C. M. MARTINI
LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO
ALLA LUCE DEL TABOR
Un corso di esercizi spirituali
transfiguration1.jpg (98272 bytes)

Rizzoli, 2004

Introduzione

I MEDITAZIONE: Essere e tempo

VII MEDITAZIONE: Le dimensioni della trasformazione battesimale

II MEDITAZIONE: «Salì sul monte a pregare»

VIII MEDITAZIONE: La trasformazione eucaristica

III MEDITAZIONE: Le tentazioni del monte

IX MEDITAZIONE: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo

IV MEDITAZIONE: Le tentazioni della pianura

X MEDITAZIONE: Il silenzio del Padre

V MEDITAZIONE: La trasformazione di Gesù

XI MEDITAZIONE: Gesù umiliato

VI MEDITAZIONE: La trasformazione battesimale

XII MEDITAZIONE: Sotto il segno dell’amore

OMELIE

XI MEDITAZIONE

Gesù umiliato

Continuiamo a contemplare la passione di Gesù, che abbiamo iniziato a meditare soprattutto a partire dal Getsemani. Certamente la meditazione sulla passione si può fare in molti modi e suggerisco di utilizzarne oggi qualcuno.

Il più semplice è di leggere i fatti uno dopo l'altro: dal Getsemani all'arresto, ai processi giudaici, al processo romano, l'invio ad Erode, la flagellazione, la condanna a morte, la coronazione di spine, gli improperi dei soldati, il cammino verso il Calvario, la crocifissione, la morte e la sepoltura. Tutti misteri, incominciando dalla condanna, che si venerano ogni venerdì a Gerusalemme, con la Via crucis che si svolge per le strade della città, le stesse strade, più o meno, percorse da Gesù. Sempre a Gerusalemme, nella basilica dei Santo Sepolcro, si rivive ogni pomeriggio la passione, in una processione ricca di canti antichi in latino, che sosta davanti agli altari, dalla flagellazione fino alla tomba.

Ci sono altri modi di meditare la passione, per esempio esaminando gli attori del dramma: amici, nemici, persone indifferenti. E’ un microcosmo di personaggi, che hanno sentimenti diversi e violenti; agiscono l'uno contro l'altro o l'uno insieme all'altro, in uno scatenamento di invidie, di odi, di intolleranza, di slealtà, di connivenza. t veramente un processo alla cattiveria umana.

Noi ci proponiamo di contemplare Gesù umiliato, ricordando che, quando predice la sua passione e morte, si sofferma in particolare sulle umiliazioni.

Il rifiuto delle autorità

Leggiamo in Mc 8, 3 1: «E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi». Di solito si passa sopra a questa parola come se non significasse molto, ma in realtà è drammatica: gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi rappresentano ufficialmente il popolo, nell'ambito della teologia, del diritto, del culto, e sono quindi le persone alle quali si rende onore. Gesù non è soltanto riprovato da qualche nemico particolare, da qualche gruppo malvagio, da qualche banda di scatenati, bensì dalle autorità più rispettabili dei suo tempo. Continua il testo: «Poi venire ucciso [quindi deve essere eliminato, non deve vivere, non ne ha il diritto] e dopo tre giorni risuscitare»: notiamo che la predizione delle sue umiliazioni e della sua morte prevede anche una risurrezione, quale parte integrante del mistero pasquale.

* Un’altra predizione della passione è in Mc 10,32-34:«Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: "Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, ma dopo tre giorni risusciterà"». Gli scherni, gli sputi, il supplizio vergognoso della flagellazione, rappresentano quelle umiliazioni che Gesù prevede e accoglie come parte del suo proposito di andare fino in fondo. Umiliazioni gravi e incisive per la vita di chi vive in un popolo provvisto di strutture, di autorità, di leggi che non si mettono in discussione. Gesù è messo in questione da queste autorità e da queste leggi.

Tutti i racconti della passione potrebbero essere riletti nella prospettiva di Gesù umiliato. Ho pensato di contemplare insieme con voi il luogo dove le umiliazioni raggiungono il loro culmine: la croce.

