SACRA BIBBIA   Marie Dominique Philippe   DOCUMENTI
e il Commento al Vangelo di San Giovanni

"Le nozze di Cana"

(Introduzione e testo integrale, pubblicati in "Sacramentaria e Scienze Religiose", anno XVIII n. 33 (2009) pp. 124-127 e 128-144)

INTRODUZIONE

Marie Dominique Philippe (1912-2006), incoraggiato dallo zio, Pierre Th. Dehau, un domenicano che ebbe un grande ruolo nella formazione spirituale di Raissa e Jacques Maritain, abbandona gli studi di matematica che gli erano congeniali, ed entra giovanissimo nell’Ordine domenicano, ove già milita il fratello Thomas, co-fondatore con Jean Vanier della "Comunità dell’Arca". Viene presto impegnato nell’insegnamento della teologia ai giovani studenti del convento domenicano di Le Saulchoir, vicino a Parigi, ma poco dopo è nominato docente di filosofia all’Università di Friburgo, in Svizzera, ove si trattiene dall’1945 al 1982. Sollecitato dai suoi stessi studenti, che riconoscono in lui un maestro, M. D. Philippe fonda la "Comunità di san Giovanni" nel 1976 , che si diffonde in tutto il mondo, articolandosi in conventi maschili e femminili, strutturati come piccole comunità. Queste Comunità, animate dallo spirito evangelico, intendono vivere tre "alleanze": con il Cristo nell’Eucarestia, con Maria madre di Gesù, e con la Chiesa nella persona del Santo Padre, successore di san Pietro, e si dedicano allo studio delle tre saggezze, la filosofia, la teologia e mistica, consacrandosi alla testimonianza della verità. Padre Philippe nel 1992 da vita alla rivista di formazione filosofica, teologica, spirituale "Aletheia". I suoi scritti, partendo da un recupero della metafisica di Aristotele e dall’analisi dei testi di san Giovanni, rinnovano con originalità la filosofia cristiana, evitando le asprezze di un linguaggio scolastico troppo tecnico e specialistico. Avendo lavorato durante tutta la sua esistenza sugli scritti giovannei (Vangelo, Prima Lettera, Apocalisse) M. D. Philippe è il teologo contemporaneo che meglio di ogni altro può impegnarsi in nuovo commento al quarto Vangelo; non per nulla l’editore francese ha voluto una sua introduzione al commento steso da san Tommaso.

Per M. D. Philippe la ricerca teologica non può fermarsi all’analisi filologica delle Sacre Scritture, all’ermeneutica scientifica dei testi nella ricerca dei condizionamenti storici, linguistici, geografici, ma deve meditare in spirito di contemplazione la parola di Dio, per coglierne le finalità profonde. Le sue analisi dei colloqui di Gesù, ad esempio quelli con Nicodemo o con la Samaritana, che considera come parametri ideali della ricerca teologica, non sono lezioni di un corso sistematico di teologia, ma sono vere e proprie meditazioni alla portata di tutti i fedeli, pur avendo una loro struttura teoretica, radicata nella teologia di san Tommaso. In un capitolo del "Commento al Vangelo di Giovanni" si può leggere:"…la teologia è veramente contemplazione di Dio. La teologia deve essere contemplazione di Dio, poiché non c’è conoscenza di Dio al di fuori della contemplazione di Dio; non si può analizzare Dio, non si può che contemplarlo. E’ per questo che la teologia è così esigente e richiede che il nostro cuore sia purificato. Noi siamo tutti più o meno teologi, poiché noi siamo credenti e noi abbiamo tutti un po’ di intelligenza che, in quanto credenti, mettiamo al servizio della nostra fede. Questo significa essere teologi nel senso più alto, anche se non siamo tutti chiamati ad essere professori di teologia".

Troppi teologi professionisti hanno un approccio alla ricerca teologica che parte dalle scienze umane, dalla psicologia e dalla sociologia, dalla linguistica o dalla etnografia, i cui contributi sono importanti ma non sufficienti, sostanzialmente inadeguati, perché si fermano al "percome" e non vanno al "perché" della rivelazione, che è la contemplazione del mistero di Dio. La conoscenza teologica è una esperienza di fede, che trascende il ragionamento e deve aiutarci a penetrare, per quanto è possibile nel profondo del mistero. Gesù dice a Nicodemo "Non stupirti se ti dico che bisogna nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole, tu senti la sua voce, ma non sai da dove viene e dove vada". M. D. Philippe, come teologo mistico, distingue tra parola e la voce. "Non dimentichiamo che la <voce> nel Vangelo di san Giovanni, come nell’Apocalisse, è quasi sempre il soffio dello Spirito Santo. E’ molto importante comprenderlo, perché la parola di Dio è una parola vivente, grazie lo Spirito Santo, che l’esegesi non può darci. Lo Spirito Santo felicemente ci mette a contatto con il mistero che non può essere captato dai metodi umani. La caratteristica propria dello Spirito Santo (che ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto) è di fare sì che la parola di Dio diventi una parola vivente, e una voce potente, come dice l’Apocalisse….E’ a quel momento che noi incominciamo un poco a penetrare il mistero, anche se, sicuramente resta un mistero". La parola di Dio ci sorpassa, "viene dall’alto", ci indica una nuova finalità, è una sorgente di vita nuova.

