati Uniti ad aprile a perfezionare l’inglese e poi verrà nelle Filippine. E’ contento che anche p. Ilario Trobbiani, suo vicario generale, è stato destinato alle Filippine, ma aggiunge: “Fino al momento attuale non sono riuscito a far prevalere la bontà del mio…piano. Ma ho paura che, se entra in gioco l’obbedienza, mi sento fritto”. Però chiude dicendo di pregare “perché tutti si faccia quello che il Signore si aspetta da noi” ( [3] ).

     Il 13 febbraio 1978 Pirovano scrive a padre Fedele Giannini e alla direzione generale chiedendo di essere destinato alle Filippine come “prete missionario del Pime”, per inserirsi ad Ayala (Zamboanga) con padre Alessandro Bauducci; propone di andare negli USA a metà aprile e, dopo qualche mese di studio dell’inglese, proseguire per le Filippine ( [4] ). Il 9 marzo 1978 scrive al card. Agnelo Rossi, prefetto di Propaganda Fide, per comunicargli “il  mio  proposito di ritornare in Missione come… sacerdote missionario” ( [5] ).

     Ma il 14 marzo 1978 il vicario generale del Pime, padre Ruggero Alicino, scrive a Pirovano una lunga lettera per dirgli in sostanza che la direzione generale , anche se apprezza la sua  scelta di andare come missionario nelle Filippine, vedrebbe meglio la sua presenza in Italia “che aiuterebbe anche l’Istituto” ( [6] ). Pirovano risponde da Lecco il 20 marzo ( [7] ) e scrive a padre Giannini, superiore generale, dicendo che capisce bene il punto di vista della D.G.,

     ma precisa che “il vero motivo per cui ho chiesto di essere assegnato alle Filippine è che laggiù non sarò certamente chiamato ad esercitare l’ufficio episcopale”. Aggiunge che gli spiace lasciare il Brasile: “E’ un popolo che amo e non avrei da affrontare difficoltà linguistiche e culturali. Ma in Brasile sarei chiamato quasi certamente ancora a ‘fare il vescovo’… A suo tempo sono stato costretto per obbedienza ad assumermi l’episcopato; ma ora, senza mia colpa, sono LIBERO e sono felice”. E chiede ai superiori: “Allora, vado o non vado negli Stati Uniti a studiare l’inglese?”.

    Decisiva è la lettera che il 7 aprile 1978 padre Peter Geremia scrive da Ayala a mons. Pirovano, dicendogli che sì, padre Bauducci gli aveva mandato un invito a venire con noi nella parrocchia di Ayala, “e io ho firmato senza però consentire a quell’invito. Ora desidero chiarificare la mia opinione e so che Bauducci e Ridolfi faranno altrettanto”. In sostanza, padre Peter è contento che il vescovo si impegni “come prete”, ma non crede che andare ad Ayala sia un’idea felice. Perché Pirovano non va in Brasile, dove già conosce lingua e costumi? “Qui le lingue non sono uno scherzo, il chavacano non è assolutamente sufficiente per esprimersi”; e poi ci sono tutti gli altri problemi di inserimento nelle Filippine, specialmente per un vescovo ed ex-superiore generale che piomba all’improvviso nell’unica parrocchia che il Pime ha in diocesi di Zamboanga. Cosa dirà il vescovo locale e cosa diranno gli altri sacerdoti? Tanto più che va nelle Filippine anche il suo vicario padre Trobbiani. Peter Geremia si meraviglia che padre Biffi non si sia consultato con i missionari delle Filippine come fa di solito e aggiunge a Pirovano ed a Trobbiani:

    Voi due avete certamente una fisionomia particolare che non si può ignorare. Dopo quanto è capitato in questa missione potete capire che rimangono ombre che influiscono nello sforzo di intesa fra noi. E’ ingenuo domandarsi perché non vi inserite dove più facilmente potete contribuire alla pace in famiglia? Perché mai da tutto il Pime  soltanto voi due siete interessati a piombare qui di colpo?

     Insomma, padre Geremia era preoccupato ed esprime un parere condiviso anche da altri; manda copia della lettera a padre Trobbiani e al superiore generale. Gli risponde padre Giannini il 1° maggio 1978 ( [8] ) ringraziando per la sincerità, ma teme che Peter sia  prevenuto circa Pirovano e Trobbiani e “quelli che fanno i piani a Roma”.  E aggiunge che

    secondo la tradizione, un superiore generale emerito può scegliere il posto dove andare. Mons. Pirovano ha rifiutato tutte le proposte ricevute dalla CEI e da Propaganda Fide… Pur dichiarandosi disposto ad obbedire nel caso avesse ricevuto un ordine dalla Direzione Generale , ha declinato l’invito che gli abbiamo fatto di rimanere in Italia o di tornare in Brasile… per la paura di dover continuare a fare il Vescovo mentre nelle Filippine pare che questo pericolo non esista. La scelta delle Filippine è motivata dalla possibilità di un lavoro pastorale come semplice missionario. Il fatto poi di aver ricevuto una lettera di invito da parte vostra, penso abbia influito molto sulla sua decisione… Pirovano, senza secondi fini, ha dato un meraviglioso esempio di dedizione alla causa missionaria.

      Con Candia a Marituba fra i lebbrosi (1978)

     Nel frattempo, il 18 aprile 1978 mons Pirovano è già arrivato a Detroit e scrive a padre Biffi nelle Filippine, dicendogli di aver già “avuto conferma che l’inglese è duro.… bestiale. Ma non ho il tempo di scoraggiarmi perché voglio studiare. Come vedi ho già fatto un altro passo avanti. Allora, vengo nelle Filippine?” ( [9] ). Poi scrive a padre Giannini ( [10] ), ringraziandolo della lettera che ha scritto a padre Geremia in sua “difesa” (glie l’ha mandata in fotocopia), ma che lui non vuole “diventare un caso per il Pime e i suoi Superiori”; e aggiunge che, in caso di risposta negativa dalle Filippine, potrebbe andare in India, al “Damian Centre” di Bombay delle Missionarie dell’Immacolata (“se mi accettano”) oppure nell’altro lebbrosario delle stesse suore “come… infermiere generico e cappellano: sarei contento di passare un bel po’ di anni in un posto del genere”; oppure inserirsi nel lebbrosario di Manikrò in Costa d’Avorio, dopo aver imparato un po’ il francese.   

     Lo stesso giorno, 7 maggio 1978, mons. Pirovano scrive da Detroit a padre Biffi e alla comunità della Filippine, dicendo che ha “accettato l’invito di padre Bauducci, il quale mi ha scritto cinque o sei volte ed alcune lettere erano pressanti e forti”. Pirovano conosceva la comunità di Ayala, ma ha pensato che “con un po’ di Fede e un po’ di buona volontà, con un po’ di sacrificio e un po’ di umiltà, si potesse vivere e lavorare assieme. Se non siamo noi capaci di vivere la Fede e superare i personalismi, chi mai dovrebbe essere capace?”.

     Comunque Pirovano chiede con umiltà: “Ma mi accettate? Mi volete? La comunità, nel suo complesso, mi offre l’opportunità di inserirmi ad Ayala? Avete parlato al Vescovo? Potete assicurarlo che non gli darò il minimo fastidio, mi comporterò come un semplice prete e che ho già il permesso di Propaganda Fide”. Infine chiede a Biffi “una parola chiara, sia per il sì che per il no. Il rospo l’ho già digerito e auguro che sia così anche per voi. Pace a tutti”.

     Però, da vari segni e voci Pirovano capisce che nelle Filippine sarà molto difficile andare e incomincia a rassegnarsi all’idea dell’Africa. In una lettera a padre Giannini dell’8 giugno ( [11] ) ricorda che la sua “richiesta per Ayala è nata dal loro persistente invito e rimane valida, nonostante tutta l’amarezza del rifiuto e del silenzio di chi dovrebbe comunicare”. E racconta al superiore di una lettera che ha ricevuto da Bauducci, il quale diceva che dopo cinque anni di lavoro bisognava pensare a lasciare la parrocchia al clero locale, perché forse era meglio. Pirovano commenta:

    Lasciare che la parrocchia cammini da sola perché ormai è “pronta” e andare altrove, ecc.  Sono i famosi programmi del grande apostolo Alessi e compagnia, come nel caso di Santa Cruz ( [12] ). A questa lettera risposi definendo questa idea un’utopia e dopo questa mia risposta i padri di Ayala hanno deciso di non volermi più. Io non posso giurare che la cosa sia andata così, ma credo di andarci molto vicino…. (Però, riguardo all’Africa)…a pensarci bene, io troverò persone contrarie e forse avverse dovunque io vada nelle missioni del Pime. Durante i miei lunghi anni di superiore generale ho dovuto…. pizzicare parecchie persone e attitudini: non me ne pento, anzi… Ti confesso che mi sta nascendo dentro – ed è la prima volta in vita – una certa paura e una certa rassegnazione: che non sia meglio ritirarsi ad una certa età e specialmente dopo aver pizzicato tanta gente? Che non sia meglio ritornare a Rancio? O magari al mio paese dove molti conoscono padre Aristide e sono pronti e lieti di accettarlo come prete? Anzi, lo desiderano.

     Seguono altre lettere tra Pirovano a Detroit, Giannini a Roma e i missionari delle Filippine, ma l’accordo, nonostante le apparenze, non si trova. Tra l’altro, Pirovano scrive lunghe lettere esprimendo con chiarezza il suo pensiero, ma riceve risposte monche o nessuna risposta. In realtà, il 30 giugno 1978 i membri del Pime nelle Filippine, riuniti nella loro assemblea annuale a Zamboanga, scrivono una lettera al vescovo missionario, dandogli il “BENVENUTO NELLE FILIPPINE” e si dichiarano “grati dell’esempio che dà a molti, lasciando indietro dignità e posti più in vista, per tornare semplice prete nella vigna del Signore” ( [13] ).

     Però dicono che padre Egidio Biffi superiore regionale e p. Alessandro Bauducci, parroco di Ayala, il 30 giugno si sono recati dal Vescovo di Zamboanga, mons. F. Cruces, per chiedergli se aveva obiezioni al fatto che mons. Pirovano venisse nella parrocchia di Ayala come semplice prete. “Mons. Cruces si è riservato di rispondere entro due settimane” .

     Dopo questa lettera, in Archivio non ne sono conservate altre, fino a quella del 12 settembre 1978 di p. Biffi, che si scusa spiegando i motivi per cui non gli aveva comunicato la decisione di mons. Cruces e gli dice “di sentirsi libero di venire come vuole e quando vuole”. Ma Pirovano sapeva che mons. Cruces era venuto a Detroit e non era andato a vederlo; che un padre di Ayala, Ray Ridolfi, era venuto a Detroit e non si era fatto vivo: nessuno gli aveva comunicato la risposta positiva di mons. Cruces ( [14] ). Così Pirovano si convinceva sempre più di non essere accettato nelle Filippine e quando arriva la lettera di padre Biffi del 12 settembre ( [15] ), lui ha già stabilito di andare in Brasile per vedere se è possibile fermarsi in quel grande paese, nel quale aveva già trascorso il suo primo periodo missionario dal 1946 al 1965 quando è stato eletto la prima volta superiore generale.

     Infatti, il 10 settembre 1978, da Detroit scrive al carissimo amico Arnaldo Zappa di Erba, suo coetaneo ( [16] ):

     Mi sto preparando a partire di nuovo per un altro periodo di vita missionaria. Avrei voluto andare nelle Filippine, ma le circostanze mi hanno fatto ripiegare sul Brasile, in una zona vicina a dove ero prima. Ma ricomincerò in piccolo: un paio di villaggi “speciali”, uno di lebbrosi e uno di ex-lebbrosi e cercherò di far da papà, mamma e fratello di tanta povera gente. Ma non sono solo, ci sono anche le suore ed anche il dott. Candia, mio speciale amico, che viene di frequente a vivere con loro. Anzi, nel lebbrosario il dott. Candia ha costruito una “casa di preghiera” per sacerdoti, suore e laici.

     Il 18 settembre 1978 Pirovano scrive una lettera alla Direzione Generale ( [17] ), in cui dice:

     Da padre Giannini, fino al presente, non ho ricevuto nessun scritto, nient’altro se non una telefonata da Macapà. Posso comprendere la sua situazione, gli imprevisti che avrà trovato e scusare… Se mi permettete un suggerimento, vi dirò di fare il possibile per essere chiari e precisi, pur con tanta comprensione, ma… chiari e precisi il massimo possibile. La gente ha bisogno di sapere cosa pensa e vuole il superiore, poi farà quello che potrà.

     Il 22 settembre scrive a padre Biffi e ai missionari del Pime nelle Filippine ( [18] ):

     L’altro ieri ho ricevuto la tua cordiale del 12 settembre: grazie di cuore, ma forse è un po’ tardi: sono passati più di due mesi da quando il vescovo ha dato la sua risposta. Io parto per il Brasile Nord lunedì prossimo. La mia idea è di fermarmi in Brasile e non ritornare più qui a Detroit. Dal Brasile avevo ricevuto delle offerte di fare il prete, ma le avevo tenute in sospeso… aspettando la risposta del vescovo di Zamboanga. Una in particolare mi interessava: quella del dott. Candia riguardante una colonia di lebbrosi.

