PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)  

VII
GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

Il cuore e la testa aperti a tutto il mondo
Come “consigliere” non ho più nulla da consigliare
“Mi manca un milione di dollari per l’ospedale”
“Il sole di Marituba mi rimetterà in sesto”
“La sua fede era solida come una roccia”
“Padre Aristide ha testimoniato una fede cristallina”
Alcune testimonianze sulla santità di Pirovano
Testamento spirituale di mons. Aristide Pirovano

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO VII
GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO
(1992-1997)  

     Sei mesi dopo il suo ritorno in Italia, nel gennaio 1992, Pirovano è di nuovo in Amazzonia, in visita a Marituba. Scrive a p. Giacomo Girardi, superiore regionale del Pime a Milano ( [1] ), pregandolo di fissare la sua residenza a Rancio di Lecco perché vicino a Erba e quindi gli permette di stare un po’ a casa un po’ in una comunità del Pime. Il viaggio in Amazzonia va bene, Pirovano è contento di quel che ha visto e del lavoro fatto dai Poveri Servi ( [2] ). Il 23 febbraio è stata posta la prima pietra dell’ospedale generale di Marituba ( [3] ).

      Il cuore e la testa aperti a tutto il mondo

     Gli anni fra il 1992 e il 1996 (muore il 3 febbraio 1997), dom Aristide li spende soprattutto per far conoscere e finanziare la costruzione dell’ospedale. In Archivio sono conservate le registrazioni di molte offerte ricevute per questo scopo e mandate  a Marituba.  Il 29 aprile 1992, il superiore generale dei Poveri Servi, padre Pietro Cunegatti, scrive al superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso, ringraziando mons. Pirovano e il Pime per questi finanziamenti provvidenziali ( [4] ). L’Archivio ha molte ricevute delle somme mandate a Marituba da Pirovano e dei resoconti economici che i figli di don Calabria gli spedivano regolarmente per documentare le spese e le offerte ricevute in quel periodo per Marituba. Molte anche le lettere di amici che mandano denaro e materiali per l’ospedale, container pieni di tante cose utili da spedire e molte lettere di ringraziamento dal Brasile.

    In Italia, fratel Giuseppe Brunelli, amministratore a Verona dei “Poveri Servi”, gli fa avere fotocopia della documentazione riguardante l’ospedale: piani del complesso di costruzioni, elenco delle attrezzature necessarie nei singoli reparti, resoconti economici e permessi del governo brasiliano, ecc. Aiuti consistenti e frequenti li manda il dott. Daniele Sipione di Udine a nome de “I Nostri Amici Lebbrosi”; c’è anche una lettera curiosa della Segreteria di Stato del Vaticano, a firma di mons. B.G. Re, che ringrazia Sipione per aver mandato due assegni a Giovanni Paolo II di 10 milioni di lire ciascuno, “da destinare in favore dei lebbrosi di Marituba e dei meninos da rua del Brasile”.

     D’altra parte, oltre alle visite che vi faceva lui stesso, alcune lettere che Pirovano riceve da Marituba lo preoccupano e lo stimolano all’azione per aiutare,oltre all’ospedale, tantissimi nuovi bisogni di quella città satellite in continua espansione. Il diacono Francisco De Assis Gonçalves, suo amico al quale mandava aiuti, gli scrive ( [5] ) che accanto a Marituba sta nascendo un’altra città satellite di Belem, Nova Marituba, dove il governo ha costruito 3.300 piccole casette unifamiliari (in Amazzonia il terreno non manca!), già tutte occupate dagli acquirenti, che ospitano da 3-4 fino a 9 persone ciascuna!

      In tutto questo complesso, scrive il diacono ( [6] ), non esiste alcuna chiesa cattolica, né alcuna scuola né altre strutture di cui la gente necessita…. Ho fatto un piano per aiutare questa povera gente di Nova Marituba e di Decouville (altro quartiere del tutto nuovo, n.d.r.). Come lei sa, Marituba soffre di una crescita urbana disordinata, con ogni genere di problemi peculiari a questo tipo di città nuove: alti indici di violenza, disoccupazione, condizioni disumane di abitazione. Tutto questo non è una novità per lei che è vissuto molti anni a Marituba. Ma oggi, più che mai, i giornali di Belém pubblicano ogni giorno notizie di violenze a Marituba ed a Decouville, con foto dei fatti successi, dando della nostra popolazione un’immagine negativa.

      Il diacono poi si dilunga ad elencare le opere che sta costruendo o ampliando in questi nuovi agglomerati umani (ambulatorio, asilo, scuola, ecc.) e ricorda il primo incontro con mons. Pirovano il Giovedì Santo del 1979 a Belém, da cui sono nate tante “meraviglie di Dio” e tanto bene che ha potuto fare nel suo “servizio diaconale” alla Chiesa.

    E’ interessante notare che nell’ Archivio generale del Pime gli anni 1991-1992 e seguenti sono quelli che conservano una più copiosa corrispondenza, ricevuta o mandata da mons. Pirovano quando era a Erba o a Lecco e visitava diocesi e parrocchie. Consistente anche il volume della corrispondenza del vescovo con l’economato generale del Pime a Roma relativa a offerte ricevute e mandate a Marituba o ad altre missioni ( [7] ). Ma una parte della corrispondenza di Pirovano, negli ultimi anni della sua vita, non era stata consegnata all’ Archivio generale e me l’ha data la sorella Carla nel marzo 1998 a Erba, un anno dopo la morte di Aristide, in una mia visita alla casa natale di Dom Aristide e non è ancora schedata e conservata nell’ Archivio generale dell’Istituto.

     Negli anni dal 1992 al 1996 mons. Pirovano riceve molte lettere e offerte: risponde a tutti, anche ai biglietti di augurio natalizio, anche ai piccoli vaglia postali o a biglietti che assicurano preghiere. Ogni biglietto e vaglia sono accompagnati da un segno di risposta con relativa data. Notevole questa sua precisione e attenzione a tutti. Stranamente, uno dei pochi biglietti ricevuti rimasti senza risposta è il telegramma del Papa per il 40° del suo episcopato, firmato dal card. Sodano, lungo e cordiale. C'è scritto: "Non ho risposto". Forse Aristide avrà pensato che quei telegrammi sono cose di ufficio, fatte in serie, nessuno si aspettava una sua risposta!

    Purtroppo mons. Pirovano non faceva copia delle risposte. In genere scriveva a mano, con calligrafia chiara, per cui ogni lettera ricevuta ha solo la nota: "Risposto", seguita dalla data della risposta. Sarebbe interessante sapere cosa rispondeva! Ad esempio alla lettera del signor David Winrod che il 28 agosto 1996 gli scrive in latino da Hydaburg in Alaska (U.S.A.), lamentando che il Concilio Vaticano II abbia fatto una Dichiarazione favorevole agli ebrei, per cui oggi gli ebrei dominano nella Chiesa e nelle scuole cattoliche! Vorrebbe sapere, dai Vescovi che hanno partecipato al Concilio, se c'era qualcuno che si oppose a questa Dichiarazione e chiede a Pirovano, come probabilmente a tanti altri, se lui era tra questi oppositori o no. Pirovano risponde il 12 settembre 1996, ma non sappiamo cosa abbia scritto!

    Fra queste lettere ce ne sono di gustose. Una bambina di Crevenna, Chiara Maggioni, gli scrive una lettera affettuosa, con una foto nella quale è ritratta assieme ai suoi due fratellini, Francesco e Giacomino e aggiunge: “Francesco è quello che quando sei venuto a Crevenna a fare la Cresima ti ha fatto assaggiare il suo lecca lecca". Bella questa scenetta: il bambinetto di 4-5 anni si trova di fronte il grande e simpatico vescovo con una barba maestosa che tutti applaudono e cosa fa per esprimergli la sua simpatia, il suo amore? Gli fa assaggiare quello che ha di più prezioso in quel momento, il lecca-lecca…. E la sorellina Chiara, ingenua come lui, a distanza di mesi e con tutta la gente che Pirovano incontrava, si illude che in base a quella indicazione del lecca-lecca il vescovo potesse distinguere Francesco da Giacomino! Ecco perché i bambini sono la gioia della famiglia e della società: ci fanno gustare la bellezza dell’innocenza battesimale che i santi, con l’aiuto di Dio, non perdevano o ricuperavano. Come diceva un autore cattolico inglese, Chesterton: “La vera sofferenza dell’uomo è di non essere santo, cioè amico autentico di Dio”.

    Vi sono poi le lettere che esprimono riconoscenza per aver incontrato il vescovo missionario. Un giovane italiano, Davide Proserpio, gli scrive che è a Londra per un mese di studio e studia Chimica al Collegio Borromeo di Pavia ( [8] ); e aggiunge:

     La vorrei ringraziare perchè ogni volta che la incontro vedo in lei l'uomo (e il sacerdote, naturalmente) che ha raggiunto l'equilibrio perfetto, sempre così cordiale, sereno eppure impegnato nella sua missione nonostante l'età! Spero di poter diventare un poco come lei, anche se nella mia vocazione di ricercatore in chimica. Forse il paragone è un po' forzato, ma io credo che anche come chimico potrò essere utile a molti; forse non subito ma nel futuro anche le ricerche ora teoriche potranno essere applicate. Ma soprattutto vorrei poter continuare ad avere l'entusiasmo di oggi. Certo sono giovane ma con l'aiuto di Dio, delle preghiere e dei miei cari forse ce la farò. Sono sicuro che lei capirà queste mie poche righe un po' impacciate e confuse (così sono anche nella mia mente) e nell'attesa di rivederla sempre "in gamba" le auguro un felice operato nella sua missione. Un giovane che la ricorda sempre con affetto.

    Una signora con diversi figli gli scrive che la situazione nella sua famiglia, come Pirovano sa, è veramente molto pesante: economicamente sono tempi difficili e il marito tratta la moglie e i figli quasi come nemici. La signora ringrazia Pirovano della cartolina che le ha mandato da Fatima e dice: “Porto sempre con me questa cartolina-ricordo, ogni tanto dò un’occhiata all’immagine della Madonna e mi consola”. Ma negli ultimi tempi il marito si comporta meglio, “riesce a frenare almeno un po’ il suo istinto di padre-padrone”. La signora aggiunge:

    Credo che buona parte di questo cambiamento sia dovuto alla figlia (si sposa tra poco), che malgrado le molte lacrime versate a causa del padre, ha insistito nel cercare il dialogo con lui, presentandogli le sue idee, le sue iniziative. Con l’aiuto del Signore ora c’è un po’ di serenità in famiglia, che è la cosa fondamentale, che ho sempre desiderato più di tutto. E pensare che quando il ginecologo mi diagnosticò la gravidanza di questa figlia, mi consigliò di abortire perché con il terzo figlio avevo rischiato la pelle per due gravissime crisi renali: ma io ho subito scartato l’ipotesi, non avrei mai potuto fare una cosa del genere e infine tutto andò liscio. E ora ho questa figlia così affettuosa, così cara, che mi conforta e mi sostiene in tutti i modi. Le voglio un mondo di bene, come anche ai maschi di capisce!

    Molte lettere ricuperate nella sua casa ad Erba dopo la morte di Dom Aristide sono di persone che offrono denaro per i lebbrosi e Marituba oppure esprimono ringraziamento e ammirazione per la sua testimonianza di sacerdote e vescovo e per i consigli spirituali che ha dato. Non scrivono a lui come amministratore, manager, organizzatore, ma come vescovo e prete. La sua persona lasciava un segno spirituale in chi lo incontrava. Diversi preti gli scrivono ringraziandolo del bene che ha fatto la sua presenza alle loro comunità: ad esempio, don Marino Rossi, parroco di Calco (Lecco), il 1° novembre 1996.

    I seminaristi delle Medie inferiori di Reggio Emilia gli scrivono (25 marzo 1984) esprimendo stupore e ringraziamento per la risposta di Aristide ad un loro biglietto di augurio. Non è abituale che un Vescovo scriva ad un gruppo di ragazzi! E Aristide risponde anche a questa lettera. Col Pime mantiene normali rapporti. Partecipa all'elezione del Superiore regionale di Milano nel gennaio 1996 (eletto p.Ilario  Trobbiani che era stato suo vicario generale) e a celebrazioni o feste nelle case del Pime. Ma quando il Superiore generale padre Franco Cagnasso gli manda da esaminare il testo del Direttorio per l'economia, Pirovano risponde con una bella lettera in cui dice di essere ormai fuori dal sistema moderno economico (“scientifico, giuridico, teorico”), non capisce più quelle burocrazie (vedi più avanti).