Ho scelto tra le pagine del Commento al Vangelo di Giovanni quelle che riguardano le Nozze di Cana, perché questo episodio fa cerniera tra la vita nascosta Nazareth e la vita pubblica di Gesù, e ci permette di comprendere l’importanza del ruolo di Maria nella redenzione, perché noi siano stati redenti dal sangue di Gesù e dalle lacrime di Maria. M. D. Philippe non dimentica le differenze tra Gesù, che è Dio, una persona della Santissima Trinità e Maria che, malgrado lo stato eccezionale della sua concezione, resta una creatura, ma sottolinea la complementarietà della loro azione, perché Maria rappresenta il contributo femminile alla redenzione, che Cristo, come uomo di sesso maschile, non poteva dare. Non ho riportato l’intero capitolo dedicato alle Nozze di Cana del secondo volume dell’opera, ho tagliato gli ultimi paragrafi, ma queste righe sono sufficienti a cogliere la struttura logica del discorso e il ritmo poetico della narrazione e spero che il lettore venga motivato ad andare alla ricerca dei testi originari, perché queste pagine in francese hanno un fascino, che la traduzione non può rendere del tutto. D’altra parte il titolo originale di questi quattro volumi Suivre l’Agneau ci dicono che l’Autore non vuole istruirci ma vuole impegnarci a seguire le orme di Gesù. In questo Commento al Vangelo di Giovanni, l’Autore cerca nelle pagine della Scrittura il ritmo che lo Spirito Santo imprime agli avvenimenti, studia i tempi in cui si realizzano, sottolinea l’importanza della pausa, i pranzi (Cana, Betania, a casa dei farisei... Ultima cena) e i colloqui, come incontri da persona a persona. E’ un libro che si legge quasi fosse un romanzo ma è lunga meditazione, teologicamente fondata sulle basi del realismo di san Tommaso. M.D. Philippe non è solo un teologo mistico, ma è anche un filosofo che nei M. D. Philippe nei suoi scritti di filosofia rinnova la metafisica nella prospettiva di fondare una antropologia come dialogo dell’uomo con Dio. Per filosofare non bisogna partire dalle idee, da un a-priori, ma dall’esperienza e dalla analisi dei fatti esistenziali, si constata e ci si interroga, per sapere chi siamo e chi sia l’ Essere primo. Philippe va alla ricerca di una fondazione ontologica della persona, perché non è il cogito ergo sum cartesiano che può garantire la realtà e il fine della persona umana, ma il giudizio sull’atto di esistere, per cui constato che "questo è" e di conseguenza "io sono" davanti all’Assoluto: adoro ergo sum. Philippe sottolinea come l’affermazione "io sono", riguardante l’essere di Dio, è presente sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, ma vuole rintracciare questo principio anche a livello filosofico. Non c’è opposizione tra il Dio dei credenti e il Dio dei filosofi, perché "l’intelligenza metafisica è capace di diventare teo-logica", ed è in grado di passare dalla scienza, che conosce Essere, Dio come causa del mondo, alla saggezza rivelata, che ci fa conoscere che Dio è amore, causa finale dell’esistere. M. D. Philippe sottolinea come anche in filosofia la causa finale sia più importante della causa efficiente. Dio è l’Essere necessario da contemplare e non una ipotesi matematica da capire: è il Tutt’Altro. L’ analogia che regola queste relazioni, non è una analogia di similitudine ma una analogia di diversità: Dio è buono, ma è diversamente buono. Bisogna distinguere senza separare le certezze della fede e le evidenze della ragione. A livello soprannaturale la persona cristiana vive nella vita del Cristo ad opera dello Spirito Santo, ma a livello naturale resta nella sua identità e nella sua responsabilità individuale. Bisogna risalire il fiume della vita per trovare la sorgente; bisogna cercare la Verità non per possederla, ma per esserne posseduti, Gesù nel Vangelo ci indica la strada.

La teologia di padre M. D. Philippe si innesta sulla riflessione filosofica, parte dalla metafisica, dall’essere, da Colui che è, e giunge ai vertici della mistica, per comprendere e contemplare l’Assoluto, Dio che è Amore. (Piero Viotto)

LE NOZZE DI CANA

A partire dal secondo capitolo, il Vangelo di san Giovanni ci presenta la vita apostolica di Gesù. Giovanni ha voluto situare la scelta degli Apostoli all’inizio della vita apostolica di Gesù, cosa che non si trova nei sinottici, nemmeno in san Luca. C’è qui una precisa intenzione per farci comprendere come Gesù abbia subito associato i suoi Apostoli alla vita apostolica. Anche noi stessi, nel medesimo modo, siamo associati alla vita apostolica di Gesù; certamente essa ci sorpassa infinitamente, ma la nostra vita apostolica non ha altro significato che quella di Gesù. Non siamo noi che "facciamo" la nostra vita apostolica. Ciò che dice Gesù. "La mia dottrina non è mia", noi dovremmo sempre poterlo dire. E’ questo un criterio molto valido. Quando noi incominciamo a dire: "E’ la mia dottrina", c’è qualcosa di inquietante. No, la nostra dottrina non è nostra, essa è del Padre, di Gesù, dello Spirito Santo. Essa è ricevuta dalla tradizione della Chiesa per permetterci di trasmettere questo mistero della dottrina di Gesù.

Tutta la vita apostolica di Gesù, come ci è presentata da san Giovanni, è caratterizzata dai pranzi conviviali. E’ per questo che, a partire da questo Vangelo, bisognerebbe fare la teologia dei pranzi, cosa che sarebbe molto importante, poiché attraverso i pranzi, è il grande mistero dell’Eucarestia, il pranzo per eccellenza, che è presente. Tutti questi pranzi annunciano il mistero dell’Eucarestia. San Giovanni insiste anche, in modo unico, sul mistero della Croce. È per questo che, dottrinalmente, si deve comprendere che il mistero della cena e quello del sacrificio sono il cuore del Vangelo di Giovanni.

"INVITATI ALLE NOZZE DELL’AGNELLO…"

Iniziamo ad entrare nel mistero di Cana cercando di scoprire la ricchezza di questo testo. In seguito cercheremo di "scavare" più profondamente ciò che può significare per noi, ciò che è in realtà per noi, e ciò che lo Spirito Santo vuol farci comprendere.

"Il terzo giorno ci furono le nozze a Cana di Galilea". Non c’è forse qui una piccola delicatezza verso Natanaele che è di Cana? Natanaele aveva fatto resistenza e Gesù va subito a Cana. E’ interessante confrontare questo fatto con il Vangelo di san Luca, che situa l’inizio della vita apostolica di Gesù a Cafarnao. Giovanni mostra che tutto inizia a Cana, perché colui che è di Nazareth non vuole iniziare da Nazareth. Per di più c’è una festa di nozze a cui Maria e Gesù sono stati invitati; questa può essere la ragione più profonda. Gesù ha lasciato Maria per andare nel deserto prima di iniziare la sua vita apostolica; poi ha sceltoi suoi Apostoli e sapendo che Maria è là vuole darle questa grande gioia. E’ una delicatezza del cuore di Gesù che si comprende bene: vuole presentare a Maria i suoi Apostoli, coloro che egli ha scelto, i suoi discepoli, i suoi amici.

"Il terzo giorno…" il che fa una settimana a partire dal momento in cui Gesù è andato da Giovanni Battista, una settimana secondo san Giovanni. Ci sono tre grandi settimane nella Scrittura: la settimana della Creazione, la settimana dell’inizio del Vangelo di san Giovanni, poi la grande settimana, la settimana della Croce, la settimana santa. E’ molto bello, del resto, vedere il parallelismo tra queste tre settimane. Se, dunque, contiamo i giorni di questa settimana a partire dal momento in cui Gesù è venuto da Giovanni Battista (l’inizio della sua vita apostolica, o se si vuole, l’inizio della sua vita pubblica), il terzo giorno corrisponde di fatto al settimo giorno. E’il giorno del riposo, come il settimo giorno della prima settimana era il giorno del riposo del Padre, del Creatore. Questo ci fa comprendere come tutta la vita apostolica di Gesù sia un ricupero, nel riposo della contemplazione, di tutto ciò che è stato fatto e che è distrutto dal peccato. Tutta la vita apostolica di Gesù è una ri-creazione. Nella sua grande misericordia, Egli recupera, come Inviato del Padre, tutto ciò che l’uomo ha rovinato col peccato. C’è qui, sicuramente, come spesso in san Giovanni, un linguaggio misterioso, un linguaggio simbolico che bisogna scoprire. I numeri giocano un grande ruolo nell’Apocalisse e nel Vangelo di san Giovanni, certamente non bisogna prendere i numeri unicamente per loro stessi, ma sono delle indicazioni.