     Quando, verso il 20 agosto mi sono convinto che il vescovo di Zamboanga non rispondeva perché non mi voleva (e voi non scrivevate e neppure il Superiore generale), ho scritto a Candia accettando la sua offerta. E ora vado a vedere, con la ferma volontà di restarci. Ero stufo di aspettare ogni giorno una risposta che non veniva e che mi era stata promessa in una quindicina di giorni. Ma dopo di essermi arrabbiato, ho pensato che questo… pasticcio poteva essere uno di quei soliti scherzi della Provvidenza che ha delle sue vie speciali per indicare agli  uomini la loro giusta strada. E così oggi mi sento in pace con tutti e me ne vado per la mia strada. Mi spiace di aver messo da parte il… sogno delle Filippine e di avervi disturbato parecchio, ma non tutto per colpa mia! Lasciamoci in pace ed aiutiamoci con la preghiera a fare del nostro meglio per essere perseveranti nella vocazione e fedeli, genuini annunziatori della Parola di Dio.

    La lettera finale di tutta la vicenda la scrive Pirovano da Marituba il 1 ottobre 1978 a p. Giannini ( [19] ). Dopo mesi di tentativi e di sofferenze, ha accettato la proposta dell’amico Marcello Candia di andare nel lebbrosario di Marituba e scrive: “Con l’arcivescovo di Belem ho combinato che, almeno per ora,  io sarei aiutante del cappellano padre Valentino Rusconi nella colonia dei lebbrosi di Marituba e della relativa cappella, Poi si vedrà. Credo che di lavoro, almeno per quanto ho visto finora, ce ne sarà per entrambi”. Pirovano non si sbagliava, anche perché, ad un prete di buona volontà come lui, il lavoro non sarebbe mai mancato. Infatti morirà a Lecco il 3 febbraio 1997 con nel cuore e nella mente il vivo desiderio di poter ritornare alla sua Marituba.

Da «anticamera dell' inferno» a «villaggio della pace» 

      Marituba è oggi una cittadina amazzonica di circa 80.000 abitanti, ormai quasi integrata nella grande Belem (1,5 milioni di abitanti). All’inizio degli anni settanta, il lebbrosario di Marituba era sepolto nella fitta foresta equatoriale e quasi inaccessibile, popolarmente chiamato “l’anticamera dell’inferno”; aveva circa 2.000 lebbrosi e la vicina Pedreirinha, villaggio (“colonia”) di “egressos” dal lebbrosario ( [20] ), circa 5.000, dei quali si calcolava che un migliaio erano ricaduti nella lebbra soprattutto per denutrizione e sporcizia. Il merito dello sviluppo di Marituba va anzitutto al servo di Dio dott. Marcello Candia, che nel 1967 “scopre” il lebbrosario statale di cui aveva sentito parlare con orrore e decide di impegnarsi per aiutare quegli ultimi della società brasiliana che vivevano in modo disumano. La “colonia” infatti era cintata e chiusa, con le guardie alla porta che impedivano l’entrata ai sani e l’uscita ai malati. I padiglioni degli ammalati erano erano anch’essi come colpiti dalla lebbra: legno marcio, tetti di tegole sconnesse o di lamiera arrugginita e bucata, strade in terra battuta fangose o polverose, sporcizia ovunque. Suor Giovanna Perottoni, missionaria dell’Immacolata, racconta  ( [21] ):

     Sono andata la prima volta a Marituba nel 1973 e ne rimasi sconvolta. Ciò che mi impressionò di più furono i padiglioni  dei vecchi e dei bambini, in uno stato deplorevole: non c’erano lenzuola né materassi, i malati erano buttati là su assi, era il regno dei topi e degli scarafaggi. Entrando nel padiglione degli anziani una donna mi disse: “Suora, questa notte un topo mi ha mangiato il dito…”; e un’altra: “Un topo mi ha morsicato la mano..”. L’assistenza medica era limitatissima. I medici venivano sporadicamente, c’erano un paio di infermiere, ma senza diploma né mezzi per curare. Anche i bambini facevano pena. La cucina era centrale, il cibo veniva distribuito, ma i più prepotenti prendevano di più. I bambini erano malnutriti, inoltre mancava la frutta e quasi sempre la verdura.

    Marcello Candia, con la benedizione e l’indispensabile appoggio presso le autorità di mons. Giuseppe Maritano, vescovo di Macapà (dove Candia aveva fondato e gestiva un ospedale per i poveri), riesce ad ottenere i permessi necessari per entrare nel lebbrosario, e passa la giornata visitando i lebbrosi, alcuni dei quali venivano da Macapà, non più visitati dai parenti. Ascolta i loro desideri e a poco a poco fornisce loro quanto chiedono: macchine da cucire, macchine per scrìvere, biciclette, lenzuola e altri oggetti di uso comune; ma soprattutto offre a loro la sua amicizia, l’interesse per le loro sofferenze, la sua grande disponibilità economica. La prima visita è del 1967 e Candia sognava di portare nel lebbrosario le suore infermiere e un padre. Ma doveva vincere le difficoltà create dalla burocrazia statale e locale e solo nel 1969 vi costruisce il “Centro sociale città di Milano”, con scuola anche per gli adulti e vari corsi di istruzione, di taglio e cucito, dattilografia, falegnameria, meccanica; e poi assistenza di fisioterapia e altre forme di riabilitazione dei lebbrosi. Quando Candia fondava un’opera di assistenza o di educazione in Amazzonia, continuava poi a mantenerla, a stipendiare il personale, a controllare che tutto funzionasse a dovere; ma l’opera dipendeva dal presidente del lebbrosario, eletto dai lebbrosi stessi, Adalucio Calado, uomo di grande carisma e umanità, morto in concetto di santità alla fine del secolo scorso.

     Dal 1971 visitano regolarmente il lebbrosario due missionarie dell’Immacolata infermiere diplomate, con un sacerdote della diocesi di Belem padre Jorge Apple, che si faceva chiamare “padre Alegrìa”. Marcello voleva costruire all’interno della colonia una chiesa e la casa per i padri e le suore, ma il permesso non veniva. Il governo militare non vedeva bene il ricco e colto industriale Marcello Candia sistemarsi con le sue opere in Amazzonia, ai confini del Brasile. Lo faceva controllare per capire come mai un uomo come lui spendeva i suoi capitali e la sua stessa vita per il popolo più povero senza guadagnarci nulla e sospettava chissà quali trame internazionali.

    Nel 1975, finalmente, l’arcivescovo di Belém ottiene il permesso di costruire chiesa e casa per i padri e casa per le suore a Marituba. Ma il terreno, proprietà del governo, costava in modo spropositato, evidentemente per scoraggiare preti e suore che volevano andare a vivere con i lebbrosi! Marcello capiva benissimo tutto questo, ma non fa una piega: paga in contanti, si fidava della Provvidenza. La Casa di preghiera N.S. della Pace è inaugurata il 25 marzo 1977 e vanno ad abitarci le suore missionarie dell’Immacolata e il primo cappellano residente, don Mario Gerlin già sindaco di Pieve di Soligo  (Treviso). Nel 1978 don Mario va in un altro lebbrosario in Brasile ( [22] ) e arriva il primo cappellano del Pime, padre Valentino Rusconi, reduce dalla Birmania: l’arcivescovo di Belém lo nomina cappellano di Marituba che comprende anche Pedreirinha. Il 10 ottobre 1978 entra a Marituba mons. Aristide Pirovano, aiutante di padre Valentino.

      Nel gennaio 1979, tre mesi dopo il suo arrivo a Marituba, mentre ero in viaggio verso Puebla (Messico) per l’Assemblea del Celam con la presenza di Giovanni Paolo II, mi sono fermato alcuni giorni a Marituba e già si vedevano le trasformazioni operate dal dott. Candia e dai padri e suore del Pime: la differenza con la Marituba dell’inizio anni settanta era notevole. Ricordo che Pirovano mi portò a visitare il lebbrosario e Pedreirinha e mi ripeteva più volte: “Scrivi pure in Italia che qui ho trovato tanto di quel lavoro da fare, che spero il Signore mi conceda ancora molti anni!”. Allora ne aveva 64, morirà poco meno di vent’anni dopo a 82.

    Quando nel 1996 sono tornato a Marituba, questa non era più uno sperduto villaggio nella foresta, ma una vera città, con un grande ospedale che Pirovano stava costruendo e lapidi a Marcello Candia e lo stesso dom Aristide in diverse scuole e centri sociali. L’attività di mons. Pirovano dal 1978 al 1997 è tutta racchiusa nella trasformazione di Marituba in una città satellite di Belem, favorita dalle opere sociali ed educative e dalla presenza dei padri e delle suore.

    Il 9 febbraio 1979, Pirovano scrive a padre Alicino, vicario generale del Pime ( [23] ), che dovrebbe venire in Italia per le nozze d’oro del suo Padrino di Messa che insiste perché egli vada a celebrarle; Pirovano ha scritto più volte a questo Padrino “tentando di convincerlo a non insistere sulla mia presenza, ma non sono riuscito, anzi ho rischiato di offenderlo”. Questo amico gli ha permesso di diventare missionario con i suoi aiuti e lui sente di avere “un obbligo morale nei suoi riguardi”. Sebbene Pirovano scriva di essere “sempre stato, e ancora lo sono, contrario ai viaggi di… convenienza”, chiede ad Alicino ed alla direzione generale “il permesso di fare un salto di un mese in Italia a fine aprile 1979” . Alicino lo “ringrazia di aver chiesto il permesso di tornare in Italia” e a Roma sono “felicissimi” di poterlo rivedere ( [24] ).

     In una lettera del 12 febbraio 1979 a Franco Mambretti e famiglia di Erba ( [25] ), Aristide parla con semplicità dei suoi molteplici impegni quotidiani: una pagina che dà l’idea di come si è subito immerso nella realtà di quel mondo povero, conoscendo bene lingua, mentalità, costumi locali:

      Io sono ancora… arzillo e grazie a Dio le mie giornate sono piene delle cose più disparate. Oggi ho aiutato Neuza, una poverina senza piedi, senza mani e con la faccia di leone, a prepararsi alla morte. Poi sono corso in città a comperare delle valvole di 60 ampère perché erano bruciate. Poi sono andato a trovare e a chiacchierare con un povero disperato che la settimana scorsa voleva uccidere e uccidersi. Poi sono andato a pagare la riparazione di una bicicletta per un lebbroso che non può camminare e devi sapere che il meccanico ha solo mezze mani e io lo aiuto a montare una specie di officina. Poi sono andato a una specie di osteria di lebbrosi, per far preparare del cibo un po’ più forte e sostanzioso per ammalati molto debilitati. Poi sono andato sul tetto di un padiglione che sto riformando per vedere se il lavoro era fatto come si deve: gli operai sono tutti ammalati (di lebbra)…. E poi tante altre cose. E ora che è notte scrivo a te e ad altri. Come…. vecchietto non c’è male: voi che ne dite?

    Aristide ottiene che Giovanni Paolo II visiti Marituba (1980)

    Con la prima visita in Italia, per Pirovano si apre un panorama di dinamismo realizzatore che sembra sempre più a quello di Candia: tornare in Italia spesso per raccogliere aiuti e realizzare in Amazzonia grandi opere sanitarie, sociali ed educative per i lebbrosi e la gente più povera. Pirovano aveva pensato e si era proposto di ritirarsi, come dire, a vita privata, lavorando certo, ma in campo pastorale e senza nessuna responsabilità di comando. Invece, nella prima visita in Italia, un anno dopo la sua partenza per gli Stati Uniti e il Brasile, riceve numerosi inviti a incontri, cerimonie, conferenze, interviste…. Il Signore lo benedice e riceve molti aiuti. Tornato in Amazzonia, in una lettera del 6 ottobre 1979 ( [26] ) spiega perché si è rimesso al lavoro: i lebbrosi di Marituba e il loro villaggio di Pedreirinha sono in grave difficoltà perché il governo vuol chiudere tutti i lebbrosari, con la scusa che la lebbra si può curare anche a casa propria!

    “L’inconcepibile è che lo stesso governo pubblica statistiche in cui denunzia un aumento annuale del contagio. Cose da pazzi!”. Pirovano teme che vengano a mancare gli aiuti governativi, il che metterebbe in gioco l’esistenza stessa dei ricoverati a Marituba; e aggiunge: “Data la tremenda inflazione del Brasile, che in dodici mesi ha raggiunto il 79,13% (statistica ufficiale del governo del Parà), penserei ad una visita in Italia in primavera. Però non ho ancora deciso, vedremo” ( [27] )

     Pirovano non poteva starsene con le mani in mano. Lascia la responsabilità pastorale al cappellano padre Valentino Rusconi e lo aiuta come sacerdote, ma lui si impegna soprattutto in due campi d’azione: muovere le leve politiche e amministrative per assicurare gli aiuti dello stato ai suoi protetti; però nello stesso tempo inizia, esattamente come Marcello Candia ( [28] ), il ritmo di un ritorno all’anno in Italia (in media, a volte anche due) per coltivare i suoi molti amici e ricevere quegli aiuti di cui sentiva l’urgenza. Accetta dall’arcivescovo di Belém l’incarico di “Coordinatore della pastorale degli hanseniani nell’arcidiocesi di Belém in Parà” ( [29] ).

