PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

VIII
PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

“Viveva la santità della nostra tradizione apostolica”
“Aristide Pirovano: la gioia di vivere”
Uomo di dialogo ma capace di decisioni autonome
“Incoraggiava tutti, non scoraggiava mai nessuno”
“Cultura che non fa figli (vocazioni e soldi) è sterile”.
“Importante è che Erba si apra al mondo!”
 Amare e obbedire  al Papa è un dovere
 Lo stillicidio dei confratelli che se ne vanno
 Il superiore parlava chiaro a tutti
 Sapeva mantenere i rapporti con amici e benefattori
“Lo prego perché sono convinta della sua santità”
“Andiamo a pregare perché ho un problema difficile”

CAP. IX – COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO VIII 
PIROVANO:
LA SANTITA
’ MISSIONARIA
NELLA TRADIZIONE DEL PIME  

     Come si può leggere nel capitolo VII, nel 2002 l’associazione “Amici di mons. Pirovano” ha chiesto all’arcivescovo di Milano, card. C. M. Martini, di iniziare il processo diocesano per la causa di canonizzazione di mons. Aristide Pirovano, rispondendo ad una diffusa convinzione e devozione ad Erba e fra tutti quelli che l’hanno conosciuto. E’ nota la risposta positiva dell’arcivescovo, pur essendo al termine del suo mandato episcopale. La  devozione e la ricerca su mons Pirovano sono andate avanti con diverse iniziative e si pensa di poter prossimamente ripetere ancora, al nuovo arcivescovo card. Dionigi Tettamanzi, la stessa richiesta.

     “Viveva la santità della nostra tradizione apostolica”

    Questo volume, frutto di un’ampia e accurata ricerca d’Archivio, è stato preparato anche per rispondere alla domanda che molti si fanno: che tipo di santità era quella vissuta da mons. Pirovano? I santi imitano tutti il modello supremo che è Cristo, ma sono spesso molto diversi l’uno dall’altro: quali le caratteristiche di un missionario che rappresenta la tradizione spirituale e apostolica del Pime? Ho rivolto questa domanda a padre Carlo Acquani, in Brasile dal 1948 e superiore regionale del sud Brasile dal 1967 al 1972, proprio gli anni del superiore generale mons. Pirovano. Ecco la sua spontanea risposta, semplice ma molto significativa ( [1] ):

     Acquani - Pirovano può essere che sia stato un santo, e io ne sono convinto, ma un santo differente. Tu devi scoprire di lui i valori nuovi che portava nel Pime di quel tempo. Non i valori dei santi tradizionali che erano già santi prima di nascere e poi erano sempre in chiesa con le loro devozioni. Pirovano era un santo ma anche un uomo del suo tempo: era santo lottando; santo cercando in Amazzonia gli indios che non trovava a San Paolo, per andare ai più lontani come i primi del Pime in Oceania; santo affrontando situazioni tremende con coraggio e fiducia nella Provvidenza. Quando ha preso per l’Istituto Macapà, missione abbandonata, molta gente senza assistenza e nessun Istituto voleva andarci per l’isolamento e la miseria estrema, Pirovano l’ha presa con un atto di coraggio, fidando solo nella Provvidenza. Poi è riuscito a fondare una diocesi quasi dal nulla e ne è diventato il primo vescovo.

    Certamente pregava  molto, ma non era un santo inginocchiato, era un santo forte che esprimeva dei valori indispensabili a quel tempo di grande confusione: amore alla Chiesa e al Papa, spirito di sacrificio, fiducia nella Provvidenza. Voleva infondere dentro di noi questi valori, questo tipo di missionario che non può stare fermo, deve andare, deve costruire, deve formare dei cristiani. Lui pregava molto, ma non è questo il filone della sua santità. Era un santo che diceva anche parolacce: pistola! Non capisci niente! Sei un imbecille! Se uno si ferma a questi suoi scoppi di ira e di furia non capisce niente dell’uomo Pirovano. Lui aveva il cuore buono, aiutava tutti, anche i preti che lasciavano il sacerdozio: li seguiva e li aiutava anche economicamente.

     Il Pirovano è questo tipo di santo. Se tu potessi descrivere bene nel tuo libro, con esempi e testimonianze concrete, i nuovi valori della sua santità, esemplari per noi missionari, faresti una grande biografia. Poi, non dimentichiamolo, Pirovano ha fatto Candia, se non c’era Pirovano non nasceva il santo Candia, apostolo dei lebbrosi. Tu devi trovare questi valori che aveva Pirovano e farli capire. Credo che una parte del Pime non lo veda come santo, perché hanno del santo un’immagine antica, arretrata, non attuale.

     Gheddo - Anche Clemente Vismara alcuni non lo vedevano come santo perché non aveva un carattere sempre facile, eppure sono stati presentati alla Congregazione dei Santi sei supposti “miracoli” attribuiti alla sua intercessione, per i quali è già stato positivo il processo diocesano sul miracolo.

     Acquani – Sono convinto anch’io di questo e per me Pirovano era santo per i grandi valori che ha vissuto e poi predicato. Voleva trasmetterli anzitutto all’Istituto e secondo me viveva in modo autentico il tipo di santità dei nostri missionari del passato e della nostra tradizione apostolica. Credo sia un magnifico esempio per i giovani che aspirano ad essere missionari.

     In base alle molte interviste fatte, parte delle quali utilizzate per questa biografia, penso che quanto dice padre Acquani sia condiviso dalla maggior parte dei membri del Pime: come missionario pionere e fondatore di una diocesi in Amazzonia e come superiore generale, mons. Pirovano ha vissuto in modo autentico la tradizione del Pime, condividendola anche nelle sue lettere private e in quelle all’Istituto. Ecco perché cita spesso il beato padre Paolo Manna, missionario in Birmania e suo predecssore come superiore generale: è un modello attuale per noi del Pime. Nel mondo arido e secolarizzato, che propone ai giovani quasi solo “eroi negativi”, Dom Aristide è per molti e soprattutto per i membri del Pime un “eroe positivo”, che attualizza i nostri grandi missionari, i santi, beati e martiri del passato. La richiesta della sua canonizzazione, fatta dall’Associazione “Amici di mons. Pirovano” di Erba, trova il Pime concorde, poiché sentiamo tutti il bisogno di modelli e protettori in Cielo.

     Come già detto, il presente capitolo vuole rispondere in modo concreto, alla domanda posta all’inizio: che tipo di santità era quella vissuta da mons. Pirovano? Molto si è già detto in tutto il volume, ma qui esaminiamo con citazioni appropriate le molte sfaccettature di questo personaggio, che spiegano e giustificano la “fama di santità” di cui gode dopo la morte.    

     Anzitutto, Aristide Pirovano aveva indubbiamente un bel carattere, una bella personalità. Chiunque lo incontrasse la prima volta, anche se per breve tempo, non poteva fare a meno di ricavarne una forte impressione di fede e di ottimismo, di cordialità e di attenzione a chi aveva di fronte. Era un bel uomo ma soprattutto aveva una certezza e serenità interiori che gli permettevano di non mostrarsi mai triste, abbattuto, scoraggiato. Era ottimista sul futuro, l'ottimismo che viene dalla fede. Anche nelle situazioni più difficili, pur soffrendo e manifestando le sue preoccupazioni, diceva che, con l’aiuto di Dio, quelle difficoltà ed ostacoli si potevano superare.

     “Aristide Pirovano: la gioia di vivere”

    Mi piace il titolo che il “Centro audio-visivi” del PIME a Milano ha dato ad una video-cassetta preparata da padre Claudio Pighin missionario a Macapà e oggi a Belem: “Mons. Aristide Pirovano, missionario – La Gioia di vivere”; padre Claudio ha azzeccato in due parole la caratteristica fondamentale della sua personalità.  Luigina Barella in occasione della sua morte ha scritto un articolo su “Italia Missionaria” (aprile 1997) col titolo: “Un  vescovo con gli occhi di fanciullo”.

     Il Bollettino della Parrocchia prepositurale S. Maria nascente di Erba ( [2] ), sua città natale, ha pubblicato in occasione della sua scomparsa: “Il vescovo del sorriso”, dove un testimone, Michi  G., esprime in poche parole quello che moltissimi amici del vescovo erbese hanno sperimentato e pensano:

     Ricorderò sempre di Padre Aristide la cordialità, la semplicità, l'umiltà, la bontà, la disponibilità, la saggezza, lo spirito di iniziativa... e mi fermo qui; oltre, è superfluo dirlo, il luminoso esempio di Fede, Speranza, Carità. Ha donato tutta la propria vita agli altri  ... Sentiamo tutti la sua mancanza: ci sentiamo orfani di quel padre buono e comprensibile, della barba lunga, fluente e ramificata, simile al Rio delle Amazzoni, il fiume a lui caro, e alle sue centinaia di affluenti. Senza di lui, ha detto il Sig. Prevosto, sembra si sia spenta una luce sul nostro orizzonte.

    In una lettera agli abitanti di Erba, mons. Pirovano lanciava un appello per ricevere gli aiuti e ringraziava per quelli che già aveva ricevuto; ma poi aggiungeva: 

    Credetemi i soldi sono importanti specie in questo luogo, ma è molto più importante il calore umano e cristiano. Gli stessi miei  lebbrosi contano più sulla mia amicizia, sul mio sorriso, (mi chiamano il vescovo del sorriso!), che non sul mio portafoglio. Non è bello? Questo vale i piccoli sacrifici che si devono affrontare ogni giorno: vale la pena di vivere così.

    Chi ha vissuto accanto a mons. Pirovano rimaneva stupito di come riuscisse a mantenere il sorriso, la serenità, la gioia di vivere, di fare battute, nonostante le sue sofferenze fisiche e le gravi preoccupazioni che non riuscivano ad abbatterlo. Aveva un carattere felice e una straordinaria forza d'animo anche nelle avversità: la sua imperturbabile serenità non si spiega se non con la fede e la fiducia nella Provvidenza, che in mons. Aristide erano assolute.

     Mons. Arcangelo Cerqua, prelato e vescovo di Parintins (1917-1990), che fu con lui vicario generale a Macapà (1948-1952), mi raccontava che già nei primi anni di Amazzonia ( [3] ) Pirovano soffriva tremendamente per tre ulcere allo stomaco, il mal di testa e altri malanni. Si confidava con lui che era il suo primo aiutante e amico, ma con gli altri non parlava dei suoi mali. “Qualche volta, diceva Cerqua, già al mattino Aristide era seduto nel suo studio piegato in due dal male allo stomaco, col volto sofferente, la porta chiusa”. Cerqua andava ad avvisarlo che c'era qualcuno che voleva parlare con lui e Pirovano gli diceva: “Fallo aspettare un momento, lascia che mi presenti sorridente”. Dopo pochi minuti veniva fuori a ricevere l'ospite con il sorriso sulle labbra!

    Dopo la scomparsa di mons. Pirovano, nelle scuole di Erba è stato chiesto agli alunni di scrivere come ricordano mons. Pirovano. Ecco alcune battute significative:

    Io me lo ricordo così: un uomo della barba bianca, molto gentile e sempre sorridente. Ogni volta che tornava dal Brasile ci veniva a trovare e ci raccontava la vita dei bambini meno fortunati di noi (Mauro)

    Diverse volte ha celebrato la S. Messa nel salone della nostra scuola.

Con battute spiritose ci faceva sempre sorridere e lui rideva insieme a noi.

Io porterò sempre nel mio cuore il suo dolce sorriso (Barbara)

    Quando parlava era sempre entusiasta ed era capace di farsi ascoltare per molto tempo (Nicolas).