"Il terzo giorno ci furono le nozze a Cana di Galilea…". L’Apocalisse termina con le nozze dell’Agnello. Le nozze che iniziano la vita apostolica di Gesù debbono illuminarci; di fatto, esse rappresentano simbolicamente le nozze dell’Agnello. La nuova Alleanza è un’alleanza nuziale, perché è un’alleanza nella pienezza dell’amore. E’ un’alleanza di misericordia affinché l’amore sia tutto. Si comprende, allora, perché la vita apostolica di Gesù incominci proprio in questo modo. Ma perché i sinottici non hanno riportato questo fatto? Forse era troppo segreto... I sinottici cercano di darci in primo luogo qualcosa che si possa comprendere, ma ci sono altre cose che si possono dire solo in una certa luce. Lo Spirito Santo ha voluto che fosse Giovanni e non i sinottici a rivelarci questo fatto; ora, ogni volta che lo Spirito Santo agisce così è perchè comprendiamo che là c’è un tesoro nascosto.

"C’era la madre di Gesù…" Giovanni sottolinea subito che l’importanza di queste nozze deriva dal fatto che "C’era la madre di Gesù…". Nella luce di Dio è l’elemento principale. Sono nozze che sono state preparate da molto tempo (a quell’epoca, non avveniva con la rapidità dei nostri giorni…). Maria é stata invitata, ed anche Gesù, poiché viveva a Nazareth con sua madre. "C’era la madre di Gesù", è bello notare che Maria continuava la vita come se niente fosse capitato. Tuttavia Gesù era partito e questo fatto deve essere stato molto duro per Maria, ma nello stesso tempo molto importante. Questo fatto, senza dubbio, è stato per lei un tempo di grandi lotte; mentre Gesù è tentato nel deserto, Maria non è forse anche lei tentata nel suo deserto? Ora è invitata a Cana. Le nozze che si celebrano sono quelle di amici in un clima di gioia: Maria non poteva non essere presente.

"Anche Gesù era stato invitato, come pure i suoi discepoli". Si ha dunque un secondo invito- poiché Gesù, di fatto, non viveva più a Nazareth, con sua Madre – e anche i discepoli, che Gesù aveva riunito intorno a sé sono stati invitati, perché si sapeva bene che non sarebbe venuto senza di loro. Gesù non può più separarsi dai suoi discepoli; non può andare alle nozze dicendo loro: "Voi attendetemi, andate qui accanto, vicino al lago, poi io vi raggiungerò". Accadde tutto il contrario, ed è molto bello, perché rivela l’unione di amicizia che si è subito stabilita tra Gesù e i suoi discepoli. Se Giovanni Battista fosse stato invitato non avrebbe accettato e sarebbe rimasto nel deserto; Gesù accetta, ma viene con i suoi discepoli. Anche questo è molto significativo, e Giovanni lo comprende molto meglio perché è stato novizio di Giovanni Battista. Egli sa ciò che rappresenta l’esigenza di Giovanni Battista, rispetto all’esigenza dell’amore dell’Agnello. Quest’ultima è un’esigenza più interiore, che mira più lontano, che è più libera rispetto i condizionamenti umani e che li assume meglio.

"Anche Gesù era stato invitato, come pure i suoi discepoli": egli può dunque presentare i suoi discepoli a Maria. Lui stesso la ritrova, ma su ciò nulla è stato detto. E’ la sobrietà di Giovanni che non racconta mai le emozioni, egli ci dona solo ciò che lo Spirito Santo vuole comunicarci. Ma noi dobbiamo cercare di scoprire tutto ciò che è implicito in questo silenzio, perché il cuore di Cristo resta legato a quello di Maria e reciprocamente. Maria si rallegrò nel vedere i discepoli di suo Figlio.

"Ora, non c’era più vino, perché il vino per le nozze era esaurito". Si tratta di una constatazione. Secondo le usanze di allora, per quanto si possano conoscere, le festività nuziali potevano durare sette giorni; erano grandi feste. Oggi, la maggior parte del tempo di "ottava" della liturgia è scomparso, perché noi viviamo nel secolo della rapidità. Di fatto, queste ottave erano come le vestigia di grandi festività che richiedevano di estendersi nel tempo. Oggi non si sa più "prendersi il proprio tempo", si è troppo occupati, perché domina la ricerca dell’efficacia. L’amore ha bisogno di tempo. Ci vuole del tempo per pregare, ce ne vuole per restare con un amico; l’amore richiede questo. Se si vuole andare troppo in fretta, ci sono cose che non possono essere fatte. L’intelligenza è molto rapida e il cuore è lento, non per pigrizia, ma perché ha il suo proprio ritmo, quello dell’amore.

Si constata allora questo fatto del tutto anormale in un paese dove le nozze sono ben preparate e per di più in un paese produttore di vino: il vino viene a mancare. E’ del tutto anormale, perché un pranzo di nozze deve essere un pranzo festoso e, come dice il salmo, "il vino rallegra il cuore dell’uomo". Quali sono state le cause di questa mancanza? San Giovanni non lo dice. Noi possiamo sicuramente supporle, ma questo non cambia niente. Il fatto è che il vino viene a mancare " il vino per le nozze era esaurito". Giovanni non dice nemmeno in quale momento è capitato; senza dubbio alla fine del pranzo, quando era già molto avanti, come risulta dall’osservazione del capo tavola. Ciò che è sicuro è che a partire da questo momento possiamo constatare nel racconto qualche cosa di anormale e di un po’ caotico. Questo capita spesso nel Vangelo, e quasi sempre quando Gesù è in presenza di Maria. E’ difficile da spiegare, ma ci sono delle cose che non si possono comprendere mettendosi unicamente in una prospettiva umana; ci sono per esempio degli incontri che si possono comprendere solo nella luce della saggezza di Dio. Ed ogni volta che Gesù e Maria si trovano l’uno accanto all’altra, avviene qualcosa di caotico; qui è molto chiaro. Una lettura puramente esteriore di questi fatti può accentuare questo aspetto, ma una lettura più profonda cerca di scoprire l’ordine della saggezza di Dio, che è tanto più manifesta quanto più l’aspetto esteriore è caotico.