     Così inizia l’avventura di Pirovano a Marituba. Ritornando in Italia nella primavera 1980, dom Aristide aveva uno scopo ben preciso, oltre che quello di raccogliere aiuti. Avendo letto che in estate Giovanni Paolo II visiterà il Brasile, manda in anticipo, attraverso la Nunziatura di Brasilia, una lunga documentazione su Marituba in Vaticano, per invitare il Papa a visitare il lebbrosario. Il Nunzio, mons. Carmine Rocco, gli scrive ringraziandolo e dicendo che ha ammirato la sua relazione “scritta con l’animo di un missionario e tutto lo zelo di un Pastore”; e aggiunge: “Mi auguro che il Santo Padre possa realmente visitare Belém e Marituba” ( [30] ). La visita, la prima nella storia del Papa ad un lebbrosario, è avvenuta l’8 luglio 1980 con un fortissimo impatto sui mass media internazionali: nessuno seppe mai che l’iniziativa era partita da mons. Aristide Pirovano, è una scoperta che ho fatto anch’io ultimamente consultando le lettere di Pirovano in Archivio: non ne aveva mai parlato!

     L’8 luglio 1980, Giovanni Paolo II visita Marituba, il primo Papa nella storia ad entrare in una colonia di lebbrosi! In seguito, dom Aristide raccontava  che, seduti a bere un caffè nella casa dei padri a Marituba dopo la visita al lebbrosario, Giovanni Paolo II gli dice: “Eccellenza, quanto la invidio!”. E Pirovano pronto risponde sorridendo: “Santità, ma io non invidio lei!”. Ecco come lo stesso Pirovano descrive quel grande e memorabile giorno per Marituba ( [31] ):

      Sapevo che a Marituba si sarebbe riversata una grande folla e ho fatto pubblicare dai giornali locali l’avviso che chi non s’era mai fatto vedere nel lebbrosario se ne stesse lontano durante la visita papale… Nell’interno del lebbrosario abbiamo lasciato entrare poca gente, così il Papa ha potuto avvicinare alcuni lebbrosi… All’inizio della visita, gli si sono fatti incontro autorità, giornalisti, fotografi: i lebbrosi non c’erano. Il Papa continuava a chiedermi: “Dove sono i lebbrosi?”…. Forse temeva che li tenessimo lontani. Invece improvvisamente spunta in mezzo alla siepe di gente una mano, anzi un braccio perché la mano era monca, di una lebbrosa. Il Papa ha avuto un momento di ribrezzo, poi s’è chinato e ha preso quel braccio senza mano ed è arrivato alla lebbrosa che piangeva sul suo carretto….

     Quel pomeriggio ho veramente temuto per la salute del Papa. Faceva un caldo infernale, circa 42-43 gradi all’ombra. Il Papa sudava continuamente, era rosso, anzi paonazzo. Noi siamo abituati a quel clima, per lui dev’essere stato un tormento: ho avuto paura che prendesse un’insolazione. Però ha continuato a parlare, a cantare, a gridare slogan. Ad esempio i lebbrosi gridavano in coro: “Uba, uba, uba viva o Papa de Marituba!”. “Uba” non vuol dire niente è solo per fare rima con Marituba. Lui gridava con i lebbrosi. A un certo punto s’è messo a gridare “Ol, ol, ol! Marituba, muito sol!” e i lebbrosi gridavano assieme ritmando e battendo le mani. Il Papa era disfatto dal caldo e dalla stanchezza, ma ha continuare a gridare ed a cantare fino alla fine. Io gli suggerivo le parole portoghesi dei canti, ma a volte non le capiva bene e andava avanti con la sua voce baritonale amplificata dal microfono, cantando mezzo italiano e mezzo portoghese oppure solo accompagnando l’aria musicale senza dire parole… Insomma, per i lebbrosi è stata una giornata indimenticabile, ancor oggi si raccontano quelle ore passate col Papa e piangono di commozione.

     Uno dei  momenti più commoventi di quella giornata del Papa a Marituba è stato il discorso di benvenuto rivoltogli dal presidente eletto del lebbrosario Adalucio Calado, lebbroso anche lui, senza mani e senza naso, condannato a vivere su una carrozzella perché gli mancavano le gambe ( [32] ). Adalucio usa un’immagine biblica per augurare il benvenuto al Papa: la visita di Maria, che portava in seno Gesù, alla cugina Santa Elisabetta incinta di Giovanni il Battista. Anche i lebbrosi di Marituba ricevono il Papa con le stesse parole di gioia e di ringraziamento al Signore per questa grande grazia che ricevono, la visita del primo Pontefice romano in un lebbrosario, in tutta la storia della Chiesa! Sono innumevoli le grazie che Marituba ha ricevuto e Adalucio le ricorda: la visita di Marcello Candia, che poi ha portato le suore e il sacerdote nel lebbrosario e ha costruito la “Casa di preghiera Nostra Signora della Pace”, che con la chiesa e l’Eucarestia è la presenza di Dio nel villaggio dei lebbrosi.

      La condizione degli hanseniani è molto migliorata con la presenza di sacerdoti e di suore e con loro sono venuti anche volontari laici.

     Santo Padre, queste presenze benefiche tra noi ci mostrano che la Chiesa Cattolica , Apostolica, Romana è qui come madre e maestra: evangelizzando, catechizzando, servendo gli hanseniani, ci insegna il valore della sofferenza accettata per amore di Dio, sofferenza che ci porta verso il  Padre Celeste e ci indica la scala che fa arrivare fino a Dio. Santità, noi siamo pecore del suo gregge, pecore che ascoltano la sua voce e che, nella nostra impossibilità di venire a Roma, Lei, come Buon Pastore, è venuto a Marituba a visitarci, per fortificare la nostra fede, aumentare la nostra speranza, darci il suo insegnamento  e la sua benedizione. Quale grande giorno di felicità è questo, per noi di Marituba!

     Santo Padre, nelle sue preghiere e suppliche, chieda a Dio che diffonda sopra tutti quelli che soffrono, di questo nostro male o di altre malattie, il balsamo di accettare la sofferenza per suo amore, perché Lui è il nostro Dio e Creatore. Vi sono alcuni, anche nostri compagni di sventura, che ancora non accettano questo balsamo di conforto. L’accettazione della sofferenza dev’essere non una rivolta e nemmeno un fatto passivo. Invece, dobbiamo lottare per migliorare la nostra condizione umana, fisica e sociale. Ma una lotta senza rancore e senza odio.

      Adalucio poi chiede al Papa di pregare e usare la sua autorità morale per molte intenzioni: gli scienziati scoprano le cure per prevenire e guarire il morbo di Hansen; le famiglie accettino i loro ammalati di lebbra: ci sono famiglie che mai abbandonano i loro malati, ma ci sono molte famiglie che rifiutano i loro cari colpiti dal male, portandoli così alla disperazione.

     Questo appello – continuava Adalucio - dev’essere indirizzato anche alla società, perché accetti e reintegri gli hanseniani nella vita civile: ci sono scuole, ospedali, aziende e comunità che non accettano nemmeno i figli degli hanseniani; come esistono governi che non assistono con amore gli hanseniani, non offrono loro le cure e la riabilitazione necessarie per impedire che diventino mendicanti, marginali, paria della società. Santità, anche noi siamo esseri umani, abbiamo un cuore e un’anima, siamo figli di Dio capaci di amare e di essere amati. Meritiamo rispetto per la nostra dignità di persone.

     Adalucio parlava con forza (e Pirovano traduceva sottovoce al Papa le sue parole), perché esprimeva i sentimenti di tutte quelle migliaia di lebbrosi e di ex-lebbrosi non integrati nella società brasiliana, che erano accorsi a salutare Giovanni Paolo II. Non pochi piangevano ascoltando il loro presidente che ricordava situazioni di cui tutti erano, purtroppo, in un modo o nell’altro rimasti vittime…

      La “Fondazione Candia” continua ad aiutare Marituba

     Tempo dopo, chiedevo a Pirovano se quella visita del Papa era stata positiva anche per le autorità. Ecco la sua risposta ( [33] ):

    Anche troppo positiva, perché stanno mandando attorno al lebbrosario circa 6.000 nuovi abitanti che dovranno arrivare a 10.000. E’ gente che viene dalle foreste, dai fiumi dell’interno verso Belèm e le autorità, non sapendo dove sistemarli, li mandano a Marituba dove la foresta sta scomparendo per far posto a questa povera gente: ma non c’è elettricità né acqua, né fognature, né scuole, nulla di preparato per accoglierli… Però c’è il lebbrosario con le sue strutture, acqua, ospedaletto, scuole, chiesa, ecc. Lo scopo del governo è di mandare tante persone sane a vivere vicino ai lebbrosi e agli ex-lebbrosi di Pedreirinha, per creare l’esempio di una comunità di malati e di sani che vivono assieme senza paura. Quindi, a poco a poco il lebbrosario sarà assorbito dalla vita normale di una cittadina e poi passerà la stupida paura della lebbra. Oggi a Marituba ci sono 11.000 persone e dovranno arrivare fino a 15.000 perché hanno già lottizzato le terre ancora ricoperte di foreste per raggiungere quel numero.

     Nel dicembre 1980 una bella notizia nella quale Pirovano vede un segno gratificante di come i lebbrosi rispondono alle cure dei padri e delle suore del Pime. Scrive a padre Piero Zambarbieri, amministratore della direzione generale a Roma, raccontandogli ( [34] ) che in occasione del recente terremoto in Italia (giornali e radio-TV locali brasiliani ne hanno parlato)

    noi chiedemmo preghiere, come sempre facciamo partecipare i nostri ammalati ai problemi della Chiesa e del mondo. Senza dire nulla né a me né alle suore, i lebbrosi hanno discusso e concordato un proclama da far leggere a tutti, incominciando a raccogliere le offerte spontanee fra di loro. Il motto era questo: “Noi abbiamo ricevuto tanto dall’Italia e dagli italiani; è giusto che ora anche noi facciamo qualche cosa per i nostri amici sofferenti”. Durante la Messa del 14 dicembre mi hanno consegnato la somma di 15.445 Cruzeiros per i terremotati (circa 250 dollari). Non sono stati bravi? Pensa che al Papa, sempre per iniziativa spontanea, diedero una busta con 10.000 cruz. per un seminarista povero; e a me, in occasione del mio XXV di episcopato, diedero 4.200 cruz. per una missione povera. Qualche cosa incomincia a sbocciare, se pensi alla terribile degradazione morale e materiale della malattia e al terribile egoismo sprigionato dalla miseria. Deo gratias!

    Fin dall’inizio del suo arrivo a Marituba, Pirovano incomincia a scrivere al superiore generale ed a quelli regionali del Brasile (di Macapà, Manaus e San Paolo), proponendo che l’impegno di Marituba venga assunto stabilmente dall’Istituto ( [35] ).

    A mio avviso, Marituba è missione come e più di tante altre; inoltre qui il lavoro è un crescendo continuo in tutti i sensi: spirituali e di promozione umana…. Avevo pensato di lavorare a Marituba fino ai 70 anni suonati, ma ora non credo di resistere a tanto. Tutto diventa troppo pesante”; e al superiore che gli aveva consigliato di riposare di più e di “non strafare”, aggiunge:  “Non sono più quello di prima, ma sono ancora vivo e impegnato. Sta sicuro che il problema qui non è di ‘strafare’; ma come si fa a non fare quando si vede il bisogno di tanta povera gente ammalata o sana che sia? Bisognerebbe essere il buon Don Abbondio del Manzoni; ma questa non è certamente la mia vocazione, a parte tutti i miei difetti”.    

     Mons. Pirovano non ottiene risposte positive, ma solo generiche promesse. Un atteggiamento dei superiori che va spiegato, anche perché rappresenta la radice di un certo distacco psicologico da parte di Dom Aristide nei confronti del Pime, nei suoi ultimi anni ( [36] ). Il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare 1971-1972 (vedi il capitolo IV) aveva richiamato con forza la direttiva tradizionale del Pime, di “andare ai non cristiani” e di mantenersi fedeli ad un compito strettamente “missionario”: primo annunzio di Cristo e fondazione di una nuova Chiesa o comunità cristiana. Inoltre, la tradizione del Pime è sempre stata contraria ad accettare come “impegno di Istituto” ospedali, ospizi, scuole, università, collegi, lebbrosari, ecc. Si diceva che ogni istituto ha il suo carisma, noi del Pime siamo fatti per fondare comunità cristiane, parrocchie e diocesi, per la missione alle genti intesa in senso stretto e specifico. Per cui, l’Istituto non ha mai accettato come proprie tutte le opere fondate da molti missionari nelle missioni, ma le ha sempre donate alle diocesi locali. Se qualche eccezione si era fatta in passato, dopo il Capitolo 1971-1972 si cercava di ritornare il più possibile al carisma originario.