     Padre Pirovano, nel nostro cuore ci sarà sempre un posto per lei. Il suo sorriso rimarrà impresso nelle nostre menti e il suo esempio di uomo dolce e generoso ci farà da guida nella nostra crescita. Non potremo dimenticare il bene che lei ha fatto ai suoi bambini, dei quali parlava spesso con grande affetto. La ringraziamo per l'amore che ha donato a tutti indistintamente e che ha illuminato i nostri cuori rendendoli un po' più buoni (Benedetta).

     Il padre Lorenzo Chiesa , che è stato suo consigliere per sei anni alla Direzione Generale (1971-1977), dice:

      Mons. Pirovano era calmo di fronte agli ostacoli, agli imprevisti e al futuro. Nelle difficoltà ti dava la certezza che si poteva uscirne. E poi, i problemi non gli cambiavano l'umore; poteva anche arrabbiarsi, ma il suo umore di fondo era sempre uguale, riusciva a trovare momenti di serenità anche nelle peggiori situazioni. Ad esempio  in un frangente molto difficile e angoscioso, lui si era messo in auto ed era venuto da Roma a Milano, tutto solo. Arrivando a Milano, dopo sei ore di autostrada diceva: ”Ah! Come sono disteso! Mi piace guidare, appena mi metto in macchina mi distendo, dimentico tutti i problemi e le preoccupazioni...”. Aveva una capacità di ripresa eccezionale, non sembrava mai vuoto.

    Il grande fotografo Fulvio Roiter, che visitò Marituba nel 1991 quando Pirovano aveva 76 anni, in un’intervista al giornalista Roberto Beretta ha dato la miglior sintesi possibile della personalità di Dom Aristide ( [4] ):

    Ho incontrato a Marituba mons. Pirovano, un uomo eccezionale, eroico: nonostante l’età, non ha nulla di vecchio.

     Uomo di dialogo ma capace di decisioni autonome

     Come tutti gli uomini d’azione, Pirovano era anche impaziente per natura. Non aveva ancora concepito un progetto, un programma, che già si impegnava a realizzarli. Doveva spesso esercitare la pazienza in modo si potrebbe dire eroico, perché incontrava proprio nei suoi missionari continui ostacoli alle sue intuizioni e disposizioni, incertezze e lentezze: però ascoltava, discuteva, si confrontava, era pronto a recedere dalle sue idee anche già espresse, quando capiva di aver sbagliato. Ma quando era convinto di dover fare una cosa, cascasse il mondo la faceva.

     Ricordo bene una riunione al Centro missionario Pime alcuni mesi prima dell’inizio del grande Capitolo del 1971. Con lui c’erano i padri Edoardo Tagliabue e Angelo Lazzarotto: per il Centro, il direttore padre Osvaldo Pisani, l’amministratore padre Vincenzo Mariani e i padri Mauro Mezzadonna, Domenico Colombo, il sottoscritto e alcuni altri. Pirovano voleva sapere da noi se era veramente utile costruire la seconda ala del Centro ( [5] ). Noi eravamo d’accordo, ma l’opposizione nell’Istituto, in Italia e nelle missioni, era fortissima: quella costruzione sembrava espressione di megalomania, di insulto ai poveri e alla “Chiesa dei poveri”, un altro segno delle tendenze “capitaliste” di Pirovano, ecc. C’erano state lettere collettive, riunioni, proteste e richieste alla Commissione preparatoria del Capitolo che quel problema venisse discusso e votato in assemblea e non si incominciasse a costruire se non dopo l’approvazione ufficiale del Capitolo.

     Ma il permesso di costruzione dato dal Comune di Milano scadeva nell’ottobre di quel 1971: se non si iniziava a costruire prima, si perdeva la licenza ( [6] ) ed era chiaro che, iniziando il Capitolo alla fine del maggio 1971, non era prevedibile si giungesse ad una decisione prima dell’ottobre seguente, non essendo il Centro considerato un’urgenza da discutere all’inizio! Pirovano fremeva e spiegava che quella licenza era, in Milano, una grande ricchezza per l’Istituto: assolutamente non si poteva perdere, anche se forse tutto il nuovo palazzo non poteva essere utilizzabile subito per le esigenze del Pime (infatti abbiamo poi dato tutto un piano di 18 uffici alla nascente  Comunione e Liberazione). ll dibattito andava per le lunghe e ad un certo punto Dom Aristide si alza e dice: “Io sono il superiore generale e decido di incominciare a costruire almeno in parte: poi sospendiamo in attesa della decisione del Capitolo. Se decideranno di no, pagherò io una grossa penale all’Istituto”. Infatti si iniziò a scavare le fondamenta di una parte del Centro e prima di ottobre c’erano già alcuni muri periferici che uscivano dal terreno.

    In seguito il Capitolo approvò e quel palazzo si è poi dimostrato una benedizione per il Pime, nessuno più lo giudica in senso negativo: oggi è in parte affittato, assieme all’antico seminario teologico di Via Monterosa, all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano per la facoltà di psicologia e mantiene in parte le spese della Casa madre, dei missionari reduci e del Centro! Ricordando questi fatti, padre Lazzarotto commenta: “Pirovano vedeva lontano, aveva un fiuto incredibile negli affari e nelle finanze”.

    Proprio quando mons. Pirovano diventa superiore nel 1965 si afferma nella Chiesa il dialogo come metodo di governo. La prima Enciclica di Paolo VI, “Ecclesiam Suam” del 1963, è centrata sul dialogo: chi ha l'autorità deve coinvolgere i suoi sudditi, ascoltare, spiegare, condividere, convincere, decidere collegialmente. I metodi autoritari sono condannati. Se in un punto rifulge la virtù di Pirovano, è proprio nell'aver avuto l'umiltà e la flessibilità di accettare questo metodo di governo: dialogo e decisione collegiale; tanto diverso di quello del passato, quando il superiore comandava e gli altri obbedivano.

     Padre Ilario Trobbiani, vicario generale di Pirovano (1971-1977), ha scritto ( [7] ):

    Non poche volte mi trovai con vedute diverse dalle sue nel valutare. Il dialogo era sempre chiaro e leale… Più volte si lasciò mettere in minoranza, aderendo alle scelte del Consiglio e sostenendole come Superiore… Quando mi mandò in visita alle missioni, mi diede sempre piena autorizzazione anche decisionale, nell’ambito degli orientamenti concordati. Al ritorno talvolta ebbe a dirmi: “Io avrei deciso in modo diverso, ma va bene così”.

    Naturalmente nel corso della sua lunga vita gli capitò molte volte di arrabbiarsi, soprattutto quando gli mentivano o volevano fare di testa loro, mentre lui, come superiore, aveva dato una chiara indicazione; o in altri casi giudicava intollerabili certe scelte in missionari. Pirovano parlava chiaro, era sempre sincero e voleva negli altri altrettanta sincerità. Era disposto a perdonare e ad aiutare chi faceva la scelta di uscire dal sacerdozio (quanti confratelli ha sistemato trovando loro un posto di lavoro, attraverso le sue molte amicizie!); ma a volte prendeva posizioni dure, alcuni dicono “troppo dure”. Ad esempio, in due missioni andò una volta sola e poi mandò i suoi assistenti: non voleva tornare finchè non avessero cambiato un certo atteggiamento o decisione che giudicava non tollerabili da un Superiore ( [8] ). Va comunque ricordato che Pirovano era attento alle persone e quel che faceva era sempre inteso per il bene delle persone. Ripensando ai lunghi anni di reciproca collaborazione che ho avuto con lui, ricordo che una volta gli raccontai di un confratello che mi faceva un po’ disperare in redazione e gli chiesi cosa si poteva fare. Mi rispose: “Lo sai che è già in crisi per vari motivi: lascialo stare e prega per lui, non voglio che si rompa. Tu sopporta con pazienza”.

      Padre Gaetano Maiello, missionario di valore e di carattere a Macapà quando Pirovano vi era come prelato e vescovo, mi ha detto ( [9] ):

    Con mons. Pirovano io ho avuto grandi tensioni e forti scontri. Sul momento era impulsivo, si arrabbiava, era un duro. Ma poi si calmava e sapeva fare anche marcia indietro quando era necessario; ma soprattutto ridava tutta la stima e tutto tornava come prima.

     “Incoraggiava tutti, non scoraggiava mai nessuno”

    Padre Angelo Bubani, uno dei primi missionari di Macapà, alla domanda com’era Dom Aristide da vescovo, ha risposto ( [10] ):

    Pirovano lasciava fare, incoraggiava e appoggiava anche economicamente tutte le iniziative. Ha fatto lavorare tutti, non ha mai scoraggiato nessuno. Quando veniva in visita nell’interno del Territorio, invece di criticare, incoraggiava e animava tutti e se doveva  fare un’osservazione, la faceva sempre senza umiliare nessuno. Con lui ci sentivamo bene. E’ stato un grande vescovo che ha costruito la diocesi dal nulla.

     La testimonianza che segue è di Zaira Spreafico ( [11] ), presidente de “ La Nostra Famiglia ” di Pontelambro (vicino ad Erba) ( [12] ), pubblicata da “Il Resegone” di Lecco il 7 febbraio 1997 col titolo “Quel giorno in Amazzonia”; testimonianza importante perché viene da una donna di grandi capacità e autorevolezza nel campo del volontariato internazionale, che conosceva, oltre a Pirovano, tanti altri missionari e personaggi ecclesiali.

     Eravamo agli inizi della nostra avventura missionaria, quando incontrai mons. Aristide Pirovano a Marituba, alla periferia di Belem, la capitale dell’Amazzonia brasiliana. L’OVCI cominciava allora il suo cammino. Tre anni prima avevamo iniziato un programma di cooperazione in un paese difficile, il Sudan, e andavamo avanti tra mille difficoltà, anche per la nostra inesperienza. Volevamo un momento di riflessione e di preparazione, ma mons. Pirovano ci convinse ad andare subito. Numerosi i volontari e le volontarie dell’OVCI - La Nostra Famiglia che si sono prodigati dal 1983 ad oggi a Santana e dal 1986 al 1993 a Marituba. Per tutti loro, oltre che per noi, mons. Pirovano è stato punto di riferimento, consigliere paterno, elemento pacificatore. Ricordo come fin dal primo incontro mi avevano colpito la sua particolare attitudine a semplificare le cose, a trattare con pacatezza e serenità i problemi anche più difficili, il suo stimolo ad avere fiducia nel proprio impegno e nell’aiuto del Signore per ogni impresa.

     I volontari, ai quali mons. Pirovano ha fatto l’onore di concedere la sua paterna amicizia, hanno avuto da lui sostegno, incoraggiamento e quella saggezza che egli offriva quasi sempre con una battuta scherzosa. Mons. Aristide è stato per noi tutti “maestro” nel servizio per la sua generosità infaticabile, per la capacità e tenacia di arrivare fino in fondo alle sue imprese ma senza impazienza e senza far violenze, rispettando tutti. Tutta la sua vita può essere vista come la dimostrazione di quanto produca in termini di bene sociale la disponibilità che dura e permea tutta la vita e la persona. E mi piace pensarlo con quella sua espressione tanto simpatica, familiare e sorridente sopra la lunga barba bianca, che portava con orgoglio, quasi come una forma di affettuosa benevolenza da dispensare  generosamente a tutti. Mons. Pirovano è stato un grande, intelligente, generoso missionario. Come dice il Salmo: “Egli è come un albero piantato lungo corsi d’acqua che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai, riusciranno tutte le sue opere”.

