PICCOLI GRANDI LIBRI    Piero Gheddo
IL VESCOVO PARTIGIANO
ARISTIDE PIROVANO 
1915-1997

CAP. I – PARTIGIANO NELLA II° GUERRA MONDIALE

CAP. II - PIONIERE IN AMAZZONIA, IL CONTINENTE VERDE

CAP. III  - SUPERIORE GENERALE: “VOGLIO SVEGLIARE I DORMIENTI”

CAP. IV – UNA SVOLTA STORICA NEL PIME: IL CAPITOLO DI AGGIORNAMENTO POST-CONCILIARE 1971-1972

CAP. V –  PIROVANO SUPERIORE FRA CONTESTAZIONI E DITTATURE (1972-1977)            

CAP. VI –  FRA I LEBBROSI E I POVERI DI MARITUBA    (1978-1991)             

CAPITOLO VII – GLI ULTIMI ANNI VERSO IL SERENO TRAMONTO (1992-1997)

CAP.VIII –  PIROVANO: LA SANTITA ’ MISSIONARIA  NELLA TRADIZIONE DEL PIME

IX
COME LO RICORDANO I SUOI DUE VICARI   E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

“Il servo buono e fedele: un ideale di vita per noi”
“Timoniere saggio nella bufera del ‘68”       
 “Un uomo vero e fiducioso nella Provvidenza”
Omelia al funerale di mons. Pirovano, Rancio di Lecco, 4 febbraio 1997
“Per i missionari del PIME resta un simbolo e un grande esempio”  

CAP. X – LETTERE E DISCORSI DEL SUPERIORE ALL’ISTITUTO

CAPITOLO IX
COME LO RICORDANO
I SUOI DUE VICARI
E DUE SUPERIORI GENERALI DEL PIME

            “Il servo buono e fedele: un ideale di vita per noi”

                       Testimonianza di padre Carlo Colombo

                 

      Nel novembre 2006 ho chiesto a padre Carlo Colombo, insegnante di Sacra Scrittura nel seminario teologico del Pime fino al 1957, quando venne eletto assistente del superiore generale padre Augusto Lombardi e nel 1965 vicario generale di mons. Aristide Pirovano nel primo periodo del suo superiorato (1965-1971), di mandarmi un suo ricordo e testimonianza su mons. Pirovano. Questo il suo scritto inviato da San Paolo in Brasile il 19 maggio 2007. Lo ringrazio di questa sua testimonianza pregata, meditata e così significativa.

     Con mons. Aristide siamo coetanei, ambedue lombardi. Trascorsi alcuni anni assieme nel seminario del Pime di Monza, per la teologia io ho studiato a  Roma e lui a Milano. Sono stato ordinato sacerdote nel 1940, Pirovano nel 1941 (aveva ritardato di un anno perché entrato in seminario dopo aver lavorato). Negli ultimi anni della guerra siamo stati assieme nella casa del Pime a Milano, poi egli è partito per il Brasile, io sono andato a studiare Sacra Scrittura a Roma e poi ho insegnato nel seminario del Pime e sono diventato assistente generale del superiore padre Augusto Lombardi e poi vicario generale con mons Pirovano nel 1965. Nel 1971 sono partito per l’Amazzonia.

    Oggi mi immagino lassù nel Cielo conversando a tu per tu con lui e gli dico: “Sai, Aristide, vogliono metterti sugli altari!”. Quand’era qui con noi gli piaceva scherzare, oggi egli vede con gli occhi di Dio: sta ringraziandolo e pregando per noi. Sento di potergli dire: "Te lo meriti! E farebbe molto bene al PIME!”.

 

    La qualifica che vedo più giusta è quella che Gesú dà in Mt. 25, 14ss:  “Servo buono e fedele”. "Servo" é categoria ricchissima di indicazioni preziose nella S. Scrittura; proprio Gesù è  ''Il Servo". In questa  parabola (“dei talenti”) Gesù pensa a una persona di fiducia a cui Dio confida l'incarico di far fruttificare i suoi doni e che poi gli dovrà dar conto.

       La sua personalità.

 

    Nel volume "PIME, 150 anni di Missione", Padre Gheddo dà una buona idea della stima che molte persone conservano per Mons. Pirovano. Concordo in pieno. É umano che a volte la testimonianza di stima rifletta i gusti di chi la fa.  Succede anche a me. Chiedo a Lui che di lassú mi aiuti, qui di seguito.