LA DOMANDA DI MARIA E LA RISPOSTA DI GESÙ

"Il vino per le nozze era esaurito. La madre di Gesù gli dice: "Non hanno più vino". Bisogna tenere presente che Maria era con i servi. Secondo i costumi del paese, gli uomini sono insieme, dalla loro parte, e le donne sono dalla parte della cucina, esse servono (gli uomini amano essere serviti, è sempre stato così…). La Madre di Gesù era, dunque, con la servitù e si è subito accorta che qualche cosa non andava. Certamente, quando si è servitori e si è incaricati di servire il vino, si desidera che le cose siano ben fatte; a maggior ragione quando si è anche amici. Maria avrebbe potuto in quel momento dirsi: "Io sono un’invitata, stiamo zitti, facciamo finta di non avere visto". Ci sono persone che sono discrete in quel modo, facendo finta di non aver visto nulla, evitando di prendersi delle responsabilità. Maria avrebbe potuto assumere quest’atteggiamento. Essa avrebbe anche potuto assumere un atteggiamento di prudenza. Ci sono delle persone che vedono l’azione della provvidenza anche nelle mancanze: se manca il vino non potrebbe essere un fatto provvidenziale? Il pranzo sarebbe più tranquillo, il che sarebbe bene per Giovanni e Andrea, che sono stati discepoli di Giovanni Battista! E poiché Gesù è là, non stupisce! Maria avrebbe potuto reagire così. Ma questo non sarebbe stato secondo il suo cuore, che è di una generosità unica, che è magnanimo, alla dimensione dell’amore di Dio. Maria ha subito preso nel suo cuore le preoccupazioni dei servi "Non hanno più vino". Ha certamente detto questo in modo discreto a Gesù. Giovanni, senza dubbio, ha sentito, perché probabilmente era vicino a Gesù. Questo non ci è stato detto, ma Giovanni era senza dubbio il più giovane e, a questo titolo, ne aveva in qualche modo diritto.

"La madre di Gesù gli disse <Non hanno più vino> Gesù le rispose <Cosa vuoi da me, donna?>". Questa espressione <Cosa vuoi da me, donna?>" è difficile da tradurre; si tratta di un idiotismo ebraico che, si dice, viene usato per respingere una domanda inopportuna, per cui sarebbe come se Gesù respingesse la domanda di Maria: "Cosa vuoi da me, donna? La mia ora non è ancora venuta". Gesù si rivolge a Maria in un modo del tutto nuovo, mentre lei si era rivolta a lui semplicemente. La domanda è effettivamente molto discreta, ma esteriormente Gesù sembra rifiutare di rispondere: " La mia ora non è ancora venuta", come se Maria avesse fatto un passo falso, con una fretta troppo grande, la fretta della donna. Maria ha un cuore troppo amante per lasciare i servi soli davanti a questo problema. Essa rivolge dunque a Gesù una domanda, che Gesù sembra non comprendere: " La mia ora non è ancora venuta". Ciò che è molto curioso è che Maria, data la sua discrezione, avrebbe dovuto ritirarsi, allontanarsi, e dire umilmente "Mi sono sbagliata". Maria può effettivamente sbagliarsi nelle cose materiali, non avendo l’infallibilità per ciò che è contingente. Ma non ha l’aria di ritirarsi "Fate tutto ciò che vi dirà". Essa coinvolge i servi "nella situazione".

Sembra proprio che l’intervento di Maria sia stato fatto con una grande discrezione. Dopo queste parole con le quali Gesù sembra volere tirarsi indietro"Cosa vuoi da me, donna? La mia ora non è ancora venuta", ci deve essere stato un grande silenzio. Tuttavia Maria prende una seconda iniziativa, dicendo ai servi: "Fate tutto ciò che vi dirà". Maria indica loro che solo Gesù può aiutarli. In seguito il miracolo è raccontato come se, di fatto, Gesù avesse dovuto ritornare sulla sua decisione a causa della domanda (discreta, ma molto netta) di sua Madre e del suo secondo intervento sui servi. Si potrebbe intendere questo dialogo in questa maniera, ma ciò non va bene, questa interpretazione ha qualcosa di molto illogico e senza correlazione, cosa anormale quando si tratta di un tale dialogo. Maria incalza, presenta la sua domanda a Gesù, che sembra non accoglierla. Maria si rivolge ai servitori, poi Gesù compie il miracolo. "C’erano sei giare di pietra destinate ai riti di purificazione dei Giudei. Esse conteneva ciascuna, due o tre misure. Gesù disse ai servi. <Riempite di acqua queste giare!>".

La domanda di Maria sembra, dunque, in definitiva, essere stata efficace, poiché Gesù realizza questo miracolo, molto straordinario, il primo, di trasformare l’acqua in vino. L’apparente disordine di questo racconto nasconde, infatti, un mistero nel quale bisogna cercare di penetrare al di là degli aspetti esteriori. I dialoghi tra Gesù e Maria hanno significati molto più profondi di quanto noi possiamo comprendere. Già un semplice dialogo tra amici è sempre molto difficile da comprendere dal di fuori, perché quando due persone si amano molto dicono in poche parole una quantità di cose, che un testimone esterno non può comprendere. Talvolta si può dire "Queste persone si sono scontrate" perché si è visto dall’esterno un apparente contrasto e non si è compreso cosa si dicevano. Tra Gesù e Maria c’è un tale legame, una tale intimità, che sorpassa effettivamente tutto ciò che noi possiamo comprendere. Ma poiché noi siamo i figli di Maria possiamo, ad opera e nello Spirito Santo, comprendere questi dialoghi; questo ci è donato. Solo i bambini possono penetrare in questi segreti; i servi restano sempre un po’ al di fuori. Se il servo non può penetrare, bisogna che lo faccia il bambino, ne ha diritto. Infatti più c’è caos, più questo nasconde un mistero. "Non gettate le perle ai porci" dirà Gesù.

Cana è molto più caotico di quell’altro incontro tra Gesù e Maria che san Luca ci racconta a proposito del ritrovamento di Gesù nel Tempio. Apparentemente a Cana la risposta di Gesù ha dovuto spezzare il cuore di Maria. Per cercare di comprenderla meglio bisogna entrare in profondità in questa domanda di Maria "Non hanno più vino". Questa domanda può assumere molti significati. C’è sicuramente il semplice significato dell’avvenuta mancanza di vino a queste nozze. Ma per Maria la presenza di Gesù dona a queste nozze un significato molto particolare: ella sa ciò che dicono i libri sapienziali: la Saggezza invita a nozze. Avendo vissuto trent’anni con Gesù, essa ha ricevuto da lui "l’intelligenza delle Scritture". Dopo i dottori della Legge, i primi insegnamenti di Gesù sono stati per Maria, che ha ricevuto questi insegnamenti in maniera unica. Ma Maria, ascoltando tutto ciò che Gesù le diceva, aveva un unico desiderio: che questo insegnamento fosse dato al suo popolo. Maria vedeva bene che il popolo di Israele non aveva più profeti, che era nello smarrimento e non sapeva più dove andare. Tutti gli studi storici contemporanei dimostrano che in quel momento il popolo di Israele era in una situazione particolarmente difficile.

A causa del giogo dei romani vi erano molti compromessi, come capita sovente quando si è sotto il giogo di un nemico potente. Maria, avendo ricevuto questo insegnamento da Gesù, provava un intenso desiderio che ciò che le era stato donato potesse essere donato agli altri. Essa aveva compreso, a partire dal ritrovamento al tempio, che Gesù "era interamente preso dagli interessi del Padre", essa non voleva dunque intromettersi. Ma a Cana incomincia la vita apostolica di Gesù, ed essa lo ritrova a queste nozze. Ecco che, essendo Gesù presente a questa festa di nozze, c’è qualcosa di anormale: viene a mancare il vino. Non è forse la situazione del popolo di Israele: invitato alle nozze della parola di Dio, non c’è più vino? "Le tue parole – dice la sposa del Cantico dei Cantici – sono per me un vino delizioso". La parola di Gesù è per Maria questo vino delizioso poichè essa "spira l’amore" e dunque produce nel più intimo dell’anima una nuova scintilla d’amore, una conversione del cuore. Portatrice di amore, la parola divina genera amore, essa fa nascere nel più intimo del nostro cuore un nuovo amore. Maria vorrebbe dunque che il popolo di Israele ricevesse questo vino.