       Fra le molte lettere di mons. Pirovano ai missionari sul campo ne ho trovato una che prova il suo rispetto per le persone e come non volesse in nessun modo imporsi o togliere la libertà di scelta di ciascuno. Scrive a p. Paolo Noé, regionale della Birmania, a proposito di un missionario “con i nervi scossi”, di cui il superiore dice: “Non è bene che stia lì!”. Noé gli ha chiesto di mandare un ordine per farlo venire in Italia a curarsi perchè lui non vuole partire. Ma Pirovano sa bene che i missionari della Birmania (e non solo), pensando di essere fedeli alla loro vocazione solo rimanendo in missione, facevano di tutto per rimanerci e “morire sul posto”. Se gli manda un ordine lo mette più ancora in crisi! Perciò con prudenza risponde ( [13] ):

        Non mi sembra giusto che io gli comandi di venire in Italia, come anche non mi sembra giusto che io gli comandi di restare. Il mio suggerimento – e glie lo puoi dire tu con tutta franchezza  - è che venga a curarsi in Italia, senza ostinarsi a rimanere se la salute non lo regge. Vedi di consigliarlo a mio nome di quanto sopra.

     Sul fatto che come confessore e consigliere Pirovano avesse molte qualità e capacità di giudizio, lo dimostra uno scambio di lettere con mons. Giovanni Battista Gobbato fondatore e primo vescovo dell’arcidiocesi di Taunggyi nel 1961; il quale scriveva ( [14] ) al superiore generale chiedendo il suo parere sul dare le dimissioni da vescovo, perché come straniero doveva chiedere molti permessi per visitare la diocesi e non sempre arrivavano; non poteva andare nei villaggi nuovi convertiti che si trovavano in zone di guerriglia occupate dai ribelli. Un vescovo locale potrebbe andare dove vuole! Aggiunge che i suoi consiglieri assolutamente non vogliono questo, ma lui chiede il parere del superiore. Pirovano gli risponde il 1° febbraio 1972 ( [15] ) riconoscendo che i motivi portati dal vescovo sono

    veri e reali e le difficoltà ufficiali da parte di chi comanda esistono. Ma, nonostante tutto, dopo aver ben riflettuto e pregato, a me sembra che non sia giunto ancora il momento del grande passo. Una sua eventuale rinunzia non porterebbe nessun beneficio reale alla missione. Se è vero che un vescovo nativo potrebbe andare dove lei con difficoltà riesce ad andare, non è detto che faccia meglio di lei. Ed anche un vescovo nativo recandosi in zone ribelli non mancherebbe di suscitare sospetti nelle autorità che già avessero delle prevenzioni contro la Chiesa come tale. Se è vero che la conoscenza della lingua è necessaria per comunicare, non è detto che siano le nostre parole che convertono. Valgono di più la testimonianza e la santità della vita. Quindi, niente rinunzia e diventi più santo… Tiri avanti con fede e coraggio ( [16] ).

     “Cultura che non fa figli (vocazioni e soldi) è sterile”.

     Altra qualità di Pirovano: la sua prima preoccupazione era la formazione e la vita spirituale del missionario. Un uomo come lui, geniale nell’organizzazione, esperto di problemi pratici e finanziari, poco portato agli studi e alla teologia, aveva poi una profonda spiritualità (pregava molto, citava sempre la fede e la preghiera di sua mamma) che trasmetteva a tutti quelli che lo avvicinavano e specialmente i missionari. Padre Franco Cagnasso, superiore generale quando morì Pirovano, ha dato di lui questa bella testimonianza ( [17] ):

      La sua era una fede forte, essenziale, pratica, che si traduceva in questa convinzione: la fede si vive nella Chiesa, lavorando con e per la Chiesa senza riserve, restrizioni mentali, distinzioni. La si vive pregando, con puntuale fedeltà alla Messa, al breviario, alla meditazione, al Rosario: aveva una devozione intensa semplice e filiale alla Madonna.

     Si vive la fede obbedendo al Papa. Negli anni che ho trascorso vicino a lui a Roma, anni di contestazione forte alla Chiesa e al Papa, mi colpiva l'aspetto profondamente umano della sua obbedienza. Voleva essere fedele al Papa per convinzione di fede, ma anche per una partecipazione personale intensa alla sua fatica e sofferenza.

     I suoi viaggi come Superiore generale nelle varie missioni sono ricordati per molti motivi, ma soprattutto per i chiari orientamenti di fede e di spirito missionario che egli non si stancava di dare e richiamare. E questo fin dall'inizio del suo superiorato. In uno dei suoi primi discorsi di saluto ai missionari partenti diceva ( [18] ):

     In missione voi andate per predicare Cristo crocifisso e risorto: Cristo e non voi stessi. E vorrei dirvi che questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne, in mezzo a tutte le difficoltà. Nonostante le problematiche di cui tanti oggi sembrano farsi un alibì, abbiate fiducia: se andate a portare Gesù Cristo la vostra missione sarà divina. Ma bisogna portare Cristo e non noi stessi e neppure il nostro modo di vivere, e di pensare, di agire. E’ bello quell’episodio evangelico dell’Apostolo Filippo che domanda a Gesù: “Maestro, facci vedere il Padre!”; e Gesù rispose: “Filippo, chi vede me, vede il Padre!”.

    Miei cari giovani missionari, voi dovete andare a portare il Cristo con la vostra carità, col vostro spirito di sacrificio, con la vostra pazienza, con la vostra umiltà: anche quando schiaffeggiati e umiliati, saprete perdonare sorridendo. Insomma, miei cari, non andate a portare la nostra civiltà, ma andate a portare il Vangelo e io vorrei che quando i pagani e i nostri cristiani chiedono a voi: ”Facci vedere Gesù”, ciascuno di voi possa rispondere: “Chi vede me e la mia vita, vede Gesù!”.

         Nel 1974 organizzammo un incontro di tre giorni a Firenze per tutta la stampa del PIME in Italia. Erano gli anni roventi della contestazione e di un certo spirito secolarizzante che svuotava dall'interno il carisma missionario. Pirovano non partecipava alle discussione tecniche, ma insisteva continuamente su due concetti, a tal punto che alla fine uno di noi, stufo di sentire ripetere la stessa antifona e sapendo che con lui si poteva anche scherzare, gli disse: “Un'altra volta, invece di venire lei, ci mandi una sua registrazione e noi una volta al giorno la sentiamo....”. I due concetti (secondo i miei appunti di quel tempo) erano questi:

     1° la stampa missionaria deve servire all’animazione missionaria ed a suscitare vocazioni per la missione ad gentes:  se non ottiene questi due scopi  non serve (e lo dimostrò l'anno seguente quando era sul punto di chiudere una nostra rivista che parlava troppo poco di missioni e di missionari);

     2° la stampa missionaria, diceva ancora, è strumento per portare Cristo agli italiani, deve essere animata dalla passione di comunicare Cristo a tutti. E

ammoniva: guardatevi dalle mode del momento, oggi per essere cristiani bisogna obbedire alla Chiesa e andare contro corrente.

     Una terza finalità della stampa, su cui il superiore generale insisteva era l’impegno di cercare aiuti economici per le missioni e l’Istituto. Ai pp. Gheddo e Colombo Domenico scrive in data 16 novembre 1965, dicendo che il numero di novembre 1965 di “Le Missioni Cattoliche” è “molto bello”, col servizio speciale sul Vietnam meritevole di “una speciale menzione”. E aggiunge:

      Ma… trovo delle lacune che mi fanno venire gli… sgrisolini allo stomaco. Nessun accenno a Sotto il Monte, nessuna foto dei nostri seminari di Treviso e di Firenze, fermi per mancanza di “ghelli”, cioè di benefattori! Miei cari, va bene pensare ai problemi del mondo, alle …pance vuote di tanti popoli e alle loro sofferenze, ecc. Ma non vi siete ancora accorti che la pancia vuota l’abbiamo anche noi, anzi, la nostra è passiva, cioè rivoltata all’indietro, perchè abbiamo parecchie decine di milioni di interessi passivi ogni anno che ci fanno mangiare il miserabile capitale. Allora, l’abbiamo capita? Vogliamo cambiare un pochino lo stile? Vogliamo parlare un pochino anche di noi e cercare di suscitare benefattori per le nostre opere che sono indispensabili? Scusatemi, ma qui non si sa che pesci pigliare: è come la quadratura del cerchio. Auguroni e grazie per il bellissimo lavoro letterario che fate, ma veniamo un po’ anche alle nostre realtà ( [19] ).

   Pochi giorni dopo, il 5 dicembre 1965,  ritorna sul tema e scrive a me personalmente ( [20] ):

     Grazie ancora di quel che fate voi del Centro, ma cambiate un pochino lo stile: la cultura che… non fa figli (cioè vocazioni e soldi) per me è sterile.

      Leggendo in Archivio la corrispondenza di Aristide, ogni tanto trovo qualche cenno che tira in ballo il sottoscritto e mi tiene allegro. Scrivendo al padre Armando Rizza (10 febbraio 1973), che viveva a Rangoon in Birmania come professore universitario mandatovi dallo stesso Pirovano, parla di vocazioni sacerdotali e scrive che in Italia sta iniziando una crisi di vocazioni, ma aggiunge ( [21] ):

    Gheddo, giornalisticamente, dice che non c’è crisi di vocazioni, ma crisi di modelli a cui i giovani possano ispirarsi! Accidenti ai giornalisti e a chi li legge come Vangelo! 

     “Importante è che Erba si apra al mondo!”

    Nell’animazione missionaria mons. Pirovano cercava soprattutto preghiere e poi vocazioni. I soldi, diceva, sono importanti, ma vengono quando vuole il Signore, mentre preghiere e vocazioni bisogna chiederle espressamente alla gente. In una lettera del novembre 1989 agli amici Franca e Gigi Farina, che avevano organizzato ad Erba una serata in suo favore, scriveva ( [22] ):

    Una persona amica mi ha telefonato che è stata una serata magnifica. Sono lietissimo per voi, che ne siete stati gli artefici e gli animatori e vi ringrazio dal profondo del cuore con un abbraccio amico. I frutti… materiali verranno quando verranno e nella misura che la Provvidenza crederà bene. Sono importanti, ma più importante è che la popolazione abbia corrisposto con la partecipazione e abbia sentito “un po’ sua” l’opera di padre Aristide, missionario di Erba. Importante è che Erba si apra al mondo! Grazie di questo tipo di apostolato: fare che i cristiani non si cristallizzino su se stessi- Miei cari, non riesco neppure a scrivere queste poche righe: sono stato interrotto 6 volte…

     Un chiodo fisso di Pirovano, come anche per Marcello Candia, era che tutto il lavoro di sviluppo, di educazione, sanitario andava fatto non solo per aiutare materialmente e intellettualmente l’uomo, ma anche per educare al Vangelo. In una lettera a Laura Pellegrino da Erba del 9 aprile 1993 ( [23] ), dice che ringrazia perché Laura è stata

     contagiata dallo Spirito e dalla speranza su Marituba. Ricordi la tua prima visita a Marituba? In nome del Signore ho lanciato… l’amo e tu sei venuta, sei stata di grande aiuto e hai avuto occasione di offrire al Signore anche tante sofferenze. Bene! Sono tesori per la vita eterna. Qualcosa abbiamo seminato e un po’ di iniziative stanno cescendo. Deo gratias!... Alla Superiora delle Povere Serve ho raccomandato che mi mandi quando possibile una suora con titoli e capacità per dirigere le scuole, imprimendo i principi del Santo Vangelo: non soltanto istruire, ma educare cristianamente!