     Il 12 ottobre 1992, dopo una visita estiva in Amazzonia (e ci ritorna ancora nei primi mesi del 1993), scrive a padre Mauro Mezzadonna , direttore dell’“Ufficio Aiuti Missioni” del Centro missionario Pime a Milano, ringraziandolo perché vede che aiuta tutti i missionari e tutte le missioni e poi dà un’immagine molto positiva di Marituba un anno dopo la sua partenza ( [9] ):

    Ti posso dire che i miei successori a Marituba sono veramente bravi. Il “Centro Marcello Candia” (da me fatto) lavora a pieno regime e in perfetto ordine: sono migliaia al mese (da 9.000 a 10.000) le persone che vi ricorrono, sicure di trovare un’assistenza soddisfacente sotto tutti i punti di vista. Così in un altro Poliambulatorio per la gente in generale: i registrati qui sono 20.000 al mese! Si è deciso di ampliarlo. La costruzione dell’Ospedale generale (7.000 mq. di costruzione) va avanti bene. Per accelerare bisognerebbe vincere… una qualche lotteria.

    In costruzione è pure un nuovo “Centro Educazionale” con asilo infantile e scuola elementare dalla prima all’VIII° classe. Pensano di preparare le prime sei aule per febbraio, quando inizia l’anno scolastico. Il Governo del Parà pensa di affidare al “Centro Marcello Candia” tutto il settore della “Dermatologia” del Parà. Fatto consolante, dopo tutto l’ostruzionismo fatto a me durante otto anni! Ma poi ho vinto e ora, con i miei successori, è un fiore all’occhiello. Sono già venuti a vedere e ad imparare tecnici da altri stati confinanti col Parà.

     Come “consigliere” non ho più nulla da consigliare

     Nel 1994, a 79 anni, mons. Pirovano incomincia a capire di essere anziano. Un chiaro segno di questo è la corrispondenza di quell’anno, almeno quella conservata nell’ Archivio generale del Pime. Fino al 1993 le sue lettere vanno diminuendo ma sono ancora abbastanza numerose, nel 1994 sono pochissime e fra l’altro aumentano invece le lettere ricevute da amici, fedeli, benefattori; e poi molte da Marituba e dall’Amazzonia con i ringraziamenti per gli aiuti che il vescovo continua a mandare o i resoconti delle spese fatte. Il 29 novembre 1993 dom Aristide ha il primo infarto, anche se in forma leggera, e passa quasi un mese in ospedale a Lecco; lui stesso poi scrive che è stato “in bilico fra la vita e la morte”. Viene ricoverato nella casa di riposo del Pime a Lecco, mentre in genere abitava in famiglia ad Erba con le due sorelle Lina e Carla, minori di lui in età; ma aveva la sua stanza al Pime di  Lecco, dove andava qualche volta, specie per il ritiro spirituale mensile e altre circostanze e celebrazioni dell’Istituto.

     Continua però a lavorare fino all’ultimo, più o meno come prima, rispondendo a inviti, incontrando amici e benefattori, controllando (al Pime di Milano) il contenuto dei container che manda a Marituba, specialmente il materiale sanitario e per la costruzione dell’ospedale. Naturalmente, questo materiale un po’ glie lo regalano e un po’ lo compera, preoccupandosi di ottenere forti sconti delle ditte. Era una delle sue specialità, già sperimentata prima come vescovo di Macapà e poi come superiore generale del Pime, sempre nel campo economico-finanziario.

    Un esempio: la Pirelli gli vende tubi e cavi per l’impianto elettrico dell’ospedale di Marituba. Alla consegna del materiale pronto a partire per l’Amazzonia, dom Aristide si reca alla direzione dell’azienda a Milano e ottiene un colloquio con il direttore amministrativo. Al quale spiega che quel materiale serve per un ospedale per lebbrosi e poveri caboclos che vivono nelle periferie degradate della maggior città dell’Amazzonia, Belém, e non possono pagare nulla. Poi chiede qual è il costo e il direttore amministrativo gli dice: “Eccellenza, sarebbero 90.000 dollari!”.

     Al che il vescovo risponde: “Figliolo, ho frugato in tutte le tasche, ho aperto tutti i cassetti e ho trovato solo 56.000 dollari! Cosa facciamo?”.

     L’altro, preso alla sprovvista e davanti a quel vescovo dalla gran barba bianca, a metà fra il profeta e il santo, che veniva dall’Amazzonia dopo una vita fra poveri e lebbrosi, risponde: “E che facciamo, eccellenza? Facciamo 56.000…”. Come ha scritto Giorgio Torelli: “Pirovano era uno di quei missionari, a cui non si poteva dire di no!”.

     Nel 1994 le autorità brasiliane decidono di cedere definitivamente le strutture del lebbrosario di Marituba ai Poveri Servi della Divina Provvidenza di don Calabria. La convenzione  è firmata il 14 novembre e da quel giorno parte l’opera per risanare il vecchio lebbrosario e trasformarlo in una moderna unità di cura per il morbo di Hansen. Con la collaborazione della Fondazione dottor Marcello Candia, l’impegno è di trovare circa due miliardi di lire per ristrutturare i fatiscenti padiglioni dei lebbrosi, costruiti negli anni cinquanta e che, nel caldo e nelle piogge equatoriali, erano corrosi dall’umidità e dalle termiti e cadevano ormai a pezzi. Nel 1996 sono stato a Marituba e il rifacimento del lebbrosario era a buon punto: la differenza fra un padiglione e l’altro notevole. Una suora mi diceva che gli ospiti del lebbosario pregavano ogni giorno per i misteriosi e sconosciuti benefattori che, dall’altra parte del mondo, mandavano gli aiuti per migliorare in modo così sensibile e quasi incredibile la loro condizione umana, già tanto provata dal male.

     Per mons. Aristide però, le forze fisiche non sono più quelle di una volta e chi lo segue non si stanca di dirglielo, anche se poi lui fa come vuole: con i lebbrosi e la sua Marituba nel cuore, non poteva “mettersi in pensione”. Nella sua corrispondenza sono conservate anche letterine curiose. Questa ad esempio. L‘infermiera della casa di riposo dei missionari del Pime a Rancio di Lecco, suor Pierangela delle Missionarie dell’Immacolata, entrata in confidenza col vescovo. Assentatasi per qualche giorno, quando ritorna lo trova in ospedale e pensa di scrivergli ( [10] ):

      Rev. e carissimo mons. Pirovano, ma santa pazienza, cosa le viene in mente di fare adesso? Cosa pensa di fare ammalandosi senza il mio permesso? O solo perché io ero assente?.... Caro Monsignore, la prego di dire ai medici che la guariscano in fretta e bene, se no come fa ad accogliere Gesù Bambino con un cuore perfetto?... Io le faccio tanti e tanti auguri e la seguo con la preghiera…. ma non le pare che sarebbe ora di mettere un po’ di giudizio?

     L’ultima frase riguardante il “giudizio” che Pirovano non aveva per la sua salute fisica, a dir la verità, non c’è nella lettera, ma è la conclusione logica di tutto lo scritto: la suora infermiera non ha osato scrivere al grande vescovo questa semplice verità in termini così netti e chiari, ma certamente glie l’ha detta e traspare da quanto diceva allora alle consorelle e ai padri. Pirovano prende bene la lettera di suor Pierangela, infatti poco dopo ringrazia padre Franco Cagnasso di averlo visitato in ospedale quando era “in bilico fra la vita e la morte”; poi lo ringrazia perché gli ha mandato il “Direttorio per l’Economia”, chiedendo il suo parere. E aggiunge queste parole molto chiare, che due-tre anni prima non avrebbe scritto ( [11] ):

     Ho letto e c’è stata subito una barriera fra me e la vostra economia: un boccone intrangugiabile. Non esiste sintonia in me col vostro sistema economico scientifico, giuridico, teorico, ecc. Questa è la prima impressione ed è negativa: non sono all’altezza di capire! Esiste anche una seconda difficoltà in me: è passato molto tempo da quando la Provvidenza mi ha aiutato a fare qualcosa. Oggi non mi sento più attualizzato, sono fuori fase. Da troppo tempo sono fuori dagli schemi e dai metodi moderni: sono quasi un “congelato”. Come “consigliere” non ho più nulla da consigliare! Finito! Riesco ancora a fare qualcosa per Marituba: un po’ di “ghelli” (soldi, n.d.r.), qualche consiglio. Quando sono in giro per le Cresime, parlo di vocazione missionaria, ecc.

     Ecco allora la mia situazione, caro Superiore: non sono più all’altezza di consigliare nessuno. Non riesco a capire la situazione attuale, cioè il modo di esprimersi odierno in tanti settori. Quindi lasciatemi vivere da buon vecchietto che pregherà per voi e per il nostro carissimo Istituto.

     L’infarto del 29 novembre 1993 è seguito da un altro: nel novembre 1994, nuova operazione chirurgica all’ospedale di Garbagnate (Milano): gli mettono un nuovo by-pass per migliorare la circolazione del sangue. Il 1° gennaio 1995 risponde ad una lettera della signora Gemma Galbusera di Merate, insigne benefattrice, alla quale dà il nome dei Poveri Servi di don Calabria a cui mandare gli aiuti per l’ospedale di Marituba. Le dice che non l’ha dimenticata ( [12] ):

     Ma ho avuto due infarti con ricoveri ospedalieri e poi una grossa operazione di chirurgia … moderna sulle arterie: mi hanno messo una nuova Arteria AORTA che parte dal petto e va a finire nelle arterie femorali, cioè alle due gambe! E quest’ultima operazione mi ha portato una nuova vitalità, mi sembra quasi di essere ringiovanito. In febbraio compirò gli anni e saranno…. ottanta. Ma nella prima settimana di febbraio prenderò l’aereo per andare a Marituba e rivivere un po’ la mia vita con i fratelli lebbrosi e i bravissimi successori a Marituba.

     Infatti debbo dire che i miei successori stanno pian piano realizzando i sogni del dottor Marcello Candia e i miei. Pensi che nel 1993 abbiamo avuto, nei quattro asili nido e nelle scuole elementari, la presenza di 2.470 bambini e ragazzi. Una meraviglia! Nelle elementari diamo un pasto al giorno, negli asili mangiano quattro volte al giorno: sono molto denutriti e il cibo è una difesa contro il contagio. Ora stiamo lanciando l’idea dell’”adozione a distanza”, per avere un po’ di aiuti dai padrini e dalle madrine. Quest’anno poi abbiamo aperto tre scuole medie: sono un bel peso! Il ciclo sarà compiuto quando apriremo le scuole professionali, inclusa quella agricola! E’ un bel sogno, ma crediamo nella Divina Provvidenza e, passo dopo passo, andiamo avanti.

     La nostra popolazione povera  è circa 45.000 attorno al lebbrosario e altre decine di migliaia nel raggio di sette chilometri. La costruzione del nuovo ospedale per loro è terminata! Viva! Ma è vuoto, cioè ora dobbiamo mettere mano alle attrezzature e per il momento…. ci grattiamo la testa, poi si vedrà. Mi erano state fatte delle promesse dal Governo centrale del Brasile… anni or sono, ma per il momento…. guardiamo in alto! Ma senza dubbio un giorno sarà attrezzato e funzionerà per i nostri poveri!

      Dom Aristide, grazie alla nuova Arteria AORTA, pensa di essere ancora quello di prima. Infatti il 14 febbraio 1995 prende l’aereo e torna a Marituba, dove il 22 febbraio  compie gli 80 anni e sarà di nuovo in Italia a fine marzo per vari impegni di cresime e pastorali. Nella lettera in cui parla di questo viaggio dice: “La mia salute va bene, a me poi pare che vada benone!” ( [13] ). Il 15 febbraio 1996 andrà di nuovo in Amazzonia ( [14] ) e morirà il 3 febbraio 1997 sognando di poter ancora fare un ultimo viaggio fra la sua gente!