 

       a) Era un buon prodotto dell'ambiente sociale e familiare in cui crebbe: buona educazione, umana e cristiana: nei modi di pensare, nei sentimenti, nel linguaggio, gusti, buone maniere... Si comprende che la  sua gente lo desideri "Santo".

       b) Convivendo notte e giorno con lui, a un certo punto veniva di pensare: è  "trasparente!" nel suo vivere. Si sentiva di conoscerlo per quello che realmente era. Schietto, aperto, spontaneo, comunicativo, leale, simpatico, sorridente, ma non cinematografico. Non prigioniero di idee fisse. Non politico. Senza preoccupazioni di salvare l’una o l’altra immagine di sè. Con difetti, anche, com'è umano. Ma buon compagno. 

       c) "Servo". Nel PIME stentiamo ancora a capire cosa comporta essere “società”; membri di una libera associazione. Non si usavano allora tra noi quei termini; ma a lui, anche da Superiore, veniva naturale trattarci come “soci”.  Credeva, e come, in Dio; ma non sacralizzava i rapporti fra di noi. Non usava parlare di carisma; non si pensava vice-Papa; nè Profeta... Non pontificava.

       Consciente della sua responsabilità, anzitutto come socio che gli altri soci, a norma dello statuto liberamente accettato, avevamo eletto, con l'autorità stabilita per dare quel servizio.  La usò sempre  preoccupato di farlo con retto discernimento. Con fermezza; ma preferiva farlo da amico, compagno; facendo appello alla fedeltà che si deve agli obblighi liberamente assunti. E, servo fedele,  rispettando i diritti che lo statuto riconosce a ciascun socio. Dovette affrontare situazioni difficili, contrasti con un confratello e con gruppi. Credo ne parlasse anche con Dio, chiedendogli la prudenza necessaria e le buone maniere che Gesú aveva raccomandato ai suoi discepoli: "Se un tuo fratello erra, prendilo da soli e....". . 

       d) “Servo buono e fedele”. Attento, capace di osservare, usando intelligenza, di ragionarci, di vedere subito il “che cosa fare qui e adesso”: e "Adesso lavoriamo!". Pratico. Quante volte prese iniziative: nel tempo giusto per cose importanti. Senza peró farsi "Quello che se ne intende"; "Quello che sa cosa si deve fare"!  Perchè vedeva, e ne teneva conto, l’importanza del "lavorare insieme". Libero dalla tentazione del "protagonismo”.

       e) Naturale per lui trattare con gli altri da pari a pari. Non solo "ti lasciava parlare", ma "prestava attenzione" a ciò che dicevi e, tempo permettendo, ti lasciava spiegarti. Ribatteva, anche; e magari con energia. Pronto però a recedere da una idea che aveva presentato. 

      f) Non era nella sua natura "pontificare". Restio a esser centro di solenni celebrazioni, di medaglie al merito. Non era possibile pensarlo orgoglioso. Umiltà? Si, ma naturale, non  ragionata. Si mescolava volentieri con noi e con la gente; ti sentivi a tuo agio con lui.

    g) Con una persona così, a un certo momento te lo sentivi “amico”. Amicizia vera.  Meglio anche dell’essere “famiglia”, di cui le Costituzioni - Direttorio del PIME. Egli deve averne già reincontrati parecchi, di amici, lassú. Da qui qualcuno spera di reincontrarlo. Gesú, poi: "Non vi chiamo più  servi. Vi chiamo amici!".

     h) Amico di tutti? Credo che desiderava sinceramente esserlo. Le difficoltà e scontri che ebbe con alcune persone o gruppi? Può anche darsi che qualche volta egli non abbia usato i modi gentili. Anche gli Apostoli sbagliavano. Ma sempre lo muoveva il senso di responsabilità verso l'Istituto e un desiderio sincero di aiutare le persone. Poi, egli mai scaricava su altri la responsabilità di provvedimenti penosi che avesse preso; assumeva su di sè anche le possibili critiche. Inoltre, non l'ho mai visto partecipare a conversazioni come quelle in cui pare che tutti ricordino solo i difetti dell'imputato. Egli  rispettava.

     i) "E adesso lavoriamo", scrisse nella sua prima lettera come Superiore Generale. Come il “servitore” della parabola di Gesú, fu tutta la sua vita.