     In una lettera a Enrica e Franco Cavenaghi di Erba, che gli hanno mandato una buona somma, frutto di libere offerte e delle vendite e raccolte per Marituba fatte dai suoi amici, Pirovano scrive ( [24] ):

    …. Non è soltanto per gli “americani” ( [25] ) che voglio ringraziarvi. Il problema è che gli “americani” sono frutto di Amore! Di condivisione! Di fraternità umana e cristiana; di gente che pur provata e tribolata, mette un po’ da parte se stessa e pensa agli altri! Che è poi pensare all’Altro, il Cristo! Questa è la mia gioia! Camminare assieme, costruire assieme qualcosa di bello e di buono per Lui!

     Per concludere, ancora la testimonianza di un sacerdote erbese, padre Giorgio Malinverni, passionista, nato ad Erba nel 1913 e amico di Pirovano fin dall’infanzia. L’ho intervistato a Roma il 20 settembre 1997 nella casa dei passionisti in Piazza SS Giovanni e Paolo. Così ricorda Pirovano:

     Ho due anni più di Aristide, eravamo grandi amici. L’ho conosciuto bene e qui a Roma andavo spesso a trovarlo. Non voleva essere chiamato mons. Pirovano, ma don Aristide. Era un grande uomo, un grande prete. A Erba ha fatto tanto bene, conosceva tutti, andava d'accordo col parroco e molti andavano da lui a confessarsi. Dicono che come confessore era straordinario, sapeva parlare alla mente e al cuore delle persone, portandole a Dio. Ho assistito alla sua consacrazione episcopale a Erba nel 1955 e ricordo quanta gente ha partecipato ed erano commossi. Ho una grandissima stima di lui, era un uomo giusto, un sant'uomo, anzi un santo. Era furbo, ma un bravo figliuolo. Ho un grandissimo ricordo di don Aristide, era una bella figura. A Erba andava d'accordo anche con quelli lontani dalla Chiesa, ma parlava sempre chiaro, tutti gli volevano bene, perchè tutti lo stimavano e quando pensava di dover dire a qualcuno che andava fuori strada, lui glie lo diceva, con  tono paterno ma anche fermo. Non offendeva nessuno, perché capivano che gli voleva bene, lo faceva come prete ed era pronto a perdonare.

     Amare e obbedire  al Papa è un dovere

     Pirovano non capiva la “contestazione” al Papa, ai documenti del Papa; non capiva la moda “sessantottina” in campo ecclesiale, di fare continue “esperienze”: per lui il missionario era il prete o il laico completamente dedicato a Cristo e le “esperienze” da fare erano quelle che permettevano di approfondire questa dedizione e consacrazione. Padre Angelo Lazzarotto, l’unico missionario che è stato 12 anni con Pirovano come suo assistente nel tempo in cui era superiore generale, mi ha detto ( [26] ):

     A proposito del Papa, negli ultimi tempi mons. Pirovano ha stampato un libro con testi di PaoloVI ( [27] ) ed era convinto che, regalandolo a tutti i missionari, avrebbero avuto una guida, si sarebbero fatti vivi ringraziando e promettendo di leggere quel libro preparato con tanta cura. Invece nessuno o quasi ha scritto, ha ringraziato: questo faceva soffrire molto Pirovano.

    Il libro di cui parla padre Lazzarotto è “Conferma i tuoi fratelli” (Luca, 22, 32) in due volumi, con i testi di Paolo VI raccolti dalla Direzione generale ; è mandato in omaggio nell’aprile 1975, in occasione della Pasqua dell’Anno Santo, a tutti i membri del Pime, con una lunga e accorata lettera sul tema: “Obbedienza al Sommo Pontefice”; il secondo volume mandato l’anno seguente, con discorsi e testi di Paolo VI durante l’Anno Santo 1975 ( [28] ). Citando le parole di padre Manna, Pirovano scrive nella sua lettera-presentazione:

    “La nostra più piena, assoluta incondizionata obbedienza, la nostra più umile ed affettuosa sottomissione la dobbiamo al Vicario di Gesù Cristo in terra, al Romano Pontefice”. E ancora: “La qualifica di Pontificio di cui si onora l’Istituto non vuole tanto essere un semplice titolo nobiliare, quanto l’espressione del nostro particolarissimo e pratico attaccamento alla S. Sede, al Papa, col quale in ogni tempo e circostanza dobbiamo essere un cuore solo e un solo pensiero, sicuri di essere così una cosa sola con Nostro Signore”.

      Pirovano richiama poi gli scritti di Ramazzotti, di Marinoni e dei primi missionari su questo tema e il Capitolo di aggiornamento post-conciliare (1971-1972) che raccomanda: “Nella formazione dei missionari sia dato particolare rilievo alla dottrina conciliare che, nella corresponsabilità del corpo episcopale, illumina la insostituibile funzione del successore di Pietro che presiede alla comunione universale della carità nella Chiesa” (Doc. Cap., n. 108; LG 13; AG 22).                                                              

     Il vescovo superiore dice che mandare questo piccolo libro lo considera “un dovere derivante dalla paternità spirituale e di servizio che il Signore ha voluto affidarmi nella Chiesa missionaria, in questi ultimi 25 anni e di cui sento intimamente la responsabilità”… Desidera che questa raccolta di testi sia “una guida, un appoggio ed uno stimolo per il momento presente, attraverso la nostra quotidiana meditazione”. E afferma:

     La Chiesa ha sempre sofferto più dalle miserie interne, dagli errori, dalle eresie e dalla confusione dei suoi figli che dalle offensive esterne. Basta leggere le lettere paoline…La situazione ecclesiale del nostro tempo non è, per molti aspetti, migliore di quella del primo secolo, nonostante il Concilio Vaticano II. Errori e deviazioni non mancano anche oggi… perché i figli delle tenebre sembra si siano specializzati nel diffondere ad ogni livello un certo clima di confusione, di dubbi, di equivoci, di mezze verità, che può trarre in inganno anche i più accorti. Ipotesi di studio e di lavoro sono troppe volte trasformate in nuovi e spesso contraddittori annunci di verità assolute, con conseguente disorientamento non solo dei fedeli, ma anche dei pastori, i quali rischiano di non sapere più nutrire le coscienze ad una fede semplice, vigile e costruttiva.

    L’autorità del Papa nella Chiesa, afferma Pirovano, è fondata sulle parole di Gesù, che ha fondato la Chiesa con un capo visibile, per il quale “ha pregato – come Gesù ha detto a Pietro - affinché la tua fede non venga mai meno; e tu possa con rìfermarei tuoi fratelli” (Luc. 22, 32). Quindi, “l’autorità nella Chiesa non è opera dell’uomo, ma è stata voluta e  istituita da Cristo stesso”. E conclude con queste parole lapidarie che riflettono la sua grande fede:

    Cristo è ancora oggi presente nella  sua Chiesa e lo sarà sempre. Cristo è presente specialmente nella persona del Papa. Amiamo il Papa, ascoltiamo il Papa e amiamo Colui il quale non ha esitato a dire agli Apostoli: “Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me. Chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato” (Luc. 22, 16).

    Per capire il valore di queste parole di Pirovano, bisogna rifarsi a quegli anni dopo l’ormai mitico “sessantotto”, quando la protesta contro tutte le autorità e il concetto stesso di autorità erano molto diffusi.  Gli slogan che avevano un certo impatto erano ad esempio questi: L’immaginazione al potere; L’obbedienza non è più una virtù; I furbi comandano, gli sciocchi obbediscono; Ribellarsi è un dovere.

    C’era uno sbandamento generale anche nella Chiesa. Paolo VI, specie dopo la “Humanae Vitae” (1968), era radicalmente contro-corrente rispetto all’ideologia allora molto diffusa della “bomba demografica”, quindi rifiutato, snobbato, deriso: “Paolo mesto” scrivevano i giornali e su autorevoli riviste teologiche si ragionava apertamente sul fatto che “ la Chiesa nasce dal popolo” e che, nel tempo della collegialità  e dell’assemblearismo perenne, il Papa poteva conservare la funzione di “primus inter pares”, primo fra uguali, una funzione rappresentativa e non giuridica. Erano discorsi che rimbalzavano a livello anche di noi giovani sacerdoti, creando una grande confusione di idee, di tendenze, di ipotesi sulla “Chiesa del futuro”, che non si sapeva bene cosa era, ma la si voleva tutta e subito.

     Oggi scrivere che il Papa è l’autorità suprema nella Chiesa di Cristo non suscita  scalpore, è dottrina comunemente accettata. Allora, dopo il 1968, il Papa e la Santa Sede erano visti come quelli che opprimevano le giuste richieste della base e, a sostenere quel che il Papa diceva, si passava per “papalini” e “servi del Vaticano” o anche peggio. Un ricordo personale per indicare il clima di quegli anni, che i più giovani non conoscono. Nel 1973, avevo scritto dal Vietnam una serie di servizi sulla guerra e sulla situazione del paese, pubblicati con risalto nella prima pagina di “Avvenire” e in altri giornali. Tornato in  Italia, un grande personaggio (e “profeta”) cattolico (eravamo amici) mi chiede in tono inquisitorio: “Dimmi la verità, quel che hai scritto dal Vietnam corrisponde davvero a quel che hai visto tu o te l’ha detto il Vaticano di scriverlo?”.  Anche da parte di vari sacerdoti, “Il Vaticano” era visto come una specie di “Grande Fratello” che dall’alto controlla e domina, guida e bacchetta tutti quelli che non si adeguano.

    Il valore delle parole e del gesto di Pirovano di mandare un libro con i testi di Paolo VI per affermare l’autorità del Papa va capito inquadrandolo in questa atmosfera culturale. E posso aggiungere che, in quegli anni, avere a Roma un capo  come Pirovano era per noi della base, che volevamo essere fedeli alla Chiesa, un conforto e un preciso punto di riferimento per la nostra vita: si rischiava tutti di venire travolti, sommersi, dall’ideologia sessantottina che dominava culturalmente la società italiana.

     Lo stillicidio dei confratelli che se ne vanno

     E’ noto che il periodo più difficile per noi sacerdoti, per la fedeltà alla nostra vocazione, fedeltà alla Chiesa, fedeltà al celibato e via dicendo, sono stati gli anni settanta, quando era notizia troppo frequente sentire che qualche sacerdote amico o almeno conosciuto aveva lasciato il sacerdozio. Anche il Pime ha fatto questa esperienza, che spiega come il Superiore Pirovano seguisse con preoccupazione i seminari dell’Istituto e sia giunto alla decisione di chiudere, come s’è detto (nel capitolo V), il seminario teologico di Milano nel 1974: decisione che a quel tempo era stata commentata da alcuni vescovi e rettori di seminari che avevo incontrato, con parole espressive: “Ha avuto un grande coraggio!”.

       In visita al Brasile, il 24 luglio 1974 da Manaus mons. Pirovano, scrivendo ai suoi assistenti a Roma di un missionario che è in una posizione ambigua e col quale ha parlato. Scrive ( [29] ):

    E’ cotto e stracotto per una ragazza e deciso a chiedere la dispensa. Ho avuto una serie di incontri con lui, ma non accetta condizioni e credo non ci sia più nulla da fare. Come alternativa per prendere tempo, ho deciso di accettare che vada a lavorare in una fabbrica e fra un paio di mesi ci dirà la sua decisione definitiva. Mio Dio, roba da matti con questi ragazzi: troppe illusioni in testa sul sacerdozio. Dicono che pensano ad un sacerdozio differente, più di testimonianza che di ministero, ma quando chiedi loro cosa vogliono testimoniare non lo sanno neppure loro; intanto però vivono in un modo… laicale e quasi sempre solo con femmine tra i piedi e così, ad un certo punto, non ne possono più fare a meno. Il Signore ci aiuti.