    Ma intanto ha ripreso le sue attività di cresime, di apostolato, animazione missionaria e sostegno delle opere a Marituba, alle quali continua a mandare tante offerte riceve da molti amici, aziende, banche, associazioni, persone che l’hanno visitato in Amazzonia, dal Laboratorio missionario di Lecco, da “I nostri amici lebbrosi” di Daniele Sipione di Udine, dalla signora Francesca Fra Montanari di Torino, ecc. Buona parte di queste offerte e donazioni vengono da Erba e cittadine vicine ma anche da banche straniere, della Svizzera e degli Stati Uniti. Ecco come il giornalista Mauro Colombo di Erba ricorda un avvenimento importante nella vita del vescovo missionario ( [15] ):

     Il 20 maggio 1995 nella sala consiliare del Comune di Erba, mons. Pirovano riceve l’”Eufemino”, la massima benemerenza civica ai cittadini che si sono distinti nei diversi settori della vita civile e con il loro operare hanno dato lustro alla città. E’ un premio particolarmente caro a dom Aristide perché gli ricorda la chiesa di Sant’Eufemia – culla della sua vocazione – nella quale era solito celebrare la Messa prefestiva del sabato pomeriggio. In questa occasione, davanti a tutte le autorità cittadine, ricorda le vicende del periodo bellico e sottolinea l’importanza di una comunità unita, solidale, pronta a condividere i momenti belli come quelli brutti. E’ una fase di transizione per la vita sociale e politica italiana e mons. Pirovano torna ad essere un punto di riferimento per la popolazione, com’era già successo durante la guerra: un ruolo che, in virtù della sua autorità morale, tutti gli riconoscono, eleggendolo in più di un’occasione “arbitro” per dirimere liti e discussioni.

     Aristide era un uomo, un prete e un vescovo affascinante, dove passava lasciava un segno, un ricordo. Il Signore lo benediceva. Il 3 settembre 1995 scrive a due coniugi, Francesca e Norberto, per chiedere com’è andato il viaggio di nozze e augura loro di “vivere una vita serena dove regna la mutua stima e la felicità”; poi li ringrazia per la proposta che hanno fatto agli amici “di passare il tradizionale regalo di nozze a Padre Aristide per i suoi poveri. A me ha reso bene: 3.865.560 lire; anzi, una festa di nozze al mese mi starebbe bene!”. Un’altra volta riceve una telefonata nella quale i parenti di una defunta gli comunicano che nel testamento essa ha fatto un lascito di 110 milioni per mons Pirovano. Il quale pensa ad uno scherzo, ma poi è tutto vero e, incassata la somma, fa questa riflessione: “Queste persone non mi conoscevano. Avrebbero potuto fare quello che volevano di quei soldi, invece li hanno dati a me…”. Prega per la benefattrice e si conferma nella fiducia incrollabile che ha sempre avuto nella Provvidenza.

     “Mi manca un milione di dollari per l’ospedale”

    Una delle ultime ricorrenze che mons. Pirovano è chiamato a celebrare solennemente è il 40° anniversario del suo episcopato (13  novembre 1995). Riceve numerosi messaggi di augurio e di riconoscimento fra i quali quello del card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, la congregazione della Santa Sede da cui dipende il Pime, che scrive:

     Desidero unire ai sentimenti della mia personale gratitudine la preghiera affinchè i tanti semi di bene da lei sparsi nel campo del Regno di Dio trovino sempre nuovi operai pronti a rifare il gesto ampio del primo Seminatore e capaci di prodigarsi con altrettanto impegno ed entusiasmo a servizio della comune vocazione missionaria.

     Il card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, che era andato a visitarlo nel lebbrosario di Marituba e nella cui diocesi Dom Aristide aveva fatto tanti interventi pastorali, gli esprime

    la riconoscenza mia e della Chiesa ambrosiana per esserci stato testimone di quell’ansia missionaria, di quell’impegno a portare il Vangelo fino ai confini della terra che risponde al mandato di Gesù e che è parte della vocazione cristiana.

    Infine, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, che proprio Pirovano aveva accolto al presbiterato e mandato in Bangladesh, gli scrive augurandogli ancora lunghi anni di servizio alla Chiesa missionaria e gli ricorda che “l’Istituto le deve tanto”. A Erba, la domenica 12 novembre 1995, il sindaco Filippo Pozzoli va a prelevare da casa mons. Pirovano a bordo di una carrozza, per condurlo alla chiesa prepositurale attraverso le vie della città. Nonostante la pioggia battente, da entrambi i lati della strada partono salve di applausi ai quali Dom Aristide risponde divertito. Concelebra la S. Messa col parroco don Antonio Paganini, col superiore generale padre Franco Cagnasso e altri sacerdoti. Nell’omelia sottolinea un concetto su cui ritornava spesso nelle sue omelie e conferenze ( [16] ):

     “In un società che ha sempre meno spazio per Dio, servono testimoni del Vangelo. Ma per essere autenticamente missionari occorre avere un rapporto personale con il Signore”. Al termine della Messa, nella piazza antistante la chiesa, il sindaco rivolge a mons. Pirovano il saluto ufficiale della città e gli consegna un assegno molto consistente a favore dell’ospedale di Marituba. Padre Aristide ringrazia commosso, ma subito aggiunge: “Non bastano, per l’ospedale mi servono 900 mila dollari…”. Detta da un altro, questa esternazione potrebbe suonare ingrata, ma gli erbesi conoscono bene il loro vescovo missionario: lo applaudono per quello che ha fatto, ma lui pensa già al dopo.

    D’altra parte, il ritornello: “Mi manca ancora un milione di dollari per attrezzare l’ospedale” era abituale, come ricordano tutti coloro che hanno avvicinato dom Aristide nell’ultimo anno di vita, il 1996. Non che chiedesse solo soldi, anzi chiedeva prima di tutto preghiere e anche, soprattutto ai giovani, la donazione della propria vita a Dio, dove il Signore vuole e chiama;  ma “la lingua batte dove il dente duole” e il vescovo missionario sapeva bene quanto importante fosse l’ospedale per i suoi protetti di Marituba, lebbrosi e non lebbrosi, e non si dimenticava mai di richiamare quella priorità nella sua azione degli ultimi anni.

    Dalle lettere di mons. Pirovano, risulta sempre chiaro il suo amore a Marituba e a Macapà, ma anche ad altre missioni. Non ho fatto un’indagine precisa, ma osservando le sue lettere e alcuni suoi “estratti conto” della Procura del Pime di Milano, mi pare di poter dire che più dom Aristide invecchiava e dimuivano le forze fisiche, e più la Provvidenza lo benediceva con tanti aiuti di amici e di persone conosciute, ma anche di altre che rimangono anonime. In Brasile aiutava non solo Marituba, ma anche Macapà e Parintins (ci sono lettere di ringraziamento di mons. Giovanni Risatti e di mons. Gino Malvestio), e poi singoli missionari che gli chiedevano aiuto per le loro opere e di enti o riviste su gravi problemi della Chiesa: ad esempio, una bella lettera di “Luci sull’Est” del 10 marzo 1993 (sulle Chiese cattoliche nell’Europa orientale), che ringrazia per il “generoso aiuto” mandato per stampare libri cattolici da diffondere in Russia. Evidentemente, mons. Pirovano, che si prestava molto per cresime, conferenze, inteventi a congressi, celebrazioni, e  come vescovo riceveva un buon compenso, mandava questi suoi guadagni, oltre che a Marituba, anche ad altre missioni e iniziative di Vangelo meritevoli di aiuto.

     Fra la corrispondenza rimasta in casa delle sorelle a Erba dopo la sua morte e oggi assicurata dall’ Archivio generale del Pime (anche se non ancora schedata), ritrovo un “estratto conto” trimestrale dell’estate 1996 che gli aveva mandato la Procura del Pime di Milano, con un totale di offerte ricevute di circa 67 milioni di lire da una trentina di benefattori. Questo la sola Procura per le missioni  del Pime di Milano, poi c’erano quelle di Detroit, Roma e Napoli e le offerte mandate direttamente da Pirovano ai Poveri Servi della Divina Provvidenza senza passare per i canali del Pime. Guardando questo resoconto ho capito perché dom Aristide, in una delle visite che gli ho fatto a Lecco e all’ospedale Valduce di Como nel gennaio 1994, avendogli chiesto se aveva avuto nella sua vita sufficienti mezzi economici per tutte le sue imprese, rispose: “Il Signore mi ha sempre mandato più soldi di quanti ne potevo spendere”.

    Dom Aristide non era un uomo che vedesse solo la “sua” opera! Aveva il cuore e la mente aperti a tutto il mondo, a tutte le missioni della Chiesa. Personalmente ricordo bene questo fatto: senza che gli avessi mai chiesto niente, negli ultimi anni in cui ero direttore della stampa del Pime a Milano (fino al 1994) mi aveva mandato due volte un consistente aiuto economico per “ Mondo e Missione ” e per “Asia News”, che leggeva e trovava il tempo di ringraziare per certi articoli che gli erano piaciuti. Pare incredibile, ma negli anni in cui era rimasto a Marituba, ha scritto una decina di volte (lettere conservate in Archivio) per ringraziare di queste due pubblicazioni e per dire che le giudicava veramente missionarie. E una volta, in seguito ad una visita al Nunzio apostolico mons. Furno che gli aveva espresso questo desiderio, scrive che sarebbe bello se “ Mondo e Missione si potesse tradurre in portoghese soprattutto per trasmettere lo spirito missionario al clero brasiliano”.

      ”Il sole di Marituba mi rimetterà in sesto”

     Fra le caratteristiche di mons. Pirovano in campo finanziario-amministrativo, c’era anche quella di avere una visione lungimirante per quel che riguardava le costruzioni della missione e del Pime. Nel febbraio 1996 sono stato l’ultima volta a Marituba ed ho ammirato il grande ospedale ideato a costruito da dom Aristide con sei padiglioni, quasi terminato nel cemento armato e nei muri perimetrali; stavano sistemando porte e finestre, ma alcuni reparti erano già funzionanti. Era previsto per 120 posti letto, con un vasto terreno circostante, in cui era possibile costruire altri padiglioni per arrivare a 200 posti letto. Pirovano non si fermava al piccolo quotidiano, sapeva lavorare per il futuro. Così, com’era sua abitudine di stratega delle opere buone, ha acquistato dieci anni prima un vasto terreno per l’ospedale; terreno che, in una città a quel tempo di casupole, catapecchie e qualche palazzotto a uno o due piani, sembrava megalomania….Oggi si capisce quanto quel terreno sia provvidenziale!

    Lo stesso fatto mi è capitato nella mia prima visita a Macapà (estate 1966): i confratelli mi facevano vedere le quattro “quadre” in centro città (cioè ampi quadrati di terreno delimitato da quattro grandi vie cittadine) acquistate da Pirovano, prima di diventare superiore generale e ancora vescovo di Macapà, per le opere della Chiesa comprese scuole, campi da gioco, oratori, dispensari medici; opere già programmate e in parte costruite. Allora Macapà aveva circa 30.000 abitanti, oggi arriva a 350.000 e quei terreni sono la fortuna della diocesi (anche se il Comune ne aveva già sequestrati alcuni non utilizzati). Lo stesso aveva fatto il dottor Marcello Candia per il suo grande ospedale ancora in costruzione, in un terreno cintato che pareva di dimensioni esagerate. Allora tutti lo criticavano, oggi tutti dicono che è quel che ci vuole!

    La stessa situazione l’ho toccata con mano nel 1971-1972 quando abbiamo celebrato il Capitolo (o Assemblea generale che ha poi rieletto Pirovano superiore) nella nuova casa di via Guerrazzi a Roma acquistata dalle suore di clausura canadesi (vedi il capitolo III), che a quasi tutti noi 53 capitolari pareva una costruzione troppo grande per il Pime; tanto più che padre Edoardo Tagliabue, ingegnere ed economo di Pirovano, aveva sistemato la casa ricavando altre stanze anche sulle due terrazze e in altri posti in cui era possibile. Oggi, quasi quarant’anni dopo, tutti vedono e dicono che è insufficiente per le necessità crescenti dell’Istituto e le nuove iniziative nate da allora nel Pime di Roma: Asia News, Ufficio storico, ampliamento dell’ Archivio generale , maggior numero di padri reduci di passaggio e studenti, inizio di nuove cause di canonizzazione, ampliamento richiesto per la biblioteca e la direzione del settore economico dove tutto è diventato più complesso e difficile per le continue nuove leggi, ecc. Insomma, Aristide aveva una mentalità non miope, ma aperta al futuro.

      Nel febbraio 1996 mons. Pirovano può andare per l’ultima volta a Marituba, dove si ferma più del solito per visitare e controllare anche nei particolari (da vero esperto di costruzioni) i vari cantieri dell’ospedale e di altre opere e soprattutto per passare un bel periodo immerso nell’atmosfera di amicizia e di cordialità che incontrava ovunque fra i lebbrosi di Marituba e la molta gente di Pedreirinha e delle altre chiese e cappelle nei quartieri della cittadina, che in quell’anno aveva superato i 70-75.000 abitanti! Si ferma fino ad aprile anche per visitare più volte le autorità locali di Belém e nazionali di Brasilia e chiedere di mantenere le promesse fatte, di aiutare la costruzione e l’attrezzatura dell’ospedale: ma fino a quel momento non avevano dato niente. Pare che anche quelle visite abbiano portato scarsi frutti, almeno fin che Pirovano era in Brasile.