     Dedizione totale, responsabile, intelligente, combinata con altri quando opportuno, a ciò che vedeva “da fare”. Coinvolgendovi tutte le sue capacità ed esperienze. 

    E tutto il suo tempo. Non ricordo che avesse attività fuori dell'Istituto, che gli prendessero tempo. Neanche “movimenti”. Nemmeno ferie di quelle in cui ci si isola, anche dal telefono. per stare in pace. Fu a visitare le Missioni del PIME, lavorando. Non turismo.   

    l) E la sua vita di Fede?  

    Vita di preghiera? Fedele in tutto alla nostra formazione PIME. Anche alle preghiere in comune oggi dimenticate. Mi volle parecchie volte viaggiando con lui in auto da Roma: Milano, Treviso, Ducenta, sempre in auto. Recitavamo anche il Rosario lungo, quello delle autostrade. Non ricordo di averlo udito parlare di una o altra "spiritualità".  Sempre vivo dentro di lui  il desiderio di aiutare Dio a costruire il mondo che Dio desidera. Si è più sicuri della nostra fede, quando si lavora.

    E credo che nel suo "fare" rimase sempre libero, per sua natura, da interessi personali; dall'aspettarsi elogi solenni, medaglie, monumenti....e cause di beatificazione... Ci credeva, che "la mia Fede si fa più sincera e cresce quando vivo facendo il bene che Dio desidera da me, mettendo in opera tutti i talenti che Egli mi dà". Era il Servo buono e fedele.  

      Superiore generale : 1965-71  

     Fui membro della Direzione Generale precedente (Padri Augusto Lombardi e Alberto Morelli) 1957-65, gli anni del Concilio Vaticano II; membro del Capitolo in cui Dom Aristide fu eletto la prima volta (1965). Dato allora a lui come suo Vicario. Convivemmo cosí sei anni, fino al 1971. Mi fermo a quegli anni. Che posso dire? 

   a) La prima lettera che Dom Aristide, Superiore Generale eletto,  pubblicò ne “Il Vincolo” (15 settembre  1965). Rimanda agli Atti del Capitolo pubblicati a parte. Poi invita tutti: "Adesso lavoriamo" – "Lavoriamo insieme" – "Lavoriamo per la Missione ". 

    Questo testo non dovrebbe mancare fra i documenti del processo di Beatificazione.

    E’ il suo tema centrale, "Lavoriamo insieme", rimane sempre una sfida a tutti i responsabili nel PIME.

    Il "Lavoriamo insieme" fu la linea maestra di governo di Mons. Pirovano? Segnaliamo questo per la sua beatificazione? Sono d'accordo, per la onestà con cui la seguí, negli anni che vissi con lui in Roma. E sono sicuro che anche dopo, quando io ero negli USA e poi nell'Amazzonia, ha continuato su questa linea.

    1965-1971 viaggiò molto per conoscere le nostre missioni in Estremo Oriente e in Africa e ce ne parlava.  

    Tra i frutti del Servo buono e fedele parecchi amano ricordare l'affare della nuova casa PIME in Roma. Fu un rischio? Si, un rischio; ma ragionevole. E i frutti? Io avevo sperimentato come andava la Direzione precedente. In quell'affare il Servo fedele coinvolse i suoi consiglieri. Fu uno di loro che lo condusse a vedere quella Casa delle Suore Canadesi: egli se ne appassionò seduta stante. Tutti d'accordo che il Pime conservasse la proprietà di Via Santa Teresa. E si sa quanto Egli apprezzò l'aiuto del Padre Edoardo Tagliabue.

    Lavorare insieme? Chiese più volte che uno di noi lo rappresentasse nelle riunioni dei Superiori Generali. Anche in quelle dei delegati di Istituti missionari come il nostro; furono questi che, ai Canonisti della Gregoriana che stavano preparando il nuovo Codice di Diritto Canonico e ci dicevano: "Non siete nè carne nè pesce" (cioè né diocesani, né religiosi, n.d.r.), chiesero che ci riconoscessero il diritto di libera associazione. Da lì l’identità giuridica che il PIME e gli altri istituto missionari come il nostro (di clero secolare ma viventi in comunità) ha ottenuto nel nuovo Diritto Canonico del 1983.  

Il "Capitolo di Aggiornamento" (1971-1972)

    "La maggiore impresa nella vita interna dell'Istituto: un fatto unico nei nostri 150 anni!". Cosí almeno scrive Padre Gheddo.