    E’ un esempio di situazioni simili che allora un superiore doveva affrontare spesso, sintomo della confusione di idee che si era formata sul sacerdozio in tanti. Nel post-Concilio, si diceva e si scriveva anche su riviste teologiche e cattoliche: il Concilio ha studiato e sistemato bene i vescovi e i laici, ma ha lasciato i preti incerti sul loro futuro: i preti oggi debbono “inventare” un nuovo modo di essere sacerdoti, perchè il modo attuale non funziona più; occorre quindi che si facciano “esperienze nuove”, per maturare qualcosa di nuovo…. Quante volte, in quegli anni, ho avuto modo di discutere queste ipotesi con miei confratelli. La parola risolutiva era: “Ho diritto di fare la mia esperienza”. Così cercavano un lavoro (ne ho sistemati alcuni anch’io in giornali e case editrici), chiedevano un anno o due o tre di esclaustrazione e poi, quasi sempre, non tornavano più indietro. Andavano avanti per un po’ di anni a sperimentare “un nuovo modo di essere preti”, poi si sposavano o, anche senza sposarsi, si inserivano nella società come laici e non parlavano più di “un modo nuovo di fare i preti”.

    Non voglio assolutamente condannare chi faceva questi dibattiti sul sacerdozio, certamente con buone intenzioni, ma solo cercare di capire cosa doveva provare un superiore che vedeva uscire non pochi giovani sacerdoti, a volte proprio disorientati da queste nuove ipotesi e ideologie: ad esempio, si diceva anche, e si scriveva!, che presto sarebbe venuto il Concilio Vaticano III che avrebbe sistemato molte cose lasciate in sospeso dal Vaticano II. Così, alcuni dei più giovani, invece di incominciare a studiare, vivere e applicare con fede il Vaticano II, si nutrivano dell’ipotesi del Vaticano III: a poco a poco si disaffezionavano della Chiesa e del sacerdozio e smettevano di fare il prete o rimanevano in posizioni ambigue.

    Simile alla situazione ricordata qui sopra in Amazzonia, eccone una in altra missione. Un missionario non più giovane ma di mezza età, ben conosciuto nel Pime, è fuori dell’istituto da qualche tempo e non si decide a chiedere l’esclaustrazione o la dispensa dal sacerdozio. Anche lui, tornato dalla missione in Italia, dice che vuol fare un’esperienza di sacerdozio fra la gente, lavorando come tutti in un’azienda, guadagnandosi da vivere: per essere “come loro” e annunziare meglio Gesù Cristo. Pirovano è preoccupato perché, dato che il padre è molto conosciuto e stimato, il suo esempio può trascinare altri fuori strada; scrive ai suoi assistenti da Macapà l’8 settembre 1974 ( [30] ), che il caso

     è terribile in sé e per le conseguenze. Bah, preghiamo e speriamo per lui e per noi. Però ora desidero che si agisca in modo chiaro e rapido: tempo per riflettere ne ha avuto fin troppo. Voglio dire che se non ha ancora chiesto l’esclaustrazione, lo si solleciti a farlo quanto prima. Di situazioni ambigue ne abbiamo da vendere. Il Vangelo di oggi dice proprio il contrario: scelte e posizioni chiare.

      In poche parole dom Aristide dice tutto. Se in questi casi non rari i superiori pazientavano oltre ogni limite, le situazioni si trascinavano e il “cattivo esempio” si diffondeva sempre più con molte chiacchiere. Se prendevano una decisione precisa come avevano diritto di fare secondo il Codice di diritto canonico e le Costituzioni del Pime, scontentavano una persona e i suoi amici, facendosi la fama di intolleranti, che non comprendevano chi era in difficoltà. Pirovano si è attirato antipatie e anche rancori per situazioni come queste.

     Padre Angelo Lazzarotto, consigliere di mons. Pirovano, scrive da Roma a padre Chiesa che sta visitando il Brasile ( [31] ): “Purtroppo un’altra brutta notizia da... Il padre…ha lasciato improvvisamente per l’Europa, senza che nessuno se l’aspettasse. Disse a…. che da tre anni era in crisi e non voleva parlarne con nessuno”. Erano “brutte notizie” che la direzione generale riceveva troppo spesso in quegli anni e che giungevano fino a noi alla base dell’Istituto. C’era sofferenza in tutti, preghiera per i confratelli che uscivano, ma anche preoccupazione: ci interrogavamo su com’era possibile abbandonare così facilmente il sacerdozio e il Pime. Ciascuno chiedeva a Dio la grazia di poter resistere all’ondata malefica che minacciava tutti e non si capivano bene i meccanismi che portavano a quella rottura catastrofica per gli individui stessi. Non si sono fatte statistiche precise di quanti sono usciti dal Pime in quegli anni, sacerdoti o fratelli, ma l’atmosfera generale non era troppo scandalizzata di questi abbandoni. Parecchi dicevano: “Ha fatto la sua scelta”; oppure: “Sta facendo la sua esperienza”. Ma ogni volta erano colpi che toccavano il cuore, specie se si conosceva il padre o il fratello che abbandonava.

    Immagino qual’era la sofferenza di un superiore generale. Ancora un ricordo personale. Nel luglio 1962 ho partecipato agli Esercizi spirituali comuni nel Pime, tenuti in Casa madre a Milano (via Monterosa). Prima che iniziassero, il superiore generale padre Augusto Lombardi incontrò noi partecipanti dicendoci:

     “Fino a pochi anni fa, in più d’un secolo, l’Istituto ha avuto tre soli sacerdoti che si sono spretati” e ne ricordava i nomi, le missioni da cui venivano e le date. “Adesso, continuava, negli ultimi quattro anni ne sono usciti quattro! Questo è il più grande fallimento della mia direzione generale. Si vede che preghiamo poco, ci mortifichiamo poco. Sento la mia responsabilità personale, aiutatemi anche voi a pregare e a fare penitenza”.

     Povero e caro padre Lombardi! Non poteva immaginare che nei trent’anni seguenti sarebbero usciti, tra preti e fratelli, penso un centinaio o forse anche di più! Nel tempo del post-Concilio la crisi del clero e della vita consacrata certamente è diventata più grave, ma mons. Pirovano non si lasciava scoraggiare dalle troppo frequenti uscite di sacerdoti e di fratelli. Parlava sempre con ottimismo e speranza, specie dopo le sue visite in missione, dalle quali ricavava ogni volta motivi nuovi di gioia e fiducia nella Grazia di Dio. Come quando scrive a mons. GB. Gobbato, vescovo di Taunggyi in Birmania, l’11 giugno 1966 ( [32] ): gli dice che è tornato dalla Guinea Bissau e prima ancora da una lunga visita al Pime in Brasile e ha potuto vedere tutte le missioni e tutti i missionari. Anche questi due viaggi gli hanno confermato che

     è una gran cosa questo nostro Istituto, dove scopro ogni giorni più energie e capacità e generosità insospettate, ma dove c’è un individualismo da far spavento. A volta mi chiedo proprio se Nostro Signore non ha fatto un grosso sbaglio a fare la sua Chiesa così. Con i preti (e i vescovi!) fatti a questo modo, fidandosi troppo di questi poveri diavoli. Eppure lo “sbaglio” lo ha fatto proprio lui, sciens et volens! E ci insiste ancora!

     Ma quando era il caso, il superiore parlava anche chiaro. Sapeva ad esempio che, in genere, i giovani sacerdoti e fratelli degli ultimi anni avevano dentro di sé dei “virus” di fragilità psicologica e spirituale e di confusione nel campo della fede e della vocazione missionaria: e toccava con mano che il primo impatto con le varie difficili situazioni nelle missioni era spesso decisivo in senso negativo. Per cui raccomandava spesso l’umiltà e la pazienza nell’inserirsi in una situazione molto diversa da quella in cui si è nati e cresciuti. Nel discorso ai missionari partenti a Milano (23 settembre 1972) parla di come iniziare il lavoro in missione e cita l’esempio di un grande e stimato vescovo del Pime, mons. Lorenzo Bianchi da pochi anni emerito di Hong Kong ( [33] ):

    Mi è stato detto che mons. Bianchi era più cinese dei cinesi. Il missionario, se da una parte deve sentirsi ed essere un inviato della  Chiesa di origine, del suo proprio presbiterio che lo manda;  dall’altra deve – come missionario – incarnarsi totalmente nella diocesi a cui è inviato. Ora è persino di moda usare espressioni del genere, ma credo di non sbagliare di grosso se penso e dico che molti dei missionari moderni sono ben lontani da questa ‘incarnazione’ nella Chiesa di arrivo. Si parte con troppe idee nella testa, con troppi piani e schemi prefabbricati, con troppa problematica culturale e sociale, filosofica e teologica e quando si arriva sul posto si pretende troppo facilmente di imporre le proprie idee, i propri sistemi, le proprie categorie mentali e si finisce per non capire niente della mentalità, dei bisogni reali e delle aspettative dei popoli che ci attendono. Una specie di neocoloniasmo religioso.

    Invece, ‘incarnarsi’ per il missionario, come già per Cristo, vuol dire svuotarsi di sé, non aver più niente di ciò che era suo per carattere cultura, origine, censo e famiglia, gusti e preferenze… Vuol dire diventare ‘servo di tutti’ per portare a tutti il Messaggio, per formare la Chiesa e non delle chiesuole. Vuol dire soprattutto amare la nostra missione, la nostra gente con tutte le nostre forze e più di noi stessi, accettandone e scusandone i limiti, mettendone in luce non i difetti ma le virtù e i pregi che il Signore ha dato anche a loro… In ogni momento siamo tentati di fare… alla nostra maniera, di fare di testa nostra. Svestirci della nostra natura di occidentali non è un problema di un giorno, ma uno sforzo di tutta la vita. Abbiamo bisogno di esaminarci di frequente e a fondo, di molta umiltà per imparare da altri, interrogare e sapere da chi ha più età e più scienza. Anche nelle missioni ci sono cose da rivedere e rinnovare, nuovi metodi da tentare; ma fatelo sempre con molta calma e serenità, dopo aver molto pregato, dopo aver domandato e ascoltato, perché si fa in fretta a distruggere, ma per ricostruire quanto si è distrutto non basta una vita intera.

     …Si va a dare testimonianza di Cristo. E’ necessaria quindi una testimonianza personale di vita cristiana, di fede e di intimità con Dio.  Ma è soprattutto indispensabile una testimonianza comunitaria, senza la quale la testimonianza personale potrebbe essere vanificata e resa sterile, diventare cioè inefficace e non credibile… I pagani e anche i cristiani hanno bisogno di vedere come e quanto ci amiamo in Cristo e per Cristo, superando anche noi stessi le preferenze personali o di piccolo gruppo….

