C. M. MARTINI
LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO
ALLA LUCE DEL TABOR
Un corso di esercizi spirituali
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Rizzoli, 2004

Introduzione

I MEDITAZIONE: Essere e tempo

VII MEDITAZIONE: Le dimensioni della trasformazione battesimale

II MEDITAZIONE: «Salì sul monte a pregare»

VIII MEDITAZIONE: La trasformazione eucaristica

III MEDITAZIONE: Le tentazioni del monte

IX MEDITAZIONE: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo

IV MEDITAZIONE: Le tentazioni della pianura

X MEDITAZIONE: Il silenzio del Padre

V MEDITAZIONE: La trasformazione di Gesù

XI MEDITAZIONE: Gesù umiliato

VI MEDITAZIONE: La trasformazione battesimale

XII MEDITAZIONE: Sotto il segno dell’amore

OMELIE

IX MEDITAZIONE

Conoscere intimamente Gesù
per seguirlo

 

La meditazione odierna si compone di due parti, indicate nel titolo: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo. Ci proponiamo di riflettere dapprima sulla sequela, partendo dalla parola «ascoltatelo!». E’ una parola chiave nel racconto della Trasfigurazione e riportata identicamente dai sinottici.

Noi abbiamo già ascoltato Gesù nelle precedenti meditazioni. L’abbiamo ascoltato per esempio nel Discorso della montagna, là dove ci ha parlato della trasformazione etica del cristiano, che tende alla trasformazione mistica (identificarsi con lui, essere come lui) e a quella escatologica (vederlo in eterno come egli è). Serbiamo inoltre nel cuore la parola particolarmente forte e intensa dell'istituzione dell'Eucaristia.

Questo però non esaurisce il parlare di Gesù, che non è solo, diciamo cosi, generale - nel Discorso della montagna mette sul tavolo precetti, consigli che tutti sono chiamati a seguire (beati i poveri, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del domani). Oltre a queste parole, importantissime perché danno il quadro della vita battesimale, ne pronuncia di personali, per interpellare e scuotere ciascuno di noi, parole dette a me e a nessun altro. Ogni persona, infatti, ha una chiamata, una vocazione, una missione, un compito preciso.

«Seguimi!»

Possiamo allora richiamare alcune parole, che si riassumono nell'invito «seguimi!», e segnano l'esistenza, cambiano la vita delle persone a cui sono rivolte.

* Anzitutto il testo di Mc 1, 16-20: «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, mentre Rassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono».

* Notiamo che in Mc 2, 13-14 Gesù dà degli insegnamenti generali: «Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava». Ma subito dopo ascoltiamo una parola specifica: «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Egli, alzatosi, lo seguì».

* Le chiamate personali di Gesù non sono tuttavia sempre accolte immediatamente. Possono incontrare resistenza - come del resto incontra resistenza il Discorso della montagna -, ed è normale. Per esempio in Mt 8, 21-22 uno dei discepoli dice a Gesù: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre» e si sente rispondere: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti». E’ una frase molto forte e il discepolo capisce che il suo buon proposito si scontra con le esigenze della sequela.

Ancora, in Lc 9, 61-62: «Un altro disse: "Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa". Ma Gesù gli rispose: "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio"».

Dunque ci sono delle resistenze, e talora occorrono anni per decidersi ad accogliere la chiamata del Signore.

Il giovane ricco

Il «seguimi» può addirittura incontrare un rifiuto, come accade nel racconto del giovane ricco (Mc 10, 17-22 e paralleli).

Egli pone al Maestro, mettendosi in ginocchio pieno di rispetto, una prima domanda sincera che nasce da una retta visione di fede: «Maestro buono, che devo fare per avere la vita eterna?». C'è in lui una disponibilità, un'apertura molto grande. Non è una persona qualunque, ha una grande rettitudine, sente l'esigenza del cuore umano di relazionarsi in maniera profonda con la verità di Dio.

Gesù gli risponde di osservare i comandamenti (cf v. 19). E il giovane replica: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» (v. 20). Gesù, allora, «fissatolo, lo amò»: lo amava anche prima, ma qui esprime quell'amore personale che riflette l'infinito amore di Dio per ciascuno di noi. Per questo gli chiede una missione nuova: «Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi» (v. 2 1).