   Il Vaticano II ne aveva fatto un obbligo a tutti gli istituti religiosi. Propaganda Fide fece sapere che noi del PIME non vi eravamo obbligati, perchè non religiosi. Mons. Pirovano, d'accordo con tutta la Direzione Generale e col parere anche di parecchie altre persone, decise di farlo.

    Nelle Costituzioni precedenti del PIME, il Capitolo Generale con elezione del Superiore Generale era ogni 10 anni.  

    Pirovano nel settembre 1967 comunica a tutti i soci: la Direzione Generale propone che si faccia  un nostro Capitolo di Aggiornamento nel 1971; e che nello stesso venga eletta la nuova Direzione Generale. Disporre poi nelle nostre Costituzioni che in seguito Capitolo Generale ed elezioni siano ogni sei anni.  

    Non era una rivoluzione. Ma il Vaticano II aveva creato in tutti una aspettativa di nuovo, di diverso, di aggiornato, per la Chiesa. Naturale che in molti nascesse l'idea di essere chiamati da Dio a collaborarci: “svegliando fuori” i maggiori  responsabili  delle situazioni che era necessario cambiare. La storia della Chiesa registra parecchi movimenti intesi ad "aggiornarla". Dopo il Vaticano II ci fu anche "il sessantotto"; anni di ricerca, di consultazioni di persone e documenti, di controversie, agitazioni, dimostrazioni contro e pro. 

   Nel PIME cominciò la preparazione del Capitolo di Aggiornamento. Mons. Pirovano nel 1969 invita tutti a riflettere, singoli e comunità, come e su che cosa aggiornarci. Non si distribuisce una lista già fatta dei temi da trattare. No, tutti sono liberi di pensarci; poi presenteranno per iscritto alla Commissione incaricata. Alla vigilia del Capitolo: già raccolte valanghe di documenti preparati da membri e comunità del PIME.  Preparati con buona volontà e dedizione. Sinceri. Anche audaci. 

   L'idea di Pirovano era di "lavorare insieme". Lo fu per un verso; per l'altro verso, emersero disaccordi; divergenze pronunciate; critiche; segni di sfiducia...; difficoltà di pensare insieme. Inevitabili, forse, quando persone cosí prese da un ideale discutono sul come rinnovare tutto. Il Capitolo si protrasse per otto mesi! Con un intervallo di un mese: per pensarci su? E che gli animi si calmassero?

    Dom Aristide ci soffrì. Credo però che i capitolari abbiano percepito come la sua presenza contribuiva a salvare il clima necessario per il buon esito che si aspettava da tutto quel loro lavoro. Non si poteva  pensare che egli avesse idee sue fisse da far trionfare. Nè che gli interessasse un successo suo personale. Non era neanche il tipo da far pronunciamenti solenni, nè documenti in concorrenza con quelli che si stava studiando. Ma chiara era la sua passione sincera per le Missioni, per il bene dell'Istituto e per una comunione fraterna fra tutti i suoi membri. Nessuno poteva vedere in lui un avversario convinto.

    Egli era il Servo buono e fedele, contento di lavorare insieme e di aiutare tutti i fratelli.      

    Penso che i Capitolari compresero; gli chiesero di caricarsi di nuovo della responsabilità di Superiore Generale.

    Dio lo sta premiando. Ed Egli continui ad aiutarci, di lassú.

 

                                                                                        Padre Carlo Colombo

                                                                                  Vicario generale del PIME

                                                                               dal 1965 al 1971

  “Timoniere saggio nella bufera del ‘68”

  Testimonianza di padre Ilario Trobbiani

 

      Nel suo secondo periodo di superiore (1971-1977) mons. Pirovano ha un altro

vicario generale, padre Ilario Trobbiani, che nel 1978 è partito per le Filippine, dove si trova tuttora. Questa sua testimonianza l’ha pubblicata su “ Mondo e Missione ” dopo la morte di Pirovano, nel marzo 1997 (pagg. 59-61). Racconta in breve la vita di Pirovano fino al 1965 quando è eletto la prima volta superiore generale. Ecco la parte che lo riguarda come superiore:

    Eletto superiore generale nel 1965, portava con sé una preoccupazione: la sofferenza dei missionari che hanno un lavoro immenso da fare e sono senza mezzi. Con il suo intuito pragmatico e la sua capacità gestionale, riuscì a dare una svolta a quella situazione. Alla fine del suo secondo mandato, la direzione generale poteva dirsi ormai autonoma per i suoi impegni, per i quali prima dipendeva dalle offerte dei missionari sparsi nel mondo, e si avviava a poter aiutare i missionari più bisognosi. “Oggi – dice con grinta severa e allarmata – c’è il rischio di usare male i soldi per sé o per le istituzioni, invece che per l’attività missionaria, per i poveri. Se ci si lascia trascinare dal desiderio di comodità, è la fine”.

