|
CHI È IL CATECHISTA? |
Una risposta dalla Missione del Bangladesh.
P. Luigi Pinos, missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), in Bengala dal 1948, morto ad Rajshahi il 20 Giugno scorso, ci ha sempre detto di aver imparato a fare il missionario dai catechisti con cui lavorava. Il brano riportato è tratto dal suo libro:
IL MERCATO DELLE STELLE.
IL MIO MAESTRO ANALFABETA
Ad Andharkota ebbi la fortuna di lavorare assieme al vecchio catechista Sam Soren. Egli era un tribale Santal e i Santal costituivano la grande maggioranza dei cattolici della parrocchia. Quando ci incontrammo, egli era già molto anziano.
Sam non portò mai orologio al polso o scarpe ai piedi, né viaggiò mai in bicicletta. Viaggiava sempre a piedi e i suoi piedi erano grossi e pieni di cicatrici. Non aveva più neanche un dente in bocca, però aveva una gran voce e poteva cantare tutta la notte per far sentire ai non cristiani il piano di salvezza del Signore. Aveva, poi, un repertorio inesauribile di storielle e battute e riusciva a tenere attenta e allegra la gente dei villaggi. Sam era analfabeta, non aveva mai letto un libro o scritto una lettera, tutto quello che conosceva del Cristianesimo l’aveva imparato ascoltando le preghiere dei vari preti che egli aveva accompagnato per molti anni nelle loro visite ai villaggi. Sam aveva un carattere forte, ma soprattutto era la saggezza in persona.
Quando ci incontrammo, mi disse: "Tu sei giovane e io sono vecchio, fra la gente dovrò essere io a parlare. Tu dirai sì quando c’è da dire sì, e no quando c’è da dire no. E devi sorridere sempre". Visitavamo i villaggi non cristiani solamente quando i loro abitanti ce l’avevano richiesto sinceramente. Le famose sedute notturne del catechista Sam iniziavano alla sera tardi, duravano tutta la notte e la gente cominciava ad andarsene non tanto al canto del gallo, ma quando il bestiame incominciava a muggire per avere il suo foraggio. Io rimanevo seduto a gambe incrociate di fianco a Sam fino alle ore piccole, però avevo libertà di accucciarmi sul soffice strato di paglia dove eravamo tutti seduti e mettermi a dormire.
Ben presto notai che Sam parlava e scherzava su tutti gli argomenti e non parlava mai del Cristianesimo, se qualcuno non lo interrompeva o lo richiedeva espressamente. Gli chiesi il perché, e mi rispose: "Non dir mai a nessuno, fin da principio, che il Cristianesimo è buono o che Gesù è il Salvatore. Non tentare di convincere chicchessia! Sarebbe inutile: è Dio che deve toccare i cuori per primo, dopodiché noi protremo gettare il seme nel solco". A queste sue parole io mi ricordai ciò che disse Gesù: "Nessuno viene a me, se il Padre mio non lo attira". Sam aveva una grande fede nella preghiera: "Mentre narro storielle e faccio ridere la gente, in cuor mio, con grande angoscia continua a solleciare il Signore a muovere i loro cuori".
Per provare che la parte più importante nella conversione dell’uomo è Dio che deve giocarla, Sam mi narrò ripetutamente la sua storia.
All’inizio degli anni ’30, l’ennesima carestia aveva colpito la zona e così i cristiani Paharia di Andharkota fecero un’emigrazione stagionale in cerca di un lavoro, che poi trovarono. La Provvidenza volle che sul lavoro si trovassero insieme ai Santal non cristiani della stessa loro zona. Ne nacquero delle amicizie. Non mancarono di parlare della nuova religione dei Paharia. Prima di ritornare ai rispettivi villaggi, Paru Tudu di Dainpara e Sam Soren di Bortola decisero di farsi cristiani; essi furono i primi Santal del circondario della città distretto di Rajshahi a decidere di convertirsi.
Per Paru la cosa fu facile, perché egli abitava non lontano dai Paharia e fu battezzato per primo. L’unica conseguenza negativa fu che, dal suo battesimo in poi, la sua gente lo chiamò con il nome dispregiativo di Paru Paharia (indicando con ciò che egli ora era considerato membro di detta, per loro, bassa tribù).
Per Sam la cosa fu assai più difficile. Non era ancora battezzato, eppure la gente di Bortola lo emarginò. Nessuno più lo salutava e neppure a sua moglie era concesso di andare a chiacchierare con le altre donne del villaggio o ad attingere acqua dal pozzo.
Nessuno più prendeva Sam al lavoro e il riccone della località attendeva l’occasione di potergli dare un memorabile carico di bastonate. La stessa moglie di Sam era sempre in litigio con lui a cousa di questa sua pazza idea di lasciare la religione tribale; tornò anche a casa di suo padre, ma essi avevano cinque bambini e per amor loro la donna tornò presso il marito.