Il giovane comprende benissimo che gli viene affidato un compito, che gli è chiesto non soltanto di dare quello che ha ai poveri, ma di condividere la sorte del Maestro, la sua vita di predicatore itinerante, contestato e respinto. L’invito di Gesù lo sconvolge e «se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni» (v. 22). Avrebbe potuto dire: «Ci penserò, rifletterò»; oppure: «Dammi la forza di seguire questa tua parola». Invece si chiude in se stesso perché ha molti beni. Quindi la tristezza ha invaso il suo cuore; ha intuito che, nonostante l'amore con cui Gesù l'ha fissato, egli non riesce a giocarsi per paura, per viltà, per pigrizia.

E’ un episodio drammatico che ci fa pensare. Ciascuno di noi ha molti beni, anche se non ha un conto in banca: sono i talenti che vorremmo esprimere, i progetti che facciamo, le amicizie, e, al fondo, la nostra autonomia, il voler disporre liberamente di noi stessi. Quando Gesù ci chiede di obbedire alla sua parola, tutto è messo in gioco, non per essere buttato a mare, ma per venire valorizzato nell'obbedienza alla parola dei Signore.

Domandiamo a Gesù la grazia di comprendere fino in fondo la serietà della parola con cui ci interpella.

Il paradosso del non-evento

Nella seconda parte di questa meditazione cerchiamo di scoprire qual è il segreto che permette di mettersi in gioco nella sequela di Gesù.

Scrive sant'Ignazio nella seconda Settimana degli Esercizi, prima di iniziare le meditazioni sui diversi misteri della vita del Signore: «Chiedere di conoscere intimamente il Signore, perché lo ami e lo segua di più» (n. 104).

E’ la «conoscenza intima» di Gesù che ci abilita a seguirlo, e tale conoscenza nasce dalla contemplazione prolungata e amorosa della sua esistenza fra noi. Purtroppo non possiamo ripercorrerla lungo tutto l'arco del suo svolgersi. Ho scelto allora di fermarmi con voi su un tempo che mi sembra parlare in modo particolare alla nostra quotidianità: i trent'anni della vita di Gesù a Nazaret.

Collocheremo ancora una volta la nostra contemplazione nella sfera di quella luce del Tabor che è il centro irradiante dei nostri esercizi - in relazione ad essa abbiamo già letto episodi evangelici fondamentali, come il battesimo di Gesù e il Discorso della montagna -, cosi come faremo nelle successive meditazioni, guardando Gesù nella sua passione (la terza Settimana degli Esercizi) e nella sua gloria di Risorto.

Due sono gli eventi legati a Nazaret. Il primo è l'incarnazione del Verbo, l'evento nel quale l'Essere si fa storia e che dà senso a tutta la storia umana. Il secondo evento di Nazaret è il non-evento, ossia il fatto che per trent'anni non succede nulla. Se il primo è certamente straordinario, il secondo ci interpella in maniera molto forte, perché tocca da vicino la nostra vita quotidiana.

Spesso, almeno finché abbiamo buona salute e lavoriamo, ci sentiamo incalzati da occupazioni e urgenze che a nostro parere sono importanti. Il tempo non basta mai. Se però guardiamo la vita di Gesù a Nazaret cercandovi fatti o azioni di qualche rilievo, essa ci può apparire insignificante, una vita in cui non si sa come arrivare a sera, in cui il tempo non passa mai. Nasce dunque la domanda: come armonizzare il tempo nella sua duplice valenza: il «tempo che non basta mai» e quello «che non passa mai»? E soprattutto: quale senso dare al tempo «che non passa mai», un'esperienza che anche a noi può capitare di vivere?

Vi propongo allora di contemplare lo scorrere dei giorni a Nazaret, guardando, ascoltando, mescolandosi alla vita, sentendo i rumori, i suoni, gli odori, le luci e i colori, come insegna sant'Ignazio.

Tre i momenti di riflessione: i personaggi, i testi biblici (pochi ma significativi), i nostri atteggiamenti.

I personaggi. Contempliamo anzitutto Maria e domandiamole in preghiera: «Tu, o Maria, che hai vissuto l'oscurità senza eventi di Nazaret, aiutaci a comprendere come l'hai vissuta giorno dopo giorno, ora dopo ora».

La vediamo mentre guarda con riverenza amorosa il Figlio; è il suo segreto, non conosciuto da molti, e vi si immerge senza aspettarsi nulla. Come una madre gioisce per il bambino che cresce, ella guarda il suo Figlio, che è portatore del mistero divino.