    Ma la preoccupazione che egli portava alla direzione generale era anche un’altra: che i missionari fossero tutti d’un pezzo per l’evangelizzazione. E dovette anche soffrire per questo. I tempi non erano facili. Nuove prospettive missionarie agitavano le menti e i cuori, non sempre scevre da mancanza di coerenza spirituale. L’incoerenza lo turbava. Il rischio anche morale di certi atteggiamenti lo rendeva rigido. Con il suo carattere deciso e forte non poteva non suscitare anche reazioni negative. Ma in lui tutto era dettato dalla passione per la missione e per la coerenza della vita dei missionari. L’ho sperimentato di persona nel secondo periodo del suo mandato, quando venni chiamato a collaborare con lui.

    Ne avevo avuto una prova in precedenza. Mi aveva incaricato di vedere come rivitalizzare la vocazione dei missionari laici a vita nell’Istituto (i “fratelli”). Mi fece anche visitare le missioni con potere di “delegato”. Fu allora che cominciai a conoscere e apprezzare mons. Pirovano. Egli desiderava veramente il rifiorire delle vocazioni laicali a vita, il rinnovamento dei rapporti con i sacerdoti, la qualificazione dei loro impegni; ma soprattutto l’approfondimento della loro dedizione missionaria. Non poche volte mi trovai con vedute diverse delle sue nel valutare. Il dialogo era sempre chiaro e leale. Scherzosamente mi chiamava “sindacalista”. Ma non ebbe mai esitazione a dare via libera alle innovazioni.

    Questa esperienza di dialogo schietto finalizzato alla scelta migliore trovò conferma quando lavorai al suo fianco per sei anni nella direzione generale. Più volte si lasciò mettere in minoranza, aderendo alle scelte del consiglio e sostenendole come superiore. Magari poi in tono scherzoso diceva: “Bisogna vedere cosa pensano i miei capi”. Quando mi mandò in visita alle missioni, mi diede sempre piena autorizzazione anche decisionale, sempre nell’ambito di orientamenti concordati. Al ritorno talvolta ebbe a dirmi: “Io avrei deciso in modo diverso, ma va bene così”.

    La  cosa che più ho apprezzato e apprezzo di mons. Pirovano è l’attenzione alle persone. L’impressione poteva anche essere diversa, perché a volte era irruente, specie di fronte a scelte o comportamenti che riteneva contrastanti con la dedizione missionaria totale. Ma poi, a tu per tu, era un’altra cosa. Anche sbagli enormi, una volta riconosciuti, non esistevano più. Mi capitò anche di trovarmi in difficoltà. Come vicario dovevo portare avanti decisioni e orientamenti presi assieme; e lui, incontrando la persona, assumeva atteggiamenti diversi. “Vedi – mi diceva – una cosa è quando si ragiona a freddo; un’altra quando parli con la persona e vedi come stanno le cose; le decisioni teoriche devono cedere alle decisioni concrete”.

    Quelli non erano certamente tempi facili. Situazioni di abbandono, di espulsioni politiche. Ho sentito padre Aristide trepidare e soffrire. Ha cercato di farsi presente affrontando anche le autorità civili e militari. Ma la sua sofferenza diventava forte quando non poteva difendere appieno i suoi missionari, perché responsabili di carenze o di sbagli personali. Parlavamo assieme tutti i giorni, e a lungo, delle varie situazioni e delle preoccupazioni profonde per la vita spirituale e fisica di tutti. Imparai a conoscere il suo cuore di missionario e padre nello stesso tempo. Desiderava che tutti fossero veri missionari, dediti anima e corpo alla missione, dominati dall’amore per Cristo e per la salvezza di tutti.