    Ecco perché Marituba, opera di Candia e di Pirovano e di tanti altri missionari e sorelle dell’Immacolata (diventata oggi, proprio grazie a Candia ed a Pirovano, una città di 80.000 abitanti da piccolo lebbrosario che era!), il Pime non l’ha mai assunta come propria, pur mandando personale in aiuto all’ex-superiore generale fin che rimaneva in quel posto, a servizio dell’arcidiocesi di Belém. Come vedremo più avanti, questa divergenza obbliga Pirovano a cercare e trovare un ordine religioso che ha assunto in pieno la parrocchia e le opere sanitarie ed educative: i padri, fratelli e suore dei poveri del santo don Calabria ( [37] ), tuttora presenti a Marituba e fra i lebbrosi.    

    Nel 1982, mons. Giuseppe Maritano, successore di Pirovano, dà alla Santa Sede le dimissioni da vescovo di Macapà. Dovrà aspettare fino al luglio 1984 perché venga eletto e consacrato il nuovo vescovo, mons. Luiz Soares Vieira. Ma ha già scritto a mons. Pirovano che vorrebbe prendere il suo posto a Marituba. Il 1° gennaio 1983 Dom Aristide scrive una lettera al superiore generale p. Fedele Giannini comunicandogli questa notizia e aggiungendo ( [38] ):

    Il mio piano è di venire in Italia nella seconda metà di aprile per un po’ di riposo e poi si vedrà. Se sarò ancora utile a Marituba per terminare i lavori in corso (un scuola e una chiesa), giacchè dom José scrive che non è capace di fare queste cose. Ritornerò e non essendoci posto per tre persone qui in casa andrò ad abitare con padre Antonio Cocco a Belém, sono già d’accordo con lui. Prevedo che, terminati i lavori, tornerò in Italia definitivamente, con l’intenzione di stabilirmi a Erba aiutando come sacerdote… Lascio volentieri il posto a Maritano, che realizza il suo antico sogno di fare il prete a Marituba ( [39] ).

     Il 31 agosto 1983 muore a Milano il dottor Marcello Candia per tumore al fegato, dopo mesi di inenarrabili sofferenze. Era tornato in luglio a Milano, dove nell’inverno 1982 aveva iniziato la “Fondazione Dottor Marcello Candia”, alla quale aveva lasciato la sua eredità e l’impegno di continuare le sue opere caritative ed educative nel Brasile dei poveri. Nell’ottobre 1983 tre membri della “Fondazione Candia” ( [40] ) visitano le opere in Brasile e Marituba, per incontrare mons. Pirovano e le Missionarie dell’Immacolata ( [41] ). In seguito a questo incontro, il 27 novembre 1983, su richiesta della Madre generale delle Missionarie dell’Immacolata, Emanuela Baronio, mons. Pirovano e le Missionarie dell’Immacolata firmano un “Pro-memoria” per la superiora delle suore e il superiore del Pime circa la “Casa di preghiera Madonna della Pace” di Marituba. In sintesi, mons. Pirovano si assume personalmente (“attraverso le offerte raccolte a mezzo dei suoi Amici e Benefattori”) tutte le spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria della “Casa di Preghiera”, delle suore e dei padri di Marituba, che in precedenza sosteneva Marcello Candia ( [42] ).

      Per la beatificazione di padre Giovanni Battista Mazzucconi (19 febbraio 1984), martire dell’Oceania (1826-1855), il superiore generale padre Fernando Galbiati invita mons. Pirovano a Roma, il quale risponde ( [43] ):

    Sono veramente grato per l’invito e ti dico che lo desideravo perché nel nostro Martire ho visto e vedo un grande bene per l’Istituto e per i missionari in generale. Mi piacerebbe tanto partecipare, ma non è possibile… Sono rimasto da solo con una popolazione di 18.000 abitanti: la colonia dei lebbrosi e Pedreirinha più altri tre centri nati in questi anni. Inoltre ho iniziato da una settimana le fondamenta di una nuova chiesa; per di più abbiamo preso l’impegno con il Governo di costruire ed equipaggiare un ”Centro dermatologico” per passare, finalmente, ad una fase attiva di lavoro contro la lebbra che si diffonde specialmente fra i giovani e i ragazzi (il governo se ne accorge solo ora). Da tutto questo, senza parlare delle altre iniziative di vario genere, puoi concludere che mi è impossibile essere presente anche solo per una decina di giorni, senza avere almeno un sostituto.

     Padre Galbiati interviene presso il superiore regionale del Pime di Macapà, che manda un missionario ad aiutare e sostituire Pirovano, che può venire a Roma per la beatificazione e rimanere in Italia una decina di giorni soltanto, per rituffarsi nei travolgenti impegni di Marituba che stava ingrandendosi a vista d’occhio. Dom Aristide era prossimo ai settanta (aveva 69 anni!), ma ancora in piena attività. Oltre alla fede e all’entusiasmo per la vocazione missionaria, lo sosteneva una rete di amici che lo aiutavano con generosità nelle sue imprese. E poi la Provvidenza di Dio gli dava quella sicurezza che sempre manifestava in quel che faceva. Ricordo che una volta, era ancora a Marituba, in uno dei suoi ritorni in Italia e noi del Centro missionario Pime di Milano lo aiutavamo in vari modi (per foto, articoli, interviste, impegni per conferenze), gli avevo chiesto quanto spendeva in un anno per le opere di Marituba e mi aveva risposto:

     Spendo molto, ma la Provvidenza mi aiuta: posso dirti che ho sempre più soldi di quelli che riesco a  spendere!

     Il 1984 è l’anno dei grandi progetti

     Una frase che mi aveva colpito e l’ho ricordata spesso. La Provvidenza l’ha aiutato e anche la Fondazione Candia , dopo una visita a Marituba nel marzo 1984          e un accordo con Pirovano, ha continuato a mandare aiuti a Marituba. In una lettera del 23 aprile 1984 ( [44] ), Dom Aristide scrive agli “Amici della Fondazione Candia”. Ringraziando per l’assegno che ha ricevuto, spiega tutti i lavori che ha in corso, ma aggiunge con delicatezza:

     Mi permetto di ripetere quello che vi ho detto a Milano: per il momento riusciamo a portare avanti i vari impegni con le nostre forze. Se quindi la Fondazione , che deve provvedere a tutto, si trovasse per caso in momentanea difficoltà, non si faccia scrupolo di saltarci per qualche mese. Siamo nella stessa barca e quindi dobbiamo comprenderci e aiutarci a vicenda ( [45] ).

     Pirovano ricordava il 1984 come un anno fortunato, perché aveva ricevuto dal Pime due grandi aiuti: il padre Angelo Consonni che prendeva il posto di Valentino Rusconi (trasferito a Calçoene, diocesi di Macapà) e padre Luigi Marcato reduce dall’India ( [46] ) e poi fratel Faustino Blini. Ringrazia padre Fernando Galbiati e così descrive Blini  ( [47] ):

    E’ un vero missionario con i fiocchi! Un ottimo organizzatore, amministratore, costruttore, ricco di qualità umane e di zelo missionario. Con lui il futuro si presenta roseo.

    Ma, come si dice, l’appetito viene mangiando! E Pirovano, a 69 anni, più aumentano gli aiuti e il personale del Pime e più lui programma nuovi lavori. Quando arriva Blini, ed è molto contento di lui, dice che gli mandino altri fratelli o laici preparati per coprire questi settori:

    1) Settore Fisioterapia: lavoro importante per gli hanseniani  e gli ex-hanseniani; attualmente c’è solo una suora  e non ce la fa.

    2) Settore “granja” (piccola fattoria) per produrre ortaggi, allevamento polli, ecc. Non ho nessun tecnico e la barca fa acqua. Ci vorrebbe un agronomo con conoscenza di allevamento animali, colture equatoriali, ecc.

    3) Settore falegnameria e lavori manuali in genere: un falegname che conosca il disegno e il mestiere a fondo.

    4) Settore costruzioni: ci vorrebbe un capomastro o meglio un praticone che si interessasse un po’ di tutto: muratore, elettricista, tubista, ecc.

    Pirovano scriveva al vicario generale del Pime padre Franco Cagnasso, vicario generale del Pime, e aggiunge ( [48] ):

    Ma per prima cosa, e soprattutto, quelli che vengono qui devono essere testimoni di fede vissuta: devono venire prima per amore di Gesù Cristo e come conseguenza amore per i fratelli. Non dico altro perché tu sai già. Preparami il cammino. Io verrò dopo la S. Pasqua e vorrei trovare delle porte aperte.

      Bellissimo questo passaggio, merita di essere ricordato e meditato: prima l’amore a Cristo e poi tutto il resto. Ecco un esempio di come Pirovano vedeva chiaro, giudicava tutte le realtà in base alla fede, mentre la cultura corrente anche in certa stampa cattolica (e non erano casi rari!), giudicava l’amore a Cristo “un sentimento privato che non interessa”: l’importante era la professionalità ( [49] ).

     Scrivendo alla Fondazione Candia ( [50] ) per presentare il panorama di attività nate da Marituba, Pirovano è contento nell’annunziare che

    il Pime vede Marituba come un vero lavoro missionario e accetta l’offerta dell’Arcivescovo di Belem di formare una sola parrocchia includendo la colonia di Marituba e gli altri tre bairros nati dopo il 1980, con una popolazione presunta di circa 22-23.000 abitanti (i bairros sono in espansione), di cui circa 1.200-1.300 lebbrosi, 450 in colonia e gli altri dispersi nei villaggi circostanti e senza assistenza governativa.

     Seguono tre pagine a macchina con un elenco minuzioso delle opere già realizzate o in via di realizzazione e altre programmate: chiese, cappelle, scuole, centro dermatologico, campo da pallone, nuova residenza per padri e suore, centro parrocchiale unico per quattro centri dipendenti…  A scorrere quelle tre pagine fitte, si capisce la passione e lo zelo di Pirovano: con una popolazione poverissima, quasi abbandonata da governo e amministrazione locale, in buona parte disoccupata (“qui la fame aumenta davvero in modo impressionante a causa della disoccupazione e dei prezzi dei generi alimentari che vanno alle stelle”), lui si sente chiamato in causa e si butta in nuove imprese muovendosi a 360 gradi per trovare personale laico e aiuti. Chiede alla Fondazione Candia, ma le comunica anche che ha chiesto all’Ordine di Malta, al Ministero della Sanità del governo brasiliano (dove ha un caro amico dei tempi di Macapà) e poi ad un gruppo di industriali americani in visita, in buona parte dall’Ordine di Malta e ben disposti. Interessante quando scrive della visita ai bairros:

      I due brasiliani che li accompagnavano erano un po’ confusi per la disorganizzazione e l’evidente abbandono, gli americani sembravano soddisfatti. L’Ambasciatore di Malta si trascinava a stento… a causa dei suoi molti anni.  

    Uno s’immagina questo drappello di “paperoni” americani, quando ancora la televisione non aveva svilito e banalizzato le immagini della miseria e della fame di interi popoli nel mondo, in mezzo a quel che era un bairro nuovo all’estrema periferia di Belem, con poveracci analfabeti e immigrati da chissà quali profondità amazzoniche e dal nord-est brasiliano! Alla fine Pirovano è “stanchissimo”, ma pensa che quella visita sia stata provvidenziale: “Si vede che Marcello ci segue da lassù”. Era morto un anno prima e dom Aristide lo pregava spesso, specie per contatti come questo con industriali americani. I frutti arrivano qualche tempo dopo, ma arrivano, sempre attraverso l’Ordine di Malta che aveva già molto aiutato Marcello Candia.

    Un particolare e prezioso aiuto, nato ancora dall’Ordine di Malta, è stato quello dell’arrivo di una volontaria tedesca proveniente da Muenster e parente del vescovo della stessa diocesi, ora beatificato, Augusto Von Galen, definito “il leone di Muenster” per la sua coraggiosa resistenza al nazismo. Dotata della stessa tenacia dello zio, la giovane contessa Hubert Von Galen ha iniziato e portato avanti un metodico controllo e amministrazione delle medicine, istituendo una vera e propria anagrafe dei lebbrosi, dedicandosi pure a medicazioni e riabilitazioni. E’ stata per circa dieci anni una collaboratrice intelligente e molto apprezzata di mons. Pirovano e ha poi continuato per un’altra decina d’anni con i Poveri Servi della Divina Provvidenza, visitando le famiglie degli “adottati a distanza”, sostenendo e animando varie forme di iniziative educative e sociali per i minori.