      Il 6 marzo 1996 Dom Aristide scrive da Marituba a padre Angelo Villa, amministratore della Procura del Pime a Detroit (USA) ( [17] ):

      Mi trovo a Marituba da tre giorni e sono molto, molto soddisfatto di quanto sto vedendo. Il nuovo ospedale è davvero una bella opera, fatta bene, con criterio tecnico e pronta a funzionare se…. se fosse attrezzata. Il governo di Brasilia è mancato alla sua parola: si era impegnato ad offrirci le attrezzature; ma è mancato. Abbiamo la lista delle attrezzature necessarie e abbiamo fatto anche il confronto dei prezzi fra le varie ditte. Ci vogliono circa 900.000 dollari!!! Siamo fritti e abbiamo un settore “sanitario” di circa 600.000 poveri a cui attendere. La sola Marituba (tutti poveracci) supera le 50.000 persone. Soltanto i bambini e i ragazzi voraci delle nostre scuole sono 2.870, li ho contati. E noi all’asilo e alle scuole diamo da mangiare a tutti e gratis. Quando mangiano sono uno spettacolo da vedere! Non hanno niente, ma ora sono SANI. Non ne abbiamo più neppure uno ammalato di lebbra. Ti pare poco? Per me è una gioia, ma…. costa. Io qui sono sempre “il nonno” e vivo per tutti loro.

      Ritornato in Italia, nel maggio 1996 è ancora costretto a farsi ricoverare in ospedale, e questa volta al San Raffaele di Milano: gli asportano dei calcoli nella parte destra della carotide. Un intervento delicato, anche per l’età del paziente. I medici si scusano con lui perché sono costretti a ridurre drasticamente la sua bella e lunga barba, ma Dom Aristide non perde il suo buon umore e commenta: “Crescerà di nuovo anche lei”. L’operazione riesce bene e, nelle visite di controllo lo sottopongono anche ad alcune lastre ai polmoni. Il medico osserva con stupore: “E’ tutto a posto. Non si direbbe nemmeno che lei abbia fumato in tutti questi anni!”. La sigaretta infatti ha accompagnato la vita di mons. Pirovano, come di quasi tutti i missionari del passato, quando si diceva che il fumo aiutava a non sentire troppo gli odori a volte ributtanti dei malati di lebbra e di altri ultimi delle società più povere e abbandonate. Dom Aristide riprende il suo ritmo di incontri e appuntamenti che occupano tutti i suoi sabati e domeniche e parecchie altre sere lungo la settimana.

     Nell’estate 1996 mons. Pirovano, uno dei tre fondatori del Pime in Brasile nel 1946, era atteso all'Assemblea pan-brasiliana dell’Istituto, che si svolge a Rio de Janeiro nella Casa di ritiri arcivescovile, con la partecipazione di quasi tutti i missionari del Pime in Brasile (e di alcuni che vi avevano lavorato): in tutto eravamo in 120. Il Superiore generale aveva invitato il vescovo missionario (con lettera dell’11 gennaio 1966) "a dare il suo contributo di 'memoria storica' del nostro lavoro in Brasile, dato che lei è uno dei primi tre che sono andati là e vi ha lavorato a lungo e in modo tanto incisivo. Una parte notevole dell'Assemblea sarà infatti dedicata alla storia". Ma dom Aristide non partecipa: le forze gli erano diminuite e sentiva di essere prossimo alla fine; ma anche perché (è torna il tema dei suoi rapporti con l’”economia moderna”) non condivideva la nuova Casa regionale del Pime a San Paolo: non voleva polemizzare e dire cose spiacevoli. Era invece presente il 12 settembre 1996 al Pime di Lecco per la S. Messa nella festa liturgica del beato Giovanni Mazzucconi, chiesta dal Laboratorio missionario di Lecco; e il 18 ottobre ad Agrate Brianza (Milano) per l'apertura della Causa di Canonizzazione di Clemente Vismara ad opera del card. Carlo Maria Martini.

    Gli ultimi mesi del 1996 segnano un suo rapido decadimento fisico. Ecco il racconto del giornalista e suo biografo Mauro Colombo di Erba, che l’ha seguito da vicino ( [18] ):

    Nell’autunno 1996, mons. Pirovano comincia a tossire in modo insistente e preoccupante. Poi, improvvisamente, scopre tracce di sangue nelle urine. Dietro le insistenze di amici decide di sottoporsi ad alcuni controlli. I peggiori timori si concretizzano: l’emorragia è provocata da un tumore al rene sinistro, che con le sue metastasi ha già aggredito anche i polmoni. Non c’è alcuna possibilità di intervenire chirurgicamente. I medici consigliano riposo assoluto, ma non lasciano speranze per l’esito finale: è questione di qualche mese. Padre Aristide accetta il responso con grande serenità. A cinquant’anni dalla sua prima partenza per il Brasile, è pronto per l’ultimo “viaggio”.

     All’inizio del dicembre 1996 viene ricoverato all’ospedale Valduce di Como per ulteriori accertamenti. Ma non ha né l’aspetto, né lo stato d’animo di un morente. Intrattiene con la consueta vitalità i visitatori che nel periodo delle feste natalizie vanno a trovarlo in ospedale. E’ quasi sconcertante nell’ottimismo che conserva nonostante la sofferenza fisica. Diceva: “I medici non capiscono niente e questo freddo mi frega. Se mi dimettono in fretta, a febbraio andrò in Brasile, il sole di Marituba mi rimetterà in sesto”. Ma poi, facendosi più serio, non si nasconde la gravità della situazione: “Se invece il ‘principale’ ha deciso altrimenti, beh, le valigie sono pronte!”.

      Lo dice anche al superiore generale, padre Franco Cagnasso, con il quale ha più di una conversazione telefonica: “Voglio tornare in Brasile per attrezzare l’ospedale: me se devo chiudere, chiudo. A me non interessa, faccia Lui”. La convinzione che la “buona battaglia” combattuta è giunta ormai al termine si stempera nell’assoluta fiducia nella Provvidenza. 

    Il cappellano dell’ospedale Valduce, don Felice Morelli, mi scriveva ( [19] ) questa toccante testimonianza dell’ultimo mese di Aristide ( [20] ):  

     Sto leggendo “Il Vescovo del sorriso”, la sua biografia di mons. Aristide Pirovano. Sapesse quale ricordo mi ha scolpito nel cuore! Un ammalato modello che ha lasciato una traccia indelebile! Eravamo diventati così amici che io, confidenzialmente, lo chiamavo “il mio vescovino”.

     Quanti colloqui tutte le sere del suo soggiorno in ospedale! Se andavo presto a trovarlo perché poi ero impegnato mi diceva: “Quando torni questa sera?”. E io subito: “Alle ore venti!”. Tralasciavo ogni impegno perchè da mons. Pirovano apprendevo una scuola di vita. Aveva il gusto dell’amicizia, comunicava la gioia di essere missionario, l’entusiasmo di vivere, la purezza del sacerdozio per essere tutto di Dio e tutto dei fratelli: i suoi lebbrosi e tutti i suoi assistiti in qualunque modo li portava nel cuore.

     Il giorno dell’Epifania 1997, meno di un mese prima che morisse, l’ho fatto presiedere nella cappella dell’ospedale: che meraviglia! Ad un certo punto non resse: lo facemmo sedere…poi… al Padre Nostro si riprese e scandiva la preghiera di Gesù come un bambino. Alla fine si stancò ma felicissimo di aver celebrato la Messa con gli ammalati.

    Io conoscevo il suo vero male, ma lui e io parlavamo sempre delle missioni: lui voleva ritornare e io lo invogliavo a fare bene le cure. Sentiva  che diventava debole, ma era come San Paolo: quando sono debole e proprio perché sono debole,  allora  sono forte… Mi sono riconciliato da lui due o tre volte: ottimo confessore e consigliere ammirevole. Un particolare: sempre l’ho visto con la corona del Rosario in mano. Credeva nella Provvidenza con una tenerissima devozione alla Madre della Divina Provvidenza.

    Andai poi a trovarlo a Lecco, gli portai una somma modesta per i suoi ammalati, i suoi lebbrosi. Mi disse: ”Cambio tutto in dollari, perché la lira oggi vale poco!”. Un uomo molto pratico! Lo vidi stanco, il sorriso appena accennato, ma sempre incisivo. Poco dopo seppi che era salito al cielo. Il mio vescovino ora lo tengo come intercessore. Ho la sua foto ricordo e mi pare che mi dica: “Forza e coraggio!”. Ringrazio il Signore di aver avuto in Valduce mons. Pirovano. La sua camera 517 è sempre per me un ricordo. Quando entro, lo vedo lì. Sono sicuro che dal Cielo mi dà una mano a salire la vetta alla quale lui è salito, quella di una santità smplice, robusta, ricca di gioia anche nella Croce. Cordiali saluti e auguri di ogni bene. Suo don Felice Morelli.

     Dopo questa testimonianza, non mi trattengo dal ricordare il mio ultimo incontro con Dom Aristide all’inizio di gennaio 1997: il 1° febbraio dovevo partire per la Guinea Bissau ed ero andato a salutarlo ed a chiedere una sua benedizione. Traggo questo ricordo da una lettera che ho mandato all’associazione “Amici di mons. Aristide Pirovano” il 6 febbraio 2005 dall’India, in occasione di una celebrazione per l’anniversario della scomparsa dell’amico vescovo:

      Quando Pirovano è morto il 3 febbraio 1997 ero in visita alla missione della Guinea-Bissau (Africa occidentale). Ero andato a visitarlo un mese prima all’ospedale Valduce di Como. Era un pomeriggio e Pirovano ad un certo punto mi dice: “Recitiamo assieme il Rosario?”. Rispondo: “Sì, ma l’ho già detto”. Mi chiede quanti Rosari dico al giorno e rispondo: “Uno”. Lui riprende: “No, non basta, devi dirne tre. Tu sei molto occupato e devi raccomandarti di più alla Madonna. Io ho fatto questa esperienza, con tre Rosari al giorno mi sono sempre sentito vicino a Maria e a Gesù”. E’ stato un consiglio imprevisto che mi ha colpito al cuore. Non ci avevo mai pensato e a poco a poco mi sono abituato all’idea e ne sono contentissimo! Grazie mons. Pirovano!

     “La sua fede era solida come una roccia”

    A metà gennaio 1997 l’ospedale Valduce dimette dom Aristide, che ritorna alla casa di riposo del Pime a Lecco. Mantiene il suo buon umore e non rinunzia all’idea di poter tornare in Amazzonia e a Marituba. Padre Amelio Crotti (1913-2004), che era stato missionario in Cina e poi aveva fondato il Centro missionario del Pime a Milano, anche lui ospitato a Lecco, ha scritto ( [21] ):

      Quando a metà gennaio mons. Pirovano era approdato a Rancio (Lecco) dall’ospedale Valduce di Como, fu per tutti noi una sorpresa… Ma la sua permanenza in mezzo a noi fu provvidenziale. Debbo confessare, infatti, di essere rimasto sempre un po’ perplesso di fronte al suo inarrestabile dinamismo accompagnato costantemente dal sorriso. Ed è durante questo breve soggiorno a Rancio che ho scoperto quale spessore nascondesse quel suo volto raggiante. Ogni giorno, verso sera, andavo a trovarlo e mi riceveva sempre con un bel sorriso. Gli ricordavo qualche episodio della sua vita o me ne faceva memoria lui e poi aggiungeva: “Mi pare che qualcosa di bene, nonostante tutto, l’ho fatto anch’io!” e rideva. Da dove veniva questa sua serenità e allegria? Dalla convinzione che dietro ad ogni sua attività c’era la Provvidenza. Quel sorriso sembrava dire: lascia che altri giudichino alla loro maniera, io sono sempre andato avanti perché la carità di Cristo e la Provvidenza mi hanno spinto. E’ stato un grande uomo, animato da una “spericolata sapienza” come ha scritto Giorgio Torelli. Per noi è stato un grande cristiano e un grande apostolo, che ha riempito di buone opere la sua vita e che con il suo sorriso ha voluto dimostrare la sua completa dedizione alla volontà di Dio.