Quindi Maria contempla serenamente, tranquillamente, senza nervosismo, senza fretta, e attende, perché sa che qualcosa accadrà. Certamente prega molto, sia nei momenti dedicati alla preghiera sia mentre lavora; prega che venga il regno di Dio, prega ripetendo le parole del Magnificat e, pur se non le vede avverarsi, le ripete perché vive di fede.

Utilizzando un'espressione psicologica, possiamo dire che è presente al presente: vive il presente con semplicità, abbandono, senza pretese e senza lamenti. Non chiede nemmeno al Signore: fino a quando? Aspetta con attesa amorevole, godendo di quel piccolo e grande presente che ha: Gesù, il suo sposo, le sue occupazioni quotidiane. Il suo vivere così è già regno di Dio, salvezza in atto.

Contempliamo inoltre Maria evocando due testi del Vangelo. Dopo i racconti della natività a Betlemme, Luca annota: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (2, 19). Continua a osservare, conservare, meditare. E in 2,51 Luca ripete che, dopo il ritorno a Nazaret dal pellegrinaggio a Gerusalemme, la madre di Gesù «serbava tutte queste cose nel suo cuore». Non capisce del tutto gli eventi, ma li accetta.

Il secondo personaggio da contemplare è Giuseppe,uomo giusto, per il quale la volontà di Dio era sempre la norma, e uomo pio. Prega diverse volte al giorno secondo l'uso di ogni buon ebreo; lavora a Nazaret e probabilmente anche fuori. Ci sembra di vederlo mentre va avanti e indietro per costruire la cittadina di Sefforis, distante da Nazaret sei chilometri.

Compie insomma azioni semplicissime: prega, insegna il lavoro a Gesù, si affatica come tutti i carpentieri.

Anche Gesù vive così: prega nelle ore previste dalla tradizione ebraica, nella sinagoga al sabato e nelle festività; lavora, e il suo tempo non gli sembra sprecato in un'attività priva di significato pastorale ed evangelizzatore; obbedisce e, sicuramente, attende un segno. Noi siamo sconcertati al pensiero che non gli sia dato alcun segno nell'età in cui di solito si prendono decisioni importanti. Di fatto ci vorranno anni prima che giunga il segno della predicazione del Battista. Finché non viene, sta in pace.

Naturalmente non è del tutto monotona la vita del villaggio di Nazaret. Gesù vive le diverse esperienze della quotidianità: quella dei giorno e della notte, con la varietà delle luci, delle occupazioni, degli incontri; quella delle stagioni, con le differenze di vita che comportano; quella degli eventi locali - nascite, matrimoni, amicizie, malattie, funerali -; quella dei tempi sacri con i pellegrinaggi a Gerusalemme.

Vive dentro l'esistenza quotidiana nei suoi tempi e nei suoi spazi e la accetta.

I testi. Ricordo due testi del vangelo di Luca: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (2, 40); «Tornò a Nazaret e stava loro sottomesso [... ]. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (2, 51-52).

Interessante questo crescendo molto semplice, molto naturale e spontaneo.

Cresceva in sapienza presso gli uomini. E’ ragionevole immaginare che a Nazaret fosse stimato sempre più come un saggio, a cui si poteva ricorrere per consiglio, dal momento che sapeva dire le parole giuste. Soprattutto cresceva in sapienza di Dio, nel senso che imparava a cogliere la presenza di Dio in tutti gli eventi, e ciò anche grazie alla lettura regolare delle Scritture.

Cresceva in età. Strana questa annotazione, perché è abbastanza ovvia. A mio giudizio, l'evangelista vuole indicare che la giornata di Gesù aveva un senso. Cresceva davanti agli uomini, che vedevano il valore della sua vita, la sua bellezza. la sua umiltà e semplicità. Cresceva davanti a Dio, in quanto camminava verso il tempo stabilito, verso la pienezza del tempo, attendendolo con pazienza.

Cresceva in grazia. Davanti agli uomini, agli occhi dei quali diventava via via più amabile per le opere buone che compiva. Davanti a Dio, perché faceva sempre il suo beneplacito; cresceva quindi in grazia e in amore.

I testi aggiungono: «Era sottomesso», a dire che riconosceva le istituzioni umane, le rispettava, le onorava senza pretendere nessun privilegio.