    Gli ultimi anni ruggenti (1985-1988)

     Nell’estate 1985 Pirovano ritorna in Italia, anzitutto per visitare gli amici e rispondere agli inviti di incontri, cerimonie e conferenze su Marituba e Candia, ma anche per cercare dei volontari paramedici. Coltiva “un grande sogno”, come scrive in due lettere per chiedere che la stampa missionaria l’aiuti a realizzarlo ( [51] ):

     Dare assistenza specializzata e quotidiana a tutti i miei lebbrosi e così passare dalla fase assistenziale-consolatoria ad una fase più specifica di lottare contro la malattia e così arrivare ad abbassare l’indice (ancora molto alto!) di contagiosità. Quindi: con l’assistenza scolastica (igiene, refezione abbondante, ecc.) cerco di salvare i bambini; con l’assistenza metodica del volontariato cerco di fermare la lebbra o almeno abbassare l’indice di contagiosità. Datevi da fare, OK?

     Oltre ai paramedici Pirovano cercava anche un agronomo con esperienza di lavoro per dirigere una piccola fattoria, avviata nel 1979 che ha dato buoni esiti fin che Aristide ha potuto occuparsi personalmente di seguire il personale, ma “ora è in pieno dissesto perché manca la persona adatta”. Poi aggiunge di cercare questi volontari presso don Giussani di C.L. (“da me sempre amato per la comunione di idee e di intenti”) e dai volontari de “ La Nostra Famiglia ” di Pontelambro vicino ad Erba, alla quale indirizzare altri eventuali volontari che volessero andare con lui a Marituba. Sogna di formare una bella comunità di tre preti, un fratello, cinque suore e una decina o più volontari laici, che possa animare la pastorale e le opere sociali e assistenziali della parrocchia di Marituba.

     Nel 1987 vede almeno in parte coronato il suo sogno, perché ottiene dal Ministero degli Esteri italiano un consistente contributo economico per un programma di cooperazione che l’organismo di volontariato dell’”OVCI – La Nostra Famiglia ” ( [52] ) porta avanti nel periodo 1987-1992, con una ventina di volontari che si sono avvicendati; i quali realizzano la costruzione di un poliambulatorio e di un posto di salute con interventi di riabilitazione dei lebbrosi in cura e di “busca attiva” (ricerca) nelle scuole per identificare i casi di lebbra. Responsabile di questo programma la sig.na Laura Pellegrino, rimasta sul posto dal 1987 al 1993, che diventa la principale referente e, diciamo, segretaria di mons. Pirovano per i vari suoi programmi a Marituba.

     Accanto al programma dell’OVCI, con consistenti aiuti ricevuti da amici italiani di Laura, è stato possibile costruire e far funzionare un asilo per prevenire il contagio tra i più piccoli mediante igiene e nutrizione adeguata. Dato il crescente numero dei bambini da assistere, diventava necessario cercare ancora aiuti per cui, al suo rientro in Italia, Laura Pellegrino, con l’appoggio della sua parrocchia di San Rocco in Vallecrosia (Imperia), ha dato inizio al programma “adozioni a distanza”, che ha trovato notevole rispondenza sia nel proprio ambiente e, per “passa parola”, tra amici e conoscenti sparsi in tutta Italia; aiuti consistenti sono arrivati anche dal Laboratorio missionario Giovanni Mazzucconi di Lecco diretto da Lucia Sozzi e dalla signora Francesca Fra Montanari di Torino con la rete dei suoi molti amici e conoscenti e gruppi vari a Como, Brescia, Napoli, Roma, ecc. Oggi il programma è gestito con molta cura dall’Associazione “Amici di mons. Aristide Pirovano” (Onlus di Erba), presieduto dalla signora Enrica Sangiorgio Cavenaghi.

      Laura Pellegrino, al termine della sua esperienza a Marituba, continuata poi dall’Italia per parecchi anni con le adozioni dei bambini di Marituba, ha scritto alcune sintetiche “considerazioni - appunti scaletta per un incontro”, che trascrivo nella loro forma schematica originale. Mi sembrano uno schema molto semplice, ma pieno di significato, da sviluppare con esempi concreti nei molti incontri che si fanno sui popoli del Sud del mondo, per comunicare un’esperienza di vita fra gli ultimi della terra:

     1) Ho imparato molto da quel popolo: solidarietà tra i poveri, accoglienza, speranza, pazienza e riferimento sentito e continuo a Dio (“Graças a Deus!”).

     2) Popolo molto religioso ma in balìa delle sette che non lo promuovono, danno solo una risposta a questa religiosità senza cambiare la mentalità che è influenzata dagli aspetti negativi del consumismo.

     3) Impegno di evangelizzazione e promozione umana - La tecnica e i mezzi economici non bastano: occorre promuovere i valori del Vangelo – La promozione umana ha bisogno di sostegni culturali e spirituali, di motivazioni religiose.

     Nell’anno 1987 nell’ Archivio generale del Pime non ci sono lettere di Pirovano da Marituba, ma il 22 gennaio 1988 scrive al superiore generale padre Fernando Galbiati descrivendo in sintesi la situazione che s’è creata: ha dovuto allargare le prospettive della comunità di Marituba, fondata dal dott. Candia inizialmente per la cura del lebbrosario, ma poi portata ad interessarsi degli ex-lebbrosi di Pedreirinha e degli altri villaggi che nascevano attorno a questo centro di assistenza sanitaria, scolastica, religiosa. La parrocchia, creata dall’arcivescovo di Belém e affidata ad un parroco del Pime, ha assunto nuove ondate di immigrati. Pirovano s’è dato da fare per trovare altro personale e soprattutto laici e volontari. Adesso viene a sapere che richiamano fratel Blini ( [53] ) e anche padre Consonni dovrebbe ritornare a Macapà. Lui non sa ancora chi verrà a sostituirli e se verranno altri con lui! In questa lettera c’è un passaggio molto significativo ( [54] ):

     Per sette anni, all’inizio con il compianto dott. Marcello fondatore della comunità e poi da solo, abbiamo lottato contro tante difficoltà di cui non avete neppure l’idea; laicismo orgoglioso da parte di autorità che non sopportavano la nostra presenza; idem da parte della massoneria; apatia di anni da parte dei burocrati che non volevano vedere, ecc. ecc., calunnie, ecc. Ma con la grazia del Signore non ci siamo mai fermati e non abbiamo mai smesso di sognare il meglio per i nostri poveretti e per le favelas che cominciarono a sorgere nel 1980 e 1981. Nel 1985 e 1986, seguendo un piano sgorgato dalle urgenze locali, ho allargato il ventaglio contattando la ermetica burocrazia italiana; la ricerca e la preparazione dei volontari dell’OVCI… queste difficoltà non mi hanno mai fermato né tolto la serenità. Ma adesso è diverso!  

    “Adesso è diverso” perché, se gli tolgono il personale missionario del Pime (preti e fratello), si ritrova solo, a settanta e più anni, in una parrocchia enorme e in continua crescita, per l’assistenza religiosa e la direzione e animazione delle molte opere sociali, sanitarie, educative! Inoltre, in questa biografia di mons. Pirovano manca purtroppo tutta la parte, forse la più tormentata e anche interessante, che riguarda le difficoltà con le autorità brasiliane, il “laicismo orgoglioso”, la massoneria, l’apatia dei burocrati, le calunnie, ecc. Il racconto di questa opposizione dolorosa e faticosa per Pirovano manca solo perché non c’è sufficiente documentazione, al di là di pochi e sommari cenni come quello citato. Come ho già rilevato, Dom Aristide si dilungava nel descrivere i problemi che interessavano direttamente la sua opera; non era assolutamente incline a parlare anche di altro come degli scontri con le autorità, la lentezza dei suoi collaboratori, ecc.

    Si ripete con lui quello che era successo a Marcello Candia appena arrivato in Amazzonia: veniva a smuovere situazioni consolidate e questo dava fastidio a chi aveva il comando e alle alte classi che vedevano minacciato il loro “status” intellettuale, sociale ed economico. Pirovano era un altro missionario, vescovo questa volta, ben visibile nella società amazzonica, che realizzava la trasformazione di una periferia miserabile in varie comunità unite e in cammino verso la società moderna, attraverso la fede e molte iniziative nuove anche di carattere educativo e sociale, oltre che religioso.

     In questa situazione, dom Aristide era riuscito a fondare una nutrita comunità di laici. Scrive infatti nella lettera già citata sopra:

    Nella primavera del 1987 si è aperto uno spiraglio, dopo un lavoro massacrante e a dicembre è stata firmata una Convenzione fra il Governo brasiliano e i miei rappresentanti: l’arcidiocesi di Belém e l’OVCI - La Nostra Famiglia. Ma il lavoro è stato più frenetico che mai. Se non avessimo avuto fratel Faustino Blini non avremmo potuto né realizzare le strutture né arrivare al punto di organizzazione a cui siamo giunti. Oggi abbiamo una ventina di dipendenti diretti e altrettanti indiretti (personale del governo affidato alla nostra Comunità). Aggiungete noi del Pime, le suore e i volontari (una decina, n.d.r.) che hanno portato molta vita ma anche molti problemi. Il mio lavoro diplomatico riguarda non solo il Ministero della Sanità ma anche quello dell’Educazione per le scuole con migliaia di bambini e ragazzi. Per dire il volume del lavoro e delle attività basta dire che la nostra spesa (controllata) del 1987 ammonta a Dollari americani 290.000,00, tutti passati per le mani di fratel Faustino e spesi.

    Conclusione: perché venire a stroncare una Comunità che, dopo tante lotte e difficoltà, comincia a vedere il sole?

     Pirovano conclude dicendo che se la decisione di portare via fratel Faustino è irrevocabile,

     porterò il problema all’arcivescovo e alla “Fondazione Candia”, interessata come me e più di me alla continuazione di Marituba, perché assieme si cerchi chi ci possa sostituire. Col Pime o senza Pime, Marituba, merita di essere portata avanti!

    Poco dopo questa lettera angosciata, sperimenta ancora una volta l’aiuto provvidenziale del buon Dio, che giunge in modo del tutto imprevisto. Il 17 febbraio 1988 scrive a padre Fernando Galbiati che forse ha trovato la soluzione ( [55] ):

      La Provvidenza mi ha portato a Marituba, per poche ore, l’economo generale dell’opera di don Calabria di Verona. Potrebbe essere una “indicazione”. Ho avuto con lui un brevissimo incontro: in poco più d’un’ora ha dato un’occhiata a tutto e si è compiaciuto vivamente. L’incontro si è fermato a questo punto. Devo prima sapere cosa decide la direzione generale e poi parlare con il nostro arcivescovo, perché tutto è dell’arcidiocesi di Belém.

     Nel 1988 Pirovano ritorna in Italia il 13 aprile ed è ancora a Marituba all’inizio di agosto. Lo sostituisce il padre Alessandro Pezzotti di Macapà. Tenta di averlo come sostituto di fratel Blini, ma è impossibile. Quanto ai padri della congregazione di don Calabria, il superiore generale padre P. Cunegatti incontra padre Galbiati, superiore del Pime, il quale scrive a mons. Pirovano in data 29 giugno 1988 ( [56] ):

    Non ho alcun dubbio che voglia mandare i suoi confratelli brasiliani a Marituba, ma si comporta da ”Superiore” tipico, non ha voluto sbilanciarsi troppo e io non potevo dire più di quel che ho detto. Dall’incontro sono emerse chiare due cose:  che la loro venuta avverrebbe l’anno venturo in periodo non precisato, ma certo nella seconda metà dell’anno e che a quel tempo la sua presenza diventerebbe superflua.

     La previsione di Galbiati era ottimistica. La scelta della Congregazione di Don Calabria è stata felice, ma i padri arriveranno a Marituba non nel 1989, ma solo nel 1991 e le loro suore l’anno seguente, anche perché la parrocchia e la cura dei lebbrosi erano un impegno di notevole portata, molto diversificato e gravoso; prima di impegnarsi, i nuovi responsabili hanno voluto esaminare e studiare bene tutte le situazioni. Aristide è contento che i religiosi di don Calabria vengano a prendere il suo posto, ma vorrebbe trovare “un altro organismo di volontariato” (oltre all’OVCI), che gli mandi laici preparati soprattutto per i compiti sanitari: “oltre al gran lavoro pastorale, aumenta sempre più il lavoro specifico dei laici perché stiamo facendo cose rilevanti”. Anche le Missionarie dell’Immacolata sono preoccupate perché non hanno quasi più “infermiere professionali: hanno abbandonato quasi del tutto il settore infermieristico e assistenziale agli ammalati per dedicarsi tutte allo studio della teologia e alla pastorale… Sono dieci anni che chiedo infermiere, ma le loro suore in Brasile non accettano di studiare infermieristica” ( [57] ).