     Ecco la testimonianza di suor Renata Napolano, missionaria dell’Immacolata infermiera a Lecco negli ultimi anni della vita di mons. Pirovano nella casa di riposo dei missionari del Pime ( [22] ). Andava e veniva tra Lecco ed Erba, dove abitava con le due sorelle e poi è morto a Lecco il 3 febbraio 1997:

    Ho conosciuto ancora giovane mons. Pirovano come superiore generale del Pime, quand’ero novizia. Veniva qualche volta al noviziato e la sua parola  incantava, predicava col cuore, in modo diverso da tanti altri. Poi sono stata in Guinea Bissau e, tornata in Italia, l’ho rivisto alla casa di Rancio di Lecco nei suoi ultimi mesi di vita. Fisicamente fragile, ma robusto nella fede e forte nel carattere. La sua fede era solida come una roccia e non metteva limite al suo impegno per Gesù Cristo. Era innamorato della Madonna, amava la Chiesa più di tutte le cose e cercava di farla amare. Curava molto le amicizie e il motivo principale era che attraverso queste amicizie poteva comunicare la fede, la speranza, la carità: era il suo pensiero continuo, testimoniare e comunicare la fede o qualche buon pensiero. Ha sempre dimostrato grande amore per la missione e per il Pime. Aveva una vera passione per la missione alle genti e affrontava i problemi missionari con determinazione. E’ stato un vero prete, un uomo che s’è lasciato portare da Dio. Immagino le sofferenze della sua vita e del suo superiorato, per le innumerevoli complicazioni, la confusione di idee, le incomprensioni, specie nel tempo del post Concilio.

     Quando era a Lecco e celebrava la Messa in pubblico, venivano molti fedeli e la chiesa si riempiva. Si commuoveva lui e commuoveva noi. Quando predicava e celebrava la Messa incantava la gente, scaldava il cuore di tutti. Nella Messa, all’elevazione dell’ostia e del calice, diceva sottovoce e a volte si sentiva: “Mio Signore e mio Dio!”. Uno slancio del cuore non contemplato dalla liturgia, ma nessuno si meravigliava o faceva osservazione perché si vedeva che era un suo modo di esprimere tutto l’amore che aveva per Gesù. Era un uomo di Dio e lo dicevano non solo a Lecco, perchè lo chiamavano anche altrove e dava sempre un grande esempio. Pirovano pregava molto, soprattutto pregava per le vocazioni e seguiva alcuni giovani preti che conosceva e si confidavano con lui.

     Una volta ricordo bene che era venuto al mattino un prete giovane del Pime, che anche noi conoscevamo e sapevamo che era in difficoltà. Quando è uscito mons. Pirovano l’ha accompagnato e l’ha abbracciato con calore. Mi è venuto in mente Gesù il Buon Pastore. A noi poi diceva: “Bisogna pregare per questi giovani preti che sono figli del loro tempo. Vanno aiutati, vanno aiutati!”. Non condannava nessuno ma amava, avrebbe voluto trasmettere a tutti la sua fede.   

     Negli ultimi dieci o dodici giorni della sua vita aveva ricevuto da lei le bozze del volume “Missione Amazzonia” e lo leggeva con molto interesse ( [23] ). Era contento di ricordare quei tempi e il libro gli piaceva. Alla fine, non poteva più leggere e aveva chiamato un amico professore che gli leggeva quel testo e prendeva nota delle correzioni da fare. La sera prima che morisse, quando gli ho portato la cena in stanza, quell’amico era ancora là che gli leggeva il libro sull’Amazzonia. Dom Aristide gli ha offerto la sua cena e l’amico ha accettato volentieri!

     Poi mons. Pirovano mi ha chiesto di andare a chiamare il rettore, che era padre Egidio Mozzato e diceva: “Voglio mettermi a posto in coscienza e ricevere l’estrema unzione”. Allora sono venuti alcuni padri fra i quali ricordo padre Crotti e Pirovano ha ricevuto l’olio degli infermi. Il mattino dopo alle otto, mi ha detto di metterlo sulla poltrona e l‘ho sistemato bene. Ha chiamato ancora il rettore e poi mi ha detto: “Adesso sono a posto con tutti. Possiamo recitare il Rosario”. Abbiamo recitato il Rosario e sono venuti alcuni padri a pregare con noi. Lui ha pregato perfettamente lucido fino alla fine e, terminate le litanie alla Madonna, si è raccolto in silenzio chiudendo gli occhi ed è morto placidamente, sorridendo. E’ stata una morte commovente, che tutti ci auguriamo per noi stessi.   

    Suor Renata non lo dice, ma dopo la morte di Pirovano, le suore l’hanno rivestito dei paramenti episcopali e si sono accorte che sotto il pigiama portava qualcosa alla cintola che non era un indumento. Era il cilicio di Dom Aristide: una catena fatta da tanti circoli di filo di ferro contorto e inseriti l’uno nell’altro che dondolano e finiscono ciascuno con un piccolo terminale a punta rivolto verso l’esterno. Una specie di spina che tormentava il caro vescovo. E’ un segno di come prendesse seriamente il suo ufficio di vescovo e di superiore generale, pronto a offrire a Dio le sue sofferenze per il suo Istituto e le missioni a noi affidate. Lo strumento di tortura, mandato ai superiori a Roma dalla casa di riposo dei missionari di Lecco, dov’è morto Pirovano, è ora conservato nell’Archivio generale del Pime a Roma, fra i cimeli dei nostri predecessori.

     La morte avviene alle 11,40 del 3 febbraio 1997. La notizia si diffonde rapidamente a Lecco, Erba, Milano. Molti sapevano delle sue difficili condizioni di salute, ma non c’era stata notizia di un aggravamento così rapido da portarlo alla morte. Comincia un lungo pellegrinaggio alla casa di riposo del Pime a Lecco, dove la salma del vescovo, rivestita dei paramenti episcopali, è venerata da centinaia di fedeli venuti anche da lontano. Il Consiglio regionale della Lombardia, nella sua seduta del 4 febbraio al grattacielo del “Pirellone” a Milano, ricorda il “grande lombardo” mons. Aristide Pirovano. Il 5 febbraio, a Lecco, nella cappella del Pime si celebrano i funerali di Dom Aristide, con la Messa presieduta dal vicario episcopale di Lecco mons. Giuseppe Merisi (attualmente vescovo di Lodi) con numerosi concelebranti e una grande partecipazione di amici e fedeli. Il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, ha tenuto l’omelia funebre (riportata nel capitolo IX).

     Il card. Carlo Maria Martini, impossibilitato a partecipare al funerale (era in pellegrinaggio con i sacerdoti diocesani a Lisieux), il 4 febbraio ha mandato un bel messaggio di condoglianze ai missionari del Pime e ai fedeli di Erba, in cui si legge ( [24] ):

     Il nostro è un cordoglio che si fa memoria e insieme speranza. Anzitutto facciamo memoria di questo mio confratello e vostro concittadino, che ha per tanto tempo svolto il suo servizio episcopale a Macapà in Brasile. In questa terra ha desiderato ritornare dopo l’incarico di Superiore generale del Pime, per vivere intensamente il suo ministero in favore dei poveri in compagnia del Servo di Dio Marcello Candia, le cui iniziative continuava a seguire anche una volta ritornato in Italia.

     E insieme viviamo pure la speranza che la sua morte sia come per Gesù un messaggio da questo mondo al Padre, per la fedeltà con cui mons. Pirovano ha speso tutte le sue energie per la salvezza delle anime attingendo la forza dalla preghiera, dall’Eucarestia, dalla contemplazione del costato di Cristo. Nelle diverse occasioni in cui l’ho incontrato, mi ha sempre colpito il suo sguardo di fede, la sua capacità di leggere ogni evento alla luce del disegno di Dio, la sua trepidazione e sollecitudine per tutte le Chiese, soprattutto per quella di Macapà. Sollecitudine per quelle parti del mondo dove la parola di Dio non è ancora stata proclamata o dove i fedeli rischiano di allontanarsi dalla pratica della vita cristiana a causa del venir meno delle vocazioni sacerdotali. Siamo certi che dal cielo egli continua ad amare l’Istituto del Pime, la sua città di Erba e la nostra Chiesa ambrosiana, a vegliare sul cammino degli uomini e a intercedere affinchè tutti ci si ritrovi un giorno nella Gerusalemme celeste,  nella lode e nell’adorazione della Trinità beata.

     Al termine, la salma di mons. Pirovano parte per Erba ed è deposta nella “sua” chiesa di Sant’Eufemia, dove alla sera si celebra una veglia di preghiera in suo ricordo e poi è vegliata costantemente tutta la notte da fedeli in preghiera. Il giorno dopo, 6 febbraio, la città di Erba proclama il lutto cittadino, così come decidono a Marituba. I fedeli sono invitati a non inviare corone, ma offerte per il lebbrosario e l’ospedale. Ecco il racconto di Mauro Colombo ( [25] ):

       Alle 14 la piazza davanti alla chiesa è gremita. All’uscita dalla chiesa il feretro viene salutato dal rintocco delle campane a martello e dall’urlo della sirena anti-incendi. Il pensiero dei presenti avanti negli anni corre immediatamente ai giorni tragici del 1944, quando quei suoni preannunciavano l’arrivo delle bombe. Ora, come allora, padre Aristide è in mezzo alla sua gente, che si scosta per lasciarlo passare. Si forma il solenne corteo. Prima la banda che intona la marcia funebre, seguita dai componenti di tutti i gruppi e i movimenti cittadini, i membri delle confraternite, le rappresentanze delle scuole, le autorità civili e militari, i sacerdoti della città e del decanato. Poi la bara, portata a braccia, a turno, dai rappresentanti delle associazioni. Dietro, migliaia di persone. Una fila lunghissima che si snoda per le vie di Erba – piazza Vittorio Veneto, via Volta, corso XXV Aprile – e impiega quasi un’ora per giungere alla chiesa prepositurale. Prima dell’ingresso in Santa Maria Nascente, l’omaggio della città, espresso attraverso le parole commosse del sindaco Pozzoli. Poi la celebrazione, in una chiesa ornata di fiori bianchi e gialli, davanti ad un’assemblea attenta e partecipe.

    Il saluto del prevosto, don Antonio Corbetta, il messaggio del cardinale Martini ( [26] ), l’omelia del vescovo ausiliare dell’arcivescovo, mons. Bernardo Citterio, che ricorda il “vescovo della foresta” quando, in occasione di una visita a Marituba, gli mise a disposizione la sua cameretta. Intanto, al di là dell’Oceano, si svolge una funzione di suffragio. Ma Marituba è presente anche a Erba in una croce di legno posta alla destra dell’altare e ricoperta di fiori lungo il tronco e una delle due braccia; l’altra, di legno nudo, sta a testimoniare la mutilazione della lebbra.

     “Padre Aristide ha testimoniato una fede cristallina”

     Pirovano è poi sepolto nel cimitero di Erba, come lui stesso aveva chiesto nel suo testamento: se moriva in Italia, desiderava questa sepoltura perché sperava che qualche giovane o ragazza, pregando sulla sua tomba, avrebbero ricevuto dallo Spirito il germe della vocazione missionaria!

     Pochi mesi dopo, il 3 giugno 1997, davanti al notaio Pier Luigi Donegana di Erba, si costituisce giuridicamente l’associazione “Amici di monsignor Aristide Pirovano” formata inizialmente da 20 soci fondatori, che elegge presidente la signora Enrica Sangiorgio Cavenaghi e vice presidente il signor Luigi Farina. L’articolo 3 dello Statuto inizia con questa solenne dichiarazione:

     Scopo dell’Associazione, nel solco della tradizione cristiana, della dottrina sociale della Chiesa e del suo Magistero, è un’azione volta a creare e favorire iniziative dirette al soddisfacimento dei bisogni primari e la piena realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo nei Paesi in via di sviluppo, favorendo una cultura di solidarietà, di cooperazione e di amicizia tra i popoli.

    La signora Cavenaghi, intervistata dal settimanale cattolico di Lecco “Il Resegone” (11 luglio 1997), dichiara che l’obiettivo molto concreto è questo: “Vogliamo ricordare la figura di mons. Pirovano, soprattutto attraverso il sostegno delle attività da lui promosse”: il completamento dell’ospedale di Marituba (intitolato alla Divina Provvidenza), di cui è terminato il cemento armato; le adozioni a distanza per aiutare circa tremila bambini in grave stato di necessità; e poi altri progetti programmati dallo stesso Dom Aristide, come una scuola professionale e altri. Ma l’Associazione si preoccupa anche di continuare il ricordo di Dom Aristide. Infatti, nel marzo 2007 chiede al Centro missionario Pime di Milano di preparare rapidamente una breve biografia del vescovo erbese, che viene infatti pubblicata nel giugno seguente: è il volume “Il vescovo del sorriso – Dom Aristide Pirovano, una vita per la missione” ( [27] ).