Per cercare di comprendere questa domanda di Maria, bisognerebbe chiedere allo Spirito Santo l’intonazione del dialogo, perché lo Spirito Santo è "la voce". Questo l’esegesi non può dirlo, solo lo Spirito Santo può farci cogliere l’intonazione. "Essi non hanno più vino"; come Maria avrà pronunciato queste parole? In effetti, la gravità di questa domanda e il suo carattere pressante riguardano sicuramente il vino delle nozze, ma più profondamente il vino della parola di Dio. E per ben comprendere questa domanda bisogna anche vedere come Gesù l’ha ricevuta. Questa domanda non è più quella della Madre di Gesù, ma è quella della donna. "Donna" ecco come Gesù si rivolge a Maria e la considera. Sarebbe insufficiente dire che ìl termine "donna" non ha nulla di ingiurioso e che è dunque normale…Ma bisogna, piuttosto, comprendere (noi ci ritorneremo) come san Giovanni ci mostra Maria, la "Donna", a Cana e alla Croce, poi nella grande visione dell’Apocalisse al capitolo dodicesimo. Gesù, dunque, guarda Maria con uno sguardo nuovo : essa è colei che implora per il suo popolo ed è per questo che è la "Donna". Essa porta nel suo cuore non solamente la miseria dei servi, ma molto di più, la miseria del suo popolo. Essa porta questo nel suo cuore ed essa è donna nella misura con la quale porta questa miseria. La donna è colei che genera e dunque colei che porta la miseria degli altri per generarli alla vita divina.

"Donna, che cosa mi domandi?" Si potrebbe intendere il testo in questo modo; d’altra parte la traduzione deve essere molto flessibile, perché è molto difficile. Ci deve essere stata come un’intonazione angosciata in questa risposta di Gesù. Giovanni, nel suo Vangelo, non ci mostra il mistero dell’Agonia, poiché Luca l’ha raccontata in maniera unica. Il suo racconto, del resto, viene verosimilmente da Giovanni: chi avrebbe informato Giovanni, e dunque Luca, della presenza dell’angelo durante l’Agonia? E’ sicuramente Maria che, avendo vissuto questo mistero, l’ha fatto conoscere a Giovanni, che senza dubbio dormiva in quel momento…Ma Giovanni, racconta qui, questa cosa stupefacente: c’è stato a Cana come un colpo di lancia al cuore di Cristo. Di fatto, dall’inizio della sua vita apostolica Gesù vive l’Agonia, proprio come la Chiesa, in seguito, è sempre in un mistero di agonia. Giovanni ci mostra che ogni volta che Gesù è in presenza della sua ora, egli entra in agonia. Non è forse questo che ci è mostrato qui? "Donna, che cosa mi domandi? Tu non lo sai…". Maria domanda il vino, ma essa non può sapere cosa significhi ciò in maniera ultima. Essa non sa che Gesù viene a portare il vino nuovo che è l’alleanza nel suo sangue. Ecco dunque che la Madre di Gesù, come donna, domanda il vino. Gesù solo sa cosa significhi questa domanda che fa entrare il suo cuore in agonia. Forse può essere proprio là, nel mezzo delle nozze, davanti a Maria, il primo momento dell’Agonia. "Donna, che cosa mi domandi, tu?La mia ora non è ancora venuta". Ancora una volta, ciò può essere inteso in diversi modi, e si comprende come la preghiera di Gesù all’Agonia "Allontana da me questo calice… e tuttavia no". A Cana non si tratta di un rifiuto, ma di una sorta di stupore davanti al fatto che questo avvenga così in fretta. Il ruolo di Maria, il ruolo della donna è sempre quello di affrettare l’ora di Dio.

Questo breve dialogo tra Maria e Gesù ci rivela un nuovo legame tra di loro: nella preghiera che indirizza a Gesù, Maria esercita il suo sacerdozio regale - poiché essa ha la pienezza della grazia cristiana e dunque la pienezza del sacerdozio regale dei fedeli. Ora vivere il sacerdozio regale dei fedeli significa essere responsabile di tutti coloro che sono attorno a noi, uomini della medesima razza come noi, discendenti da Adamo ed Eva. Il sacerdozio regale dei fedeli si esercita nella carità fraterna nella quale siamo responsabili gli uni degli altri. E’ questo che Gesù fa comprendere a Maria chiamandola Donna. Essa non ha dunque, contro ogni apparenza, fatto un passo falso, una domanda inopportuna. Se cerchiamo di scoprire l’ordine della saggezza di Dio implicita in questo passaggio, possiamo comprendere non solamente che non c’è opposizione tra la domanda di Maria e la maniera con cui Gesù la riceve, ma che c’è, al contrario, una profonda continuità.

Quando egli guarda a Maria dicendole "Donna", Gesù ci fa comprendere che vi è un tornante nella vita della Santissima Vergine, tornante che era già stato prefigurato al momento del quinto mistero gaudioso. Ci sono dei legami stretti tra questo mistero e Cana, ci ritorneremo. E’ perché Maria deve cooperare alla sua vita apostolica che Gesù la guarda come la Donna. Non è più la "Madre di Gesù", o, più esattamente, è il prolungamento di questo mistero di maternità. La Madre di Gesù è Maria durante la vita nascosta. Poi Gesù le domanda di entrare profondamente nella sua vita apostolica per essere colei che coopera dall’interno, se così si può dire. Maria non è esterna alla vita apostolica di Gesù, al contrario, essa vi penetra profondamente. Questo spiega la domanda che lei ha fatto a suo Figlio all’inizio, a Cana e bisogna comprendere bene questo legame che ci è rivelato tra colui che è l’Agnello e colei che è la Donna. Ritorneremo su questi due grandi temi, quello dell’Agnello e quello della Donna, che sono legati tra di loro e molto giovannei.

Lo Spirito Santo ha voluto che tutta la vita apostolica di Gesù sia comandata da una domanda della Donna, attraverso questa iniziativa di Maria. E’ lei che per prima chiede a Gesù di intervenire: "Non hanno più vino!". Entriamo qui nel mistero della fretta del cuore di Maria: essa ha sete che tutto ciò che ha ricevuto da Gesù sia donato al suo popolo, perché non può conservare nulla per se sola. Il mistero della Donna forse è questo: essere mediatrice di amore. Ciò che lei ha ricevuto da Dio, una donna non chiede che di poterlo comunicare. Maria ha ricevuto da Gesù, durante i trent’anni della vita nascosta a Nazareth, dei tesori; dal momento in cui all’età di dodici anni egli ha dato i suoi primi insegnamenti ai dottori di Israele, fino alla sua partenza per il deserto, Gesù non ha cessato di insegnare a Maria. Essa ha ricevuto da lui tutti questi tesori e il suo unico desiderio è che essi siano donati al popolo di Israele che non ha più la parola di Dio: "Non hanno più vino!".