    Ero accanto al suo letto quando stava per varcare la soglia estrema. Soffriva ma confidava nel Signore e si raccomandava a Lui perché lo aiutasse. Si pregava tutti. Egli, benchè a fatica, seguiva la recita del Rosario. Ad un certo punto disse: “Accetto, accetto”. Le mani allentarono la presa. Il respiro si fece stentato. La suora gli suggerì: “In Paradiso ricordaci tutti: specialmente le sorelle, gli amici, i missionari, le vocazioni”. Assentì. Poi se ne andò. Nella mia mente e nel mio cuore rimangono l’immagine e l’esempio di un grande missionario.

 

                                                            Padre Ilario Trobbiani

                                                         Vicario generale del Pime

                                                                dal 1971 al 1977

 

“Un uomo vero e fiducioso nella Provvidenza”

Padre Franco Cagnasso, superiore generale del Pime

Omelia al funerale di mons. Pirovano, Rancio di Lecco, 4 febbraio 1997
(
In “ Missionari del Pime ”, aprile 1997)

     Poco più di un anno fa, a Erba, festeggiammo i 40 anni di consacrazione episcopale di mons. Pirovano. Grande folla in chiesa, con cori e monsignori di ogni tipo, poi tutti in piazza, sotto una pioggia torrenziale, per la festa “civile”.

     Parlò il sindaco, che gli consegnò un plico, poi un'altra autorità. Infine, lui afferrò il microfono: “Qui nel plico, che mi ha consegnato il vostro sindaco ci sono molte belle parole e vedo che c'è anche un assegno di 20 milioni di lire”. Mi aspettavo che ringraziasse, invece proseguì : ”Guardate però che non bastano: io a Marituba devo attrezzare un ospedale e ho bisogno di 900 mila dollari!”. Mi sentivo terribilmente imbarazzato, ma mi accorsi che nessuno si scandalizzò: la gente di Erba lo conosceva, e lui conosceva loro.

     Questo episodio mi è tornato in mente perché pochi giorni prima di morire, monsignore parlava ancora con insistenza di quest'opera che è rimasta incompiuta. Inoltre, altri si sarebbero compiaciuti dell'onore ricevuto, si sarebbero soffermati a raccontare di sé, delle tante opere compiute; oppure non avrebbero voluto feste ed onori, per umiltà o timidezza. Lui, invece, accettava gli onori e parlava di sé ma per guardare in avanti. La festa? Va bene, facciamola, purché serva a qualcosa.  E a qualcuno.

     Infatti, se era preoccupato dei 900 mila dollari per l'ospedale, molto di più lo era per le vocazioni, delle quali parlava spessissimo, per le quali pregava, faceva pregare e ha voluto essere sepolto, come si può leggere nel suo testamento ( [1] ).

     Era un uomo che guardava avanti, sempre. Anche quando il suo giudizio sul presente si faceva critico, magari molto. Non si lasciava però avvolgere nella spirale della lamentela, del rimpianto. Voleva sempre trovare uno spunto, un impegno che potesse costruire qualcosa di positivo per il futuro.  Un futuro in cui voleva esserci, del quale voleva la sua parte perché, indubbiamente era un leader, un protagonista.

     Ma non per sé: la sua tensione, la sua passione, erano le missioni, il bene della gente. Mons. Pirovano, diceva che la sua vocazione era nata subito come vocazione missionaria. E la missione è rimasta l'obiettivo delle sue attività e dei suoi impegni fino all'ultimo. Con lui si percepiva che missione è tutto e ovunque, se si ha il cuore missionario. E' missione la famiglia nel bisogno, è missione salvare i perseguitati e portare pace – come ha fatto durante la guerra, - è missione fondare la Chiesa , pensare ai poveri e ai malati, preoccuparsi dei luoghi e situazioni più difficili, quelle che gli altri trascurano.

     Si fa missione, secondo mons. Pirovano, viaggiando in canoa lungo i fiumi dell'Amazzonia, ma anche scrivendo e diffondendo una rivista missionaria, amministrando bene i soldi dei benefattori, educando in seminario. Ciò che conta è la direzione chiara, precisa, senza tentennamenti, una dedizione totale. Per lui, essere missionari voleva dire andare a cercare le situazioni difficili, partire dal nulla, da ciò che manca; buttarsi dentro con coraggio fino a trasformarle, e a trasformarle bene.  Non era approssimativo nelle cose, al contrario; però gli dava fastidio che si pretendesse di avere tutto programmato e calcolato prima, e guardava con preoccupazione al fatto che oggi tutto sembra debba essere previsto, preparato, sicuro, preciso. La sua era una fede forte, essenziale, pratica, che si traduceva in questa convinzione: la fede si vive nella Chiesa, lavorando con e per la Chiesa senza riserve, restrizioni mentali, distinzioni. La si vive pregando, con puntuale fedeltà alla Messa, al breviario, alla meditazione, al Rosario: aveva una devozione intensa semplice e filiale alla Madonna.