     Appena morto Pirovano, alcuni suoi amici  di Erba ricevono lettere da Marituba nelle quali i suoi due “bracci destri”, Gedovar e Terezinha, si mostrano preoccupati e chiedono: “Come faremo ad andare avanti senza Dom Aristide?”. Così, nell’aprile 1997 il dott. Gino Farina e altri cinque amici di Erba vanno in visita a Marituba per confortare i responsabili delle opere e la gente del posto, che non li avrebbero lasciati soli. Infatti gli “Amici di mons. Aristide Pirovano” continuano a finanziare e visitare le varie opere di Marituba e anche di Macapà. (Si veda al termine del volume per notizie più precise).

     Nello stesso mese, giugno 1997, viene organizzata all’Elmepe di Erba (centro di fiere e mostre) una mostra missionaria con alcuni filmati di missione e conferenze. Si vende la prima biografia del vescovo già segnalata e si ricorda soprattutto mons. Pirovano con alcune testimonianze di chi l’ha conosciuto bene. Alcuni riferiscono che il grande vescovo continua ad essere venerato e pregato ad Erba e in Amazzonia. Nasce la proposta di iniziare la sua causa di canonizzazione, come già è iniziata nel 1991 per Marcello Candia, suo grande amico che lui stesso aveva  portato in Amazzonia. In seguito, gli “Amici di mons. Pirovano”, nei frequenti incontri, cerimonie religiose e pubbliche manifestazioni organizzati sul come procurare aiuti per portare avanti le sue opere in Amazzonia, riprendono la proposta della beatificazione di mons. Pirovano; proposta che incontra universali consensi fra preti e laici di Erba. Si lanciano appelli per raccogliere lettere e ricordi di Dom Aristide, in vista di un’altra sua biografia più completa e di un’eventuale avvio del processo di beatificazione.

     Frutto di questa ricerca, la biografia di Dom Aristide scritta dal giornalista Mauro Colombo di Erba, che l’aveva ben conosciuto in vita e più volte intervistato ( [28] ). Un libro vivace, molto ben scritto. Inizia con la domanda stupita di Pirovano al giovane che nel 1992 gli propone di intervistarlo: “Un libro su di me? E perchè mai?”. Mauro, avendo sentito da suo padre le avventure di Dom Aristide a Erba e nella misteriosa Amazzonia, si era messo in testa di scrivere su di lui. Ma Pirovano licenzia il figlio dell’amico (che lui stesso aveva cresimato qualche anno prima) con una battuta: “I giornalisti mi fanno dire quello che vogliono loro”.  Però, tempo dopo, aderisce alla richiesta, quando il giornalista lo assicura che il ricavato di un’eventuale pubblicazione sarebbe stato devoluto alle opere di Marituba.

     Incominciano così le conversazioni registrate di Mauro Colombo con Aristide Pirovano, attraverso numerosi incontri fino alla morte del vescovo. La proposta di Mauro è del 1992, Aristide muore nel 1997, la biografia è pubblicata nel 1999. Anche questo libro su Dom Aristide, come i molti articoli e scritti (e anche alcuni video) su di lui, hanno contribuito a far conoscere e amare “il vescovo del sorriso”.  Notevole soprattutto il testo introduttivo al volume di Mauro Colombo “Ricordo di un uomo di Dio” dell’arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini:

     Sono contento di questa pubblicazione sulla figura e l’opera di Sua Eccellenza Monsignor Aristide Pirovano, nato nella nostra Diocesi, consacrato vescovo dal mio venerato predecessore – il Servo di Dio Giovanni Battista Montini – e prelato di Macapà. Lo incontrai la prima volta a Marituba, in occasione di un mio viaggio pastorale in Brasile, e poi in qualche altra circostanza. Non posso quindi dire di averlo conosciuto bene, ma ho apprezzato fin da subito la sua personalità e la sua straordinaria azione missionaria in Amazzonia.

    Lo ricordo bene come un uomo tutto di Dio, profondamente spirituale e insieme ricco di inesauribile carica evangelica. Furono la sua carità e il suo ardore ad attrarre il giovane Marcello Candia che, dopo aver realizzato la costruzione dell’ospedale di Macapà, si dedicò completamente ai lebbrosi. Padre Aristide ha testimoniato una fede cristallina, un’assoluta fiducia nella Provvidenza, una capacità singolare di vivere la croce quale partecipazione a quella di Gesù, una continua  tensione a operare per la concordia degli  animi e per l’unione dei cuori. Leggerò volentieri questo volume nel desiderio di conoscerlo meglio, e auspico che soprattutto i giovani vengano sollecitati dall’esempio di mons. Pirovano a sperimentare la gioia di una vita tutta spesa al servizio del  Signore e dei fratelli più poveri.

       Il parroco di Erba, don Antonio Paganini, mi telefonava il 17 marzo 1998 dicendomi che a Erba Pirovano è pregato specialmente nella chiesa di Sant'Eufemia, che non è la parrocchiale ma l’antica matrice all'ombra della quale Aristide è vissuto nella vicina via Mazzini e che curava personalmente: si può dire che era la sua chiesa.

    Il 3 marzo 1998 – mi diceva don Paganini - abbiamo messo in questa chiesa di Santa Eufemia i paramenti sacri di mons. Pirovano in una teca, esponendoli alla venerazione della gente, perché molti lo pregano. Lo stemma episcopale di mons. Pirovano, dipinto in un grande quadro, era stato ingrandito in occasione di una mostra su di lui. Adesso è stato diviso in tanti pezzi e ciascun pezzo è stato incorniciato da un artigiano di Erba: sono venuti fuori dei quadretti molto belli che ricordano Pirovano. Allora, chi voleva uno di questi quadretti versava una certa cifra per Marituba, non so quanti milioni, uno o tre o più di lire a seconda della grandezza del pezzo. Il calendarietto della parrocchia che ho distribuito a Natale a tutte le famiglie per il 1998, ho messo la foto di mons. Pirovano in copertina.

     La presidente degli Amici di mons. Pirovano, Enrica Sangiorgio Cavenaghi, ricorda che l’”Associazione Amici di mons. Aristide Pirovano” è cresciuta negli anni per l’adesione di nuovi amici del vescovo missionario e ha allargato gli orizzonti  del proprio impegno: “passando dallo scopo caritativo di continuare a sostenere le opere di mons. Pirovano in Amazzonia alla graduale riscoperta del valore spirituale di Dom Aristide: la sua santità di vita, da cui veniva poi tutto il seguito della sua carità e impegno totale per i più poveri”. Enrica così continua ( [29] ):

      Nel 2001 sentiamo dire che il nostro arcivescovo, card. Carlo Maria Martini, sta ritirandosi per raggiunti limiti di età. In un incontro fra gli amici ci diciamo che l’arcivescovo aveva visitato mons. Pirovano a Marituba e aveva sempre manifestato una grande stima di lui. Dato che già si  parlava della causa di beatificazione di Dom Aristide, perché non scrivergli una lettera chiedendogli di iniziare lui il processo diocesano per la beatificazione del nostro vescovo erbese? La lettera è firmata da qualche centinaio di erbesi, dai sacerdoti di Erba e da alcuni altri che l’avevano conosciuto.

      La lettera degli Amici di mons. Pirovano al cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini, del 1° gennaio 2002, merita di essere conosciuta integralmente. Eccola:

     Stim.mo e caro Card. Martini, siamo l'"Associazione Amici di mons. Pirovano", il Vescovo di Macapà in Amazzonia che Lei ha ben conosciuto e del quale ha testimoniato nella prefazione alla sua biografia scritta da Mauro Colombo nel 1999.

    Le scriviamo anzitutto per augurarLe Buon Anno 2002 e per assicurarLe le nostre preghiere per le Sue intenzioni. Ma vogliamo anche manifestarLe la convinzione che è maturata in noi dopo la morte di mons. Aristide Pirovano (4 febbraio 1997): abbiamo avuto per Amico un autentico Santo. Già ne eravamo convinti mentre era in vita, avendolo ciascuno di noi conosciuto bene da vicino e avendo ricevuto da lui tanti buoni esempi e soluzioni di sapore evangelico in diverse situazioni delle nostre vite personali e familiari.

    Tre mesi dopo la sua morte abbiamo iniziato l'"Associazione Amici di Mons. Pirovano", che ha organizzato Sante Messe e varie manifestazioni in suo ricordo, per pregarlo, per raccogliere aiuti che sostengono le opere di assistenza e di istruzione da lui iniziate a Marituba; e per aiutare la sua Diocesi di Macapà: la città capitale del Territorio dell'Amapà è passata da 30.000 abitanti quando Pirovano divenne Superiore generale del Pime nel 1965, a 300.000 nel 2000; da quattro a 14 parrocchie.

     In questi cinque anni dopo la sua scomparsa abbiamo raccolto molte testimonianze sulla sua santità, parecchie delle quali sono raccolte nelle due biografie: "Il Vescovo del sorriso" di Piero Gheddo (Editrice Pime. 1997, pagg. 200) e "Aristide Pirovano. Il Vescovo dei due mondi" (ITL, Centro Ambrosiano, 1999, pagg. 382) di Mauro Colombo (giornalista di Erba che lavora al mensile diocesano "Il Segno"), pubblicato con un Suo significativo testo: "Ricordo di un uomo buono".

     In questo volume Lei scrive di mons. Pirovano: "Lo ricordo come un uomo tutto di Dio, profondamente spirituale e insieme ricco di inesauribile carica evangelica. Furono la sua carità e il suo ardore ad attrarre il giovane Marcello Candia che, dopo aver realizzato la costruzione dell'ospedale di Macapà si dedicò completamente ai lebbrosi…. Auspico che soprattutto i giovani vengano sollecitati a sperimentare la gioia di una vita tutta spesa al servizio del Signore e dei fratelli più poveri".

     Caro card. Martini, grazie ancora di queste parole. Anche noi ricordiamo così mons. Aristide. In questi anni abbiamo ricevuto tante testimonianze molto concrete sulla sua santità e altre potremmo ottenerle da chi già le ha date a voce: alcuni hanno dichiarato che "mons. Aristide mi ha cambiato la vita"; "aveva un grande dono: quello che avevi dentro te lo tirava fuori e ti faceva riflettere sul senso profondo dell'esistenza"; "il suo confessionale, quando veniva ad Erba, era sempre affollato e non si poteva confessarsi da lui senza sentirsi toccati dalle sue parole"; "avevo un cancro al seno, ho pregato mons, Pirovano e il cancro non c'è più"; e via dicendo. Le uniamo alcune testimonianze scritte recenti.

     Vogliamo notare che ricordiamo e stimiamo mons. Pirovano non solo e non tanto per quanto ha realizzato per la Chiesa e per i poveri in Amazzonia, ma per l'esempio attuale di santità e di missionarietà che ha dato a tutti quelli che l'hanno conosciuto: esempio di preghiera, di fede forte e viva, di entusiasmo per la missione e l'annunzio di Cristo. Molti di noi lo pregano e diversi possono testimoniare di grazie ricevute per sua intercessione. Non abbiamo ancora fatto una immaginetta con una preghiera per ricevere grazie per sua intercessione; ma potremmo farla subito.

     Ci ha anche colpiti il senso missionario della vita cristiana che Pirovano ci ha trasmesso. Il suo entusiasmo per la missione ci ha contagiati: ha saputo comunicare spiritualmente e missionariamente, nel nostro ambiente e nel nostro tempo, quando sembra prevalere anche tra i cattolici il relativismo religioso e una certa freddezza verso l'annunzio di Cristo. Crediamo che mons, Pirovano dica molto a noi oggi, qui in Italia e nei paesi cristiani evoluti, alla nostra Chiesa che deve ancora convertirsi alla missione. Pirovano ha saputo parlare agli uomini e ai giovani d'oggi, qui in Italia e non solo in Amazzonia! Quindi è veramente il vescovo dei due mondi.                                                                                                  

    ­Tutto questo ci spinge a chiederle una benedizione per raccogliere documenti in vista dell'inizio del suo Processo informativo diocesano di beatificazione. Sapendo che la preparazione del Processo è lunga, vorremmo iniziare subito, cinque anni dopo la sua scomparsa (1997-2002), per poter raccogliere in modo ufficiale le testimonianze anche di persone ormai anziane (Aristide è morto a 82 anni).

    Per questa nostra iniziativa abbiamo ottenuto l'approvazione del nostro parroco don Antonio Paganini e di altri sacerdoti che hanno conosciuto bene mons. Pirovano. Anche padre Piero Gheddo del Pime , che ha conosciuto bene Pirovano ed è amico dell'Associazione, è d'accordo con la nostra iniziativa.