   Grandi progetti prima di lasciare (1988-1989)

    Pirovano è convinto che il Pime non lo possa più aiutare, per cui supplica padre Galbiati di trovargli “una Congregazione italo-brasiliana con il carisma dei poveri e degli ammalati” ( [58] ). Finalmente, nel marzo 1989 una buona notizia. Il superiore generale e il superiore regionale del Brasile dei “Poveri Servi della Divina Provvidenza” visitano per una giornata il lebbrosario e la parrocchia di Marituba. Pirovano è contento perché “il dialogo è stato abbastanza soddisfacente. Credo di poter dire che ce c’è stata, da parte loro, una buona volontà e un certo interesse, ma non siamo ancora arrivati a impegni e promesse”. Però dice di avere ormai 75 anni e anche padre Marcato ha la stessa età, padre Consonni è in ospedale e padre Pezzotti pare voglia tornare a Macapà; chiede che gli mandino qualche padre ad aiutarlo, ritornello ormai abituale con poche speranze di risposta positiva ( [59] ). Il lavoro è moltissimo, tanto più che sta iniziando la costruzione di un “Centro sognato da cinque anni” (non meglio specificato), per il quale ha già trovato 90-100 milioni di lire, che sono la metà della spesa prevista ( [60] ).

    Gli ultimi anni di Pirovano come responsabile praticamente unico di Marituba sono stati veramente un’autentica Via Crucis! Non possiamo seguirlo in ogni passaggio, ma stupisce la mole di lavoro, di sacrificio e di lettere che un uomo di 76-78 anni (pesava circa 50 chili!), nel clima amazzonico e con una salute vacillante come la sua (non se ne lamenta mai!), riesce ad affrontare per dare una risposta a così tanti problemi e urgenze quotidiani. Un solo esempio lo racconta lui stesso ( [61] ):

     Le mie giornate sono senza respiro per tante cose che non vanno e per le contrarietà continue. Persino la nuova installazione telefonica, montata oggi e consegnataci a mezzogiorno, nel pomeriggio già non funziona più! Cosa dire? Pazienza!

     Quando ripenso a mons. Pirovano mi viene in mente lo slogan tradizionale del Pime: “Rimanere in missione fino alla morte” e Aristide si è impegnato fino al 3 febbraio 1997, quando il buon Dio ha mandato i suoi angeli a prenderlo e portarlo in Paradiso. Anche dopo che ritorna in Italia nel 1991, ogni anno fa un lungo soggiorno in Amazzonia, soprattutto per finanziare e seguire l’ultimo suo grande progetto, l’ospedale di Marituba. Anche nei mesi che era in Italia, a ottanta e più anni, non si risparmiava, continuava ad accettare impegni, non aveva nessuna intenzione di “mettersi a riposo”!

     Chiaro segno di questo lavorare fino all’ultimo senza programmare nessun ritiro è la lettera del 30 marzo 1989 ( [62] ). Racconta che dal 1981, col dottor Candia stanno lottando con le autorità e la burocrazia statale per far capire che non basta “curare” la lebbra, ma bisogna “prevenirla”, altrimenti per ogni malato che si dichiara guarito, altri due o tre vengono infettati. Finalmente pare che le “autorità sanitarie” abbiano capito.

     Ora ci chiedono di fare noi un grande “Centro di riferimento per gli hanseniani e per la preparazione teorico-pratica del personale statale sanitario”. Un’opera di grande respiro che dovrebbe cominciare a bloccare il diffondersi della lebbra. Il Governo però si dichiara in stato ….fallimentare e incapace di assumere l’onere della costruzione, previsto in 500 milioni di lire, e dell’equipaggiamento specializzato che non dovrebbe costare meno di altri 300 milioni!

     E io, mezzo matto (o lo sono del tutto?) ho già risposto POSITIVAMENTE: la nostra Comunità avrebbe fatto tutto! Ma poi mi hanno portato via fratel Faustino, il mio braccio destro e anche sinistro. Poi il Padre Eterno ha dato una mazzata al padre Angelo Consonni (in ospedale per un ematoma al cervello, n.d.r.), che da solo vale tre missionari! Poi il Pime di Macapà viene a dirci che non può aiutarci con altro personale. Ma il “vecchietto” (che sono io) non intende mollare: si tratta di un’opera fondamentale per girare la pagina nella storia della lebbra che si diffonde sempre più per l’incompetenza degli addetti ai lavori e l’ignoranza e l’apatia della gente in generale.

     Il nostro progetto ha tre sezioni: una sezione tipo scuola, che insegnerà la teoria e le varie materie; nelle altre due sezioni si farà “scuola pratica” diretta con gli ammalati nei vari stadi di contaminazione e di cura; così pure nei vari laboratori, di analisi, nella fisioterapia, ecc… Qui ci vuole l’aiuto del Signore! E ci vuole l’aiuto degli Amici! E ci vorrà l’aiuto dei volontari laici e laiche “competenti”  e poi… molto AMORE!

    Le autorità brasiliane affidano un’opera di questo genere a Dom Aristide e al Pime! Evidentemente, vedendo che questo vescovo “in pensione” continua a costruire ed a finanziare nuove attività per i lebbrosi e i più poveri, pensano bene di affidagli un nuovo compito richiesto dagli organismi dell’ONU, sapendo che non avrebbe detto di no. Si ripete quel che si verificò trent’anni prima con Marcello Candia all’inizio della presenza cristiana a Marituba. Nei primi tempi, molte resistenze per lasciarlo andare a visitare il lebbrosario, poi (per scoraggiare Marcello) fanno pagare un prezzo assurdo per l’appezzamento di terreno forestale in cui costruire la “Casa della preghiera” per preti e suore con l’annessa cappella “Maria Regina della Pace”; difficoltà per dare il permesso di costruirvi il “Centro sociale Città di Milano”…. Infine, gli avrebbero ceduto volentieri e gratis tutto il lebbrosario e la responsabilità di nutrire e curare i lebbrosi!

     Lo stesso schema si ripete per Pirovano, con questa differenza: Marcello era un laico straniero e ricco, chiedeva permessi e autorizzazioni presentandosi col cappello in mano, si esprimeva in un brasiliano elementare: doveva subire anche umiliazioni, ore di anticamera e poi il personaggio che gli aveva dato l’appuntamento partiva per un impegno improvviso. Pirovano no, era un vescovo cattolico, si presentava con croce pettorale, papalina e finimenti rossi, in un paese “cattolicissimo”, parlava brasiliano meglio dei brasiliani e aveva una grinta dolcissima ma anche fulminante (quando voleva) e nessuno osava mancargli di rispetto. Ma i risultati in fondo erano gli stessi: rifiuti e ritardi di anni, intoppi burocratici al cui confronto quelli italiani sono cose da ridere. Nelle lettere Aristide si lamenta poco delle autorità brasiliane e amazzoniche, non era sua abitudine lamentarsi di qualsiasi cosa, ma cenni qua e là ci sono, assieme anche agli aiuti che riesce a ricevere da vari ministeri (sanità e istruzione soprattutto), dai quali andava a Brasilia e a Belém per battere cassa.

     Nel 1988, dieci anni dopo che è tornato in Amazzonia da vescovo (1978), gli danno l’incarico di costruire e attrezzare il “Centro di prevenzione della lebbra” con tutta la sua costosa attrezzatura: e aveva 73 anni! Per fortuna, proprio in quei mesi si avvia a conclusione l’accordo per Marituba con i Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria di Verona. Lo annunzia una lettera di padre Fernando Galbiati che dice a Pirovano di aver incontrato il superiore generale dei Poveri Servi padre Pietro Cunegatti e il dott. Angelo Sironi presidente della Fondazione Candia a Roma; dopo di che Pirovano scrive subito a Cunegatti per ringraziare e dare le spiegazioni richieste ( [63] ): si assume l’impegno di finire la costruzione del “Centro de Referencia e Treinamento”, di cui si stanno iniziando i lavori per le fondamenta, con gli aiuti di suoi amici personali e, nel caso ce ne fosse bisogno, anche la Fondazione Candia è disposta ad aiutare; quando verranno i Poveri Servi lui, scrive, si ritira e

    al momento del cambio di guardia, tutto quanto si troverà nelle mie mani (denaro o cose) sarà messo a vostra disposizione per Marituba. Io amo Marituba e non mi permetterei mai di creare difficoltà. Sono sicurissimo che la sua Congregazione farà molto meglio di noi e Marituba avrà un grande sviluppo. E’ questo che io desidero con tutto il cuore, la mia persona non conta e sarò lieto di ritirarmi e pregare per Marituba.

     Pirovano chiede al superiore generale della congregazione di don Calabria di metterlo in contatto con i missionari di don Calabria in Brasile, per prendere assieme le decisioni che urgono; poi accenna all’Ospedale di Marituba e dice che “il caro fratel Giuseppe” (della Congregazione dei Poveri Servi) è già andato a vedere Marituba e “si è mostrato molto interessato all’ospedale della Colonia che serve l’intera regione di Marituba e vicinanze. Ora è stato chiuso e la SESPA (l’ente governativo per la sanità) non ha i soldi per ricuperarlo. D’accordo con fratel Giuseppe, ho sondato con cautela la SESPA. Il giorno dopo il Capo della I° Regione e lo stesso Segretario della Salute mi hanno mandato a dire che sono disposti a cederlo. Vedete voi!”.

     Così Aristide, che ancora aspetta la decisione finale dei Poveri Servi, già lancia un nuovo progetto, addirittura un ospedale per tutta Marituba, che poi riuscirà lui stesso a realizzare, continuando a finanziare la costruzione e l’attrezzatura fino al giorno della morte! Non dice che è disposto ad aiutare per questo progetto forse per delicatezza, ma da tutto l’assieme risulta chiaro che un uomo come lui non può starsene con le mani in mano e continuerà a raccogliere aiuti per Marituba.

     Gli ultimi anni in Amazzonia (1989-1991)

      Il 15 settembre 1989 padre Galbiati scrive a dom Aristide da Tagaytay (Filippine), dove si stava svolgendo l’Assemblea generale del Pime (che avrebbe eletto superiore padre Franco Cagnasso): padre Cunegatti ha mandato la lettera formale di accettazione confermando i tempi per la successione:

-         Fine 1989: un religioso si porta a Marituba.

-         Marzo 1990: contatti a livello amministrativo e medico.

-         Settembre 1990: contatti anche a livello pastorale.

-         Marzo 1991: arriva la nuova comunità per lavoro sia pastorale che medico.

     Galbiati aggiunge che Pirovano può stare a Marituba fino al giugno 1991 e poi tornare in Italia in estate e, dopo una ben una meritata vacanza, si accorderà col nuovo superiore generale per il suo futuro. Cosa fa Pirovano dopo l’accordo con i religiosi di don Calabria? Come programma il suo futuro? Lo spiega bene in una lettera a padre Giuseppe Piazza, segretario generale suo e dell’attuale nuova direzione generale ( [64] ):

   Quando l’equipe di don Calabria sarà completa (maggio-giugno 1991?), verrò in Italia. L’ho promesso e lo farò, magari con un po’ di tristezza. Ma anche con gioia, perché sono sicuro che Marituba fiorirà con i miei successori. Marituba sembra fatta apposta per loro, che hanno come meta gli ammalati, i ragazzi di strada, il lavoro che redime, ecc. Loro per Marituba e Marituba per loro! Deo gratias et Mariae! A loro consegnerò tutto quanto la Provvidenza mi ha messo nelle mani (e non è poco) e quando sarò in Italia farò quel poco che potrò per loro, cioè per Marituba. Credo che non andrò a riposare a Rancio. Un Pirovano a riposo sarà difficile vederlo….

    Intanto continua a lavorare a Marituba e il 28 ottobre 1990 può scrivere ( [65] ) che il “Centro de Referencia e Treinamento” intitolato al dottor Marcello Candia finalmente è pronto: “Ma quante grane! Martedì ci sarà un altro incontro con i capi della sanità per il quadro dei funzionari pubblici”; e comunica che il progetto dell’ospedale sta progredendo: “Il mio sogno è di cominciare le fondamenta del blocco degli ambulatori in novembre…. Speriamo nella Divina Provvidenza”.  Il Centro entra poi in funzione il 6 maggio 1991 e Pirovano così sintetizza il lavoro fatto ( [66] ): “Dieci anni di burocrazia, di lavoro diplomatico, di stanghe nelle ruote, di terremoti interni ed esterni! Ma… graças a Deus, funziona!”.

     Prepara anche la sua partenza e scrive a padre Angelo Bubani, archivista dell’ Archivio generale del Pime a Roma ( [67] ) per invitarlo ad andare a Marituba ed esaminare il molto materiale raccolto da quando è a Marituba, che lui non ha tempo di esaminare e portare a Roma quello che riguarda il Pime. Bubani risponde subito ringraziando: verrà in aprile e andrà non solo a Marituba, ma a Macapà, Parintins e Manaus al nord e poi a San Paolo al sud.