     Si vive la fede obbedendo al Papa. Negli anni che ho trascorso vicino a lui a Roma, anni di contestazione forte alla Chiesa e al Papa, mi colpiva l'aspetto profondamente umano della sua obbedienza. Voleva essere fedele al Papa per convinzione di fede, ma anche per una partecipazione personale intensa alla sua fatica e sofferenza.

     Mons. Pirovano, un uomo abituato a essere capo, sapeva che il compito va svolto senza piagnistei e senza fughe. Capii allora che per mons. Pirovano credere significava assumersi le proprie responsabilità: la fede non è un sonnifero o uno zuccherino che permette di rifugiarsi nello spirituale per evitare la paura del pericolo.

     Quando le SS lo arrestarono, ebbe l'occasione di fuggire: non lo fece perché si rese conto che avrebbe messo in difficoltà il PIME. Lui aveva aiutato i partigiani e gli ebrei, lui accettava di pagarne le conseguenze. Con questa mentalità, lungo gli anni della sua vita, si impegnò a cercare i luoghi giusti per noi in Brasile; si confrontò anche aspramente con le autorità civili e militari; seppe correre i suoi rischi in economia; accolse e cercò di realizzare gli orientamenti del Capitolo di Aggiornamento anche in alcuni suoi aspetti nuovi che non gli erano congeniali, che faceva fatica a capire; s'imbarcò in un'impresa nuova a 63 anni di età e, così come l'aveva fondata e organizzata, trovò a chi affidare tutta l'opera di Marituba.

     Diceva sempre che i missionari devono saper stare in piedi da soli. Super uomini? No, uomini davvero uomini, e con fiducia nella Provvidenza. Una Provvidenza direi, dalla vista lunga: che ti lascia inciampare, cadere, sbagliare: ma alla fine non ti abbandona e può volgere al bene il tutto, anche gli sbagli, se abbiamo fiducia e umiltà.

     Si può dire che avesse un “abbandono attivo in Dio”. Sì, soprattutto attivo ma anche vero abbandono fiducioso. In queste ultime settimane, per telefono e poi di persona, mi ha disse più volte: “Dicono che sto proprio male. Io voglio vivere. Voglio tornare in Brasile. Attrezzare l'ospedale; ma se devo andare vado. A me non interessa, faccia Lui!”. In queste parole scarne c'è tutto il suo stile: c'è una grande voglia di vivere e di fare, ma non per se stesso!

         E' stato un dono per la Chiesa , per il PIME, per il Brasile, per tantissimi poveri. Pregando per lui, chiediamo per noi una fede attiva, forte, responsabile, umile; chiediamo ardore per le missioni, il Vangelo da annunciare, la Chiesa , i sofferenti, il PIME. Chiediamo di avere un cuore fiducioso e rivolto al futuro.

                                                                                                                                             

                                                                  padre Franco Cagnasso

                                                              Superiore generale del Pime

                                                                        dal 1989 al 2001

 

“Per i missionari del PIME resta un simbolo e un grande esempio”

Testimonianza di padre Gian Battista Zanchi - Superiore generale del Pime

           Articolo su “ Missionari del Pime ” nel decennio della morte, gennaio 2007

    «Mi ha sempre colpito il suo sguardo di fede, la sua capacità di leggere ogni evento alla luce del disegno di Dio, la sua trepidazione e sollecitudine per tutte le Chiese…». Così il cardinale Carlo Maria Martini ricorda monsignor Aristide Pirovano, morto il 3 febbraio 1997. La sua vita è stata una continua “avventura” con la finalità di servire il prossimo, soprattutto chi era in difficoltà.