Umiliazioni sulla croce

Sulla croce Gesù è ormai un vinto, un impotente, uno di cui non si ha più paura, e perciò tutta la perfidia, la vigliaccheria umana si scatena. Prima avevano paura di attaccarlo apertamente, ma ora che non può più nuocere, tutti si scagliano contro di lui. E’ un segno tipico della vigliaccheria umana godere nell'umiliare i deboli.

* Significativo il testo di Mt27, 39-44: «E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!". Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso! E’ il re di Israele, scenda dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!". Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo».

E in Mc 15, 29-32 leggiamo: «I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: "Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!". Egualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: "Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo. Anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano».

Luca aggiunge (23, 35-39): «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto". Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso".
C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi é il re dei Giudei. Uno dei malfattori appeso alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!"».

Tenendo presenti le descrizioni degli insulti, vogliamo riprenderle per capire come si comportano le diverse categorie di persone.

Luca segnala che non tutti lo insultano: «Il popolo stava a vedere». Dunque la gente semplice trepidava, giudicando vergognoso ciò che accadeva, ma non poteva dire apertamente che i capi stavano sbagliando. Nel verso 48 di Luca viene annotato che, dopo la morte di Gesù, «tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto». E’ una dinamica interessante: il popolo, dapprima neutrale e perplesso, successivamente si pente.

Consideriamo poi coloro che invece si fanno beffe di lui. Anzitutto i passanti (cf Mt27, 39-40), alcuni dei passanti, che lo insultavano scuotendo il capo. L’espressione è presa dal Salmo 22, 8 («scuotevano la testa») e sta a dire: costui si è tanto vantato e adesso non sa far niente, è un povero illuso. E infatti gli ricordano le parole di uno dei capi di accusa: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso! Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!». Si prendono gioco di quel potere che Gesù aveva mostrato nel compiere i miracoli. Un insulto che ferisce profondamente il cuore di Cristo e lo vedremo meglio meditando le parole dei sommi sacerdoti, degli scribi e degli anziani.

I capi, come afferma Luca (23, 35), sono anche più duri: «Lo schernivano dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso" ». Irridono la sua bontà, la sua misericordia, il suo amore per noi e mettono addirittura in forse il fatto che abbia salvato altri. «Se è il Cristo di Dio, il suo eletto» (viene alla mente la voce dall'alto nel racconto del Battesimo e nell'evento del Tabor). Secondo i capi, Dio non può permettere che il suo eletto muoia in quel modo. E’ un attacco diretto all'azione di Dio in Gesù crocifisso, alla missione di Gesù, è il rifiuto dell'agire di Dio nel Figlio suo che va alla morte.

Anche Marco riporta lo stesso, invito a scendere dalla croce che leggiamo in Matteo: «Il re di Israele scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo» (15, 32). E’ una ferita mortale per Gesù che si trova nel terribile dilemma: se scende dalla croce forse crederanno, però andrebbe contro il disegno di Dio, presentando un'immagine di Dio incapace di solidarizzare col peccatore fino in fondo. Sulla croce mostra quindi che proprio perché è Figlio di Dio si lascia crocifiggere, affronta la drammatica serietà della croce che gli viene imputata come segno della falsità della sua vita, per restare solidale con l'uomo peccatore e amarlo fino alla morte.

Per Matteo proferiscono il terribile insulto anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani (27, 4243): «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso! E’ il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo». Poi viene citato il Salmo (22, 9) e il Libro della Sapienza (2, 18): «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!». E’ una sfida che mette in gioco la visione di Dio; ma Dio, che gli è Padre e gli vuole bene, non lo libera.

I soldati, dal canto loro, agiscono secondo i criteri di potere, di efficacia: «I soldati lo schernivano. e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso"» (Lc 23, 36~37). Sono pagani e non concepiscono che possa regnare con la povertà, l'umiltà, la mitezza, la pazienza e l'accettazione della morte. Se sei un re, devi avere il potere, devi difenderti, chiamare i tuoi soldati perché ti liberino; non credono che un re sia privo di potere.