    La ringraziamo per l'attenzione e la ricordiamo nelle nostre preghiere, con affetto e riconoscenza per tutto quanto fa per la Diocesi ambrosiana. Ancora chiediamo da lei una benedizione per questo nostro desiderio di venerare sugli altari il nostro caro mons. Aristide Pirovano.

    Ci professiamo suoi dev.mi e aff.mi

                  "Associazione Amici di Mons. Aristide Pirovano"                       

                          Enrica Cavenaghi, Presidente, ecc....

     Il cardinale Martini risponde a stretto giro di posta, con un breve scritto che conferma la sua introduzione al volume appena citato ( [30] ):

      Ho sempre stimato Monsignor Aristide Pirovano come un grande testimone di Dio e del Vangelo, un appassionato servitore della Chiesa, ricco di spiritualità e di carità. Trasmetto la documentazione a don Ennio Apeciti , responsabile dell’Ufficio per le Cause dei Santi, perché la prenda in esame.

           Tra i firmatari della lettera al card. C.M. Martini, anche mons, Pasquale Macchi  (1923-2006), segretario del card. Montini e poi di Paolo VI, che scrive alla Presidente degli Amici di mons. Pirovano, signora Enrica Sangiorgio Cavenaghi, questa lettera ( [31] ):

    Ben volentieri mi associo alla vostra lettera indirizzata al Card. Carlo Maria Martini, nostro arcivescovo, con l’intento di ottenere la sua approvazione per dare inizio al processo informativo diocesano di beatificazione di S. E. mons. Aristide Pirovano. Io ebbi la fortuna di conoscere padre Pirovano nel lontano 1955 quando ero segretario dell’arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini. In tutti gli incontri con lui ebbi sempre la felice impressione di un missionario dal cuore grande e generoso. Fui sempre edificato dal suo entusiasmo e dal suo unico intento: la Missione. Sarò felice di dare la mia testimonianza quando sarà il momento opportuno.

    La lettera degli Amici di Pirovano di Erba al card. Martini era stata mandata anche al superiore generale del Pime, padre Giovanni Battista Zanchi, per informarlo dell’iniziativa e chiedere la sua approvazione. Padre Zanchi era in visita ai missionari del Brasile e il suo vicario generale risponde positivamente agli Amici di Pirovano e  scrive questa lettera all’arcivescovo di Milano (16 gennaio 2002):

 

     Rev.mo Cardinal Martini, ho ricevuto dall'Associazione Amici di Mons. Pirovano di Erba copia della lettera che le hanno inviato per chiedere la sua approvazione all'avvio del Processo diocesano informativo sulle virtù di mons. Aristide Pirovano, già Superiore generale del Pime (1965-1977), con la documentazione sulla fama di santità di cui gode ad Erba.

    Il Superiore generale p. Giovanni Battista Zanchi è in visita all'Amazzonia e tornerà fra una ventina di giorni. Mi sono consultato con lui per telefono e Le mando questa lettera per dirle che il Pime è ben contento che uno dei suoi membri e Superiori generali sia ritenuto degno di essere esaminato dalla Chiesa per proporlo, se Dio vorrà, come modello di vita sacerdotale ed episcopale a tutta la Chiesa. Ho risposto anche agli Amici di mons. Pirovano di Erba ringraziando e dicendo che anche noi del Pime preghiamo affinchè tutto vada a buon fine, secondo la volontà di Dio.

    Voglio ringraziare anche Lei, a nome del Pime, per quanto potrà fare in questa circostanza per la Causa di mons. Pirovano. Noi del Pime le siamo riconoscenti per le molte attenzioni che ha avuto nei nostri riguardi durante il suo servizio episcopale a Milano. A nome di tutto l'Istituto le assicuro le nostre preghiere per la sua missione oggi e domani. Ci benedica e mi creda suo dev.mo e aff.mo

                             Padre Luigi Bonalumi , Vicario generale del Pime

                           (missionario ad Hong Kong, dove spero di tornare)

      Alcune testimonianze sulla santità di Pirovano

     Dopo l’incontro all’Elmepe di Erba (vedi sopra), avendo visto la grande devozione che c’era per Dom Aristide a Erba, ho pensato di intervistare la sig.na Lucia Sozzi di Lecco, per sapere se riteneva opportuna una eventuale causa di canonizzazione di mons. Pirovano. Pensavo a quel tempo di preparare in tempi brevi una vera biografia di Pirovano ( [32] ). Lucia Sozzi, responsabile del Laboratorio missionario “Beato Giovanni Mazzucconi” di Lecco, fondato negli anni cinquanta da don Aldo Cattaneo col quale aveva collaborato fin dall’inizio, ha sempre aiutato il Pime di Lecco, anche per la causa di beatificazione del martire Giovanni Mazzucconi di Rancio di Lecco, beatificato nel 1984. L’ho incontratata a Lecco il 4 luglio 1997. Ecco alcune battute di quella intervista:

      Gheddo - Tu sei stata la prima che mi ha detto che bisogna fare la causa di canonizzazione di mons. Pirovano. Dimmi perché lo pensi. 

       Sozzi – Ho subito pensato questo, perché monsignore aveva una grande semplicità e quando celebrava la Messa una grande devozione. Poi era molto umano e umile, anche nascosto. Lo invitavamo alle nostre celebrazioni, non voleva andare sul palco si metteva in un angolo ad ascoltare. Era un uomo attento alle persone e voleva essere presente agli incontri del Laboratorio ma non si metteva in primo piano. Ci ha dato un aiuto soprattutto spirituale, era profondo nelle cose della fede. Alcune sue frasi ed espressioni le ricordiamo ancora, ci colpivano.

      Gheddo – Da quanto tempo faceva l'Assistente spirituale al Laboratorio Missionario?

      Lucia – E' stato poco, prima eravamo rimasti senza prete per un po' di tempo, poi è venuto lui: ci incoraggiava, celebrava la S. Messa per noi nella cappella del Pime vicino alla portineria. Ci faceva sempre la predica, anche se a volte eravamo solo tre o quattro. Quando è morto lui, nessuno più nella casa del Pime ci ha chiesto se volevamo la Messa. Penso che fosse un santo per la sua fede: la sua era una vita illuminata dalla fede. Per questo aveva una sua ingenuità e spontaneità che colpiva e commuoveva, pur essendo un uomo navigato ed esperto. Era proprio la fede che lo rendeva semplice e umano.

      Gheddo – Tu hai sentito altri che dicono che bisognerebbe fare la sua causa di canonizzazione?

      Lucia – Si, a Lecco ed a Erba ci sono parecchi che lo credono e pensano che era un santo, proprio per il modo con cui trattava la gente e per come pregava e predicava. Si vedeva che era intimo con Dio. Era un uomo diverso degli altri, umano ma anche spirituale; cordiale e alla mano, ma anche con una sua solennità e autorevolezza. Quella sera che abbiamo fatto la conferenza all'Elmepe, ho incontrato un pittore che sta facendo un quadro di mons. Pirovano e vorrebbe mandarlo in Brasile: è una sua spontanea iniziativa. Una signora mi ha detto: “Mons. Pirovano, quando ti incontrava, anche se non ti aveva mai vista, sembrava ti conoscesse da sempre.  Era cordiale, accogliente, quando un altro sarebbe freddo”. Ho parlato moltissime volte con Dom Aristide e posso dire che era difficile fare una conversazione un po’ lunga con lui senza che giungesse a mettere in primo piano Dio, Gesù, la Madonna , la Provvidenza : viveva di queste realtà, le aveva nel cuore, leggeva gli avvenimenti della vita a partire dalla fede e non poteva non parlarne a tutti.

     Ho pure intervistato, a Milano (il 12 ottobre 1999) a casa sua, la signora Linda Candia Untersteiner, sorella maggiore di Marcello Candia. Ma tutta la famiglia Candia, specie le tre sorelle, Linda, Fernanda ed Emilia, ed il fratello Riccardo, hanno un grande ricordo di mons. Pirovano, che, specie dopo la morte di Marcello, era vicino alla famiglia.

     Gheddo - Signora Linda, cosa ricorda di mons. Pirovano?

     Candia - Un uomo straordinario, non si poteva non ammirarlo e volergli bene. Io sono molto affezionata a lui e ricordo due aspetti dei nostri rapporti: era sempre cordialissimo e disponibile, non si dimenticava mai di rispondere e di mandarci lettere e cartoline dovunque andava; e poi, soprattutto, abbiamo ammirato il fatto che metteva sempre Marcello Candia davanti. Tutti parlavano di Marcello e dell'ospedale e avrebbe potuto dire che lui aveva portato Marcello in Amazzonia e lui aveva incominciato a costruire l'ospedale... Non l'ha mai detto. Aveva una venerazione per Marcello e non ha mai pensato di dire che, in fondo, Marcello, era una vocazione missionaria che veniva da lui, l'aveva aiutato molto in tante circostanze....

      Il 12 giugno 2007, nell’ultimo suo ritorno dall’Amazzonia in Italia, chiedo a padre Angelo Negri , fra i primi missionari andati a Macapà nel 1948, un suo ricordo di Pirovano. Mi dice:

      Secondo me la più bella qualità di Dom Aristide era la capacità di decidere e poi di portare a buon fine la sua decisione. Di fronte a qualsiasi problema, studiava la situazione, si informava dei vari elementi in gioco, discuteva e poi decideva e quando aveva deciso, nel più breve tempo possibile realizzava. Aveva una visione dei problemi molto realistica, libera da pregiudizi, e ascoltando gli altri era pronto anche a cambiare parere. Credo sia stato il miglior vescovo possibile per fondare una diocesi partendo quasi da zero, nella situazione che abbiamo trovato in Amapà nel 1948.  Noi confratelli eravamo molto contenti di lui e ne parlavamo tutti bene.

     Un’impressione che diversi avevano di Pirovano era che fosse un tipo maneggione, che guardava solo alle macchine, ai soldi e alle costruzioni. E’ un giudizio che ritengo profondamente sbagliato. E’ vero che in lui appariva a prima vista quasi solo questo aspetto materiale, pratico, ma l’uomo aveva una sua profonda interiorità e spiritualità. Pregava molto e celebrava la S. Messa con una concentrazione e devozione che a volte commuovevano. Soprattutto si fidava ciecamente della Provvidenza, che non l’ha mai tradito. Aveva le qualità del vero capo, che sapeva farsi amare e rispettare senza bisogno di usare modi forti e di minacce. Uomo semplice e trasparente, lineare e onesto, ma, se così possiamo dire, anche con un difetto: non gli piacevano i tipi doppi, che mentivano, promettevano senza mantenere e cose del genere. Ecco, quando si era formato di qualche persona un giudizio del genere, con lui quel tale aveva finito. Non tollerava la mancanza di sincerità, ma era pronto ad aiutare e perdonare chi riconosceva di aver sbagliato.

     Padre Lino Simonelli è anche lui uno dei primi missionari del Pime giunti a Macapà nella primavera del 1948. Ora è a riposo nella casa del Pime di Lecco, dove l’ho incontrato il 22 giugno 2007. Gli ho chiesto che ricordo ha di Pirovano e mi dice:

     Era l’uomo ideale per fondare la missione e la Chiesa in Amapà e in genere come capo era grande: aveva fascino e autorità, ma non si dava arie, rimaneva un buon compagno di missione. Lo sentivamo come confratello ma anche come guida e superiore. Oltre alle qualità naturali che aveva, credo che il segreto fosse questo: non voleva affermare se stesso, ma la missione, Gesù Cristo.

    Però Pirovano è un tipo difficile da descrivere. Non parlava mai di sé e di quel che faceva. Non voleva applausi o elogi. Ad esempio, il governo brasiliano, in un lungo periodo dell’inizio, quando eravamo a Macapà, si fidava di lui e mandava ogni mese i soldi per gli stipendi dei suoi funzionari in Amapà. Dom Aristide poi li trasmetteva agli interessati attraverso i parroci distribuiti sul Territorio. Noi lo sapevamo, ma lui non ne ha mai parlato, non sapevamo come e perché era nato quell’accordo col governo.