     Partito nel 1946 per il Brasile, padre Aristide si impegnò subito per promuovere diverse attività sociali ed educative a favore delle popolazioni povere del territorio amazzonico. Anche il suo impegno ecclesiale non fu da meno. Così, quando si trattò di organizzare pastoralmente il territorio dello Stato dell’Amapà, la scelta cadde su di lui, che fu nominato prima amministratore apostolico e poi vescovo di Macapà. Era 1949 e poi il 1955. Per dieci anni l’impegno di monsignor Pirovano fu quello di promuovere, organizzare e sostenere la formazione religiosa e la vita ecclesiale della diocesi di Macapà. In questo periodo fu significativo l’incontro con Marcello Candia, industriale milanese, che proprio nell’incontro con mons. Pirovano trovò la strada per un suo impegno come laico missionario a favore delle popolazioni emarginate del Brasile, in particolare per i lebbrosi. La collaborazione tra queste due grandi figure produsse molti frutti, che ancor oggi sono uno strumento di solidarietà per tante persone.

    Le sue qualità e capacità umane e cristiane gli valsero, nel 1965, l’elezione a superiore generale del Pime. Era quello un periodo molto vivace, di contestazioni e sfide a tutti i livelli, e monsignor Pirovano seppe affrontarli con lo stile missionario che gli era proprio. Per dodici anni ebbe il coraggio, la costanza e l’umiltà di percorrere la difficile strada del dopo Concilio Vaticano II. Visitò tutte le missioni del Pime e, con la sua esperienza, seppe apprezzare e orientare il lavoro di molti missionari. Il suo incontro con la complessa realtà dell’Asia lo entusiasmò fino al punto  di pensare ad un suo impegno personale in quel continente. La storia poi andò in altre direzioni, ma certamente la sua apertura al mondo missionario marcò il Pime anche per le sue scelte successive.

     Nel 1977, al termine del suo servizio come superiore generale, fece ritorno in Amazzonia, non più con la responsabilità di vescovo, ma come cappellano del lebbrosario di Marituba, una delle iniziative che aveva avviato assieme a Marcello Candia. Inizia così la penultima tappa della sua avventura, inserito in un lebbrosario che, con il tempo e le sue capacità, trasforma in ambiente di vita sereno e propositivo per molti ospiti. È un periodo ricco di esperienze e iniziative, frutto del suo modo particolare di vivere la missione, quello di un vescovo mai stanco di spendere la propria vita per gli altri con generosa dedizione.

     Colpito da un tumore, affrontò con serenità e realismo la malattia. Per lui essere missionario voleva dire cercare le situazioni difficili, partire dal nulla, da ciò che manca; buttarsi dentro fino a trasformarle e a trasformarle bene. È questo il ricordo che monsignor Aristide lascia a tutti noi. Ed è proprio questo suo stile di vita molto particolare e significativo che ha motivato l’Associazione degli Amici di monsignor Pirovano di Erba ad avanzare la richiesta di apertura della causa di beatificazione. La sua grande fede, l’attenzione ai bisognosi, l’impegno per l’evangelizzazione, la capacità e serenità nell’affrontare le difficoltà sono tutti elementi che testimoniano il suo impegno e la scelta radicale per la missione.

    Monsignor Pirovano resta per tutti i missionari del Pime un simbolo e un grande esempio. Il suo sguardo e  la sua fluente barba bianca degli ultimi tempi non avevano perso niente dell’entusiasmo con cui aveva affrontato l’inizio della vita missionaria. Il segreto di tutto questo sta nelle parole con cui Adalucio, suo amico lebbroso di Marituba, lo ricorda: «Cercava il Signore al di sopra di ogni cosa, la sua fede raggiungeva la massima espressione nelle attività che realizzava a nostro favore e nell’interesse che mostrava per ciascuno di noi». Questo suo programma di vita, oltre a essere un vivo ricordo della sua persona, diventi un esempio per tutti coloro che amano la missione.

 

                                                         Padre Gian Battista Zanchi

                                                        Superiore generale del Pime

                                                                 dal 2001 al 2013                                                              



[1] Il Testamento spirituale di Pirovano chiude con queste parole (si veda al termine del capitolo VII il testo integrale del testamento): “Se sorella morte mi chiamerà mentre sono in Italia, desidero e voglio essere sepolto nel mio paese (ora città di Erba). Il motivo profondo è che io ho amato molto il mio paese, specialmente durante il mio ministero a Erba, e sono stato molto riamato e stimato. Ho speranza che, pregando sulla mia tomba, qualche giovanotto o ragazza possa sentirsi chiamato/a a seguire la mia stessa vocazione. Il Signore lo voglia!”.