     Il superiore parlava chiaro a tutti

      La Direzione generale chiede a tutti i membri della regione di Hong Kong di mandare a Roma una “terna di nomi” che ciascuno sceglie come superiore, poi la Direzione generale sceglierà il superiore, come infatti avviene. Ma un certo numero di missionari protestano e chiedono che lo spoglio delle schede sia fatto in regione e che risulti eletto chi ha la maggioranza dei voti, poichè il superiore regionale nominato dalla direzione generale non corripondeva ai voti della terna proposta dai membri della missione.. Il 22 luglio 1968 Pirovano risponde con una lunga lettera (tre pagine fitte) ( [34] ), nella quale dice:

   “L’attuale nostra legislazione stabilisce che il Superiore regionale di missione sia nominato dal Superiore generale col suo Consiglio, previa terna indicativa, e non eletto dalla base”. E dato che i missionari avevano chiesto di stabilire un dialogo con la direzione generale , Pirovano dice che “nella terna ciò che più conta sono le ragioni del voto che ciascuno dà. Una terna fatta soltanto con una semplice somma di voti non raggiunge il nostro scopo principale, che è quello di conoscere il candidato, i motivi per cui lo si presenta, la descrizione delle sue qualità e dei suoi limiti… Se lo spoglio delle schede è fatto in loco, nessuno rischierà più di dire le virtù e le lacune del proprio candidato...”; e aggiunge che non ha  “nessuna difficoltà a dirvi che l’attuale superiore regionale ha toccato il secondo posto come voti assoluti nella terna per la sua elezione e che il più votato ha presentato valide ragioni per declinare l’incarico”.

    Poi mons. Pirovano rimprovera i missionari di contestare il nuovo superiore regionale e aggiunge: “Dalla vostra lettera appare chiaro che il vostro problema di base è la mancanza di fiducia nella capacità di criterio e nella onestà dei superiori e della direzione generale …. È questo purtroppo il punto debole di tutti i superiori: voi potete dire e pensare tutto quel che volete, mentre noi dobbiamo ritenerci legati alla salvaguardia dei diritti di ciascuno. Brutto mestiere!.... Ma prima di chiudere questo punto vorrei invitarvi ad un esame di coscienza…

    In conclusione, Pirovano  aggiunge rimproveri ad alcuni confratelli che hanno comportamenti riprovevoli in comunità. Questa lettera ci fa vedere come Pirovano era abituato a parlare chiaro e scendeva molto al concreto nelle sue osservazioni. E termina ripetendo: “Brutto mestiere, fare il superiore! Aiutatemi con la vostra preghiera e la vostra comprensione”.

     Ricordo quando mons. Pirovano ha preso due decisioni, che mi avevano profondamente deluso, ma però, a distanza di tempo, ho visto quanto erano sagge. Riporto integralmente la lettera che ho scritto agli “Amici di mons. Pirovano” di Erba il 6 febbraio 2005, su loro richiesta, per la S. Messa annuale che fanno celebrare ogni anno in parrocchia per ricordare il vescovo erbese:

     Mons. Pirovano ha significato molto nella mia vita di sacerdote e di missionario. Oltre ai molti buoni esempi che ha dato, ricordo due fatti che mi riguardano direttamente e all’inizio mi hanno amareggiato, ma dei quali in seguito ho ringraziato il Signore. Quando sono diventato sacerdote nel 1953 i superiori mi hanno detto che volevano mandarmi nella nuova diocesi di Warangal in India ed ero contentissimo di andarci: sognavo le missioni! Invece mi hanno trattenuto per un anno per aiutare l’anziano padre reduce dalla Cina direttore delle riviste. Ho accettato a malicuore, ma dopo un anno ne è venuto un secondo, poi un terzo, un quarto e nonostante le mie proteste, il provvisorio è diventato quasi definitivo. Non partire per le missioni, stando bene di salute, allora era una umiliazione.

     A quei tempi ero giovane e stare in un ufficio mi pareva di sprecare la mia vita. Anno dopo anno obbedivo, ma soffrivo molto e il Signore mi ha trattenuto dal fare qualche stupidaggine. Un confratello più navigato di me mi diceva: “Vuoi davvero partire? Fanne una grossa e ti mandano via subito”. Avevo in mano le riviste e potevo pubblicare quel che volevo. Il Signore mi ha aiutato anche mandando mons. Pirovano superiore del Pime nel 1965. Avevo contribuito alla sua elezione nel Capitolo e pensavo di poter ottenere quel che chiedevo. Gli ho scritto una lettera e sono andato a Roma a consegnargliela. Dicevo: “Da dodici anni sono prete e i superiori mi prendono in giro promettendo di mandarmi l’anno dopo. Adesso basta…”. Pirovano non mi ha risposto nulla, solo ha detto: “Ci penserò”.

     Qualche mese dopo, venendo a Milano mi chiama e mi dice: “Ho letto la tua lettera e le altre che hai scritto su questo tema. Mantieni il desiderio di partire per le missioni ma non dirmi più che vuoi partire. Tu fai bene qui a Milano come direttore della stampa. Quando sarà il momento te lo dirò io”. Non mi ha più detto niente e ho finito per accettare il fatto compiuto. Da quel momento è iniziata la mia carriera giornalistica e oggi capisco bene che si può evangelizzare e animare per la missione alle genti anche scrivendo. Ne ringrazio il Signore e Dom Aristide.     

     Il secondo fatto si riferisce al l974, quando ero pressato da tanti contestatori interni e soprattuto esterni al Pime, che mi mandavano messaggi minacciosi, mi fischiavano, due volte mi hanno addirittura tagliato le gomme della 500 con cui andavo a fare conferenze, una volta hanno tagliato il tubetto della benzina. Certe verità in Italia non si potevano dire. Io ero stato in Cina, a Cuba, in Vietnam, in Cambogia, in vari paesi africani dominati da dittature comuniste e avevo visto i regimi maoisti e stalinisti al potere, che in Italia erano esaltati come liberatori dei popoli, in realtà erano molto peggio dei governi precedenti. Pur convinto di quel che scrivevo, soffrivo molto. Ho scritto a Pirovano dando le dimissioni e dicendo che se la mia presenza nelle riviste suscitava tante opposizioni, era meglio che finalmente andassi in missione.

    Ancora mons. Aristide, grande superiore e padre, mi ha tranquillizzato dicendomi: “Stai qui che fai bene, sappi che approvo tutto quel che scrivi, quando non l’approvo te lo dico. Anche le contestazioni e proteste, sono le croci che Dio ci manda e dobbiamo portarle come Lui ha portato la sua Croce, molto più pesante delle nostre”. E anche quella volta mi ha messo il cuore in pace.  

    Sapeva mantenere i rapporti con amici e benefattori

    Era una delle sue qualità più evidenti, che veniva non solo dal suo fascino personale, ma anche perché rispondeva con belle lettere a chi gli scriveva o anche gli mandava un’offerta. Ecco un esempio. Il “Club giovanile di nuoto” di Merone, alunni e insegnanti, gli mandano una generosa offerta per Marituba. La risposta cordiale di Aristide ( [35] ) tocca il cuore di bambini, insegnanti e genitori. Infatti, nella posta di padre Aristide ricuperata nella casa delle sorelle a Erba, ci sono anche lettere di ringraziamento ai “Delfini” di Merone che infatti continuano poi a mandargli generose offerte.

      Carissimi “delfini” grandi e piccoli! Che bella sorpresa!! Mi avete sorpreso per il vostro ricordo vivo e affettuoso: mi avete sorpreso per la vostra generosità. Quasi mezzo milione di lire che, con un guizzo prodigioso, avete fatto arrivare sulle sponde del Rio Amazonas! Sapevo che i delfini fanno salti e scherzi di ogni tipo. Ma da Merone a Marituba il salto è… fantastico! Voi siete i più bravi delfini del mondo. Viva i delfini di Merone e i loro maestri!

    Sapete come userò i vostri soldini? Li userò per i bambini. Dal marzo di quest’anno ne ho 220 tutti i giorni: bambini e bambine dai quattro ai sei anni. Un po’ sono neretti, un po’ sono olivastri e un po’ sono quasi bianchi. Ho costruito per loro una bella scuoletta che chiamiamo “Giardino Madonna della Pace”. E sapete qual’è il locale più amato? La cucina! Sì, perché dalla cucina escono certi piattoni di riso e fagioli e tante altre cose che loro non hanno nelle loro capanne. Così…. mangiano tutti i giorni!! Però imparano anche a lavarsi, a tenersi puliti e tante altre cosette che si imparano nella scuola. Sono allegri e felici e il merito di questo è anche vostro: merito dei delfini di Merone, dei loro papà e delle loro mamme. Bravissmi tutti e un grande abbraccio a ciascuno di voi.

    Pirovano ha saputo che nella sede di una banca ad Erba è stato aperto un conto corrente intestato a lui, per le sue opere a Marituba. Ha conosciuto l’animatrice della Radio Nord Brianza che ha reclamizzato questo conto. Il 18 gennaio 1979 le scrive questa lettera che incomincia ricordando i suoi rapporti del passato con i suoi genitori.   

     Cara signora Bernasconi, le mie sorelle mi hanno scritto che lei è stata l'animatrice di Radio Nord Brianza e che assieme al caro signor Prevosto avete persino aperto un conto in banca per me: mamma mia... che disastro... di bene!!! Al signor Prevosto scriverò a parte, intanto dico a lei e per mezzo suo a Radio Nord  Brianza il mio grazie sincero e commosso. Se verrò in Italia avrei piacere di conoscerla. Intanto le assicuro che davvero è molto bello e commovente vedere come tante persone si ricordano di me, dei miei ammalati, delle loro necessità e si uniscono spontaneamente in una specie di crociata della fraternità. E' qualcosa che mi sprona a fare meglio e fare di più.

    Ancora grazie. Dica al caro prevosto che scriverò a lui presto ma che abbia un po' di pazienza. E' solo la notte che posso scrivere. E’ di notte... non manca la stanchezza. Grazie vivissime ai soci della radio e ai suoi ascoltatori. Con riconoscenza e affetto, vostro Aristide Pirovano PIME

    A due sposi che gli hanno mandato un’offerta nel conto bancario di cui ho detto, il 12 marzo 1979 scrive questa lettera:

     Miei cari amici Angela e Felice, che bello ricevere letterine come la vostra; ci si sente vicini; che bello avere un conto corrente aperto in banca per i miei poveretti. Ma mille volte più bello trovare amicizia ampia, cuore aperto come il vostro e di tanti amici che si fanno fratelli dei miei cari ammalati. Questa é la "comunione" che io desideravo: uniti per fare un po' di bene ai molti ammalati che soffrono. Grazie di cuore a voi e a tutti. Senz'altro ci rivedremo a fine aprile per un breve periodo; non so però se sarò capace di parlare alla radio. Vedremo. Santa e serena Pasqua a tutti e preghiere perché la salute di tutti sia buona. Un abbraccio, Pirovano, PIME

     Le  lettere di Pirovano erano sempre affettuose, molto personali, come ad amici di lunga data. E magari li aveva incontrati anni prima e forse anche dimenticati. Il vescovo ausiliare di Milano, mons. Francesco Coccopalmerio, che Aristide aveva consacrato vescovo il  22 maggio 1993, due anni dopo gli scrive una lettera e lui così risponde ( [36] ):

     Carissimo “fratellino” vescovo Francesco , ti scrivo da Marituba dove ho lasciato il mio cuore. Chiamami sempre “padre”, mi piace e mi stimola alla mia missione. Non mi piace il “mons.” e meno ancora l’Eccellenza. Grazie per la tua lettera fraterna, molto fraterna. Forse però usi un po’ troppo “incenso” nei miei riguardi. Ma ti… perdono con molta amicizia. Avanti senza paura, “fratellino”. Pensa che se il Signore ti ha eletto “Successore degli Apostoli” è perché ti conosce e sa che hai grandi tesori nella tua mente e nel tuo cuore. Coraggio quindi e avanti con fiducia totale nel Signore.