Maria non ha fatto passi falsi, essa ha agito come doveva, con la semplicità e il fervore del suo cuore. Gesù da alla sua domanda una nuova profondità, perché tra lui e Maria c’è sempre quell’abisso che esiste tra Dio e la sua creatura, per santa che sia. Maria resta una creatura e Gesù riceve la sua domanda secondo una profondità che lei non poteva supporre. C’è certamente la premura di Maria, ma Gesù la coinvolge in qualcosa di nuovo, in ciò che chiama la "sua ora": "Cosa vuoi tu, che cosa mi domandi, Donna?". Anche qui bisogna chiedere allo Spirito Santo l’intonazione di questa risposta. Gesù non ha risposto con un rimprovero, ma, al contrario, ha manifestato la recettività del suo cuore. Il cuore di Gesù, durante l’Agonia, sarà infinitamente recettivo: egli è l’Agnello che "toglie i peccati del mondo", il capro espiatorio che porta i peccati del suo popolo. "Donna, che cosa mi domandi?" è il primo grido di questo Agnello, nel momento in cui entra nel suo proprio mistero che è quello di portare tutti i peccati del mondo. Egli deve, nel più intimo del suo cuore, portare l’iniquità del mondo. Se Gesù risponde "La mia ora non è ancora venuta" non è perché voglia evitarla, ma perché questa ora è anticipata. Gesù non è ancora, se si può dire, "accostumato", non è ancora in connaturalità con l’ora della Croce. Il cuore di Cristo – è il cuore di un Dio, ma che resta un cuore umano – deve familiarizzarsi in qualche modo con la sua ora. Non c’è da meravigliarsi dunque che ci sia un momento di spavento in presenza di colei che è la Donna e che gli domanda del vino; perché per Gesù questo vino nuovo è il suo sangue donato in totalità. Così il primo momento dell’Agonia ha luogo in presenza di Maria. Questo non deve forse chiarirci sull’Agonia raccontata da san Luca? Come sempre, Giovanni ci aiuta a comprendere Luca, perché ci dona una luce che Luca non da.

"La mia ora non è ancora venuta". Dopo queste parole ci deve essere stato un grande silenzio che ha unito profondamente il cuore di Cristo a quello di Maria. Lei ha compreso che Gesù assumeva tutto nel suo cuore, che egli aveva ricevuto tutto. Si comprende allora come Maria abbia potuto in seguito rivolgersi verso i servi, perché era sicura del cuore di suo Figlio, poteva giocare questo doppio ruolo di mediazione. C’è prima di tutto la mediazione nei confronti della servitù: Maria presenta a Gesù le loro miserie. Costoro non avrebbero osato, di loro iniziativa, rivolgersi a Gesù; del resto, non sapevano chi fosse. Nemmeno il popolo di Israele sapeva chi era Gesù. Maria presenta la miseria dei servi e quella del popolo di Israele a Gesù perché ella le porta nel suo cuore. E’ lei che deposita nel cuore dell’Agnello la miseria del mondo; è questo il suo ruolo di mediazione di amore. C’è in seguito la mediazione che le permette di unire i servi a Gesù: "Fate tutto quello che egli vi dirà". Maria è la Regina della servitù, perché è essa stessa una serva; è per questo che può dare quest’ordine imperativo. E se essi non avessero ricevuto questo ordine imperativo, i servi non avrebbero ubbidito. Quando siano di fronte ad un ordine imperativo davanti al quale abbiamo voglia di schivarlo, perché è un ordine un po’ troppo imperativo e perché siamo trattati veramente troppo da novizi, ricordiamoci di questa parola della Santa Vergine che ci aiuta ad ubbidire. Possiamo vivere l’ubbidienza solo con lei. E’ sempre una madre che insegna ai fanciulli ad ubbidire: "Fate tutto quello che egli vi dirà". E’ molto imperativo. Se noi avessimo sempre questa parola di Maria nel nostro cuore, se noi la riceviamo ogni giorno da lei, la nostra obbedienza sarà molto più facile o meglio molto più semplice, perché ci sarebbe proprio questa presenza di Maria che ci farà comprendere che bisogna andare avanti.

A partire da qui si realizza il primo miracolo che san Giovanni dice essere il "primo segno". "C’erano sei giare di pietra destinate ai riti di purificazione dei Giudei". Giovanni sottolinea questo particolare che non è del tutto trascurabile perché, normalmente, queste giare di pietra non avrebbero dovuto servire in quel momento, essendo esse destinate solo ai riti di purificazione dei Giudei. "Ciascuna conteneva due o tre misure", poichè una misura di circa quaranta litri, in totale doveva fare da cinque a sei ettolitri. . "Gesù disse ai servi. <Riempite di acqua queste giare!>" .Gesù avrebbe potuto dare una benedizione, sarebbe stato sufficiente. Ma ha voluto che la sua vita apostolica fosse incorniciata dalla domanda della Donna e dall’obbedienza dei servi. Per fortuna i servi sono felicemente avvolti dalla preghiera della Donna – Maria li ha presi sotto la sua protezione – perché l’ordine che Gesù impartisce loro è veramente molto imperativo! Quando si dice che Gesù nella sua vita apostolica non impartisce degli ordini, bisogna ricordarsi di queste parole: "Riempite di acqua queste giare!". Si possono dare ordini a delle persone che sono piene di buona volontà, come è il caso di questi servitori. Ma quando le persone non hanno più questa buona volontà, non si osa più esercitare l’autorità. La carenza di autorità può anche dipendere dalla presenza di servi che vogliono essere maestri, di modo che non si può più dar loro degli ordini imperativi. Gesù può dare quest’ordine imperativo perché ha da fare con dei servi che sono avvolti dalla preghiera di Maria. Se Maria non fosse stata là presente, senza dubbio avrebbero risposto: "Come! No, queste giare non sono fatte per il vino. Esse non sono fatte per la festa, ma per i riti di purificazione".Gesù supera le convenzioni rituali – coloro che sono troppo fissati sui riti non lo dovrebbero mai dimenticare "Gesù disse ai servi. <Riempite di acqua queste giare!>. Essi le riempirono fino all’orlo". E’ meravigliosa come obbedienza! Non si sarebbe potuto fare meglio.

In seguito c’è il secondo ordine di Cristo, che va molto più lontano del primo. "Ora attingete –disse loro – e portatene al maestro di tavola". Qui, veramente, si va molto più lontano: che cosa avrebbe potuto dire il maestro di tavola se gli avessero portato l’acqua contenuta nelle giare? Talvolta Gesù da degli ordini imperativi che vanno molto lontano – e i servitori obbedirono "Essi ne portarono". Sempre, dunque, la medesima obbedienza. Giovanni non ci dice quando il miracolo si è compiuto. Può darsi che si sia compiuto quando i servitori hanno versato l’acqua? Può darsi che allora abbiano detto: "Ah è del vino! Che meraviglia!". Ma è più verosimile che Gesù abbia chiesto loro due atti eroici di obbedienza.