     Certamente costava a Pirovano abbandonare Marituba, ma capisce bene che deve distaccarsi da tutto e lo fa subito, dando una grande testimonianza di distacco dal denaro. A padre Franco Cagnasso, che gli aveva raccomandato di non creare “un problema Pirovano” con i Poveri Servi di don Calabria, risponde il 27 gennaio 1991 assicurandolo: “Spero che Pirovano non sia un problema”: la sua partenza da Marituba era già stata prevista da due anni. Gli comunica che il 10 febbraio prossimo arriverà il fratello Gedovar Nazzari (brasiliano ma figlio di italiani), presidente e amministratore del “Centro de Treinamento”, che si manifesta subito un uomo capace, efficiente, rapido e determinato nelle decisioni, Dom Aristide è molto contento, dirà spesso che quella era la persona giusta per prendere il suo posto ( [68] ). A Cagnasso, nella lettera appena citata scrive che ha già provveduto a sistemare la parte finanziaria ( [69] ):

    Ho già scritto ai nostri Economi di Roma (13/1/ 1991), di Milano (14/1/1991) e di Detroit (17/1/1991) dando loro disposizioni perché passino alla Congregazione di Don Calabria tutto quanto hanno in deposito nel nome di Pirovano-Marituba. Ho fatto lo…. spogliarello economico. Sono LIBERO! Deo Gratias. Anzi, ho fatto qualcosa di più: il giorno 18/01/1991 ho ricevuto da una Banca di Chiasso uno cheque di 180.000 dollari americani, “a nome di un loro cliente che vuol mantenere l’anonimato a scopo di beneficenza”. Ho firmato l’assegno e l’ho inviato a Porto Alegre (Brasile) al Superiore della Congregazione di Don Calabria in Brasile. Inoltre, quando arriveranno i Poveri Servi, passerò a loro tutto quanto è ancora nelle mie mani a Marituba-Belém.

    La data ufficiale in cui i Poveri Servi della Divina Provvidenza assumono la direzione di Marituba è il 25 febbraio 1991, mentre le loro suore sostituiscono le Missionarie dell’Immacolata il 17 aprile 1993. Negli ultimi mesi della permanenza a Marituba, arrivano a Pirovano diversi assegni, alcuni particolarmente consistenti, da Banche americane (di New York e Chicago), evidentemente da qualcuno di quegli industriali americani portati in Amazzonia dall’Ordine di Malta (vedi sopra). Avevano già aiutato appena ritornarti in USA, ma qualche anno dopo si risvegliano e mandano altre somme! Che naturalmente Pirovano gira subito ai Poveri Servi.

    Tanto più che, prima di partire per l’Italia il 20 giugno 1991, ha ancora la consolazione di ricevere una lettera ( [70] ) del superiore dei Poveri Servi in Brasile, padre Waldemar José Longo (abitava a Porto Alegre all’estremo sud del Brasile), il quale lo ringrazia di tutto quel che ha fatto e continua a fare per Marituba e gli comunica che in luglio verrà a Marituba e definirà con i suoi missionari le modalità per l’inizio delle costruzioni per il nuovo ospedale, che Aristide ha “tanto sognato”. Così il vescovo “emerito” ritorna in Italia, ma s’è già fissato il nuovo compito: finanziare la costruzione e l’attrezzatura dell’ospedale di Marituba.

    Pochi giorni prima di partire per l’Italia, dom Aristide scrive una bella lettera a don Aldo Cattaneo e Lucia Sozzi del Laboratorio missionario di Lecco. Ringrazia degli aiuti e delle preghiere e degli aiuti e scrive ( [71] ):

    In questi giorni sto facendo fagotto, ormai Marituba è in mani salde e, con l’aiuto del Signore, continuerà a crescere con i figli del Beato Calabria. Viva! Cambia il timoniere… uomo, continua il Timoniere…. Signore della Storia. Nonostate le nubi nere sul mondo e sulla Chiesa, con la preghiera e per la preghiera c’è sempre motivo di Speranza,

     Il 15 giugno 1991 scrive al fondatore e direttore de “I Nostri Amici Lebbrosi”, dottor Daniele Sipione di Udine, che ha molto aiutato il vescovo missionario. Gli dice che ( [72] ):

      La costruzione del nuovo ospedale comincerà quando concluderemo le trattative col Governo locale per la cessione del terreno. Le piogge sono finite e potremmo incominciare i lavori; ma non è finita l’eterna burocrazia del nostro Governo locale. In questi miei ultimi giorni avremo incontri con i responsabili. Speriamo, pazienza! Partirò da qui il 20 giugno e andrò a Roma per alcuni giorni. Poi mi ritirero in un convento per un periodo di silenzio e riposo: poi ricomincerò a girare. Il mio recapito sarà ad Erba dalle mie sorelle. I miei successori sono in quattro e sono brava gente. 

     “Mi considero il nonno di Marituba”

     Il 20 giugno 1991 ritorna in Italia, si stabilisce ad Erba dalle sorelle ma il suo pensiero rimane a Marituba! E il 18 settembre 1991 scrive una lettera al Superiore generale della congregazione dei Poveri Servi di don Calabria, nella quale ringrazia per un invito a partecipare ad una solennità dei Poveri Servi l’8 ottobre 1991 ( [73] ) a Verona, ma esprime una sua preoccupazione per Marituba. Com’era suo solito, dice con chiarezza quel che pensa. La sua lettera, dopo i convenevoli iniziali, continua con queste parole:

     Che cosa mi preoccupa? Parliamoci chiaro. A me sembra di capitale importanza per il presente e per il futuro di Marituba PREVEDERE E ASSICURARSI la presenza e la collaborazione di UNA O PIU’ congregazioni femminili. Quando nel 1950 sono stato nominato amministratore apostolico di Macapà, sono subito venuto in Italia per cercare suore….. Ora, non mi sono accorto che ci sia un piano prestabilito per Marituba. Forse la mia vi potrà sembrare presunzione o ficcare il naso in faccende altrui, non di mia competenza. E avete ragione in parte! Ma per me Marituba è VITA. Gioisco per ogni cosa buona di Marituba e soffro per ogni cosa che non va bene o che mi pare non vada bene …. Mettiamo bene in luce che non avete nessun obbligo di consultarvi con me e io non ho nessun diritto; il solo diritto che mi rimane è di amare Marituba: e lo farò!

     Inoltre penso sia necessario impiantarvi subito bene a Marituba, con personale vostro e fidato. per due motivi:

     1) per approfittare del momento politico relativamente favorevole, cioè i quattro anni del governo Jader e D. Alcione.

     2) E’ bene ricordare che io ho dovuto lottare contro la burocrazia per otto anni interi, prima di avere l’approvazione a costruire il “Centro de Referencia e de Treinamento”. Si dovrebbe approfittare il più possibile del “tempo favorevole”. Un bel terreno per una possibile residenza di suore ci è stato offerto dalla Divina Provvidenza, accanto alla residenza centrale.

     Pirovano sapeva che le Missionarie dell’Immacolata, dopo la partenza del Pime, erano sul piede di partenza e si preoccupa che Marituba non rimanga senza suore ( [74] )! In altra lettera al Superiore generale dei Poveri Servi (6 agosto 1992) ritorna sull’argomento delle suore:

    Io ringrazio lei e la sua congregzione per quanto di bene avviene a Marituba, della quale mi considero “nonno”. Io vivo per Marituba. Ma, mi permetta, io mi sentirò tranquillo sulla sorte di Marituba quando le vostre Suore – le Povere Serve – saranno anche loro laggiù. Soltanto allora io sarò felice. Aspetto da lei questo passo che renderà totale la vostra presenza a Marituba.

    Il 4 dicembre 1991, celebrando i suoi 50 anni di sacerdozio, ha la consolazione di

ricevere questo telegramma dall’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini, che l’aveva visitato a Marituba e gli esprimeva in tanti modi la sua simpatia:

    Unisco Sua gioia e rendimento di lode Signore per cinquantesimo Ordinazione Sacerdotale esprimendo vivissima riconoscenza sua esemplare testimonianza spirito missionario cammino evangelico. Augurandole pienezza consolazioni divine. Assicurando ricordo orante Eucaristia. La abbraccio con fraterno affetto nel Signore.

                                                                           + Carlo Maria Cardinale Martini  

     Prima di riprendere mons. Pirovano in Italia, ecco un’avventura a lieto fine del vescovo missionario in Amazzonia, conosciuto anche come “il nonno dei bambini di Marituba” per il grande amore e attenzione che aveva per i piccoli. Ma per uno di loro è molto di più. Ecco perché e come. Era l’anno 1987, Aristide ancora in piena attività, con giornate faticosissime. Una sera, si è già ritirato nella sua cameretta per pregare e dormire, ma bussano e chiamano con insistenza alla sua porta: è un uomo con la moglie incinta. La donna ha le doglie e i due sono spaventati: cercano un mezzo per raggiungere l’ospedale più vicino, ma ormai è tardi e di ambulanze nemmeno a parlarne. Non c’è tempo da perdere. Ecco come Mauro Colombo racconta il fatto, sentito raccontare dallo stesso protagonista ( [75] ):

      Pirovano corre a prendere il pulmino Volkswagen, carica il marito trepidante e la moglie sempre più affannata e sofferente. Il parto è imminente e nonostante l’impegno del guidatore, avviene proprio in macchina. E’ un bel maschietto, dice il padre, che però respira a fatica. Finalmente arrivano al pronto soccorso dell’ospedale. Pirovano blocca davanti all’ingresso e corre subito a chiamare medico e infermiere. Adagiano la signora su una lettiga, il marito le tiene la mano ed entrano nell’ospedale. Pirovano li segue ma ha l’impressione che qualcosa non va. Dov’è finito il bambino? Nella concitazione del momento tutti si sono dimenticati del piccolino, non Aristide; che torna indietro e trova l’infante riverso sul sedile. La situazione sembra disperata perché il piccolo non respira. Lo avvolge in una coperta e prima di entrare in ospedale vede una pozzanghera d’acqua, si china, ne prende un po’ con la mano e battezza il bambino che, appena avverte l’acqua, scoppia a piangere: è il segnale della ripresa. Poi padre Aristide lo affida ai medici e in capo a qualche ora mamma e bambino sono fuori pericolo. Quando si tratta di scegliere il nome del piccolo, i due genitori non hanno dubbi: Aristides.

     Uno dei più bei ricordi di Marituba che dom Aristide porta in Italia è questo che raccontava lui stesso ( [76] ):

      Un giorno su Marituba infuriava uno dei più violenti temporali amazzonici. Dom Aristide si trova sotto il porticato della chiesa in attesa della Messa. Ma quando pioggia, vento, tuoni, lampi e fulmini si scatenano, nessuno si azzarda più ad uscire dalla propria casetta. Il vescovo si rassegna a celebrare in solitudine. Ma in mezzo ai furiosi scrosci d’acqua vede un’ombra che avanza sulla strada. La riconosce, è Noemia, la moglie del presidente del lebbrosario, Adalucio Calado, anche lei lebbrosa. Avanza a fatica, zoppica e ondeggia sulle sue protesi. Aristide prega e spera che non cada: grande e grossa com’è, non riuscirebbe più a rimettersi in piedi e nemmeno lui potrebbe aiutarla, con i suoi 50 chili, tutto compreso! Finalmente Noemia giunge alla chiesa e Pirovano la redarguisce: “Ma cosa ti è saltato in mente? Non hai visto che tempaccio? Tanto sei da sola, gli altri sono rimasti tutti a casa, a Messa non verrà nessuno…”. La donna risponde: “Ma io ero sicura che lei sarebbe venuto!”.



[1] AGPIME 2, 21, 6,1228.

[2] AGPIME 2, 21, 7, 1344. Mons. Pirovano scrive il 9 settembre 1978 da Detroit a mons. A. Cerqua, vescovo di Parintins in Amazzonia (AGPIME, II 22, 01, 1382),  che il card. Agnelo Rossi, brasiliano prefetto di Propaganda Fide, gli aveva proposto di fermarsi a Roma per  “organizzare un corso superiore di formazione di catechisti da tutto il mondo”; e aggiunge: “Avresti visto tu Pirovano… professore? Roba da matti!”.

[3] AGPIME 2, 21, 7, 1345. Lettera del 12  febbraio 1978. Pirovano temeva che il superiore del Pime suo successore, padre Fedele Giannini che veniva dal Giappone, lo fermasse in Italia a servizio dell’animazione missionaria. Sarebbe stato molto utile anche per il Pime: se gli dava un ordine, doveva obbedire!

[4] AGPIME, 2, 21, 7, 1346.

[5] AGPIME 2, 21, 7, 1350. Il cardinale gli risponde mandando le sue “felicitazioni” per questa scelta (AGPIME 2, 21, 7, 1351).

[6] AGPIME 2, 21, 7, 1348.

[7] AGPIME 2, 21, 7, 1349.

[8] AGPIME 2, 21, 7, 1354.

[9] AGPIME 2, 21, 7, 1356.

[10] AGPIME 2, 21, 7, 1357. Lettera del 7 maggio 1978..

[11] AGPIME 2, 21, 7, 1365.