    Dom Aristide era onestissimo, sincero, trasparente. Non tollerava la doppiezza e la menzogna. Era totalmente dedicato alla missione e provava fastidio per altre azioni non finalizzate alla missione di portare Cristo e la Chiesa in quell’angolo sperduto dell’Amazzonia brasiliana, dove praticamente l’evangelizzazione del popolo stava nascendo allora. Era esigente con se stesso e con gli altri, a noi ha insegnato molto. Assieme avevamo creato una bella comunità di padri e fratelli nell’Amapà, favoriti anche dalla priorità assoluta di sopravvivere. Comunque si andava veramente d’accordo, si discuteva e si decideva assieme. Ciascuno aveva le sue idee, le sue capacità, ma non ricordo contrasti o antipatie, anche perché Pirovano sapeva mantenere l’orientamento comune delle iniziative pastorali, che era di far conoscere e amare Gesù Cristo e la Chiesa. Se c’era questo orientamento, dava spazio a tutte le iniziative ed esperienze nuove, incoraggiava tutti, non deprimeva nessuno. Senza dubbio è stato un grande capo e vescovo.

     Un’altra testimonianza significativa è quella di padre Carlo Acquani, che ho intervistato a Milano il 26 marzo 2007. Acquani, missionario in Brasile del sud dal 1948 (e nel 2000 tornato in Italia), ha fondato a San Paolo la “ Città dei Ragazzi ” nel quartiere periferico di Brooklin Paulista, dove il Pime ha fondato la parrocchia. Poi è stato superiore regionale dell’Istituto nel Brasile del sud dal 1967 al 1973, proprio nel periodo del superiore generale mons. Pirovano, del quale dà questo giudizio ( [33] ):

     Acquani -  Era un uomo deciso, preciso, trasparente, capace di comandare, di organizzare, di trovare molti aiuti economici perché aveva tanti amici a Erba e a Milano. Non lasciava perdere alcuna occasione, si lanciava in ogni impresa che giudicava opportuna. E aveva sempre ragione nelle imprese di costruzioni, terreni, ecc. Aveva grandi capacità manageriali ed economiche.

    Gheddo – Come superiore, ti è piaciuto o no?

    Acquani – Molto per la sua sincerità, decisione, capacità. Mi ha mandato lui a fare il superiore regionale del Brasile nel 1967 e poi ha preso decisioni sagge. Quando sono scaduto da superiore del Brasile, sono tornato in Italia e Pirovano mi ha fermato a Roma: sono andato a studiare catechesi dai Salesiani. Avevo anche la mamma ammalata grave e poi è morta nel mio ultimo anno di studi. Volevo ripartire subito per il Brasile, ma Pirovano mi ha ancora fermato per preparare il Capitolo del 1977 con padre Domenico Colombo e sono rimasto cinque anni a Roma.

    Gheddo -  Com ’era il tuo giudizio su di lui?

    Acquani – Era ed è molto positivo. Ha realizzato tantissimo per la missione dell’Amazzonia, per il Brasile e per il Pime. Ha preso grandi decisioni tutte valide, tutte positive. Se non c’era lui, in quegli anni turbolenti, non so dove sarebbe finito il Pime. Io ho sempre avuto grande fiducia in lui. Nel sessantotto e negli anni precedenti arrivavano in Brasile padri giovani dall’Italia che, per carità, venivano per capovolgere il mondo, per fare la rivoluzione. Eccetto alcuni che si sono salvati, come padre Bortolotto che adesso è vescovo ausiliare di Manaus, io che ero superiore non sapevo cosa fare con parecchi altri, non sapevo come prenderli, finivano per dare fastidio, perché avevano visioni del tutto diverse dalle nostre.

    Gheddo – Alcuni lamentano che Pirovano non trattava bene i contestatori, non li capiva.

     Acquani – Con quelli che andavano fuori strada non li maltrattava, ma diceva loro chiaro che sbagliavano: quel che pensava lo diceva, in belle maniere ma lo diceva. Aveva la bella qualità di parlare chiaro, senza offendere, con la più grande disponibilità ad ascoltare, ma molti non erano abituati ad un superiore così sincero, trasparente, che voleva altrettanta sincerità.

 Testamento spirituale di mons. Aristide Pirovano ( [34] )  

    Apro con un profondo ringraziamento a Dio per avermi fatto cristiano: il battesimo e la fede sono il tesoro più prezioso e, per di più, gratuito ed eterno che il Signore ha voluto farmi per Sua libera scelta.  Deo Gratias! Deo gratias! Et Deo gratias....!

     Ringrazio poi per il dono gratuito della vocazione contro la quale ho combattuto per quasi un anno ma della quale sono lietissimo;  per il dono del sacerdozio (alter Christus) ;  il dono della missione; il dono dell'episcopato!

     Successore degli Apostoli!!! e chi mai avrebbe potuto pensarlo?

     Grazie, o Signore, per tutte le sofferenze, le prove, le disgrazie sofferte da ragazzo, da giovane, da seminarista, da sacerdote, da vescovo, da superiore generale, ecc.ecc. Prove e sofferenze pesanti, ma, a pensarci bene tutte dosate in pondere a misura. Dosate sulle mie forze, ma specialmente sul Tuo Amore, o Signore, e sulla tua presenza indefettibile. Grazie! Deo gratias!!

     Ti ringrazio, Signore, per le tante belle amicizie che mi hai fatto trovare nella mia non breve esistenza. Ti ringrazio anche di avermi dotato di un carattere abbastanza forte ma sereno e fiducioso della tua presenza e aperto alla buona volontà e sincerità del prossimo. Grazie!

     Ti ringrazio, Signore, per il perdono dei miei sbagli, dei miei peccati pagati e cancellati dalla tua passione, dal tuo sangue versato e dalla tua vita donata per la salvezza mia e del mondo intero. Grazie, o Signore!

     Signore, in questa mia malattia mi metto nelle tue mani con piena disponibilità. Le mie preoccupazioni sono le mie sorelle. Signore, soltanto Tu puoi capire, per loro ti supplico pace, serenità e bontà. Grazie.

     Ringrazio coscientemente la Divina Provvidenza per avermi sostenuto, guidato, aiutato durante i 10 anni che, studente e seminarista, ero anche responsabile della mia famiglia ( mamma, due sorelle e un fratellino) e della disastrosa situazione finanziaria causata dalla morte improvvisa del mio povero papà! Quante tentazioni in quel periodo, quante delusioni, ma anche quante grazie, quante soluzioni positive insperate. Grazie, Signore!

    Grazie anche, o Signore, per i miracoli con i quali hai accompagnato il mio cammino missionario a Macapà prima, poi a Roma, poi a Marituba. Deo gratias sine fine! Grazie anche e specialmente per le grazie speciali con le quali mi hai sostenuto, o Signore, durante il periodo bellico, i bombardamenti. Il mio periodo erbese! Tutto grazia!

     Se sorella morte mi chiamerà mentre sono in Italia, desidero e voglio essere sepolto nel mio paese (ora città di Erba). Il motivo profondo è che io ho amato molto il mio paese, specialmente durante il mio ministero a Erba, e sono stato molto riamato e stimato. Ho speranza che, pregando sulla mia tomba, qualche giovanotto o ragazza possa sentirsi chiamato/a a seguire la mia stessa vocazione.

     Il Signore lo voglia!               

                                                                           Mons. Aristide Pirovano

                                                                          

 

 



[1] AGPIME 22, 05, 1757. Aristide è arrivato a Marituba all’inizio di gennaio e torna in Italia il 5 marzo 1992.

[2] AGPIME II, 22, 05, 1761. Lettera del 27 marzo 1992 da Lecco a fratel Brunelli, amministratore dei Poveri Servi.

[3] AGPIME II, 22, 05, 1782.

[4] AGPIME II, 22, 05, 1801.

[5] Lettera del 21 dicembre 1992, AGPIME II, 22, 06, 1894.

[6] Francisco de Assis Gonçalves all’inizio del 1993 manda il ”relatorio” delle attività realizzate nel 1992 con l‘elenco delle spese e delle somme ricevute: in quell’anno, la Fondazione Candia aveva dato 950.600,00 e mons. Pirovano 404.750,00 cruzeiros, per queste attività fuori della Marituba che Pirovano aveva conosciuto. (AGPME II, 22, 06, 1906).

[7] Le lettere di Pirovano da Marituba all’economato generale del Pime a Roma sono in AGPIME II, 22, 23, 04 e 05, pagg. 2199-2384.

[8] Lettera del 5 ottobre 1984.

[9] AGPIME II, 22, 06, 1878.

[10] Lettera del 29 novembre 1993. AGPIME II, 23, 01, 1994.

[11] Lettera del 12 gennaio 1994, AGPIME II, 23, 02, 2020.

[12] AGPIME II, 23, 03, 2144.

[13] Lettera del 2 gennaio 1995 a Francesca Fra Montanari e al marito Sandro, AGPIME II, 23, 03, 2145.

[14] Lettera a padre Franco Cagnasso del 19 gennaio 1996, AGPIME II, 23, 03, 2171.2.

[15] Mauro Colombo,  “Aristide Pirovano, il Vescovo dei sue mondi”, EMI 1999, pagg. 210-211.

[16] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pag 214.

[17] Lettera fra la posta ricuperata negli ultimi mesi e non ancora catalogata nell’ Archivio generale del Pime.

[18] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, il Vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 215 segg.

[19] Lettera del 29 dicembre 1997, non ancora catalogata nell’Archivio Pime.

[20] “Il vescovo del sorriso”, prima biografia di mons. Pirovano, che ho scritto nei primi mesi dopo la sua morte, pubblicata nel giugno 1997 dalla Pimedit di Milano (pagg. 200).

[21] Missionari del Pime ”, aprile 1997.

[22] Intervistata a Milano il 28 novembre 2006.

[23] Enrica Cavenaghi, intervistata a Erba il 21 settembre 1997, ricorda: “Ho tantissimi ricordi di Dom Aristide. Alla fine della vita, io andavo a trovarlo tutti i giorni con mio marito. Leggeva il suo volume sull'Amazzonia che era ancora stampato al computer: lo leggeva con tanto interesse, l'ha letto e se l'è fatto leggere fino all'ultimo. L'ultimo giorno glie l'ha letto anche il dott. Gino Farina che gli diceva: "Lei è stanco, smettiamo...". Ma lui diceva: "No, vai avanti, vai avanti...". Questo la domenica. Poi il lunedì  mons. Pirovano non ha più celebrato ed è morto. E' morto sereno, felice”.

[24] Riportato integralmente nel volume di Mauro Colombo già citato, alle pagg. 287-289.

[25] M. Colombo, “Aristide Pirovano il vescovo dei due mondi”, Emi 1999, pagg. 219.

[26] Vedi qui sopra in questo stesso capitolo.

[27] Piero Gheddo e Raffaella Guzzeloni, “Il vescovo del sorriso – Dom Aristide Pirovano, una vita per la missione”, Pimedit, Milano, giugno 1997, pagg. 200.

[28] Mauro Colombo, “Aristide Pirovano, Il Vescovo dei due mondi”, EMI 1999 pagg. 382, con trenta pagine di foto in bianco e nero e a colori.

[29] Intervista telefonica del 9 luglio 2007..

[30] Lettera del 28 gennaio 2002, AGPIME II, 23/2, 01, 090. Vanno ricordati due precedenti a queste testimonianza. Quando nel 1991 Dom Aristide ha compiuto i 50 anni di sacerdozio, il card. Martini gli mandava questo telegramma (4 dicembre 1991): “Unisco Sua gioia e rendimento di lode Signore per cinquantesimo Ordinazione Sacerdotale esprimendo vivissima riconoscenza sua esemplare testimonianza spirito missionario cammino evangelico. Augurandole pienezza consolazioni divine. Assicurando ricordo orante Eucaristia. La abbraccio con fraterno affetto nel Signore. Carlo Maria Maria Cardinale Martini”. E nel 1995, quando celebrava i 40 anni di episcopato, Martini gli esprime “la riconoscenza mia e della Chiesa ambrosiana per esserci stato testimone di quell’ansia missionaria, di quell’impegno a portare il Vangelo fino ai confini della terra che risponde al mandato di Gesù e che è parte della vocazione cristiana”.

[31] Lettera del 2 gennaio 2002, AGPIME II, 23/2, 01, 089.

[32] Poi, nel 1999, Mauro Colombo ha pubblicato il suo libro e ho rimandato il mio lavoro.

[33] Vedi la II parte di questa intervista all’inizio del capitolo VIII.

[34] Pubblicato nel volume su mons. Pirovano di Mauro Colombo già citato, pagg. 325- 326. In una delle mie visite a Erba poco dopo la morte di mons. Pirovano, la sorella Carla mi aveva confidato che il fratello vescovo stabiliva nel suo “Testamento economico” (non c’è nell’ Archivio Pime ) che quel che aveva in denaro venisse diviso in tre parti: per Marituba, Macapà e il Pime. Vedi: Piero Gheddo, “Il vescovo del sorriso – Dom Aristide Pirovano, una vita per la missione”, Pimedit 1997, nella nota a pag. 191.