"Il maestro di tavola gustò l’acqua cambiata in vino. Poiché ne ignorava la provenienza, mentre in servi la conoscevano…".Ecco il privilegio dell’obbedienza: essa ci rende testimoni dei miracoli di Cristo. Se si è veramente obbedienti e si è servitori di Dio, si è i primi testimoni. Il maestro, lui, non si è accorto di nulla. "Il maestro di tavola gustò l’acqua cambiata in vino. Poiché ne ignorava la provenienza, mentre in servi la conoscevano, essi che avevano attinto acqua…". Questo la dice lunga: i servitori lo sapevano perché avevano lavorato. "Il maestro di tavola chiamò lo sposo e gli disse <Tutti servono da principio il buon vino e quando la gente è un po’ brilla il meno buono>". Al di là di tutte le convenzioni particolari ci sono cose che non cambiano: i principi metafisici e il buon senso dell’umanità... Bisogna dirlo a coloro che pretendono che "tutto cambi"; questo prova che c’è una quantità di cose, nel cuore dell’uomo e nella sua intelligenza, che non cambiano. E’ bello ascoltare, all’inizio della vita apostolica di Gesù, la proclamazione molto forte e molto semplice di questo maestro di tavola, che parla da competente: "Tutti servono da principio il buon vino e quando la gente è un po’ brilla il meno buono, Tu hai conservato il buon vino fino ad ora ". Sant’Agostino, commentando questo passo, lo considera, a giusto titolo, nella luce della Croce; è effettivamente in questa luce che dobbiamo comprendere questo primo momento della vita apostolica di Gesù. Il buon vino è il sangue di Gesù, è la nuova Alleanza. La prima Alleanza era buona, era il dono della parola di Dio, ma non era ancora il compimento e la pienezza, perché è il mistero della Croce che ci mette in presenza della pienezza. E’ per questo che Cana si situa all’inizio della vita apostolica di Gesù, tutta intera legata al mistero della Croce.

 

QUESTO MIRACOLO E’ UN SEGNO

"Questo fu il primo dei segni di Gesù. Lo ha compiuto a Cana di Galilea, Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui". Questo miracolo è un segno. C’è qui un linguaggio giovanneo molto importante, perché ci fa comprendere che non bisogna guardare il miracolo per se stesso, ma vederlo come un segno. Si può cogliere il significato pieno del miracolo solo guardando ciò di cui è segno. Il miracolo è come una parabola, non si può comprenderlo direttamente per se stesso, perché porta verso qualche cosa di più grande di lui. Ciò fa parte dell’insegnamento di Cristo che, attraverso tutto, ci conduce sempre verso qualcosa di infinitamente più grande. Finché non si è nella visione beatifica, si ha sempre bisogno di segni ed è questo il senso dei sacramenti, questi segni divini che ci aiutano a penetrare nel mistero. Così, nella supplica di Maria "Non hanno più vino" possiamo cogliere il ruolo della Donna presso la Croce; comprendiamo allora il ruolo di mediazione di Maria e come Maria prenda Giovanni nel suo cuore per permettergli di aderire pienamente alla volontà del Padre su di lui e sulla Chiesa. Comprendiamo inoltre come, attraverso il cambiamento dell’acqua in vino, Cana annunci questa nuova alleanza nel sangue di Cristo. L’acqua rappresenta la buona volontà degli uomini, ed è l’unica cosa che Gesù ci domandi : una buona volontà, un’ubbidienza di servitori. Può allora cambiare l’amore umano in un amore divino, trasformare il nostro cuore nel suo cuore.

Fin dall’inizio della vita apostolica di Gesù, si ha dunque questo primo gesto di Gesù, questo primo segno, interamente ordinato alla Croce. Solo la saggezza divina della Croce ci permette di comprendere veramente il senso di questo primo momento. Inoltre abbiamo bisogno di Cana per comprendere la Croce, perché Cana ci mostra che la Croce è un mistero di nozze. E’, al di là della sofferenza, un mistero di gioia. Noi vediamo soprattutto la sofferenza, il fallimento, mentre, più profondamente è un mistero in cui Gesù è sorgente di vita e di amore e in cui ricapitola tutto in sé. D’altra parte è ciò che Giovanni sottolinea "Tale fu il primo segno di Gesù. L’ha compiuto a Cana di Galilea. Così manifestò la sua gloria". Il mistero della Croce, per Giovanni, è un mistero di gloria, perché è il mistero della comunicazione dell’amore. Gesù sulla Croce glorifica il Padre ed è glorificato da lui. Comprendiamo, dunque, come Cana è il primo momento della manifestazione della sua gloria: "Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui".

"Dopo, egli discese a Cafarnao, lui, sua madre e i suoi discepoli, e si fermarono un po’ di giorni". Giovanni non ci dice qui nulla di Cafarnao, lascia questo agli altri Evangelisti; ma questo piccolo passaggio è importante perché ci mostra che Maria non è tornata a Nazareth: per seguire Gesù essa ha preso un altro cammino. Giovanni sottolinea che essa l’ha subito accompagnato nella sua vita apostolica. Ci sono state in seguito le "sante donne", ma Maria è stata la prima. Giovanni non dice altro, ma è sufficiente. Ci sono dei misteri che debbono restare nascosti affinché "colui che può comprendere, comprenda".