Sarebbe bello interrogare Gesù, stando con lui in preghiera sul Tabor: come leggi ora quei trent’anni di esperienza così monotona e solitaria? Forse risponderebbe: sono lieto di avere vissuto quei trent'anni nei quali ho meditato a lungo sulla religiosità e sulla vita.

Di fatto molti discorsi pronunciati da lui più tardi sono probabilmente da riferirsi alle sue riflessioni ed esperienze giovanili, quando contemplava la natura, osservava gli eventi familiari e quelli sociali. penetrandoli con occhio amoroso e sagace.

Erano dunque anni di preparazione, non tempi morti. Pur se non aveva fretta di esprimersi, valutava tutto in silenzio: eccessivo peso delle osservanze esteriori, formalità nell'osservanza della Legge, fatica della gente, distanza dei farisei dal popolo, il valore della misericordia, della fedeltà, del perdono rispetto alle pratiche religiose esterne.

I nostri atteggiamenti. Infine sottolineo quattro atteggiamenti che, a partire dalla sua esperienza a Nazaret, Gesù sembra raccomandarci.

- Il primo è quello della presenza al presente. Noi siamo sovente protesi al futuro, a quanto verrà. Talora è necessario, e tuttavia l'ansietà per il domani non deve mai distoglierci dal presente, che allora può anche essere luogo di serena programmazione. C'è un imperativo molto saggio e ricco di contenuto nell'Imitazione di Cristo: «Age quod agis!». Scrivi, canta, leggi, mangia, gemi, prega, ma fa’ ciò che fai. E’ una ricetta di salute psichica, e sappiamo che gran parte delle nevrosi hanno origine dal non sapersi concentrare sul presente, rimuginando continuamente su ciò che è stato e su ciò che sarà.

Gesù stesso esorta a non affannarci per il domani perché a ogni giorno basta il suo affanno (cf Mt 7, 34). A Nazaret egli ha vissuto tale atteggiamento nell'abbandono totale all'ora dopo ora, al minuto dopo minuto, spogliandosi di ogni preoccupazione. Era infatti libero da tutto, anche se le ansietà sul futuro avrebbero potuto, almeno esteriormente, tentarlo: che cosa mai aspetti? Buttati, fatti valere.

Gesù vive nel silenzio la presenza al presente con pienezza e non con rimpianto.

- Il secondo atteggiamento è l'attesa serena. Siamo sempre in attesa di qualche cosa, dal momento che il nostro presente è aperto sull'avvenire, non chiuso in se stesso. Si tratterà di eventi o cambiamenti che desideriamo per la nostra vita o che dovremo affrontare; l'importante è saper attendere con pace. San Paolo ci esorta ad aspettare con amore la venuta di Gesù ed è questa l'attesa vera della nostra vita, che permea di serenità ogni nostra attesa.

- Il terzo atteggiamento raccomandato da Gesù è la pazienza, la capacità di sopportare i tempi lunghi senza esserne snervati. E’ una virtù poco esaltata, ma davvero preziosa e va domandata come grazia allo Spirito Santo.

- Da ultimo, dobbiamo avere la coscienza del dono di Dio che è l’oggi, del dono dei fratelli con cui camminiamo seguendo il Signore. Da tale coscienza sgorgano la gratitudine, la lode, la riconoscenza tutti atteggiamenti che sovente dimentichiamo, riservandoli per avvenimenti eclatanti o inattesi. La gratitudine per il presente che viviamo va invece coltivata in ogni momento.

Conclusione: il miracolo del presente

A modo di conclusione leggo alcuni brani di lettere scritte da una giovane ebrea Olandese, Etty Hillesum, morta a ventinove anni nelle camere a gas di Auschwitz il. 30 novembre 1943. Questa ebrea, non praticante, incontra gradualmente il mistero di Dio e tanto più lo adora quanto più entra nelle sofferenze del suo popolo.

Le lettere sono degli anni 1942-1943, quando Etty si trovava nel campo di Westerbork prima del trasferimento in Polonia. Scritte con un distacco, un umorismo, una serenità tali da stupire, mostrano come questa giovane donna ha vissuto il suo presente in una pace, una pazienza, un'umiltà incomparabili.