Anche il buon Dio pareva non accorgersi della situazione del povero Sam: uno dei suoi bambini si ammalò, ma Sam non chiamò lo stregone come avrebbe fatto nel passato e il piccolo morì. Nessuno venne a confortarli e men che meno a dare una mano per la sepoltura. Sam, appesa alla spalla la sua zappa e preso nelle sue braccia il bimbo morto, dovette andarsene da solo a seppellirlo, mentre i paesani sghignazzavano sulla sua paternità ferita. Tre mesi dopo, mentre accompagnava in visita ad alcuni villaggi il prete di Andharkota, sentì che un altro dei suoi bambini stava male. Corse a casa e lo trovò morto. Di nuovo egli dovette soffrire l’agonia di tre mesi prima. Stavolta, mentre procedeva con il suo morticino sulle braccia lungo la stradicciola del villaggio, le gente venne fuori a dirgli che la sua apostasia gli portava un meritato castigo e che doveva prepararsi al peggio.
Molti anni dopo, Sam osservava: "Io ho molto sofferto per questa religione, ma ero pronto a soffrire ancora di più. Sentivo una forte spinta nel mio cuore, eppure non sapevo che cosa fosse il Cristianesimo; lo comprsi molti anni dopo il mio battesimo".
Talvolta Sam era paziente, umile assennato, altre volte era energico e tagliente. Io conoscevo abbastanza bene la lingua bengalese, per cui talvolta, per rendere più chiaro quello che stavo dicendo, abbandonavo la lingua santal e cercavo di fare il mio punto in bengalese (che quasi tutti i Santal pure conoscevano). Sam mi interrompeva immediatamente e diceva: "Cosa ti salta in mente? Tu sei il nostro prete e per parlare con noi devi usare la nostra lingua. Non ce la fai? Ebbene, io sono qui per aiutarti". Fu grazie a lui che ho imparato la mia seconda lingua nativa.
Un giorno gli abitanti di un villaggio Oraon ci invitarono a predicare. Sam mi accompagnò fin sul luogo, ma arrivati alle prime case si fermò e disse: "Ecco, questo è il vollaggio! Vacci e predica". "Ma, e tu?" chiesi. "Io da solo non ce la faccio. Non l’ho mai fatto". "Oggi incominci. Vedi, questi sono Oraon e io sono Santal. Se sarò io a predicare crederanno che il Cristianesimo sia la religione dei Santal e lo rigetteranno. Tu, essendo prete, sei Santal con i Santal e Oraon con gli Oraon: tu sarai accettato". Si volse e se ne andò. Mi aveva buttato fuori dalla barca, dovevo nuotare.
Entrai nel villaggio timido e incerto, però quegli Oraon mi accolsero, mi diedero da mangiare e, quando venne la sera, vennero da me in gran numero. Anch’io, come Sam, incominciai a raccontare storielle e a buttar là alcune battute, tentai anche qualche canto, ma, non avendo le doti del vecchio catechista, la mia parata fu un fiasco solenne. Intanto col cuore scosso dal panico, scongiuravo il Signore che si affrettasse ad aprire quei cuori. Alla fine, una volta ancora, il Buon Dio rispose: un giovane capo alzò la mano e disse: "Basta con queste cose. Parlaci di Gesù". Mi sentii liberato e mi trovaio subito a mio agio. Gli Oraon di quel villaggio e di molti altri, a suo tempo, ricevettero il battesimo.
Avevamo messo i nostri occhi e le nostre speranze su un villaggio non cristiano della stessa tribù di Sam. Esso era opportunamente situato a un tiro di sasso da una stazione ferroviaria, era abbastanza grande e la gente vi stava relativamente bene; noi prevedevamo che, se si fossero convertiti, il sito sarebbe potuto diventare un sotto-centro di missione. Ed ecco che un giorno fummo invitati ad andare a predicare. Nel giorno stabilito vi arrivai e, sceso dalla bicicletta, fui immediatamente attorniato dala gente, tutta ben vestita e allegra. Sam mi aveva preceduto a piedi e quale non fu la mia sorpresa nel sentire quello che egli stava dicendo agli astanti (mentre nello stesso tempo, afferrato il manubrio della mia bici, cercava di condurmi via). "Purtroppo abbiamo sbagliato giorno. Oggi siamo attesi oltre il fiume e vi dobbiamo lasciare!". Parlava forte per impedirmi di contraddirlo, come appunto io cercavo di fare. Tirò così decisamente quel benedetto manubrio che alla fine ci trovammo dall’altra parte del villaggio, soli. Ero finalmente libero di esplodere, lui però mi parlò dritto in faccia e disse: "Non pretendo che tu capisca le nostre cose a prima vista. Questa gente ha appena incominciato la festa della semina e ha già bevuto un bel po’. Fra poco si siederanno a cena e tutti, uomini, donne e gioventù, si ubriacheranno a tal punto da non riuscire a distinguere il giorno dalla notte e la madre dalla figlia. E tu vorresti che io predicassi a un branco di ubriachi?".
Aveva ragione lui. Un po’alla volta io venni a dipendere dal suo straordinario buon senso. Dopo tutti i miei studi in seminario, quest’uomo analfabeta finì col diventare il mio maestro.
Dopo 10 anni venni allontanato da Andharkota. Sam era già molto malato. Era dimagrito e quasi non si riconosceva più in lui la sua antica personalità. Andavo spesso a trovarlo "per portargli le novità"e mi deprimeva il pensiero di perderlo. Mi accorsi di quanto anch’egli mi fosse vicino e anche se il suo parlare era stanco, pure le sue parole riuscivano a riaccendere in me la fiducia. Morì pochi mesi dopo che avevo lasciato Andharkota, ma la sua saggezza ha continuato a guidarmi in tutti questi anni.