LA PREGHIERA

San Tommaso, quando commenta questo passo nel suo Commento al Vangelo di san Giovanni, lo fa da teologo contemplativo, cioè mettendo tutto il suo rigore dottrinale al servizio di una lettura contemplativa della Scrittura, per esplicitarne il senso "mistico". La mistica di san Tommaso è difficile da comprendere perché non siamo abituati ad un tale sguardo. Spesso abbiamo perso il senso mistico della Scrittura, mentre siamo troppo attenti al senso letterale, anche se, talvolta, lo comprendiamo malissimo. Per san Tommaso il senso mistico è giustamente il senso ultimo, perché la parola di Dio è ordinata all’amore. Essa deve infondere nel cuore dei santi un nuovo amore. Questo senso mistico è, dunque, in un certo modo relativo alla finalità. Questo deve aiutarci a comprendere ciò che Cana deve essere per noi. San Tommaso non esita a dire – ed è senza dubbio la trovata di un santo che commenta san Giovanni – che le nozze di Cana, intese in senso mistico, rappresentano il mistero della preghiera, il mistero dell’incontro con Gesù. La prima cosa che Gesù ci insegna sarebbe dunque la preghiera. Non è stupefacente che il primo momento della vocazione cristiana sia seguire "l’Agnello, ovunque va". Il mistero della preghiera è il mistero delle nozze della nostra anima con Gesù. E’ bene ricordare che quando andiamo a pregare noi andiamo a delle nozze. Allora, non c’è bisogno di aspettare che suoni la campana. Si va "in tutta fretta", poiché è un mistero di nozze. "In senso mistico – ci dice san Tommaso – le nozze significano l’unione di Cristo e della Chiesa". E l’orazione, mistero di nozze, è la trasformazione del nostro cuore nel cuore di Cristo. E’, sotto il soffio dello Spirito Santo, l’esercizio più divino della carità che consiste nell’essere uno con Gesù, con l’Agnello, con il suo cuore. Se noi amiamo, vogliamo andare subito all’essenziale, e l’essenziale è che il nostro cuore sia uno con il cuore di Gesù. Noi apportiamo all’orazione l’acqua, la nostra buona volontà e Gesù la trasforma. E’ lui che realizza questo mistero di unità perché noi non possiamo, da noi stessi, "fare orazione". Da noi stessi possiamo meditare, da buoni servitori; ma entrare nell’orazione, vivere dell’orazione, noi non possiamo farlo da noi stessi. Tuttavia egli ci chiede la nostra buona volontà, ci domanda che le giare siano riempite "fino all’orlo", cioè che la nostra buona volontà sia totale e che abbiamo il desiderio di rimettere tutto a Gesù. Egli può allora trasformare la nostra buona volontà nel suo amore. Come è semplice! Ma anche, quale audacia da parte del teologo, di affermare che il mistero dell’orazione è sempre un mistero di nozze, il fidanzamento della nostra anima con Gesù!

San Tommaso aggiunge - si tratta di una piccola osservazione molto importante – che Maria sempre invitata…anche se noi non la invitiamo. Certamente è bene invitarla, ma appena qualcuno desidera fare orazione, Maria è presente. Come potrebbe non esserlo, lei che ha un tale desiderio di vedere la nostra anima orientarsi verso il cuore dell’Agnello? Maria vorrebbe talmente che noi entrassimo nei desideri più profondi del cuore di Cristo, che lei è sempre là. San Tommaso aggiunge che Maria ha un ruolo da giocare, se noi la lasciamo fare, e soprattutto se noi glielo chiediamo: essa ci unisce a Cristo, essa affretta l’ora di Cristo. Se conosciamo un poco la dottrina di san Luigi Maria Grignon de Montfort vediamo che essa è nella linea di san Tommaso. Grignon de Montfort riprende in altra maniera ciò che dice san Tommaso; non lo cita, ma sono due santi che si incontrano profondamente quando parlano del ruolo di Maria (e san Grignon de Montfort era legato all’ordine di san Domenico – era terziario – non dobbiamo dimenticarlo).

Maria è dunque invitata per sollecitare l’ora di Cristo e per unirci a lui, perché siamo tutti indegni dell’orazione e della contemplazione. Non diciamo: "Io non sono degno dell’orazione, non sono degno della contemplazione". E’ del tutto una sciocchezza, perché nessuno tra di noi ne è degno. Siamo a mala pena dei servitori, e non è già male. Abbiamo una buona volontà, cerchiamo di riempire di acqua le brocche e, per quanto è possibile, di riempirle fino all’orlo. Ecco ciò che facciamo. Siamo capaci di fare questo. Ma Gesù vuole qualcosa di più grande: egli vuole che noi entriamo nella sua intimità. Maria ci sollecita ed è per questo che presenta la nostra anima a Gesù, che ci porta a Gesù al fine di introdurci nella sua intimità. E’ questa la fretta della Madre, nel suo desiderio di farci penetrare subito nel mistero di Cristo, nel mistero del suo amore. San Tommaso aggiunge che Maria a Cana è "consigliera di nozze". E’ una bellissima espressione ed è il solo luogo in cui San Tommaso la usa. Bisogna comprendere qui "consigliera" nel senso più forte, come colei che coopera a queste nozze di amore con il Cristo. Tutto il ruolo materno di Maria su di noi è, qui, presente, perché il suo più grande desiderio è che il nostro cuore sia cambiato nel cuore di Cristo. E’ l’unico desiderio del suo cuore. Se essa vede nel nostro cuore un certo desiderio, una buona volontà – se, per esempio, ci alziamo un po’ prima per prenderci un tempo per l’orazione – allora essa è là per avvolgerci nel suo amore.

Non c’è dunque un "metodo" per l’orazione, ma c’è la presenza di Maria, che è come il luogo divino nel quale noi possiamo fare orazione. E’ lei che ci prende per introdurci nell’intimità di Gesù. Grazie a lei è molto più semplice e più rapido, perché Gesù è particolarmente attento ai suoi desideri e alla sua preghiera. Maria non cessa di pregare Gesù per noi, al fine di introdurci nell’intimità del cuore di suo Figlio. Bisogna dunque frequentemente invocarla come "consigliera di nozze", Consiliatrix nuptiarum, perché è lei che deve aiutarci ad andare più in fretta e soprattutto a conservare sempre in noi questa sete di orazione. Lo scetticismo di Sara è vinto dalla maternità divina di Maria, ora questo scetticismo può sorgere in noi quando siamo nell’aridità o quando abbiamo tanto lavoro che ci sommerge. Cominciamo allora a dire: "E’ impossibile, non è fatto per noi" e abbandoniamo l’orazione. Questo può capitare, perché il demonio fa tutto quello che può per distrarci dall’orazione: è la sua grande vittoria. E’ per questo che Maria, al contrario, ci spinge costantemente a tornare all’orazione, ce lo ricorda sempre. Se lo scetticismo di Sara germina in noi, dobbiamo comprendere che per Maria non abbiano età. Ci sono sempre gli operai dell’undicesima ora, anche nel campo dell’orazione. La Santissima Vergine può, in un istante, recuperare tutto il tempo perduto e introdurci in una grandissima intimità, un’ intimità che può essere riservata ai piccoli ultimi. Noi siamo, forse, questi piccoli ultimi, ma lo sapremo solo in seguito. Ciò che noi possiamo è sperare e credere che noi lo siamo, ed molto più sicuro… perché se attendiamo di vedere i risultati, gli "avvenimenti", non li vedremo! E’ meglio riconoscere che noi non sappiamo. E perché non lo sappiamo? Perché accettiamo di considerarci tutti come i piccoli ultimi. Questo è sempre vero nella visione di Dio, perché l’eternità è al di là del tempo; ma per quel che ci riguarda oggi, dobbiamo considerarci come i piccoli beniamini della Chiesa, quelli della seconda parte del XXmo secolo. Dobbiamo vivere questa seconda parte del XXmo secolo comprendendo che siamo, può darsi, nelle ultime lotte, che sono le più difficili. Se noi siamo questi piccoli ultimi, Maria deve avere una fretta particolare a questo riguardo, perché lei sa che i beniamini sono fragili, che essi sono deboli, e per di più disorientati. Essa sa bene che c’è in noi ogni sorta di debolezza, ma non è mai questo che ella guarda, lei non guarda che la nostra buona volontà, unicamente la nostra buona volontà.