Scrive per esempio a un'amica: «Marietke, scriverai presto a Etty come stai? Sei allegra, sei triste, corri di qua e di là, stai tranquillamente a casa? E che dice Ernst, che dice Amsterdam, e papà Han che fa, e Kàte va a letto presto? Io cammino nel fango tra le baracche di legno, e allo stesso tempo cammino per i corridoi di quella che da sei anni è la mia casa; ora sono seduta a un tavolino disordinato in un piccolo ambiente rumoroso, ma sono anche seduta alla mia cara, disordinata scrivania. Molte persone mi dicono: "Non vogliamo ricordare niente della vita di prima, altrimenti non saremmo in grado di vivere qui". Mentre io posso vivere così bene qui proprio perché ricordo perfettamente ogni cosa di "prima' (per me non è neppure un "prima"), e intanto la mia vita continua».

Interrompe la lettera e la riprende nel pomeriggio: «La mia anima è in pace, Maria, oggi mi sono state assegnate quattro baracche di malati, una grande e tre piccole; lì devo controllare se qualcuno ha bisogno che gli siano spediti viveri o bagagli da fuori. La cosa più bella è che ora ho libero accesso a quasi tutto il complesso dell'ospedale, e a quasi tutte le ore del giorno.

«Prendi queste poche parole come vengono, mia piccola Maria, qui non si riesce a scriver molto, le lettere che ti mando nei miei pensieri sono ben più lunghe di questa. Io sto bene e sono contenta, in fondo vivo qui proprio come ad Amsterdam, a volte non mi accorgo neppure di essere in un campo. E voi tutti mi siete tanto vicini che non mi mancate neppure. Jopie è un caro compagno. Di sera assistiamo al tramonto del sole, che si tuffa nei lupini violetti dietro il filo spinato. E probabilmente ritornerò ancora per la prossima licenza. Scrivi presto. Ciao!» (Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 2001, pp. 65-66).

Le sue lettere sono davvero intrise di serenità del presente. Un presente di per sé terribile, drammatico, eppure da lei vissuto con pace e coraggio che traspaiono da ogni riga.

«Christine, sono indescrivibilmente coraggiosi in questo assoluto inferno. Stamattina presto, la fila dei vagoni merci ha fatto il suo ingresso nel campo fangoso. Io stavo da una parte, e per una stretta apertura in alto, in un vagone, ho scoperto il cappello sgualcito e gli occhiali di mio padre, il cappello di mia madre e il magro viso di Mischa. E ora li accompagnerò nella loro via crucis, sono riconoscente di essere qui e di poter alleviare la loro vita in tante piccole cose sebbene in questo momento non ci sia proprio nulla da alleviare. Qui è una totale catastrofe. Nelle ultime ventiquattr'ore il campo è stato inghiottito da grandi ondate di ebrei. Ma devo dire che papà, la mamma e anche Mischa mi hanno sbalordita. E vero che papà è completamente indifeso, che in queste ore il suo colletto è diventato troppo, troppo largo e che la sua ispida barba grigia fa tanta pena. Ma stamattina ha impugnato la sua piccola Bibbia mentre aspettavamo per ore e ore nella pioggia, e ha trovato splendide parole nel libro di Giosuè. Ora stanno in una delle grandi baracche, un magazzino umano stipato al massimo dove per ogni tre persone ci sono due strette cuccette di ferro, nessun materasso per gli uomini, nessuna possibilità di riporre qualcosa da qualche parte, aria pesante, bambini che urlano, la peggior miseria immaginabile. Farò il possibile per aiutarli a superare queste difficoltà, personalmente mi sento molto forte e piena di coraggio anche se a volte tutto diventa buio e incomprensibile. [... ] Spero di trovare un letto stanotte, ogni millimetro quadrato è preso. La prossima volta scriverò di più. Prega un pochino per noi» (Ibidem, pp. 68-69).

Alla stessa Christine è indirizzata l'ultima cartolina, che Etty riuscì a buttare fuori del treno che la portava ad Auschwitz, prima di lasciare per sempre il territorio olandese, con la chiara consapevolezza del proprio destino: «Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: "Il Signore è il mio alto ricetto". Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall'Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora ad Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty» (Ibidem, p. 149).

E’ quel miracolo del presente che la grazia può compiere anche in situazioni al limite dell'assurdo, e mostra come il regno di Dio viene proprio nelle circostanze più impensate.

Preghiamo la Madonna affinché ci ottenga di cogliere il miracolo di Dio in tutte le ore della nostra vita.