Da ultimo guardiamo i due crocifissi con Gesù. Matteo e Marco si limitano a osservare che lo schernivano anche i ladroni crocifissi con lui. Probabilmente nella loro semplicità si erano detti: quest’uomo tanto potente forse ci salverà, dal momento che saremo giustiziati insieme a lui. Accorgendosi però che non salva nemmeno se stesso, si sentono traditi e lo beffeggiano. Tuttavia Luca annota che uno dei due ragiona diversamente: «Uno dei malfattori appesi alla croce lo

insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Ma l'altro lo rimproverava: "Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male"». Il «buon ladrone» intuisce ciò che né i sacerdoti né la gente capiscono, intuisce che Gesù realizza le profezie di Isaia: il giusto soffrirà. «E aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno"». Crede con una fede straordinaria che il Signore ha un Regno, un Regno non di questo mondo perché altrimenti non sarebbe sulla croce, e spera che quando vi entrerà si ricorderà di lui. E’ un peccatore, un malfattore; è il primo salvato. Infatti si sente rispondere: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 39-43). Quindi colui che fino in fondo ha condiviso le sofferenze di Gesù, senza pretendere di essere liberato ma anzi riconoscendo la propria colpa, riconoscendo misteriosamente che c'è un giusto trattato ingiustamente, viene perdonato e salvato.

Vi invito a rivivere i quadri della passione riprendendoli punto per punto, per chiedervi: Signore, che idea ho di te, della tua regalità, della tua divinità? Come mi sarei comportato? Come ti avrei apostrofato?

Conclusioni

Dalla nostra contemplazione traggo una conclusione espressa molto fortemente negli Esercizi di sant'Ignazio: non è un male l'essere umiliati, perché in tal modo partecipiamo alla sorte di Gesù. Quando qualcuno ci umilia, istintivamente ci ribelliamo, vorremmo difenderci, oppure restiamo confusi e smarriti. Ma Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo e ci insegna a percorrerla con lui.

Accettare le umiliazioni è scandalo per la logica del mondo; fa parte del mistero del Vangelo, ed è quella verità proclamata nelle beatitudini.

In proposito mi rifaccio a un libro di un autore tedesco, Dietrich von Hildebrand, pubblicato negli anni Cinquanta: La Formazione in Cristo (ed. Morcelliana, Brescia 1952), in cui sono indicati i passi successivi di tale trasformazione. In un capitolo molto bello, intitolato La santa mansuetudine, von Hildebrand spiega che cos'è la mitezza. Leggo la prima pagina: «San Paolo pone la mansuetudine tra i doni dello Spirito Santo. Essa è una irradiazione della Carità soprannaturale e annovera tra i suoi presupposti, in particolar modo, la pazienza e la pace interiore.

«Appartiene a quelle virtù che possono fiorire in noi solo su fondamento della rivelazione. E non solo postula la conoscenza dello stato metafisico dell'uomo [l'uomo creato da Dio, opera delle sue mani, quindi necessariamente umile] ma ancora del mondo nuovo del soprannaturale, il fallimento di tutte le unità di misura puramente naturali, la luce nuova che emana dalle parole del Sermone della montagna per le quali il mondo naturale fu per così dire innalzato al di sopra dei suoi cardini. Essa presuppone anche che noi sappiamo come Dio, il Signore onnipotente, Creatore del cielo e della terra, sia l'Amore stesso, e che non è destinata alla vittoria definitiva l'energia naturale né la potenza, bensì l'umiltà e la mitezza del cuore. "Fece scendere dal loro trono i potenti ed esaltò gli umili" (cf Lc 1, 52). Dio non ha redento il mondo con la forza, ma con la morte sulla croce dell'uomo-Dio, e Gesù Cristo non ci ha comandato di diffondere nel mondo la sua Verità col fuoco e con la spada, ma di annunziarla come prigionieri del suo amore. La base etica da cui dobbiamo vincere il mondo è la carità umile e dolce. "Beati i mansueti perché essi possederanno la terra" (Mt 5, 5) ».

Spiega poi ampiamente che la mitezza non è semplice bonomia o arrendevolezza naturale, ma è una forza interiore formidabile. E’ la forza di Dio che vince il mondo.

Domandiamo la grazia di partecipare a questa forza, perché la virtù della mitezza evangelica che Gesù esprime in maniera eroica sulla croce, va vissuta quotidianamente.