     Anch’io ho avuto paura ai miei tempi. Ma poi ho visto che il Signore mi guidava e mi faceva scoprire come aiutare i poveri e i nostri fratelli lebbrosi e i loro molti figlioli. Ho capito che i loro figli nascevano “denutriti dal seno materno” e continuavano denutriti a causa della grande povertà. E allora ho capito l’importanza degli asili nido, delle scuole elementari, ecc. Igiene e alimentazione sana e abbondante. E mi sono gettato! Ecco il Vescovo…Padre!

    Pensa che oggi noi (cioè i Poveri Servi e le Povere Serve) abbiamo ogni giorno 2.780 bocche che mangiano gratis con grande allegria. Grazie a Dio sono sani e vivaci, mentre ai  miei inizi non riuscivano a sfuggire al Bacillo di Hansen (lebbra). Grazie ai lumi del Signore è cominciata una nuova epoca. Soltanto in uno dei nostri più remoti quartieri ci sono ancora bambini marcati dal segno della lebbra, ma ora abbiamo terapie efficaci e una bravissima suora dottoressa che interviene e salva.

      “Lo prego perché sono convinta della sua santità”

      Dopo la morte di Marcello Candia nel 1983, don Peppino Orsini ( [37] ), a nome della Fondazione Candia, mi ha subito incaricato di scrivere la biografia ufficiale del grande industriale missionario. In Italia ero sommerso dalle testimonianze, dalle lettere, dagli articoli che si stampavano su Marcello. Però volevo sapere bene cosa ne pensava mons. Aristide Pirovano, che è all’origine della sua vocazione missionaria. Ho mandato in Amazzonia la signorina Raffaella Guzzeloni per intervistare a Marituba il vescovo e poi nella stessa Marituba e a Macapà altri che l’avevano conosciuto bene. Raffaella, oggi sposata con due figli, era redattrice di Italia Missionaria (I.M.), appassionata di missioni e missionari, aveva uno stile piano, cordiale, comunicativo. Oltre al molto materiale che portò a Milano su Marcello, diede anche una sua testimonianza su mons. Pirovano, col quale era stata una settimana a Marituba, ma che aveva già conosciuto e intervistato in Italia per I.M. Ecco alcune battute di quella intervista che le ho fatto dopo la morte di Dom Aristide (9 luglio 1997).

     Raffaella - Collaboro volentieri a questa biografia di mons. Pirovano, perchè l’ho sempre considerato un grande uomo, un grande prete e missionario e un santo. L'ho pensato fin dai tempi in cui ero alle riviste del Pime a Milano e quando sono andata una settimana a Marituba dopo la morte di Candia per intervistare chi aveva conosciuto Marcello Candia. Dico la verità che lo prego perchè sono convinta della sua santità.

    Gheddo - Convinta perchè?

    Raffaella - Era una persona straordinaria anche spiritualmente, per me è stata la persona più straordinaria che ho incontrato da un punto di vista spirituale. Una cosa che mi ha colpito nel materiale che lei mi ha dato da esaminare, è che riceveva molte lettere con richieste di denaro e lettere che ringraziavano per il denaro ricevuto da missionari dall'India e da altre parti del mondo... Quindi mons. Pirovano, oltre che provvedere a Marituba, dava anche aiuti ad altri missionari, una cosa che credo non comune. E' vero che aveva una disponibilità di denaro notevole...

    Gheddo - Ma era impegnatissimo a costruire l'ospedale di Marituba che ho visitato l'anno scorso, un'opera imponente.

    Raffaella - Un'altra cosa importante secondo me è di chiedere alla sorella Lina che quando Aristide scriveva da Macapà alle sorelle nei primi anni cinquanta, parlava già dell'ospedale che voleva costruire a Macapà. Allora, io credo che lui pensasse all'ospedale, programmasse l'ospedale, molto prima che Candia adasse in Amazzonia.

    Gheddo - Questo è pacifico. Candia è andato a Macapà, invitato da Pirovano (che ha incontrato nel 1950) proprio per costruire l'ospedale. E poi Pirovano aveva già incominciato a costruire l'ospedale nel 1960 o 1961 e non so se Candia mandava già aiuti a quel tempo, essendo impegnatissimo a pagare i debiti per la ricostruzione dell'azienda distrutta dall’incendio del 1955. Quando Candia è arrivato a Macapà nel 1965, l 'ospedale era già quasi finito come cemento armato: lui poi ha fatto tutto il resto.

    Raffaella - Mons. Pirovano, quando l'avevo intervistato a Marituba, dopo la morte di Candia, mi aveva confermato questo, ma aveva anche aggiunto che tutte le chiese costruite a Macapà e dintorni dopo l'arrivo di Candia, avevano materiale portato da Candia a Macapà per l'ospedale: i padri andavano a rubare il suo materiale da costruzione che veniva dall’Italia. Questo me l'ha detto mons Pirovano quindi è vero. Mons. Pirovano era anche una persona umile. Non diceva mai quello che faceva, non raccontava i suoi progetti e azioni.

    Gheddo - Candia invece aveva il senso della comunicazione, diceva tutto non per vantarsi, ma per raccogliere soldi e trovare collaboratori. Voleva che si scrivessero articoli, non su di lui ma sulle opere che faceva. Cercava interviste, cosa che Pirovano non solo non faceva, ma non le voleva nemmeno. Ognuno aveva il suo stile...

    Raffaella - Ecco, Pirovano invece era diverso, aveva un altro stile, ma anche Vismara scriveva, come Candia, molte lettere e articoli per lo stesso scopo. Pirovano riceveva soldi senza chiederli, almeno con articoli sui giornali, lui curava molto i contatti personali.

    Gheddo - Pirovano aveva una rete di amici e benefattori che gli bastavano e sapeva anche conquistarne dei nuovi. Certamente, come personaggio aveva un fascino ineguagliabile. Come persona era più affascinante di Candia, nel senso che Candia si impappinava mentre parlava, era ripetitivo, insistente. Pirovano era un capo, un leader, Candia assolutamente no, non aveva questo carisma. Ad esempio, non sarebbe mai stato un buon Superiore generale, aveva una psicologia contorta, soffriva di scrupoli. Ma sul piano della fede dava anche lui, come Pirovano, il senso della sicurezza, della fiducia nella Provvidenza. Il carisma di Candia era un altro: era il laico, "semplice chierichetto" come si definiva lui stesso, ricco, industriale, appartenente all'alta società, che a 48 anni vende tutto e va ad immergersi nelle foreste amazzoniche per donare i suoi soldi e la sua stessa vita ai poveri. Il fascino di Candia era questa immagine, il fascino di Pirovano era la sua personalità: tutti e due poi avevano il senso profondo, semplice ed entusiasta, della fede e del giudizio evangelico da dare sulle vicende della vita.

    Raffaella - Però all'interno del Pime alcuni padri, non so quanti, se tanti o pochi, non amavano mons. Pirovano. Io ricordo che diversi padri, quando ero in redazione, ne parlavano in modo negativo. Tant'è vero che io, prima di incontrarlo, pensavo fosse una persona dura, senza cuore, rigida. Poi invece ho scoperto che era tutto il contrario. Era di una dolcezza e finezza eccezionali, lo guardavo come se fosse mio padre o mio nonno. Forse, come Superiore generale, era deciso nel condannare le cose che non andavano, nel riprendere chi andava fuori strada...

    Gheddo - Sì, era deciso, ma era quel che ci voleva a quel tempo. Se fosse stato più debole l'avrebbero preso sottogamba. Per me è stato un grande Superiore, che ha salvato il Pime in momenti di confusione e contestazione. Aveva una linea molto precisa e sul piano della fede e della fedeltà alla Chiesa vedeva lontano e giusto. D'altra parte, anche Candia era contestato mica male dai missionari di Macapà che vivevano con lui. Alcuni miei confratelli sono venuti anche a dirmelo più volte e uno, che adesso è ancora in missione, mi ha detto: "Hai sbagliato a portare avanti la Causa di Canonizzazione di Marcello Candia. Non era un santo, ma un riccone che si vantava delle opere che faceva, un vanaglorioso...". Giudizio del tutto errato e lo dico perché ho conosciuto e frequentato Candia per circa trent’anni: ma è solo per dire che non tutti capiscono i santi!

       “Andiamo a pregare perché ho un problema difficile”

      Padre Giuseppe Piazza è stato segretario particolare di mons. Pirovano mentre era superiore generale. Intervistato a Milano il 23 marzo 2007 la sua testimonianza mi sembra molto interessante e credo valga la pena di leggerla integralmente.

     Piazza – Sono stato con mons. Pirovano a Roma dal 1972 al 1977, poi ho continuato per parecchi anni a curare la sua corrispondenza. Gli tenevo i conti, rispondevo a quelli che gli mandavano offerte per Marituba. All’inizio non sapeva a chi appoggiarsi, per cui mandava a me (che ero sempre segretario della direzione generale del Pime a Roma) e io ricevevo le offerte e la posta per lui; poi ha trovato altri in Italia e io avevo altro da fare.

    Gheddo – Alla fine del suo superiorato non voleva tornare in Brasile perchè aveva paura che lo facessero di nuovo vescovo. Non voleva più comandare, sarebbe andato in Brasile come semplice missionario, ma poi aveva scelto le Filippine perché non c’era pericolo che diventasse vescovo.

    Piazza – Sì, perché glie ne hanno fatte tante come superiore, ha sofferto molto a dover comandare in anni tremendamente difficili. Comunque era un uomo di fede e quando pregava veniva da me e mi diceva di non mandargli nessuno perché pregava: “Se viene qualcuno non disturbarmi perché devo pregare”. La preghiera era per lui la prima cosa. A volte mi diceva: “L’hai detto il Rosario?”. “Sì, l’ho detto”. “Altrimenti ti dicevo di dirlo con me”. Altre volte diceva: “Vieni con me che andiamo in chiesa a pregare un po’ perché ho un problema difficile da risolvere”. Quando passavamo assieme davanti alla cappella mi diceva sempre: “Dai, andiamo dentro a dire un’Ave Maria”. Anche quando andava di qua e di là, muoveva sempre la bocca. Una volta gli ho detto: “Ma lei ha male i denti? – No, perché? – Perché vedo che muove sempre le labbra – Eh, caro mio, sto pregando…”. Ha avuto tantissimi problemi, ma non si scoraggiava, a volte si arrabbiava, bofonchiava, ma il suo animo era sempre quello.

    Gheddo – Tu come mai sei andato a Roma?

    Piazza - A metà settembre del 1972 sono andato a Roma chiamato da lui per mettere a posto la segreteria della direzione generale. Era appena finito il grande Capitolo del 1971-1972 di aggiornamento post-conciliare e la direzione generale doveva sistemarsi nella nuova sede di Via Guerrazzi. Pirovano mi ha detto: “Va all’Urbaniana e iscriviti alla facoltà di diritto canonico. Io andavo a scuola al mattino e al pomeriggio lavoravo in casa per lui. C’era il segretario di mons. Pirovano che era padre Confalonieri e io andavo ad aiutare padre Confalonieri; poi Confalonieri è stato destinato altrove e io sono rimasto con Pirovano. C’era padre Simonut segretario generale della direzione generale , ma io ero il segretario particolare di Pirovano, che scriveva molte lettere e tutte a mano, io glie le copiavo a macchina, copiavo anche altri testi, documenti, suoi appunti. Rispondevo anche ad altre lettere: mi diceva cosa scrivere, io conoscevo il suo pensiero e scrivevo la risposta, che poi lui controllava prima di firmarla e magari me la faceva ribattere con qualche aggiunta o correzione. Avevo l’ufficio vicino al suo ed era nata con lui una certa confidenza.