[12] Quando il Pime è andato nelle Filippine nel 1968 uno dei primi impegni è stata la grande parrocchia di Santa Cruz nella diocesi di San Pablo (isola di Luzon), decaduta e quasi abbandonata per mancanza di preti. In pochi anni, i missionari del Pime l’hanno rimessa bene in funzione, poi l‘hanno lasciata al vescovo locale sebbene questo li pregasse accoratamente di restare perché mancava di preti; e in pochi anni la parrocchia è di nuovo decaduta. Molte Ong che agiscono nel “terzo mondo” ripetono lo stesso sbaglio. Arrivano in un posto, in tre o cinque anni realizzano un “progetto di sviluppo”, educano (per modo di dire) alcuni locali e se ne vanno perché dicono che i locali “sono pronti”. Ma  non  capiscono che mandare avanti un progetto di sviluppo (anche un semplice pozzo o una piccola farmacia di villaggio) non è solo un problema economico e tecnico (la tecnica si può insegnare facilmente e i giovani locali imparano rapidamente); ma si tratta di un problema “culturale”, di mentalità, di abitudini consolidate, di resistenza dell’ambiente circostante. Ecco perché molto spesso i “progetti”  realizzati dai governi e dalle Ong occidentali rapidamente decadono e la situazione ritorna quella di prima, anzi peggio di prima, perché poi i locali rimpiangono gli stranieri perdendo fiducia in se stessi. E’ un’esperienza che ho sentito ripetere decine e decine di volte in vari paesi poveri., specialmente in Africa.  I missionari, in genere, rimangono sul posto una vita, allora si può sperare che poi i locali siano in grado di continuare.

 

[13] AGPIME 2, 21, 7, 1368.

[14] Al termine di tutto, Pirovano scrive a p, Giannini lamentandosi: “Perchè quando hai saputo la risposta del vescovo (mi pare verso il 20 luglio), non mi hai inviato un semplice aerogramma con tre righe di testo? Perchè padre Biffi che aveva promesso di scrivermi, non mi ha scritto”.

[15] AGPIME 2, 21, 7,  1375.

[16] Lettera ricuperata recentemente e non ancora inserita e catalogata nell’ Archivio generale del Pime.

[17] AGPIME 2, .21, 7, 1376.

[18] AGPIME 2, 21, 7, 1377.

[19] AGPIME 2, 21, 7, 1380.

[20] I dimessi dal lebbrosario con i loro familiari e altre persone. 

[21] Si veda P. Gheddo, “Marcello dei lebbrosi”, Prefazione di Giorgio Torelli,  De Agostini, Novara, 1994, 5° edizione, pagg. 328.

[22] Anche per un contrasto di fondo con Candia. Don Mario sognava per se stesso un’esperienza come quella del De Foucauld nel Sahara: isolamento, preghiera, come se fosse nel deserto, e aveva costruito la casa dei padri con piccole cellette invivibili nel caldo umido soffocante dell’Amazzonia. Marcello, uomo molto pratico (che poi pagava il conto), non era d’accordo con questa impostazione. Si sono lasciati da amici e Candia ha chiesto un cappellano al Pime.

[23] AGPIME II,  22, 01, 1399.

[24] E Pirovano mi scrive chiedendo di preparargli “alcune delle foto più belle” che ho fatto a Marituba, da distribuire agli amici nel suo prossimo viaggio in Italia (APIME, II, 22, 02, 1404). Mentre Candia sentiva fortemente l’impegno di chiedere articoli sulle sue opere,  farsi fotografare e fare fotografie, che poi mandava e distribuiva ai suoi benefattori quando veniva in Italia, mons. Pirovano non si interessava di tutto questo. Tant’è vero che il suo archivio fotografico è scarso e le foto più belle di lui le ha fatte il grande fotografo Fulvio Roiter, mandato dalla Fondazione Candia in Amazzonia dopo la morte di Marcello, per fotografare i luoghi e le opere di Candia. Alcune di queste foto sono pubblicate in un volume fotografico con la prefazione di Giorgio Torelli. Tornando in Italia dal viaggio a Puebla nel 1979 scrivo a Pirovano che ho pubblicato un articolo con mie fotografie su Marituba in “Famiglia Critiana”, “Messaggero di Sant’Antonio, “Gente” e poi “Avvenire” e la stampa del  Pime. Risponde ringraziando perchè dice che passa “dal silenzio ad una campagna totale!” e raccomamda di  mettere l’indirizzo del Pime per le offerte (AGPIME II, 22, 01, 1407).

[25] Pubblicata nel volume di Mauro Colombo, “Aristide Pirocano – Il vescovo dei due mondi””, EMI 1999, pag. 243.

[26] AGPIME II, 22, 01, 1409.

[27] Ritornerà in Italia nell’aprile 1980 e poi ancora nell’aprile 1981 per un’operazione di calcoli al rene e alla prostata. Non verrà invece nel 1982, “mi manca davvero il tempo” (AGPIME II, 22, 01, 1429), mentre verrà nel 1983 “per i soliti giri… d’affari”.

[28] Marcello era ancora impegnato a Marituba, ma la sua principale preoccupazione era l’ospedale di Macapà e le altre opere che aveva iniziato e finanziava in Amazzonia.

[29] AGPIME Titolo II, 22, 06, 1410.

[30] AGPIME, II, 22, 01 1415. Lettera del 14 aprile 1980 da Brasilia.

[31] Piero Gheddo, “A Marituba con i lebbrosi anche il Papa s’è messo a cantare – Intervista a mons. Aristide Pirovano”, in “Testimoni della Missione”, Editrice LDC,  giugno 1983, pagg. 16-35..

[32] Il Papa, passando vicino ai lebbrosi prima di salire sul palco non vedeva Candia; poi chiede a Pirovano: “Ma dov’è questo famoso Marcello Candia?”. Pirovano lo indica dall’alto: era dietro alla carrozzella di Adalucio, in mezzo agli altri lebbrosi. Alla fine il Papa lo chiama vicino a sè, lo bacia in fronte e gli dice: “Ho sentito tanto parlare di lei”.

[33] Piero Gheddo, “A Marituba con i lebbrosi anche il Papa s’è messo a cantare – Intervista a mons. Aristide Pirovano”, in “Testimoni della Missione”, Editrice LDC,  giugno 1983, pagg. 16-35.

[34] AGPIME II, 22, 01, 1421. Lettera del 17 dicembre 1980

[35] Lettera al superiore generale del 21 luglio 1982, AGPIME II, 22, 01, 1431.

[36] Però noto solo nell’interno del Pime ad alcuni che più frequentavano Pirovano. Enrica Cavenaghi di Erba, presidente degli “Amici di mons. Pirovano” e amica di Dom Aristide da una vita, intervistata il 27 maggio 2007, alla mia domanda di cosa sapeva di questa specie di distacco psicologico dal Pime, rispondeva: “Non so, non ne ha mai parlato. Diceva che avrebbe voluto che il Pime assumesse la responsabilità di Marituba, ma lui sapeva che questo non era possibile e allora, come Candia per l’ospedale di Macapà, ha cercato un ordine religioso che fosse adatto per opere del genere”.

[37] I “Poveri Servi della Divina Provvidenza”, che hanno assunto la direzione di Marituba il 25 febbraio 1991.

[38] AGPIME II, 22, 01, 1436,

[39]   Nel 1983, mons. Maritano diventa cappellano del lebbrosario di Prata (Parà), poco distante da Marituba.

[40] Don Peppino Orsini, il dott. Angelo Sironi (presidente) e il dott. Gaetano Lazzati.

[41] AGPIME II, 22, 01, 1437.

[42] AGPIME II, 22, 01, 1441.

[43] AGPIME II, 22, 01, 1445. Lettera del 24 gennaio 1984.

[44] AGPIME II, 22, 01, 1449.

[45] Pirovano preferirebbe ricevere gli aiuti attraverso la banca in dollari e non in cruzeiros, perché a quel tempo l’inflazione in Brasile era altissima e bruciava tutti i risparmi! Nel precedente anno 1983 la Casa di Preghiera aveva speso in tutto poco più di 35 milioni di cruzeiros; nei primi tre mesi del 1984 le spese avevano già raggiunto i 19 milioni di cruzeiros. In queste spese non erano calcolate quelle personali di Pirovano, salute, auto e manutenzione, viaggi, ecc. In altra lettera  del 25 settembre 1984 (AGPIME II, 22, 01, 1455) Pirovano scrive che in quel giorno hanno dato notizia di una nuova svalutazione del Cruzeiro, la 54° nel 1984! Praticamente quasi una la settimana!

[46] “Ha 69 anni, ma ancora capace di lavorare e…. la sua specialità è la bontà e la pazienza con gli ammalati”.

[47] Lettera alla Fondazione Candia del 25 settembre 1984, APIME II, 22, 01, 1455.

[48] AGPIME II, 22, 01, 1453.

[49] Negli anni sessanta, settanta e ottanta facevo parte dell’associazione giornalisti cattolici, ne conoscevo molti, li frequentavo. Una volta so che in una pubblicazione cattolica importante stavano assumendo un certo giovane che avevo già conosciuto. Dico all’amico sacerdote direttore: “Ma perché lo assumi? Non mi pare che viva e pratichi la fede. Ti sei informato?”. Mi risponde: “Non mi interessa, me l’hanno presentato come un buon giornalista e so che scrive bene. A me interessa che sia un buon professionista, non se crede o non crede, perché questo è un sentimento privato….”. Infatti, qualche anno dopo hanno dovuto licenziarlo, con seguito di polemiche!….

[50] AGPIME II, 22, 01, 1455. Lettera del 25 settembre 1984.

[51] Lettere del 24 settembre 1985 ai padri Piero Gheddo e Mauro Mezzadonna, AGPIME  II, 22, 02, 1468, 1469.

[52] OVCI, Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale :

[53] Inizialmente pareva che Blini venisse richiamato per andare ad aiutare l’economo generale del Pime a Roma, poi viene mandato a Parintins per dirigere la formazione dei fratelli brasiliani.

[54] AGPIME II, 22, 02, 1500.

[55] AGPIME I, 22, 02, 1503.

[56] AGPIME II, 22, 02, 1529.

[57] AGPIME II, 22, 02, 1535. Lettera a padre Galbiati del 6 dicembre 1988.

[58] AGPIME II, 22, 03, 1537. Lettera a padre Galbiati del 5 marzo 1989.

[59] AGPIME II, 22, 03, 1539. Lettera del 17 marzo 1989 ai padri Giuseppe Busato e Giovanni Gadda, superiore regionale scadente ed entrante della regione di Macapà-Belem del Pime.

[60] AGPIME II, 22, 03, 1540. Lettera al dott. Angelo Sironi presidente della “Fondazione dottor Marello Candia” del 17 marzo 1989.

[61] AGPIME II, 22, 03, 1546. Lettera a p. F. Galbiati del 6 aprile 1989.

[62] AGPIME II, 22, 03, 1544. Lettera all’amico padre Noè Simonut che era stato suo segretario all’inizio degli anni settanta.

[63] AGPIME II, 22, 03, 1549 e 1551. Sono le due lettere di Galbiati a Pirovano e di Pirovano (6 giugno 1989).

[64] Lettera del 24 marzo 1990, AGPIME II, 22, 03, 1566.

[65] AGPIME II, 22, 03, 1575. Lettera a Padre Mauro Mezzadonna. Le lettere a lui e a padre Gheddo (che le hanno conservate, molte altre sono andate disperse!) sono molte in questi anni di Marituba, sempre per ringraziare per aiuti o per articoli scritti sulle sue opere. Mons. Pirovano ringraziava sempre, come Marcello Candia del resto.

[66] AGPIME II, 22 , 03, 1600. Lettera del 6 maggio 1991 a padre Tarcisio Manfredotti, amministratore del Pime a Roma.

[67] AGPIME II, 22., 03, 1581. Lettera del 3 gennaio 1991. Padre Angelo Bubani (1922-2004) era stato a Macapà con Pirovano dal 1948 al 1956 e anche suo vicario generale e poi vicario capitolare quando Pirovano va a Roma come superiore generale, in attesa del prossimo vescovo di Macapà, mons. Giuseppe Maritano. Bubani, tornando in Italia nel 1986, era stato nominato direttore dell’ Archivio generale del Pime, che ha sistemato molto bene, facendo anche viaggi in missione per raccogliere materiale utile alla storia dell’Istituto..

[68]   Accanto a lui, la signora Terezinha, molto efficiente che pure incontra il favore di Pirovano. I due li chiamava: “I miei due bracci destri a Mairituba”.

[69] AGPIME II, 22, 02, 1585 e 1586.

[70] AGPIME II, 22, 03, 1615.

[71] AGPIME (CXV – 23 – 11) - 115, 23,11, 444. Lettera del 9 giugno 1991.

[72] AGPIME II, 22., 03, 1617.  Nel gennaio 1992 Daniele Sipione e “I Nostri Amici Lebbrosi” destinano a Marituba  quattro milioni di lire attraverso mons. Pirovano (AGPIME II, 22, 05, 1746 e 1751-1752)..

[73] Lettera (come anche la seguente) trovata nella corrispodenza di Pirovano che dopo la sua morte era rimasta dalle sorelle ad Erba; ora è nell’ Archivio generale del Pime, ma non ancora schedata.

[74] Come già detto, le Povere Serve sostituiscono le Missionarie dell’Immacolata a Marituba il 17 aprile 1993.

[75] Mauro Colombo, “Pirovano, il Vescovo dei due mondi”, EMI 1999, pagg. 196-197.

[76] Mauro Colombo, “Arstide Pirovano, il Vescovo dei due mondi”, Emi 1999, 200-201.