    Gheddo – Come si comportava Pirovano con i missionari?

    Piazza – Con alcuni era molto duro, anzi una volta che non c’erano i suoi consiglieri e doveva dire cose molto delicate ad un missionario, ha chiamato me per fare da testimone di quel che gli diceva. Non risparmiava parole: era sempre chiaro, preciso, rispettoso ma trasparente. Non si poteva pensare che dicesse una cosa e ne pensasse un’altra. Pirovano era un uomo sincero in tutto. Certo era un un uomo fatto un po’ a modo suo, che però attirava la simpatia di molti, sia all’interno che all’esterno del Pime. Era un signore, se gli facevi un favore, stai tranquillo che non se ne dimenticava e anche dopo mesi ti ringraziava e cercava di ricambiare quel favore. Con me mi ha trattato sempre bene, ci siamo sempre intesi.

    Gheddo – Non hai mai avuto contrasti con lui?

    Piazza – Naturalmente in alcune cose avevamo idee diverse, ma si andava d’accordo. Ero anch’io sincero con lui. Una volta gli ho fatto un rimprovero… Gli avevo detto: “Lei brontola sempre contro padre Giacomo Girardi (era il direttore del Centro missionario di Milano), ma perché non lo cambia? Lei brontola ma lo lascia lì… Dica la verità, le fa comodo che Girardi sia in quel posto, perché ci sa fare!”. Io stavo uscendo ed ero sulla porta. Lui s’è arrabbiato e mi ha tirato un grosso libro di quelli rilegati.

     Gheddo – L’avevi provocato mica male! Tra lui e Girardi c’era un rapporto di odio-amore, avevano capacità molto simili, ma erano anche molto diversi e certamente gli faceva comodo che Girardi organizzasse tante cose per il Pime, pur non approvando alcuni suoi modi di agire. Lui poi se l’è legata al dito?

     Piazza – Nemmeno per sogno, Pirovano era incapace di nutrire rancore o cose simili. Si arrabbiava, gridava, diceva le cose chiare, ma poi basta. Mi ha sempre aiutato e anche quando ero ammalato e mi sono poi fatto operare la cistifellea lui mi è stato dietro come un padre.

     Gheddo – Per me è stato un grande superiore, specie per quei tempi turbolenti.

     Piazza – Sì, sono convinto anch’io di questo.

     Gheddo – Però alcuni dicono che non capiva i giovani, che era rude e scontentava parecchi.

     Piazza – Era schietto, quello che doveva dire lo diceva, voleva sincerità e indicava la via da seguire. Ho imparato anch’io da lui questa sincerità. Se ho qualcosa da dire, la dico, in modo rispettoso ma sincero. Mi ha insegnato lui. Ricordo che una volta mi ha detto: “Se tu hai qualcosa da dire a qualcuno, in modo meditato e ponderato, digliela. Poi magari ti dà uno schiaffo. Ebbene, prendilo, cosa vuoi!? Almeno l’altro sa come la pensi”.

     Gheddo – Anche a me ha fatto diverse osservazioni e a volte gli dicevo che ero d’accordo. Altre volte dicevo di no, che si sbagliava. Discuteva, sentiva il mio parere e poi diceva: “Guarda che il superiore sono io, va bene? E ricordati che devi fare così” e la discussione era finita. Anch’io posso dire che mi ha sempre voluto bene.

     Piazza – Sì, a volte dopo che discuteva con uno diceva: “Ricordati che il superiore sono io e tu obbedisci”. Non in modo offensivo, ma voleva dire: la responsabilità me la prendo io. Tu fai così e obbedisci al superiore, se sbagli, sbaglia lui. Era papalino fino in fondo, la sua linea guida era il Papa, naturalmente dopo  Gesù Cristo e il Vangelo. Ma nella confusione di voci di quel tempo contava quel che diceva il Papa. Però nelle Congregazioni romane della Santa Sede sapeva far sentire la sua voce. Non era uno di quelli che dicono sempre di sì, aveva questo di bello che diceva sempre quel che pensava e che risultava a lui che visitava le missioni. Ad esempio, ricordo quando noi del Pime dovevamo lasciare la diocesi di Jalpaiguri ed era tutto combinato che passava ad un vescovo locale. C’era ancora un ultimo padre del Pime in quella diocesi, padre Amatore Artico, che era parroco a Nagrakata, una missione molto bella e in un’ottima posizione, in mezzo a foreste e con la visione della catena dell’Everest sempre innevata. Artico aveva passato là tutta la sua vita e Pirovano voleva lasciarlo sul posto anche perché Nagrakata era un posto climaticamente bello e poteva servire di luogo di vacanza per altri missionari dell’India e del Bangladesh e Artico ci stava volentieri. Da Propaganda Fide gli arriva una telefonata di ritirare subito anche quel padre Artico. Lui s’è fatto sentire  e diceva con me che non era il modo di trattare. Però poi, quando ha capito che era un ordine, ha obbedito.

     Gheddo – Come si comportava con i missionari?

     Piazza – Nel trattare con la gente e con i missionari era un signore, ma come ho detto sempre sincero e chiaro in quel che diceva. Lasciava parlare, ascoltava e poi parlava lui e puntualizzava varie cose; sentiva quel che l’altro rispondeva, discuteva, ma quando si era fatta un’idea precisa e aveva preso una decisione voleva essere obbedito. Io ho partecipato ai consigli di tre direzioni generali, Pirovano, Giannini e Galbiati. Nelle altre due, quando c’era un problema da discutere, il superiore esponeva il problema e la soluzione che lui aveva pensato; poi ascoltava i consiglieri cosa dicevano, le obiezioni e i pareri. Pirovano invece prima lasciava parlare gli altri e poi parlava lui e sapeva sintetizzare le varie posizioni. Poi decidevano assieme e sapeva accettare anche una decisione contraria alla sua; a meno fosse un problema sul quale non poteva transigere e allora diceva che era lui il superiore e decideva lui.

 



[1] Vedi la I ° parte di questa intervista, fatta a Milano il 26 marzo 2007, alla fine del capitolo VII.

[2] “Dialogòs”, n. 29, marzo 1997, pagg. 8-9.

[3] Come giornalista, sono stato con mons. Cerqua, vescovo di Parintins in Amazzonia e rappresentante dei vescovi brasiliani per l’Amazzonia, alla Conferenza generale del Celam a Puebla, Messico (29 gennaio – 18 febbraio 1979) e ho avuto con lui lunghe conversazioni, anche invitandolo una volta a cena in un ristorante di Puebla: mi interessava sentir raccontare le storie dei nostri primi missionari in Amazzonia. Dal 1948 al 1952 era stato con Pirovano a Macapà, anche come suo vicario generale. Poi è andato a fondare le diocesi di Parintins, di cui è stato primo vescovo, nello stato di Amazonas con capitale Manaus. E’ morto nel 1990.

[4] R. Beretta, “Dom Aristide, partigiano per i lebbrosi”, in “Avvenire”, 3 dicembre 1991.

[5] Il primo Centro missionario del Pime in via Mosè Bianchi, con un salone di circa 750 posti a sedere, era stato costruito nel 1961-1963, anche allora con la forte opposizione di molti missionari e superiori! La costruzione era voluta dal Superiore generale padre Augusto Lombardi, dal direttore del Centro, padre Amelio Crotti e da noi giovani della stampa e animazione missionaria.

[6] A causa di nuove regole che entravano in vigore ad ottobre e imponevano altri “spazi verdi” nei vari quartieri.

[7] Ilario Trobbiani, “Timoniere saggio nella bufera del ’68”, in “ Mondo e Missione ”, marzo 1997, pagg. 59-61.

[8] Si tratta della Guinea Bissau e del Bangladesh. Avrei voluto approfondire queste due situazioni, ma nell’ Archivio generale del Pime  non ho trovato nulla che possa spiegare questi fatti.

[9] Intervistato a Napoli il 14 novembre 1996.

[10] Intervistato a Roma il 22 novembre 1995.

[11] 1920-2004, Presidente per lunghi anni di “ La  Nostra  Famiglia ” e dell’OVCI, “Organismo di volontariato per la cooperazione internazionale” (Onlus) nato da “ La Nostra Famiglia ” una trentina di anni fa.

[12] La Nostra Famiglia ” è stata fondata nel 1946 da don Luigi Monza , beatificato  il 30 aprile 2006.

[13] ) AGPIME, XXXII, 22,, pag. 3.

[14] Lettera del 10 dicembre 1971, AGPIME 24, 08, 151bis.

[15] ) AGPIME XXXII, 24, 08, 152.

[16] Pirovano ha da poco accettato di essere superiore generale per la II volta; aggiunge a queste lattera: “Lei potrà capire, più di altri, la… vaccata che ho fatto accettando di diventare per la seconda volta superiore generale; ma l’ho fatta perchè, ad un certo punto, mi è sembrato che dovevo farlo” 

[17] Omelia funebre il 4 febbraio 1997 a Lecco. Vedi testo integrale al capitolo IX.

[18] Discorso ai missionari partenti del 10 settembre 1966, “Il Vincolo”, n. 89, maggio-ottobre 1966, pagg. 30-31.

[19] AGPIME 2, 21, 3, 979.

[20] AGPIME 2, 21, 3, 980.

[21] ) AGPIME,  XXXII, 22, pag..288.

[22] Lettera pubblicata nel volume di Mauro Colombo già citato, pagg. 260-261.

[23] Nel volume di Mauro Colombo, pagg. 267-268.

[24] Lettera del 6 febbraio 1988, pubblicata a pag. 254 del volume di Mauro Colombo.

[25] Gli “americani” erano dollari americani in contanti che Pirovano riceveva dagli amici di Erba o da altri. Nelle sue lettere non parlava mai di soldi in modo diretto: gli “americani” erano i dollari ricevuti attraverso banche o portati direttamente da visitatori. In quei tempi di forti inflazioni della moneta brasiliana era meglio ricevere dollari che qualsiasi altra moneta.

[26] Intervistato a Roma il 12 marzo 2007.

[27] Due volumi con testi di Paolo VI: “Conferma i tuoi fratelli”, Pime Milano , 1975, pagg. 338; Pime Milano , 1976, pagg. 135. La prefazione di Pirovano citata è quella al vol. I, pagg. V – IX.

[28] AGPIME III, 21, 293-301.

[29] AGPIME III, 21, 49.

[30] AGIPIME III, 21, 85-86.

[31] AGPIME III, 21, 575. Lettera del 21 gennaio 1973.

[32] ) AGPIME XXXII, 24, 07, 095.

[33] “Il Vincolo”, n. 105, settembre-dicembre 1972, pagg. 82-83. Si veda anche, su questo tema molto importante il discorso ai partenti del 1 settembre 1972, riportato nel capitolo X col titolo: “Voi missionari giovani siete la speranza dell’Istituto”.

[34] AGPIME III, 20, tre pagine senza numero fra le pagine 353 e 355.

[35] Lettera pubblicata nel volume citato di Mauro Colombo, pagg. 245-246.

[36]   Lettera da Marituba del 21 marzo 1996, in risposta ad una lettera di Coccopalmerio del 13 novembre 1995. Corrispondenza non ancora schedata nell’ Archivio generale del Pime.

[37] Parroco della parrocchia di Marcello Candia, dei SS. Angeli Custodi a Milano.